“Il Testimone unico si riflette, sotto forma di “io sono”, in innumerevoli corpi. La personalità è solo un prodotto dell’immaginazione. Il Sè manifesto è vittima di questa immaginazione. Il prenderti per ciò che non sei è all’origine della tua schiavitù.”
Sulle colline che circondano Chiusdino, nel cuore della Toscana medievale, sorge la Rotonda di Montesiepi, un edificio essenziale e solenne nella sua geometria perfetta. Al centro della cappella, sotto una teca trasparente, si conserva una spada infissa nella roccia: la lama, corrosa dal tempo, si innalza dal masso come un segno di pietra e metallo che attraversa i secoli. È la spada di San Galgano Guidotti, uno dei simboli religiosi più enigmatici e potenti del Medioevo europeo.
La vita di Galgano ci è nota attraverso la Vita sancti Galgani, redatta pochi anni dopo la sua morte (1181) da un autore anonimo, forse un monaco cistercense. Il testo racconta la metamorfosi di un giovane cavaliere superbo e violento in un eremita penitente. Nato in una famiglia nobile di Chiusdino, Galgano trascorse la giovinezza tra tornei, ambizioni e guerre, finché una visione divina lo spinse a rinunciare alle armi. L’arcangelo Michele, apparendogli, lo invitò a piantare la spada nella terra, trasformandola in una croce. Giunto sul colle di Montesiepi, Galgano obbedì: conficcò la lama in un masso e vi costruì attorno la sua cella eremitica.
Quel gesto, in apparenza semplice, racchiudeva un’intera teologia della rinuncia. La spada, strumento di violenza, veniva trasfigurata in simbolo di pace e di redenzione. Non era un atto di debolezza, ma la più alta espressione di forza spirituale: l’abbandono del potere terreno per accogliere una più profonda investitura divina.
L’oggetto conservato a Montesiepi non è una reliquia posticcia né una creazione leggendaria. Le indagini metallografiche condotte nel 2001 dal CNR e dall’Università di Pavia hanno dimostrato che la lama è effettivamente di produzione tardo-medievale, databile al XII secolo, e che è infissa in un unico blocco di pietra locale, privo di segni di manomissione. Anche i frammenti metallici ritrovati nei pressi della teca, probabilmente staccati da pellegrini o curiosi nel corso dei secoli, risultano compatibili con la lega originaria. La spada, dunque, è autentica nel tempo e nel gesto.
Pochi anni dopo la morte del santo, la fama di Galgano si diffuse rapidamente. Nel 1185 papa Lucio III ne riconobbe la santità e sul luogo del suo eremitaggio sorse la Rotonda di Montesiepi, seguita, più in basso nella valle, dalla grande abbazia cistercense costruita tra il XIII e il XIV secolo. Le rovine dell’abbazia, maestose e prive di tetto, ancora oggi aperte al cielo, custodiscono l’aura di quella conversione cavalleresca che ne ispirò la fondazione.
La forza del mito di Galgano non risiede solo nella sua verità storica, ma soprattutto nella potenza simbolica del gesto. La spada infissa nella pietra segna il confine tra due mondi: la materia e lo spirito, la violenza e la redenzione, la guerra e la pace. È un simbolo che oltrepassa i confini geografici, trovando paralleli nell’iconografia e nella spiritualità bizantina.
In ambiente orientale, la spada possedeva infatti un profondo valore teofanico. Nell’arte bizantina l’Arcangelo Michele è spesso rappresentato con una spada che trafigge il male o che si pianta nella terra al termine della battaglia, a significare la giustizia divina compiuta e la pace ristabilita. Nelle agiografie dei santi militari orientali, Giorgio, Demetrio, Teodoro, ricorrono episodi di deposizione simbolica della spada, spesso dopo una visione celeste. Non è improbabile che, attraverso i monasteri italo-greci, i contatti tra pellegrini e le crociate, queste immagini abbiano trovato eco nella spiritualità toscana del XII secolo.
La spada di San Galgano, quindi, si inserisce in una tradizione che unisce Oriente e Occidente: un gesto di conversione universale, espresso nella lingua del sacro. Ma, a differenza dei santi guerrieri bizantini, Galgano non depone la spada per ordine di un imperatore o per missione militare: la conficca nella roccia come segno di totale resa a Dio, in un atto che unisce l’eroismo del cavaliere e l’umiltà del monaco.
Con il passare dei secoli, la leggenda di Montesiepi entrò in dialogo con quella arturiana, e il tema della “spada nella roccia” si diffuse nei poemi cavallereschi come prova di elezione e di purezza. Tuttavia, la distanza tra le due narrazioni è sostanziale. Nella Materia di Bretagna, la spada è segno di potere e destino regale; a Montesiepi, è simbolo di spoliazione e penitenza. Là la lama si estrae, qui si pianta: un gesto inverso che rovescia il senso della cavalleria, trasformandola da strumento di dominio a via di salvezza.
Le affinità tra Galgano e Artù, tuttavia, non si esauriscono nel parallelismo iconico. Entrambe le figure incarnano un ideale cavalleresco riformato, sospeso tra forza e sacralità. Nella leggenda bretone, estrarre la spada significa essere scelti per regnare; in quella toscana, piantarla nella roccia significa essere scelti per servire. In entrambe le narrazioni la spada è il tramite del sacro, il segno di una chiamata che trascende l’individuo.
