di Giuseppe Salamone Coordinamento modenese contro la guerra
In Venezuela c’è il petrolio, tanto petrolio. In Palestina c’è il gas, tanto gas, e dei fanatici che hanno un progetto criminale e messianico. In Sudan c’è oro. Tanto oro.
E infatti l’Occidente cosa fa? Muove guerre e genocidi contro questi popoli. In Venezuela stanno accelerando: infatti si parla di un attacco militare statunitense a breve. Lì i pezzi del puzzle sono stati messi tutti al loro posto. La neo premio Nobel Machado ha detto (lo ha detto veramente!) che l’unica soluzione è un intervento armato e che ha un piano per le prime 100 ore dopo la cacciata di Maduro. Parole gravissime che qui non trovano spazio né indignazione.
In Palestina non credo ci sia bisogno di aggiungere altro: abbiamo visto tutti quello che sta succedendo, mentre in Sudan la situazione è appena sfuggita di mano.
Le milizie RSF combattono contro le Forze Armate Sudanesi (SAF). Le RSF sono finanziate e sostenute dagli Emirati Arabi (che sostengono anche milizie pro-israele in Palestina, in Libano e anche in Yemen) attraverso le armi che ricevono principalmente dal Regno Unito e anche dall’Italia. A proposito dell’Italia, è bene sapere che gli Emirati sono considerati uno dei partner principali per il famoso Piano Mattei.
Le RSF stanno facendo quello che ha fatto e continua a fare Israele ai palestinesi. Se a quest’ora dietro le RSF ci fossero la Cina, la Russia o l’Iran, le immagini, da brividi, ce le farebbero vedere a reti unificate. Pensate che hanno già ammazzato circa 150.000 sudanesi e creato 12 milioni di profughi.
Il “gioco”, se così lo possiamo chiamare, è sempre lo stesso: imperialismo occidentale a guida a stelle e strisce. Però poi ci raccontano che i cattivi stanno sempre altrove e che dobbiamo avere paura della Russia e della Cina.
Il tema del “ritorno del Re” in Tolkien è uno dei più ricchi e simbolici del suo intero legendarium, e racchiude in sé dimensioni mitiche, morali e spirituali.
Nelle opere di J.R.R. Tolkien, il “ritorno del Re” non è soltanto l’evento storico della incoronazione di Aragorn, figlio di Arathorn, ma un archetipo universale:
il compimento del tempo dell’esilio, il ristabilirsi dell’ordine perduto, la riconciliazione tra la Terra e il suo sovrano legittimo.
Aragorn è, certo, un personaggio umano — guerriero, viandante, curatore — ma il suo ritorno rappresenta il ritorno del Principio Regale nell’uomo stesso, ossia il risveglio della Sovranità Spirituale che governa il caos del mondo interiore e collettivo.
Il Re che ritorna è l’immagine dell’Uomo rinnovato, colui che riconquista il suo posto nel cosmo non per dominio, ma per servizio, sapienza e misericordia.
Tolkien, profondamente nutrito dalla tradizione cristiana e dai miti nordici, fonde nel suo Re atteso non solo la figura del Cristo glorioso, ma anche quella del Re Artù dormiente e dell’Imam Mahdi che è occulto, che ritornerà quando il mondo ne avrà più bisogno.
La sua incoronazione a Minas Tirith segna la guarigione della terra, perché in lui la regalità è legata alla capacità di curare: “Le mani del Re sono mani di guaritore, e così sarà conosciuto il vero Re.”
In questo senso, il “ritorno del Re” – dell’Imam al-Mahdi – è anche il ritorno del Sacro nell’umanità.
Dopo epoche di oscurità, guerre e smarrimento, Tolkien suggerisce che la vera speranza non viene da una nuova invenzione o da un potere tecnologico, ma da una restaurazione interiore, dal ritrovare dentro l’uomo quella regalità luminosa che deriva da Dio, che prepara la restaurazione esteriore.
