𝗟’𝗔𝗡𝗧𝗜𝗙𝗔𝗦𝗖𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗥𝗔𝗙𝗙𝗢𝗥𝗭𝗔 𝗩𝗔𝗡𝗡𝗔𝗖𝗖𝗜

di Franco Marino

Premetto subito che Roberto Vannacci non è esattamente il mio tipo di personaggio. Anzi, trovo che sia l’incarnazione perfetta di quel fenomeno tutto italiano del generale in pensione che si improvvisa intellettuale pubblico, dispensando verità rivelate su qualsiasi argomento con la sicumera di chi è abituato a dare ordini senza replica. Il suo modo di porsi, quella spocchia da primo della classe che sa tutto lui, quella tendenza a trasformare ogni questione complessa in uno stomacante scontro da bar dello sport. Il problema è che, al di là del personaggio Vannacci che francamente lascia il tempo che trova, quando si vuol contestare ciò che scrive, bisogna farlo con esattezza, senza lasciarsi andare alle litanie antifasciste che non servono assolutamente a nulla. Ma veniamo al punto: Vannacci ha ragione o torto?

Il punto non è se questi fatti ci piacciano o meno, ma se corrispondano alla realtà di quello che accadde.

Quando Vannacci dice che Mussolini fu eletto deputato nel 1921, che la Marcia su Roma non fu propriamente un colpo di stato militare, che il governo ottenne la fiducia parlamentare e che le leggi razziali furono approvate dal Parlamento e promulgate dal Re, sta semplicemente elencando fatti storici documentati.

In merito al fatto che il fascismo – e ancor più il nazismo – salì al potere in maniera totalmente democratica, Vannacci ha detto semplicemente la verità. E vi salì per effetto della legge Acerbo che non faceva altro che proporre un premio di maggioranza alle liste che arrivavano prime, sulla base di un principio che oggi viene considerato – a torto, secondo me – sacrosanto, ossia che se un partito ha la maggioranza, deve avere una sorta di bonus aggiuntivo per poter governare.

Il motivo per cui i premi di maggioranza sono una follia risiede nel fatto che un governo non deve avere soltanto una maggioranza parlamentare ma anche un’effettiva rappresentanza popolare. In sintesi, se io ottengo una maggioranza relativa del 25% e per effetto di questa io ottengo i due terzi del Parlamento, mi sembra ovvio che questa rappresentatività se ne vada a farsi benedire. Il punto è che la legge Acerbo fu approvata da un Parlamento in cui il fascismo non era certo il partito di maggioranza.

In Germania, il nazismo salì al potere senza trucchetti elettorali di alcun tipo. E vi salì nonostante una costituzione che era, in tutto e per tutto, uguale all’attuale Costituzione italiana – con l’unica differenza che il presidente della Repubblica tedesca era eletto dal popolo – il che dovrebbe spiegare molto a coloro che credono che una carta costituzionale protegga da svolte eversive.

L’altra grande questione è relativa alle leggi razziali del 1938, che per quanto disgustose e vergognose possano essere state (e lo sono state eccome), non rappresentarono un’invenzione originale del fascismo italiano, ma semplicemente l’allineamento dell’Italia a pratiche legislative che erano già ampiamente diffuse in tutta Europa. E non stiamo parlando solo di discriminazioni contro gli ebrei, che pure rappresentarono la parte più drammatica e tragica di quelle legislazioni, ma di un intero sistema di classificazione razziale che coinvolgeva molteplici categorie di persone.

