Ciò che ho da dire sulla guerra in Ucraina è “molta roba”. Per non sfiancare chi ha la bontà di leggermi, lo farò pubblicando in più parti le mie osservazioni. Questa è la prima parte.
“La Russia non deve vincere, l’Ucraina non può perdere”, Stoltemberg dixit. E lo dice perché nonostante le fantasiose e faziose cronache dei giornalisti inviati di guerra, allo stato delle cose la Russia sta vincendo e l’Ucraina perdendo. Stoltenberg, in pratica da segretario NATO (struttura militare) a capo politico europeo che detta l’agenda politica ai governi nazionali. Apro parentesi: l’informazione ha raggiunto un grado di spudoratezza tale da far pensare che gli operatori addetti siano preda di delirio o di deficienza. Si prenda ad esempio le cronache di questi giorni relative alla bidella pendolare di Napoli oppure, meglio ancora, la vicenda dell’arresto di Matteo Messina Denaro: “All’arresto del mafioso la gente, mossa da un grande sentimento di liberazione, ha circondato le forze dell’ordine applaudendo”, e nel darci questa notizia mandano in onda senza soluzione di continuità su tutti i tg un filmato dove si vedono 3 (DICASI TRE!) persone che si complimentano con gli agenti. Uno di questi tre è un cronista (quello con il piumino azzurro) che poi lo si rivede con la macchina fotografica in un successivo filmato davanti al primo “covo” di Denaro. La seconda e la terza persona sono palesemente agenti in borghese. Ma ai media gli piace raccontare la storia degli applausi e la raccontano chiamando a supporto il filmato. Così, tutti i commentatori, politici e mafiologi della prima e dell’ultima ora vanno in tv riprendendo la sdolcinata narrazione degli applausi liberatori. Che le manifestazioni contro la mafia organizzate a Castelvetrano siano praticamente andate deserte fatto salvo per la convocazione di boy scout, non è cosa meritevole di commento. Anzi, no: hanno commentato mistificando anche qui. Glisso sulla narrazione dei documenti che Denaro avrebbe ereditato da Riina, sull’agenda rossa di Borsellino che sarebbe stata asportata dal luogo dell’attentato da un mafioso anch’essa finita nelle mani di Denaro: pura fantasy… Potrei citare altri mille esempi di mistificazione, mi limito a quanto scritto solo per dire: se questo è il grado di mistificazione sulla cronaca nazionale, figuriamoci la cronaca relativa alla Grande Guerra Mondiale in corso che vede l’Ucraina solo uno dei luoghi ove essa guerra si svolge. Chiusa parentesi.
Oggi i polacchi (quando i tedeschi e i russi erano svegli e intelligenti avevano pensato di brasare definitivamente questa malefica nazione… ma hanno perso il tempo e ora ci devono rifare i conti) dicono che se la Germania non dà l’assenso, loro non rispetteranno i patti (accordi) e doneranno a Kyev i loro carri armati Leopard che invece i tedeschi dicono di non voler donare a meno che gli americani non donino loro carri Abrams. Ma gli americani che non sono fessi dicono che non li daranno perché gli ucraini non potrebbero utilizzarli in quanto servirebbe un lungo addestramento, abbisognano di uno sproposito di carburante per muoverli (carburante che gli ucraini on hanno) e via elencando nelle speciose giustificazioni. In compenso doneranno altri 45 milioni di dollari e munizionamento… affinché gli ucraini continuino a farsi massacrare illudendosi di vincere. Pare gli vogliano fornire missili capaci di colpire la Crimea. Altri armamenti li daranno gli inglesi, tra cui elicotteri e carri per l’utilizzo dei quali servirebbe un lungo addestramento e, non essendoci il tempo, saranno ancora una volta i mercenari inglesi, canadesi, francesi e americani a utilizzarli. Anche per quanto riguarda i sistemi antiaerei (tipo Patriot) che gli americani vogliono dare agli ucraini serve un lungo addestramento. Non è mica come sparare con un fucile. Per utilizzare quei sistemi d’arma serve un complesso logistico complesso e sofisticato.
Sei mesi di addestramento non sarebbero sufficienti, e le rampe di missili da sole senza tutto l’apparato di contorno non hanno alcuna efficacia e verrebbero distrutti in men che si dica dall’aviazione russa. Anche qui, se quei sistemi anti-missile verranno allocati in Ucraina, servirà personale occidentale.
Nelle premesse alla riunione di oggi a Ramstein si dice che occorre far presto per super-armare l’Ucraina in modo da consentirgli tra febbraio-marzo una controffensiva. Se non è delirio o idiozia è una miserabile menzogna. Sul finire di febbraio il terreno ghiacciato delle steppe e delle tundre ucraini disgela e si trasforma in un oceano di fango che rende impossibile una avanzata di carri, in particolare dei carri che non sono stati concepiti per operare su quel terreno. Per contro, tutto lascia pensare che i Russi si stiano preparando per un’offensiva in grande stile da lanciare tra fine gennaio e inizio febbraio. Si sono preparati costruendo fortificazioni adatte a supportare la spinta in avanti delle truppe e, mettendo in conto la rabbiosa reazione occidentale, stanno piazzando batterie di difesa aerea sui palazzi istituzionali di Mosca. Per capire in quale logica prospettica sono entrati i russi basterebbe ascoltare quanto detto nella conferenza stampa mensile dal ministro degli esteri russo Lavrov, discorso che i nostri media si son ben guardati dal trasmettere, così come non è stato riportato quanto detto qualche giorno prima da Putin. Da quelle dichiarazioni si capisce bene che i russi non si fanno illusioni sulle reali intenzioni degli americani e del fatto che ormai l’Europa è una marionetta senz’anima incapace di agire per i propri interessi; al contrario l’Europa altro non è che uno strumento di manovra per gli interessi statunitensi, siano essi geopolitici, economici e finanziari.
Dunque la tragedia europea abbia continuità: più armi agli ucraini, più offese alla Federazione russa, più menzogne distribuite a piene mani ai popoli europei, senza un piano “b” rispetto a quello che vorrebbe l’umiliazione della Russia, la sua disintegrazione e quindi la sua subalternità agli interessi del modello unipolare occidentale targato USA. E tutto avviene in un quadro di totale inerzia da parte delle popolazioni europee e in totale subalternità delle élite politiche nazionali del continente Europa.
La fotografia è emblematica e da sola dice tutto. A Ramstein in Germania – cuore d’Europa, asse portante degli europeisti di ogni idea di Europa – alle spalle dei relatori le bandiere americane e ucraine. Non una bandiera di altre nazioni, non la bandiera della miserabile UE. Del resto Ramstein è appunto una base americana che marca il ruolo dell’occupante e quello della colonia. Al centro del tavolo dei relatori il capo del Pentagono Lloyd Austin che detta l’agenda; non un capo politico ma un capo militare per risolvere una questione che prima di tutto è politica e geopolitica. In collegamento video il questuante Zelensky. Penoso il balbettio degli oligarchi UE, con il mantra: «Più armi agli ucraini per salvare vite umane» quando poi è del tutto evidente che l’implementazione della fornitura di armi agli ucraini ne ha favorito la mattanza sottaciuta dai media.
Mi sono posto la domanda del perché del tipo di comunicazione propagandistico occidentale, palesemente menzognero e mi son fatto convinto che esistono almeno tre livelli.
Il primo è quello peracottaro dei mestieranti mediatici. Non sanno di che parlano, ripetono a pappagallo le fesserie che vengono sostenute dai nanetti della politica o degli analisti allo sbaraglio a loro volta imbeccati dai media statunitensi. Qui il focus è la barbarie russa, la Russia come aggressore, l’Ucraina come eden democratico indebitamente invasa etc. Costoro sanno che devono conformarsi, essere conformisti per non essere espulsi dal circo. Devono compiacere e non permettersi di verificare la fonte delle notizie.
Il secondo è quello di tipo ideologico sostenuto da soggetti quali Georg Soros. Di recente la Fox News Broadcaster ha sostenuto che George Soros ha pagato 54 influenti personaggi dei media nel corso degli anni, inclusi giornalisti di CNN, NBC, CBS, Bloomberg, NPR e Washington Post.