Il Re che ritorna non è solo una figura esterna che riabilita una funziona, ma anche la coscienza redenta dell’uomo, la sua parte divina che torna a regnare dopo essere stata dimenticata.
Per questo motivo, l’attesa di Aragorn — come quella dell’Imam Mahdi, del Re del Mondo, o del Cristo che ritorna — può essere letta come simbolo universale dell’attesa escatologica dell’umanità:
non un evento esterno soltanto, ma un movimento interiore, il ritorno del Principio spirituale che ordina, guarisce e illumina.
Nel linguaggio di Tolkien, dunque, il ritorno del Re è una parabola della speranza, un annuncio discreto ma potente che la luce non è mai definitivamente sconfitta, e che, come la corona di Gondor, la dignità perduta dell’uomo può sempre essere ritrovata.
Un grande guerriero giapponese di nome Nobunaga decise di attaccare il nemico, nonostante il suo esercito fosse dieci volte più piccolo. Era certo della vittoria — ma i suoi uomini, no. Il dubbio serpeggiava tra le fila, sottile e velenoso. Durante il cammino verso la battaglia, Nobunaga si fermò, raccolse i suoi soldati attorno e disse: «Lancerò una moneta. Se esce testa, vinceremo. Se esce croce, perderemo. Il nostro destino è nelle mani del caso.» Tutti trattennero il fiato mentre la moneta volava in aria. Testa. Un’esplosione di fiducia attraversò il campo. I soldati, convinti che il destino fosse dalla loro parte, combatterono con un coraggio furioso. E vinsero. Facile, travolgente, come se la vittoria fosse già scritta. Dopo la battaglia, uno degli assistenti di Nobunaga gli disse: «Nessuno può cambiare il destino.» Il guerriero sorrise… e gli mostrò la moneta. Aveva testa da entrambi i lati. A volte, non serve altro che far credere. A volte, basta crederci per davvero. E tutto comincia a muoversi nella direzione giusta. Che la tua fede sia sempre più forte della tua paura.
“Io non scelgo tra testa o croce. Divento io sia la testa che la croce. Poiché nulla può essere contro di me quando ogni cosa è già dentro di me.”
Tra le immagini più terribili e potenti della storia medievale indiana emerge il jauhar, il suicidio collettivo delle donne rajput quando le loro fortezze erano assediate e prossime alla caduta. Non un semplice rito, ma un crocevia di memoria, mito e violenza, in cui il terrore della sconfitta si mescola alla volontà disperata di difendere l’onore. Le fiamme che divoravano centinaia di corpi femminili sono entrate nell’immaginario culturale dell’India settentrionale come simbolo di eroismo e tragedia.
UN CONTESTO DI GUERRA E MORTE
Il Rajasthan medievale era una terra martoriata da conflitti incessanti: i sultanati islamici di Delhi e, più tardi, l’impero Moghul, sfidavano la resistenza tenace delle dinastie rajput. Quando una roccaforte cadeva nelle mani del nemico, il destino delle donne era spietato: cattività, violenze sessuali, schiavitù. In questo scenario di terrore, il jauhar appariva come l’unica via per salvare l’onore: donne e bambini gettati tra le fiamme, uomini vestiti di bianco si lanciavano nell’ultima, sanguinosa sortita, pronti a morire tra urla e clangore delle armi.
RANI PADMINI: BELLEZZA E SACRIFICIO
La leggenda più famosa legata al jauhar è quella di Rani Padmini (o Padmavati) di Chittorgarh. Secondo il poema Padmavat (1540) di Malik Muhammad Jayasi, Padmini era di una bellezza straordinaria, tanto da attirare l’attenzione del sultano di Delhi, Alauddin Khalji. Nel 1303, quando il sovrano assediò Chittorgarh, la regina e le sue donne si prepararono a morire tra le fiamme, trasformando il loro suicidio in un atto di resistenza contro il desiderio violento del nemico. Lo specchio attraverso cui Padmini si mostrò al sultano è diventato simbolo di ingegno, dignità e coraggio di fronte a un destino crudele.