È difficile stabilire se la vicenda di Montesiepi abbia influenzato direttamente la tradizione arturiana o se entrambe derivino da archetipi comuni. Quando Galgano morì, nel 1181, la Materia di Bretagna circolava già in forma orale ma non ancora nelle versioni scritte di Chrétien de Troyes, databili alla fine del XII secolo. È dunque possibile che il racconto toscano e quello bretone siano contemporanei, alimentati da una stessa atmosfera spirituale: quella di un’Europa che cercava di conciliare la cavalleria con la santità.
In questo contesto, la figura di San Galgano rappresenta un punto di svolta. È il cavaliere che, anziché estrarre la spada per dominare, la pianta per obbedire; che non riceve un regno, ma ritrova se stesso nella pace. Alcuni studiosi, tra cui Franco Cardini, hanno ipotizzato che la leggenda toscana potesse influire indirettamente sulla diffusione del motivo arturiano, anche grazie alla rete dei monaci cistercensi, presenti sia in Toscana sia nelle regioni della Francia dove prese forma il ciclo bretone.
D’altra parte, il gesto di Galgano, con la spada che si trasforma in croce, trova un’eco lontana nel destino di Artù, che restituisce la sua spada sacra, Excalibur, alle acque da cui era sorta. Due gesti opposti ma complementari, entrambi legati all’idea che il potere dell’arma, per essere autenticamente sacro, debba essere restituito al divino.
Si potrebbe dire che Galgano e Artù rappresentano le due facce di un medesimo archetipo: il cavaliere eletto, l’uno attraverso la rinuncia, l’altro attraverso la conquista. Galgano raggiunge la santità disarmandosi; Artù conquista la regalità armando la propria fede. Ma entrambi, superando la dimensione profana del ferro, fanno della spada un ponte tra l’umano e il divino.
Oggi la spada di Montesiepi continua a suscitare stupore e domande. Alcuni vi vedono l’archetipo della cavalleria cristiana, altri una metafora di pace universale. La sua forza simbolica, tuttavia, risiede nella sua ambivalenza: arma e croce, reliquia e mito, testimonianza materiale e segno spirituale. Come ha scritto Franco Cardini, Galgano è “l’ultimo cavaliere e il primo santo moderno”, colui che trasforma il ferro della guerra in strumento di contemplazione.
Nel silenzio della Rotonda, dove la luce filtra dalle piccole finestre e cade sulla lama incastonata nella pietra, si percepisce ancora la tensione di quel gesto antico: non una leggenda, ma una memoria viva di fede e di rinuncia. La spada nella roccia di San Galgano rimane così una delle più alte sintesi del Medioevo cristiano, un luogo in cui la storia si fa simbolo, e il simbolo, con il tempo, diventa mito.
FONTI E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ESSENZIALI
• Vita sancti Galgani, ed. critica in G. Penco (a cura di), Fonti agiografiche toscane del XII secolo, Firenze, Olschki, 1972.
• Franco Cardini, San Galgano: storia, culto e leggenda del cavaliere di Chiusdino, Siena, Cantagalli, 1998.
• Piero Pruneti, La spada nella roccia. Storia e mistero di San Galgano, Firenze, Le Lettere, 2012.
• R. Petrocchi, “La Rotonda di Montesiepi e il simbolismo cavalleresco di San Galgano”, in Studi medievali, XLV (2004), pp. 345-370.
• CNR – Laboratorio di Archeometallurgia, Analisi della spada di Montesiepi, Rapporto tecnico, Pavia, 2001.
• S. Der Nersessian, L’iconografia dell’Arcangelo Michele nell’arte bizantina, Venezia, Istituto Ellenico, 1960.
Poichè capita spesso che molti mi chiedano la differenza di visione tra Sunniti e Sciiti sulla figura del Mahdi, in estrema sintesi posso dire che i punti di accordo tra i due sono:
(i) che il Mahdi discende dalla progenie del Profeta, sia attraverso Hasan sia attraverso Husain;
(ii) che il suo nome e il nome di suo padre sono gli stessi del Profeta e di suo padre rispettivamente;
(iii) che apparirà alla fine dei tempi; e
(iv) che sarà il leader dei musulmani prima e poi di tutta l’umanità quando Gesù (`Isä b. Maryam) discenderà dal cielo.
Ho ricevuto śakti-nipāta (discesa della Grazia) dai tre guru del mio lignaggio in diverse occasioni nella mia vita, a partire dal 1982: in sogno, in meditazione e dal vivo, e come me molti altri ricercatori, ergo sono stato fortunato pur non essendo nulla di speciale.
La risposta sul perché esistono esseri umani che raggiungono un livello così alto di coscienza lo si può intuire dalle leggi statistiche: così come esistono tanti esseri di media, bassa e bassissima levatura, Madre Natura a campione elegge creature con un livello di evoluzione psichica superiore.
Tra le tante prove della presenza del lignaggio dietro le mie spalle, una speciale la ebbi una notte tornando a casa in macchina. Ero stanco, dopo un allenamento estenuante in palestra, e procedevo in autostrada sulla carreggiata per il sorpasso, andavo secondo i limiti di velocità imposta, non c’erano tante macchine. Cantavo i miei mantra quando ad un tratto sentii una forza afferrare il mio braccio sinistro ed imporgli un movimento fulmineo verso destra. Sterzai come se avessi dovuto improvvisamente impegnare una rampa d’uscita vista all’ultimo istante. La macchina quasi sbandò, ebbi un’impennata di adrenalina che raddoppiò in una frazione di secondo.