Secondo uno studio di MRC Business, Soros ha speso almeno 131 milioni di dollari per convincere 253 media a coprire gli eventi mondiali nel modo desiderato. Ha pagato tutti, dai giornalisti e dalle emittenti agli editori e ai capi dei media. Georg Soros è stato il principale finanziatore delle “rivoluzioni arancioni” nell’Europa dell’Est, in Ucraina nel 2005 per poi sostenere il golpe di Maidan.
Il terzo livello è quello implementato dalle agenzie collegate ai centri militari che si occupano di guerra psicologica. L’idea è di far leva sull’immaginario collettivo del paese nemico per portare i giovani alla sollevazione contro le istituzioni. Quando queste agenzie (in particolare quelle inglesi) mettono in circolo notizie (subito riprese asetticamente dai media) tipo: “Putin ha il tumore e sta morendo”; “I russi mandano al fronte i soldati senza calzini”; “I russi non hanno più munizionamento”; “C’è una guerra di potere dentro il Cremlino”; “I Russi stanno perdendo la guerra e contano 1000.000 morti”, etc. i destinatari di tale bufale non sono le popolazioni occidentali ma i giovani dei “paesi nemici” per portarli alla rivolta interna: i giovani devono avere una ragione di contestazione e essere convinti che il loro governo mente e che vale la “libera e democratica stampa occidentale”; fanno affidamento sul web e internet. Il governo nemico deve essere discreditato. Vale per la Russia, ma anche per la Cina, l’Iran etc. Questo tipo di notizie lasciano indifferenti le popolazioni occidentali ma sortiscono qualche effetto sulle popolazioni dello Stato avverso agli occidentali, danno ai colonizzati mentali una motivazione. Va detto che questa azione non ha funzionato più di tanto. In Russia, per esempio, stando ai rilevamenti delle agenzie preposte ai sondaggi (tipo Levada), dall’inizio del conflitto ucraino il gradimento verso Putin è passato dal 61% a rasentare l’80%. E anche per Iran e Cina le cose non sono andate come sperato e auspicato dai centri preposti alla guerra psicologica. Questa cosa del consenso popolare a Putin ha di recente fatto sclerare Zelensky che è giunto a minacciare tutto il popolo russo a cui chiederà di rendere conto.
Un po’ come gli angloamericani verso i tedeschi nel secondo conflitto mondiale, per cui si è giunto ad auspicare il totale sterminio.
Allo stato delle cose, lo sforzo mediatico della propaganda occidentale è quello di fare in modo che le popolazioni europee non mettano in correlazione le difficoltà economiche (recessione, aumento dei costi della vita etc.) con la guerra e che, comunque, questo è un prezzo da pagare per salvare i principi democratici. “La Russia non deve vincere, l’Ucraina non deve perdere” perché ne andrebbe della salvaguardia dei gloriosi principi democratici occidentali. La famosa frase di Draghi sul condizionatore è emblematica. Ma siccome la situazione sta precipitando, questo tipo di propaganda mediatica mostrerà presto la corda e se al momento non c’è da parte della gente una significativa reattività verso i desiderata degli oligarchi occidentali e dunque della propaganda mediatica, non è escluso che prima o poi non si arrivi al “Chi se ne frega dell’Ucraina” perché poi alla fine, come già ho avuto modo di dire, la menzogna è come una palla di neve che più rotola più si ingrossa, ma quando poi si frantuma a valle modifica lo scenario. “Chi se ne frega dell’Ucraina” sopra tutto perché il prezzo che si chiede di pagare alle popolazioni europee è insensato, non sostenibile e fonte di un disastro epocale per gli europei contro i quali gli USA continuano nella loro guerra, per stravincere perché di fatto l’hanno già vinta.
Mario Caligiuri, Presidente della Società Italiana di Intelligence, ha tenuto una lezione al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, affrontando il tema “Il dominio definitivo. Prime idee per una geopolitica della mente”. Caligiuri ha esordito ricordando che nel nostro Paese si deve a Lucio Caracciolo la ripresa della geopolitica, intesa come lo studio dei fattori di potenza di uno Stato che tengono conto nella lunga durata della geografia e della storia, collocati nell’attualità dello scenario politico. Ha quindi illustrato brevemente le principali teorie geopolitiche in base alle quali dominava il mondo chi controllava i mari, il centro della terra, l’aria o lo spazio. Per Caligiuri: “il controllo dei mari ha consentito all’Inghilterra di costruire un impero che si estendeva in tutti i continenti; la presenza culturale nelle linee di faglia tra l’Asia e l’Europa è ancora oggi strategica come nel “grande gioco” dell’Ottocento; il dominio dell’aria venne teorizzato dal generale italiano Giulio Douhet dato che proprio il nostro paese utilizzò in Libia nel 1911 per la prima volta gli aerei in un conflitto; la corsa allo spazio tra le due superpotenze ideologiche dopo la seconda guerra mondiale venne considerato un fattore determinante. Negli ultimi vent’anni,si è progressivamente esteso lo spazio cibernetico che è asimmetrico per definizione dove piccoli Stati come territoriopossono essere grandi potenze, quali Israele e Corea del Sud”. “Dal cyber spazio – ha proseguito – arrivare al sesto dominio il passo è stato breve, poichè nel 2030 tecnicamente tutti i cittadini del mondo potranno essere connessi a Internet. Pertanto se tutti siamo collegati tutti potremmo essere controllati e quindi in gran parte condizionati”. Caligiuri è così giunto a delineare la “geopolitica della mente”, intesa come il campo di battaglia dove si sta svolgendo la lotta per il potere, in modo da esercitare il dominio definitivo sulle persone e sulle nazioni, poichè oltre il controllo della mente non può esserci altro. “Da sempre – ha precisato – il nostro modo di pensare è già in gran parte condizionato dalla genetica e dall’ambiente, cioè dalla famiglia da cui nasciamo e dal contesto sociale e nazionale in cui viviamo, che condizionano inevitabilmente il nostro futuro, trasmettendo inoltre dei pregiudizi che orientano la percezione della realtà”. Ha poi proseguito, ricordando la “geopolitica delle emozioni”, teorizzata da Dominique Moìsi che ipotizza i continenti della speranza, della paura e dell’umiliazione sostenendo che “viviamo tutti lo stesso tempo ma lo percepiamo in maniera differente”. Pertanto, per Caligiuri “la geopolitica della mente è collegata direttamente allo studio del futuro. La società post-industriale è infatti basata su un progetto di futuro, tanto che soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, politici, accademici, scienziati e operatori dell’intelligence, si sono esercitati sul futuring. Non sembri pertanto casuale che lo studio del futuro sia materia di insegnamento nelle scuole scandinave, e sarebbe bene lo diventasse anche in Italia, integrando tanti decrepiti percorsi disciplinari scolastici e accademici”. Per il docente, “mai come in questi anni di pandemia, e adesso con la guerra russo-ucraina, è evidente come accanto alla guerra reale vi sia quella dell’informazione, che provoca effetti distorsivi devastanti. Per descriverli Marshall McLuhan ricordava che ”quello di cui i pesci non sanno assolutamente nulla è l’acqua”. Vale lo stesso per noi che siamo totalmente immersi nella disinformazione e percepiamo l’esatto opposto della realtà”. “Non solo – ha proseguito – la dialettica tra verità e menzogna ha sempre contraddistinto la storia dell’umanità, tanto che Aulo Gellio sosteneva che “la verità è figlia del tempo”, ma oggi tutto sta cambiando in modo strutturale con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Non a caso, il futuro dell’intelligence è quello di confrontarsi con uno scontro di intelligenze, tra l’intelligenza umana da un lato e quella artificiale dall’altro”. Caligiuri ha poi ricordato che “secondo Ray Kurzweil il 2043 sarà l’anno della “singolarità”, quando l’intelligenza artificiale supererà quella umana. Il 2043 è lo stesso anno in cui Philip K. Dick ambienta il racconto Minority report in cui i crimini vengono previsti prima che si commettano”. “L’intelligenza artificiale – secondo il docente – inevitabilmente comporterà uno spill-over, un salto di specie come quello che segnò il passaggio dall’uomo di Neanderthal all’uomo Sapiens e da questo si