Giappone, India, Vietnam, Australia: le spine della Cina in Asia e Pacifico

Non solo lo scontro con l’altra superpotenza, gli Stati Uniti. La strategia China Exit di Tokyo, gli scontri lungo il confine conteso con New Dehli, le tensioni marittime con Hanoi e la trade war con Canberra: Pechino deve affrontare anche delle sfide regionali con i suoi “vicini di casa”.

Gli Stati Uniti, certo. Ma la Cina ha qualche noia diplomatica anche più vicina. Giappone, India, Vietnam e Australia sono tutte coinvolte in maniera più o meno diretta in dispute con Pechino. E se nei rapporti bilaterali l’Impero Celeste può sempre far valere il suo maggiore peso in termini economici e geopolitici, mettere insieme tutti questi nodi può far sì che si crei un groviglio quasi inestricabile proprio sull’uscio di casa.

COREE PIU’ VICINE

Sarebbe sbagliato dire che la pandemia da coronavirus ha pregiudicato la diplomazia cinese in Asia. Anzi, in alcuni casi è vero il contrario. Con la Corea del Sud i rapporti sono in costante miglioramento: Moon Jae-in, il cui partito ha appena stravinto le elezioni legislative dello scorso 15 aprile, è un fautore del consolidamento dei rapporti con Pechino, anche e soprattutto nell’ottica Pyongyang. Con la “ritirata” americana dall’Asia orientale, al di là delle scenografiche camminate di Donald Trump nella zona demilitarizzata, appare ormai evidente a Seoul che per andare verso una normalizzazione dei rapporti con la Corea del Nord bisogna rivolgersi a Xi Jinping. E la cooperazione sanitaria da Covid-19 dimostra che i due governi intrattengono un costante dialogo.

NUOVO IMPULSO ALLA VIA DELLA SETA NEL SUD EST

La Via della Seta non ha subito particolari rallentamenti, anche perché coi paesi che ne fanno parte di problemi diplomatici, almeno per il momento, non ce ne sono. Nelle scorse settimane sono ripartiti i lavori della linea ferroviaria tra Cina e Laos, un progetto colossale che avrebbe come suo termine finale Singapore, dopo essere passata anche per la Thailandia. Il primo ministro della Cambogia, Hun Sen, si è recato in piena epidemia a Pechino per mostrare la sua vicinanza politica al grande vicino. Numerosi contatti istituzionali con le Filippine, che con Rodrigo Duterte hanno intrapreso una linea più amichevole verso Pechino (anche se proprio negli ultimi giorni si è registrato un riavvicinamento per certi versi storico tra Manila e Hanoi per risolvere le dispute marittime). Rafforzate le relazioni anche con Myanmar. Negli scorsi giorni Xi ha parlato al telefono con il presidente birmano U Wint Myint e la cooperazione prosegue anche sul piano militare nelle movimentate zone di confine.

LE AMBIZIONI MARITTIME E COMMERCIALI DEL VIETNAM

Per ogni rosa però c’è anche una spina. A creare qualche pensiero a Pechino c’è il Vietnam. Hanoi ha saputo contenere in modo molto efficace il coronavirus, tanto da non registrare nemmeno un decesso ufficiale. E, nonostante sui media occidentali se ne sia parlato molto meno, ha anch’esso lanciato una piccola campagna diplomatica di aiuti sanitari, con l’invio di mascherine anche verso l’Italia. Il Vietnam è stato uno dei primi paesi al mondo, insieme all’Italia, a chiudere i collegamenti aerei diretti con la Cina, e vive un momento di tensione con Pechino. Attriti presenti da diversi decenni e che ruotano intorno alle acque e isole contese nel Mar cinese meridionale. Il governo vietnamita ha rigettato il divieto di pesca imposto dal 1° maggio al 16 agosto dalla Cina nell’area delle isole Paracelso e ha invitato i suoi pescatori a ignorarlo e proseguire le attività. Tale assertività deriva in parte anche dalla presidenza di turno dell’Asean, che appare invece ancora in larga parte spaccato sull’approccio da prendere nei confronti dell’estroversione cinese, con tanti paesi consapevoli del legame economico che non può essere spezzato senza gravi conseguenze, soprattutto in un’epoca post Covid dove la direzione intrapresa sembra essere quella di una slowbalisation regionalizzata. Il Vietnam spera in realtà di diventare quello che in parte è già, un grande hub commerciale dell’area del Sud Est. Anche grazie alle delocalizzazioni dalla Cina. Obiettivo che potrebbe essere favorito dalle politiche del Giappone.

IL COVID-19 RALLENTA LA DIPLOMAZIA PECHINO-TOKYO

I rapporti tra Pechino e Tokyo hanno subito un improvviso rallentamento a causa della pandemia, anche perché il governo di Abe Shinzo ha dimostrato di avere velleità geopolitiche sconosciute, per esempio, alla Corea del Sud. Il Covid-19 ha portato al rinvio della visita programmata di Xi nella capitale nipponica, in quella che sarebbe dovuta diventare una celebrazione del grande riavvicinamento tra i due colossi dell’Asia orientale. Così non è andata, e per ora non c’è ancora una nuova data per l’evento, mentre sul fronte interno cresce il fronte di chi vi guarda con perplessità. Il governo Abe ha avviato una aggressiva politica di “China exit”, con pacchetti di stimoli dedicati alle imprese per sostenerne il “ritorno a casa” o comunque la delocalizzazione in altri paesi asiatici. L’obiettivo dichiarato è quello di avere una maggiore autosufficienza sia in campo sanitario sia in campo tecnologico, anche per evitare eventuali nuove restrizioni di Washington sui prodotti made in China.

TRA SENKAKU E FIVE EYES

Ma con il Giappone le contese sono anche strategiche. C’è sempre il nodo irrisolto delle isole Senkaku (o Diaoyu come le chiamano in Cina), con le rispettive navi che si sono incrociate nelle acque limitrofe nelle scorse settimane. Senza dimenticare il progressivo avvicinamento dei servizi segreti nipponici al Five Eyes, l’unione delle intelligence anglofone. Operazione condotta, ufficialmente, per avere informazioni sulla Corea del Nord e contenere Pyongyang con maggiore efficacia. Ma in realtà, secondo alcune fonti riportate di recente dal South China Morning Post, le discussioni riguarderebbero anche la Cina. E Tokyo, che ha più volte citato Taiwan chiedendone l’inclusione nell’assemblea Oms, ha chiesto chiarimenti all’ambasciatore cinese dopo l’annuncio della volontà di approvare una legge di sicurezza nazionale per Hong Kong.

TENSIONI AL CONFINE CON L’INDIA

Chi di sicuro ha contese territoriali irrisolte con Pechino è l’India, l’altro colosso asiatico. Nuova Dehli rappresenta, sin dall’inizio, uno scoglio al progetto della Belt and Road di Xi. Inassimilabile e storicamente impossibile da sinizzare, l’India rappresenta un ostacolo da aggirare, come dimostra la strategia cinese sul porto pakistano di Gwadar. Pechino e Nuova Dehli condividono un lungo e frastagliato confine che dal Sikkim arriva al Jammu e Kashmir passando per l’Himachal Pradesh. E che tocca sempre l’immenso territorio della regione autonoma del Tibet. È lungo questa frontiera montuosa che nelle scorse settimane si sono verificati diversi scontri tra truppe militari. Non a fuoco, per fortuna, ma a colpi di pugni e sassate. Con un bilancio provvisorio di 11 feriti ma soprattutto di tanta, tantissima tensione, in particolare al Pangong Tso, strategico lago dalla forma allungata che dal sud della città indiana di Ladakh arriva a lambire la principale arteria stradale tibetana. È qui che Nuova Dehli guarda con sospetto ai movimenti cinesi. Mentre dall’altra parte non hanno apprezzato la recente costruzione di una nuova strada al confine con il Nepal.

LA DIFFICILE AUTOSUFFICIENZA INDIANA

Il tema è molto sentito, tanto che anche la Casa Bianca è intervenuta schierandosi, ça va sans dire, con l’India. Nel frattempo, il primo ministro Narendra Modi ha presentato un piano economico per la ripresa che intende stimolare la produzione locale e limitare la dipendenza dalla Cina per le catene di approvvigionamento. Impresa non semplice, se si considera che il 90% dell’import dei farmaci salvavita arriva da lì, così come l’80% dell’equipaggiamento medico e il 30% delle componenti per auto. Dipendenza che si riscontra anche in tanti altri settori. Ad aggiungere qualche motivo di frizione diplomatica con New Dehli, anche l’appoggio esplicito a Taiwan dato da alcuni politici del Bjp, con il Times of India e l’Economic Times (due tra i principali quotidiani indiani) che hanno chiesto al governo passi del governo per l’inclusione di Taipei all’assemblea dell’Oms.

LA GUERRA COMMERCIALE CON L’AUSTRALIA

Ma c’è anche chi rischia di sprofondare, o forse è già sprofondato, in una vera e propria guerra commerciale con la Cina. Si tratta dell’Australia, tra i primi paesi a chiedere un’indagine internazionale sulle origini del Covid-19. Mossa non gradita al governo cinese, che ha imposto tariffe dell’80,5% sull’import di orzo (già crollato da 1.7 miliardi di dollari a 600 milioni tra 2018 e 2019), e sospeso quello di carne di manzo. Ma si starebbe pensando anche di disincentivare l’import di pesce, vino e latte. L’ambasciatore Cheng Jingye ha paventato anche un boicottaggio di turisti, studenti e consumatori. Contromisure che possono fare male, se si considera che Pechino è di gran lunga il primo partner commerciale per l’Australia, dove gli studenti e turisti cinesi rappresentano il 38% e il 15% del totale. Lo scontro è proseguito anche dopo l’assemblea dell’Organizzazione mondiale della sanità, durante la quale oltre 100 paesi hanno chiesto un’indagine internazionale sull’origine del virus e la Cina ha aperto a un’inchiesta a guida Oms a crisi terminata, ridicolizzando poi Canberra che rivendicava il risultato. Eppure il coinvolgimento, per ora solo “nominale”, dello stato del Victoria nella Belt and Road ha creato delle frizioni con Washington, tanto che Mike Pompeo ha detto che potrebbe essere a rischio la condivisione di alcune informazioni sensibili con l’Australia se la partnership si concretizzasse.