Come mi spostai sulla carreggiata di destra nello stupore, una supercar ribassatissima, arrivata dal buio pesto dietro di me ad una velocità folle che non avrebbe consentito nessuno spazio né di manovra né di frenata, sfrecciò, in un rombo infernale alla mia sinistra, inseguita dalle volanti della polizia. In quell’istante, realizzando l’accadente, ebbi un’altra botta di adrenalina che mi rese frizzante il sangue, seguita da un calore divampante. Visualizzai prima la perla blu e poi i volti dei miei guru, calmi e distaccati, che mi guardavano con premura paterna, come a dire:”sei sotto la nostra ala protettrice…”.
Ciò che percepiamo oggi non è il proseguimento del vecchio mondo, ma la sua eco: una proiezione residua che lentamente si dissolve. La linea temporale della realtà tridimensionale, quella basata sulla densità e sulla separazione, è già crollata. Le strutture che un tempo la sostenevano non sono più ancorate alla rete cosmica, e ciò che resta è soltanto un ponte temporaneo — una realtà di transizione.
Questa dimensione-ponte esiste per permettere a ciascuno di noi di adattarsi al nuovo livello di coscienza. Non è un errore, né un collasso casuale: è un processo di risveglio. Il vecchio sistema, costruito su potere, manipolazione e paura, non poteva sopravvivere in un campo vibrazionale che ora risuona su frequenze più elevate. Le fondamenta della terza dimensione si sono dissolte, e con esse tutto ciò che si reggeva sull’illusione del controllo.
Come nel film Matrix, l’umanità sta iniziando a intravedere la natura della propria prigione invisibile. La “matrice” non è fatta di fili o macchine, ma di pensieri, abitudini, paure e programmi collettivi che per secoli hanno definito ciò che credevamo reale. Molti scelgono ancora la “pillola blu” — la sicurezza dell’illusione — ma sempre più anime sentono la chiamata della “pillola rossa”: la verità che libera, anche se inizialmente sconvolge.
Il risveglio non consiste nel fuggire dal mondo, ma nel vederlo per ciò che è: un sogno condiviso che possiamo riscrivere da dentro.
Ecco perché assistiamo al crollo dei sistemi che un tempo sembravano indistruttibili: governi che si disgregano, economie che si destabilizzano, media che perdono la capacità di guidare la percezione collettiva. L’inganno non trova più terreno fertile. Le maschere cadono, e la verità — quella che era rimasta celata sotto strati di apparenze — emerge con forza.
Molti cercano ancora di trattenere ciò che sta svanendo: lavori, relazioni, convinzioni o ruoli che non risuonano più con le nuove frequenze. Ma ciò che non vibra in armonia con la nuova energia non può restare. Persone e situazioni si allontanano spontaneamente, e questo non è un errore: è il naturale riallineamento dell’anima.
Non siamo qui per riparare il vecchio mondo, ma per dare forma a quello nuovo.
Proprio come Neo, siamo chiamati a ricordare chi siamo veramente: non semplici comparse in un sistema, ma esseri di luce capaci di creare realtà. La libertà non si conquista con la lotta, ma con la consapevolezza.
Quando riconosci che la “matrice” è solo un riflesso del pensiero collettivo, puoi scegliere di non alimentarla più.
Abbiamo scelto di incarnarci in questo momento di trasformazione planetaria, sapendo che la struttura 3D si sarebbe dissolta. Il nostro compito è mantenere la luce, radicare la pace e aprire la via a una coscienza più ampia.
I segni del cambiamento diventeranno sempre più evidenti: eventi sincronici, manifestazioni improvvise, incontri con anime affini che “ricordano”. La Nuova Terra non è un sogno lontano — esiste già, vibra attorno a noi. Stiamo solo attraversando le ultime ombre che separano la mente dal cuore, l’illusione dalla verità.
Non si tratta di una fine, ma di un inizio maestoso.
Un nuovo ciclo sta nascendo, fondato sull’amore, sull’unità e sulla consapevolezza.
La nuova realtà è già qui — e tu ne sei parte attiva.
Come dice Morpheus in Matrix:
> “Io posso solo mostrarti la porta. Sei tu quello che deve attraversarla.”
E ora quella porta è davanti a noi tutti.
IL TRAMONTO DELLA VECCHIA REALTA’ E LA NASCITA DELLA NUOVA TERRA
La guerra civile in Sudan, iniziata nell’aprile 2023, è rapidamente degenerata da una lotta interna per il potere tra l’Esercito Sudanese (SAF) guidato dal Generale Al-Burhan e le Forze di Supporto Rapido (RSF) guidate da Hemeti, in una complessa competizione geopolitica internazionale.
Le Poste in Gioco: Oro e Mar Rosso
Il Sudan è un territorio di cruciale importanza geostrategica.
* Mar Rosso: La sua posizione costiera sul Mar Rosso lo rende vitale per le rotte commerciali e la sicurezza energetica globale (circa il 10% del commercio marittimo mondiale passa di lì).
* Risorse: Il Sudan possiede ricche risorse, in particolare l’oro. Il controllo delle risorse aurifere è una fonte primaria di finanziamento per entrambi i belligeranti.
Le Cause del Conflitto e la Disintegrazione
Il conflitto è stato innescato dalla disputa sull’integrazione delle RSF (forze paramilitari) nell’esercito regolare. Hemeti chiedeva un periodo di integrazione di dieci anni, mentre Burhan ne pretendeva due, portando all’escalation delle ostilità.