sta arrivando all’uomo Simbioticus, caratterizzato da una inevitabile ibridazione tra uomo e macchina. Se adesso siamo orientati dall’intelligenza artificiale nell’immediato futuro potremmo anche essere controllati”. A riguardo, ha riportato l’opinione di Alan Turing (uno dei padri dell’intelligenza artificiale e protagonista della decifrazione del codice “Enigma” utilizzato dall’esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale), che rispose affermativamente quando gli domandarono se la macchina potesse sviluppare una coscienza. Caligiuri ha poi illustrato che oggi viviamo in tre dimensioni che si sovrappongono contemporaneamente: fisica, virtuale e aumentata,. E quest’ultima è il risultato dell’ibridazione tra uomo e tecnologia. Il docente si è quindi soffermato sull’importanza dell’intelligence non solo per predire accadimenti e fenomeni sociali ma soprattutto per interpretare gli eventi in un contesto caratterizzato dalla dismisura delle informazioni. “E mentre in passato – ha sostenuto – il consenso era ottenuto con la forza, attualmente è raggiunto attraverso la persuasione e la propaganda, in uno scenario in cui diventa sempre più difficile distinguere il vero dal falso. Pertanto, prevalere nell’informazione è determinate. Non solo Bill Gates aveva evidenziato che per cittadini e imprese è essenziale eccellere nel settore dell’informazione, ma come strategia nazionale gli Stati Uniti già nel 1997 hanno definito il concetto di “information dominance”, in base al quale “nei conflitti di domani prevarrà chi racconterà la storia migliore”. Caligiuri ha poi fatto riferimento al libro di William Davies Stati nervosi, in cui si argomenta che l’emozione ha conquistato il mondo, orientando l’azione di cittadini insofferenti e frustrati, sempre più scettici verso esperti e istituzioni, con algoritmi impostati in base al comportamento umano che è “prevedibilmente irrazionale”, come sostenuto dal premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman. “Se la Guerra fredda – ha precisato- è stata soprattutto una guerra di intelligence, combattuta attraverso le spie e le informazioni, la disinformazione e l’influenza culturale, con la globalizzazione e il cyberspazio lo scenario si è profondamente trasformato: la manipolazione è diventata capillare e incontenibile e viene utilizzata non tanto per finalità politiche, quanto economiche, con gli stati diventati entità finanziarie e con le multinazionali che condizionano i governi democratici”. Caligiuri ha concluso sostenendo che “occorre prima di tutto comprendere che la disinformazione è ormai la caratteristica di questo tempo. E’ necessario, quindi individuare le informazioni rilevanti, quelle che avvicinano alla sempre complessa comprensione della realtà. Pertanto, l’intelligence è una necessità sociale, che serve ai cittadini, alle imprese e agli Stati. Ma sviluppare la cultura dell’intelligence richiede un grande investimento culturale sull’educazione, che dovrebbe occupare il primo posto nelle agende dei governi, che invece sono erroneamente concentrati solo sull’economia”.
Nell’antica cultura cinese i ministri della corte imperiale erano incaricati di pensare e gestire diversi aspetti della società.Nel pensiero medico cinese, i diversi organi sono analoghi a ministri o funzionari: il Polmone è visto come il Primo Ministro, il Fegato il Generale, lo Stomaco il Ministro dei Granai, ecc. Il Cuore (HT) è visto come l’Imperatore che governa su tutti gli altri organi. La relazione tra Cuore e Pericardio consente al Pericardio di agire come ambasciatore del cuore, diffondendo gioia e felicità. Il cuore è il contenitore dello shen (spirito) ma è il Pericardio (PC) che fa battere il cuore . Il Ling Shu (perno spirituale) dice: “I fattori patogeni che attaccheranno il cuore devono prima attaccare il pericardio (PC)”. Quindi il Maestro del cuore protegge il cuore sia da agenti patogeni esterni (virus) che da danni interni o emotivi. Il Pericardio come protettore emotivo, scherma e protegge la coscienza dall’essere sopraffatta dal sovraccarico sensoriale ed emotivo che può verificarsi nelle relazioni o nel mondo esterno. Quando c’è un problema con entrambi, possiamo trattare con l’agopuntura: i punti lungo il canale del Pericardio (mastro del cuore) agiscono sui problemi fisiologici o dolore come l’angina così come problemi emotivi come ansia o tristezza. La medicina cinese descrive l’ansia come “pienezza sotto il cuore”, questo ci fa capire che l’ansia può essere percepita come una pressione sotto il diaframma che può essere causata da una serie di problemi: i problemi digestivi e lo stress cronico sono due dei principali. il canale Mastro del cuore viene spesso utilizzato per questo tipo di problemi. L’anatomia fisica del Pericardio è costituita da due strati di tessuto connettivo, che circondano il cuore, come un rivestimento esterno che lo mantiene in posizione e lo ancora fisicamente all’interno del torace. Un punto interessante è che Neiguan (porta interna) un punto all’interno del polso, noto come PC6 in occidente; era il punto di scelta quando i medici cinesi negli anni ’60 e ’70 usavano l’anestesia in agopuntura per la chirurgia a cuore aperto e altre operazioni . Il punto potrebbe letteralmente intorpidire il dolore dell’intervento chirurgico se fortemente stimolato (di solito con l’elettroagopuntura), il che indica l’effetto incredibilmente potente che alcuni punti possono avere sul corpo.
“L’economia non è il nostro destino; non esiste un sistema di leggi economiche autonome, vale a dire: l’economia non costituisce un processo naturale, ma è sempre stata una creazione culturale scaturita dalla libera scelta degli uomini. Sicché, anche il futuro dell’economia, o di un determinato sistema economico, è rimesso alla libera volontà di uomini”.
Quello citato è un passaggio decisivo del “Capitalismo moderno” di Werner Sombart, uno dei grandi dimenticati della sociologia e dell’economia. Il concetto espresso da Sombart è lo stesso che attraversa vita e opera di un altro pensatore eterodosso assai poco amato dai circoli liberisti e liberali, Karl Polanyi (1886-1964), austro ungherese vissuto anche in Inghilterra e negli Stati Uniti, attivo per mezzo secolo, sino alla soglia degli anni sessanta. Il suo testo più important, La grande trasformazione, del 1944, ribaltò le più consolidate convinzioni degli economisti, uno dei cui postulati è che gli uomini siano esseri razionali che agiscono nel modo che promette loro il miglior vantaggio economico, sia che la scelta riguardi un automobile, l’elezione di un deputato o la scelta di una vacanza.
Polanyi ribaltò quell’idea, già contestata da un grande della precedente generazione, Vilfredo Pareto, con la teoria delle azioni logiche e non logiche, corrispondenti, nel lessico paretiano, a residui e derivazioni. Assai interessante è scoprire che nessuno dei tre pensatori menzionati fu un economista puro: sociologo e filosofo Sombart, addirittura ingegnere ferroviario, gigante della sociologia e poi successore di Leon Walras nella cattedra di economia nell’università di Losanna, Pareto, Karl Polanyi studioso a cavallo tra storia, antropologia, politica, sociologia ed economia. Oggi diremmo che inaugurarono l’indagine multidisciplinare, ma è forse più corretto affermare che il loro approccio scientifico fu di tipo organico, olistico, legato cioè ad una concezione dell’uomo lontana dalle semplificazioni settoriali, dalle ubbie e dai luoghi comuni degli economisti.
Il Nostro, in particolare, affermò che gli uomini sono esseri sociali, immersi in una sorta di “zuppa” fatta di cultura, usi, costumi, idee ricevute, storia. Sin troppo facile riconoscervi l’influsso della grande tradizione inaugurata da Aristotele e della sua definizione dell’uomo “animale politico”. Si era costruito una solida formazione sociologica e psicologica, frequentando intellettuali come Gyorgy Lukàcs e Karl Mannheim e gli fu estranea qualsiasi teoria, a cominciare dallo stesso marxismo, che riducesse l’uomo all’economia ed alla propensione allo scambio. La vita economica, per lui, è nutrita di tutto ciò che costituisce l’orizzonte pratico, esistenziale e spirituale degli uomini e delle civiltà nelle quali vivono.