LE MIRE CINESI NEL PACIFICO

A peggiorare i rapporti, le recenti esercitazioni congiunte tra i militari americani e australiani nel Mar cinese meridionale, mentre il governo di Scott Morrison guarda con sospetto al tentativo di China Mobile di comprare Digicel, il principale network telefonico degli stati del Pacifico. Una situazione che ricorda un po’ quella di qualche anno fa sui cavi sottomarini alle Isole Salomone. Allora l’Australia ebbe la forza di rilanciare l’offerta cinese, senza comunque evitare il recente passaggio diplomatico di Honiara dalla parte di Pechino e la rottura dei rapporti con Taiwan. Passo compiuto subito dopo anche da Kiribati, arcipelago di cui l’isola Christmas dista solo poco più di duemila chilometri da Honolulu, sede del Pacific Command degli Stati Uniti. E qui si completa il giro, arrivando fin quasi sull’uscio di casa dell’altra superpotenza.

Di Lorenzo Lamperti*

**Giornalista responsabile della sezione “Esteri” del quotidiano online Affaritaliani.it. Si occupa di politica internazionale, con particolare attenzione per le dinamiche geopolitiche di Cina e Asia orientale, anche in relazione all’Italia

Liberamente tratto da: China-files.com

Xi Jinping

IL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA USA INVESTIGA SUI CONTATTI DI ANTIFA

di Giuseppina Perlasca

I funzionari del Dipartimento di Giustizia USA stanno indagando se “Attori criminali” stiano fattivamente coordinando le attività violente durante le proteste per la morte di George Floyd. Molto interesse viene posto nella verifica delle notizie secondo le quali mucchi di pietre e mattoni siano stati predisposti nelle zone in cui si dovevano tenere le proteste contro la polizia ed il suo operato.

“Abbiamo visto numerosi indizi … Stiamo cercando di verificare se esiste un centro vero e proprio centro di comando e un controllo. Seguiamo ogni “Briciola di pane” per verificare i fatti”, ha detto un funzionario del DOJ. mentre un altro funzionario del DOJ ha affermato che gli agenti federali hanno visto segni di un coordinamento molto ben organizzato fatto da agenti provocatori professionisti strettamente legati al movimento Antifa.

In tutti gli USA ci sono stati 10 mila fermi durante le manifestazioni contro le violenze della polizia. Intere vie di Soho a New York o dei centri di altre città sono state saccheggiate in modo sistematico, negozio per negozio, un’attività che non può essere casuale, ma appare organizzata come riferito anche da molti testimoni.

Secondo Fox News, i funzionari del Dipartimento di Giustizia sperano di trovare strumenti con i quali sfruttare i dati degli smartphone telefoni in modo da poter provare i contatti e risalire verso chi coordina i movimenti ed i saccheggi. Gli agenti federali ritengono che i social media siano pesantemente utilizzati per dirigere il movimento di rivoltosi e saccheggiatori, ma questo permetterebbe agli investigatori di identificare i percorsi digitali e quindi , a ritroso, di trovare il centro di controllo.

Inutile dire che molti americani credono che “Antifa” sia alla base di gran parte della violenza viste in questi giorni, e un nuovo sondaggio condotto dai Rasmussen Reports ha rilevato che il 49% di tutti gli elettori statunitensi ritiene che questo gruppo anarchico debba essere dichiarato organizzazione terroristica.

Liberamente tratto da scenarieconomici.it

Dipartimento di Giustizia Americano

IL DEFINITIVO AFFONDO ALLA DEMOCRAZIA, ALLA LIBERTA’ D’IMPRESA, AI RISPARMI DEI CITTADINI E AI BENI COMUNI

di Salvatore Penzone

Secondo le linee tracciate assisteremo ad una completa riconversione del nostro sistema produttivo e alla distruzione del suo tessuto fatto di micro, piccole e medie imprese.
Sarà favorito l’accorpamento aziendale ai grandi gruppi, ai quali sarà concesso per operazioni di fusioni e acquisizioni una deducibilità del 120% sulle tasse, mentre alla ricerca e all’innovazione gestite da questi trust sarà garantita una deducibilità del 200%.

Il sostegno al nuovo impianto dell’economia sarà garantito da un “Fondo per lo sviluppo” al quale lo Stato, le regioni, le province e i comuni tutti conferiranno immobili, partecipazioni in società quotate e titoli. È prevista inoltre la possibilità di attingere a parte delle riserve auree di Bankitalia.
Tutta l’operazione sarà quindi sostenuta con l’intero patrimonio pubblico del paese e a garantirla ci sarà Cassa Depositi e Prestiti con i suoi capitali, quelli costituiti dai Buoni fruttiferi e dai Libretti postali dei cittadini italiani.

Ormai è chiaro che voglio la normalizzazione dello stato di emergenza. Con la privazione delle nostre libertà individuali è in atto un’eversione dell’ordine costituzionale.
Con il lockdown e il distanziamento sociale stanno creando le condizioni per sottrarci ogni forma di sovranità. Anche la libertà d’impresa ci sarà negata perché hanno in mente di operare una riconversione del sistema produttivo e un suo accentramento nelle mani di pochi grandi gruppi, ivi compresi distribuzione e commercio al dettaglio, con la sparizione di tutte le imprese, grandi e piccole, colonna portante del sistema paese. Questo cambio di paradigma era già tracciato nelle prime esternazioni dei componenti della task force nominata da Conte. Per attuarlo stanno testando metodi dispotici e di polizia con chi manifesta il proprio disagio e chiede interventi di aiuto vero al governo.

Il pericolo che ci vengano sottratti, con il nostro consenso ottenuto con la paura, i diritti fondamentali della persona, diventa un’evidenza sempre più allarmante. La stessa Carta Costituzionale viene, senza nessuna remora, continuamente scavalcata, mentre è stato del tutto esautorato il Parlamento, a dimostrazione del fatto che ormai la nostra Repubblica è stata svuotata della sua realtà istituzionale e politica facendo largo al governo di organismi internazionali che veicolano gli interessi delle lobby del potere finanziario e industriale.
Si può facilmente presumere che il nostro paese sarà messo nelle mani delle multinazionali e dei grandi fondi di Investimento angloamericani, saranno loro a decidere come ricostruire il sistema produttivo secondo le linee della presunta riconversione green e l’accentramento nelle mani di pochi grandi gruppi.

Potremmo, a ragione, individuare nell’attuale momento di crisi pandemica la fase finale della globalizzazione con i suoi processi di accentramento della ricchezza in poche mani, di sottrazione dell’autonomia degli Stati e della libertà dei popoli.

Ci aspettano momenti molto difficili che metteranno a dura prova la resilienza al nuovo paradigma socioeconomico. Siamo quindi alla resa dei conti. Vedremo se siamo una umanità destinata all’asservimento o siamo capaci di stringerci a difesa della libertà e concepire quella comunione sociale (politica e spirituale) unica nostra salvezza.

Bisognerà far sì che la ricchezza privata di cui siamo in possesso vada a supporto della necessaria resilienza e sia messa in gioco per creare una rete alternativa di servizi e una struttura produttiva capace di garantire non solo l’autonomia alimentare, ma gli scambi di merci all’interno dei territori, in modo da sottrarci alle modalità di accentramento e alla dipendenza al nuovo sistema.

Si tratta di non stare al loro gioco. Se viene privatizzata la Sanità o la Scuola bisognerà creare i nostri ospedali, le nostre scuole, un nostro sistema di scambio del valore lavoro, un nostro sistema di pagamento fondato sulla fiducia. Ma perché tutto questo sia possibile. occorre ritrovare uno spirito comunitario dove ognuno abbia in mente l’interesse di tutti, dove l’intera comunità sia schierata a difesa di ogni singolo componente.

A seguito un articolo liberamente tratto da Milano Finanza

Ecco il piano shock di Colao

di Gabriele La Monica MF-DowJones 29/05/2020 02:00

Pace fiscale e piena deducibilità degli aumenti di capitale. Benefici fiscali per le aziende che centrano gli obiettivi di crescita dimensionale. Creazione di un fondo di sviluppo pubblico e modifica delle procedure fallimentari. Sono solo alcuni dei punti al vaglio della Task force guidata da Vittorio Colao candidati a essere contenuti nel documento che verrà illustrato al governo entro i primi di giugno con le linee guida per il piano di rilancio dell’economia dell’Italia con proiezione al 2022. Si tratta di riflessioni per la ripresa e per la crescita, effettuate nella consapevolezza di alcuni elementi che caratterizzano il nostro Paese.
Le imprese hanno dimensioni decrescenti e in generale inadeguate a fronteggiare la competizione internazionale. Pensare di sostenerle esclusivamente con la leva fiscale, ragiona il Comitato nella bozza di documento che MF-Dow Jones e MF-Milano Finanza hanno potuto visionare, è improponibile, considerati il rapporto debito pubblico/pil e la spesa corrente della Pa. Le famiglie italiane dispongono di risorse importanti, ma anche lo Stato e le entità locali hanno ingenti risorse reali e finanziarie. È impossibile chiedere uno sforzo ulteriore al sistema bancario, già troppo esposto al rischio Italia.
Ultimo, ma non meno importante fattore di debolezza del nostro sistema industriale, è il nanismo delle imprese che aumenta la rigidità finanziaria, soprattutto delle pmi, tipicamente legata alle risorse delle famiglie e delle banche. Nel nostro Paese, infine, ragionano gli esperti di Colao che rispondono direttamente al premier Giuseppe Conte, le crisi durano più a lungo, con maggiore danno per i creditori e con costi assai elevati, rispetto ai paesi con i quali ci confrontiamo. Un rischio cresciuto esponenzialmente per effetto delle conseguenze del lockdown.
Sulla base di questi elementi sono state elaborate tre proposte rispettivamente per imprese e crescita; sostegno dell’economia attraverso il Fondo per lo Sviluppo e gestione delle crisi.

Imprese. Il vecchio assunto degli imprenditori italiani secondo il quale piccolo è bello è destinato a diventare parte del passato. Infatti secondo i tecnici della Task force per le imprese e gli imprenditori l’imperativo categorico del prossimo futuro è quello della crescita che dovrà passare per ricapitalizzazioni, m&a, investimento e innovazione. Gli incentivi useranno molto la leva fiscale.
Entrando nel dettaglio delle misure che verranno proposte, c’è la possibilità di dedurre dalle tasse in un periodo di otto anni gli aumenti che verranno effettuati, al netto delle cedole, cui potrebbe aggiungersi una pace fiscale di tre anni. La deducibilità fiscale è l’arma che si studia per incentivare operazioni di m&a o investimenti mirati alla crescita interna e all’innovazione. Per i primi si pensa alla deducibilità degli avviamenti in 10 anni e per i secondi una deducibilità al 120%. Grossa attenzione agli investimenti che saranno effettuati in Ricerca e sviluppo che potranno avere una deducibilità al 200%. La spesa dovrà essere ovviamente documentata e verificata, magari dagli organi di controllo aziendale.
La crescita delle aziendale verrà premiata, scrivono sempre i tecnici del Comitato nella bozza, soprattutto in quei settori dove la dimensione è cruciale per la competitività. E anche in questo caso con stimoli molto innovativi. Saranno utilizzati tre parametri europei: dipendenti, attivo e fatturato. Le imprese che in tre anni raggiungeranno il primo quartile di crescita delle imprese del settore verranno ricompensate con un taglio del 25% dell’aliquota fiscale per il biennio successivo.

