Cina: al via conferenza sulla cultura confuciana

(XINHUA) – JINAN, 27 SET 2020

Una conferenza sulla cultura confuciana si è aperta oggi nella città di Qufu, nella provincia orientale cinese dello Shandong, luogo di nascita del saggio cinese.
    La sesta edizione della Conferenza Nishan sulle Civiltà Mondiali ha richiamato 150 accademici dal Paese e dall’estero, più di 40 dei quali hanno partecipato alla conferenza online a causa dell’epidemia di COVID-19, per discutere l’antica saggezza del confucianesimo ed esplorare il futuro luminoso degli esseri umani.
    L’evento ha coinciso con il Festival Culturale Internazionale di Confucio (Qufu) della Cina del 2020. Nell’arco dei due giorni della conferenza si terranno incontri ad alto livello, due discorsi a tema e una serie di forum.
    “Esploreremo congiuntamente i modi per integrare tutti i tipi di civiltà per contribuire saggezza e costruire una comunità dal futuro condiviso per l’umanità”, ha detto Jin Nuo, presidente del Centro Internazionale Nishan per gli Studi Confuciani.
    Confucio (551-479 a.C.), educatore e pensatore, ha influenzato innumerevoli generazioni della società cinese.
    (XINHUA)

Liberamente tratto da Ansa.it

Statua di Confucio

La geopolitica della Terza Roma

di Aleksandr Dugin

Il territorio della Russia contemporanea, prima dell’Unione Sovietica (URSS) e prima ancora dell’Impero russo, costituisce l’Heartland; cioè il nucleo terrestre (tellurocratico) dell’intero continente eurasiatico. Mackinder, considerato il padre della geopolitica, chiama questa zona “il perno geografico della storia”. L’Heartland non è una caratteristica della cultura degli slavi orientali, ma nel corso del loro processo storico, i russi si sono trovati in questa posizione e hanno assunto un carattere di civiltà continentale terrestre. […]

Precedentemente, le etnie slave orientali e la Rus’ di Kiev erano solo la periferia della civiltà cristiana orientale ortodossa ed erano nella sfera d’influenza dell’Impero Bizantino. Dopo l’invasione dell’Orda mongolica, la Rus’ fu incorporata nella costruzione geopolitica eurasiatica dell’impero nomade terrestre di Gengis Khan (in seguito ad ovest si separò una parte, nella forma dell’Orda d’Oro). La caduta di Costantinopoli e l’indebolimento dell’Orda d’Oro resero il grande Zarato Moscovita un erede di due tradizioni: quella politica e religiosa bizantina e quella tradizionale eurasiatica, che passò dai mongoli ai Gran Principi russi (e più tardi agli Zar). Dopo il crollo dell’Orda, la Rus Moscovita intraprese un lento percorso volto non solo a ripristinare lo stato di Kiev, ma anche ad integrare tutto il Turan, incarnato in una nuova – e questa volta russa – versione di Eurasia integrata, intorno al suo nucleo, l’Heartland continentale. Da quel momento in poi, i russi hanno iniziato a considerarsi come “la Terza Roma”, i portatori di uno speciale tipo di civiltà, in netto contrasto, in tutti i suoi parametri fondamentali, con la civiltà cattolica dell’Europa occidentale.

A partire dal XV secolo, i russi sono emersi sulla scena della storia mondiale come una “civiltà di Terra”, e tutte le linee di forza geopolitiche fondamentali della sua politica estera da lì in poi hanno avuto un solo obiettivo: l’integrazione dell’Heartland, il rafforzamento della sua influenza nella zona dell’Eurasia nord-orientale, e l’affermazione della sua identità di fronte ad un avversario molto più aggressivo, l’Europa occidentale, che prendeva coscienza del proprio ruolo di “civiltà di Mare” o talassocrazia. […] Sotto diverse ideologie e sistemi politici, la Russia ha intrapreso stabilmente la via del controllo dell’Eurasia dall’interno, dalla posizione del nucleo intracontinentale. A partire dalla fine del XVIII secolo, si scontrò in questa sua espansione con l’Impero britannico, l’incarnazione della civiltà globale del Mare. In questo duello tra la Russia e l’Inghilterra si manifesta, dal XVIII secolo fino ad oggi, la logica geopolitica della storia del mondo, “la grande guerra dei continenti”, la battaglia tra il Behemoth terrestre e il Leviatano marittimo (nei termini di Carl Schmitt). Nel XX secolo, questo scontro lasciò agevolmente il posto ad un altro scontro – su un livello ideologico totalmente inedito – con il nuovo polo marittimo globale, gli Stati Uniti d’America. Durante il periodo sovietico, la grande guerra dei continenti raggiunse il suo apice: l’influenza della civiltà della Terra nella forma dell’URSS si estese ben oltre i confini dell’Impero Russo e oltre i confini del continente eurasiatico in Africa, America Latina e Asia. Proprio questo vettore di espansione continentale, e successivamente globale, effettuata nel nome dell’Heartland, della tellurocrazia e della civiltà della Terra, è il “senso spaziale” (Raumsinn) della storia russa. […]