Se per Vilfredo Pareto gli uomini compiono azioni logiche e non logiche, che rendono irriducibili alla sola dimensione economica le loro condotte, l’intera opera di Karl Polanyi è tesa a smontare una doppia pretesa liberale. La prima è quella, del tutto menzognera, del mercato autoregolato, l’altra, ancora più falsa ed insidiosa, è la tesi secondo cui l’economia di mercato non è che l’estensione naturale della pulsione allo scambio che anima l’uomo, un destino ineluttabile in cui ci saremmo felicemente rinchiusi. L’importanza della doppia battaglia dell’intellettuale ungherese scaturisce dal primo dei suoi bersagli polemici. Egli osserva infatti che forme di mercato sono sempre esistite, anche quando l’uomo era raccoglitore e cacciatore, ma solo a partire dal XIX secolo, con la rivoluzione industriale e la fondazione dell’ economia come sapere autonomo e dotato di statuto scientifico, si è teorizzata, o ideologizzata, l’idea di mercato autoregolato. Fu Adam Smith, l’ultimo degli scozzesi ed il primo degli economisti classici, ad affermare che esiste una forma di sistematizzazione degli attori economici in grado di produrre, come nel principio dei vasi comunicanti, l’equilibrio in grado di soddisfare tutti, organizzando la società attorno al libero scambio (la mano invisibile).
Polanyi fu tra i primi a studiare l’economia con lo sguardo dell’antropologo culturale, aiutato in ciò dal clamore suscitato dagli studi compiuti sul campo da Bronislaw Malinowski alle isole Trobriand, i cui abitanti praticano il “kula”, lo scambio a base di dono e controdono, nonché dalla grande lezione di Marcel Mauss sull’economia del dono e della reciprocità, i cui echi sono tuttora vivi specialmente nella cultura francese. In particolare, da Mauss trasse il concetto di reciprocità, ovvero la logica dell’azione non finalizzata al tornaconto economico, che diventerà poi elemento centrale della riflessione di altri studiosi estranei alle grandi correnti ideologiche marxiste e liberali, come Illich, Castoriadis e, in Italia, di economisti keynesiani come Federico Caffè, che molto insistette sulla dignità del lavoro.
Negli scambi caratterizzati dalla reciprocità assumono valore le persone, gli usi, le relazioni, i legami che si intrecciano, i rapporti che si intrattengono. Da quanto riferito, si comprende quanto scarsa sia stata l’accoglienza dell’opera polanyiana in un epoca dominata dallo scontro tra liberismo e comunismo e dall’ormai imminente sconfitta definitiva dei fascismi: la Grande Trasformazione uscì infatti nel 1944 e la sua recezione avvenne molto lentamente, centrata soprattutto sull’analisi storico-antropologica e solo di recente è stata oggetto di riscoperta delle tesi economiche.
Polanyi era personalmente un socialista umanitario, come allora si diceva, vicino in particolare al “gildismo” britannico, non marxista, antifascista al punto di essere stato autore, nel 1935, di un saggio, “L’essenza del fascismo”, in cui tratta i movimenti nazionalpopolari come semplici mosse (tale è il termine che utilizza) del capitalismo per conservare potere e presa sulle masse. Una interpretazione vecchia, ingenerosa, frutto del marxismo più ortodosso, largamente errata e superata dagli studiosi dei decenni successivi, a partire dall’israeliano Zeev Sternhell, da Nolte, dallo stesso Furet ed altri. Proprio dall’Essenza del fascismo, tuttavia, si ricavano, paradossalmente, spunti per iscrivere Polanyi tra gli studiosi che credono nella società organica, se non anche nel novero degli autori in cui si rintraccia un’ispirazione comunitarista. Valga al vero il passo seguente: “Come è concepibile una società che non sia una relazione di persone? Questa implica una società che non avrebbe l’individuo come sua unità. Ma in una società del genere, come può essere possibile la vita economica se né la cooperazione né lo scambio – entrambe relazioni personali tra individui – possono avere spazio in essa?” Al netto del linguaggio utilizzato, l’attacco appare sferrato ben più all’economia liberale (e con altrettanta ragione a quella pianificata comunista) che ai fascismi, che conservarono il mercato, ma lo sottomisero a regole , limiti e controlli, organizzandolo attorno all’interesse nazionale.
L’uomo, insomma, non è necessariamente oeconomicus per Polanyi e l’obiettivo dei suoi sforzi fu quello di costruire una antropologia economica. Dall’incontro con Lukàcs e con gli intellettuali ungheresi ricavò la ferma convinzione che al centro della storia ci siano gli uomini e non le leggi economiche, oltre all’opposizione allo storicismo tedesco, in particolare alla nota separazione tra scienza naturali e scienze dello spirito, o sociali, introdotta da Dilthey. Nella Grande Trasformazione questi temi diventano centrali, sin dall’analisi della nascita della società industriale in Inghilterra e della sua storia, vista come successione di crisi dovute all’innaturalità ed in definitiva all’impossibilità di una società retta unicamente dalle leggi del mercato e dal “laissez-faire”.
L’attualità di queste idee è assoluta, ed è ulteriormente attestata, oggi, dalla prevalenza della debordiana società-spettacolo e dalla pervasività della comunicazione pubblicitaria, in cui si invera il principio enunciato da Marshall Mac Luhan secondo cui “il mezzo è il messaggio”. Attraverso l’interazione tra pubblicità e spettacolo, i padroni del mercato spoliticizzano la società e la rendono un semplice luogo di scambio e, innanzitutto, di consumo. La grande intuizione di Polanyi, che rende il suo pensiero punto di riferimento per l’antagonismo antiliberale odierno, è che la società di mercato è un episodio, per quanto importante, della storia umana, uno solo dei modi in cui l’uomo può organizzare la propria vita civile. Lo stesso mercato autoregolato nasce insieme con la rivoluzione industriale: prima, esistevano luoghi e sistemi di scambio i cui prezzi non dipendevano dalla cosiddetta legge della domanda e dell’offerta, ma erano controllati a livello centrale, quindi tendenzialmente stabili.
La logica esclusivamente utilitaristica dell’agire umano viene respinta con fermezza anche attraverso un’argomentazione tipica dell’antropologia: l’uomo dipende, per la sua sopravvivenza, dalla natura e dai suoi simili, o conspecifici, come direbbero gli etologi alla Konrad Lorenz. Anzi, egli è l’essere debole, incompleto per eccellenza, quello meno dotato di un bagaglio di istinti e di capacità genetiche. Per citare un contemporaneo di Polanyi, Arnold Gehlen, fondatore dell’antropologia filosofica (L’uomo, la natura ed il suo posto nel mondo) l’uomo è l’essere “carente” per eccellenza, e solo le sue capacità intellettuali, poste al servizio della collaborazione con gli altri, lo “esonerano”, ovvero gli permettono di vivere in maniera organizzata e stratificata.
Un processo economico ha una vita definita solo nell’ambito di forme sociali concrete, per cui può inserirsi in svariate istituzioni (la parentela, la politica, la religione, lo Stato ecc.) non economiche, che assicurano la sussistenza e la rete di relazioni di cui è parte. In quest’ottica, le tre principali forme di organizzazione ed integrazione in cui si definiscono i processi economici sono la reciprocità, la redistribuzione e lo scambio, oltre all’economia domestica e contadina. Economia del dono, o meglio degli obblighi reciproci la prima, fortemente centralizzata la seconda, tipica del mondo precolombiano degli Incas, degli Egizi e di diverse civiltà mesopotamiche costituite da imperi burocratici, e, nella modernità, il comunismo storico novecentesco e per diversi aspetti i fascismi. In queste due modalità Polanyi rinviene l’esistenza di traffici senza mercato, mentre il terzo modello, quello dello scambio, è diventato prevalente ed ha scacciato ogni forma alternativa con la pretesa dell’autoregolazione.
Aristotele, il primo ad analizzare, nella sua monumentale opera, l’economia, anzi ad inventare la parola stessa – regola, norma della casa – dette un giudizio positivo sul concetto di scambio ed anche alla provvista di beni non prodotti in proprio, vietando tuttavia, con un giudizio inappellabile, la cosiddetta crematistica, ossia la ricchezza fine a se stessa, l’arricchimento come obiettivo, l’accumulo, ritenuti effetti degenerativi di condotte innaturali. Sulla base di questa mole di studi e conoscenze inserite in concreta integrazione con il mondo della vita, Polanyi individua il posto che l’economia occupa nelle varie società umane, asserendo che nelle comunità basate sul dono o sulla redistribuzione, essa è inserita (“embedded”) nel tessuto civile, mentre laddove prevale la logica dello scambio e del tornaconto, si scorpora da tutto il resto, istituendo, determinando la forma di ogni ambito relazionale.