Fondo per lo sviluppo. Il sostegno all’Economia dovrebbe passare attraverso la creazione di un Fondo per lo sviluppo che avrà una dotazione di capitale compresa fra 100 e 200 miliardi di euro. Lo Stato, le regioni, le province, i comuni conferiranno al Fondo immobili, partecipazioni in società quotate e titoli. Esattamente quanto Milano Finanza sostiene da tempo. Secondo quanto si apprende verrà poi sondata anche la possibilità di attingere a parte delle riserve auree di Bankitalia. È previsto che il fondo venga gestito da Cdp. La sue quote dovrebbero essere messe a garanzia dei crediti erogati alle imprese e dunque assegnate alle banche e vendute agli investitori internazionali o alla stessa Bce. Le somme raccolte è previsto che vengano investite da Cdp nell’industria 4.0 e nelle imprese ad alto tasso di crescita che saranno identificate fra quante avranno aderito alle proposte loro riservate. In sostanza, i denari saranno offerti alle aziende che avranno investito in ricapitalizzazione, m&a e innovazione. I tecnici non escludono inoltre che, a tendere, la quote del fondo possano essere vendute anche al retail.

Gestione delle crisi. La crisi genererà una quantità esorbitante di ricorsi alla legge fallimentare. Secondo alcune stime che circolano al tavolo della Task force le procedure nel prossimo anno potrebbero essere anche 300 mila, una cifra che farebbe entrare in crisi i tribunali. Anche in questo caso si pensa a un percorso innovativo, Per le imprese maggiori sarà proposto il congelamento dei debiti e la nomina di una terna di esperti che avranno pieni poteri e che saranno nominati dal Tribunale su indicazione dei creditori ed, eventualmente, sentendo anche l’imprenditore. Entro 30 giorni dovranno presentare un programma di prima riorganizzazione e di tamponamento dell’emorragia mentre al massimo entro sei mesi dovranno chiudere la procedura e quindi effettuare il turnaround, cessione o fusione o liquidazione dell’impresa. Il compenso sarà in larga parte legato al successo che a sua volta sarà misurato in termini di raggiungimento degli obiettivi. Tanto più gli obiettivi sono raggiunti in tempi brevi, tanto più elevato sarà il compenso degli esperti. Per le Pmi la procedura sarà la stessa procedura con un solo capo azienda, con identici tempi e modalità di remunerazione.
(riproduzione riservata)

Giornale italiano sulle valutazioni finanziarie

Viganò a Trump: ”prego per lei che sta combattendo contro il nuovo ordine mondiale”

di Cesare Sacchetti

La lettera aperta che ha scritto l’arcivescovo Carlo Maria Viganò al presidente Trump è un appello accorato e potente che sgorga direttamente dal cuore della vera chiesa di Cristo.

Quella Chiesa che in tutti questi anni è stata umiliata, perseguitata e messa ai margini si rivolge direttamente al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per porgere una preghiera e una sincera esortazione a contrastare le forze massoniche del nuovo ordine mondiale che ormai sono penetrate nei gangli vitali della società, avvelenandola e contaminandola.

Quando si leggono le parole di Viganò non si può fare a meno di pensare ad un passo delle sacre scritture, quello della lettera agli Efesini, che descrive perfettamente il momento storico che si sta vivendo.

“La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.”

E’ questo il messaggio che il monsignore sembra voler trasmettere al presidente degli Stati Uniti.

In questo momento storico così colmo di tormenti e di disordini, si sta avvicinando un appuntamento cruciale per l’umanità.

Una sorta di redde rationem che vede da un lato, come ricorda l’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, il popolo di Dio che, seppur “con mille difetti e debolezze”, non mira a portare morte e distruzione ma piuttosto a “compiere il bene, essere onesti, costituire una famiglia, impegnarsi nel lavoro, dare prosperità alla Patria, soccorrere i bisognosi e meritare, nell’obbedienza alla Legge di Dio, il Regno dei Cieli.”

Chi vuole servire Dio vuole la prosperità della sua nazione, fondata sul suo caposaldo imprescindibile, la famiglia naturale.

Chi invece vuole servire il principe di questo mondo è animato da una sconfinata volontà di potenza fine a sè stessa che mira solamente al vacuo principio di accumulare ricchezze e potere.

Non esiste solidarietà in questo campo. Non esiste amore per il prossimo, ma esiste solo la sconfinata brama di ergersi al di sopra dei propri fratelli a costo della loro stessa distruzione.

Questi uomini, scrive Viganò “servono se stessi, non hanno principi morali, vogliono demolire la famiglia e la Nazione, sfruttare i lavoratori per arricchirsi indebitamente, fomentare le divisioni intestine e le guerre, accumulare il potere e il denaro: per costoro l’illusione fallace di un benessere temporale rivelerà – se non si ravvedono – la tremenda sorte che li aspetta, lontano da Dio, nella dannazione eterna.”

La dicotomia del popolo di Dio contro il popolo di Satana è quello che sta caratterizzando questo momento storico così tormentato, tanto da assomigliare a quanto profetizzato da Giovanni nell’Apocalisse dove si narra appunto questo scontro finale che si consumerà alla fine dei tempi.

Ma nel mondo ultimo che descrive l’apostolo è il popolo del principe delle tenebre ad essere padrone delle istituzioni terrene mentre chi vuole seguire la parola di Cristo è chiamato a dure prove.

I cristiani devono unirsi per combattere il nuovo ordine mondiale

Ed è in quest’ottica che Viganò si rivolge a Trump. Per combattere la madre di tutte le battaglie e scacciare definitivamente il male che ha contaminato il mondo occorre che il popolo di Dio sia unito.

C’è bisogno di costruire un asse tra la vera Chiesa di Cristo e quanti nelle istituzioni terrene non vogliono vedere sorgere quel nuovo ordine mondiale che in nome di una falsa fratellanza è pronto a perseguitare e distruggere le nazioni del mondo, pur di edificare un governo unico mondiale guidato da un falso messia pronto a sostituirsi a Dio.

E’ questa la battaglia che sta combattendo il presidente Trump, come si è avuto modo di ricordare precedentemente.

Una battaglia contro quei poteri dei grandi banchieri che dominano l’Europa e il mondo da 200 anni, come la famiglia Rothschild o il famigerato finanziere George Soros che bramano appunto la fine della sovranità delle nazioni e la nascita di questo Leviatano globale.

La crisi da Covid ha fatto emergere ancora più chiaramente la volontà di dominio del mondo di queste élite internazionali.

Non c’è nulla fatto nella società post-Covid che vada nella direzione di assicurare il bene della comunità.

Al contrario sta prendendo vita un inquietante tecno-totalitarismo che vuole avere il controllo totale della vita di ogni singolo cittadino.

Viganò sa perfettamente che non si può vincere questo scontro solamente con armi terrene, ma ci vuole un’armatura spirituale per poterlo fare.

Un’armatura di cui si può essere investiti solamente attraverso l’aiuto di uomini di fede che non vogliono vedere morire la vera Chiesa e permettere la nascita della religione unica mondiale che accompagnerà la nascita del governo globale.

Ecco perchè se esiste un’alleanza tra questi falsi profeti di questa religione anticristiana e il futuro governo mondiale, sarebbe fondamentale che esistesse di converso un’alleanza tra la vera religione cattolica e i governanti al servizio di Dio.

Lo spiega perfettamente lo stesso arcivescovo.

“Gli schieramenti cui ho accennato si trovano anche in ambito religioso. Vi sono Pastori fedeli che pascono il gregge di Cristo, ma anche mercenari infedeli che cercano di disperdere il gregge e dare le pecore in pasto a lupi rapaci. E non stupisce che questi mercenari siano alleati dei figli delle tenebre e odino i figli della luce: come vi è un deep state, così vi è anche una deep church che tradisce i propri doveri e rinnega i propri impegni dinanzi a Dio. Così, il Nemico invisibile, che i buoni governanti combattono nella cosa pubblica, viene combattuto dai buoni pastori nell’ambito ecclesiastico. Una battaglia spirituale della quale ho parlato anche in un mio recente Appello lanciato lo scorso 8 Maggio.”

Il fumo dell’apostasia è quindi penetrato da tempo nei luoghi che invece dovrebbero preservare e custodire la fede cristiana.

Esiste una falsa chiesa, per evocare le parole di Padre Pio che molti decenni prima aveva visto i segni della corruzione, che si è prostata ai piedi del mondo e non è interessata a rendere gloria a Dio.

Ed è questa deep church che sta di fatto legittimando un chiaro attacco rivolto al presidente Trump raffigurato come razzista da una falsa “narrazione mediatica orchestrata non per combattere il razzismo e per portare ordine sociale, ma per esasperare gli animi.”

Sono questi vescovi, scrive Viganò, che, “con le loro parole, danno prova di essere schierati sul fronte opposto. Essi sono asserviti al deep state, al mondialismo, al pensiero unico, al Nuovo Ordine Mondiale che sempre più spesso invocano in nome di una fratellanza universale che non ha nulla di cristiano, ma che evoca altresì gli ideali massonici di chi vorrebbe dominare il mondo scacciando Dio dai tribunali, dalle scuole, dalle famiglie e forse anche dalle chiese.”

L’arcivescovo prega per la nazione americana e perchè Trump possa riuscire a sconfiggere queste forze nemiche di Dio e dell’umanità intera.

Ma per farlo Trump ha certamente bisogno di un aiuto dall’alto, dal momento che questa battaglia travalica i confini terreni.

L’avvento del falso leader di questo governo mondiale sembra essere imminente e gli uomini di buona volontà, laici ed ecclesiastici, debbono unirsi per poter affrontare questo nemico che prometterà pace, ma che in realtà seminerà violenza e devastazione nel folle proposito di cancellare le nazioni e le loro inestinguibili tradizioni.

Viganò sta dicendo al presidente americano qualcosa di molto semplice. C’è bisogno di Dio per combattere questo nemico invisibile e ne hanno bisogno tutti coloro che vorranno opporsi ai servi del mondialismo.

