De Masi: “Un pugno di persone ci rifila la realtà che preferisce”

a cura della Redazione di La Notizia

Vespa, Merlino & C. padroni della tv. De Masi: “Protetti dall’informazione. Così destre e sinistre resistono”.

Professore Domenico De Masi, sociologo del Lavoro, si può battere uno schieramento politico che ha dalla sua buona parte dell’informazione?
“Io sono un sociologo per cui noi sociologi conferiamo all’informazione e alla comunicazione in genere un ruolo e un valore particolari. In secondo luogo sono stato preside della facoltà di Scienze della comunicazione e sono particolarmente di parte. Credo che l’informazione e la comunicazione siano un fattore decisivo della dinamica sociale contemporanea ma, proprio perché è decisivo, è un fattore che si può appropriare sia di tutti gli aspetti positivi sia di tutti gli aspetti negativi di questa società. In questo momento io credo che la comunicazione, soprattutto per quanto riguarda la politica oggi è più responsabile degli aspetti negativi che non di quelli positivi. Oggi abbiamo una comunicazione monopolizzata da pochissime persone, saranno non più di una ventina quelli che fanno da mediazione tra ciò che avviene nella realtà e ciò che viene percepito da 60 milioni di italiani. E chi sono questa ventina? Quelli che tengono le chiavi della comunicazione o perché dirigono giornali di grande tiratura o perché gestiscono talk show di grande audience per cui praticamente noi non sappiamo quello che avviene realmente in Italia e nel mondo ma sappiamo quello che queste 20-30 persone vogliono farci sapere. E questa è una condizione terribile. E tutto questo è gestito dalla corporazione dei giornalisti, come un tempo gli aristocratici gestivano come risorsa la terra mentre gli industriali le fabbriche. Oggi i detentori del potere sono i gestori della comunicazione, ovvero i giornalisti”.

Come in queste elezioni hanno influito le tv con i canali Mediaset e quelli Rai?
“C’è una bella differenza tra Mediaset e la Rai perché Mediaset è gestita da una sola persona, un solo padrone e la Rai è gestita dai partiti che perlomeno sono tanti e formati da persone elette dal popolo. E per quanto possano essere riprovevoli le decisioni dei partiti sono collettive. Tanto che tutti i padroni vorrebbero la Rai privata per potersene appropriare”.

E durante queste ultime elezioni crede ci sia stato uno sbilanciamento di forze tra destra e sinistra sui media?
“Non c’è stato un monopolio totale di una parte sociale. Questo bisogna dirlo, anche se è ovvio che il governo riesce ad avere una fetta maggiore dell’esposizione delle proprie idee, considerando che Mediaset è smaccatamente di destra, la7 di Cairo non si può certo dire di sinistra, e mezza Rai se non di più dà spazio ai partiti che stanno al governo”.

Insomma i media hanno giocato un ruolo determinante nell’orientare gli elettori?
“Certamente. Il ruolo principale nella formazione dei comportamenti elettorali è giocato dai media, dalle televisioni. Ma parte di responsabilità vanno rintracciate anche nei partiti. Prendiamo il caso del Lazio in cui la sinistra ha perso perché si è presentata in modo confuso e diviso. Pd e 5Stelle per due anni hanno dato prova di buon governo e al posto di ripresentarsi collegati hanno preso strade diverse. I 5stelle hanno presentato il loro candidato con un enorme ritardo rispetto al Pd perdendo buona parte della campagna elettorale. Inoltre nel Pd c’era il problema delle loro elezioni interne e il partito si è presentato frammentato, anzi in lotta reciproca tra i 4 candidati alla segreteria. Importanti i media e anche i comportamenti dei partiti. In politica il risultato è la somma di tutte queste cose. E mi faccia dire ancora una cosa sui 5Stelle”.

Prego.
“I 5Stelle a livello territoriale non hanno ancora un’organizzazione definita. Il Pd ha tenuto perché ne ha un po’. Giuseppe Conte sta facendo uno sforzo per dargli una struttura organizzativa. Il Movimento non ha deciso ancora se stare a sinistra del Pd o in competizione col Pd. E queste sono cose che si pagano. Come il Pd ha pagato il suo presentarsi dilaniato. Tra gli astenuti credo molti avrebbero votato Pd o Cinque Stelle se si fossero presentati in maniera chiara. Enrico Letta la prima cosa che ha detto è stata: i 5Stelle credevano di sconfiggerci e non ci sono riusciti. Ma il punto è che sono stati sconfitti entrambi dalla destra”.

Dopo le polemiche su Sanremo i partiti che sostengono il governo sembrano decisi a dare l’assalto alla Rai.
“E certo, perché la Rai fa gola. Tra noi e la realtà, ripeto, ci sono di mezzo i media che ci vendono la realtà che preferiscono. Dunque avere uno strumento potente come la Rai pagato con i soldi dei cittadini fa comodo. Se ci riuscissero farebbero il pienone, avendo da una parte già tutta la forza della tv privata. Le forze in campo sono già ora quasi tutte a favore della destra, con la conquista della Rai lo sarebbero completamente. La sinistra non ha l’equivalente di Mediaset, oggi può contare solo un po’ sulla Rai. La sinistra nel corso degli anni non ha provveduto a crearsi una sua tv e avrebbe potuto farlo. Non l’hanno fatto neanche i sindacati. Come se non dessero importanza ai media”.

La narrazione tossica sul Reddito di cittadinanza ha fatto da lavaggio del cervello persino ai poveri che hanno votato contro sé stessi?
“Certamente. I nemici del Reddito si sono battuti come pazzi per tre anni, l’hanno bombardato su tv e giornali. Io domani (oggi, ndr) sarò in tv a difenderlo, Quanto spazio crede che avrò? Già un miracolo se riuscirò a parlare per due-tre minuti. Chi lo difende ha due tre minuti alla settimana. Bruno Vespa ha gli italiani per due ore ogni sera, Myrta Merlino per due ore e mezza ogni giorno. Questi hanno un potere straordinario. Se la comunicazione è potere, avere due ore al giorno gli italiani davanti alle tv, ovvero milioni di spettatori ogni settimana, ha un potere immenso”.

Ritorniamo al punto dolente: se le destre conquistassero tutta la Rai potrebbero garantire in Italia il pensiero unico?
“Siamo già molto vicini a questo. Hanno la stragrande maggioranza delle Regioni, i Comuni, la Camera e il Senato, il governo, e un’opposizione che fa schifo”.

Batterle sarà impossibile?
“Ma no, abbiamo sconfitto il fascismo, il nazismo…Ma di certo non sarà rapido e non sarà facile. Di certo questi leader capaci di far perdere la sinistra non saranno mai capaci di farla vincere. E ora abbiamo bisogno, per un momento drammatico come questo, di leader di grande forza morale e carisma”.

Stefano Bonaccini e Elly Schlein che si contendono la guida del Pd lo sono?
“Assolutamente no”.