Questo significato geopolitico rimane, nel complesso, inalterato in tutte le fasi della storia russa: dallo Zarato Moscovita passando per la Russia dei Romanov di San Pietroburgo e l’Unione Sovietica fino all’odierna Federazione Russa. Nel corso della storia politica russa, tutte queste forme politiche, che hanno differenze qualitative e sono fondate su principi ideologici diversi e talvolta in diretto contrasto, hanno avuto una serie di tratti comuni. Ovunque, vediamo l’espressione politica degli assetti sociali tipici di una società di tipo continentale, “terrestre”, orientata verso valori gerarchici, verticali, “eroici” e “spartani”. Dal XV secolo al XXI secolo, la Russia è stata – e continua ad essere – un polo globale della “civiltà della Terra”, una Roma continentale. […]

Sulla base di tale analisi della geopolitica della Russia, possiamo fare una valutazione geopolitica della situazione attuale e tracciare il vettore del suo futuro geopolitico.

È evidente che la posizione geopolitica della Russia dopo le riforme di Gorbaciov, il crollo dell’URSS e il periodo della presidenza Eltsin è stata quella di un passo indietro quasi catastrofico, una retromarcia, un fallimento della matrice geopolitica che si era dispiegata attraverso tutte le fasi precedenti senza eccezioni nella direzione dell’espansione spaziale. […] La normalizzazione del vettore storico naturale della Russia si è verificata solo con l’avvento al potere di Putin, quando il processo di collasso – e quindi la morte definitiva della Russia – è stato arrestato o almeno rinviato. […]

Il futuro geopolitico della Russia è oggi in discussione, dal momento che il suo presente geopolitico è in discussione. Nella stessa Russia, all’interno della sua élite politica, è in atto uno scontro celato tra il nuovo occidentalismo (atlantismo) e l’attrazione verso le costanti della storia russa (che necessariamente ci conduce all’eurasiatismo). […] Per superare questa situazione sono necessari sforzi molto seri e persino straordinari nei campi più disparati, compresa la mobilitazione sociale e ideologica. Ma questo, a sua volta, richiede una personalità volitiva ed energica a capo dello stato, un nuovo tipo di classe dirigente e una nuova forma di ideologia. Solo in questo caso il principale vettore geopolitico della storia russa si estenderà nel futuro.

Se assumiamo che questo accadrà nell’immediato futuro, possiamo supporre che la Russia assumerà il ruolo guida nella costruzione di un mondo multipolare, procederà alla costruzione di un sistema versatile di alleanze su scala globale volto a minare l’egemonia americana, e riemergerà come potenza planetaria nell’organizzazione di un concreto modello multipolare principalmente su nuove fondamenta, coinvolgendo una vasta pluralità di civiltà, valori, strutture economiche, ecc. […] Ma non possiamo escludere che gli eventi si svolgeranno secondo uno scenario alternativo, e che la prolungata crisi continuerà. In questo caso, la sovranità della Russia si indebolirà nuovamente, la sua integrità territoriale sarà messa in discussione, e i processi di degenerazione della classe dirigente e lo stato depressivo delle grandi masse eroderanno la società dall’interno. Questo, in combinazione con le efficaci politiche attuate dalla civiltà del Mare e dalle sue reti di influenza in Russia, potrà portare alle conseguenze più devastanti. […] In questo senso, è del tutto appropriata la formula: “la Russia sarà grande o non sarà affatto.” Se essa non inizierà un nuovo ciclo di ascensione, sarà costretta ad entrare in un nuovo ciclo di declino. Non possiamo escludere la sua scomparsa dalla mappa; dopo tutto, la grande guerra dei continenti è la guerra nella forma più autentica, in cui il prezzo della sconfitta è la scomparsa. Non dovremmo tuttavia concentrarci troppo su questa cupa prospettiva, dal momento che il futuro è aperto e dipende in gran parte dagli sforzi intrapresi nel presente. Come disse lo scrittore e pensatore politico italiano Curzio Malaparte, “nulla è perduto finché tutto non è perduto”.