La Francia aveva introdotto il numerus clausus per gli studenti ebrei nelle università già nel 1935, ma aveva anche leggi discriminatorie contro i rom e i sinti che risalivano alla fine dell’Ottocento. L’Ungheria aveva varato le sue prime leggi antisemite nel 1920, diciotto anni prima di noi, accompagnate da normative che discriminavano anche le popolazioni slave e rom. La Polonia aveva istituito i “giorni senza ebrei” nelle università già negli anni Trenta, ma contemporaneamente applicava politiche discriminatorie sistematiche contro ucraini, bielorussi e lituani nei territori orientali. Gli Stati Uniti, patria della democrazia, non avevano solo le leggi razziali negli stati del Sud contro gli afroamericani, ma un intero sistema di quote razziali che limitava l’immigrazione di italiani, polacchi, ungheresi e di chiunque non fosse considerato appartenente alla “razza nordica”. Persino paesi come la Svezia e la Danimarca avevano programmi di sterilizzazione forzata per “migliorare la razza” che colpivano disabili, rom e popolazioni indigene sami.

I fatti sono questi e chi li nega non fa altro che delegittimare la causa antifascista. Questo non significa affatto giustificare o minimizzare l’orrore di quelle leggi, che rappresentarono senza dubbio la pagina più buia del ventennio fascista. Significa però riconoscere che il razzismo legislativo era una piaga europea e mondiale, non un’esclusiva italiana, e che colpiva molte più categorie di persone di quelle di cui solitamente si parla.

E qui casca l’asino delle opposizioni politiche che si stracciano le vesti per l’antifascismo: non riescono ad accettare che mettere il bavaglio alla storia, impedire ogni discussione seria sui fatti, trasformare ogni tentativo di analisi storica in un processo alle intenzioni, non fa altro che spalancare le porte proprio a quelle derive neofasciste che dicono di voler combattere. Ma evidentemente oggi questo approccio è diventato tabù, perché disturba la narrazione ufficiale secondo cui tutto il male del mondo nacque a Roma il 28 ottobre 1922.

Il paradosso è che questa ostinata volontà di monopolizzare l’antifascismo, di trasformarlo in una proprietà privata della sinistra italiana, finisce per essere controproducente proprio rispetto all’obiettivo dichiarato. Quando si impedisce ogni discussione seria sulla storia, quando si trasforma ogni tentativo di analisi in un’eresia da scomunicare, si finisce per alimentare quella curiosità morbosa verso il “proibito” che è il vero carburante delle nostre neodestre. È lo stesso meccanismo che funziona con i libri messi all’indice: più li vieti, più la gente li vuole leggere.

E così, mentre le opposizioni si lanciano in filippiche contro Vannacci accusandolo di voler riscrivere la storia, finiscono per fare esattamente quello che lui vuole: trasformarlo nel paladino della “verità censurata”, nell’uomo coraggioso che osa dire quello che gli altri non vogliono sentire. Il risultato è che un personaggio che dovrebbe rimanere ai margini del dibattito pubblico si ritrova al centro dell’attenzione mediatica, forte del sostegno di tutti quelli che sono stufi dell’ipocrisia politically correct.

La realtà è che il fascismo storico, quello vero, non ha bisogno di essere difeso dalle ricostruzioni di Vannacci. Si condanna da solo per quello che ha fatto: è inutile attribuire a Mussolini la paternità dell’omicidio Matteotti quando lo stesso figlio di quel deputato socialista si è sbracciato per decenni dicendo che i veri mandanti furono i Savoia e che Mussolini non c’entrava nulla, ed è inutile anche attribuire l’esclusiva delle leggi razziali al fascismo, quando ci sono migliaia di ragioni per essere antifascisti. Prima tra tutte che i nazionalsocialismi furono apertamente finanziati e appoggiati dalle potenze atlantiche in chiave antisovietica, ossia da quelle élite finanziarie oggi sotto attacco da parte della controinformazioni, per poi arrivare alla conclusione che, per colpa della guerra sciaguratamente perduta, ci siamo fatti riempire di basi NATO, finendo sotto lo scarpone degli americani – circostanza per la quale stiamo pagando, oggi, un salatissimo conto – e realizzando non la liberazione che festeggiamo ipocritamente da ottant’anni, bensì un semplice passaggio di proprietà.