L’obiettivo finale è la disintegrazione del Sudan in cinque parti da parte del piano occidentale e sionista. Israele, che già aveva avuto un ruolo nella separazione del Sud Sudan nel 2011, continua a espandere la sua influenza.
Attori Esterni e Loro Interessi
La crisi è un “microcosmo” di un nuovo ordine mondiale, con potenze regionali e internazionali che perseguono i propri interessi.
Sostenitori delle RSF (Hemeti): Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) sono il principale sponsor. I loro obiettivi includono l’accesso strategico ai porti del Mar Rosso per la loro rete logistica globale, il contrasto ai movimenti vicini ai Fratelli Musulmani, e lo sfruttamento delle risorse naturali, specialmente l’oro. A questo asse si uniscono Stati Uniti, Israele, Regno Unito e Francia.
Sostenitori della SAF (Burhan): L’esercito riceve supporto, talvolta indiretto, da Egitto, Turchia e, più recentemente, Iran e Russia. L’Iran sostiene il governo legittimo (SAF) per la stabilità e la sicurezza in Sudan.
Sviluppi Recenti: La Caduta di Al-Fashir
Un punto di svolta critico è stata la caduta di Al-Fashir (capitale del Darfur settentrionale) nell’ottobre/novembre 2025.
* Al-Fashir era l’ultima roccaforte dell’esercito nelle cinque province del Darfur.
* La sua caduta consolida il controllo delle RSF sul Darfur, garantendo loro un punto d’appoggio per un potenziale governo parallelo e aumentando il rischio di ulteriore disgregazione del paese.
* Sono stati segnalati massacri di massa e pulizia etnica contro le comunità non arabe in seguito alla presa della città.
Conclusioni
Il Sudan è ora effettivamente diviso geograficamente: l’Est e il Nord sono sotto il controllo dell’esercito (SAF), mentre l’Ovest è sotto il controllo delle RSF. Il conflitto è guidato da fattori esterni e dalla competizione tra potenze, e non mostra un orizzonte chiaro.
(Fonte sepahnews)
SUDAN: LA CRISI ESPLOSIVA E IL RUOLO DELL’ASSE USA-ISRAELE
Non vi è nessun reale collegamento tra Mazzini ed il “pensiero” (se così si può definire – e so che mi prenderò insulti) di Charlie Kirk, per il semplice fatto che i riferimenti ideologici di Kirk hanno sempre disprezzato il primo.
Riporto a questo proposito parte di un mio articolo pubblicato su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, dal titolo “Grandi risvegli e figli della luce”.
“A cavallo tra XVIII e XX secolo si possono contare almeno tre o quattro (a seconda delle interpretazioni) differenti Great Awakenig (sarebbero addirittura cinque con l’attuale). Tutti, per quanto ispirati da pratiche religiose nate in Europa, hanno avuto origine negli Stati Uniti. E tutti hanno avuto riflessi sia nell’ambito religioso che in quello politico […] Ritornando ai diversi grandi risvegli, è utile riportare che le radici di questo fenomeno possono essere facilmente individuate nel pietismo: corrente protestante sviluppatasi in Europa centrale nei secoli XVII e XVIII come reazione al classico dogmatismo luterano. Questo contrapponeva al razionalismo della teologia luterana la valorizzazione della devozione interiore attraverso la quale gli adepti si sollevavano al grado di risvegliati o rigenerati. Sulla base di quest’idea di risveglio o rinascita in Cristo si sono sviluppati i Great Awakening nordamericani a partire dal XVIII secolo. Il primo si riconduce al metodismo, che offrì nuova sostanza e forza all’azione dei predicatori evangelici, in genere di matrice calvinista e contraddistinti da forte rigore morale. Negli Stati Uniti si segnala l’azione del predicatore scozzese Thomas Chalmers (1780-1847) […] oppure abbiamo l’opera di predicazione carismatica dei pastori George Whitefield (1714-1770) e Jonathan Edwards (1703-1758) […] La predicazione di quest’ultimo fu accompagnata da un’ondata di fanatismo millenarista che dilagò dal Connecticut al New England. La sua predicazione, richiamando alla ‘Nuova Israele’ americana e al patto stipulato con Jahvè, suscitò folle estatiche che ascoltavano i sermoni di pastori itineranti […] Seguì il Second Great Awakening (1800-1858), particolarmente forte nel nord-est e nel Midwest, che coinvolse i ceti medio-bassi ed ebbe come centro della predicazione revivalista il cosiddetto Burned over district nella parte occidentale di New York, così chiamato per il tema costante delle prediche: la dannazione eterna nel fuoco dell’inferno. Al Third Great Awakening (1859-1900) viene generalmente associato l’impulso all’azione missionaria e la nascita dei Testimoni di Geova. Mentre con il Fourth Great Awakening (iniziato a cavallo degli anni ’60 del secolo scorso) si entra in una dimensione più propriamente politica e geopolitica. Esso si contraddistingue per il successo di alcune sigle più conservatrici all’interno del panorama religioso nordamericano che si impegnarono, ad esempio, in battaglie etiche, dettate da una lettura letteralista del testo biblico, contro l’evoluzionismo ed in favore del creazionismo.
Qui si rende necessario aprire una prima breve parentesi visto che tanto l’evoluzionismo, quanto il creazionismo, hanno entrambe origine moderna. Entrambe afferma il già citato Lord Northbourne cercano di spiegare ogni cosa in termini di immediato e tangibile vantaggio e svantaggio. Dunque, entrambe, pur ponendosi in antitesi l’una con l’altra (visto che il creazionismo parte da un presupposto religioso), sono governante da una tendenza intrinsecamente materialista.