Fonte: LA NOTIZIA

De Masi: “Un pugno di persone ci rifila la realtà che preferisce”
De Masi: “Un pugno di persone ci rifila la realtà che preferisce”

L’AMERICANIZZAZIONE E LE RESPONSABILITÀ DELLA RAI

a cura di Rigenerazione Evola

Secondo “pungente” articolo di Julius Evola negli anni Cinquanta sull’America: stavolta su il “Nazionale” il barone si soffermava sui rischi di una progressiva americanizzazione della cultura e della mentalità in Italia, con parole e riflessioni talmente attuali, a distanza di quasi settant’anni, che potrebbero tranquillamente essere state scritte oggi. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la prospettiva di una progressiva fagocitazione dell’intera Europa occidentale da parte della (sotto)cultura yankee (per non parlare dell’assoggettamento geopolitico tramite la NATO) era inevitabile. Evola, già a metà degli Anni Cinquanta, percepiva i mefitici influssi di quest’americanizzazione piatta e ottusa delle menti, mettendo in rilievo come – già allora!- uno degli strumenti principali per veicolare tale influsso “sottile” fosse, a parte le riviste cartacee dell’epoca (i famosi “rotocalchi”), la RAI. Ricordiamo che il celebre polo radiotelevisivo italiano, nato nel 1924 con il nome di Unione Radiofonica Italiana, divenuto Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (EIAR) nel 1927, poi Radio Audizioni Italiane (RAI) nel 1944, assunse la denominazione di RAI − Radiotelevisione Italiana nel 1954, avendo dato avvio, a partire dal 3 gennaio di quell’anno, alle trasmissioni televisive regolari del cd. “Programma Nazionale” (l’attuale RaiUno), che si affiancarono alla tradizionale programmazione radiofonica; il primo programma televisivo in assoluto fu “Arrivi e partenze”, condotto guarda caso dall’”americano” Mike Bongiorno con Armando Pizzo. L’occasione fu probabilmente propizia per Evola per scrivere quest’articolo proprio in quei mesi, lanciando un profetico allarme: i suoi riferimenti erano prettamente relativi alla parte radiofonica della Rai, che solo in quei mesi stava, appunto, avviando anche le trasmissioni televisive, e infatti il barone si soffermava sul tema musicale, da lui già toccato. Ma era chiara la prospettiva del dilagare di quel fenomeno, e, più in generale, di un lento ma inesorabile stravolgimento delle vite delle persone che avrebbe assunto caratteri sempre più pervasivi e penetranti, con input sempre più direzionati e orientati in un certo modo col passare dei decenni, in parallelo al potenziamento dei mezzi di “inoculazione” dei messaggi, con l’avvento delle televisioni private e poi delle pay-tv, del segnale digitale e satellitare, della diversificazione tra televisione generalista e televisione tematica, delle trasmissioni streaming via internet, via social network, ecc..

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di Julius Evola

Tratto da “Il Nazionale”, 1954

L’americanizzazione di certa cultura e della mentalità corrente in Italia è un fenomeno che, lungi dall’esser localizzato fra quelli di contingenza dell’immediato dopoguerra, è tuttora in pieno sviluppo e viene accolto dalla grandissima maggioranza con naturalezza, se no pure con entusiasmo. Molto tempo fa – avemmo a scrivere che dei due grandi pericoli che minacciano di più la civiltà occidentale, l’americanismo e il comunismo, il primo è il più insidioso. Il comunismo non potrà essere un pericolo che nella forma brutale e catastrofica di un colpo di Stato o di un intervento russo. L’americanizzazione trova invece modo di guadagnar terreno per progressiva infiltrazione, producendo modificazioni di mentalità e di costume che in apparenza sembrano inoffensive ma che pur si risolvono in un fondamentale snaturamento e abbruttimento, contro cui non vi è modo di far fronte, se non una reazione dall’interno.

Ora, è appunto di questa reazione dall’interno che in Italia sembra che ben pochi siano capaci. Lasciando da parte l’alta cultura e coloro che combattono sul piano politico un’ardua battaglia per la nascita della nazione, in larghi strati si riconosce ormai quasi come cosa che va da sé all’America US la parte di una nazione-guida verso cui si rivolgono tutti gli sguardi. Quella è la capitale, noi siamo la provincia – ecco qual è, più o meno, il rapporto. Lo standard è l’America a darlo per chi vuole essere moderno e al passo con i tempi. È veramente avvilente che una nazione europea possa dar prova di tanto “cafonismo”. Perché, si badi, non si tratta di difendere un mero, gretto piede di casa, di non nutrire interesse alcuno per tutto ciò che si svolge e si realizza in altri paesi. No, non è questo il nostro punto di vista: quel che si accusa è la supinità di un interesse esclusivamente volto all’America, quasi che null’altro esistesse al mondo se non in via subordinata – come appunto la presunzione americana crede. È la mancanza di un distacco che permetta di considerare l’americanismo come un fenomeno tra i tanti, mantenendo lo sguardo libero e mantenendo soprattutto la propria individualità.

Uno degli organi più deleteri dell’americanizzazione del nostro pubblico medio è – insieme alle riviste in rotocalco – indubbiamente la RAI. E qui è cosa abbastanza misteriosa “chi glielo fa fare”. Molto probabilmente si tratta di uno dei cosiddetti “processi a catena”. Poiché si manca di ogni criterio autonomo e d’ordine superiore, si segue l’andazzo, ci si tiene a ciò che si crede “vada” – alla tendenza americanizzata di certa parte del pubblico, della più sfaldata. Seguendola, la si conferma e la si diffonde ulteriormente e ci si trova allora automaticamente costretti a proseguire sulla stessa direzione. Come a varie riviste in rotocalco, così anche alla RAI sembra che l’interessarsi di questo o quell’attore o astro del cinema americano insieme ai suoi fatti privati, il mettere al corrente di ciò che là si “pensa”, illustrarne l’una o l’altra ragione, riferire sulle sue “conquiste”, trasportarci nel West o nell’uno o nell’altro quartiere di New York e così via sia cosa che va da sé. E cosa che va da sé sembra essere anche il ricopiare stupidamente lo stile americano e nel modo di certe presentazioni, e nella formazione di certi programmi. «Chi, dopo aver ascoltato una radio americana può reprimere un brivido di orrore al pensiero che il prezzo della sopravvivenza di una civiltà non comunista sia l’americanizzazione?». Tali parole non sono quelle di un americanofobo a oltranza, sono quelle di una delle più brillanti menti nord-americane, di J. Burnham (1), sociologo e professore all’Università di Princeton, autore di molte opere pregevoli di cui è ben nota anche in Italia la Rivoluzione dei tecnici. Questo giudizio non dovrebbe bastare per far arrossire di vergogna certi signori della RAI?

Uno dei settori più deprecabili dell’attività di questo “organo di cultura” è il settore musicale, con riferimento specifico alla cosiddetta musica leggera. Qui l’America regna sovrana. Date uno sguardo ai programmi: musiche americane, incisioni americane, solisti americani, “arrangiamenti” americani dell’una o dell’altra orchestra , e così via, vi hanno una tale preponderanza, che non se ne può più.
Prendete infatti i programmi che vorrebbero essere “internazionali”, Cabaret internazionale, Grandi successi del mondo, Paese che vai, ecc.: di nuovo, a parte qualche spolverata di cose francesi si trova quasi esclusivamente l’America, l’America US o quella detta latina ma che sarebbe meglio chiamare meticcia, in gran parte essa stessa americanizzata. Evidentemente per la RAI il mondo si riduce a questo: di nuovo provincialismo, stile da succubi e da persone che fuori d’Italia appena ci devono essere state.