Di motivi per essere contrari al fascismo ce ne sono migliaia ma devono basarsi sui fatti, non sulle liturgie ideologiche. E i fatti, quando li si conosce davvero, sono molto più efficaci di qualsiasi slogan per spiegare perché quel regime fu una sciagura per l’Italia.

𝗟'𝗔𝗡𝗧𝗜𝗙𝗔𝗦𝗖𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗥𝗔𝗙𝗙𝗢𝗥𝗭𝗔 𝗩𝗔𝗡𝗡𝗔𝗖𝗖𝗜
𝗟’𝗔𝗡𝗧𝗜𝗙𝗔𝗦𝗖𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗥𝗔𝗙𝗙𝗢𝗥𝗭𝗔 𝗩𝗔𝗡𝗡𝗔𝗖𝗖𝗜

FANON E VIRNO: ANTIDOTO ALLA PSEUDO-MOLTITUDINE

di Pasquale Liguori

Il 7 novembre è morto Paolo Virno. Ho iniziato a leggerlo da studente, con i suoi editoriali sul Manifesto. Negli anni ho inseguito, con fatica, le pagine più ostiche dei suoi libri. È un percorso da lettore, non da addetto ai lavori. Non so se agli amici e ai custodi della sua opera piacerà che un lettore qualunque lo evochi, magari risultando irriverente. Ma a me interessa riportare una sua intuizione dentro il presente, farle provocare attrito con ciò che accade. Credo che questa vitalità discreta, più che la devozione, gli sarebbe piaciuta.

Maggio 1990. Al salone del libro di Torino si tiene una conferenza sull’«identità culturale europea». Intellettuali (Vattimo, Derrida) discutono la crisi di quell’identità. Notano che è un «cumulo di paradossi», un territorio di «non più», un concetto «estenuato fino al collasso». È l’élite culturale europea che mette in scena un dibattito su sé stessa, ma lo fa solo per certificare la propria impotenza, la propria “dissoluzione”.

Paolo Virno scrive a riguardo un editoriale sul Manifesto, lo si può trovare nella bella raccolta “Negli anni del nostro scontento” edita da DeriveApprodi. La sua diagnosi è spietata: quel dibattito accademico è vacuo. E lo è perché ignora la lezione che, trent’anni prima, Frantz Fanon aveva imposto al mondo: “abbandoniamo questa Europa”.

Per Virno, l’intuizione di Fanon non era una semplice rivendicazione anticolonialista. Era una rottura metodologica. Fanon non intendeva rampognare l’Europa per aver tradito i propri “ideali universalistici” (il Diritto, l’Uomo, la Cultura); aveva attaccato quegli stessi ideali, smascherandoli come linguaggio del dominio.

La vera sorpresa, notava Virno, era che questa “via d’abbandono” era stata seguita non solo nel Terzo Mondo, ma dentro le metropoli: dagli operai della Volkswagen “estranei all’idea di cittadinanza”, dai punk, dai movimenti femministi. Questa era la moltitudine reale: un insieme di singolarità che, nel loro conflitto, rifiutavano l’identità universale e astratta imposta dall’alto.


Sono passati più di trent’anni. La diagnosi di Virno si è brutalmente attualizzata. La conferenza di Torino non è più un evento isolato; è diventato il palcoscenico permanente dei nostri feed. Il “linguaggio universale” in crisi non è più solo l'”identità europea”, ma è la sua evoluzione: il lessico del “diritto internazionale”, della “solidarietà” performativa.

E la “pseudo-moltitudine” contemporanea — di questo si tratta, anche se i suoi fautori la battezzano “moltitudine” — ha tragicamente scelto da che parte stare. Non ha la stessa genealogia di rottura di Fanon e degli operai della Volkswagen. Pratica un virtuosismo senza opera: un’attività che si esaurisce nella sua stessa visibilità, senza istituire nulla.