Liberamente tratto da Ereticamente.net

La geopolitica della Terza Roma

Dalla geografia sacra alla geopolitica

di Aleksandr Dugin

La geopolitica come scienza “intermedia”
Le concezioni geopolitiche sono divenute da molto tempo i maggiori fattori delle politiche moderne. Esse si muovono tenendo conto di principi generali per analizzare facilmente la situazione di un particolare paese o regione.
La geopolitica nella sua forma presente è senza dubbio una scienza di questo mondo, “profana”, secolarizzata. Ma forse, tra tutte le scienze moderne, essa conserva in sé la maggiore connessione con la Tradizione e con le scienze tradizionali. René Guénon ha detto che la chimica moderna è l’esito della desacralizzazione di una scienza tradizionale – l’alchimia — come la moderna fisica lo è della magia. Esattamente allo stesso modo uno potrebbe dire che la moderna geopolitica è il prodotto della laicizzazione e della desacralizzazione di un’altra scienza tradizionale – la geografia sacra. Ma poiché la geopolitica sostiene un ruolo speciale tra le scienze moderne, ed è spesso considerata come una “pseudo-scienza”, la sua profanizzazione non è ancora così compiuta e irreversibile, come nel caso della chimica e della fisica. La connessione con la geografia sacra è qui visibile piuttosto distintamente. Perciò è possibile affermare che la geopolitica si trova in una posizione intermedia tra la scienza tradizionale (geografia sacra) e la scienza profana.