In genere abbiamo già avuto occasione di rilevare la significatività del fatto che l’uomo bianco moderno, nel cercare del “ritmo”, ne ha tratto i motivi di inspirazione dalle razze più basse ed esotiche, negri o meticci della zona tropicale (come nel caso specifico dei ritmi afro-cubani). Gli Europei si sono senz’altro mimetizzati e il fatto che in popoli assai più vicini, per esempio in certo folklore locale dell’Europa orientale avrebbero potuto trovare complessi ritmici adeguatamente elaborati e adatti allo scopo, anzi non di rado più “frenetici” di quelli di origine negra, non essendovi solo del ritmo, ma anche dinamica, questo fatto non ha avuto effetti di sorta.

Ciò vale naturalmente in doppia misura per i programmisti della RAI: tutto ciò che potrebbe dare come musica leggera interessantissima una scelta intelligente in quella zona, l’ignorano: come per essi è pressoché inesistente tutto quello che, sempre nello stesso ramo, può essere fornito dall’Europa centrale: musica viennese nelle forme più moderne, produzione tedesca sia di ieri che di oggi, e via dicendo. Per tutto ciò, ove non si tratti di pura incultura, sembra esservi anzi nella RAI una specie di sistematico sabotaggio. È verso l’America che si sposta invece entusiasticamente il centro della gravità per l’abbruttimento irresponsabile degli ascoltatori. Esser internazionali e moderni, per costoro, significa questo: ristrettezza di orizzonti e di sensibilità ancor più deprecabili di quella strapaesana.

Questo è un settore particolare dell’americanizzazione, ma è tutt’altro che privo d’importanza. Le conseguenze del “lasciar andare” democratico sono questo: l’intossicazione di quella grandissima parte della popolazione che non sarà mai capace di vera discriminazione, che è fin troppo propensa – specie di questi tempi – a perdere ogni linea quando un potere e un’idea superiore non abbiano modo di richiamarla a sé stessa, se non altro per minimo occorrente per non perder del tutto la faccia.

Nota

(1) James Burnham (1905-1987) fu un teorico politico americano, attivista e intellettuale comunista negli anni Trenta. È conosciuto soprattutto per la sua opera The Managerial Revolution, pubblicata nel 1941, che influenzò profondamente il romanzo 1984 di George Orwell (N.d.C.)

Fonte: Rigenerazione Evola

L’AMERICANIZZAZIONE E LE RESPONSABILITÀ DELLA RAI
L’AMERICANIZZAZIONE E LE RESPONSABILITÀ DELLA RAI

Serbia: Cina con Belgrado a difesa diritto internazionale

a cura di Notizie ANSA

Messaggio Xi Jinping al presidente serbo Aleksandar Vucic:

BELGRADO, FEB 13 – “Stiamo lavorando insieme per preservare la giustizia internazionale, difendere il diritto internazionale e i principi fondamentali delle relazioni internazionali”. Lo ha scritto il presidente cinese Xi Jinping in un messaggio al presidente serbo Aleksandar Vucic. La missiva è stata consegnata dall’ambasciatore cinese in Serbia, Chin Bo, in vista della Festa nazionale serba, che si celebra il 15 febbraio, ha riferito la televisione regionale N1. Cina e Serbia “risponderanno insieme ai cambiamenti storici nel mondo”, ha osservato Xi. (ANSA).
Fonte: ANSA

Serbia: Cina con Belgrado a difesa diritto internazionale
Serbia: Cina con Belgrado a difesa diritto internazionale

RITORNO AD AMTARA

Videoconferenza del canale YouTube LUZ TV, trasmesso il 13 febbraio 2023.

Antropologa, saggista e insegnante, Valentina è una simbolista sopraffina che si interessa di storia sacra e spiritualità. Il suo grande amore per la fantascienza e per i tempi che stiamo vivendo, ha dato vita a un romanzo distopico bellissimo ed imperdibile dal titolo “Ritorno ad Amtara” (pubblicato con la NPE), e verrà intervistata per recensire questo capolavoro fantascientifico acquistabile in tutte le librerie e anche presso Amazon a questo link.

RITORNO AD AMTARA
RITORNO AD AMTARA
RITORNO AD AMTARA

La guerra di spie fa impennare la tensione tra Usa e Cina: e le ritorsioni possono avere conseguenze anche sul conflitto ucraino

I “tre oggetti non identificati” abbattuti nel weekend dall’America hanno portato il livello di allerta in America a un nuovo stadio. Dopo la presa di posizione di Pechino sul conflitto tra Mosca e Kiev, i tentativi di riavvicinamento e le nuove tensioni nell’Indo-pacifico, adesso la tensione tra le due superpotenze torna a salire

Con lo scontro commerciale che ha conosciuto un’impennata già durante l’amministrazione Trump, il tentativo di riavvicinamento, al momento fallito, per arrivare a una mediazione sul conflitto ucraino e la guerra strategica nell’Indo-pacifico, adesso le tensioni tra le due più importanti potenze mondiali, Cina e Stati Uniti, rischiano di conoscere un altro picco. Con un nuovo campo di battaglia: il ‘near space’. Tensioni rinfocolate dall’abbattimento del pallone-spia cinese avvistato sul South Carolina e che hanno dato vita a uno scambio di accuse e tentativi di umiliazioni reciproche in campo diplomatico. Il tutto caratterizzato anche dal mistero delle ultime ore: tre “oggetti non identificati” abbattuti nel fine settimana sui cieli dell’Alaska, al confine con il Canada e sul lago Huron.

Questi ultimi tre casi, sui quali Washington si è affrettata a precisare che “non ci sono segnali che si tratti di attività extraterrestri“, hanno portato il livello di allerta in America a un nuovo stadio. Non se ne conoscono, al momento, né i meccanismi di funzionamento, né la provenienza. Solo che hanno forme e dimensioni ben diverse dal pallone-spia agganciato dai sistemi di Difesa Usa e abbattuto sopra l’Atlantico ed è quindi al momento molto difficile stabilire se effettivamente si tratti di mezzi guidati da Pechino. Se questo venisse dimostrato, si tratterebbe di uno smacco pesante per Washington e un’importante dimostrazione di forza da parte della Repubblica Popolare che da anni porta avanti un intenso programma di sorveglianza globale. Già nel 2018, ad esempio, gli Stati Uniti avevano individuato 274 casi documentati di spionaggio cinese in tutto il mondo e con diverse metodologie. Oggi, con l’individuazione di palloni-spia e l’ipotesi di una regia cinese dietro ai nuovi oggetti non identificati, Pechino dimostrerebbe di aver compiuto un salto di qualità senza precedenti rispetto ai competitor. Lo spionaggio, però, non è unilaterale. Anche Pechino, per la prima volta, ha risposto alle dichiarazioni arrivate da Washington dicendo che solo nel 2022 i palloni aerostatici statunitensi hanno sorvolato illegalmente la Cina più di dieci volte senza alcuna approvazione da parte delle autorità locali. Una ricostruzione che, però, viene respinta dalla Casa Bianca: accuse “false”, dicono.

