“Se la nebbia si solleverà, apparirà chiaro che è la “visione del mondo” ciò che, di là da ogni “cultura”, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima, che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha un potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare il tono specifico ad una data comunità.“
Da più di un decennio in Occidente si è aperto un dibattito pubblico basato su opinioni che riguardano le divergenze in atto con l’Oriente nel mondo globalizzato, discussione innescata da una dialettica politica che si nutre di argomenti per lo più inerenti agli effetti sulle economie dei Paesi dell’ovest.
Lo scorso 12 maggio l’ex Presidente del Consiglio italiano D’Alema nel suo intervento al convegno ‘Etica e politica della globalizzazione’ dichiara:
(…) la destra americana è attratta da uno scenario di una nuova guerra fredda e l’Europa rischia la disfatta (…) Io penso che queste analisi non tengano conto di ciò che sta cambiando in Cina negli ultimi quattro o cinque anni, e cioè del fatto che sotto la guida di Xi Jinping sta avvenendo un cambiamento del modello cinese.
(…)
Una parte importante della cultura americana considera la Cina come una variante del modello sovietico. Questa secondo me è una lettura superficiale perché non tiene conto della storia cinese e di quanto il marxismo cinese si sia ibridato con il confucianesimo, con la cultura cinese. Di fatto il sistema cinese ha delle flessibilità che il modello sovietico non aveva. Il modello sovietico era anelastico e quindi a un certo punto si è spezzato. Io penso che con la Cina dovremo fare i conti.
Quindi, la riflessione di D’Alema fa i conti con una visione più profonda di ciò che comunemente si crede sia una disputa solo di natura economica. L’emergenza sanitaria globale, che coinvolge miliardi di persone in questi ultimi mesi, sta acuendo questo dibattito, alimentando nell’opinione pubblica occidentale una antipatia collettiva verso l’Oriente, in particolare verso la Cina.
I miei studi di approfondimento professionale nel campo della antropologia applicata nella comunicazione di marketing, oppure sul Soft power impiegato per il Cultural placement nella Diplomazia Culturale, mi hanno spinto da tempo a credere che la Cina fosse una delle nazioni più attive ad applicare questi strumenti.
Strategie analoghe a quelle impiegate dagli Stati Uniti negli ultimi 60 anni, che hanno visto marchi simbolici della cultura americana come la Coca Cola o Mc Donald, riuscire a ‘suggestionare culturalmente’ i popoli di nazioni della vecchia ‘cortina di ferro’ proponendo il ‘sogno americano’ come un’alternativa al comunismo.
Dunque, riflettiamo anche noi, sarebbe davvero solo l’economia la causa principale di questo nuovo conflitto? Ci siamo mai fermati a riflettere sul fatto che probabilmente in queste due parti del mondo si presentano sostanziali differenze nel modo di vivere e, in generale, nell’approccio alla vita?
Abbiamo mai riflettuto sul fatto che questi diversi modi di vivere non sono determinati solo dalla topografia e dalle circostanze fisiche che svolgono un ruolo cruciale nella vita, ma anche, e forse soprattutto, dalle tradizioni antropologico culturali, dunque dai sistemi di pensiero che governano gli usi, i costumi, i valori delle principali società localizzate nella parte orientale e occidentale del globo?
Non sarà che forse il contrasto economico sia solo uno degli effetti di uno scontro ideologico tra diversi modelli economici, piuttosto che tra due modelli di concezione della vita?
Che cosa influenzerebbe questi diversi sistemi di pensiero? Se conosciamo il significato di filosofia, probabilmente risponderemmo la diversità tra le orientali e quelle occidentali che hanno influenzato nei secoli queste differenti civiltà.
È d’obbligo, quindi, riflettere un attimo su ciò che – nella sua semplicistica spiegazione – è la filosofia e come influisce ed induce le divergenze di pensiero tra le culture di società diverse.
Generalmente, è universalmente definita come “lo studio della saggezza o conoscenza dei problemi generali, fatti e situazioni connessi con l’esistenza umana, i valori, le ragioni e la realtà generale”. Lo scopo principale è quello di cercare ragioni, risposte e spiegazioni generali sulla vita e sui suoi fattori che la determinano e la condizionano. Pertanto, parliamo di scuole di pensieri. E se ne colleghiamo il significato all’argomento di questa breve riflessione, capiamo come i pensieri collettivi di culture diverse differiscono e si confrontano con le realtà, i problemi e le situazioni degli individui.
Dunque, il confronto si sviluppa su una mera questione economica come crede l’uomo comune oppure si basa su di un vero e proprio scontro culturale?
A questa domanda potrebbe rispondere l’Antropologia interpretativa, che, da quando si determina come disciplina di studio che afferisce alle scienze umane, si confronta in un dialogo ininterrotto con la filosofia.
Clifford Geertz, criticando il metodo dell’etnografia classica, riflette sull’importanza del confronto agonistico tra filosofia ed antropologia sostenuto nell’intento di trovare la forma di cooperazione e interazione più feconda fra due materie che
si occupano entrambe del pensiero e della vita dell’uomo nel loro complesso (…) che si scambiano, spesso, scommesse di inattendibilità e reciproci rimproveri, ma possono unire le loro forze (…) per sconfiggere le paure.
Infatti, è la paura del diverso, di colui che non si conosce e non si riesce a comprendere, che spesso la storia ricorda come causa scatenante di conflitti, ecco perché il saper gestire le diversità risulta determinante.
In cosa differiscono questi due modelli? La filosofia occidentale viene indicata come quella scuola di pensiero che ha origine nell’antica filosofia greca. Diversamente, l’Oriente fa riferimento a varie filosofie che hanno avuto origine nell’Asia orientale e meridionale tra cui quella cinese, giapponese e coreana che sono dominanti in Asia orientale e Vietnam, e quella indiana, compresa la buddista, predominanti in Asia meridionale, Sud-est asiatico, Tibet e Mongolia. La filosofia occidentale si evolve nelle sue radici originali con quella latina, romana, e con il cristianesimo, anzi, sarebbe meglio affermare con il giudeo-cristianesimo.
Per quanto di nostro interesse in questa riflessione, potremmo semplificare affermando che le filosofie orientali si ispirano principalmente all’induismo, al confucianesimo, al buddismo, principalmente mahayana, e al taoismo. L’attuale scuola di pensiero dominante in Oriente, così come viene percepita in Occidente, nel contesto dell’attuale gioco degli equilibri geo-politici-economici globali, è quella della nazione più popolosa ed economicamente competitiva in Asia: la Cina.