Gli storici ricordano però che il Padmavat è un poema allegorico, non una cronaca, e che la leggenda di Padmini è stata in seguito cristallizzata nell’immaginario rajput come mito fondativo di onore e sacrificio.
EPISODI DI FUOCO E DISPERAZIONE
Il jauhar non fu un evento isolato: Chittorgarh vide il suo destino consumarsi in almeno tre grandi episodi:
• 1303: l’assedio di Alauddin Khalji, legato alla leggenda di Padmini;
• 1535: sotto la minaccia del sultano Bahadur Shah del Gujarat;
• 1568: l’assedio dell’imperatore Moghul Akbar.
In ogni occasione, il fuoco divampava tra urla, lacrime e preghiere, mentre gli uomini combattevano fino alla morte. Il sacrificio collettivo delle donne divenne così parte integrante dell’epica rajput, raccontato da cantori e cronisti come simbolo di fedeltà e coraggio estremo.
TRA EROISMO E OPPRESSIONE
Interpretare il jauhar significa confrontarsi con una dolorosa ambivalenza: da un lato, eroismo e resistenza all’invasore; dall’altro, la crudele realtà di una società patriarcale che negava alle donne qualsiasi alternativa alla morte. Celebrarne il sacrificio rischia di occultare la tragedia dei singoli, costretti a morire tra le fiamme, spesso tra urla strazianti dei loro figli e delle compagne.
EREDITA’ E MEMORIA
Ancora oggi il Jauhar Mela a Chittorgarh commemora queste donne, fondendo memoria storica, orgoglio identitario e devozione religiosa. La leggenda di Padmini continua a suscitare dibattiti: simbolo di eroismo e purezza, ma anche monito delle contraddizioni di una cultura che ha trasformato la violenza in mito.
CONCLUSIONE
Il jauhar è uno degli esempi più drammatici del rapporto tra mito, memoria e storia. Tra le fiamme che inghiottirono le donne rajput si mescolano eroismo, tragedia, costruzione culturale e dolore umano: la figura di Rani Padmini incarna questa ambivalenza, simbolo di coraggio e allo stesso tempo prodotto di una memoria che trasforma l’orrore in leggenda.
FONTI STORICHE PRINCIPALI
1. CRONACHE PERSIANE E MUSULMANE
• Amir Khusrau, cronista alla corte di Alauddin Khalji (XIII sec.), descrive il jauhar di Chittorgarh dopo l’assedio del 1303.
• Firishta, storico indo-persiano del XVII secolo, ne riferisce diverse occorrenze.
2. FONTI RAJPUT E CRONACHE LOCALI
• Le “Rajputānī kī kahāniyān” (narrazioni popolari in hindi e rajasthani) celebrano gli episodi di jauhar come atti di eroismo e fedeltà.
• I poemi epici come il “Padmavat” di Malik Muhammad Jayasi (1540 ca.) mitizzano il suicidio della regina Padmini di Chittorgarh, divenuto il più celebre tra i jauhar.
3. FONTI COLONIALI E STORIOGRAFIA MODERNA
• Gli storici britannici del XIX secolo, come James Tod (Annals and Antiquities of Rajasthan, 1829-32), reinterpretarono il jauhar in chiave romantica e “cavalleresca”.
• Gli studi contemporanei (es. Dirks, Kolff, Lata Singh) lo analizzano invece come costruzione culturale dell’onore femminile e della purezza Rajput.
Molto erroneamente, è credenza popolar-cattolica che la festa americana chiamata Halloween, sia la festa di Satana.
Beh, iniziamo a fare un po’ di correzioni:
1) Non è una festa americana ma celtica (europea dunque).