Al Fourth Great Awakening è legata la figura del noto pastore evangelico Bill Graham (1918-2018). Questo, di fama internazionale, ha esercitato la sua influenza su molti inquilini della Casa Bianca, e più in generale sui vertici politici USA, per tutta la metà del XX secolo e l’inizio del XXI, da Eisenhower a Jimmy Carter e Bill Clinton fino al vice presidente di Donald J. Trump Mike Pence.
Con quello che potremmo definire come il Fifth Great Awakening (la cui data di inizio potrebbe coincidere con l’elezione di Donald J. Trump nel 2016) la dimensione geopolitica assume un valore ancora maggiore. Tuttavia, il tradizionale destino manifesto (la missione degli Stati Uniti volta alla costruzione di un ordine mondiale a propria immagine e somiglianza) viene mascherato da una lotta ideologico-escatologica tra bene (l’umanità in generale) e male (le élite liberali transnazionali che vengono presentate come alleate della minaccia numero uno all’egemonia globale USA, la Cina).
Questa nuova teologia politico-apocalittica è stata capace di superare lo stesso trumpismo (la sconfitta elettorale dell’uomo che Dio ha inviato per liberare il mondo dal male secondo gli adepeti di QAnon) ed i confini del centro imperiale per diffondersi nella periferia europea (anche grazie a zelanti agitatori politici, tra cui il pensatore russo Alexandr Dugin, autore di un manifesto del Grande Risveglio contro il Grande Ripristino in cui vengono tessute le lodi del trumpismo e dell’America come luogo del crepuscolo del liberalismo).”
In realtà, più che crepuscolo del liberalismo, si potrebbe parlare di un rinnovato liberalpopulismo sulla scia di Andrew Jackson, almeno a parole.
Prosegue l’articolo su “Eurasia”: “Ora, la suddetta teologia politico-apocalittica, profondamente ispirata dai temi classici dell’evangelismo e del sionismo cristiano, ha un suo riferimento teorico in un altrettanto breve opuscolo del 1944 scritto dal teologo riformato Reinhold Niebuhr dal titolo The children of the light and the children of darkness. L’opera merita l’apertura di una nuova parentesi visto che in essa si esprime l’idea di un vero e proprio scontro esistenziale tra gli Stati Uniti e l’Europa. L’idea, ad onor del vero, non sarebbe neanche particolarmente originale. Già per tutto il corso del XIX secolo negli Stati Uniti vennero propugnate tesi dal sentore cospirazionista secondo le quali gli Imperi europei, in combutta con il Papa ed i gesuiti, stessero cercando di distruggere il governo democratico di Washington.
Di fatto, la civiltà democratica moderna è al centro dell’opuscolo di Niebuhr. Essa, con il credo liberale è espressione dei figli della luce il cui unico peccato è quello di un ingenuo approccio sentimentale alle relazioni internazionali. Va da sé che Niebuhr (anche a ragione, sebbene per motivi differenti da quelli reali) non riconosce nella Grecia antica l’origine della democrazia moderna. Questo, al contrario, è un fenomeno intrinsecamente collegato allo sviluppo della società borghese. Alla civiltà democratica si oppone quella proposta dai figli delle tenebre votati al cinismo morale (caratteristica che, secondo Niebuhr, accomuna tanto Mussolini, collegato da una linea diretta con Mazzini, quanto Hitler) il cui antidemocratismo sarebbe influenzato sul piano politico da Hobbes e su quello religioso da Lutero. Essi, malvagi ma assai intelligenti, non conoscono altra legge o diritto oltre la mera forza. Il nemico dei figli della luce, dunque, non può che essere la furia demonica del nazismo e del fascismo che pongono gli strumenti della tecnica moderna al servizio di un’ideologia anti-moderna che antepone la comunità all’individuo.
Ora, le affermazioni di Niebuhr possono essere facilmente confutate su più livelli. Il teologo riformato, in primo luogo, sembra essere uno scarso conoscitore di Hobbes la cui unica colpa, al massimo, sarebbe quella di non mascherare mai il potere, il suo peso e la sua posizione centrale in ogni comportamento umano, e mai di esaltarlo. In secondo luogo, sembra ignorare i molteplici crimini del colonialismo liberale e lo stesso fatto che la cosiddetta Dottrina Monroe, lungi dall’essere il prodotto di una geopolitica isolazionista, fosse semplicemente la prima espressione dell’imperialismo nordamericano.”
Inoltre – aggiungo oggi – sarebbe opportuno ricordare che gli Stati Uniti hanno assai poco di democratico e tanto della dittatura oligarchica mascherata. Dopo tutto, il sogno dei padri fondatori era quello di instaurare una repubblica aristocratica.
Detto ciò, trovo invece assai interessante il fatto che si sta iniziando a spingere per una “kirkificazione” della destra europea. Un processo utile a garantire una base di massa al disegno egemonico statunitense sul continente. Interessante in questo senso anche lo sdoganamento da destra della critica ad Israele. E penso a personaggi come Nick Fuentes e Tucker Carlson. Il primo, ad esempio, sostiene che gli USA dovrebbero curarsi meno dello “Stato ebraico” e dedicarsi attivamente a Messico, Cuba e Venezuela.
In ogni caso, dunque, non si rinuncia affatto ad una visione imperialistica (e neanche alle garanzie per Israele), semplicemente si cerca di dare nuove priorità alle strategie di potere statunitensi.
