Il significato politico e strategico del “Global Combat Air Program”

di Leonardo Palma

Quali riflessi e quali conseguenze avrà la sigla dell’accordo GCAP tra Italia, Giappone e Regno Unito?

La flotta nipponica che nel maggio 1905 sconfisse la Russia zarista nella battaglia navale di Tsushima era stata costruita in Italia e nel Regno Unito. La Kasuga e la Nisshin, per esempio, due incrociatori corazzati classe Garibaldi, erano stati costruiti dalla Ansaldo di Genova-Sestri nel 1898. Un secolo dopo, questi tre paesi hanno siglato l’accordo GCAP (Global Combat Air Program) per lo sviluppo di un caccia da combattimento di sesta generazione. Il programma dovrebbe portare all’integrazione della piattaforma anglo-italiana “Tempest” con quella giapponese “F-X”.

La dichiarazione comune dei governi di Roma, Londra e Tokyo, rilasciata il 9 dicembre 2022, ha aperto e tracciato un percorso che dovrebbe concludersi nel 2035. Mentre l’Italia e il Regno Unito hanno una certa familiarità nei settori della difesa e dell’aerospazio (programmi Tornado, EFA, PAAMS, etc.), una partnership internazionale con altre potenze per un progetto così rilevante per la difesa nazionale rappresenta una novità per il Giappone. I motivi che avrebbero spinto il Kantei a preferire i due paesi europei agli Stati Uniti deriverebbero da un lato dal rifiuto di Lockheed Martin di offrire ai giapponesi l’accesso al source-code del programma di sviluppo della sesta generazione di aerei da combattimento, dall’altro da una certa complementarità tra interessi, mezzi e obiettivi con Roma e Londra. Nazioni marittime e insulari (o peninsulari, nel caso italiano) che per garantirsi la superiorità aerea nei rispettivi spazi navali (Mari del Nord, Mediterraneo, Mar Cinese Meridionale, sempre più oggetto di competizione politico-militare ed economica) avranno bisogno di un aereo stealth multiruolo parte di un ecosistema tecnologico che integri sistemi e sensori, intelligenza artificiale, una architettura dinamicamente riconfigurabile, materiali avanzati, protezione cyber, “wearable cockpit”, ma anche tecnologie ipersoniche, “manned-unmanned teaming” (MUM-T) e armi laser ad energia diretta. L’accordo, inoltre, garantirebbe le medesime tempistiche dei programmi originali, parità di stato tra i tre partners, contenimento dei costi a parità di efficienza e qualità del prodotto, e un incremento addizionale delle capacità produttive a servizio degli export nazionali.

L’importanza del GCAP, tuttavia, non si esaurisce nel suo valore industriale. Per il Giappone, questo accordo riflette il mutamento in atto rispetto alle politiche di sicurezza nazionali. Secondo i pianificatori giapponesi, l’attuale configurazione del sistema internazionale si va spostando verso un multipolarismo competitivo sulla base delle logiche della politica di potenza; la conseguenza è che il confine tra offesa e difesa si è assottigliato e il centro di gravità delle politiche di difesa degli Stati è necessariamente cambiato. Il governo Kishida ha così introdotto il concetto di “operazioni di deterrenza flessibile” all’interno di uno sforzo collettivo di sicurezza di partners e alleati che sposti il baricentro difensivo del paese più vicino alla zona di prossimità da cui originano le minacce. Per questo il GCAP assume per Tokyo una rilevanza strategica che trascende la logica del semplice aggiornamento e ammodernamento della flotta aerea, rappresentando la condizione tecnologica primaria per la propria deterrenza. Parimenti, secondo il primo ministro inglese Rishi Sunak, questa partnership internazionale dimostrerebbe come la sicurezza dell’area euroatlantica e di quella indopacifica siano indivisibili. Il GCAP possiede dunque un potenziale valore strategico per i tre paesi partner che va ben oltre i vantaggi delle specifiche capacità militari di cui potrà dotarli il programma nel prossimo futuro. Da questo punto di vista, esso è il risultato di una più grande trasformazione messa in moto dall’accordo AUKUS (Australia, Regno Unito, Stati Uniti) del 2021 per fornire a Canberra una flotta di sottomarini nucleari. Quell’accordo ha infatti elevato intese industriali per lo sviluppo di tecnologie avanzate a strumenti per la ricerca e l’ottenimento di vantaggi strategici nazionali, prefigurando l’adozione da parte degli Stati di quello che si potrebbe definire un “approccio mini-laterale”: piccole partnership, all’interno di un quadro definito di alleanze, per sviluppare specifiche capacità. Come AUKUS, infatti, anche l’accordo GCAP è un acceleratore di tecnologie, un impegno a sviluppare e conseguire congiuntamente capacità critiche per l’industria e la sicurezza nazionale. Per questo motivo, difficilmente il minilateralismo tecnologico può essere definito nei termini riduttivi di un espediente per ottenere giocattoli altrimenti troppo costosi per i singoli paesi. Il GCAP è un accordo capace di generare effetti a cascata e costruire vantaggi strategici nazionali in risposta alle esigenze di capacità derivanti dall’attuale era della competizione tra Stati. Viepiù, i governi di Roma, Londra e Tokyo convergono sulla necessità di rafforzare il proprio ruolo all’interno del sistema di alleanze occidentale a guida americana e sono altresì guidati dal desiderio di mantenere o estendere la propria influenza internazionale attraverso l’eccellenza scientifica e tecnologica nelle applicazioni di difesa. Inglesi e giapponesi, in particolare, ambiscono ad assumere una leadership riconosciuta nella gestione di crisi regionali e nell’affrontare sfide globali per integrare il ruolo degli Stati Uniti. Del resto, proprio perché la competizione tra Stati Uniti e Cina riguarda solo in subordine il contenimento dell’espansione militare cinese in Asia e più direttamente il controllo di tecnologie critiche, il successo del GCAP proietterebbe Londra, Tokyo e Roma sulla linea del fronte, acquisendo un peso maggiore anche nei rapporti interalleati. Maggior peso e rappresentanza potrebbe permettere altresì a questi tre paesi di poter dire la loro nel modo in cui vengono gestite le tensioni tra Washington e Pechino.