Le principali differenze si potrebbero sintetizzare in ‘Individualismo occidentale’ e ‘Collettivismo orientale’.
I focus delle filosofie orientali si concentrano molto di più nell’analisi dei “pensieri del gruppo raccolto in una società”, cioè nei pensieri e delle conseguenti azioni delle persone “intese come una cosa sola” al fine di trovare il significato nella vita; mentre provano a sbarazzarsi del falso concetto di ‘Me’, trovando significato nello scoprire il vero ‘Me’ in relazione a tutto ciò che li circonda o come parte di uno schema più ampio. Al contrario, la civiltà occidentale è più individualista, cercando di trovare il significato della vita ‘qui ed ora’ con il Sé al centro come un qualcosa di già dato, parte del Divino.
Il principio focale della filosofia orientale è l’unità cosmologica, il punto principale nel cammino della vita mentre si dirige verso la realtà eterna. Vita che ha un andamento circolare e la ricorrenza con tutto ciò che la circonda è importante. A differenza dell’Occidente, l’etica diventa virtù e si basa sul comportamento dell’individuo e la dipendenza corre dall’interno verso l’esterno. Il Sé interiore, però, deve essere prima liberato secondo il mondo che lo circonda, in cui l’autostima, l’importanza del Sé non hanno un significato reale.
La filosofia occidentale, invece, vede l’uomo come un elemento del Divino, si basa sulla ‘auto-dedizione dipendente dal mondo esterno finalizzata ad essere al servizio’: a Dio, alla comunità, agli affari e così via; estremizzando, la stessa natura viene intesa come al servizio dell’uomo il quale, a sua volta, è inteso al servizio di Dio.
Mentre in Oriente nell’unità cosmologica la vita è un viaggio verso realtà eterne che vanno oltre le realtà che ci circondano in una “visione circolare basata sull’eterna ricorrenza”, in Occidente è intesa come “una linea retta dove ci deve essere un inizio e una fine per trovare un significato”. Per quanto lineare, la filosofia occidentale è logica, scientifica e razionale rispetto al concetto orientale di eterna ricorrenza dipendente dal mondo interiore.
Il pensiero cinese prospera sul concetto confuciano che descrive le quattro virtù cardinali ‘lǐ’, ‘yi’, ‘lian’, ‘chi’, ovvero: le buone maniere, l’aiuto vicendevole, la coscienza dei diritti altrui, la consapevolezza dei propri doveri, che spiegherebbe l’approccio disinteressato alla vita. La soddisfazione di ciò che si ha è la chiave.
Il confucianesimo si concentra su valori umanistici come l’armonia familiare e sociale, la pietà filiale, la rén, la benevolenza o l’umanità, e, appunto lǐche è un sistema di norme rituali che determinano come una persona dovrebbe agire per essere in armonia con la legge del cielo, in un processo evolutivo di equilibrio tra la natura, il ‘tian’: il cielo, e l’uomo dove il progresso sociale è un aspetto dello sviluppo della graduale conciliazione dell’uomo con la via, il ‘dao’.
La filosofia occidentale, invece, si concentra sull’etica: come individui, “si deve fare ciò che si suppone debba essere fatto” senza causare ‘danni’ agli altri. Il successo si basa su quanto qualcuno percorre il suo tragitto senza ferire il prossimo.
Dunque, da un lato la tendenza allo spirituale, dall’altro uno stile pratico. La differenza sostanziale sta nello ‘Io occidentale’ e nel ‘Noi orientale’, quando ci si concentra sulla ricerca della verità e del significato.
Il pensiero cinese moderno è dunque generalmente inteso per avere radici nel confucianesimo classico, nel neo-confucianesimo, nel buddismo e nel taoismo; influenzato negli ultimi quattro secoli dallo ‘Xixue’: il cosiddetto ‘apprendimento occidentale’.
Questo tentativo di contaminazione inizia intorno al secolo XVII, alla fine della dinastia Ming, l’inizio della dinastia Qing, laddove si iniziano a fare strada alcuni tratti che “vedono l’uomo distinto e autonomo dalla natura trovare la radice della propria libertà nella costruzione razionale e consapevole del proprio mondo”.
Ma è tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, il periodo della rivoluzione industriale, che pensatori cinesi come Zhang Zhidong guardano alla conoscenza pratica occidentale come un modo per preservare la cultura tradizionale cinese: una dottrina che Zhongti Xiyong definisce “l’apprendimento cinese come sostanza e apprendimento occidentale come funzione“.
Con la rivoluzione di Xinhai nel 1911, si intensificano gli appelli per abolire completamente le vecchie istituzioni e le pratiche imperiali della Cina, il maggiore esponente di questo movimento riformista è Sun Yat-Sen, ritenuto il fondatore ideologico della Cina Moderna, con i suoi tentativi di incorporare la democrazia, il repubblicanesimo e l’industrialismo nella tradizione filosofica cinese.
La completa riforma si compie con Mao Zedong che, introducendo la cosiddetta filosofia marxista cinese, porta ai giorni nostri un popolo e una nazione a pensare ed agire secondo una visione ideologica del marxismo in un modo unicamente nazionale.
Il professore di Scienze politiche all’Università di Shanghai Josef Mahoney menziona tre elementi che confermano questo processo.
Primo la Giustizia sociale così come trasmessa da Karl Marx che implicitamente parlava del concetto cinese cosiddetto ‘Shehui datong’, la Grande unità”: l’obiettivo teleologico fondamentale dell’Umanità descritto nel classico confuciano ‘Li Ji’, Il libro dei Riti.
Secondo, una Società che si adatta ai cambiamenti: una visione profondamente influenzata dal Taoismo che secondo gli studiosi, richiede una lotta dialettica a lungo termine con il mondo come è adesso – un mondo che richiede ordine, stabilità e sviluppo – per svilupparsi come una soglia adatta ai cambiamenti.
Nel confucianesimo questo concetto è espresso come istituzione di uno ‘Xiaokang Shehui’ che viene tradotto come: ‘Società moderatamente prospera’.