Si tratta del virtuosismo della flottiglia umanitaria che si consuma nella propria rappresentazione mediatica; dei sudari appesi: un’estetica del dolore che produce emozione e non organizzazione, compassione e non conflitto; delle piazze acefale, convocate da risibili “campi larghi”, dove la molteplicità non è potenza ma solo sommatoria di impotenze, neutralizzate in un consenso effimero; del sindaco-miracolo rosso a Wall Street, la cui elezione diventa un rito di assoluzione collettiva; dell’appello alla “figura giusta” nell’istituzione giusta. E così a madrina della massa viene elevata la relatrice speciale la cui funzione rimane una petizione fatta dall’interno della macchina imperiale.

Sono tutti riflessi di “opposizioni” inscritte nel sistema. Non sono la rottura dal sistema, ma la critica del sistema fatta con il linguaggio del sistema.

Questa pseudo-moltitudine ha dimenticato, meglio, non conosce la lezione di Fanon. Invece di “abbandonare” l’universale ipocrita, vi si aggrappa disperatamente. Invoca i tribunali internazionali, usando il “linguaggio dei vinti” sperando che il vincitore riconosca l’ingiustizia. È la perfetta trappola dell’impotenza.

È qui che occorre ritornare all’editoriale di Virno, sottraendolo a semplificazioni e ricordando la lezione radicale che aveva colto nel 1990.

La pseudo-moltitudine agisce il General Intellect alla stregua di un terreno neutro, uno strumento pacificato. Ma Virno, tramite Fanon, ci aveva avvertito: non lo è. Laddove Virno (in Grammatica della moltitudine) vede il linguaggio come comune e come potenza di cooperazione, Fanon (in Pelle nera, maschere bianche) lo rivela come ferita e come territorio colonizzato. Se il linguaggio è la “lingua del padrone” (il Diritto Internazionale, il lessico dell’innocua “solidarietà”), allora il General Intellect non è una prateria condivisa, ma il primo campo di battaglia.

Ne consegue la tesi politica centrale: il comune non è un’origine da cui partire, ma una destinazione da conquistare. Non è un dato da gestire, ma un riscatto da ottenere.

La “violenza” di Fanon non è (solo) la lotta armata. È l’atto istituente che spezza la logica del dominio. È il momento in cui la parola torna corpo e smette di essere petizione per farsi atto.

Il comune non precede la rottura; ne è il risultato. È ciò che si fonda dopo la violenza necessaria di aver “abbandonato l’Europa” (ieri), di aver abbandonato il “diritto internazionale” e la sua sintassi spettacolare (oggi) o, più esplicitamente, di incarnare una resistenza come quella palestinese.

La vera moltitudine non è quella vista all’opera che appende sudari e attende sentenze. È quella che sostituisce la lingua della petizione con la materia dell’organizzazione.

Tratto da: L’Antidiplomatico

FANON E VIRNO: ANTIDOTO ALLA PSEUDO-MOLTITUDINE
FANON E VIRNO: ANTIDOTO ALLA PSEUDO-MOLTITUDINE

LA GERMANIA VUOLE TORNARE AD AVERE L’ESERCITO PIU’ FORTE D’EUROPA

a cura di Resistenza Popolare

La Germania torna a riarmarsi e vuole tornare ad avere, l’esercito più forte di tutta Europa.

L’ultima volta fu ai tempi del Terzo Reich hitleriano, facendo tornare alla mente di tutti noi, lo spettro di quanto successe nel secolo appena trascorso, il Novecento

E c’è in più l’aggravante che l’UE sta sostenendo a spada tratta queste iniziative con la menzogna del “doverci difendere dalla Russia”.

A decretare il nuovo riarmo tedesco è lo stesso Cancelliere Merz che ha dichiarato: “Vogliamo rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte dell’Unione Europea, come si addice a un Paese della nostra dimensione e responsabilità”.

Nei “Piano Operativo Germania”, la Bundeswehr punta a crescere fino a 460.000 unità entro il 2029, con 80.000 soldati attivi e circa 120.000 riservisti, per garantire una forza mobilitabile in tempi rapidi.

A questo si aggiunge un massiccio programma di investimenti in armamenti, logistica e tecnologia, pensato per riportare l’esercito tedesco al vertice europeo per capacità operative.