Per l’Italia, nello specifico, la firma di questo accordo solleva nondimeno numerose questioni, molte delle quali dipendono dal modo e dalle motivazioni con cui si è pervenuti allo stesso. Se infatti la logica dell’aggiornamento ha premuto sulla riflessione strategica, significa che ben presto il governo italiano dovrà affrontare la portata politica del GCAP. L’accordo produce infatti due conseguenze: la prima, è quella di agganciare l’Italia all’Indo-Pacifico riportandola forzatamente verso un’area finora delegata essenzialmente all’azione esterna dell’Unione europea; la seconda, è la brusca frenata che questo accordo impone all’integrazione europea nel settore della difesa, dal momento che Francia, Germania e Spagna avrebbero deciso di proseguire con lo sviluppo di un altro programma, il FCAS (Future Combat Air System). Sebbene Italia, Germania, Francia e Spagna siano partners industriali in diversi progetti europei (EPC, FREMM, PPA, LSS, Eurodrone), nessuno di essi ha l’importanza strategica del Tempest e del FCAS. Quest’ultimi rappresentano i più importanti programmi di sviluppo tecnologico per la difesa e l’aerospazio dei prossimi trent’anni ma i “quattro grandi” (Germania, Regno Unito, Francia, Italia) non sono riusciti a pervenire ad intesa europea alcuna. Forse è anche per questo motivo che Roma e Londra, attraverso le dichiarazioni rispettivamente del ministro della Difesa e del primo ministro, hanno lasciato la porta del GCAP aperta, dimostrando di non intendere quell’accordo come un patto a tre esclusivo. Non meno importante, tuttavia, è il problema dell’Indo-Pacifico e dell’Asia. A differenza del Regno Unito, ma anche della Germania e della Francia, l’Italia non ha mai chiaramente definito una propria politica asiatica, indopacifica o nei confronti della Cina popolare. Gli stessi rapporti con il Giappone, sebbene tra i più solidi e antichi tra quelli mantenuti dall’Italia al di là del Golfo Persico, non hanno ricevuto l’approfondimento e il salto in avanti di cui pure sarebbero meritevoli vista la complementarità tra i due paesi in termini di sfide, obiettivi e opportunità bilaterali. Parimenti, sebbene esistano diversi documenti redatti dallo Stato maggiore della Difesa, dal ministro della Difesa o dai singoli capi di Stato maggiore di Forza Armata, il governo italiano non ha provveduto ad elaborare un concetto strategico e di sicurezza nazionale rispetto all’attuale configurazione del sistema internazionale. Da questo punto di vista, una evoluzione del GCAP in senso maggiormente politico come un patto di sicurezza a tre rafforzerebbe ulteriormente l’intesa e il suo valore strategico, sia agli occhi dei principali competitor che degli alleati, ma significherebbe rendere l’adozione di una strategia italiana per l’Indo-Pacifico (come parte di un più ampio concetto strategico nazionale) non più rimandabile.

Tutto ciò conduce d’altronde a una importante riflessione rispetto al perimetro dell’azione italiana nel mondo, se si voglia cioè continuare ad aderire alla “dottrina Martini” (dal nome dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del SISMI dal 1984 a 1991) secondo cui l’Italia, a causa della scarsità di mezzi a disposizione, non dovrebbe estendere ulteriormente la propria area di competenza oltre quelli che sono i confini del “Mediterraneo allargato” (nella definizione di Martini: Balcani occidentali, Nord Africa, Medio Oriente fino al Golfo Persico, fascia del Mar Rosso fino alla Somalia), oppure se sia possibile ipotizzare finalmente una politica italiana globale. Non certamente una “Global Italy” (che anche nel caso britannico stenta a decollare), piuttosto una “Rete Italia” che sottenda ad un approccio più sofisticato e meno scontato di proiezione della propria influenza all’estero. Quale che sia la risposta che il governo di Roma potrebbe dare rispetto a tale questione, il GCAP con Regno Unito e Giappone potrebbe trasformarsi in una carta decisiva che richiederà nondimeno la massima attenzione e consequenzialità sia sul piano industriale degli investimenti sia sul piano politico. Per un paese con un grande potenziale mercantile e scientifico-tecnologico come l’Italia, restare fuori dalla corsa all’aerospazio e al controllo delle filiere tecnologiche più strategiche significherebbe ripetere l’errore della dinastia Ming che, tra il 1470 e il 1529, radiò la propria flotta isolando così la Cina dai commerci marittimi e dalle esplorazioni mondiali per i secoli successivi.