In terzo luogo, i concetti di Datong e Xiaokang Shehui forniscono il mezzo concettuale per avanzare in tandem con la caratteristica distintiva della coscienza cinese. Ciò ha trovato il suo corollario utile ma meno idealistico nel concetto marxista di materialismo dialettico, che, a sua volta, è stato ulteriormente sviluppato da Mao Zedong e perseguito con le riforme economiche avviate da Deng Xiaoping che ha guidato lo sviluppo politico ed economico della Cina compreso l’impegno a stabilire lo Xiaokang Shehui entro il 2020 e una nazione socialista completamente moderna entro il 2049 (…)
Mahoney ci fa notare che Marx nei ‘Manoscritti economici e filosofici’ scrive:
… il comunismo è il completo ripristino dell’uomo a se stesso come un essere sociale, cioè umano, un restauro che è diventato consapevole e che ha luogo nell’intera ricchezza dei precedenti periodi di sviluppo. Questo comunismo, come naturalismo pienamente sviluppato, è uguale a umanesimo e come umanesimo pienamente sviluppato è uguale a naturalismo; è la vera soluzione del conflitto tra uomo e natura, e tra uomo e uomo, la vera soluzione del conflitto tra esistenza ed essere, tra oggettivazione e autoaffermazione, tra libertà e necessità, tra individuo e specie. È la soluzione dell’enigma della storia e sa di essere la soluzione.
Confucio nel ‘Li Ji’, il Libro dei Riti, riflette sulla ‘Grande Unità’, la visione utopica cinese del mondo in cui tutti e tutto sono in pace in una società moderatamente prospera, usato per descrivere un sistema composto da una classe media funzionale.
Il termine è oggi meglio conosciuto grazie al suo uso da parte di Hu Jintao, Segretario generale del partito comunista cinese tra il 2002 e il 2012, quando si fa riferimento a politiche economiche intese a realizzare una distribuzione più equa della ricchezza.
L’attuale Segretario generale Xi Jinping, nel suo famoso discorso del 2015, associa il concetto al termine ‘sogno cinese’ svelato in una serie di slogan politici chiamati ‘I quattro comprensivi’ che include:
Costruire in modo completo una società moderatamente prospera.
Non lo sappiamo, e forse non lo sapremo mai, ma forse un complotto è davvero in atto.
Prendi tutto il tuo disappunto, il rancore, le delusioni, le tue frustrazioni, le emozioni mai espresse, ciò che pensi della vita, del mondo, di come vanno le cose, di ciò che è stato ed è per te ingiusto. Prendi tutto quello che non accetti, che non hai ancora perdonato incluso tutto quello che ancora non hai ottenuto. Prendi tutto questo malumore e invece di soffocarlo, di strozzarlo, di farlo tacere, costringendoti a una vita di ipocrisia, di emozioni nascoste e di sentimenti mai espressi e liberalo, lascialo fluire, esprimilo apertamente, amalo.
Vivilo senza porre resistenze. Dentro di te vive un Angelo.
“Assapora” il suo valore, il suo significato archetipico. Vivi ciò che non vuoi vivere e fallo ascoltandoti. Presta particolare attenzione a ciò che provi quando lo provi. Sii sensibile verso ciò che ti comunica. Prendi nota dei tuoi pensieri, delle tue vibrazioni. Fallo come atto di confessione, accettazione e comprensione di te stesso. Ciò che la vita ti mostra quando vedi e senti dentro di te quello per cui stai lottando e ti fa soffrire, sta liberando la tua vita.
Stai liberando l’Angelo che vive dentro di te.
Quando la vita ti sbatte in faccia la verità lo fa senza mezze misure. Negare ciò che sentiamo e vediamo dentro di noi e crederlo solo come uno “sbalzo” d’umore, un capriccio, una giornata “no”, un condizionamento, sono fatto così, è quanto di più ingrato. Il dolore va vissuto come atto di immensa gratitudine perché dietro il dolore ci sono i nostri doni, i nostri talenti, le nostre vocazioni.
Ci sono esperienze che vanno al di là della psicologia, che siamo chiamati a vivere e vedere se vogliamo guarire. Siamo chiamati a elaborarle perché sono esperienze trasformative, di pura purificazione, che ci mostrano la nostra profondità, le nostre maschere, i nostri “angeli e demoni”. Mostrano il conflitto tra le forze della natura e dell’universo. Ci aprono a una visione interiore della vita in cui è possibile scoprire quanto amore vive dentro di noi. Quanta voglia di amare abbiamo. Credo che sia proprio questo lo scopo di quando la vita si mostra a noi nuda e cruda. Ci scuote da dentro con l’obiettivo di scardinare le resistenze e aprirci all’amore, alla gioia e alla felicità.
Dentro ognuno di noi vive un Angelo che attende solo di essere liberato.
Liberato dalle ferite, dalle paure, dagli egoismi, dal rancore, dai risentimenti, da tutte quelle catene che gli impediscono di volare. È un Angelo schiacciato a terra da un uomo ferito nel suo orgoglio. La natura umana è perfida ed è una parte della realtà che viviamo in cui si esprimono le forze oscure di un corpo modificato geneticamente in cui tali forze sono state progettate per ostacolare il libero fluire dell’amore. L’uomo non deve solo liberarsi da se stesso, deve riprogrammare il proprio codice genetico. Il proprio DNA. Le lotte che viviamo, i nostri conflitti interiori, sono un duello tra due nature contrapposte. Materiali e immateriali. Umane e divine. La Bella e la Bestia. Il dominio e il controllo delle forze ha come scopo la nascita della vita dell’Angelo che vive dentro di noi. Un Angelo che va liberato dalla trappola della materia, dall’illusione della mente e dalle catene dell’orgoglio. Un Angelo è un essere di luce.
L’Angelo che vive in noi è un essere umano che scopre se stesso e la propria natura divina.
Attualmente è un Angelo che non sta esprimendo se stesso. Non ancora per lo meno. Scopo di questo articolo è quello di aiutarti nella tua personale esperienza, di essere consapevole delle sua esistenza. La mitologia di cui ti parlo è molto antica e non la trovi nei libri di “Scuola”. La puoi ricercare solo dentro di te, imparando a fidarti di ciò che senti, di ogni cosa che senti e che vivi.
Il processo in atto è una guarigione.
L’uomo guarisce quando patisce e anche se è una rima ben riuscita, è una verità molto profonda perché il dolore ti invita a scavare, a scendere in profondità. L’alternativa è vivere una vita in superficie, a metà, nell’illusione della mente. Il cuore e l’anima necessitano di eroi che amano la verità. Il dolore distrugge tutto ciò che non serve più e permette la ricostruzione su basi nuove, solide, autentiche.
L’Angelo che vive dentro di te è una luce che attende di essere mostrata, portata alla “luce”…
Per chi è nel proprio cammino di guarigione energetica è chiamato a imparare e apprendere attraverso l’ascolto e l’auto osservazione interiore. Questo processo è una trasformazione alchemica in cui l’uomo trasforma la propria energia modificando la propria vibrazione.