Il popolo di Dio sta per combattere la sua ultima battaglia, ma deve farsi trovare pronto all’appuntamento.

Le menzogne e gli inganni del globalismo sono destinati a crollare inevitabilmente.

Viganò ha teso una mano a Trump e gli ha mostrato la via. Se la resistenza cristiana si fortificherà, alla fine ne uscirà vincitrice.

Non praevalebunt, nè ora, nè mai.

Liberamente tratto da lacrunadellago.net

Cardinale Carlo Maria Viganò

Qui di seguito il testo integrale della lettera di Viganò a Trump:

Signor Presidente,

                               stiamo assistendo in questi mesi al formarsi di due schieramenti che definirei Biblici: i figli della luce e i figli delle tenebre. I figli della luce costituiscono la parte più cospicua dell’umanità, mentre i figli delle tenebre rappresentano una minoranza assoluta; eppure i primi sono oggetto di una sorta di discriminazione che li pone in una situazione di inferiorità morale rispetto ai loro avversari, che ricoprono spesso posti strategici nello Stato, nella politica, nell’economia e anche nei media. Per un fenomeno apparentemente inspiegabile, i buoni sono ostaggio dei malvagi e di quanti prestano loro aiuto per interesse o per pavidità.

            Questi due schieramenti, in quanto biblici, ripropongono la separazione netta tra la stirpe della Donna e quella del Serpente. Da una parte vi sono quanti, pur con mille difetti e debolezze, sono animati dal desiderio di compiere il bene, essere onesti, costituire una famiglia, impegnarsi nel lavoro, dare prosperità alla Patria, soccorrere i bisognosi e meritare, nell’obbedienza alla Legge di Dio, il Regno dei Cieli. Dall’altra si trovano coloro che servono se stessi, non hanno principi morali, vogliono demolire la famiglia e la Nazione, sfruttare i lavoratori per arricchirsi indebitamente, fomentare le divisioni intestine e le guerre, accumulare il potere e il denaro: per costoro l’illusione fallace di un benessere temporale rivelerà – se non si ravvedono – la tremenda sorte che li aspetta, lontano da Dio, nella dannazione eterna.

            Nella società, Signor Presidente, convivono queste due realtà contrapposte, eterne nemiche come eternamente nemici sono Dio e Satana. E pare che i figli delle tenebre – che identifichiamo facilmente con quel deep state al quale Ella saggiamente si oppone e che ferocemente le muove guerra anche in questi giorni – abbiano voluto scoprire le proprie carte, per così dire, mostrando ormai i propri piani. Erano così certi di aver già tutto sotto controllo, da aver messo da parte quella circospezione che fino ad oggi aveva almeno in parte celato i loro veri intenti. Le indagini già in corso sveleranno le vere responsabilità di chi ha gestito l’emergenza Covid non solo in ambito sanitario, ma anche politico, economico e mediatico. Scopriremo probabilmente che anche in questa colossale operazione di ingegneria sociale vi sono persone che hanno deciso le sorti dell’umanità, arrogandosi il diritto di agire contro la volontà dei cittadini e dei loro rappresentanti nei governi delle Nazioni.

            Scopriremo anche che i moti di questi giorni sono stati provocati da quanti, vedendo sfumare inesorabilmente il virus e diminuire l’allarme sociale della pandemia, hanno dovuto necessariamente provocare disordini perché ad essi seguisse quella repressione che, pur legittima, sarà condannata come un’ingiustificata aggressione della popolazione. La stessa cosa sta avvenendo anche in Europa, in perfetta sincronia. È di tutta evidenza che il ricorso alle proteste di piazza è strumentale agli scopi di chi vorrebbe veder eletto, alle prossime presidenziali, una persona che incarni gli scopi del deep state e che di esso sia espressione fedele e convinta. Non stupirà apprendere, tra qualche mese, che dietro gli atti vandalici e le violenze si nascondono ancora una volta coloro che, nella dissoluzione dell’ordine sociale, sperano di costruire un mondo senza libertà: Solve et Coagula, insegna l’adagio massonico.

            Anche se può apparire sconcertante, gli schieramenti cui ho accennato si trovano anche in ambito religioso. Vi sono Pastori fedeli che pascono il gregge di Cristo, ma anche mercenari infedeli che cercano di disperdere il gregge e dare le pecore in pasto a lupi rapaci. E non stupisce che questi mercenari siano alleati dei figli delle tenebre e odino i figli della luce: come vi è un deep state, così vi è anche una deep church che tradisce i propri doveri e rinnega i propri impegni dinanzi a Dio. Così, il Nemico invisibile, che i buoni governanti combattono nella cosa pubblica, viene combattuto dai buoni pastori nell’ambito ecclesiastico. Una battaglia spirituale della quale ho parlato anche in un mio recente Appello lanciato lo scorso 8 Maggio.

            Per la prima volta gli Stati Uniti hanno in Lei un Presidente che difende coraggiosamente il diritto alla vita, che non si vergogna di denunciare le persecuzioni dei Cristiani nel mondo, che parla di Gesù Cristo e del diritto dei cittadini alla libertà di culto. La Sua partecipazione alla Marcia per la Vita, e più recentemente la proclamazione del mese di Aprile quale National Child Abuse Prevention Month sono gesti che confermano in quale schieramento Ella voglia combattere. E mi permetto di credere che entrambi ci troviamo compagni di battaglia, pur con armi differenti.

            Per questo motivo ritengo che l’attacco di cui Ella è stato oggetto dopo la visita al Santuario Nazionale San Giovanni Paolo II faccia parte della narrazione mediatica orchestrata non per combattere il razzismo e per portare ordine sociale, ma per esasperare gli animi; non per dare giustizia, ma per legittimare la violenza e il crimine; non per servire la verità, ma per favorire una fazione politica. Ed è sconcertante che vi siano Vescovi – come quelli che ho recentemente denunciato – che, con le loro parole, danno prova di essere schierati sul fronte opposto. Essi sono asserviti al deep state, al mondialismo, al pensiero unico, al Nuovo Ordine Mondiale che sempre più spesso invocano in nome di una fratellanza universale che non ha nulla di cristiano, ma che evoca altresì gli ideali massonici di chi vorrebbe dominare il mondo scacciando Dio dai tribunali, dalle scuole, dalle famiglie e forse anche dalle chiese.

            Il popolo americano è maturo e ha ormai compreso quanto i media mainstream non vogliano diffondere la verità, ma tacerla e distorcerla, diffondendo la menzogna utile agli scopi dei loro padroni. È però importante che i buoni – che sono in maggioranza – si sveglino dal torpore e non accettino di esser ingannati da una minoranza di disonesti con fini inconfessabili. È necessario che i buoni, i figli della luce, si riuniscano e levino la voce. Quale modo più efficace di farlo, pregando il Signore di proteggere Lei, Signor Presidente, gli Stati Uniti e l’umanità intera da questo immane attacco del Nemico? Dinanzi alla forza della preghiera cadranno gli inganni dei figli delle tenebre, saranno svelate le loro trame, si mostrerà il loro tradimento, finirà nel nulla quel potere che spaventa fintanto che non lo si porta alla luce e si dimostra per quello che è: un inganno infernale.

            Signor Presidente, la mia preghiera è costantemente rivolta all’amata Nazione americana presso la quale ho avuto il privilegio e l’onore di essere stato inviato da Papa Benedetto XVI come Nunzio Apostolico. In quest’ora drammatica e decisiva per l’intera umanità, Ella è nella mia preghiera, e con Lei anche quanti La affiancano nel governo degli Stati Uniti. Confido che il popolo americano si unisca a me e a Lei nella preghiera a Dio onnipotente.

            Uniti contro il Nemico invisibile dell’intera umanità, benedico Lei e la First Lady, l’amata Nazione Americana e tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

+ Carlo Maria Viganò,

Arcivescovo Titolare di Ulpiana già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America

Stemma di Viganò

Buddha e il Saka Dawa

Testo di Julius Evola, a cura di Sandro Consolato in Pillole Evoliane

Per il quindicesimo giorno del mese chiamato Saka Dawa, quest’anno il 5 giugno 2020, in cui si commemora la Nascita, l’Illuminazione e il Parinirvana di Buddha Sakyamuni.

Bhāva (Nascita)

“Chi poi venne chiamato lo Svegliato, cioè il Buddha, era il principe Siddharta, secondo alcuni figlio di re, secondo altri, almeno della più pura e antica nobiltà della stirpe dei Çakya, proverbiale per la sua fierezza – era un modo di dire : ‘fiero come un Çakya’. Questa schiatta, a sua volta, come le più illustri e antiche dinastie indù, si rifaceva alla cosiddetta ‘stirpe solare’ – surya vamça – e all’antichissimo re Içvaku. ‘Lui, di stirpe solare’ – si legge, circa il Buddha. Ed egli lo dichiara: ‘Discendo dalla dinastia solare e sono di nascita un Çakya’ ed anche come asceta che ha rinunciato al mondo rivendica la dignità regale, la dignità di un re ariya”.

Nirvana (Illuminazione)

“In questi termini la ‘veglia’ degli arya si presenterebbe nella grandiosità di una vicenda in cui la notte si trasforma in giorno, l’incoscienza in supercoscienza; la visione di esistenze indefinite disperse nel tempo si dischiude come un ricordo, ed è lasciata indietro; la visione di infiniti destini di esseri sparsi nello spazio si dischiude ed è lasciata indietro. Verso le ultime ore della notte, là dove per gli altri ‘il sonno è più profondo’, all’albeggiare della luce fisica, albeggia anche quel sapere quel risveglio, in cui ogni mania è distrutta, che sovrasta ogni mondo con le sue schiere di angeli, di cattivi e buoni spiriti, di dèi e uomini, di asceti e sacerdoti. Così quando il Compiuto dalla superveglia della notte trasformata in luce ritorna al mondo degli uomini nel punto in cui la luce del sole va a rischiararlo, l’un risveglio corrisponde all’altro, l’elemento fisico e quello metafisico s’incontrano e per lui, pel Compiuto, ben si può usare una imagine ricorrente nei testi: appunto quella de sole, ‘quando, nell’ultimo mese della stagione delle piogge, dopo aver dissipato e fugato le nubi gravide d’acqua, sorge nel cielo e disperde raggiando ogni nebbia dell’aria e folgora e splende’. Tale la possente apparizione dello Svegliato fra gli uomini: ‘Luce del mondo’ – è stato anche chiamato il Buddha – ‘luce di sapienza divenuta luce del mondo”; ‘veggente, che appare nel mondo degli uomini e degli dèi, procedendo solo, nel mezzo, disperdendo ogni tenebra’.”