Fonte: MedOr

Il significato politico e strategico del “Global Combat Air Program”
Il significato politico e strategico del “Global Combat Air Program”

Il rifiuto del neoliberismo e del globalismo

di Alexander Dugin

Nell’ambito delle teorie delle relazioni internazionali, il realismo e il liberalismo sono espressioni eclatanti dell’egemonia concettuale: costruiscono tutti i loro concetti sulla base dell’universalismo implicito dell’Occidente e dei suoi valori (e anche interessi) e, di conseguenza, garantiscono e sostengono attivamente l’ordine egemonico.
Su un altro piano, il modello unipolare e l’approccio multilaterale, e persino la non-polarità globale, sono anch’essi formulazioni varianti dell’egemonia, sia diretta e aperta (l'”unipolarismo” e la “versione soft”, ossia il multilateralismo) sia implicita e sottile (poiché la globalizzazione, il transnazionalismo dei neoliberali e i progetti costruttivisti sono anch’essi forme di espansione del codice occidentale all’intero pianeta).
Pertanto, l’elaborazione di una teoria del mondo multipolare deve passare attraverso il rifiuto dei fondamenti stessi dell’egemonia occidentale e, di conseguenza, delle teorie delle relazioni internazionali costruite su di essa.

Il rifiuto del neoliberismo e del globalismo
Il rifiuto del neoliberismo e del globalismo

La Papessa Giovanna, tra storia e leggenda

di Luigi Angelino

Una delle leggende più stravaganti della storia della Chiesa Cattolica è la presunta esistenza di un unico papa di sesso femminile, comunemente conosciuto con il nome di “papessa Giovanna”. Si tratta di una narrazione che non ha alcun fondamento storico certo, ma che risulta suggestiva ed affascinante soprattutto se collegata al mondo dell’esoterismo ed, in particolare, ad uno degli arcani maggiori dei tarocchi, quello appunto della “papessa”.

I vicoli della città eterna sono costellati di iscrizioni, stemmi, targhe ed edicole che rievocano storie di un passato lontano, molto spesso sospese tra realtà e fantasia. Nello specifico, la leggenda riguardante la papessa Giovanna sarebbe legata al sacello votivo situato in Via dei Querceti, non lontana dal Colosseo, entrata nella letteratura attraverso alcuni testi redatti da Boccaccio e da Petrarca.

Tra storia e leggenda

Ma chi era la papessa Giovanna? Per cercare di dare una risposta, dobbiamo andare indietro nel tempo, nel nono secolo, durante l’epoca storica chiamata “Alto Medioevo”, quando non esisteva ancora un vero e proprio concetto di storiografia e le cronache degli eventi erano affidate ai copisti amanuensi che di frequente, volutamente o per errore, cambiavano i fatti o li omettevano. Le stesse vicende ecclesiastiche di quel periodo sono ancora, per certi versi, avvolte nelle nebbie del mistero. La papessa Giovanna sarebbe nata a Magonza (Mainz), città della Germania sul fiume Reno, da una famiglia di origine inglese. A differenza delle sue coetanee, alle quali erano preclusi gli studi, in quanto si riteneva che tale attività dovesse essere riservata soltanto agli uomini, fin dalla tenera età sviluppò un grande interesse per le discipline filosofiche e teologiche. La ragazza diventò l’amante di un monaco della sua città e per favorire gli incontri clandestini con l’amante prese a travestirsi con gli stessi abiti del suo ordine. I due “peccatori” (per la morale di allora), temendo di essere scoperti, si trasferirono ad Atene, mentre la ragazza fingeva di essere un monaco con il nome di Johannes.

Nella capitale greca, Giovanna ebbe modo di approfondire gli studi in grammatica, retorica e dialettica, distinguendosi soprattutto come esperta di liturgia e di teologia. Sempre secondo la leggenda, nell’850 sarebbe morto il suo compagno e Johannes/Giovanna si sarebbe trasferita a Roma, sempre sotto le mentite spoglie di un uomo, dove sarebbe stata ben accolta dai confratelli della capitale della cristianità. Giovanna, o Johannes Anglicus come si faceva chiamare, impressionava per la sua cultura e per la sua padronanza nelle diverse materie speculative, tanto da ricevere incondizionata ammirazione dalle alte gerarchie ecclesiastiche di Roma. A nessuno, però, sarebbe venuto il dubbio che sotto l’abito nascondesse attributi femminili.