“Non è un piano di guerra, ma piuttosto un piano di prevenzione della guerra”, ha spiegato il Tenente Generale Alexander Sollfrank, capo del Comando Operativo delle forze armate.

La storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa, MA QUESTA RISCHIA DI TRASFORMARSI IN UNA TRAGICA FARSA..

Nel Giugno del 1941 l’invasione dell’URSS fu la rovina della Germania nazista e questa fu la salvezza ed un futuro per tutti noi.:

Oggi, un riarmo giustificato da una minaccia costruita a tavolino e non supportata da nessuna verità effettiva, se portata avanti davvero, spingerà tutto il Vecchio Continente in fondo al baratro senza vere speranze di salvezza futura.

FERMIAMOLI!

LA GERMANIA VUOLE TORNARE AD AVERE L'ESERCITO PIU' FORTE D'EUROPA
LA GERMANIA VUOLE TORNARE AD AVERE L’ESERCITO PIU’ FORTE D’EUROPA

LA VERITA’ SULLE DONAZIONI DI SANGUE

a cura di Simona Mattes Melilli

Per decenni si è detto alla gente che donare il sangue è un atto nobile che salva vite. La verità è che il sangue finisce direttamente negli ospedali, nelle braccia di pazienti che ne hanno disperatamente bisogno. Sebbene alcune di queste cose accadano, la verità è molto più oscura.

Il sangue non è solo una risorsa medica, ma anche energetica e genetica. Una grande quantità di sangue donato non raggiunge mai i pazienti. Viene invece dirottato verso laboratori di ricerca, aziende farmaceutiche, progetti militari e programmi segreti. Il sangue può essere conservato, catalogato e studiato per il suo DNA. Può anche essere utilizzato in esperimenti di clonazione, manipolazione genetica e persino rituali.

Ecco perché la spinta per le donazioni di sangue non si ferma mai. Pubblicità, notizie e post sui social media implorano donazioni, avvertendo sempre della carenza. In realtà, raramente c’è carenza di sangue per gli ospedali. Ciò che c’è è una richiesta incessante di sangue fresco in programmi nascosti di cui il pubblico non viene informato.

E qui la situazione si fa ancora più inquietante. Non tutto il sangue viene trattato allo stesso modo. Il sangue di coloro che non hanno mai fatto le iniezioni è considerato molto più prezioso di quello di coloro che le hanno fatte. Il sangue non vaccinato è chiamato sangue puro dietro le quinte. Porta con sé il codice genetico originale dell’umanità ed è privo di materiali estranei e di frequenze alterate. Questo sangue puro è apprezzato per la clonazione, la mappatura del DNA e per coloro che comprendono il potere energetico che il sangue trasporta.

Il sangue vaccinato viene ancora raccolto e utilizzato, ma non è tenuto nella stessa considerazione. Chi conosce la verità lo vede compromesso, alterato e meno efficace per i progetti più oscuri che dipendono dal sangue umano. Dietro le quinte, è già nato un mercato sotterraneo in cui il sangue puro viene scambiato come l’oro.

Ciò significa che, mentre al pubblico viene detto che ogni pinta salva una vita, la realtà nascosta è che il sangue è una delle risorse più ricercate sulla Terra. Il sistema delle donazioni non è mai stato solo finalizzato a salvare vite umane. Si è trattato di raccogliere e controllare l’essenza più sacra dell’umanità.

Quando la verità verrà a galla, il mondo capirà perché c’è stata una spinta così aggressiva per le donazioni di sangue e perché il sangue puro viene protetto e ricercato in modi che il pubblico non avrebbe mai potuto immaginare.

LA VERITA' SULLE DONAZIONI DI SANGUE
LA VERITA’ SULLE DONAZIONI DI SANGUE

FORTUNA O SFORTUNA?

a cura di Energia del Corpo

Un vecchio contadino aveva un cavallo bianco che un giorno fuggì nella steppa. I vicini andarono a consolarlo per la sfortuna, ma lui rispose: “Come fate a sapere che sia una sfortuna?”.