Siamo ancora ad una fase prematura/iniziale di tale processo. Tuttavia, sarà altresì interessante vedere come gli influencer della destra europea dovranno (per l’ennesima volta) ricalibrare le loro argomentazioni dietro dettato d’oltreoceano.
Lo chiama al-Masih, ‘il Messia’ (Sura 4:172), al-Masih ibn Maryam, ‘il Messia, figlio di Maria’ (Sura 9:30), e al-Masihu ‘Isa, ‘il Messia Gesù’ (Sura 4:171).
Il titolo appare non meno di undici volte nel Corano e, in ogni occasione, viene applicato a Gesù. Non è dato a nessun altro profeta dell’Islam. Inoltre, è l’unico titolo preceduto dal nome di un profeta nel Corano. A nessun altro profeta viene attribuito un titolo speciale insieme al suo nome. Solo Gesù ha un titolo speciale, al-Masih.
I primi studiosi musulmani si chiedevano spesso perché gli dovesse essere dato un titolo speciale e cosa potesse significare il titolo al-Masih. I primi studiosi, tra cui Baidawi e Zamakhshari, ammisero apertamente che si trattava di una versione arabizzata di una parola straniera. Alcuni studiosi musulmani hanno cercato di collegarlo alle normali parole arabe e di interpretarlo di conseguenza, ma senza molto successo e praticamente senza l’approvazione di altri noti studiosi coranici.
Il Corano, infatti, un po’ sorprendentemente, non fa alcun tentativo di spiegare il titolo. Semmai, pur non dandogli alcuna interpretazione o significato, lo mette in relazione a Dio in più di un’occasione. Dice: “Il Messia non disdegna di essere un servo di Allah, né lo disdegnano gli angeli più vicini (ad Allah)” (Surah 4:172). L’implicazione è che Gesù era solo un servo di Allah come gli angeli e gli altri profeti prima di lui.
Il titolo unico, che qui lo definisce in modo speciale, è lasciato inspiegato, anche se suggerisce che Gesù ha ricoperto un ufficio distintivo che nessun altro “servo” di Allah ha mai detenuto. Un altro testo mette in evidenza lo stesso punto: ‘Il Messia, figlio di Maria, non era che un messaggero; anche altri messaggeri di quelli che lo avevano preceduto erano passati’ (Sura 5:78). Allora perché sarebbe stato chiamato al-Masihu ‘Isa, perché gli è stato applicato il titolo speciale al-Masih, se non ha un significato unico?
Gli studiosi musulmani hanno anche spesso speso più tempo a cercare di evitare di identificare qualsiasi unicità nel titolo piuttosto che a spiegarlo effettivamente. ‘Ali at-Tabari, un famoso studioso dei tempi dell’impero abbaside, disse che l’unica ragione per cui Allah aveva unto Gesù era perché era ‘un essere umano benedetto e scelto e perché Allah era il suo Signore’ (ar-Radd ‘ala al-Nasara, p.137). Lo stesso, però, si può dire di tutti i profeti che lo hanno preceduto.
Nella letteratura islamica Gesù è sempre stato considerato come non diverso da tutti gli altri messaggeri di Allah. Invariabilmente l’unicità implicita nello straordinario titolo al-Masih resta di fatto inspiegata. Si dice solo che Gesù sia stato davvero il Messia storico, ma solo nel contesto di guidare il suo popolo sui sentieri retti di Allah, come aveva fatto ogni altro profeta.
Alcuni studiosi musulmani hanno tentato di esporre e proporre un “concetto” coranico del titolo al-Masih, e di definirlo in vari modi, ma ancora una volta sempre con l’intenzione di evitare di attribuirgli un significato speciale. Francamente non c’è modo che uno studioso possa concettualizzare il titolo nel Corano, perché il libro stesso non gli dà alcun significato o spiegazione e non cerca mai di collocarlo in alcun tipo di contesto interpretativo. È solo un titolo dato a Gesù senza ulteriori indugi. Non c’è modo di offrire un “concetto” coranico del titolo, perché il libro stesso non lo elabora mai in alcun modo.
Eppure si erge come un titolo sorprendentemente distinto nel Corano, applicato a Gesù non meno di undici volte, e che non è attribuito a nessun altro profeta di Dio. Ancora una volta, è necessario ribadire che nessun altro titolo simile è applicato a nessun’altra personalità nel libro – Gesù è l’unico profeta con un titolo specifico e indipendente prima del suo nome.
È, tuttavia, un’ammissione nel Corano che c’era qualcosa di molto distintivo in Gesù, che era in qualche modo esaltato al di sopra di tutti gli altri profeti di Allah. Questa è chiaramente la sua implicazione, perché altrimenti il titolo sarebbe stato applicato a lui? Una domanda più impegnativa, forse, è perché il Corano usa così liberamente una parola straniera senza un significato arabo specifico che la qualifichi o la spieghi? Sembra che il Corano presuma che i suoi lettori abbiano familiarità con il titolo e il suo uso frequente per definire Gesù.
La stragrande maggioranza degli studiosi musulmani nel corso della storia islamica ha ammesso che la parola Masih è ovviamente una forma arabizzata della parola ebraica Mashiah, che significa “unto” di Dio, forse derivata più direttamente dalla traduzione siriaca della parola m’shiha. Quando Gesù nacque, gli Ebrei stavano già anticipando la venuta di un mashiah, una figura appositamente promessa che sarebbe stata di gran lunga superiore a qualsiasi profeta che lo avesse preceduto. La sua venuta era stata anticipata come la conclusione culminante delle promesse di Dio alla nazione di Israele. La nazione attendeva con ansia la sua apparizione come re d’Israele che avrebbe regnato sulla nazione per sempre e che avrebbe assoggettato ad essa tutti i suoi nemici (Salmo 2:6-9).