Alla morte di papa Leone IV fu convocata una riunione, che soltanto qualche secolo dopo sarebbe stata denominata “conclave”, alla quale allora partecipavano i pochi cardinali appartenenti all’aristocrazia o all’alta borghesia romana. L’elezione di un papa della propria famiglia avrebbe consentito notevoli vantaggi politici ed economici. A causa dei contrasti tra le varie fazioni, secondo la fantastica ricostruzione, si sarebbe deciso di eleggere un monaco straniero, che non era altro che la donna di Magonza che nascondeva un inimmaginabile segreto. Ma la papessa Giovanna, pur conquistando il trono pontificio, non avrebbe rinunciato fino in fondo alla sua femminilità, diventando l’amante di un giovane militare romano. Coltivando tale relazione, ben presto Giovanna rimase incinta, provvedendo a nascondere la propria gravidanza sotto i sontuosi abiti papali. Del resto anche i suoi predecessori avevano ostentato pance prominenti, a causa dell’opulenza dei banchetti vaticani e, quindi, nessuno fece caso al ventre che si ingrossava.

Il giorno di Pasqua dell’855, durante una solenne processione, mentre il “papa” tornava al palazzo del Laterano, dove allora risiedeva, all’altezza della basilica di San Clemente, i cavalli attaccati alla carrozza pontificia, provocarono un gran sobbalzo, intimoriti dalle acclamazioni della folla. Lo spavento costò a Johannes Anglicus l’inizio istantaneo delle doglie del parto, mentre il suo amante che, secondo alcune fonti, sarebbe stato il capitano della sua guardia personale, cercò invano di portarla in un luogo sicuro. Tra lo stupore della folla, sotto il vestito del papa spuntò la testolina del nascituro e tutti poterono udire i suoi vagiti. La conclusione della storia fu davvero tragica: lo sventurato neonato morì fra i tumulti della folla e la papessa Giovanna fu legata ai cavalli, ormai separati dalla carrozza e trascinata mentre veniva lapidata dal popolino inferocito per la grave offesa ricevuta.

Un’altra versione della storia dice che Giovanna fu portata in un convento femminile, dove visse in penitenza fino alla morte, mentre il figlio diventò perfino un alto prelato che ottenne il prestigioso titolo di arcivescovo di Ostia. E come si accennava prima, la strada che passa vicino alla Basilica di San Clemente, l’attuale via dei Querceti, in quel periodo prese il nome di “vicus Papisse” e ivi fu eretta un’edicola dedicata alla Madonna e al Bambino, forse per esorcizzare il grave affronto che aveva subìto la più sacra delle istituzioni romane. Un altro indizio dell’esistenza della papessa sarebbe stato lasciato in Toscana. Intorno al 1400, nel duomo di Siena furono eretti i busti dei papi che fino a quel tempo avevano conquistato il trono di Pietro: tra questi, alcune testimonianze riportano la beffarda esistenza anche del busto della papessa Giovanna, poi modificato all’inizio del diciassettesimo secolo.

I riferimenti storici

Abbiamo già detto in apertura che non vi è alcuna testimonianza certa in merito all’esistenza di Johannes Anglicus. Secondo la leggenda, comunque, a  Giovanna sarebbe succeduto Benedetto III che si sarebbe assicurato di cancellare l’oltraggiosa papessa dagli annali della Chiesa e che avrebbe artatamente corretto l’anno di morte di Leone IV, posticipandolo di due anni dall’853 all’855. La strana narrazione fu codificata nel 1475 da un certo Bartolomeo Sacchi, responsabile della biblioteca vaticana, al quale il papa pro-tempore  Sisto IV aveva dato l’incarico di redigere l’elenco dei pontefici che fino a quell’anno avevano regnato. Tra questi, il Sacchi inserì anche la curiosa storia della papessa Giovanna. A ciò si aggiunge il riferimento ad uno strano rituale che affondava radici in età medievale: il papa neo-eletto veniva invitato a sedersi su un trono di porfido rosso provvisto di un foro al centro e un giovane chierico doveva allungare la mano al di sotto della sedia per controllare se fosse provvisto degli attributi maschili. Oltre ad essere risibile tale usanza e forse nata per screditare la credibilità della Chiesa, afflitta da tanti peccati mondani, gli storici ritengono che il sedile di porfido rosso fosse presente già in età antecedente a quella del presunto pontificato femminile, minando l’attendibilità di una sua eventuale istituzione a seguito dell’increscioso evento della scelta del “papa foemina”. Inoltre, per alcuni esegeti, la vicenda della papessa Giovanna potrebbe derivare da un riadattamento “latino” di una leggenda nata in ambiente ortodosso, riguardante una presunta donna-patriarca di Costantinopoli.