La guerra di spie tra la Repubblica Popolare e gli States, quindi, è aperta già da anni e le prime conseguenze potrebbero palesarsi proprio riguardo al conflitto in Ucraina. Dopo la dichiarazione di “amicizia senza limiti” nei confronti della Russia in occasione dell’inaugurazione delle Olimpiadi Invernali di Pechino, col senno di poi avventata pure per Xi Jinping, la Cina ha poi ridimensionato il proprio sostegno a Mosca, appoggiando le recriminazioni della Federazione riguardo l’espansione a est della Nato, stando però attenta a non diventare mai parte attiva nel conflitto in corso nel Paese di Volodymyr Zelensky. Tanto che nei mesi scorsi si è pensato anche a Pechino come possibile mediatore tra le parti, vista l’influenza esercitata su Mosca e il sostegno dato a quest’ultima dal punto di vista economico, in primis sull’export di materie prime. Ma le nuove tensioni nell’Indo-pacifico, con gli Stati Uniti che stanno portando avanti una strategia fortemente anti-cinese, e questi ultimi casi di spionaggio sembrano allontanare la possibilità di far sedere Pechino a un tavolo con Mosca, Kiev e la Nato. Al contrario: il campo di battaglia ucraino potrebbe diventare un’altra carta in mano alla Repubblica Popolare nel gioco di ricatti innescato con Washington.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

La guerra di spie fa impennare la tensione tra Usa e Cina: e le ritorsioni possono avere conseguenze anche sul conflitto ucraino
La guerra di spie fa impennare la tensione tra Usa e Cina: e le ritorsioni possono avere conseguenze anche sul conflitto ucraino

Quo vadis Iran?

Videoconferenza a cura del canale YouTube CENTRO STUDI INTERNAZIONALI DIMORE DELLA SAPIENZA, trasmesso in live streaming il giorno 10 febbraio 2023.

Cosa è accaduto in Iran 44 anni fa, quando il popolo ha scelto l’ordinamento della Repubblica islamica? E cosa sta accadendo adesso, fra disinformazione e attacco massmediatico?
Ne parliamo con gli amici del Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza, Paolo Rada, storico, Giuseppe Aiello, editore di Irfan, Hanieh Tarkian, docente di Studi Islamici e analista geopolitica.

Quo vadis Iran?
Quo vadis Iran?
Quo vadis Iran?

Il martirio di Darya Dugina  e l’Arcangelo Michele: sorgente primordiale del Soggetto Radicale

di René-Henri Manusardi

Il martirio di Darya Dugina e il Grande Risveglio della lotta per la Civiltà multipolare

     Nel tentativo di esporre una possibile correlazione fenomenologica tra la figura dell’arcangelo Michele e il Soggetto Radicale, che abbia il suo radicamento nell’angelologia e che vada oltre il suo già impegnativo simbolo di icona guerriera, non possiamo non pensare alla vita, alle opere, alla valenza intellettuale eurasiatista e, infine, al martirio della giovane Darya Dugina (Dasha), la quale, a nostro modesto giudizio, è stata per antonomasia l’incarnazione eccellente dello stesso Soggetto Radicale. Questa investitura divina, Dasha l’ha dimostrata attraverso la sua intransigenza metafisica, la sua coerenza di vita, il suo impegno di “vero cavaliere del fronte intellettuale, un vero ‘ guardiano filosofo ‘, come Platone chiamava i filosofi, perché custodivano la cosa più alta che l’uomo ha” (Natalia Melentieva), la sua oblazione e il suo desiderio di vivere e di essere pronta a morire per il Bene della Causa.

     L’anima e la mente di Dasha sono state plasmate attraverso l’ispirazione dell’ordine angelico dei Cherubini ed ella, come Cherubino incarnato, è stata posta sul fronte metapolitico di Eur-Asia, quale custode del Giardino della Verità divina con la fiamma della spada folgorante, e per custodire la via all’albero della Vita umana (cfr. Genesi 3,24). Con la sua mente cherubica, Dasha si è rivelata quale difensore dell’Arca dell’Alleanza della Tradizione (cfr. Esodo 25, 10-22), di quell’Ordine Divino sempre nuovo delle origini, in vista della Civiltà multipolare, dell’instaurazione dell’Imperium teologico, metafisico e metapolitico declamato dalla Quarta Teoria Politica, nell’attesa della resurrezione del Sacro.

     Col suo martirio cruento, col suo sangue versato per il Bene della Causa, Dasha ha dimostrato inequivocabilmente che il Soggetto Radicale non è un’idea astrusa, non è dato da una serie di elucubrazioni e di congetture falsamente o, peggio, ereticamente speculative di ordine teologico, spirituale, filosofico, gnostico, alchemico od esoterico scollate dalla vita e dall’impegno personale. Il sangue cristiano sparso da Dasha, testimonia invece l’ortodossia della verità incarnata contro l’eresia della speculazione disincarnata, ossia certifica che qualsiasi intuizione di ordine intellettuale vera e sublime sia essa teologica, spirituale, filosofica, gnostica, alchemica od esoterica se è scollata dall’etica naturale, se non viene trasformata in carne e sangue, se non diventa vita vissuta e testimonianza di charitas ossia di amore altruistico in un impegno ascetico e spirituale di adesione all’Ordine Divino, non giova a nulla e trasforma il Soggetto Radicale nel suo Doppio, nel suo Sosia come ci insegna il magistero filosofico di Aleksandr Dugin.

     Dasha, ha così vissuto in modo eroico, con l’esempio, con la filosofia e con la vita, quella charitas intellettuale, umana e cristiana che ha diffuso poi a piene mani nel Movimento Eurasiatista, secondo lo spirito dell’Inno alla Carità dell’Apostolo Paolo. Inno mistico, che di Dasha ci ricorda la sua bella anima di Soggetto Radicale che si rallegra della verità, la quale ha saputo innescare nel tempo attuale, a livello planetario e al di là di ogni umana e storica previsione, il Grande Risveglio della lotta per la Civiltà multipolare:

   “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”. (Prima Lettera ai Corinzi 13, 1-13).

     Perciò, non piangiamo più ora la sua morte, se non con lacrime di gioia, perché Dasha ora è Vivente in Dio e cammina in mezzo a noi come nostra avanguardia e come Cherubino, angelo santo soccorritore e protettore del nostro Dasein. Ave Dasha, fratribus ac sororibus tuis te salutant!

La radice angelologica del Soggetto radicale

     Dopo il necessario tributo all’angelica Darya Dugina, è necessario chiedersi cosa leghi profondamente la figura dell’arcangelo Michele a quella del Soggetto Radicale al di là del fenomeno comune dell’insorgenza contro gli spiriti del male e per la difesa dell’Ordine Divino, che abbiamo già trattato in un precedente articolo ( https://www.ideeazione.com/san-michele-icona-guerriera-del-soggetto-radicale/ ).

Se il Soggetto Radicale è la radice del Soggetto ordinario, come ci insegna Aleksandr Dugin, nella costituzione angelica che è essenzialmente natura spirituale – ossia l’angelo è puro spirito rispetto alla natura umana che è dotata anche di un corpo –, non sembra esserci questa unità differenziata in radice e ordinarietà, in quanto lo spirito radicale e il puro spirito sono coincidenti nella natura angelica. Detto con altre parole la radice ontologica dell’angelo è l’angelo stesso nella semplicità del suo essere un puro spirito, una natura spirituale.