Il titolo era già di uso comune tra i cristiani che si riferivano al fondatore della loro fede come Gesù Cristo, o semplicemente come Cristo Gesù, come facevano le loro prime scritture (Galati 3:22, 4:14), essendo ‘Cristo’ la traduzione greca della parola ebraica ‘Mashiah’. Il Corano al-Masihu ‘Isa significa letteralmente “il Cristo, Gesù” o più specificamente “il Messia Gesù”. Questo spiega perché il Corano non fa alcun tentativo di spiegare il titolo: il suo uso accanto al nome Gesù era estremamente comune tra i cristiani ed era semplicemente accettato e ammesso.
Ma perché, in un contesto islamico, il Corano lo chiamerebbe al-Masih, cioè “il Messia”, usando l’articolo determinativo per distinguere Gesù da tutti gli altri profeti dell’Islam?
Nell’uso di questa struttura grammaticale, il Corano indica che Gesù è l’unico Messia, l’unico, IL Messia.
Nulla si può ricavare, tuttavia, da qualsiasi tentativo di cercare una risposta da qualche parte nel Corano stesso, perché mentre il Corano attribuisce liberamente il titolo a Gesù, non fa alcun tentativo di definirlo.
Forse bisogna rivolgersi alle sue origini ebraiche per trovare la risposta.
Videoconferenza del canale YouTube LA NUOVA OCCIDENTALE, trasmessa in diretta live streaming online il giorno 11 novembre 2025.
Presentazione del saggio di Roberto Siconolfi “Sociologia metafisica. Sul collegamento dell’agire sociale al mondo spirituale” (la Bussola, 2025). Con la presenza del Centro Ricerche Noetiche, del dott. prof. Ferdinando Brancaleone, della dott.ssa Valentina Tettamanti, dott.ssa Francesca Guercio, dott.ssa Valeria Salsi.
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È interessante notare quanto le continue violazioni del cessate il fuoco da parte delle IDF a Gaza e in Libano siano in linea con il modo in cui, secondo chi ha familiarità con la cultura israeliana, gli israeliani amano mettere alla prova i limiti di tutti per scoprire esattamente fino a che punto possono permetterselo.
Ci sono due termini, “shitat matzliach” e “freier”, che ricorrono spesso quando si parla della diffusione di questo comportamento odioso nella società israeliana. “Shitat matzliach” si traduce in “metodo efficace” e fondamentalmente significa cercare di sfruttare le persone nella speranza che siano ingenue o disattente, per poi tirarsi indietro se vengono criticate. “Frier” si traduce approssimativamente in “fesso”, ovvero il tipo di persona su cui shitat matzliach funziona.
C’è un tizio di nome Daniel Rosehill che ha scritto in modo critico su queste dinamiche sociali, essendo ebreo, nato in Irlanda ma trasferitosi in Israele nel 2015. Va notato che Rosehill è un sionista al vetriolo, il cui ultimo articolo per il Times of Israel è un pezzo di fuoco che attacca il connazionale irlandese Tadhg Hickey per la sua difesa dei diritti dei palestinesi. Ma ha comunque qualche critica alla cultura israeliana.
Un paio di altri articoli di Rosehill sul Times of Israel lamentano il modo in cui gli israeliani individuano gli immigrati, compresi gli immigrati ebrei come lui, per sfruttarli.
Nel mio post Irlanda vs. Israele ho parlato di un aspetto della cultura israeliana che non mi piace molto. Si chiama shitat matzliache consiste essenzialmente nel cercare di costringere la parte più debole a un cattivo accordo perché, beh, si spera che sia un ” reier” (pronunciato “fr-eye-er”; traduzione: “sucker”) o perché non sa fare di meglio. È come il fratello meno noto ma più maligno del freyerismo.
In Irlanda, questo verrebbe chiamato ‘tentare la fortuna’.
“Vivendo e lavorando in Israele, è molto probabile imbattersi in aziende o individui che sono convinti sostenitori di questa metodologia, in particolare quando hanno a che fare con olim (immigrati ebrei di recente immigrazione) che potrebbero non conoscere il loro valore di mercato o i loro diritti.”
“In alcuni ambienti israeliani prevale una cultura lavorativa in cui è considerato intelligente e diplomatico tentare di negoziare con i più vulnerabili, spesso nuovi immigrati, per convincerli ad accettare cattivi accordi o stipendi non commisurati alle loro competenze.
“Troppi immigrati finiscono per essere ripetutamente danneggiati da datori di lavoro senza scrupoli. Ripeto, lo sfruttamento degli immigrati non è un fenomeno esclusivamente israeliano. Ma, essendo l’unico Paese ebraico al mondo, e basato sullo sradicamento delle proprie vite da parte degli ebrei per condividere una forma collettiva di autodeterminazione nazionale, ritengo che possiamo e dobbiamo fare di meglio che approfittarci a vicenda in ogni occasione.”
A gennaio la Rosen School of Hebrew ha pubblicato un video sui suoi social media in cui si discuteva di shitat matzliach come se comportarsi come uno psicopatico fosse solo una simpatica, piccola eccentricità della cultura israeliana.