È un lavoro faticoso, sporco, duro, ma quando ciò che di noi abbiamo sempre rifiutato emerge dalla profondità della nostra vita e ci mostra i sub strati della nostra incoscienza, lo fa per rafforzare un messaggio preciso. Qual è la strada che vuoi seguire?
L’odio non è di questo pianeta. La rabbia in natura non esiste. Come esseri umani siamo chiamati ad aprire il cuore e far uscire la nostra luce, essere dei portatori di luce nel mondo. Aprire il cuore ha a che fare con la luce che è custodita dentro di noi e che dobbiamo lasciar entrare nella nostra vita. La luce è l’energia dell’amore. Non deve spaventarci un lavoro più incredibile di questo. Non dobbiamo aver paura di mostrare le nostre debolezze. Aprirci alla vita e farlo con sane intenzioni ci guida verso la nostra piena espressione. Un’espressione autentica delle nostre piene potenzialità, perché quando parliamo di eccellenza dobbiamo sempre ricordarci che l’eccellenza è una qualità riservata all’anima.
Libera l’Angelo che vive dentro di te e libererai la tua vita.
“Accendi la fiamma della tua Anima, in modo che il potere incandescente del tuo cuore possa divampare ovunque .. Incendia i tuoi timori, riduci in cenere le tue paure col calore del tuo fuoco interiore .. Fai ardere queste vampate in tutto il tuo essere. Illumina il tuo cammino e diventa tu stesso un portatore di luce.” (Zewale Rovesta)
Liberiamo l’angelo che è in noi, riscopriamo la nostra divinità. Sforziamoci.
Il 19 Maggio del 1898, esattamente 122 anni fa, nacque una personalità singolare, spesso scomoda della cultura e dell’esoterismo italiani, Giulio Cesare Andrea Evola, in arte Julius. Barone, per alcuni finto Barone, artista, filosofo nell’accezione arcaica e non certamente moderna del termine, sicuramente un ermetista, un mago, per alcuni un cattivo maestro della destra politica, per altri addirittura un antifascista che rigettò le concezioni zoologiche della razza di Roserberg o le deviazioni da gangster di un certo squadrismo, grande amatore, per alcuni con tendenze omosessuali, alpinista fino a quando la sorte gli privò dell’uso degli arti inferiori, combattente di retroguardia per alcuni, in prima linea e oltre le linee nemiche per altri, certamente un uomo non semplice da classificare, tirato spesso per la giacchetta da una parte e dell’altra. Tanti testi, tanti articoli pubblicati, diverse interviste in più lingue e pure ci scontra tra i presunti continuatori: tra cattolici che affermano che era “un credente a sua insaputa” (fu cremato, con un funerale non cristiano per sua espressa richiesta testamentaria), tra pagani che rivendicano l’imprimatur a rifondare l’antico culto degli Avi (in più articoli anche prima del trapasso espresse chiaramente quanto, dal suo punto di vista, fosse insensata una tale idea) e massoni che (nonostante la notoria avversione del nostro alla libera muratoria) addirittura intitolano una loggia a suo nome, la lotta è davvero aspra e spesso quasi divertente. Poi vi è chi si spaccia esser stato suo segretario personale a 500 km di distanza oppure benevolmente chi, in occasione della deposizione delle sue ceneri, scambia un campo base in montagna con un crepaccio (oppure spera che ci possano credere gli altri) oppure vi sono tutti i discepoli di un Maestro che non è mai esistito (Evola ha sempre odiato tale definizione e non ha mai avuto una linea tradizionale da trasmettere ad una catena di continuità) per esser stati 2/3 volte nella sua abitazione a fargli visita o semplicemente per esser transitati qualche volta dinanzi al marciapiede sottostante la sua casa romana; e le fantasmagorie potrebbero continuare per pagine e pagine, fino a giungere a coloro che dal Maestro ricevettero l’iniziazione all’Alta Magia che, per ammissione dello stesso Evola, neanche egli stesso possedeva.
Ma cari lettori di EreticaMente tutto ciò è disquisire su Evola? E’ in realtà perder tempo con l’evolismo o col post-evolismo, perché, come è di moda nella Repubblica degli ipocondriaci e dei delatori, vi sono sempre i pentiti di turno, coloro che osannavanoo il filosofo da vivo, per poi dichiararlo superato un istante dopo la sua morte, ovviamente superato da cosa, da chi, non è dato sapere, come non è dato sapere se vi sia un termometro di tradizionalità o un ufficio del Comune che possa certificare l’ortodossia o meno di Tizio, di Caio e di Evola. Ma questo è, lo ripetiamo, evolismo (a favore e di parte contraria), e non credo appassioni ormai tanti onesti studiosi.
Di Evola si dovrebbe – esprimiamo i nostri convincimenti e quelli della Redazione di EreticaMente, senza la pretesa che siano verità rivelate – analizzare il pensiero, analizzarlo, perché per conoscerlo non reputiamo servano saggi su saggi, è sufficiente leggere lo stesso Evola. Analizzarlo per comprendere quanto esso abbia influito sulla cultura italiana e quanto esso sia in potenza ancora estendibile di successive ricerche, proprio come da egli stesso auspicato. Notiamo che, da questo punto di vista, al di là dell’esemplare opera di Gianfranco De Turris, esempio di galantuomo e di dedizione all’Idea, al di là di qualche esplicitazione nell’arte e nella filosofia sapienziale, si è ancora al “ il Maestro ha detto..”. Evola non ha espresso un pensiero suo ed originale, ha vivificato nel ‘900 le Idee che liberamente scelse di difendere, quelle della Tradizione Indoeuropea, quelle della Sapienza, quelle dello Spirito che aspirano alla sublimazione dell’Uomo dalla sua condizione caduca. Esageriamo se paragoniamo Evola, nato e vissuto nella fase ultima dell’Età Oscura, con Platone che visse e tradusse la crisi della Grecia del V secolo a. C.? Forse … ma al contempo potrebbe rendere l’idea di chi riallacciò il filo della Sapienza (come scrisse il buon Lebano…) in un’epoca di profonda decadenza. E allora, un filosofo morto invalido, paranazista cosa pretendete che possa ancora contare? Nulla risponderete, ma non è così. Gente si agita nel sonno ancora al suo nome e non perché si debba decretare chi sia stato il suo miglior adepto oppure per renderlo addomesticabile dinanzi alla cultura italiana oppure per vendere qualche copia sparuta di qualche testo rattappezzato con la stoffa vecchia in ambienti dove il massimo della vita è rappresentato dal ballerino del Papete. La maggior parte del mondo continua a vivere serenamente, non conoscendo assolutamente le dispute e le disavventure di mondi ectoplasmatici, lo si sappia! Ed allora cosa turba il sonno di intellettuali di varia estrazione, di preti vestiti da tradizionalisti romani o di neodemocristiani in salsa liberale, che ad Evola continuano a dedicare pagine, pagine e pagine, inchiostro su inchiostro? Tale è un arcano semplice, che si conosce benissimo e che scientificamente nel mondo dell’evolismo si cerca di evitare. Cosa discrimina la certezza che di Evola si continuerà a discutere per i prossimi decenni e forse oltre e nessuno rammenterà il nome dei suoi emulatori e denigratori? La risposta è banale e, come abbiamo scritto altrove, è stata fornita da un’altra grande personalità di spicco del mondo della Tradizione, Pio Filippani Ronconi, quando scrisse ”Parlare di Evola, come degli altri che formavano il Gruppo di UR (Colazza, Onofri, Colonna, Scaligero , Reghini) significa trattare CONCRETAMENTE delle discipline arcane che conducono l’uomo a realizzare la propria essenza più intima, che, poi, è il Cuore del mondo e di ogni cosa. Il resto sono foglie secche” (lettera del 19 Aprile 1984 in risposta a Paolo Andriani). Se chi comanda e sa si preoccupa di un Sapere che ancora, tramite l’insegnamento di tale insigne personalità, può condurre l’essere umano a conoscere la sua interiorità, il mondo del tradizionalismo è rimasto, appunto, alle foglie secche: non prendiamoci in giro, perché ITA EST!