     Dovendo però sondare, per quanto possibile alla nostra intelligenza umana, la caratteristica essenziale, l’essenza stessa della comune radice angelica e, in particolare, quella dell’arcangelo Michele, quale “capo dell’esercito del Signore” (Libro di Giosuè 5,14), ossia Principe delle gerarchie celesti e condottiero delle milizie angeliche, troviamo utile essere aiutati in primis dall’etimologia del suo nome. MIKA’EL, il cui significato è “Mi = chi, KA = come, EL = Dio”, è una affermazione che scuote l’immensità delle sfere angeliche, è una testimonianza viva che viene posta in modo esclamativo ed interrogativo come urlo di guerra contro l’usurpazione di Lucifero e dei suoi sodali. La radice EL, in ebraico אל, comune in tutta l’area semitica, ha come significato ultimo il Potente, Colui che sta davanti, che si mette di fronte, indicando così la vivente presenza di Dio, la Shekinah della letteratura rabbinica. Quindi, l’urlo di guerra che rivela il nome e la natura dell’Arcangelo Michele, è un grido che è presa di coscienza, che crea divisione nell’universo angelico messo alla prova, che esige una scelta radicale, definitiva, un’appartenenza per l’eternità.

     La radice spirituale, l’essenza di Michele è, quindi, una essenza guerriera orientata non tanto alla difesa della indifendibilità di Dio in quanto Egli basta a sé stesso, ma ad una perentoria e categorica affermazione della realtà della Presenza di Dio nella sua trascendenza e nella sua immanenza, che forma il contenuto stesso della possibilità di esistenza degli angeli e di tutta la futura creazione. Questa affermazione, questo grido di guerra che è un grido d’amore verso l’Amore e un urlo terribile verso la negazione dell’Amore, esprime il “desiderio” angelico di continuare a vivere nella trascendenza che si eleva per amore verso il Principio primo che è Amore, il quale con la sua costante immanenza nelle creature angeliche, continua a donar loro l’esistenza per l’eternità in un atto di libero amore.

     Ecco, dunque, che la radice, lo spirito radicale dell’arcangelo Michele è il “desiderio di Dio”, è il desiderio di essere elevato verso Dio da Dio stesso nel suo amore, è il desiderio realizzato della trascendenza che aumenta il desiderio di trascendere ancora e di appartenere sempre di più a Dio, perché Dio è amore infinito mai pienamente raggiungibile, è il desiderio della trascendenza nell’immanenza e dell’immanenza nella trascendenza, è il desiderio del già e non ancora.

     Questo “desiderio di Dio”, è la sorgente primordiale da cui sgorga il principio angelologico dello spirito radicale, il suo eros, la sua agape e la sua philia, il suo DNA spirituale, che nella lotta per la Città di Dio viene declinato dalla teologia angelologica a verità metafisica, a evidenza antropologica e a progetto metapolitico, accomunando così angeli e uomini in questa lotta.

     Questo desiderio di Dio, espresso così sostanzialmente dall’arcangelo Michele che ne è la sorgente primordiale, viene comunicato da Dio anche nella creazione dell’essere umano. Questo desiderium Dei, viene poi risvegliato nel concepimento spirituale del Soggetto Radicale, che quando affermiamo vivere inconsapevole nel liquido amniotico della Tradizione, intendiamo dire che egli si abbevera alla sorgente primordiale angelologica del desiderio di Dio, che diventa in lui segno efficace, sacramento, identità con la stessa radice degli spiriti angelici.

     Quindi, questa medesima radice angelologica, favorisce la crescita del Soggetto Radicale, di colui che dopo la futura opzione fondamentale della sua scelta definitiva per il Divino, sarà, al dire di Aleksandr Dugin: “…una specie di angelo perduto… un angelo distruttore, un angelo terrificante”. (Aleksandr Dugin, Il Sole di Mezzanotte. Aurora del Soggetto Radicale, AGA Editrice, Milano 2019, pag. 25, 27).

     Possiamo quindi concludere affermando che la Quarta Teoria Politica sarà la piena realizzazione teologica, metafisica e metapolitica nel tempo, nello spazio e nella storia dei popoli, di quell’eterno ritorno al desiderio di Dio che non è che il fuoco d’amore della Divina Tradizione, per la quale val la pena vivere, combattere, morire e vincere.

Foto: Idee&Azione

9 febbraio 2023

Il martirio di Darya Dugina  e l’Arcangelo Michele: sorgente primordiale del Soggetto Radicale
Il martirio di Darya Dugina  e l’Arcangelo Michele: sorgente primordiale del Soggetto Radicale

Darya Dugina, la Filosofia come destino

di Natalia Melentieva

Discorso in occasione della consegna di un diploma al vincitore del premio Il volto della nazioneCombattenti del fronte invisibile 2022 a Daria Alexandrovna Dugina, il 2 febbraio 2023.

La vita come “modo intelligente di fare le cose”

La vita nel mondo di oggi presuppone e addirittura richiede un enorme sforzo da parte nostra, non solo nelle questioni mondane e nei movimenti esteriori. Richiede soprattutto uno sforzo della mente, del pensiero – uno sforzo mentale, un “fare mentale” come veniva chiamato nella tradizione monastica dei “santi padri”, w questa prassi della Mente è necessaria non solo per fare una “distinzione”, diacrisis, come dicevano i platonici greci, per distinguere l’uno dall’altro – il prezioso dal non prezioso, il bene dal male, il casuale dal fatale, ma per qualcosa di molto più grande e significativo… Viviamo in un mondo danneggiato, contorto, in una civiltà distrutta la cui spina dorsale è spezzata, così come la sua percezione di superiorità verticale e gerarchica. È necessario uno sforzo intelligente per ripristinare le proporzioni di questo mondo gerarchico intelligente, il cui modello è stato creato da Platone, ed è appunto il platonismo.

L’imperativo del platonismo

Daria Dugina scelse lo pseudonimo di Platonov e si dedicò allo studio del platonismo e dei filosofi platonici. Un tempo l’americano A. Whitehead disse che l’intera filosofia mondiale non è altro che note a margine di Platone. Impegnandoci nel platonismo – arriviamo al centro del tifone, al cuore del problema della generazione dei significati, della creazione delle strutture di pensiero, della mente, della storia, delle culture, delle civiltà… Dasha lo sapeva e ha scelto deliberatamente questa strada. La via della Mente è pericolosa. Le persone temono la mente come il fuoco.  Un tempo, le autorità cittadine di Atene fecero giustiziare il pensatore più saggio della Grecia e dell’umanità intera, Socrate; gli abitanti di Alessandria assassinarono la filosofa neoplatonica Ipazia. Oggi le élite del mondo occidentale odiano il libero pensiero in modo feroce e totalitario. Uccidono e intendono uccidere i pensatori, i filosofi, i saggi, i profeti, i geni – tutti coloro che non pensano al destino dell’umanità all’unisono con il gruppo di cattivi che si sono impadroniti del discorso globale moderno, che stanno per spegnere del tutto il progetto Uomo, trasformandolo in un clone, in un computer, in un’informazione nella nuvola. Daria Dugina sapeva che questo oscurantismo ragionato doveva essere contrastato innanzitutto dalla Mente: pensiero, idea, concetto, disegno, progetto. Ha scelto il platonismo come fulcro di questa lotta.