Il primo cronista che pubblicò la vicenda, intorno al 1240, fu il domenicano Giovanni di Metz, a cui seguì un resoconto più o meno simile prodotto dal confratello Martino Polono. Il dotto gesuita Fronton du Duc, sulla base di alcuni scritti elaborati da Florimond de Remond, ipotizzò che la leggenda della papessa avesse tratto origine dal pontificato di Giovanni VIII, tra l’872 e l’882, famoso per la sua debolezza di carattere. Johannes Anglicus non sarebbe altro che il riflesso denigratorio del papa sopracitato, la cui vicenda storica sarebbe stata retrodatata in una cornice di successioni apostoliche ancora più confusa. Questa deturpazione cronologica sarebbe stata, poi, riproposta in seguito in chiave polemica contro i corrotti costumi della Chiesa Romana, dilagando soprattutto nell’epoca della riforma luterana. Gli storici ritengono, inoltre, che la leggenda della papessa sia stata creata per alimentare una certa satira antipapale, divampando soprattutto in concomitanza con la morte di Federico II di Svevia, uno dei più acerrimi nemici del papato. Si tratta, insomma, di un mito che racchiudeva in sé i maggiori incubi del cattolico medievale: un papa che intrattenesse rapporti sessuali, per giunta donna in posizione di dominio, simbolo dell’inganno penetrato nel cuore della Chiesa, a dispetto della tradizione patriarcale.  L’idea sembrò calzare a pennello per essere diffusa in tutti i principali carnevali dei popoli d’Europa, in particolare nei Paesi a vocazione autarchica e protestante che mal tolleravano l’ingerenza della Chiesa di Roma. A ciò si aggiunge un altro importante elemento: il fatto che Giovanni fosse stato il nome più utilizzato dai pontefici e da alcuni antipapa, come il sedicente Giovanni XIV bis, contribuendo a creare confusione sull’effettiva sequenza dei papi che sceglievano quel nome.

Davvero encomiabile è l’opera antologica di Agostino Paravicini Bagliani, La papessa Giovanna e i testi della leggenda (1250-1500), Edizioni del Galluzzo, Firenze 2021, che riporta le varie ipotesi sull’origine della leggenda, attraverso un’accurata esegesi delle citazioni letterarie relative alla figura in questione.

In epoca recente sono stati realizzati due film su questo tema. Il primo nel 1972, La Papessa Giovanna, un film ideato da Michael Anderson ed il secondo, nel 2009, La Papessa, peraltro tratto dall’omonimo romanzo di Donna Woolfolk Cross, con maggiori ambizioni didascaliche ed introspettive. Sotto il profilo letterario, la figura della papessa Giovanna è stata protagonista nel romanzo satirico ed anticlericale, Papissa Ioanna, pubblicato dall’autore greco Emmanouil Roldis, che suscitò una vivace reazione da parte dell’ambiente religioso ortodosso, a causa dei toni dissacranti e delle vicende narrate con uno stile marcatamente decameroniano. L’opera, che si impose a livello internazionale come un vero e proprio caso editoriale, fu tradotta in inglese dallo scrittore Lawrence Durrel nel 1954, con il titolo The Curious History of Pope Joan, ottenendo una buona risposta in termine di vendite.

Misteri e simbologia

Volendo dare un significato più profondo alla leggenda riguardante la presunta figura storica di Johannes Anglicus, non può passare inosservato il fatto che la “papessa” rappresenti uno degli arcani maggiori dei tarocchi e, più precisamente, l’arcano contrassegnato con il numero 2. Nell’idealizzazione cartomantica la papessa implica generalmente una conoscenza segreta, o per meglio dire esoterica, riservata a pochi, ponendosi come ponte tra il mondo sensibile e quello spirituale. La papessa, come carta dei tarocchi, viene di frequente raffigurata nelle sembianze di una sacerdotessa o di una monaca che indossa una veste, un mantello ed un copricapo, simbolo di prestigio e di potere, a similitudine della corrispondente figura maschile del papa. Di solito sul copricapo, a forma di tiara, è incisa una croce, per legare la simbologia del secondo arcano alla spiritualità ed alla religione. Si ritiene che il copricapo richiami le tre fasi lunari: crescente, plenilunio ed ultimo grado, perpetrando la tradizione classica che considerava il nostro satellite emblema del principio femminile. Il velo disegnato dietro alla misteriosa donna è una sorta di monito sulla delicatezza e sulla discrezione della conoscenza, indicando come sia opportuno nascondere ciò che gli altri non sono ancora pronti a vedere, come ad esempio il pericolo in cui si potrebbe incorrere, se si rivelasse incautamente un segreto capace di arrecare danno a qualcuno. In numerosi mazzi di tarocchi, la papessa tiene due chiavi nella mano destra, volendo significare come la persona debba tendere ad armonizzare le esigenze dell’inconscio con quelle del conscio, affinché possa raggiungere un livello di equilibrio adeguato della propria personalità. Secondo l’interpretazione di Jung, la papessa è soprattutto il simbolo dell’elemento femminile presente nella personalità dell’uomo, abbracciando con l’intuizione le forze nascoste della natura anche mediante innovativi processi di conoscenza., così come evidenziato dal libro che è sovente adagiato sulle sue gambe.

In generale, secondo gli studiosi, la papessa dei tarocchi incarnerebbe l’ideale della dea egizia Iside, il cui culto si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo in età ellenistica e la cui effigie influì profondamente sulla successiva trasfigurazione della Vergine Maria, considerata non solo madre di Gesù di Nazaret, ma elevata al rango teologico di madre di Dio. Nei tarocchi, conosciuti come quelli di Rider-Waite, alle spalle della papessa sono disegnate due colonne, l’una bianca e l’altra nera, riportanti l’incisione delle lettere B e J, con esplicito riferimento all’ambiente massonico. In alcuni moderni mazzi di tarocchi, con sfumature ideologiche new age, la carta della papessa è direttamente ispirata alla leggendaria Johannes Anglicus, rivelando una certa velleità di rottura con la tradizione patriarcale ed assurgendo la figura della papessa a simbolo della riscossa femminista.