Allora la nostra è una rievocazione triste e pessimista di Evola? Assolutamente NO, perché rimane della sua esperienza storica ed umana l’essenziale, ciò che realmente conta, l’impeto antico verso il Sacro (spesso occultato nelle sue opere più esoteriche, quelle che sono più innominabili rispetto persino ai testi dedicati alla dottrina della razza), il resto sono appunto foglie secche, che possiamo affidare agli spazzini. In un articolo intitolato “Il Sacro” pubblicato sul Corriere Padano (ora ristampato per le Edizioni di Ar) e dedicato al commento dell’opera “La Religione antica nelle sue linee fondamentali” di C. Kerényi evidenziò come “Per il Romano, l’uomo stesso potè essere simbolo e mito, tanto da poter avere la stessa parte e funzione delle immagini mitiche di altre religioni”
Cosa ci resta di Evola? Ci resta questo, l’Idea … e vi sembra poco?
La quasi – dittatura del pensiero unico in Italia è protetta dall’Ordine dei Giornalisti. Nella lista dei doveri degli iscritti, redatta dall’inutile organo, l’articolo 2 recita: “Il giornalista difende il diritto all’informazione e la libertà di opinione di ogni persona; per questo ricerca, raccoglie, elabora e diffonde con la maggiore accuratezza possibile ogni dato o notizia di pubblico interesse secondo la verità sostanziale dei fatti”.
Sulla base dei suoi retorici principi di deontologia professionale l’Ordine andrebbe sciolto oggi stesso. Non domani. Oggi. Perché ogni giorno in più che trascorriamo sotto la “tutela” di questa pomposa e sterile ape regina dell’informazione, quella masnada di bugiardi ossessivi che conducono programmi televisivi e dirigono giornali, allontana questo Paese dalla verità e dalla auspicabile pratica del confronto delle idee. Non vediamo infatti erogare sanzioni contro coloro che sistematicamente e spensieratamente ledono ogni giorno il diritto di contraddittorio che, fin dalle scuole elementari, ci avevano raccontato essere elemento fondamentale della convivenza civile e della tanto sbandierata libertà democratica.
Prendetevi un giorno di ferie, mettetevi un thermos di caffè accanto al divano ed incollatevi alla televisione dalle ore otto del mattino alle due della notte. Vedrete che l’intera giornata dell’informazione sarà alimentata da noi. Si, proprio da noi. I cattivi, gli analfabeti, i troppo vecchi per votare, i troppo giovani per votare, quelli che soffiano sul fuoco approfittando dell’ignoranza altrui, quelli che pretendono di pubblicare dei libri e di cucinare delle carbonare avvelenate, quelli che vorrebbero aprire pericolose librerie e negozi di abbigliamento, quelli che vanno in capo al mondo a fare finta solidarietà per coprire i propri interessi nel traffico di droga e di armi, quelli che intrecciano trame all’ombra del Cremlino, quelli che, in poche parole, non intonano “bella ciao”, il nuovo “Cantico dei Cantici” che allieta le orecchie della Gerusalemme partigiana.
Una giornata di televisione e di milioni di euro di sacra pubblicità intascati dai padroni del pensiero unico e privati grazie alla nostra vomitevole esistenza da esponenti del male assoluto. Ma tutto questo avviene, miracolosamente, senza che alcuno di noi metta piede in uno studio televisivo. Il contraddittorio, che l’Ordine dei Giornalisti DOVREBBE garantire, resta un sogno impalpabile. Per coprirsi le spalle, i conduttori invitano sempre qualche figura di contorno che dovrebbe rappresentare, nel grottesco processo da Gulag, la difesa dei delinquenti. Di solito si opta per qualche oste avvinazzato o per qualche alfiere della borghesia capitalista che finisce per attaccare il “Komunismo” e per chiamarci, bontà sua, “imbecilli”.
Hegel non parla esplicitamente di morte dell’arte ma intende, in realtà, rintracciare un limite nella capacità di espressione che l’arte ha nei confronti dell’assoluto.
Da lì sembra quasi che, a fronte dell’impossibilità da lui teorizzata di poter andare fino in fondo nell’indagare lo spirito tramite la “rappresentazione”, l’artista abbia deciso di fare un passo indietro e guardare nella direzione opposta a quella verso cui fin lì aveva condotto la ricerca.
Da quel momento l’Arte sembra essere stata vittima di una deriva lenta e progressiva. Là dove il sensibile non offre più la trama per la ricerca dello spirituale, diventa il terreno per la rappresentazione del “finito” come espressione dell’idea di sé e del mondo. L’ideologia del finito, dell’esaltazione del contingente, insieme alla pratica del “consumo”, quello sì reiterato e senza fine, e della merce che diventa la forma attraverso la quale si stabilisce la relazione tra se e gli altri, tra se e le cose, è arrivata, subendo oggi la precipitosa “evoluzione” di cui siamo testimoni, a sostituirsi alla ricerca del senso dell’esistenza definendone i confini proprio in base alla perdita di “senso”.