Parinirvana (Esaurirsi)

“[…] jara, l’esaurirsi delle possibilità vitali, il ‘compiersi del tempo’ e il dissociarsi dell’aggregato costituente l’essere individuale, coincide, nello Svegliato, con l’uscita definitiva. Egli può dire: ‘La forma esteriore di chi ha conseguito la verità vi sta dinanzi, ma ciò che lo lega all’esistenza è stato reciso… alla dissoluzione del corpo, né dèi né uomini potranno più vederlo.’ In simili casi con la morte fisica sparisce qualcosa che aveva una esistenza automatica, condizionata in senso positivo – condizionata, cioè, dalla sola volontà, priva di brama, del Compiuto: è il cosidetto khandha-parhinibbana, che peraltro, rappresenta un avvenimento contingente, privo di effetti in ordine ad uno stato spirituale che, per definizione, non conosce ‘né aumento, né diminuizione, né composizione’. Il termine parinibuto, ‘completamente estinto’, in vari testi è applicato al Buddha ancora vivo. La morte materiale, fisica, non fa che sciogliere gli ultimi elementi materiali, senza lasciar più nulla, di un essere che è già morto al mondo. – D’altra parte, poiché si è visto che l’ascesi buddhista non si esaurisce in un distacco ma si sviluppa nella penetrazione e nel dominio delle energie più profonde della manifestazione corporea, la morte di uno Svegliato ha sempre un carattere volontario, almeno nel senso di un assenso, di un non-intervento. Giustamente è stato dunque detto, che ‘per morire un Buddha deve voler morire, altrimenti nessuna infermità può ammazzarlo’. La vera morte del principe Siddharta avvenne quando egli, diverso tempo prima dell’effettivo decesso, decise coscientemente di non voler più oltre vivere.””[…] secondo la tradizione, il rito funerario per il Buddha, conformemente alla sua volontà, non sarebbe stato quello di un asceta, ma quello di un sovrano imperiale, di un chakravartin.”

(J.E., La dottrina del risveglio, Scheiwiller, Milano 1973)

Siddharta Gotama detto Buddha Sakyamuni

Soros e i Rothschild vogliono rovesciare Trump per arrivare al nuovo ordine mondiale

di Cesare Sacchetti

Il caso di George Floyd non è in alcun modo legato ad una presunta emergenza razziale negli Stati Uniti.

I risultati autoptici per ora hanno escluso che l’afroamerican, con un cv ricco di condanne penali per rapina e aggressione, sia morto soffocato o strangolato.

Resta da capire quali sono le circostanze che hanno portato alla morte di Floyd, ma ci sono prove che quanto sta accadendo ora era già stato in realtà ampiamente preparato con più di un anno di anticipo.

I rivoltosi che stanno uccidendo, come nel caso dell’ufficiale di polizia di Saint Louis, e devastando le strade degli Stati Uniti sono principalmente coordinati da due gruppi: Black Lives Matter e Antifa.

Entrambe queste organizzazioni sono finanziate da George Soros ed hanno una missione specifica. Alimentare le tensioni razziali per destabilizzare il Paese e rovesciare la presidenza Trump.

Non si tratta di una semplice deduzione ricavata dall’analisi di quanto sta accadendo.

E’ quanto dichiarato da uno di questi due gruppi. Il New York Times, tra i quotidiani più ostili a Trump assieme al Washington Post, mise a disposizione nel 2017 una intera pagina di giornale per Antifa.

L’organizzazione finanziata da Soros lanciò una vera e propria chiamata alle armi invitando chiaramente a riunire migliaia di ribelli nelle città per arrivare ad un solo obbiettivo: porre fine alla presidenza Trump.

Antifà è quindi molto di più di un semplice gruppo politico. E’ il braccio armato sostenuto finanziariamente dal deep state che arruola e paga rivoltosi utilizzati per destabilizzare le amministrazioni nemiche, in questo caso quella di Donald Trump.

Quella che si sta vedendo quindi non è altro che una strategia per portare avanti un colpo di Stato.

Una strategia che Soros ha portato avanti nel mondo quando architettò e sostenne finanziariamente la rivoluzione ucraina dell’Euromaidan.

I gruppi al soldo del magnate di origini ungheresi erano già attivi anche all’epoca della presidenza Obama e un altro documento firmato da Friends of Democracy, gestita da suo figlio Alexander Soros, spiegava dettagliatamente nel 2015 come indirizzare le proteste per la morte di Freddie Gray, un afroamericano morto in seguito a un infortunio alla spina dorsale occorso dopo che era stato arrestato dalla polizia di Baltimora.

All’arresto parteciparono anche ufficiali di colore, quindi definire questo episodio come motivato dall’odio razziale è semplicemente un controsenso, ma al deep state non importava.

Il razzismo era ed è solamente la cartina di tornasole per arrivare ad un altro scopo.

Friends of Democracy pubblicò infatti dettagliate istruzioni per i rivoltosi ai quali si diceva chiaramente che l’obbiettivo finale delle loro proteste doveva essere “l’attuazione di politiche di legge marziale.”

L’obbiettivo allora era dare alla presidenza Obama gli strumenti per reprimere qualsiasi forma di dissenso negli Stati Uniti e arrivare alla sua militarizzazione, mentre l’obbiettivo ora è destabilizzare completamente il Paese per rovesciare la presidenza Trump.

I Rothschild vogliono la fine della presidenza di Trump

La ragione per la quale il deep state non può più permettersi che Donald Trump si assicuri un altro mandato alla Casa Bianca è perfettamente spiegata in un articolo intitolato “Benedetti siano i portatori di pace” del settimanale britannico The Economist di proprietà, tra gli altri, della famiglia Rothschild.

I Rothschild sono una famiglia di banchieri tedeschi di origini askenazite fondata dal capostipite Mayer Amschel alla fine del’700.

Sono coloro che probabilmente più di tutti hanno avuto un ruolo determinante nel decidere il corso della storia europea degli ultimi 200 anni, dal momento che hanno finanziato praticamente ogni guerra scoppiata sul continente europeo dai tempi di Napoleone in poi.

Le guerre sono il business più proficuo dei Rothschild dal momento che gli hanno consentito di arricchirsi a dismisura accumulando una enorme ricchezza già nell’800.

Quando The Economist scrive occorre prestare particolare attenzione perchè sta parlando in realtà una delle famiglie più potenti del pianeta.

Nell’articolo in questione si fa l’elogio esplicito del nuovo ordine mondiale, la dottrina politica delle élite globaliste che vede assegnare un ruolo di primo piano alle istituzioni internazionali considerate gerarchicamente superiori agli stati nazionali.

Il nuovo ordine mondiale per arrivare alla sua definitiva realizzazione ha bisogno di strappare agli stati i loro residui poteri per creare una unica struttura globale governata dalle élite della finanza internazionale, come hanno spiegato anche i Rockefeller, un’altra importante famiglia di banchieri americani molto vicina ai Rothschild.

Dalla seconda guerra mondiale in poi, gli Stati Uniti sono stati senza dubbio il Paese che più ha portato avanti questo piano.

Il deep state di Washington, la palude di interessi militari – industriali che ha governato tutte le amministrazioni presidenziali, si è fatto garante indiscusso di questo progetto, intestandosi il compito di punire e attaccare i leader dei Paesi che non si allineavano a questo progetto.

Salvador Allende e Slobodan Milosevic sono solo due tra i numerosi esempi di leader di Paesi stranieri che sono stati rovesciati e destituiti dalla macchina di intelligence e militare costituita dalla CIA e dalla NATO.

Ma per la prima volta, dal 1945 ad oggi, alla Casa Bianca ha messo piede un presidente che non ha interesse a delegare la sovranità degli Stati Uniti verso le istituzioni sovranazionali nè tantomeno al deep state di Washington.

Scrive su questo The Economist.

“L’internazionalismo liberale è ora sotto attacco da molti fronti. La dottrina di Donald Trump “Prima l’America” lo ripudia esplicitamente.”

Senza la superpotenza americana è praticamente impossibile pensare che si possa arrivare alla realizzazione finale del nuovo ordine mondiale che auspica la nascita di un unico governo globale.

Washington è stato il perno principale di tutta l’impalcatura e senza il suo sostegno l’intero disegno crollerebbe definitivamente.

Ecco perchè, per i Rothschild, Donald Trump è una minaccia più mortale persino dello stesso Putin e di Xi Jinping.

“Il più grande pericolo al momento è l’incombenza di un presidente americano che disprezza le norme internazionali, che denigra il libero commercio e che flirta continuamente con l’idea di abbandonare il ruolo essenziale nel mantenimento dell’ordine globale legale.”

Se Trump si aggiudica un secondo mandato, le élite globaliste come i Rothschild e i Rockefeller perderebbero definitivamente la possibilità di arrivare verso l’ultimo passo del totalitarismo globale che vuole il controllo completo della popolazione mondiale.

Ecco perchè in questo momento il presidente americano è il nemico numero uno di questi poteri ed ecco perchè gli USA sono stati messi a ferro e fuoco.

Il nuovo ordine mondiale vuole riprendersi la presidenza degli Stati Uniti senza la quale non si può pensare ad una governance globale.

Non c’è quindi in corso una protesta a sfondo razziale nel Paese. E’ in corso un vero e proprio colpo di Stato che sta dando vita ad una guerra civile per impedire a Trump di conquistare un secondo mandato alla Casa Bianca.

Trump è l’ultimo bastione. Se cade lui, cade probabilmente l’ultima grande barriera che può impedire il compimento di questo piano.

Se cade Trump, il nuovo ordine mondiale farà un passo decisivo verso la sua definitiva realizzazione.

Liberamente tratto da: lacrunadellago.net

Le preoccupazioni di Trump

Nicola Bombacci, un esempio rivoluzionario

a cura di il pensiero forte

Non me ne voglia l’amico Andrea, se per una volta la spina nel fianco si sovrappone ad altra seguitissima rubrica del nostro giornale, quel Exemplis Vitae che ci racconta periodicamente vita e morte di quei personaggi della storia del “Pensiero Forte” da conoscere o riscoprire, ma se un Pensiero Forte deve essere istillato nella mente dei lettori, non può essere fatto senza parlare di Nicola Bombacci, detto Nicolino, nacque a Civitella di Romagna, in provincia di Forlì, il 24 ottobre 1879, dopo i primi studi, fu iscritto al seminario di Forlì, si allontanerà nel 1900 per frequentare la Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, dove si diploma maestro, in ritardo sui suoi coetanei, ma in contemporanea con un amico di 4 anni più giovane, Benito Mussolini. Nel 1905 si sposa, comincia una peregrinazione come insegnante per le campagne Emiliano Romagnole, è in queste peregrinazioni che avviene la sua conversione al socialismo.