Ecco la trascrizione del video:
“Così ho capito che da un po’ di tempo seguo questo comportamento super israeliano. Scopriamo di cosa si tratta! Ho una cagnolina di nome Lily e mi piace portarla a fare commissioni con me. Quando siamo andati al mio Shufersal (supermercato) locale, mi hanno detto che se volevo entrare con lei, dovevo tenerla in braccio. La volta successiva che sono stato allo Shufersal, ho cercato la persona che mi aveva detto questo e, non vedendola, ho fatto quello che volevo e l’ho tenuta a terra. Quindi, cosa sto facendo di così israeliano? Si chiama ‘shitat matzliach’, che si traduce in ‘metodo del successo’, ovvero ‘cercare di fare quello che vuoi finché qualcuno non ti dice il contrario’.”
L’oratore prosegue descrivendo una barzelletta israeliana su un cameriere che tenta di far pagare di nascosto un extra a un cliente per qualcosa che non ha ordinato. Questa barzelletta è ripresa in un articolo di Haaretz del 2012 intitolato “Parola del giorno, Shitat Matzliach“:
In Israele c’è una barzelletta che dice più o meno così: un cliente al ristorante scopre un addebito di 20 NIS sul conto per qualcosa chiamato ‘funziona’. Non ricorda di aver ordinato niente del genere e chiama il cameriere. ‘A cosa serve?’, chiede. Il cameriere alza le spalle. ‘Niente. A volte funziona e a volte no’.
Qualunque cosa pensiate di questa battuta, si dice che abbia dato origine alla popolare espressione gergale ebraica “shitat matzliach“, letteralmente “metodo riuscito”, o come dicono gli inglesi, “provarci”.
Generalmente usato in senso dispregiativo, shitat matzliach descrive un tentativo deliberato di sfruttare la disattenzione di un’altra persona, dando per scontato che ci saranno poche, se non nessuna, punizione per chi viene scoperto.
Nel maggio di quest’anno un rabbino di nome Jay Michaelson ha scritto un articolo per il quotidiano ebraico Forward intitolato “Ho sostenuto le azioni di Israele a Gaza nell’ottobre 2023,“, affermando che “Il regime di Netanyahu ha fatto apparire me e i sionisti liberali come me come la cosa peggiore che un israeliano possa chiamare un altro: un libero. Un credulone. Un idiota”.
Essere un freier è considerato estremamente negativo nella società israeliana, così come essere in grado di fregare qualcuno è considerato una virtù.
“Se gli israeliani potessero concordare su qualcosa – una prospettiva altamente improbabile, ma se ci riuscissero – potrebbe essere proprio questo: il peccato capitale è essere più liberi.
“È una caratteristica nazionale”, ha affermato l’autore Zeev Chafets, che ha incluso un capitolo sull’argomento nel suo libro sugli israeliani, “Eroi e truffatori, caschi e santi”. L’argomento “è qualcosa di cui parliamo continuamente”.
“Un freier, agli occhi degli israeliani, è un acquirente che aspetta in coda per pagare. È un automobilista che cerca un parcheggio legale invece di accostare sul marciapiede con le altre auto. E se lo fa per fretta di presentare la dichiarazione dei redditi, è un freier perfetto.
In breve, un freier è chiunque ceda terreno, rispetti scrupolosamente le regole o permetta a qualcuno di avere la meglio su di lui. L’israeliano ideale è intelligente e duro, e un freier è l’opposto. Un debole, come spesso gli israeliani percepiscono gli americani.
“Certo, a nessuno piace essere un credulone. Il debole che si prende a calci la sabbia in faccia è universalmente disprezzato. Uomini e donne in tutto il mondo sollevano pesi per evitare questo destino. Ma persino gli israeliani muscolosi temono quotidianamente una faccia piena di sabbia, e la paura di essere liberi si riflette in ogni aspetto della vita, dai compiti più banali al processo di pace con il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Yasser Arafat.”
In effetti, questa dinamica si può osservare nei negoziati con i palestinesi lungo tutta la storia dello Stato israeliano. Cercando sempre di fare un passo indietro. Cercando sempre di ottenere qualcosa in più. E spingendo sempre i limiti di ogni accordo il più lontano possibile.
Secondo quanto riferito, Israele ha ucciso 241 palestinesi a Gaza da quando il cosiddetto “cessate il fuoco” con Hamas è entrato in vigore il mese scorso. Se Hamas avesse ucciso 241 israeliani nello stesso periodo, sappiamo tutti che Israele starebbe trasformando Gaza in un lago di fuoco in questo momento.
In un recente articolo per il Financial Times, Kim Ghattas scrive: “Questo non fa notizia a livello internazionale, ma dal cessate il fuoco in Libano di un anno fa, Israele ha colpito il Libano meridionale e la valle della Bekaa più di 500 volte, uccidendo oltre 300 persone che Israele ritiene fossero agenti di Hezbollah. L’ONU ha confermato che almeno 103 delle vittime erano civili”.
Di nuovo, se Hezbollah avesse attaccato Israele 500 volte e ucciso centinaia di israeliani nello stesso periodo, nessuno affermerebbe che è in vigore un “cessate il fuoco”. Israele farebbe terra bruciata in Libano, con il pieno appoggio dell’impero occidentale.
Qualsiasi accordo venga raggiunto è sempre estremamente svantaggioso per la controparte e consente a Israele di continuare a uccidere e abusare impunemente. Da ciò che sappiamo della società israeliana, è lecito supporre che ciò continuerà ad accadere finché Israele non verrà fermato con la forza.
(Traduzione de l’AntiDiplomatico)
*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/