L’impressione, però, è che il limite intravisto da Hegel non sia nell’Arte in sé’ ma nell’arte romantica o per meglio dire nell’idealismo romantico che pur aveva spinto la ricerca dello spirito fin dove sembrava possibile.
Perché l’arte greca sembra insuperata?
L’estetica permette di valutare l’esistente non dal punto di vista dei valori morali o di altri parametri umani sempre soggetti a continui adattamenti fino alla mistificazione ma dal punto di vista dell’armonia e dell’equilibrio tra le forze in gioco interne all’individuo, alla comunità e alla natura.
Per gli antichi le “forze” in gioco sono entità in sé, che muovono la natura manifesta perché ne sono la ragione immanente, coscienza che ne articola il divenire, espressioni di un assoluto in azione. Sono queste a mettere in scena la rappresentazione della realtà che vede coinvolta la vita dell’uomo e della comunità (pensiamo alla tragedia greca e al dramma satiresco). Di questo spettacolo ne percepivano la bellezza o anche l’incongruenza, il dissidio, e quindi l’assenza di equilibrio e di coerenza. A queste forze si attribuivano nomi che portavano in sé il sapore dei luoghi (l’origine geografica) e quello del carattere e della struttura psicologica che ne faceva entità con una loro “personalità”.
C’è forza, espressione, “colore”, ovunque volgiamo lo sguardo. Si può scorgere equilibrio, armonia, o anche il contrario, nelle azioni, nel comportamento, nel rapporto tra le persone o tra le cose, in un’emozione o in un pensiero, così come in un paesaggio o in una composizione visiva o sonora.
La bellezza è presente quando l’intento della vita non è contraddetto o addirittura negato, quando è espresso in modo schietto e oggettivo e sono assenti spossanti circonvoluzioni. Essa indica la giusta direzione che il flusso vitale e creativo deve prendere dentro e fuori di noi per oggettivarsi.
Nell’arte greca non vi è separazione tra l’assoluto e il sensibile. L’errore dell’idealismo è stato quello di credere che “tutto quel che è spirituale è superiore a ogni prodotto naturale”, mentre l’artista greco era, invece, consapevole dell’esistenza di una coscienza immanente della natura. In realtà è stato l’idealismo stesso a porre un limite alla ricerca dello spirituale nell’arte.
La coscienza Romantica non era stata in grado di completare il percorso e permettere, come lo stesso Hegel delineava nel suo pensiero, la risoluzione del finito nell’infinito, fermo restando però, secondo lui, una superiorità dello spirito sulla materia che ha contribuito a rafforzare il muro tra i due fondamenti dell’esistenza.
Risulta evidente a noi moderni come sia stata l’estromissione dello spirito a condurre il mondo alla tragica dissoluzione che stiamo sperimentando.
La rappresentazione pittorica o scultorea di una figura, di un oggetto materiale o di natura, infatti, diventa opera d’arte se riesce a porre in evidenza lo spirito che si nasconde nella forma.
L’impoverimento di cui è vittima il nostro mondo, insieme a una trama tesa a portare il “caos” in ogni ambito del vivere, in grande misura ordito e programmato, può essere superato solo restituendogli la dimensione spirituale, e questo oggi è possibile solo rivendicando e riconoscendo l’unità tra la Materia e lo Spirito.
In questa epoca di declino e crollo dei valori, il mondo può essere salvato solo attraverso il matrimonio, la profonda alchimia, che vede l’incontro tra verticale e orizzontale.
La rosa che si trova al centro di questa croce sboccerà se sarà il cuore dell’uomo a sbocciare.
Ridare alla materia il suo giusto spessore spirituale la sottrae alla mercificazione, a una rappresentazione corrotta, a uno sfruttamento senza limiti. Permettere allo spirito di ancorarsi al piano orizzontale ridà al mondo naturale il senso perduto, il “senso del Sacro”. Il compito dell’Umano oggi è favorire dentro di sé questa fusione. Il compito dell’Arte è quello di insegnare agli uomini la “percezione” del mondo in questi nuovi (antichi) termini. Bisognerà ripartire da Kandinsky, non a caso un artista russo.
Quanto più si affermano nel mondo le tendenze autoritarie supportate dallo strapotere dei media, tanto più vediamo le persone “allinearsi” sempre più sollecitamente alle “parole d’ordine” del momento, avendo ormai imparato che opporsi alle idee imperanti non viene più giudicato, come un tempo, una testimonianza di indipendenza mentale e quindi di intelligenza, ma piuttosto un comportamento dissennato, che rischia di attirare la minacciosa attenzione dei “poteri forti” ed esporre chi ne è protagonista a grossi guai.
E’ questa la prova più evidente del dilagare dell’ipnosi di massa. Mentre fino a pochi anni fa per “lanciare” a livello di massa un’idea, un prodotto o un comportamento era ancora necessario giustificarne i vantaggi a livello dialettico, oggi è ormai sufficiente riversare sulle persone un bombardamento emozionale abbastanza forte e costante da far loro capire che la promozione del prodotto o del messaggio reclamizzato rientra nella casistica bene espressa dai versi di Dante:
vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.
(Inferno : 3:95-96 ; 5:23-24)
Lo sciamanesimo, con la sua profondissima conoscenza della mente umana, offre i mezzi di gran lunga più efficaci per cancellare gli effetti dell’ipnosi di massa. E’ bene però precisare che praticare le tecniche sciamaniche da soli è pericoloso.
La prima cosa da imparare è che le suggestioni di massa sono disposte a livelli, il più superficiale originato dal livello inferiore. Per questo motivo, combatterle una per una non serve a molto: anche se riusciamo a neutralizzarne gli effetti, dopo qualche tempo la stessa suggestione tornerà a ripresentarsi sotto forme diverse, a meno che non si sia provveduto a eliminare anche il livello sottostante che l’ha generata.
Secondo una classificazione necessariamente convenzionale, è possibile individuare quattro livelli di ipnosi:
1 – le suggestioni dei media, che mirano a farci compiere azioni decise da altri mediante l’accorgimento di renderle desiderabili ai nostri occhi, o a farci considerare “giusti” determinati comportamenti piuttosto che altri sebbene in realtà non esistano motivazioni razionali in tal senso.
Le suggestioni dei media, nella quasi totalità, hanno origine dalla
2 – suggestione economica: la certezza che le persone, gli oggetti materiali, e/o in particolare il denaro, possano essere disposti secondo una scala di valori quantitativi o qualitativi. Nella sua forma più estrema: che il denaro sia l’unico valore esistente.