La struttura a due piani del platonismo

Platone creò un mondo intelligente e coerente a due piani, in cui le idee, i modelli, le forme delle cose e gli eventi del mondo fluttuavano nel piano superiore, mentre nel piano inferiore dimoravano la materia e le cose stesse, che esistevano contemplando le idee-Logos e imitandole come loro modelli celesti. Così fu costruita la gerarchia del Cielo e della Terra, una gerarchia di idee alla cui testa brillava l’idea del Bene, o dell’Uno: l’inesprimibile, l’inesprimibile, al di là di tutto ciò che poteva o non poteva essere pensato. Il platonismo descriveva una struttura intellettuale e intelligente del mondo, aperta dall’alto. Poneva l’uomo al centro di una gerarchia verticale come una sorta di mediatore tra i mondi. Contemplando le idee, l’uomo ha fatto in modo che il mondo fosse costruito e le cose fossero prodotte, riecheggiando gli archetipi celesti. Questo modello di mondo esiste da millenni. Le sue strutture, le gerarchie, le scale di ascesa e discesa si riflettono in tutte le religioni del mondo. L’uomo in essa è un “essere che sale” (verso lo Spirito, il Bene, la Verità, la Bellezza, la Giustizia, l’Uno), e talvolta ritorna (il Mito della Caverna di Platone) e sale di nuovo sulla scala di Giacobbe, la scala della perfezione spirituale. Questa ascesa dell’uomo, la sua perfezione, la sua transustanziazione, è l’obiettivo della vita.

Il divenire e il lato oscuro della libertà

Tuttavia, il mondo si deteriora col tempo, l’uomo diventa stolto. In un modo o nell’altro è arrivato il Moderno e poi il Postmoderno, che in parte è quello in cui ci troviamo oggi. Il postmodernista francese del XX secolo Gilles Deleuze falsifica Platone – solo a margine dei suoi scritti – distorcendo fondamentalmente l’immagine platonica del mondo. Deleuze sostiene che il platonismo non parlava del dualismo tra idee e materia, ma della dualità della materia stessa: quella che accoglie le idee, cioè le copie, e quella che evita del tutto l’influenza delle idee, si nasconde da esse, sfugge all’influenza del modello intelligente, il Logos. Nel mondo, ci dice il nostro più popolare filosofo occidentale, ci sono cose che scivolano via, evitando qualsiasi forma, qualsiasi definizione. Questo lo chiama “puro divenire”, “infinito”, “ombra della copia”, “copia senza l’originale” o “simulacro”. Secondo Deleuze, tali cose e persone indefinibili, che sfuggono all’idea, al Logos, non sono completamente prive di misura, ma questa misura non è al di sopra, ma al di sotto di esse, nel sottosuolo della loro esistenza. Non rimangono all’ombra dell’Unico Creatore, dei più alti significati celesti, ma sotto l’incantesimo, l’ipnosi di un elemento folle che vive al di sotto di quell’ordine che nell’universo platonico le cose ricevono dal Logos, il mondo della Mente e delle idee.

I due mondi di Deleuze: copie e simulacri

Così Deleuze stabilisce due mondi: uno governato dalla Mente mondana, che riceve modelli e forme dalle sfere celesti e questo mondo appare a Deleuze come decrepito, non libero, non dinamico, totalitario. È il mondo di una realtà fissa, di una certezza fissa, e quindi il mondo delle “pause” e delle “fermate”, con un linguaggio maldestro per descriverlo, per parlarne.

Il secondo mondo, nuovo e bello, viene in aiuto del vecchio, portando con sé significati fluenti, un elemento fluente e leggero del flusso e un “divenire ribelle” senza soste e pause.

Attraverso l’immobilità e la rigidità del vecchio mondo gerarchico delle idee e delle cose (non è difficile intuire che si tratta del mondo platonico dei doppi argomenti), appare, come un fantasma, il secondo mondo di Deleuze, il mondo del divenire paradossale, Dove tutto è fluido al punto che i significati di passato e futuro sono identici, dove il prima e il dopo, il più e il meno, la causa e l’effetto, l’eccesso e la carenza, il crimine e la punizione si fondono in un’inspiegabile concordia e inter-trasformazione. Entriamo in un mondo senza limiti che vengono trasgrediti – da qui il mondo del crimine, dell’illegalità. È un mondo di reciproca reversibilità degli eventi, cioè un luogo in cui la ragione è problematizzata. A Deleuze piace l’idea che accanto alle cose e agli esseri formalizzati ci siano eventi indeterminati e che sulla loro superficie si agitino eventi ancora più piccoli, che lui chiama “effetti”. Gli effetti sono fluidi, leggeri, non fondati, arbitrari, spontanei.

L’uomo come “evento”

“Che cos’è una ferita sulla superficie del corpo?”, si domanda Deleuze. È una cosa densa con un proprio status? È un effetto, un piccolo evento che “non esiste nemmeno, ma persiste solo per un po’ nella sua manifestazione”, diventa, possiede un minimo di essere.

Che cosa siamo noi stessi? La vita umana, compreso il nostro io, il nostro vertice interiore, che veneriamo come soggetto, il nostro mondo, il nostro sogno, suggerisce Deleuze, non è forse solo un cieco agitarsi sulla superficie di qualche evento? Siamo solo un leggero scricchiolio sulla superficie dell’essere. Un fruscio di carta, una specie di nebbia che si muove ai bordi delle cose.

Che cos’è il rossore del ferro, il rossore del viso?, chiede Deleuze. È una miscela di rossi e verdi. Anche noi siamo miscele, che si mescolano, nel bene e nel male, con le cose.

Il “mondo degli effetti” di Deleuze si mescola e si diffonde. In esso ci muoviamo in un Eone infinito del divenire.

Non c’è un Tutto al mondo”, sostiene il maestro della retorica francese, “che ordini e sia responsabile della metamorfosi delle cose e di noi stessi.  Non c’è ragione al mondo. Ciò che ci viene richiesto non è di essere, ma di scivolare.

Caosmos

Il mondo di Deleuze è un viaggio verso il Caosmos, con la perdita dei nomi e la negazione di ogni permanenza, compreso il sapere (perché “la permanenza ha bisogno di pace e di Dio”, come nota Deleuze, “e noi non possiamo darvi questo”). È un universo senza verticalità, dove il simbolo dell’albero come asse verticale e gerarchia è sostituito dall’immagine di un rizoma, un tubero come una patata, che germoglia casualmente e inconsapevolmente di lato, di fianco, in basso, a volte anche in alto. Questo è il mondo dell’infinito, l’apeiron (ἄπειρον) – quello che gli antichi greci odiavano particolarmente, in contrapposizione al limite, il peras (πέρας), che completava, fissava la cosa.