Nella società liberalcapitalista, l’economia è dappertutto e, soprattutto, è il tutto, cui ogni altro principio è subordinato o abolito. Di qui la distruzione sistematica delle identità culturali, nazionali, linguistiche dei popoli, la lotta contro le idee e le credenze che non si lascino avvolgere dal mercato o che non possano essere oggetto di compravendita o riduzione ad un prezzo espresso in denaro. In molte culture, era assente anche un termine per designare l’organizzazione delle condizioni materiali dell’esistenza. Fino all’inizio dell’800, anche in Europa si parlava di economia politica. Lo stesso pensiero marxista non si discosta nell’essenziale dai predicati liberali, giacché accoglie il pregiudizio economicista del suo nemico storico, secondo cui il movente dei comportamenti umani è la soddisfazione dei bisogni materiali, ancorché denunci che l’asserito carattere di leggi naturali del mercato è soltanto il prodotto di precise circostanze storiche, i rapporti di produzione.
Nelle due principali ideologie moderne, le uniche per Polanyi, che in questo sbaglia clamorosamente, giacché attribuisce ai fascismi la sola funzione di guardia nera del capitalismo e trascura il contributo del pensiero sociale cattolico, si decreta una supremazia assoluta, o addirittura un esclusiva valenza, delle azioni economiche. Tuttavia, ed è la chiave interpretativa del suo pensiero, questa è l’eccezione, nel divenire storico, e non certo la regola. E’ stato possibile, presso altre civiltà, e per millenni anche in quella di cui la nostra postmodernità è erede, produrre scambiare, distribuire beni, merci e servizi mantenendo la dimensione comunitaria delle società coinvolte e le loro ragioni simboliche.
In tale ottica, egli revoca opportunamente in dubbio un altro dogma liberale, quello secondo cui la libertà e la giustizia vengono deterministicamente, quasi eudemonisticamente collegate all’economia di mercato, sintesi e perfezionamento insuperabile di tutte le forme di organizzazione sociale, dunque autorizzata a sradicare, svalutare, screditare, distruggere anche con la violenza, una violenza “buona” ed umanitaria” ogni altra idea della vita.
Interessante, al riguardo, è un passo della Grande Trasformazione, in cui si segnala che nella gran parte delle società è stata dimostrata dagli etnografi, “l’assenza del motivo del guadagno, l’assenza del principio del lavoro per una remunerazione, l’assenza del principio del minimo sforzo, e, in particolare, l’assenza di qualunque istituzione separata e distinta basata su motivi economici.” Ed ancora, verbatim, “l’economia dell’uomo è immersa nei suoi rapporti sociali. L’uomo non agisce in modo da salvaguardare il suo interesse individuale nel possesso di beni materiali, agisce in modo da salvaguardare la sua posizione sociale, le sue pretese sociali, i suoi vantaggi sociali”. Su questo punto, sorprende l’affinità con il sociologo americano di origine norvegese Thorsten Veblen e la sua opera “Teoria della classe agiata”, in cui spiega e teorizza quelli che chiama i “consumi vistosi” dei più ricchi, spesso non giustificati da alcuna logica, convenienza o utilità, ma tesi a confermare il ruolo egemone del gruppo sociale di appartenenza.
Indirettamente, Polanyi sembra contestare anche uno dei capisaldi dell’utilitarismo contemporaneo, quella teoria dei giochi di Nash e Von Neumann con cui si formalizzano in linguaggio matematico le decisioni o scelte individuali in situazioni di conflitto o di interazione strategica con i rivali. Il meccanismo relativo è quello della retroazione finalizzata al massimo guadagno, e la ricerca di soluzioni competitive o cooperative esclusivamente per fini utilitari, ed è ampiamente utilizzato nel contesto della concorrenza e nella gestione delle trattative economiche.
L’attualità del pensatore ungherese risulta evidente anche per il rifiuto assoluto di considerare la terra, il lavoro e l’uomo alla stregua di merci, e sta influenzando profondamente diverse scuole economiche in varie nazioni, come il regolazionismo francese di cui è esponente Jean–Paul Fitoussi, oltre alle analisi degli scambi non economici, come il volontariato o le economie informali. Tra i grandi del presente, echi di Polanyi sono presenti in un Premio Nobel del livello di Paul Krugman e nelle elaborazioni di Serge Latouche.
Un altro brano importante dell’opera del Nostro è la seguente, tratta dall’Essenza del fascismo: “ dopo l’abolizione della sfera politica democratica resta solo la vita economica; il capitalismo organizzato nei diversi settori dell’industria diventa l’intera società: questa è la soluzione fascista”. Clamoroso è l’abbaglio in cui incorre il pensatore ungherese, giacché quella descritta è la soluzione liberale che abbiamo davanti agli occhi, svincolata da ogni principio, valore o idea: l’economia come struttura, destino, camicia di forza.
Molta pubblicistica progressista afferma che il liberismo odierno sia fascismo: un’operazione insensata ed antistorica, poiché la forza del liberalismo sta esattamente nel contrario, ovvero nel suo apparente antiautoritarismo, nel libertarismo consumistico che diffonde, nell’indifferentismo etico, nella derisione di ogni ideale. Ciò che conta, tuttavia, poiché la parola fascismo, per damnatio memoriae, ha finito per contenere tutti i mali del mondo, è che il liberismo reale cominci ad essere associato al male. La maschera antiautoritaria della democrazia liberale sta cadendo di giorno in giorno, sotto i colpi del principio di realtà. Certo è, purtroppo, che la maggioranza ha introiettato i modi di vita imposti dall’economia di consumo, e la costrizione, o la vera e propria violenza si cela ancora nella falsa coscienza del desiderio di plebi abbagliate dalle luci del supermercato globale, convinte che “non ci sono alternative”.
Le alternative sono difficili, forse dure, dopo tanti decenni in cui le generazioni sono state indebolite, fiaccate, avvelenate da menzogne, persuase che i vizi siano libertà, disabituate al sacrificio e, prima ancora, al pensiero ribelle che diventa lotta. Polanyi è uno dei maestri a cui fare riferimento, comprendendo anche l’ultima, in ordine di tempo, delle sue opere, Per un nuovo Occidente.
La società organica che egli prospetta si basa sull’interdipendenza e la comunità, nasce dai bisogni e dalla vita quotidiana degli uomini, ed è quindi preesistente all’economia ed alle sue leggi, vere o presunte. La società industriale di cui siamo figli ha imposto modelli antropologici, economici e politici del tutto nuovi, che sono certo possibili, ma non unici o insuperabili punti d’arrivo, per cui possono e devono essere criticati alla radice. In via preliminare, Polanyi confutò la teoria liberale delle merci fittizie, ovvero lavoro, terra e moneta. “Lavoro, terra e moneta sono gli elementi essenziali dell’industria; anch’essi debbono essere organizzati in mercati poiché formano una parte vitale del sistema economico; tuttavia essi non sono evidentemente delle merci ed il postulato per cui tutto ciò che è comprato e venduto deve essere stato prodotto per la vendita è per questi manifestamente falso”.
Non ci può essere condanna più netta per i dogmi liberalcapitalistici, e, per quanto riguarda la moneta, va ricordato che il bersaglio del pensatore fu il sistema aureo, che legava l’emissione monetaria al possesso di oro ed alla convertibilità nel metallo prezioso (ricordate la falsa dicitura sulle vecchie lire “pagabili a vista al portatore”, cioè teoricamente convertibili in oro?). Dopo l’abolizione del sistema aureo a seguito della crisi d’inizio anni Settanta, la moneta è diventata un monopolio sganciato da qualunque bene o criterio, incontrollabile dai popoli, sempre più merce governata dal vecchio luogo comune della scarsità diffuso dagli strozzini, che ne hanno assunto il controllo legale.