Pochi giorni dopo, il cavallo ritornò, accompagnato da una magnifica mandria di cavalli selvatici.

I vicini lo felicitarono per la sua fortuna. Il contadino replicò: “Come fate a sapere che sia una fortuna?”.

Il figlio del contadino, nel tentativo di domare uno di quei cavalli, cadde e si ruppe una gamba. I vicini tornarono con le condoglianze.

L’uomo disse di nuovo: “Come fate a sapere che sia una sventura?”.

Poco dopo, l’esercito imperiale passò per il villaggio per arruolare tutti i giovani uomini. Il figlio, grazie alla gamba rotta, fu risparmiato.

Zhuangzi, Capitolo 18 (Godendo sulla montagna) –

ll concetto di Wu Wei e di relatività spiegati in una parabola: “fortuna” o “sfortuna”, ciò che sembra negativo può avere conseguenze positive, e viceversa.

FORTUNA O SFORTUNA?
FORTUNA O SFORTUNA?

Libano verso una nuova escalation?

a cura della Redazione

11-11-2025

Da oltre una settimana, la Siria meridionale e il Libano subiscono un intenso disturbo delle comunicazioni e dei segnali radar, in concomitanza con il continuo sorvolo del drone israeliano Nahshon Shavit 684 nello spazio aereo della regione.

Queste operazioni di intelligence si svolgono nel contesto di una chiara escalation israeliana, supportata da Stati Uniti e Gran Bretagna, e di continue incursioni israeliane nella Siria meridionale e attacchi aerei in Libano.

Inoltre, droni statunitensi sono stati avvistati al largo del Mar Mediterraneo, del Golfo Persico e del Mar Rosso, insieme ad aerei britannici in rifornimento sopra il Golfo e il Mediterraneo, per monitorare l’escalation, gli sviluppi e la raccolta di informazioni elettroniche.

Dal cessate il fuoco del novembre 2024, il regime sionista ha lanciato quasi mille proiettili e oltre 100 attacchi aerei in Libano, secondo la forza di pace delle Nazioni Unite Unifil. Oltre 300 libanesi sono stati uccisi, la maggior parte civili, mentre Hezbollah ha rivendicato un solo attacco nello stesso periodo. Nessun colono israeliano è morto a causa del fuoco transfrontaliero dalla tregua. Il Libano accusa Israele di usare la vaga clausola di “autodifesa” del cessate il fuoco per giustificare attacchi quotidiani, spesso contro infrastrutture civili.

Hezbollah, l’unica forza in grado di resistere al predominio militare israeliano nella regione, considera gli attacchi come parte di una più ampia campagna per indebolire il gruppo con il pretesto di violazioni del cessate il fuoco.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Libano verso una nuova escalation?
Libano verso una nuova escalation?

PIENA SOLIDARIETA’ AL PROFESSOR D’ORSI

a cura di Resistenza Popolare

Esprimiamo piena solidarietà a professor D’Orsi vittima della censura che il nostro Paese riserva a chiunque osi pensarla diversamente dalla propaganda NATO e USA.

La conferenza “Russofobia, russofilia, verità” prevista il 12 novembre a Torino nei locali del Polo del ‘900 è stata cancellata con la stessa scusa che ha impedito al direttore d’orchestra russo Gergiev e al baritono Abdrazaov di esibirsi, cioè quella di fare propaganda filo-russa.

La notizia dell’annullamento è stata rilanciata con gioia dalla Picierno, la quale ricopre il ruolo di vice Presidente del Parlamento UE, che si è dichiarata molto contenta che questi atti di censura vengano attuati.

Noi invece troviamo vergognoso che la libertà di parola e di espressione sia costantemente osteggiata e limitata., per questo rinnoviamo la nostra piesa vicinanza e solidarietà al professor D’Orsi.