In estrema sintesi, si può dire che la leggenda della papessa Giovanna, lungi dall’essere una mera rievocazione di satira anticlericale e di antidogmatica tradizionale, diventa un simbolo metastorico della sapienza femminile, così sospesa tra l’universo materiale e quello spirituale, tra luce e tenebre, capace di resistere attraverso i secoli.

Fonte: Auralcrave

La Papessa Giovanna, tra storia e leggenda
La Papessa Giovanna, tra storia e leggenda

Gli italiani non vogliono l’Ue: solo il 46% favorevole

di Alberto Celletti

Roma, 12 gen – L’Italia non vuole l’Ue. Per lo meno, non la vogliono tendenzialmente la maggioranza degli italiani, stando agli ultimi sondaggi riportati su Tgcom24.

Italia, la maggioranza non apprezza l’Ue

Il Paese più euroscettico del continente è l’Italia, quanto meno tra i più grandi. È quanto emerge dal sondaggio Eurobarometro commissionato dal Parlamento europeo. Italia che non vuole l’Ue, dal momento che solo il 46% degli italiani vede l’adesione all’istituzione sovranazionale come una “cosa buona”. Nell’indagine sono presenti anche valutazioni sulle ultime crisi economiche, sulla guerra tra Russia e Ucraina, e su come questi eventi abbiano in realtà rafforzato la fiducia nell’Unione ovunque, tranne che nel nostro Paese. La media generale di favorevoli, infatti, è del 62%. Circa il 66%, quindi due terzi dei cittadini europei, considera importante l’appartenenza del proprio Paese all’Unione, il 72% ritiene di averne addirittura beneficiato, concentrandosi sul cosiddetto “mantenimento della pace” e il rafforzamento della sicurezza (lasciando evidentemente da parte la crescita economica e le tutele sociali, non esattamente un punto di forza, per usare un eufemismo). Su questo ultimo dato, va detto, gli italiani sono solo “meno favorevoli” degli altri, attestandosi su un 61%.

Più giù solo Slovacchia, Grecia e Austria

Non è solo l’Italia a confermarsi un Paese tendenzialmente euroscettico. Anzi, c’è chi lo è di più, tra Stati, però, di piccola entità. Il giudizio positivo minoritario sull’appartenenza all’Unione è condiviso anche da Slovacchia, Grecia e Austria, dove rispettivamente solo il 44%, il 43 e il 42 ritiene positivo essere dentro la cerchia di Bruxelles.

Fonte: Il Primato Nazionale

Gli italiani non vogliono l’Ue: solo il 46% favorevole
Gli italiani non vogliono l’Ue: solo il 46% favorevole

Spuntano nuovi documenti segreti di Biden, ma c’è un elemento molto strano

di Eugenio Palazzini

Roma, 12 gen – Trovati nuovi documenti segreti, “nascosti” da Joe Biden ai tempi in cui era vicepresidente degli Stati Uniti durante l’amministrazione Obama. E’ quanto riferito da Nbc news, che cita una fonte a conoscenza della scoperta. I documenti classificati sarebbero stati rinvenuti dai legali del presidente Usa, esattamente come quelli emersi nei giorni scorsi e che gli stessi avvocati di Biden trovarono a novembre, mentre stavano chiudendo l’ufficio utilizzato dall’allora vicepresidente statunitense al Penn Biden Center di Washington.

Da allora lo staff di Biden, stando a quanto riportato dai media americani, sarebbe andato in cerca di altro materiale “top secret” che poteva essere ancora custodito in luoghi utilizzati dall’attuale presidente Usa. I National Archives, ovvero gli Archivi di Stato americani, anche in questo caso dovranno informare il dipartimento di Giustizia affinché vengano avviate apposite indagini. Questo perché la legge Usa prevede che presidente e vicepresidente statunitensi, una volta concluso il mandato, consegnino ai National Archives tutti i documenti.

Documenti segreti di Biden, uno strano giallo

Nella giornata di ieri, parlando a Città del Messico, il presidente Usa si è detto “sorpreso” del ritrovamento dei suddetti documenti nel suo ex ufficio, specificando che i suoi avvocati avevano prontamente avvertito i National Archives. Nel frattempo però la Casa Bianca non ha voluto rilasciare commenti, facendo senza alcun dubbio trapelare un certo imbarazzo, sottolineato dalla stampa Usa. Al contrario, come prevedibile, la notizia del primo ritrovamento di documenti era stata subito commentata da Donald Trump, che aveva colto la palla al balzo per lanciare una frecciata a Biden e per chiedere all’Fbi di perquisire la casa dell’attuale presidente Usa: “Quando è che l’Fbi – aveva scritto Trump su Truth – andrà a perquisire le molte case di Joe Biden, e forse persino la Casa Bianca? Questi documenti non erano certamente ‘non classificati’”. Chiaro il riferimento dell’ex presidente Usa al ritrovamento di centinaia di documenti riservati nel suo resort di Mar-a-Lago, in Florida. Quelle carte, portate via dalla Casa Bianca e dunque non consegnate agli Archivi di Stato, lo scorso agosto furono difatti sequestrate dall’Fbi durante un apposito blitz.