2) Essendo celtica non può essere rivolta a Satana poiché Satana è un personaggio introdotto con la chiesa cattolica.
3) Halloween è semplicemente la forma contratta della frase: “All allows’eve” ovvero, “vigilia di Ogni Santi”
4) Il vero nome della festa è Samahin.
Cosa ha di speciale questa festa?
È semplicemente il giorno più potente (a livello energetico) dell’anno.
In questo giorno, terza e quarta dimensione, si fondono, ovvero il mondo fisico e quello astrale, o degli spiriti, interagiscono.
Come molte feste celtiche, veniva celebrata a più livelli.
– Dal punto di vista materiale era il tempo della raccolta e dell’immagazzinamento del cibo per i lunghi mesi invernali.
Essere soli in questa occasione significava esporre sé stessi ed il proprio spirito ai pericoli dei rigori invernali. Naturalmente, questo aspetto della festa ha perso in epoca moderna gran parte del suo significato, visto che oggi le carestie fortunatamente non costituiscono più un problema come presso le antiche società rurali.
– Spiritualmente parlando, la festa era un momento di contemplazione.
Per i Celti morire con onore, vivere nella memoria della tribù ed essere ricordati nella grande festa che si sarebbe svolta la vigilia di Samhain era una cosa molto importante (in Irlanda questa sarebbe stata Fleadh nan Mairbh, “Festa dei Morti”).
Questo era il periodo più magico dell’anno: il giorno che non esisteva.
Durante la notte il grande scudo di Skathach veniva abbassato, eliminando le barriere fra i mondi.
I morti avrebbero potuto ritornare nei luoghi che frequentavano mentre erano in vita, e celebrazioni gioiose erano tenute in loro onore.
Da questo punto di vista le tribù erano un tutt’uno col loro passato ed il loro futuro.
Questo aspetto della festa non fu mai eliminato pienamente, nemmeno con l’avvento del Cristianesimo.
Questo giorno non è né buono né cattivo, è solo POTENTE!
Ma perché allora è così caro ai satanisti?
Semplice!
In questo giorno gli spiriti,compreso Satana, sono molto molto vicini, per cui, chi conosce questa realtà, la sfrutta.
Ma,nel tentativo di trovarmi il pelo nell’uovo e dirmi che però la tradizione di vestirsi da streghe e mostri è macabra, state tralasciando la cosa più importante di tutte:
IN QUESTO GIORNO, MAESTRI ASCESI, ANGELI, SANTI SONO AL NOSTRO FIANCO.
E POTREMO, CON LORO, ILLUMINARE IL MONDO .
I celti, intagliavano gli ortaggi in modo che somigliassero a loro e li ponevano sui davanzali delle finestre cosicché lo spirito dei loro antenati, li avrebbero riconosciuti e sarebbero andati a trovarli.
Per quanto riguarda il mascherarsi, dato che si celebravano i morti e si doveva dire addio a ciò che non serviva, la popolazione celta, si travestiva nelle cose che più gli facevano paura, per esorcizzarla e mandarla via per sempre!
Trovo questa festa di un significato molto profondo, e anche noi potremo celebrarla eliminando ciò che ci fa male: paure, rimpianti, rabbia, rancore.
Potremmo anche chiedere al Signore di illuminare questa umanità allo sbaraglio.
Ora che sappiamo il vero senso di Halloween, potremmo unirci per sognare un mondo migliore per tutti.
Ebbene sì: sappiamo tutti quanto il gioco cinese sia stato deleterio per il mercato mondiale dell’auto (e non solo). Dopo decenni di finanziamenti esosi all’industria automobilistica, ora Pechino cambia strategia e ridefinisce le priorità. Ora il settore auto cinese dovrà finalmente mostrare di potere reggere il gioco da solo, senza aiuti statali.
“Rudra” si riferisce a una divinità vedica, una figura associata al vento, alle tempeste e alla medicina, spesso identificata con Shiva.