Quanto al lavoro, dovrebbe essere superfluo riaffermare che non può essere una merce, ma tale rovinoso concetto è originato dalle asserzioni di un importante precursore filosofico del pensiero liberale, John Locke. L’uomo ha la proprietà di se stesso, e se l’affermazione ha un potente valore morale e giuridico- pensiamo all’ “habeas corpus”- ha però ricadute assai temibili, dal momento che una proprietà può essere venduta , e se io vendo il mio lavoro, questo si trasforma in merce. Un tempo il lavoro dell’uomo non era una merce (La era lo schiavo , non il suo lavoro…), ma nasceva dalla volontà di soddisfare necessità o realizzare qualcosa di proprio; al contrario, nelle società industriali e postindustriali liberali è possibile compravendere lavoro, ed il suo trattamento è quello di un prodotto qualsiasi in mano al capitale, di qui delocalizzazione,dumping sociale, nuovo schiavismo, salari indegni, condizioni di pericolosità o disagio ecc.
La grande vittoria del liberalcapitalismo, ce lo conferma anche l’opera di Polanyi, è stata separare il lavoro dalle altre attività della vita per assoggettarlo alle logiche di mercato, annullando ogni idea organica di esistenza per sostituirla con un’organizzazione atomistica, individualistica, essenzialmente antiumana. Uno schema siffatto si è dimostrato distruttivo, giacché le organizzazioni non contrattuali (parentela, vicinato, professione, credo religioso, nazione) richiedevano forme di obbedienza incompatibili con il mercato e la mercificazione. La sbandierata non interferenza liberale nelle scelte individuali è semplicemente il velo di Maya dietro cui si maschera la preferenza per un unico tipo di interferenza, quella dell’economia misura di tutte le cose e del mercato sovrano assoluto che uccidono per soffocamento i rapporti non contrattuali (la convivialità comunitaria) e ne impediscono con implacabile determinazione ogni ricostruzione spontanea.
Nel fondamentale Per un nuovo Occidente, pubblicato postumo, somma di saggi scritti sino al 1958, Karl Polanyi conferma, in base ad una amplissima gamma di argomentazioni storiche, antropologiche ed etnologiche come l’onore e l’orgoglio, il senso civico e il dovere morale, persino il rispetto di sé e la comune decenza fossero irrilevanti per i rapporti produttivi, anzi ne intralciassero gli obiettivi, ed andassero quindi rimossi, estirpati dall’animo umano. Da un lato, un orizzonte definito spregiativamente ideale, quindi irrazionale, dall’altro l’universo “autentico”, razionale e materiale. Siamo stati indotti ad accettare la triste teoria per cui i moventi dell’uomo possono essere rappresentati come materiali o ideali, ma la vita quotidiana deriva e va interpretata esclusivamente secondo riflessi e moventi pratici, utilitari. Una sorta di riflesso del cane di Pavlov, cui si mostra non il cibo o la campanella che lo annuncia, ma il consumo o una banconota ed all’unisono l’umanità deve obbligatoriamente sbavare e comportarsi come lorsignori vogliono.
E’ dovere di chi crede in una logica non utilitarista e non considera il denaro l’unica misura del valore, ritrovare la strada per tornare ad un’economia ancorata alla comunità ed alle sue basi culturali, religiose e politiche, in polemica con l’ideologia dominante e la riduzione dell’umanità a ingranaggio di una gigantesca macchina di produzione, consumo, godimento, rapida sostituzione per malattia, età o incompatibilità con le ragioni del Mercato, questa maestosa ipostasi della divinità ad uso di generazioni incredule, zoologiche, conformiste.
Possiamo fortunatamente contare su un ricco arsenale di idee e riferimenti culturali: uno è senz’altro Karl Polanyi, di cui ricordiamo una riflessione tratta da Per un nuovo occidente: “Non spetta all’economista, ma al moralista e al filosofo, decidere quale tipo di società debba essere ritenuta desiderabile.”
Sarebbe una straordinaria rivoluzione concettuale, ed è un grandioso programma politico destituire gli economisti (meglio dire, i padroni degli economisti) dal potere formidabile che è stato loro attribuito, e riportare filosofi e moralisti al centro dell’arena da cui sono stati cacciati da ogni sorta di “esperti” , questa insopportabile sottoclasse di falsi profeti ma veri imbroglioni, il personale di servizio della cupola interessata al dominio finanziario ed economico del pianeta attraverso la ferrea ideologia travestita da legge naturale chiamata liberalcapitalismo.
Karl Polanyi: l’economia non è destino e il mercato non è natura
a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS
“Non è più l’economia a essere inserita nei rapporti sociali, ma sono i rapporti sociali a essere inseriti nel sistema economico. […] Un’economia di mercato può funzionare soltanto in una società di mercato.”
Fino ad oggi gli autori di controinformazione ben poco si sono occupati del significato “occulto” della tecnologia 5G, cioè dei suoi effetti (o forse dovremmo dire scopi) sottili, secondo quanto può essere dedotto dal punto di vista del sapere esoterico.
5G sta per “quinta generazione”, cioè la quinta generazione di telecomunicazione mobile, presentata come più efficiente: efficienza tuttavia che potrebbe non avere impatto visibile sull’accesso diretto alla rete da parte degli utenti generali, ma effetti in maggiori potenzialità per l’Intelligenza Artificiale, per il settore dei “Big Data” e per la cyberwar e dunque solo per le corporation private o per i governi lanciati in politiche di potenza.
Questa tecnologia utilizza una banda ad alta frequenza e quindi a bassa lunghezza d’onda che oramai ha raggiunto l’ordine delle microonde. Della pericolosità di questa frequenza sappiamo già molto, sostenere che “deve essere ancora sperimentata” è già gettare fumo negli occhi: sappiamo che queste frequenze sono in grado di interagire pesantemente con i sistemi biologici e i tessuti organici, in particolare perché contenenti acqua. I dipoli delle molecole d’acqua vanno in risonanza con le onde di frequenza 2,45 GHz, il che comporta un repentino riscaldamento interno del sistema. Che le onde di questo range di frequenze possano essere nocive è confermato anche dal fatto che le tecnologie a microonde sono usate a scopo militare e di polizia per lo sviluppo di armi non letali, ma che potrebbero diventare letali se adeguatamente potenziate. Superfluo quindi spendersi oltre sui rischi per la salute umana.
Ben pochi probabilmente, anche fra gli studiosi di esoterismo, sembrano invece aver considerato che il progetto di coprire interamente il pianeta con una rete digitale – correlata all’implementazione della tecnologia 5G – avrà effetti sottili e occulti che vanno anche oltre la semplice salute fisica, o la salute del corpo sottile degli umani e degli animali.
Poco risalto ha avuto in effetti, nel dibattito pubblico, anche presso coloro che si oppongono al 5G, il progetto di totale copertura della superficie terrestre con il segnale internet mobile che è accoppiato allo sviluppo del 5G, attraverso una fitta rete elettromagnetica creata dalla più grande flotta di satelliti mai messa in orbita intorno alla Terra. Il progetto prende il nome di Starlink (satellite constellation) ed è stato proposto e portato avanti da Elon Musk, fondatore e CEO di Tesla. La compagnia SpaceX ha progettato di mettere in orbita una flotta di 12.000 satelliti per la comunicazione 5G, in un range di quote fra i 340 e i 1.550 km di altitudine. Tale progetto nelle intenzioni di Musk – che forse non è solo un “genio” intraprendente ma isolato, quanto piuttosto l’uomo immagine di un centro di potere tecnologico – dovrebbe essere completato nel 2024. Si avvicina in effetti a quel 2030 che i pianificatori occulti di un certo globalismo indicano come nuovo punto di verifica del loro processo, in particolare con la nuova rivoluzione “verde” dell’economia (Green New Deal e Agenda 2030).