Nel 1910 a Cesena ottiene la carica di segretario del partito Socialista. Nel 1911 è membro del consiglio nazionale del sindacato CGdL (Confederazione Generale del Lavoro), l’anno dopo gli viene affidata la direzione del periodico “Il Domani”, e viene nominato membro della direzione del partito Socialista Italiano. Eletto deputato nelle prime elezioni del novembre 1919 nella circoscrizione di Bologna, all’apertura dei lavori della Camera, quando Re Vittorio Emanuele III° rivolse, come tradizione, il saluto ai nuovi deputati, Nicolino si alzò in piedi e al gridò “Viva il socialismo”, abbandonò l’aula in pieno dileggio all’Autorità Monarchica. Si fece promotore del progetto dei Soviet in Italia e nell’estate del 1920 andò in Russia, membro della delegazione italiana alla 2° Internazionale Comunista dove ricevette il plauso di Lenin. Fondatore nell’autunno della frazione comunista insieme ad Antonio Gramsci, e Amadeo Bordiga, al XVII Congresso Nazionale del PSI (Livorno, 15-21 gennaio 1921) optò per la scissione, e fu uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia.

Bombacci rimase anche a capo del gruppo parlamentare comunista cui avevano aderito 17 dei 156 deputati del PSI. Rieletto deputato nel 1921, il 31 ottobre 1922 ritornò in Russia per i lavori del 4° congresso dell’Internazionale, tre giorni prima c’era stata in Italia la Marcia su Roma; nella capitale sovietica, Nicolino ebbe un alterco con il suo amico Lenin, il quale lo rimproverò con la seguente frase: “Compagni, in Italia c’era un solo socialista capace di guidare il popolo alla rivoluzione: Mussolini! Ebbene voi lo avete perduto…”. Nonostante gli ottimi rapporti con i compagni sovietici si trovò presto in difficoltà con quelli italiani, il punto di maggior distacco lo raggiunse quando teorizzò l’unione di due rivoluzioni, quella bolscevica e quella fascista, in un intervento alla Camera dei Deputati il 30 novembre 1923: rivolgendosi all’amico Mussolini ebbe a dire: “se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza tra i due Paesi”. A tale discorso Mussolini replica in maniera favorevole ed i due si trovano d’accordo per l’agire in politica estera, l’Italia Fascista sarebbe stata il primo paese europeo a riconoscere la Russia Comunista. Nel gennaio del 1924, Bombacci fu richiamato a Mosca, dove rappresentò la delegazione italiana ai funerali di Lenin.

Nel 1927 fu espulso dal Partito Comunista Italiano, tale decisione però, non fu vista di buon occhio dall’Internazionale. Chiuso col partito si rivolse a Benito Mussolini che gli trovò un impiego all’Istituto di Cinematografia Educativa della Società delle Nazioni il cui ufficio romano aveva sede in una palazzina di Villa Torlonia, la residenza della famiglia Mussolini, All’inizio del 1936, divenne direttore de “La Verità”. Dopo la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso e la nascita della Repubblica Sociale Italiana Bombacci segui il Duce al nord divenendone una specie di consigliere personale. Rispolverò il suo operaismo, la sua oratoria nella propaganda e fu tra i promotori della “socializzazione delle imprese” (D.L. 375/1944) approvata dal consiglio dei ministri della RSI. Negli ultimi mesi di guerra non smise di propagandare la causa del Fascismo come unica vera rivoluzione e realizzazione del trionfo del lavoro.

Bombacci rimase al fianco di Mussolini fino all’ultimo momento quando i partigiani lo catturarono sulla via della Svizzera, nella stessa vettura del Duce. Sarà fucilato a Dongo assieme a Mussolini ed altri Fedelissimi del Regime. Racconta il partigiano Renato Codara: “Aveva un paio di pantaloni a righe e una giacca nera lunghissima, mi fissò un istante e mi disse, portando la mano destra al cuore: “Spara qui…Le sue ultime parole furono: “Viva il Socialismo!”. Lo stesso Grido lanciato contro Vittorio Emanuele III° 26 anni prima. Dopo essere stato esposto nel lugubre epilogo di Piazzale Loreto il cadavere di Nicola Bombacci fu sepolto nel campo 10 del cimitero milanese dei caduti dell’RSI di Musocco.

Chiudiamo con un “estratto” Rubato dalla pubblicazione della conferenza su Bombacci tenuta da Giuseppe Niccolai a Forlì, il 14 maggio 1988: “..che si debba recitare il de profundis tanto al Fascismo che all’antifascismo è una cosa che prima o poi doveva accadere. Fascismo e antifascismo rappresentano due isole culturali “eroiche” in un paese che di eroico non vuole avere più nulla. Perché considera l’eroismo pericoloso, sciocco retaggio del passato e soprattutto portatore di guai. Si sono sbriciolati i fiori sulle tombe delle camicie nere adolescenti che affrontavano a mani nude i carri armati inglesi nel Sahara. Si sbriciolano le lapidi dei ragazzi partigiani fucilati. Viviamo nel tempo opaco e confortevole del centrismo, delle buone intenzioni e dei buoni affari.“ il nemico oggi come allora resta il mondialismo capitalista, dateci una mano a continuare a Pensare (ed Agire) “Forte”.

Liberamente tratto da ilpensieroforte.it

Nicola Bombacci

GOTTFRIED FEDER: PER L’ECONOMIA REALE CONTRO IL MAMMONISMO

“L’economista tedesco Gottfried Feder (1883-1941), fu sicuramente un acuto osservatore economico. Sul finire della prima guerra mondiale egli studiò a fondo, da autodidatta, i problemi economici e finanziari, e sviluppò la teoria secondo la quale l’abolizione completa dell’interesse bancario avrebbe portato la soluzione alla maggior parte dei problemi economici e politici. Nel 1919 pubblicò un Manifesto per la liberazione dalla schiavitù usuraria. L’anticapitalismo di Feder non era diretto contro la ricchezza, ma contro il capitale finanziario, che permette l’accumulazione di denaro oziosa, cioè che non crea alcun valore.
Egli discriminava nettamente tra il capitale produttivo e il capitale rapinoso, e identificava quest’ultimo precisamente nel capitale finanziario internazionale, da lui chiamato “Mammonismo”. Nel suo famoso manifesto, egli scrive riguardo all’abolizione dell’interesse sui prestiti: «Il denaro viene ricacciato nell’unico ruolo che gli compete, di essere servitore nell’enorme meccanismo della nostra economia nazionale. Ritornerà a essere quello che in realtà è, una ricevuta per l’opera prestata, e così si spiana la via verso una meta più elevata, l’abbandono della brama insana di denaro della nostra epoca». Feder voleva nazionalizzare le banche e il sistema monetario per abolire il profitto esente da prestazione.
I Me Fo ripresi in seguito dal ministro per l’economia Hjalmar Schacht, furono in realtà una sua creazione. Essi determinarono una ripresa straordinaria in Germania, che pagava i suoi fornitori con denaro spendibile esclusivamente in terra tedesca, con attività e imprese tedesche, oppure con prodotti finiti, con il classico baratto, evitando in tal modo l’intermediazione finanziaria e l’usura bancaria provocata da interessi, debiti e prestiti.

Gottfried Feder

A carte scoperte, Pechino lancia la sua sfida per soppiantare la leadership Usa: è ora di scegliere con chi stare

 di Enzo Reale

Cina mai stata così impegnata su tanti fronti contemporaneamente, il PCC ha una strategia globale basata sulla convinzione del declino inevitabile delle democrazie occidentali e della potenza americana, un piano di sostituzione del modello liberale con quello cinese… Gli Usa non intendono abdicare, mentre l’Europa a trazione tedesca si sfila. Se non è una nuova Guerra Fredda, ci assomiglia molto. Possiamo decidere di combatterla o di lasciar fare, ma dovremo farci i conti tutti

Sarà ricordata come la settimana in cui la Cina ha svelato tutte le carte. Nessuno, a parte le guardie rosse fuori corso già comodamente installate nei parlamenti e nelle redazioni occidentali, d’ora in poi potrà far finta di nulla senza essere accusato di complicità. In fondo, è un bene che si faccia chiarezza, che si sappia esattamente da che parte stanno politici, intellettuali, imprenditori e giornali. Democrazia o dittatura, o di qua o di là. C’è bisogno di semplificare in quest’epoca confusa.
Dei contenuti della legge sulla sicurezza nazionale, su cui l’Assemblea Nazionale del Popolo ha votato (ovviamente all’unanimità) giovedì scorso, mi sono già soffermato in un precedente articolo. Fra poche settimane sarà tutto pronto per l’assimilazione di Hong Kong allo stato di polizia vigente nella madrepatria: copertura “legale” dell’illegalità strutturale che rappresenta in se stesso un regime autoritario, fine dei già limitati spazi di critica e di dissenso, agenti degli apparati di sicurezza e spionaggio destinati permanentemente nell’ex colonia britannica, delazioni, arresti, censura e la minaccia costante di una repressione su larga scala. Sono anni che il Partito Comunista Cinese (PCC), Xi Jinping in testa, prepara il terreno per la resa dei conti finale. Solo adesso possiamo leggere nel contesto adeguato quella strana iniziativa che fu il tentativo di introduzione di una legge di estradizione poi ritirata dalla proconsole Carrie Lam: Pechino voleva saggiare il terreno e mandare un messaggio che nessuno all’epoca colse. In realtà al Partito non interessava portare gli hongkongers ribelli in Cina, quel che voleva era portare la Cina a Hong Kong: “Bisogna essere inflessibili nei principi ma flessibili nella tattica“, non si stancava di ripetere ai quadri dirigenti il leader supremo. Perché ci ostiniamo a non credere alle parole dei dittatori? Basta ascoltare i loro portavoce, in fondo. Al margine dei lavori del “parlamento” cinese i servizi legali informavano puntuali che con la nuova legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino gli imputati “non saranno trasferiti” nella Cina continentale ma saranno processati a casa loro. Una volta scagliata la bomba che fonde il sistema giudiziario della SAR (regione amministrativa speciale) con quello nazionale, che bisogno c’è di estradare?