Alla fonte della suggestione economica c’è l’accorgimento di limitare la distribuzione di beni materiali o altri oggetti che, in un mondo normale, dovrebbero essere accessibili a tutti: risultato che viene ottenuto per mezzo della
3 – repressione – suggestioni tese a limitare ingiustificatamente le possibilità di azione dell’uomo. Ne esistono varie forme (repressione fisica, sessuale, politica, ecc.), tutte quante a loro volta originate da
4 – l’illusione della realtà oggettiva. Questa ci porta a giudicare situazioni, cose e persone (noi stessi inclusi) in base ad apparenze o pregiudizi (nel senso più letterale del termine: ovvero generalizzazioni fondate su esperienze precedenti da noi sperimentate in circostanze analoghe). Ha l’effetto di limitare enormemente le possibilità di azione di chi ne è vittima, e l’istintiva percezione di questo fatto conferisce all’uomo un senso di insicurezza che gli fa apparire desiderabile l’imposizione di gravose limitazioni anche agli altri.
Questo quarto livello dell’ipnosi è di gran lunga il più difficile da combattere, perché funziona: soltanto raramente è fonte di inconvenienti nella nostra vita sociale, anzi in genere la favorisce, consolidando prepotentemente l’illusione che il piano della realtà oggettiva sia l’unico esistente. Può essere quindi considerato la condizione preliminare al manifestarsi degli altri tre tipi di ipnosi, ed è quello che va abbattuto se si desidera eliminarli.
Da precisare che, mentre i primi tre livelli si propagano in seguito all’azione umana, il quarto livello dell’ipnosi è governato dalla meccanicità assoluta: non si possono individuare persone responsabili, tutti quanti ne siamo vittima.
Lungi da fare un discorso “interclassista” e giustificare in qualche modo i divulgatori di suggestioni dei primi tre tipi: spregevoli persone che, essendo pervenute in qualche modo a penetrare i meccanismi dei livelli superiori di ipnosi, invece di combatterli cercano di sfruttarli a proprio vantaggio. Ma ciò non toglie che anch’essi siano vittime del quarto livello, ed è necessario rendersene conto per comprendere l’importanza di concentrare i nostri sforzi su di esso.
Se non si fa così, la brutta razza degli sfruttatori dei primi tre livelli continuerà eternamente a riprodursi per generazione spontanea, come le teste dell’Idra.
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Riferimento all’articolo completo di Daniele Mansuino, segue su Riflessioni.it
Video di Gabriele Adinolfi e altri. Una analisi retrospettiva sulla possibile attualità del pensiero politico di Terza Posizione, il quale non deve per forza essere condivisibile ma è di profondo interesse per chi volesse approfondire la logica di questo movimento studentesco di Terza Posizione e di un suo recupero per il mondo contemporaneo dell’Europa dei popoli, in quanto essa è una delle radici di riferimento del nostro movimento politico internazionale: il Primordialismo Visionario.
Una delle tante persone enigmatiche del nostro panorama internazionale, che appartiene ad un mondo che si svela solo a metà, in un’intervista aveva detto: ”L’Europa ha bisogno di crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono, per definizione cessione di parti delle sovranità nazionali…Un meccanismo che non è pienamente reversibile, perché quando la crisi passa rimane sempre qualche sedimento, anche se questo presuppone una perdita di sovranità dei popoli”.
Questa frase all’epoca, quando fu pronunciata, mi buttò nello sgomento e mi fece avvertire un profondo senso di nausea e rassegnazione. Capivo, o meglio, il personaggio in questione mi aveva fatto vedere la faccia di chi, come lui, aveva già programmato il destino dell’Europa, e del mondo, a nostra insaputa.
Quella era la faccia nascosta dei nostri governanti o meglio di coloro che, non eletti, hanno il potere di dettare le linee politiche degli stati.
Pensai, allora, che non ci sarebbe stato niente da fare, che eravamo vittime di un sistema diabolico ben strutturato che in qualche maniera soggiogava non solo noi popoli, ma anche i nostri governanti.
In questi mesi appena trascorsi, un’ennesima crisi c’è stata. Abbiamo tutti visto e riconosciuto in noi i segni della paura e dello sconforto mentre in televisione gli “esperti” sciorinavano i loro comandamenti. Come vediamo, lo schema è sempre lo stesso: loro dicono di avere la conoscenza e auspicano in noi l’ubbidienza.
Il mondo, però, non è sempre come qualcuno vuole che sia.
Questa crisi ha manifestato da subito la voglia di non starci, di ribellarci, di non stare lì a guardare senza fare nulla.
A un certo punto la parte nascosta del mondo ha rivelato i suoi piani e le persone li hanno percepiti e compresi bene.
Quello che da questa crisi non ci si aspettava, forse, è proprio questo, la possibilità che ora i popoli avrebbero avuto anche un’opportunità, di svegliarsi e di prendere consapevolezza.
Questa crisi ha fatto emergere fortemente l’importanza dei popoli, che non sono altro che l’unione di persone che non si vedono, che sono distanti anche centinaia di chilometri ma che percepiscono tutti la stessa sensazione: di essere una cosa sola.
Ho cominciato, e voi con me, a vedere questi segnali dalle prime canzoni sui balconi e dalla voglia delle persone di sentirsi comunità, di svegliarsi dal sonno di questa nostra civiltà basata sui valori del lavoro e del conseguente condizionamento, se non schiavitù, dello stesso, sulla nostra vita e sui nostri rapporti.
A un certo punto le persone hanno cominciato a cercarsi per comunicare, fare un sorriso e una battuta in compagnia anche se a distanza.
Il disegno di una macchinazione per portarci a provare un’immensa paura della morte, tipica dei momenti di crisi del passato come le guerre, le carestie e i periodi di oppressione come l’inquisizione, ha mostrato una crepa. Ogni animale se minacciato scappa, lotta o si congela (il famoso fight or flight or freeze). E noi siamo stati frizzati con la forza e forse è stato questo che non ha funzionato. Un animale non può essere congelato con la forza, almeno un animale come l’Uomo.
Nelle strategie di difesa animale, l’immobilizzarsi fa parte di alcune razze ma non dei mammiferi e neanche dei primati ancor prima dell’uomo. I mammiferi se possono scappano, se possono lottano, ma non si congelano per aspettare il colpo di grazia – a meno che non siano sedati.
I popoli stanno reagendo com’è naturale che facciano: lottano.
Proprio in questi giorni si sta assistendo ad un fenomeno che è sicuramente frutto di questa crisi. Le persone si stanno aggregando di nuovo sotto nuove forme che “non scompariranno, dopo la crisi, ne lasceranno un sedimento”, e useranno la tecnologia per stare insieme per motivi più profondi del chiacchierare e basta.