La prossima Rivoluzione spaziale
Un primo risultato sarà che tutto il pianeta sarà raggiunto dal segnale internet mobile. Ogni punto geodetico della Terra sarà quindi connesso con la rete globale. Non dovrebbe esserci, almeno in teoria, un punto della superficie terrestre senza copertura internet, compresi gli oceani o i poli, dove non vi è nessuno e dove non c’è alcuna ragione di fornire questa copertura che, se da una parte ha dei costi, dall’altra è economicamente improduttiva, almeno per quanto concerne le aree occupate dagli oceani. Ma da un punto di vista che è anche simbolico, ha rilievo importante: internet sarebbe definitivamente onnipresente sulla Terra, coprirebbe ogni cosa, e in un certo senso diventerebbe una sorta di “doppio” stesso della Terra. La digitalizzazione del mondo umano, ma anche in generale dello spazio terraqueo ed aereo del Pianeta, sarà completa…
Ora conosciamo quale sarà, o sta per essere, la prossima “rivoluzione spaziale” di cui parlava il filosofo del diritto Carl Schmitt: essendo la prima quella marittima, originata dalla scoperta del Nuovo Mondo, con il sistema internazionale dei commerci e degli scambi transoceanici, e la seconda quella aerea, inaugurata con l’era del volo, del trasporto aereo e con il dominio dell’aeronautica come arma di superiorità strategica. Il termine più prossimo con cui si potrebbe indicare è forse quello di Infosfera, anche se gli aspetti che stiamo qui rilevando sembrano eccedere non di poco le accezioni piuttosto limitate e simboliche che si attribuivano a questa espressione, quando fu presentata la prima volta, negli anni 70, probabilmente sulla scia del concetto di Noosfera del controverso Teilhard de Chardin.
Una prospettiva occulta
Sarebbe possibile affrontare una interpretazione di queste tecnologie informatiche e del loro significato dal punto di vista esoterico? Per quanto tutte le tecnologie, essendo nate dallo sviluppo scientifico, traggano origine dal pensiero umano – in particolare da quello stadio del pensiero umano “scientifico” che secondo il filosofo ed occultista Rudolf Steiner nascerebbe con la corporificazione dell’Io nel centro eterico della testa, avvenuta poco prima dell’era moderna[1] – occorre osservare che certe intuizioni, certi sviluppi tecnologici non sono interamente solo umani: vi sono cioè gerarchie e classi di esseri intelligenti, non umani, e anche non incarnati, che dirigono o influenzano alcuni di questi sviluppi.
Le tecnologie materiali, secondo la concezione antroposofica, sono tutte sotto il campo cosiddetto arimanico, tuttavia la natura “astratta” dell’informatica fa pensare che rientri sotto l’influsso e il dominio dell’altro Ostacolatore: Lucifero. L’informatica e il dominio digitale, fornendo una direzione “mentale” e “immateriale” allo sviluppo umano, ma al tempo stesso illusoria (realtà virtuale) e fintamente spirituale, trova la sua perfetta analogia con l’attività degli spiriti luciferici. D’altra parte il supporto hardware dell’elettronica richiede ancora come base fisica l’uso di certi materiali (semiconduttori), e il silicio, il metalloide su cui si regge l’industria elettronica, è elemento dalla segnatura di Saturno: quindi ha il marchio del dominio di Arimane.
Vediamo quindi l’impronta di entrambe queste intelligenze, ma se la trappola di Arimane sembra sempre sullo sfondo, la direzione e il senso sembra totalmente orientato in chiave luciferica, almeno a quanto ora ci è dato di comprendere.
Internet diventa l’essenza stessa del pianeta digitale e globalizzato: il doppio stesso della sfera umano-terrestre, o meglio è il frutto di una sostituzione con cui il doppio o anima collettiva dell’umanità viene sostituita con un doppio artificiale e devitalizzato, un ibrido mostruoso e freddo.
Per un verso questo può apparire come un processo di “corporificazione” di quello che K. Popper chiamava Mondo 3 in una sua nota teoria[2].
Ma l’altro capo del processo è in vero molto più inquietante e anomalo. L’identificazione totale della Terra con il suo “cloud” digitale globale proietta infatti sull’internet stesso tutto il corpo astrale-mentale della Terra. Questo processo sarà la tappa principale (dal punto di vista occulto) di quel salto nel post-umano, nell’artificialismo che è ciò per cui operano gli apprendisti stregoni estensori dell’agenda del NWO, e che viene generalmente fatta passare sotto la sigla ideologica, e relativamente più rassicurante, di Transumanesimo (gli altri suoi pilastri essendo l’eugenetica, la fecondazione artificiale, gli studi cosiddetti “gender”, la manipolazione dell’identità sessuale, la disponibilità della morte, etc…).
Abbiamo così definito uno dei significati occulti di questo tentativo di ingegnerizzazione animica: il trasferimento su un livello digitale, artificiale, del corpo astrale-mentale della Terra e di “sostituzione” del doppio animico collettivo dell’Umanità con un sottoprodotto astratto, ispirato sicuramente da alcune Controgerarchie. Del resto la manipolazione e alterazione/ristrutturazione cognitiva da parte delle nuove tecnologie digitali è già in fase di visibile dispiegamento nelle nuove generazioni (i cosiddetti nativi digitali), ma qui dobbiamo spingerci a riconoscere un passaggio ad un livello ulteriore, che si svolge su altri piani e agisce occultamente non solo sugli individui singolarmente, ma su campi di forza collettivi, addirittura sul corpo stesso del pianeta.
Oltre a questa riflessione sul significato animico della “rivoluzione digitale”, dell’informatica in senso lato, è doveroso far riflettere su un altro aspetto tecnico, ugualmente o forse anche più rilevante dal punto di vista occulto. Si tratta dell’effetto che ha la stessa tecnologia elettronica. Tutte le forze fisiche della natura sussistono perché hanno un correlato sottile. L’energia elettromagnetica non fa eccezione. Tuttavia la sua artificializzazione, il suo venire imbrigliata e manipolata attraverso strutture artificiali che aumentano immensamente l’impatto quantitativo sull’antroposfera, è un elemento certamente nuovo, avendo poco più di un secolo. È fuori discussione che oggi si viva immersi, più o meno fortemente, in campi elettromagnetici artificiali il cui impatto geobiologico rispetto alle forze telluriche naturalmente presenti andrebbe seriamente indagato. La radioestesia ha cominciato a misurare, sulle scale Bovis, la risonanza biologica dei luoghi altamente colonizzati dalle infrastrutture elettroniche, e ormai negli spazi abitati dall’uomo queste sono il principale fattore di geopatie, anche se per il momento ancora tale effetto sembra circoscritto agli spazi dove si trovano grandi apparecchiature, centrali, apparati di alta tensione, etc. Tuttavia l’esplosione massiva della tecnologia wireless ha fatto saturare ulteriormente quello che un tempo era chiamato etere (in realtà il vuoto) con radiofrequenze e quindi con un segnale radio molto più denso quantitativamente e “persistente”, rispetto a quello fino a pochi decenni fa confinato unicamente alle comunicazioni radio o radio-televisive. Oggi il passaggio di internet in parte, e in futuro forse in toto, su segnali wireless ha comportato un’esponenziale crescita dell’attività elettromagnetica nell’antroposfera terrestre. Ora, è ben noto presso gli studi occulti che l’attività di tecnologie e campi elettrici o elettromagnetici ha un certo riverbero sulle capacità sottili dell’uomo e costituisce un fattore di interferenza.
La controparte sottile dell’energia fisica elettromagnetica del resto è nota ed è qualcosa di generalmente sovrapponibile, ad esempio, al piano eterico delle “onde di forma” di cui si occupa la Radionica. Tutti sanno che ad esempio una pratica meditativa dovrebbe essere condotta non in presenza di apparecchiature elettroniche in funzione (per l’aspetto radionico inoltre gli stessi circuiti elettrici creano un’onda di forma anche se spenti); inoltre in alcuni contesti iniziatici è insegnamento diffuso che qualunque pratica operativa, specie rituale, debba essere compiuta evitando il più possibile le luci artificiali, ciò sia per un aspetto “luce” in senso proprio, sia per l’interferenza sottile che un campo elettromagnetico può comportare soprattutto sul livello d’azione dell’operatore.
Dunque, chi possiede certe conoscenze, ha da tempo piena consapevolezza delle potenzialità disturbanti che certe tecnologie possono in vario modo comportare.