Hong Kong è la preda perfetta nella battuta di caccia organizzata dal Politburo, basta leggere i social media addomesticati della madrepatria che traboccano vendetta contro un territorio che ai cinesi è sempre risultato indigesto: lo vedono spocchioso, ribelle, ingrato. È la miccia ideale per un’iniezione di nazionalismo di cui Xi Jinping ha disperatamente bisogno, dopo il disastro di immagine del coronavirus e in piena stagnazione economica con gravi ricadute sull’occupazione. Dalle due sessioni legislative non è emerso nessun piano concreto per far fronte alle conseguenze sociali della crisi sanitaria, né sono state adottate misure concrete di stimolo o di protezione per i più colpiti. Su questo terreno la leadership cinese sta segnando il passo e ha bisogno di alimentare la fiamma dell’orgoglio nazionale, calcando la mano sulle “ingerenze straniere”, soprattutto americane: “Non importa quanto gli Usa cerchino di far pressione sulla Cina giocando la carta di Hong Kong – scrive il Global Times – Washington sarebbe troppo ingenua se pensasse di poter smuovere la decisa volontà collettiva del governo cinese”. Una volontà collettiva di cui, peraltro, da tempo non si ha più notizia a Zhongnanhai. La Cina è sempre più allineata al Xi Jinping-pensiero e vani paiono gli sforzi del premier Li Keqiang di abbassare i toni sulle questioni scottanti (economia, HK, Taiwan). La linea è tracciata, indietro non si torna, e si strangola Hong Kong anche per non dare aria a eventuali rivendicazioni interne. “Xi è nervoso”, osserva Chris Patten, ultimo governatore britannico dell’ex colonia, “la sua leadership non è così salda e deve rilanciare costantemente”. Probabile. Però il PCC oggi ha una strategia globale che nasce dalla convinzione del declino inevitabile delle democrazie occidentali e della potenza americana, un piano di sostituzione del modello liberale con quello cinese, qualunque cosa sia. Il 23 aprile scorso Xi Jinping visita l’università Jiaotong di Xi’an, la città dell’esercito di terracotta e si dirige così agli studenti: “I grandi cambiamenti nella storia avvengono sempre dopo enormi disastri. La nostra nazione cresce e si trasforma nell’avversità e nella difficoltà“. Quando cominceremo a prendere sul serio le parole dei dittatori?

O di qua o di là, scrivevo all’inizio. Venerdì pomeriggio, due scenari: Bruxelles e Washington. In teoria una casa comune, la democrazia liberale. In pratica, da decenni, poli separati. Josep Borrell, socialista spagnolo che il caso e i giochi di palazzo hanno proiettato al vertice della diplomazia europea, riunisce in una conferenza stampa tutto il peggio della doppiezza comunitaria. La Cina è un rivale sistemico, certo, quel che fa con Hong Kong non è gentile ma noi continueremo a comportarci come se nulla fosse: gli investimenti e gli scambi commerciali non sono a rischio, precisa Borrell, “la risposta dev’essere proporzionata, siamo alleati, avversari, concorrenti“. Tutto e niente, al solito. È arrivata una telefonata da Berlino dopo l’entrata di Volkswagen nel comparto dell’auto elettrica cinese? Forse non ce n’è nemmeno bisogno, l’appeasement è un fattore strutturale dell’Unione europea. La risposta proporzionata in realtà non esiste, l’Europa a trazione tedesca si sfila senza una strategia da contrapporre a quella espansiva del Partito Comunista Cinese.

Poche ore dopo, dal giardino delle rose della Casa Bianca il presidente Trump si riferisce invece alla nuova legge imposta da Pechino come a “una tragedia per la popolazione di Hong Kong, della Cina e del mondo intero“. Nel confermare il prossimo ritiro dei privilegi commerciali e finanziari ancora vigenti, nel denunciare la rottura unilaterale degli accordi sino-britannici e nell’annunciare sanzioni nei confronti degli ufficiali direttamente coinvolti nell’erosione dell’autonomia, il primo cittadino americano ricorda che Hong Kong doveva essere il futuro della Cina e non il contrario. In sostanza, la Cina non può fagocitare la regione pretendendo allo stesso tempo che se ne rispetti l’eccezionalità perduta. Un discorso ispirato che nella città assediata aspettavano in molti da tempo, dai toni bushiani, lontano dalle effusioni e dagli apprezzamenti troppe volte dedicati alle sue controparti autoritarie (“il mio amico Kim Jong-un” su tutti). Parole che non nascono per caso, precedute da segnali inequivocabili di un cambio radicale di strategia. Quasi in contemporanea Pompeo spiegava in un’intervista a Fox News che il problema ovviamente non erano i cinesi ma un regime tirannico che, come ai tempi dell’Unione Sovietica, poneva a rischio la sicurezza degli Stati Uniti. Il giorno prima era stata invece la dichiarazione congiunta dell’alleanza anglosassone (Usa, Australia, Canada e Gran Bretagna) a riaffermare la consistenza della posizione occidentale, documento su cui l’Unione europea – si saprà più tardi – aveva rifiutato di apporre la sua firma affermando di averne in cantiere uno tutto suo. Conviene aspettare seduti. Ma è davvero sorprendente come siano passate praticamente inosservate le sedici pagine che decretano di fatto la fine del paradigma diplomatico americano nei confronti della Cina, come l’abbiamo conosciuto da Nixon ad oggi: un nuovo Approccio strategico alla Repubblica Popolare Cinese che liquida l’engagement decennale come inutile e controproducente, accusa il regime di Pechino di averne approfittato per espandere la sua influenza anti-democratica e riafferma la necessità di proteggere gli interessi politici ed economici americani dalle pratiche illegali della superpotenza comunista. Per chi dice che l’America non crede più nella sua funzione di guida del mondo libero c’è parecchio materiale a confutazione da studiare. C’è poi uno snodo essenziale che solo a Washington (e a Londra) sembrano aver colto: non è solo la libertà di Hong Kong in gioco, ma quella di un miliardo e mezzo di cinesi costretti da 70 anni al conformismo o al silenzio, quella di Taiwan e, per estensione, di gran parte dell’occidente democratico che osserva distratto o ascolta ammaliato. Ovviamente partirà presto la litania che sempre ha accompagnato tutte le iniziative anti-autoritarie americane, pacifiche o belliche che siano: così si favorisce lo scontro, si irrita l’avversario, si mette a rischio la sicurezza collettiva. C’è già chi ha scritto che l’uscita degli Stati Uniti dall’Oms “lascerà sola Taiwan”, come se la sua presenza ne avesse invece garantito il rispetto da parte di Pechino. Mai che venga in mente che forse rimanere all’interno di un’organizzazione saldamente in mano cinese significa semplicemente legittimarne la condotta, fornire una copertura di rispettabilità a chi l’ha già persa da tempo. Come se Taiwan si difendesse meglio incagliandosi in inutili dispute burocratiche che mostrando fermezza contro un avversario sempre più minaccioso.

Non facciamoci illusioni, Hong Kong è persa. Si potranno mantenere posizioni di principio più o meno coerenti ma nessuno farà la guerra per un territorio che, volenti o nolenti, la Cina comunista si è ripresa con il beneplacito dell’occidente più di vent’anni fa. Non si morì per Berlino Est, non lo si farà nemmeno stavolta e Pechino lo sa, ha calcolato il rischio. Taiwan invece è un’altra storia. C’è uno stretto, ci sono manovre militari, c’è una Cina democratica che riflette quel che dall’altra parte potrebbero essere e non sono, ci sono minacce sempre più esplicite da parte del regime. Mentre i sinologi nostrani sono impegnati nell’esegesi dei termini (Li Keqiang ha usato o no l’espressione “annessione pacifica“?), parlando in occasione del quindicesimo anniversario della legge anti-secessione, il generale cinese Li Zuocheng ha dichiarato testualmente a proposito dell’isola “ribelle”: “Non possiamo promettere di abbandonare l’uso della forza, e ci riserviamo l’opzione di adottare tutte le misure necessarie per stabilizzare e controllare la situazione nello Stretto“. Li Zuocheng non è uno qualsiasi: veterano della guerra sino-vietnamita, membro di spicco della Commissione Militare Centrale, sopra di lui solo il presidente e pochi altri. E infatti le sue parole ricalcano alla lettera quelle pronunciate da Xi Jinping nel gennaio 2019: prima un avvertimento politico, adesso uno militare. La guerra per Taiwan è possibile, anche se non imminente. Pechino vede Taipei come una succursale di Washington, come e più di Hong Kong, in una sindrome da accerchiamento tipica dei regimi autoritari, per grandi e potenti che siano. La rieletta presidente Tsai Ing-wen è stata piuttosto chiara nel suo supporto agli hongkongers, a cui ha offerto assistenza sanitaria e asilo. Ma deve muoversi con cautela. L’isola è certamente alleata di Hong Kong e possibile terra d’approdo per i suoi cittadini in fuga, ma potrebbe anche trarre beneficio da un’eventuale perdita di centralità della regione speciale. Un discreto rompicapo. Taiwan è un cul-de-sac: se gli Stati Uniti mantengono le posizioni, i cinesi ne denunceranno la fermezza come interferenza; se abbassano la guardia, il regime ne approfitterà per alzare la posta. Per triste che possa risultare per i suoi cittadini, Hong Kong è oggi il teatro di schermaglie politiche ed economiche che anticipano la vera battaglia per l’egemonia, che prima o poi passerà per Taipei.

La Cina non è mai stata impegnata su tanti fronti contemporaneamente, il che dovrebbe dirci qualcosa sulle reali intenzioni della sua dirigenza: sul mar cinese meridionale lo scontro è su petrolio e gas, con l’Australia Pechino è ai ferri corti da tempo, le dispute territoriali con il Giappone rimangono irrisolte e il confine sino-indiano è sul punto di saltare. Sullo sfondo le presidenziali americane di novembre. Anche se i Dem fanno oggi la voce grossa sui diritti umani in Cina, la sensazione diffusa è che con Biden alla Casa Bianca gli Stati Uniti tornerebbero ad una posizione cedevole nei confronti di Pechino. Al termine di un’intervista a Francesco Bechis di Formiche, Ian Brenner ha lasciato cadere un’osservazione piuttosto rivelatrice: “Se dovessi consigliare il governo cinese, gli direi di puntare su Biden. Con lui alla Casa Bianca ci sono più chance di costruire insieme un ordine mondiale post-americano“. Che, visto da Pechino, vuol dire una cosa sola: un ordine mondiale a trazione cinese. Se non è una nuova Guerra Fredda è qualcosa che ci assomiglia molto. Possiamo decidere di combatterla o di lasciar fare: nel secondo caso la prospettiva di un’espansione dell’autoritarismo su scala globale non sarà più solo un possibile scenario in divenire ma una realtà con cui dovranno fare i conti tutti, compresi i distratti e i complici, le guardie rosse fuori corso e i sinologi prezzolati.