È anche il nome di un gruppo di undici divinità che rappresentano la forza distruttrice del dio e, per estensione, del nome (come in “Rudra” per il gruppo musicale e “Rudrākṣa” per i semi di una pianta).
Rudra come divinità vedica
Nome: Il nome “Rudra” significa “Urlatore”.
Associazioni: È una divinità vedica maschile legata a forze naturali come il vento e le tempeste, con stretti legami con Indra e Agni.
Natura: È considerato il “più potente dei potenti” e una divinità che può sia infliggere distruzione e malattie che guarire, aspetti che vengono poi assorbiti da Shiva.
I Rudra come divinità e seguaci
Gruppo di divinità: Rudra è anche il nome di un gruppo di undici divinità che sono considerate manifestazioni della sua forza distruttrice.
Legami con i Marut: A volte vengono identificati con i Marut, gli spiriti delle tempeste.
Altri usi del termine
Rudrākṣa: Sono i semi della pianta Elaeocarpus ganitrus, utilizzati in molte pratiche spirituali e considerate con presunte proprietà curative e spirituali.
Rudra (gruppo musicale): È il nome di un gruppo musicale originario di Singapore che suona black metal ispirato alla cultura vedica.
Planescape: Nel contesto di Planescape, “Rudra” si riferisce a forze create per scopi specifici.
Nel buddhismo viene definito con il nome di Rudra Chakrin (o Raudra Chakrin), ed è il 25° e ultimo re profetico di Shambhala nel buddismo Vajrayana, destinato a portare una nuova Età dell’Oro dopo aver sconfitto governanti degenerati in una battaglia finale.
Le profezie di Rudra Chakrin
Identità: È conosciuto come “Il detentore della ruota della forza” (Raudra Chakrin), successore di una stirpe di 25 re di Shambhala.
Battaglia finale: Secondo il tantra Kalachakra, riemergerà dal regno nascosto di Shambhala per affrontare e sconfiggere i governanti malvagi, in un’epoca in cui il mondo sarà spiritualmente degenerato.
Età dell’Oro: Dopo la vittoria, Rudra Chakrin stabilirà un’Età dell’Oro a livello planetario. Successivamente, il Dharma si deteriorerà e scomparirà, fino a quando non riapparirà il futuro Buddha Maitreya.
Data profetizzata: Diverse fonti indicano l’anno 2424 come data prevista per la sua comparsa.
Interpretazione simbolica: Alcuni interpreti considerano la battaglia non come uno scontro fisico, ma come una lotta interiore tra la saggezza e l’ignoranza.
In quest’ottica, Rudra Chakrin rappresenta la vittoria sulle tendenze negative.
La “LEGGE DEI CICLI COSMICI” è presente in tutte le tradizioni con la loro Sapienza antica, ed è svelabile attraverso i miti, le allegorie, il linguaggio ermetico e il simbolismo.
Storicamente quasi tutte le civiltà antiche (India, Cina, Iran, Ebraismo Grecia, Roma, Celti e Germani) hanno vissuto il cammino storico come una sequenza di cicli discendenti, dalla pienezza dell’Età dell’Oro alla “fine dei tempi”,
Ve ne do qui un accenno approssimato e semplificato anche perché io non sono un esperto.
Dovete partire dalla concezione che il nostro Universo, legato alle leggi della fisica e della chimica è una rappresentazione di una realtà superiore, divina, che lo trascende.
Qui il discorso è complesso e non è possibile definirlo con razionalità, fate solo attenzione che il concetto di DIO come espresso nelle religioni che conosciamo, è una espressione adeguata ai popoli, adeguato per ogni razza e cultura, affinchè lo possano “capire”.
Detto questo veniamo ai Cicli cosmici.
Qui la considerazione del tempo non è rettilinea, ma ciclica e il tempo lineare, rettilineo che noi utilizziamo non è uguale a quello ciclico.