Nel caso dei documenti “conservati” da Biden, c’è però un elemento da considerare e che immaginiamo sia stato notato da tutti: a ritrovarli e a consegnarli ai National Archives sono stati i legali dello stesso presidente Usa. Come mai, a distanza di anni, proprio lo staff di Biden li ha tirati fuori? Clamorosa scoperta e conseguente, quanto corretta, segnalazione alle autorità giudiziarie oppure c’è altro? E’ piuttosto strano che Biden si autodenunci così, a meno che non si voglia pensare a un complotto del suo staff contro di lui. Improbabile, si dirà. Senz’altro, quindi è altrettanto improbabile che i documenti emersi adesso contengano informazioni scottanti. A che gioco sta giocando Biden?

Fonte: Il Primato Nazionale

Spuntano nuovi documenti segreti di Biden, ma c’è un elemento molto strano
Spuntano nuovi documenti segreti di Biden, ma c’è un elemento molto strano

Violenti scontri e un poliziotto bruciato vivo: cosa succede in Perù

di Stelio Fergola

Roma, 12 gen – In Perù gli scontri hanno superato ogni limite di guardia. Da un mese, il Paese sudamericano è nel caos. Gli ultimi “brucianti” fatti testimoniano il disagio profondo di un’intera Nazione.

Perù, un mese di scontri sanguinosi: cosa succede

In Perù gli scontri sono così sanguinosi che il governo ha annunciato un coprifuoco notturno nella regione di Puno, come riporta SkyTg24. La zona è il fulcro delle proteste e delle manifestazioni nel corso delle quali, solo nella giornata di lunedì, sono morte 18 persone. Ma il sangue e il caos dominano da almeno un mese, nel quinto Paese più popoloso dell’America Latina. Proteste dovute a profondi disagi sociali, alla povertà, alla disuguaglianza, a una comunità che non riesce a sperare in un futuro. Futuro che era stato “promesso” dal presidente Pedro Castillo, a parole intenzionato a risolvere i drammi di una società allo sbando. Il mancato assolvimento delle sue proposte, però, ha scatenato un dibattito politico sempre più acceso, culminato nel tentativo di Castillo di sciogliere il Congresso. Mossa considerata incostituzionale e che ha portato all’arresto dello stesso presidente, ora sostituito dal suo vice. A quel punto nulla ha più frenato le proteste e le manifestazioni, avviate proprio dai sostenitori di Castillo, che hanno chiesto a gran voce nuove elezioni. Proteste così sanguinose da generare ben 47 morti in un mese.

Il poliziotto bruciato vivo

Si chiamava Jose Luis Soncco Quispe, il poliziotto di pattuglia nella città di Juliaca che lunedì notte è stato bruciato vivo dai manifestanti. Aveva solo 29 anni. La folla ha attaccato il veicolo in cui l’uomo si trovava, insieme a un collega, Ronald Villasante Toque. Il rogo lo ha preso in pieno. Toque, al contrario, si è salvato ed è stato portato in un ospedale di Lima con ferite multiple alla testa: l’uomo, infatti, è stato pesantemente picchiato. Così ha parlato il  primo ministro Alberto Otarola, confermando la morte di Soncco: “La polizia è arrivata sul posto e ha scoperto che un agente era stato picchiato e legato, e l’altro, Luis Soncco Quispe, purtroppo era morto. È stato bruciato vivo nella sua auto di pattuglia. Il Paese è totalmente fuori controllo e non si capisce ancora bene come la situazione potrebbe tornare alla normalità.

Fonte: Il Primato Nazionale

Violenti scontri e un poliziotto bruciato vivo: cosa succede in Perù
Violenti scontri e un poliziotto bruciato vivo: cosa succede in Perù

L’ANGELO DELL’ABISSO: APOLLO E LA LINEA SACRA MICHELITA

Videoconferenza del canale YouTube AXIS MUNDI, trasmesso in diretta streaming live il 6 aprile 2022.

“Quale ruolo storico, quale visione del mondo e concezione del cosmo ebbero coloro che gli auctores classici definirono «iatromanti», sciamani ed estatici adepti del dio iperboreo Apollo, maestro della coincidentia oppositorum e ispiratore della «follia divina» e dell’arte della mantica? Perché nell’imponente affresco della Cappella Sistina raffigurante il Giudizio Universale Michelangelo dipinse, nel volto del Cristo-Giudice, i lineamenti dell’antico dio ellenico della Luce e della Profezia che San Giovanni Evangelista nel Libro dell’Apocalisse definì l’«Angelo dell’Abisso»? E infine cosa c’entra la Fine dei Tempi con la IV Egloga di Virgilio, gli «Oracoli Sibillini», la «Linea Sacra di San Michele» e le innumerevoli leggende sulle «Isole Beate» poste agli estremi confini settentrionali e occidentali del mondo, come l’Iperborea apollinea, l’Ogigia dove il dio Saturno aspetta in uno stato di vita-nella-morte il ritorno dell’Età dell’Oro di cui è sovrano, le Esperidi e l’invisibile Avalon, l’«Isola delle Mele» dove si sono occultati i Tuatha dé Danann, la stirpe divina e «splendente» di cui parla la tradizione celtica?”