I popoli si stanno rendendo conto che esiste qualcuno che sta guidando il loro futuro in una direzione che non è stata concordata, ma imposta come le cure a questo virus. I principali mezzi di comunicazione ci hanno martellato e continuano a farlo, sull’unica possibilità di uscire da questa crisi sanitaria, ma la soluzione a molti non piace non perché non sia valida ma perché si paventa l’idea di imporla senza regole.
Allora le coscienze libere all’interno della medicina hanno tirato fuori altre soluzioni con altrettanta fermezza e autorevolezza. Il popolo non ci sta!
Il mondo di internet finalmente è stato usato per una causa giusta. Le coscienze di tutti hanno l’innata capacità di riconoscersi quando vengono a contatto fra loro. Noi abbiamo saputo riconoscere quei medici che hanno lavorato in maniera disinteressata anzi interessata solo al bene dei loro pazienti. In cuor nostro abbiamo capito che quella era una strada corretta, abbiamo riconosciuto le parole che questi medici ci dicevano e le abbiamo accettate senza usare la mente. Abbiamo visto il loro atteggiamento tranquillo ma deciso e ci ha convinto senza parlare.
Io non ho nessuna esperienza di guerra o dopoguerra, ma in questo momento riconosco il concetto di coscienza collettiva. Vedo con gli occhi e sento sulla pelle come la comunicazione della coscienza agli altri arriva con una frequenza ben precisa e se dentro di noi abbiamo qualcosa di simile, per una legge universale della similitudine, questa comincia a vibrare e ti dice: “Sì, questo è giusto e va aiutato, va sostenuto”.
Capisco ora cosa vuol dire avere dentro la fiammella che arde. Coloro che stanno sostenendo medici, ricercatori o persone comuni che stanno facendo la cosa giusta hanno dentro la fiammella che arde e la luce che diffonde è una particolare vibrazione, un suono che arriva ai cuori delle persone simili, e si propaga come una serie di onde che si potenziano ogni volta che ne incontrano una nuova. L’immagine di quello che possono fare le coscienze libere e illuminate è potentissima, è quello che qualcuno su questo pianeta non vuole che avvenga perché sanno benissimo che se una fiammella ne raggiunge un’altra, le onde di luce che si creano non si sommano ma si moltiplicano; il loro sviluppo non è algebrico ma esponenziale. Se volessimo vederlo in una formula potrebbe essere che ogni fiammella raddoppia sia il numero che l’esponente. Perciò potrebbe essere: 11 – 22 – 33 – 44 – 55 – 66 – 77, e così via. Facendo il calcolo, l’effetto del risultato è: 1 – 4 – 27 – 256 – 3125 – 46656 – 823543… e ci siamo fermati a sette.
Già dopo la terza persona sono stato costretto a prendere la calcolatrice per andare avanti. Una persona singola ha un esponente 1 e rimane uno, che non vuol dire che non vale niente. Immaginate, però, che i numeri che vedete siano candele all’interno di una stanza: se avessimo una candela quanta luce farebbe? – Certo, dipende anche dalla grandezza della candela…ovvio. Pensate, allora, al risultato di un potenziale di 823.543 candele nella stessa stanza: ci sarebbe talmente tanta luce che basterebbe ad illuminare non solo la stanza ma forse tutto il quartiere. Questo può farci comprendere la potenza di un popolo e di una razza consapevole. I numeri di quello che possono fare le persone quando cominciano a vibrare nella maniera giusta sono impressionanti. Quando dicono che come persone siamo potentissime, è vero e qualcuno spera che noi dimentichiamo tutto questo per un motivo molto semplice: questo meccanismo esponenziale funziona per qualsiasi tipo di energia che noi produciamo. Pensate, numeri alla mano, quanto possiamo essere distruttivi quando abbiamo paura, o rabbia oppure odio. I numeri diventano sempre altissimi. In questo momento storico le coscienze hanno questa possibilità di mantenere la loro luce accesa e fare da riferimento alle altre che non avranno bisogno di intermediari per capire cosa succede. Sapranno che è la cosa giusta. Una mia amica mi ha scritto una volta chiedendomi: “Con tutto quello che stanno dicendo, non si sa più chi ascoltare”, e mi chiedeva un parere su chi potesse essere ascoltato, chi potesse essere attendibile. Le ho risposto semplicemente: il cuore.
Lei ha capito immediatamente e si è calmata. Lì, ho visto la nostra vera forza. Lì, ho visto chi siamo. E lì ho visto come questo fenomeno si sta espandendo in molte persone: in quelle che sostengono i medici coscienziosi, in quelli che aiutano gli altri, in quelli che si associano perché è giusto farlo per aiutare, in quelli che non si fanno abbattere dalle parole vuote, in quelli che hanno capito che la dignità è una cosa che ci appartiene e che non possono portarci via.
I popoli sono la vera forza di un mondo, nel bene e nel male. Questa è la cosa più importante da comprendere: siamo noi che facciamo girare il mondo, non i vertici. Se i popoli non collaborano, i vertici possono fare poche cose: sterminarci o scendere a patti con noi. Questa è la nostra possibilità: non barattare la nostra unione di coscienze con niente. E se in passato lo abbiamo fatto pazienza, abbiamo sbagliato. Adesso è diverso.
Il sistema di controllo dei popoli è artificiale! Questo si percepisce molto bene e non ci piace perché non ci illumina, anzi, oscura! Solo il nostro passato di fallimenti ce lo fa accettare perché è già registrato nella nostra memoria antica e inconscia e ha già abdicato. Ma questo non è il presente. Adesso ci siamo noi, i noi di oggi e noi oggi quella luce la rivogliamo.
Lorenzo Ferrante Liberamente tratto da Gruppo Rebis
International brothers and sisters standing in a circle together and holding hands as a symbol for peace and the world communities
“La nostra rivista è sorta per difendere dei principî che per noi sarebbero assolutamente gli stessi, sia che ci trovassimo in un regime fascista, sia che ci trovassimo in un regime comunista, anarchico o democratico. In sé questi principî sono superiori al piano politico; ma applicati al piano politico , essi possono essere superiori solo dare luogo ad un ordine di differenzazioni qualitative, quindi di gerarchica, quindi anche di autorità e di Imperium nel senso più ampio. E veniva aggiunto a mo’ di chiosa . Nella misura in cui il fascismo segua e difenda tali principî, in questa stessa misura noi possiamo considerarci fascisti. E questo è tutto”