Il divenire deleuziano implica una fusione del linguaggio, dove i nomi vengono spazzati via dai verbi come entità più fluide, e dove nel divenire tutto si dissolve e scompare. L’attuale mondo del divenire di Deleuze è il mondo del linguaggio che si disintegra e muta nel processo di questa disintegrazione. Poiché il denotativo è abolito ancor prima della filosofia di Deleuze, nello strutturalismo di F. de Saussure, da cui Deleuze si allontana, la realtà si trasforma in lui in una residualità puramente linguistica, in cui il tessuto semantico, il campo di senso dell’essere, si dissolve e si spegne, coinvolgendo in questa estinzione l’Uomo come proprietario e gestore del linguaggio. Acquisito nel puro divenire, il post-linguaggio si trasforma in un muggito inspiegabile — in un lampo di “effetto” sulla superficie della levigatezza fusa della materia che collassa in profondità infernali. Daria Dugina ha dedicato a Deleuze il suo saggio “Black Deleuze” e ha spesso fatto riferimento a lui e alla sua filosofia nei suoi discorsi, interventi e conferenze.

Le cose predatorie e il soggetto vuoto Ltd

Il programma di dissoluzione dell’uomo, di destabilizzazione e di dissoluzione del mondo stesso viene oggi elaborato non solo nei programmi stravaganti e perversi della scuola di Deleuze, ma anche nei gruppi filosofici post-deleziani dei “realisti iper-materialisti” o “ontologi orientati agli oggetti” (OOO) occidentali contemporanei, come R. Negarestani, N. Land, G. Harman, R. Brassier, C. Meyasu e altri. Questi filosofi ci spiegano che l’uomo, nella filosofia classica occidentale, ci appare ingiustificatamente come troppo retto, autoritario, arrogante e moralista. Tuttavia, rispetto all’intelligenza artificiale, ad esempio, è assolutamente imperfetta e ingestibile. È quindi inutile e pericoloso continuare ad assecondare l’uomo nella sua illusione di essere l’amministratore dell’universo e l’artefice del progresso sociale. L’uomo è troppo oppresso dal Logos. Perché siamo così sicuri, chiedono i rappresentanti delle OO, che l’uomo sia la misura delle cose, il polo principale della correlazione? C’è il Nulla e la sua circolarità, che si chiama “divenire”. D’ora in poi il mondo dell’essere precedentemente chiamato “uomo” è caratterizzato da indeterminatezza, sfocatura, fluidità, “permeabilità”, caoticità, e questo riguarda non solo gli eventi della sua vita, ma anche lo stato del suo io fragile e instabile.

Ma ciò che è veramente solido e affidabile nel mondo sono oggetti cosmici, semplici cose, la Terra, il suo nucleo, compresso nella prigione di una crosta ghiacciata. Gli oggetti, sebbene fenomenologicamente indimostrabili, sono anche praticamente raggiungibili: se solo estinguiamo il nostro Dasein umano, ci si riveleranno in modo del tutto inaspettato, molto probabilmente come mostri, secondo Graham Harman del Weird Realism. Mentre la nostra presenza umana è ancora persistente, i noomen sono irraggiungibili. Essi (i noomen, le cose) vivono in modo radicalmente esteriore (infernale), inaccessibile a noi, e molto probabilmente piuttosto predatorio, e noi ne approfittiamo, considerandoci ingenuamente i loro padroni e padroncini, ma c’è una grande ribellione delle cose che verranno, come ha detto Bruno Latour. L’uomo non è nulla, con tutte le sue effimere pretese, capacità, progetti e illusioni; gli oggetti devono essere liberati dall’uomo, lasciati liberi di creare, di seguire i propri percorsi e traiettorie cosmiche; l’uomo deve essere rimosso dal percorso del nucleo terrestre, ad esempio, per liberare il demone nucleare all’interno della Terra, in modo che questa calda e incandescente essenza solare possa unirsi in una danza cosmica con il Sole – è quanto ci dice il filosofo americano di origine iraniana Reza Negarestani, riprendendo il filosofo inglese Nick Land.

Daria Dugina ha studiato molto attentamente i testi degli ontologi contemporanei orientati agli oggetti, polemizzando con loro in articoli e discorsi. C’è stato anche un curioso incidente. Una volta Daria ha partecipato a una presentazione on-line del libro di Negarestani a Mosca. Questo caso è diventato molto noto perché nel bel mezzo di una discussione intellettuale uno degli ammiratori di Dasha le ha chiesto la mano e il cuore. Daria promette gentilmente di prendere in considerazione questa proposta, ma solo dopo che il pretendente di idee conservatrici-tradizionaliste riuscirà a padroneggiare la filosofia opposta alla sua e imparerà a memoria la Ciclonopedia di R. Negarestani.

Attacco alle superfici

Il tema dell’insolvenza e della vanità dell’uomo nei rappresentanti, come abbiamo mostrato, si sincronizza con quello della dissoluzione dell’uomo in Deleuze, il filosofo sottile, in cui si proclama la vera volontà non per le cose e gli enormi corpi e oggetti cosmici, ma per i deboli effetti sulla superficie di tutte queste proprietà. Raccogliendo il panorama della filosofia occidentale moderna, vediamo davanti a noi i diversi fianchi di un unico fronte che attacca la nostra tradizione spirituale – platonica, cristiana, tradizionale. In questa invasione della filosofia occidentale moderna su di noi non ci sono verticali, né gerarchie, né forme, né idee, né valori, né oggetti, né essenze, né cause, né qualità, né schemi, né obiettivi, né linguaggio, né profondità, né altezza, né libertà, né spirito, né Dio. Non c’è posto nemmeno per l’uomo. A cui viene ordinato di non andare in profondità, di non guardare in alto e lontano, di non sognare, di non proiettarsi, di non pensare, ma di scivolare e dissolversi, di frusciare e di non pensare troppo a se stesso. Ci viene comandato, persino ordinato, di rimanere sulla superficie delle cose, di scivolare lungo la superficie degli eventi, di seguire le tendenze, di seguire le agende.

Guerra d’ingegno

Ho detto “ci viene comandato”!  Sì, proprio così! Dietro il morbido fruscio del discorso scatenato di Deleuze, noi tradizionalisti sentiamo il pesante calpestio dell’imperativo totalitario. Questo non significa forse che c’è qualcuno nel mondo che capisce quali regole ci vengono offerte, e che nel mondo non ci sono ordini di cose in sé, ma ordini di interpretazioni? Con il pretesto di un gioco filosofico apparentemente casuale, ci vengono imposti dei requisiti alle cose e a noi stessi, quindi dei principi e delle regole con cui qualcuno ci incolla a determinati standard di percezione e comportamento?  Sì, è proprio così, e i nostri avversari intellettuali in Occidente lo capiscono. Come la legge cardinale della geopolitica afferma che “Chi controlla l’Heartland (l’Eurasia) possiede il mondo”, così qui la formula funziona: “Chi controlla il discorso, stabilisce il meta-linguaggio, comanda su tutto”.

I paradigmi – le chiavi delle visioni del mondo, delle civiltà e delle culture – sono conosciuti in Occidente? I codici della storia e del futuro dell’umanità?  Sì, senza dubbio. Ma non hanno fretta di condividere questa conoscenza nemmeno con i “loro”, per non parlare di coloro che sono ovviamente classificati tra il gregge epistemologico.