Quindi, quando si vanno ad individuare storie, civiltà ed eventi che possono inquadrarsi in uno stesso simbolo, un analogia o un ciclo, possono avere durate temporali diverse.
Antiche tradizioni orientali hanno un computo di questi tempi notevolmente diverso da questo qui riportato che proviene dalla scuola francese.
Vengono inquadrati 14 cicli, chiamati “Manvantara”, che vanno a formare un Kalpa.
Un Kalpa è come una corona del rosario, dove ogni pallina è un Manvantare e forma un ciclo completo.
Inizio e fine dei Manvantara dovrebbero essere indeterminabili e avvolti nel mistero, il che rende relativa anche questa ricostruzione.
Sembra che i Manvantara sono separati da grandi passaggi traumatici, apocalittici, di rottura, ma gli umani che verranno dopo non ne portano alcun ricordo.
Questi 14 Manvantara sono a loro volta suddivisi in varie “età” ognuna delle quali esprime un certo rapporto spirituale con il “divino”, e nella età ultima di un Manvantara non ci saranno legami spirituali con la realtà trascendente superiore.
Sembra che proprio la nostra era sia alla fine del settimo Manvantara.
Con la difficoltà di fare un rapporto tra tempo lineare e tempo ciclico, alcune scuole tradizionali hanno espresso, per ogni Manvantara, un susseguirsi di “ere” spiritualmente a scemare, per un totale approssimato di 65.000 anni circa (64.800), quale durata lineare di un Manvantara).
Quindi un Kalpa, ovvero 14 Manvantara, durerebbe 910 mila anni.
Ogni Manvatare si suddivide in 4 età:
• Età dell’Oro – Krita yuga, con natura divina che poi vede la comparsa della dualità umana, uomo donna, ma armoniosa. Inizia circa 63.000 anni fa e finisce 37.000 anni fa con un secondo spostamento dei poli terresti e la grande glaciazione. Questo Manvantara, il nostro, il settimo del Kalpa, avrebbe avuto una età dell’Oro, di durata complessiva di 25.920 anni
• Età dell’Argento – Tetra Yuga, totale perdita dello stato divino “per natura e inizio di arti e mestieri per far fronte alle difficoltà della condizione umana. Inizia circa 37.000 anni fa, termina 17.500 anni fa e ha una durata complessiva di 19.440 anni.
• Età del Bronzo – Dvpara Yuga vede la perdita di una tradizione unica e di un ulteriore abbassamento della spiritualità negli umani. Inizia circa 17.500 anni fa, e finisce 4.500 anni fa, per una durata complessiva di 12.960 anni circa.
• Eta del Ferro (Oscura) – Kalì Yuga, la nostra età . Vede la totale perdità del rapporto spirituale e di tutti i valori, è caratterizzata da una violenza smisurata. Inizia circa 4.450 anni fa, terminerà circa nel 2.030 (tra 5 anni) per una durata complessiva di 6.480 anni circa.
Come abbiamo approssimativamente riportato questi cicli hanno una durata di 4 + 3 + 2 + 1, ovvero:
25.920 anni per l’età dell’oro;
19.440 anni per l’età dell’argento:
12.960 anni per l’età del bronzo.
6.480 per la nostra età del ferro (Kalì Yuga).
Se la scuola francese ha interpretato giusto le tradizioni, questo nostro Kalì Yuga sarebbe alla fine, un fine che come per tutti i Manvantara sarebbe traumaticca.
Videoconferenza del canale YouTube LA CASA DEL SOLE TV, trasmessa online in diretta live streaming il giorno 30 Ottobre 2025.
Come sta cambiando la società occidentale con la retorica della guerra? Ne parliamo con Valentina Ferranti, antropologa, che ci racconta di come già da qualche anno il sistema informativo abbia iniziato ad introdurre un lessico “diverso” e quali sono le nostre armi per riconoscere e combattere questo trend.