Finora tutto questo si riferiva a tecnologie elettroniche standard, o relativamente “vecchie” (anni ’70 – ‘80), campi elettromagnetici generati da piccoli elettrodomestici, lampadine e circuiti domestici, e all’interferenza sottile collegata a segnali relativamente “isolati” cioè a bassa frequenza per unità di tempo. Se consideriamo che la saturazione della “banda” (volume di segnale in traffico sulle frequenze adottate per le telecomunicazioni) richiede il salto verso un tipo di segnali viaggianti su onde sempre più corte (quindi a frequenza d’onda sempre maggiore), possiamo dedurre che il potenziale “saturante” sulla biosfera e sui campi sottili umani e naturali sarà conseguentemente accresciuto con le nuove generazioni di segnale per la trasmissione wireless (internet, telefonia mobile, etc.). Tutto ciò era già in corso e tale discorso vale, in misura minore, per la stessa rete 4G. Ora con la nuova 5G (ma è già segretamente in fase di studio una 6G), e la sua estensione o copertura completa di tutta la superficie terrestre, si avrebbe una completa “saturazione” sia nello spazio sia nel tempo (in questo caso tuttavia in modo relativo, dato che una frequenza ancora maggiore sarebbe sempre teoricamente possibile, sebbene non sempre ottenibile al momento).
Inoltre la stessa struttura della “constellation” in orbita sulla Terra avrebbe la forma di una griglia, di una rete che immancabilmente ripete lo schema di una trappola o di una gabbia. In breve, la stessa Aura terrestre sarà attraversata e al tempo stesso imprigionata da una rete di segnale interferente e saturante sul piano sottile. Risulta dunque un fattore di inferenza sull’energia e quindi anche sulla coscienza di tutti gli esseri presenti nella biosfera terrestre, in osmosi con il campo aurico della Terra, ma anche – ed è questo l’aspetto più preoccupante – un effetto schermo, che potrebbe ostacolare ogni “entrata” ed ogni “uscita” (in effetti questa considerazione potrebbe estendersi ai progetti di “schermatura del sole” di Bill Gates, forma avanzata di geoingengeria).
Vediamo in breve tre possibili campi di applicazione e loro ricadute sulle possibilità operative di alcune vie spirituali e iniziatiche, e per l’umanità terrestre in generale:
Aspetto alchemico. Già un allievo di Canseliet aveva avuto modo di segnalarci, in un passato relativamente lontano, come la via alchemica operativa di laboratorio sarebbe diventata sempre più impraticabile per via dell’inquinamento elettromagnetico, e già allora lo era, tanto che occorreva spesso trovare gli unici posti ancora relativamente praticabili in alta montagna. L’elettrosmog (se vogliamo usare questa espressione) causato dalle tecnologie umane ha modo di interferire con la discesa dello Spiritus Universalis, che “materialmente” è veicolato dai raggi cosmici provenienti dalla galassia, e la cui attività trova il suo massimo picco fra i mesi dell’Ariete e del Toro e non a caso coincide con il risveglio della Primavera. Da questa discesa gli alchimisti raccolgono il loro Nitron, un “sale” proveniente dai fenomeni meteorologici, primo essenziale passo per mettere mano alla Grande Opera fisica. Questo dato però avrà un effetto non solo sulla via operativa nota come alchimia ma sulla Natura tutta come corpo vivente, dato che la fecondazione di questo Spiritus Mundi ha a che fare con il risveglio della vita planetaria. Con ciò la primavera e le stagioni sussisteranno ancora, come semplice risultato di un evento astronomico, ma privato di forza sottile, un evento depotenziato e devitalizzato sul piano energetico e questo avrà un effetto generale su tutto l’elemento Vita del pianeta, e su tutti i regni minerale, vegetale, animale e umano…Conseguenze la cui portata drammatica possiamo solo vagamente immaginare (d’altra parte questo processo è già in corso e la “caduta di coscienza” di gran parte dell’umanità, il precipitare di certi eventi storici, il corrompersi dei cicli e dei processi naturali possono essere già segni indiretti di uno sconvolgimento globale in atto).
Aspetto gnostico. La metafora della Terra come “carcere” è ormai ben nota anche al grande pubblico, attraverso la recente filmografia hollywoodiana che in questo ha giocato un ruolo forse davvero ambiguo. Ma certamente la frase di Aldous Huxley “Forse la Terra è l’inferno di un altro pianeta” rende più sinteticamente l’idea. Questa “rete” tecnologica, ma al tempo stesso sottile, non può essere forse un rafforzamento di quel carcere di anime di cui gli Arconti detengono le chiavi, e che ora potrà con maggiore facilità trattenere nell’astrale? Noi riteniamo che tale possibilità sia piuttosto concreta.
Un aspetto “teurgico”. Saturare il campo aurico terrestre con un segnale interferente e “schermante” (che in fondo è anche la strategia della guerra elettronica) può rendere per così dire difficile le comunicazioni con “l’esterno”, con l’Oltre, disturbare il segnale in uscita, se ci è permesso a questo punto prendere il lessico dell’elettronica. Qualunque influenza fra diversi piani della Manifestazione, deve giocoforza attraversare il piano eterico per giungere a comunicare con il piano fisico di azione ed esistenza dell’uomo terrestre. Si potrebbe quindi creare un forte ostacolo alle possibilità anagogiche di riti, preghiere, oblazioni, atti volitivi, alla loro capacità di riverberarsi liberamente nell’astrale ed elevarsi quindi alle dimensioni superiori dell’Essere, verso le gerarchie spirituali di altri mondi. Ciò vale soprattutto per le pratiche, in realtà sempre meno diffuse, di veri sacerdoti, bramini, lama, siddha, la cui azione reale dipende dalla capacità di bucare letteralmente il sempre più denso astrale terrestre, e molto meno per le religioni laicizzate e per gli eggregori “bassi”, la cui dimensione è legata a questo mondo, e per le quali questa necessità tecnica non si pone neppure. In questo modo sarà sempre più difficile per l’umanità mantenere un canale di influenze spirituali con le Gerarchie con cui è chiamata a cooperare e che potrebbero offrirle aiuto.
Ne emerge quindi un quadro piuttosto sinistro: un’intelligenza – umana o meno che sia, poco importa – sembra creare le condizioni per rendere sempre meno praticabili realmente ed operativamente alcune vie spirituali e per influenzare così il futuro andamento dell’umanità terrestre in una direzione del tutto opposta a quella che sarebbe stata ancora mantenuta, sia pur a fatica, se il collegamento con certe influenze spirituali fosse stato maggiormente conservato.
Ci risulta peraltro sorprendente che nessuno dei tanti – a proprio dire – studiosi di temi spirituali abbia mai speso una riga sull’ombra che si proietta da questi progetti.
Quanto al significato cosmico e storico dello sviluppo delle più generali tecnologie digitali, occorrerà invece fare una profonda riflessione, e sarebbe un auspicio sensato che Forze di altro tipo ne possano bilanciare gli aspetti sinistri messi in atto dalle influenze che sembrano averle suscitate e orientate.
“A dir il vero, anch’io imparai ad aspettare; ma soltanto ad aspettare per me stesso. E sopra ogni cosa imparai a stare, a camminare, a correre, a saltare, ad arrampicarmi.”
Friedrich Nietzsche – Così parlò Zarathustra (1885), pag. 183
a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS
Essere un selvaggio ha un duplice significato, quello di colui che vive nella foresta e di colui che non è civile. Spesso si confondono i due termini dove invece il senso nobile di questo aggettivo è proprio il vivere nella selva, immerso nella natura mentre invece spesso chi è lontano dalla propria vera natura sacra distrugge la terra in cui vive.
“L’uomo, per sua natura, anela a sapere; ma che importa il sapere se non si ha il timor di Dio? Certamente un umile contadino che serva il Signore è più apprezzabile di un sapiente che, montato in superbia e dimentico di ciò che egli è veramente, vada studiando i movimenti del cielo. Colui che si conosce a fondo sente di valere ben poco in se stesso e non cerca l’approvazione degli uomini.”
“In verità siamo una sola anima, tu e io. Appariamo e ci nascondiamo, tu in me, io in te. Ecco il significato profondo della mia relazione con te. Poiché fra te e me non esistono né tu, né io. Siamo al tempo stesso lo specchio e il volto.”
Tratto da “Siamo una sola anima tu ed io”, di Jalal Rumi