PIENA SOLIDARIETA' AL PROFESSOR D'ORSI
PIENA SOLIDARIETA’ AL PROFESSOR D’ORSI

OUTSIDER: ESSERE FUORI DAGLI SCHEMI IMPOSTI

di Mike Plato

Tertulliano, nel tardo antico, ha sempre promosso ideologie tipicamente cattoliche. Fu il primo a parlare di TRINITA, DIO IN TRE PERSONE, idea che trovo assurda ma comunque pionieristica e a tutt’oggi pienamente avallata dalla pretaglia vescovile per i suoi biechi fini arcontici. Eppure non gli bastò per avere la santità, in quanto nel periodo tardo della sua esistenza entrò nei Montanisti. Il montanismo fu un movimento cristiano del II secolo, fondato da Montano in Frigia, caratterizzato da un profetismo estatico e da un ritorno alla radicalità evangelica. I seguaci credevano che lo Spirito Santo parlasse attraverso profeti (tra cui le donne Priscilla e Massimilla) e attendevano la fine dei tempi e la venuta di Cristo, praticando un moralismo severo, il digiuno e la castità. Questo lo portò a uno scontro con la Chiesa ufficiale, che lo etichettò come eresia. In sostanza IRENEO fu santo perché fedele alla chiesa, TERTULLIANO fu bollato come eretico….

Badate che oggi questo meccanismo è adottato dall’accademia scientifica. Il santo oggi è lo scienziato che, se fedele al dogma imperante, viene ritenuto tale, se non un LUMINARE, altrimenti fa la stessa fine di MONTAIGNER che, pur avendo conseguito il nobel a suo tempo, è stato considerato un eretico o, peggio, un rincretinito per la sua posizione vaccinale, dato che il BUSINESS MONDIALE DEL FARMACO aveva imposto quell’idea da cui nessun uomo di scienza doveva derogare perchè si continuasse a considerarlo scienziato.

COLIN WILSON dedicò uno splendido saggio all’archetipo degli OUTSIDER…

E TU CHI DIAMINE VUOI ESSERE? UN OUTSIDER O UN ALLINEATO CONFORMISTA? UN APOCALITTICO O UN INTEGRATO? VUOI FAR FUNZIONARE LA TUA TESTA O VUOI DELEGARE QUESTA FUNZIONE AD ALTRI MORTI COME TE?

OUTSIDER: ESSERE FUORI DAGLI SCHEMI IMPOSTI
OUTSIDER: ESSERE FUORI DAGLI SCHEMI IMPOSTI

IN OGNI RELAZIONE SPERIMENTIAMO NOI STESSI

di Ottava di Bingen

Ogni relazione è un laboratorio silenzioso in cui l’anima sperimenta se stessa.
Non importa se si tratta di amore,
amicizia, famiglia o un incontro fugace:
ogni volta che entriamo in contatto con un altro essere umano,
qualcosa di profondo in noi viene messo alla prova.
Nelle relazioni emergono le parti che da soli non possiamo vedere
le nostre ferite,
le nostre paure,
ma anche la capacità di amare,
di perdonare,
di restare presenti.
L’altro diventa uno specchio che riflette ciò che abbiamo dentro,
nel bene e nel male.
A volte ci mostra la luce che abbiamo dimenticato,
altre volte ci costringe a guardare le ombre da cui fuggiamo.
Per questo le relazioni non sono solo un luogo di conforto o di compagnia,
ma un vero e proprio cammino iniziatico:
ci insegnano la vulnerabilità,
la responsabilità e la libertà.
Ci spingono a superare l’ego,
a riconoscere che la crescita non avviene nel possesso,
ma nell’incontro.
Amare davvero significa lasciarsi trasformare dal contatto con l’altro,
accettando che ogni incontro,
anche il più difficile,
può essere un’occasione per conoscere meglio se stessi
e avanzare un passo nel viaggio dell’anima.
(Ottava)

IN OGNI RELAZIONE SPERIMENTIAMO NOI STESSI
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