L’ANGELO DELL’ABISSO: APOLLO E LA LINEA SACRA MICHELITA
L'ANGELO DELL'ABISSO: APOLLO E LA LINEA SACRA MICHELITA
L’ANGELO DELL’ABISSO: APOLLO E LA LINEA SACRA MICHELITA

IL RISVEGLIO DI NEO IN MATRIX

Videoconferenza del canale YouTube AXIS MUNDI TV, trasmesso in live streaming il giorno 4 maggio 2022.

“Dal 1999, quando uscì “The Matrix”, passando per il 2003, l’anno di “The Matrix Reloaded” e “The Matrix Revolutions”, fino al 2022 e al recente “The Matrix Resurrections”, la saga cinematografica di Neo non ha smesso di interessare e affascinare un pubblico sempre più esteso, incidendo profondamente sull’immaginario collettivo. Per la grande maggioranza degli spettatori il visionario racconto delineato dalle sorelle Wachowski parla di sinistre intelligenze artificiali, software, virus, astronavi e mondi virtuali così avanzati da risultare quasi indistinguibili dalla realtà. Ma siamo davvero sicuri che “The Matrix” sia soltanto l’ennesimo erede cinematografico dei racconti futuristici di Orwell, Asimov e Gibson? E se le registe non stessero affatto guardando a un oscuro domani, bensì al passato, e alla fiorente tradizione mitologica, religiosa ed esoterica dell’umanità? Muovendosi tra archetipi, mitologemi, vangeli gnostici, religiosità buddhista, sciamanesimo e simbologia massonica, l’agile saggio di Riberi conduce il lettore alla scoperta di ciò che realmente si cela nelle profondità della tana del Bianconiglio…”

IL RISVEGLIO DI NEO IN MATRIX
IL RISVEGLIO DI NEO IN MATRIX
IL RISVEGLIO DI NEO IN MATRIX

LA MACCHINA DEL TEMPO E LA COSMOTEOLOGIA ARCAICA

Videoconferenza del canale YouTube AXIS MUNDI TV, trasmesso in live streaming il giorno 18 gennaio 2023.

“Fin dalla preistoria l’uomo si è incaricato di leggere il tempo, anima del mondo. Ma non esiste cognizione del tempo senza visione del cielo. La visione del cielo, e in particolare del cielo notturno, l’Urano stellato dell’orfismo, pose dinnanzi all’uomo il limitato orizzonte della propria caducità. Eppure, la vita umana veniva come ad essere iscritta in un coerente disegno di ordine superiore, pur restando null’altro che un frammento dell’apparente “sofferenza” dell’essere. Quelle immagini terrestri che i miti ci hanno tramandato hanno avuto la loro origine nel cielo. C’è un filo rosso che unisce la sommersione di Atlantide, la caduta di Fetonte, la descrizione del Tartaro e le ripartizioni territoriali della pòlis raccomandate da Platone. Luoghi di riposo paradisiaco, voli di colombe, vagabondaggi in labirinti sono per noi immagini mute, o al più degne di essere relegate nel mondo del fantastico, ma il fatto è che esse costituiscono la traduzione sul piano figurativo del ritmo, della grande musiké dell’universo, che in quanto tale solo l’anima disincarnata può ricevere. Ma non c’è metafisica, non ancora. Prima della frattura drammatica tra cosmo e mondo extracosmico, prima che il pianeta Saturno si trasformasse nel Dio trascendente, anche l’anima dell’uomo dovette comportarsi secondo la grande anima del mondo. Il fato inesorabile dell’anima era quello di ritornare, per ordine di Ananke, sulle note dei giri celesti. Perché, dice Platone, le anime che si reincarnano ricadono sulla terra sotto forma di stelle.”

LA MACCHINA DEL TEMPO E LA COSMOTEOLOGIA ARCAICA
LA MACCHINA DEL TEMPO E LA COSMOTEOLOGIA ARCAICA
LA MACCHINA DEL TEMPO E LA COSMOTEOLOGIA ARCAICA

Quando l’Uomo incontra la Via

a cura di Sara Balkizi

Quando una persona superiore sente parlare del Tao,
diligentemente lo mette in pratica.
Quando una persona comune sente parlare del Tao,
ci crede per metà e ne dubita per metà.
Quando uno sciocco sente parlare del Tao,
scoppia a ridere solo a pensarci.
Se questi non ridesse,
non sarebbe il Tao.
Così è detto:
La lucentezza del Tao assomiglia al buio,
l’avanzamento del Tao assomiglia ad una ritirata,
il sentiero pianeggiante sembra brullo,
il cammino superiore sembra vuoto,
il puro sembra essere macchiato
e la vera virtù non sembra essere abbastanza.
La virtù della prudenza sembra essere codardia,
il puro sembra essere contaminato,
il vero quadrato sembra non avere angoli,
i vascelli migliori impiegano il maggior tempo per giungere alla fine,
i suoni più grandi non possono essere uditi,
e la più grande immagine non ha forma.
Il Tao si nasconde nell’innominato,
eppure esso solo sostiene e completa tutte le cose.
[ Tao Te Ching; 41 ]

Quando l'Uomo incontra la Via
Quando l’Uomo incontra la Via