In Russia, la risposta a questa domanda è offerta dal tradizionalismo russo, che è la scelta di tutta la nostra famiglia, a partire dal suo capo. Il padre di Daria Dugina ha dedicato la sua serie di opere in 24 volumi, Noomachia, allo studio del Logos delle civiltà, ai paradigmi della storia umana. E Daria ci è cresciuta, assimilando fin da piccola il gusto per la Tradizione e le ontologie verticali. Daria è nata e cresciuta in una famiglia di filosofi di cui era ed è tuttora parte organica e integrante. È un’eterna stella nascente del pensiero russo. Tutti gli interrogativi più acuti lanciati dalla modernità tossica e dalla postmodernità del tramonto occidentale trovano risposta nei grandi tradizionalisti del Novecento: René Guénon, Julius Evola, Mircea Eliade, Ernst Jünger, Lucian Blaga, Emile Cioran, Louis Dumont, Georges Dumezil, Alain de Benoit e decine di altri raffinati pensatori.

Considerava i tradizionalisti come quei pionieri della Mente nella storia del XX secolo, che hanno cercato di comprendere il naufragio della nave dell’umanità come una transizione dal paradigma spirituale della Tradizione (Antichità, Medioevo e Rinascimento) al paradigma materialistico, individualistico e antigerarchico dell’Età Moderna, e poi al paradigma in erosione dell’Età Moderna che è l’Età Postmoderna.

Mia figlia, Daria Platonova Dugina, era profondamente interessata a tutti questi argomenti.  A loro ha dedicato articoli, relazioni, testi, frammenti della sua tesi di laurea incompiuta. Nel prossimo futuro, spero di pubblicare un libro con i suoi testi filosofici e storico-filosofici (relazioni, articoli, estratti) [N.d.T.: il testo è già stato programmato anche per l’edizione italiana].

Daria ha seguito i suoi genitori tradizionalisti che, a loro volta, hanno dedicato tutta la loro vita all’analisi, alla traduzione, all’esposizione, all’insegnamento delle dottrine tradizionaliste e alla loro interpolazione in vari campi delle scienze umane – filosofia, sociologia, scienze politiche, storia della filosofia, scienza, arte, teoria delle relazioni internazionali, ecc.

Il mio riferimento alle due tendenze intellettuali della modernità – il deleuzianesimo e le ontologie orientate agli oggetti – non è casuale. Come si è detto, la nostra condizione attuale richiede un solido sforzo mentale: non solo un atto mentale distaccato di decifrazione e attualizzazione del paesaggio intellettuale della modernità, ma una penetrazione determinata, profonda, direi iniziatica, nell’essenza della lotta intellettuale contemporanea. È una lotta, un confronto di menti nel mondo contemporaneo, una vera e propria battaglia o “Guerra delle menti”, “Noomachia”, come l’ha definita Alexander Dugin. La cosa più sorprendente e inaspettata per l’osservatore superficiale è che questa guerra è piena di battaglie, scontri, battaglie perse e vinte, fornite con intelligenza intellettuale, manovre ingannevoli, lavaggio del cervello e disinformazione intellettuale. Oggi, nella retorica ufficiale della scienza politica, si parla di “guerre mentali”, cioè della stessa “guerra della mente”, la guerra dello spirito.

Quindi, i nostri nemici in questa guerra della mente conoscono molto bene il prezzo di un pensiero, il prezzo di un’idea, il prezzo di un progetto. Lo sa bene anche Arthur Rimbaud, che diceva che «la battaglia spirituale è feroce come le battaglie di un esercito».

Noi, filosofi della tradizione, filosofi tradizionalisti, che abbiamo saputo discernere la strategia del mondo moderno e riconoscere i paradigmi del Moderno e del Postmoderno che ci sono estranei, partecipiamo a questa feroce battaglia. Ci sono imposte dalla civiltà occidentale moderna, con i suoi particolari percorsi storici, con i suoi principi e valori: liberalismo, individualismo, anti-gerarchia, materialismo. Questi principi non sono innocui. In definitiva, sono disumane e, in un modo o nell’altro, portano alla distruzione dell’uomo e alla cancellazione dell’umanità dal Libro della Vita.

Daria Dugina era all’avanguardia nella guerra dell’ingegno, sulla “frontiera” intellettuale, come le piaceva dire, nello spazio delle battaglie di paradigmi, idee, civiltà; era un vero cavaliere del fronte intellettuale, un vero “guardiano-filosofo”, come Platone chiamava i filosofi, perché custodivano la cosa più alta che l’uomo ha: la sua dignità intellettuale, il suo diritto alla libertà, al pensiero, alla protezione dei più alti valori umani, ad accedere, salendo la scala della contemplazione dei più alti principi, all’intero volume di ciò che nel platonismo si chiama Verità, Bene, Giustizia, Bellezza, Bontà.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: Idee&Azione

6 febbraio 2023

Darya Dugina, la Filosofia come destino
Darya Dugina, la Filosofia come destino

L’ANTICA DIPENDENZA TRA DUE MONDI SPECULARI

di Aria Shu

COME IL MONDO SOTTERRANEO DEI MORTI NASCE, SI EVOLVE E SI STRUTTURA IN BASE ALLE VICENDE DEL MONDO DEI VIVI.

Nell’antica Grecia, l’oltretomba del poeta Omero era considerato come un vero e proprio luogo fisico, dove i defunti non erano distinti in anime buone e malvagie e non ricevevano premi o punizioni, ma tutti condividevano la stessa sorte. Solo dal IV secolo a.C., si sviluppò l’idea che, sulla base del comportamento morale tenuto nella vita terrena, venissero assegnate ai morti determinate aree dell’Ade. Un esempio è l’opera l’Eneide, scritta dal poeta latino Virgilio, ossia il primo grande “MANUALE TURISTICO” dell’Aldilà, le cui entrate agli inferi venivano indicate vicino alle attività vulcaniche, come in Campania presso il Vesuvio, e in Sicilia vicino all’Etna. Nel testo, una volta superato l’ingresso dell’Ade, e la zona dei morti “anzitempo” (cioè morti prima del tempo), si arrivava ad una strada che a sua volta si diramava e portava da una parte all’ELISEO e dall’altra al TARTARO. La prima sede citata era il luogo delle caste sacerdotali, dei veggenti, eroi di guerra e persone meritevoli con capacità di prevedere il futuro e REINCARNARSI in un nuovo corpo. Mentre l’altro luogo vi andavano i defunti che in vita si erano macchiati di ingiustizie o CRUDELTA’. Le cattiverie punite negli inferi hanno una stretta parentela con quelle delle condanne degli antichi Romani, come la legge delle XII tavole che proibiva di ingannare la fiducia di qualcuno; o la legge Iulia de adulteriis che dava la facoltà al marito di uccidere la moglie e il suo amante colti in flagrante delitto di adulterio. Non c’è da stupirsi quindi se negli inferi dei poeti troviamo le persone condannate anche nella vita terrena. D’altro canto, come in Grecia anche a Roma, molti filosofi ed intellettuali dubitavano dell’esistenza del mondo dei morti. Ad esempio per il poeta Lucrezio non ci sono degli inferi soprannaturali o miti infernali da temere, poiché sono stati creati dalle religioni che ALIMENTANO inutilmente la paura. Il vero INFERNO È QUI, sulla terra, fatto di angosce e paure molto spesso inseparabili dalla vita.

Fonte: www.mondidiaria.com/credenzediaria

L’ANTICA DIPENDENZA TRA DUE MONDI SPECULARI
L’ANTICA DIPENDENZA TRA DUE MONDI SPECULARI