Liberamente tratto da atlanticoquotidiano.com

Trump e Xi Jinping

La canapa è un’alternativa, forse in assoluto la più valida, alla plastica – Quando lo capiremo?

di Roberta Errico   – 28 NOVEMBRE 2018

La canapa è un’alternativa valida alla plastica, quando lo capiremo?
Il 24 ottobre 2018 il Parlamento europeo ha approvato una proposta di Direttiva, elaborata dalla Commissione, sulla riduzione del consumo in tutta l’Unione europea dei prodotti di plastica usa e getta. Secondo i calcoli, questa tipologia di oggetti costituisce il 70% dei rifiuti presenti negli oceani, motivo di diverse problematiche urgenti, prima di tutto in termini di salute. A causa della sua lenta decomposizione infatti, la plastica si accumula nei mari, rilasciando piccoli residui che vengono ingeriti dalle specie marine ed entrano nella catena alimentare, di cui ovviamente è parte anche l’essere umano. Inoltre, l’inquinamento dei mari ha un impatto economico: il costo per l’Ue dei danni dovuti al degrado causato dalla plastica che si deposita sulle spiagge è stimato tra i 259 e 695 milioni di euro all’anno, e provoca ingenti perdite principalmente al settore turistico. La nuova normativa vieterà, a partire dal 2021, la vendita all’interno dell’Unione di articoli in plastica monouso come posate, bastoncini cotonati, piatti, cannucce, miscelatori per bevande e bastoncini per palloncini. Gli Stati membri entro il 2025 dovranno ridurre del 25% il consumo dei prodotti in plastica per i quali non esistono alternative. Per quanto riguarda le altre materie plastiche, come le bottiglie per bevande, dovranno essere raccolte separatamente e riciclate al 90% sempre entro il 2025.

Tra gli europarlamentari contrari alla Direttiva – tra cui, tra gli italiani, alcuni esponenti del Partito democratico, di Forza Italia e della Lega – hanno denunciato l’eccessiva fretta, le mancate valutazioni sull’impatto economico e un presunto approccio ideologico della proposta di direttiva. Uno dei temi che sta più a cuore a questa strana triade è l’effetto del divieto sull’occupazione, dato che in Italia operano 25 imprese che producono unicamente prodotti monouso in plastica. La normativa europea, però, non si esaurisce nell’imposizione di divieti, ma prevede per gli Stati membri la necessità di elaborare piani nazionali per incoraggiare l’uso di prodotti adatti ad uso multiplo, nonché il riutilizzo e il riciclo. Proprio l’Italia, allora, potrebbe trarre grandi vantaggi dal promuovere l’avvio di nuove imprese nel settore delle bioplastiche, e questo perché la storia industriale italiana fornisce un interessante spunto: la filiera agroindustriale della canapa.

Agli inizi del Novecento l’Italia produceva più canapa di quanta se ne produca oggi in tutto il mondo, dedicando oltre 90mila ettari alla coltivazione di questo vegetale. Nel nostro Paese, in base alle diverse lavorazioni, se ne ricavavano fibre tessili, corde, carta e oli commestibili. A molti risulterà strano date le attuali controversie politiche, ma nel nostro recente passato, sicuramente di stampo non progressista, persino Benito Mussolini, in un primo momento, ne aveva riconosciuto le doti. “La Canapa è stata posta dal Duce all’ordine del giorno della nazione,” affermò nel 1925. “Per eccellenza autarchica è destinata ad emanciparci quanto più possibile dal gravoso tributo che abbiamo ancora verso l’estero nel settore delle fibre tessili. Non è solo il lato economico agrario, c’è anche il lato sociale la cui incidenza non potrebbe essere posta meglio in luce che dalla seguente cifra: 30mila operai ai quali dà lavoro l’industria canapiera italiana”. Ma dopo solo pochi anni aver diffuso questo annuncio, il regime fascista dichiarò l’hashish nemico della razza e droga da “negri”, contribuendo ai malintesi tutt’ora presenti nella nostra società, perché creò confusione tra i termini di cannabis, marjuana e hashish: la prima indica infatti la pianta nella sua totalità, la seconda intende i fiori mentre la terza consiste nella resina estratta dai fiori e solo gli ultimi due, se assunti in determinati modi, hanno effetti psicotropi. Negli anni Trenta anche gli Stati Uniti si resero conto delle enormi potenzialità della canapa: nel 1941, il famoso produttore di automobili Henry Ford realizzò la prima vettura interamente costituita di plastica di canapa, più leggera ma anche più resistente delle normali carrozzerie in metallo, e alimentata da etanolo prodotto dallo stesso vegetale. Lo stesso Henry Ford, per dimostrare ai giornalisti e al pubblico l’elasticità e la resistenza del nuovo tipo di carrozzeria, si fece filmare mentre colpiva violentemente con una mazza di ferro il retro della Hemp body car senza che questa neppure si ammaccasse.

Sia in Italia che negli Stati Uniti, però, dopo la seconda guerra mondiale iniziò un lungo periodo di diffidenza nei confronti della canapa, e non solo per le sue proprietà “ricreative”. Alcuni sostengonoche il lungo periodo di proibizionismo che ha interessato la coltura di questo vegetale sia stato indotto dalle lobby del petrolio e della carta – per la fabbricazione dei giornali si richiedevano grandi quantità di solventi chimici a base di petrolio – che vedevano nel settore canapiero un nemico insidioso. Il dato storico è quello che testimonia, a partire dal dopoguerra, l’avvento nei mercati occidentali delle fibre sintetiche e la demonizzazione della marijuana a uso ricreativo: un mix che ha alimentato il progressivo indebolimento di questa industria.

Solo a partire dal 2012 l’atteggiamento di alcuni Paesi occidentali è mutato, spesso in concomitanza di una ritrovata coscienza sociale sui disastrosi problemi ambientali legati ai cambiamenti climatici. Sempre più nazioni si sono rese conto delle grandi potenzialità di questa pianta versatile e le tecnologie del nuovo millennio hanno riaperto le porte a infinite possibilità di utilizzo.

L’Italia si è parzialmente adeguata ai mutamenti politici in atto nel resto del mondo con la promulgazione della Legge 242 del 2016 che ha introdotto nel nostro ordinamento disposizioni per la promozione della coltivazione della canapa e della sua filiera agroindustriale. È il caso di dire che non si aspettava altro: la Coldiretti ha presentato pochi mesi fa uno studio intitolato La new canapa economy da cui si evince che, nel giro di cinque anni, l’Italia ha visto aumentare di dieci volte i terreni coltivati, dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4mila stimati per il 2018. Sono campagne dove si moltiplicano le esperienze innovative, con produzioni che vanno dalla ricotta agli eco-mattoni isolanti, dall’olio antinfiammatorio alle bioplastiche, fino a semi, fiori per tisane, pasta, biscotti e cosmetici.

La bioplastica di canapa è quindi già una realtà, e non solo nei grandi Paesi industrializzati come Canada e Stati Uniti, ma anche qui in Italia. Nel 2015, in Sicilia, è stata fondata una piccola impresa, la Kanesis, creata da uno studente di Ingegneria dei materiali di 22 anni. Giovanni Milazzo ha brevettato un materiale plastico simile al polipropilene, ricavato dagli scarti di lavorazione della canapa. Il risultato è un composto di fibre naturali biodegradabile, riciclabile ed esente da tossine, prodotto a prezzi concorrenziali rispetto alla comune plastica. La pianta di canapa è inoltre molto facile da coltivare: è comunemente chiamata “erba” perché come le “erbacce” cresce molto velocemente e si è adattata a crescere in tutti i continenti tranne l’Antartide. Dal seme al raccolto, le piante impiegano solo 3 o 4 mesi per crescere e, una volta grandi, assorbono ingenti quantità di CO2 dall’atmosfera. Richiedono, inoltre, generalmente meno pesticidi, fertilizzanti e acqua rispetto ad altre risorse bioplastiche come il cotone e il legno, fornendo un raccolto più rispettoso dell’ambiente e a bassa manutenzione.

Se vogliamo continuare a vivere su questo pianeta non possiamo più girare la testa sui disastrosi problemi ambientali che abbiamo creato. Fortunatamente per noi, abbiamo sviluppato, tecniche, colture o tecnologie in grado di poter modificare il nostro impatto ambientale con meno sacrifici di quanti potevamo immaginare solo pochi anni fa. Serve però una grande volontà politica e lungimiranza. In Italia, purtroppo, rispetto ad altri Paesi occidentali, la situazione è tra le peggiori, in quanto il dualismo interno al governo, rappresentato da Lega e M5S, non offre una linea univoca sulle questioni legate all’ambiente. Inoltre, già da tempo, la scarsa volontà politica viene camuffata da ricatto occupazionale: sembra che non possiamo modificare le nostre economie perché si perderebbero posti di lavoro. Ma è falso. Le “economie green” creerebbero nuovi posti di lavoro fondando nuove imprese e riconvertendo quelle già esistenti, permettendo ai lavoratori di operare in ambienti più sani ed evitando di creare quegli abomini inquinanti come l’Ilva di Taranto.

Nel governo italiano il quadro è questo: mentre i Cinque Stelle si dicono favorevoli alla promozione della coltivazione della canapa, il ministro dell’Interno Matteo Salvini sta da tempo mettendo in discussione la legge 242/2016, ed è facile immaginare che una stretta repressiva per contrastare la vendita di cannabis light potrebbe avere ripercussioni anche sulle coltivazioni funzionali ad altri usi. In più, mentre il M5S sembra sensibile al tema dell’inquinamento dovuto alla plastica, gli europarlamentari della Lega hanno contestato la buonafede della Direttiva Ue e hanno votato contro. Per anticipare gli effetti delle decisioni prese in Europa, al contrario, il ministro Costa, del M5S, ha presentato la Legge Salvamare, finalizzata a promuovere il recupero dei rifiuti dispersi nelle acque nostrane, il cui iter parlamentare dovrebbe iniziare da gennaio 2019. La proposta ha già generato contrasti interni al governo, e la sottosegretaria leghista al ministero dell’Ambiente Vannia Gava ha prontamente espresso il suo disaccordo, chiedendo di coinvolgere anche “i numerosi operatori industriali nel settore delle plastiche”. Non si può dunque escludere che dal prossimo anno il tema dell’inquinamento delle plastiche usa e getta sarà un campo di battaglia su cui i partiti di governo Lega e M5S misureranno le loro forze. Purtroppo, sempre con un pietoso anacronismo e a nostro discapito.

Liberamente tratto da: thevision.com

L’alternativa alla Plastica