Terra e mare
I due concetti primari della geopolitica sono la terra e il mare. Proprio questi due elementi – Terra e Acqua – stanno alle radici di ogni rappresentazione qualitativa umano dello spazio terrestre. Tramite l’esperienza della terra e del mare, di terra e acqua, l’uomo entra in contatto con gli aspetti fondamentali della sua esistenza. La terra è stabilità, gravità, fissità, spazio in quanto tale. L’acqua è mobilità, leggerezza, dinamicità, tempo.
Questi due elementi sono in essenza le manifestazioni più evidenti della natura materiale del mondo. Essi si trovano al di fuori dell’uomo: tutto è pesante e fluido. Essi si trovano inoltre all’interno di esso: corpo e sangue. (la stessa cosa succede pure a livello cellulare.)
L’universalità dell’esperienza di terra e acqua genera il concetto tradizionale di Firmamento, dal momento che la presenza delle Acque Superiori (origine della pioggia) nel cielo implica anche la presenza di un simmetrico e necessario elemento-terra, territorio, la volta celeste. Ad ogni modo, Terra, Mare, Oceano, sono in essenza le maggiori categorie dell’esistenza terrestre, e per l’umanità è impossibile non vedere in esse alcuni attributi di base dell’universo. Come i due termini di base della geopolitica, essi conservano il loro significato sia per civiltà di tipo tradizionale che per forme esclusivamente moderne di stati, popoli e blocchi ideologici. A livello di fenomeni geopolitici globali, Terra e Mare hanno generato i termini: talassocrazia e tellurocrazia, rispettivamente “potere per mezzo del mare” e “potere per mezzo della terra”.
La forza di uno stato e di un impero è basata sullo sviluppo preferenziale di una di queste categorie. Gli imperi sono o “talassocratici” o “tellurocratici”. Quelli implicano l’esistenza di un paese madre e di colonie, questi di una capitale e di province su una “terra comune”. Nel caso della “talassocrazia” il suo territorio non è unificato nello spazio di una terra – cosa che crea un elemento di discontinuità. Il mare – qui stanno sia la forza che la debolezza del “potere talassocratico”. La “tellurocrazia”, viceversa, ha la qualità di una continuità territoriale.
Ma le logiche geografiche e cosmologiche complicano subito lo schema apparentemente semplice di questa divisione: la coppia “terra-mare”, per reciproca sovrapposizione dei suoi elementi, dà vita alle idee sìdi “terra marittima” e di “acqua terrestre”. La terra marittima è l’isola, la base dell’impero marittimo, il polo della talassocrazia. Acque terrestri o acque interne alla terra sono i fiumi, che predeterminano lo sviluppo di imperi terrestri. Proprio sul fiume si situa la città, che è la capitale, il polo della tellurocrazia. Questa simmetria è simbolica, economica e geografica nello stesso tempo. E’ importante notare che lo status di Isola e Continente è definito non tanto sulla base della loro grandezza fisica, quanto sulla base della peculiare coscienza tipica della popolazione. Così la geopolitica degli Stati Uniti ha un carattere insulare, nonostante la dimensione dell’America del Nord, mentre l’insulare Giappone rappresenta geopoliticamente un esempio di mentalità continentale, etc.
Un ulteriore dettaglio è rilevante: la talassocrazia storica è collegata all’Occidente e all’Oceano Atlantico, mentre la tellurocrazia all’Oriente ed al continente eurasiano. (L’esempio precedentemente citato del Giappone è spiegato, dalla più forte “attrattiva” dell’Eurasia.)
Talassocrazia e Atlantismo divennero sinonimi ben prima dell’espansione coloniale della Gran Bretagna o delle conquiste Portoghesi-Spagnole. Già sin dall’inizio delle ondate migratorie marittime, i popoli dell’Occidente e le loro culture iniziarono la loro Marcia ad Oriente dai centri localizzati sull’Atlantico. Anche il Mediterraneo crebbe da Gibilterra al Vicino Oriente, piuttosto che nell’altro senso. E al contrario, scavi nella Siberia Orientale e in Mongolia provano che esattamente qui vi furono i più antichi centri di civiltà – il che significa, che le terre centrali del continente furono la culla dell’umanità eurasiana.

Simbolismo del paesaggio
Oltre queste due categorie globali – Terra e Mare — la geopolitica opera anche con definizioni più particolari. Tra le realtà talassocratiche, vi è una differenziazione tra formazioni marine e oceaniche.
Così, ad esempio, la civiltà marina del Mar Nero o del Mare Mediterraneo sono qualitativamente piuttosto diverse dalla civiltà degli oceani, così come le potenze insulari e i popoli che dimorano sulle rive dell’oceano aperto. Divisioni più particolari esistono anche tra le civiltà dei fiumi e quelle dei laghi, collegate ai continenti.
Anche la tellurocrazia ha le sue forme particolari. Così è possibile distinguere una civiltà della Steppa e una civiltà della Foresta, una civiltà delle Montagne e una civiltà delle Pianure, una civiltà del Deserto e una civiltà del Ghiaccio. Le varietà di paesaggio nella geografia sacra sono intese come complessi simbolici collegati alla specificità dell’ideologia dello stato, religiosa ed etica dei differenti popoli. E anche nel caso in cui si tratti di una religione universalistica ed ecumenica, la sua concreta manifestazione nell’uno o l’altro popolo, razza o stato sarà egualmente soggetta ad adattarsi in base al contesto locale sacro-geografico.
Il deserto e la steppa rappresentano il microcosmo geopolitico dei nomadi. Precisamente nei deserti e nelle steppe la tendenza tellurocratica raggiunge il suo culmine, dal momento che il fattore “acqua” è qui presente in misura minima. Gli imperi del Deserto e della Steppa dovrebbero logicamente essere la testa di ponte geopolitica della tellurocrazia.
Come esempio dell’impero della Steppa, uno dovrebbe considerare quello di Gengis Kahn, mentre un tipico esempio dell’impero del Deserto è il califfato arabo, sorto sotto la diretta influenza dei nomadi.
Le montagne e le civiltà delle montagne rappresentano spesso l’arcaico, il frammentario. I paesi di montagna non solo non sono fonti di espansione; al contrario, vi sono concentrate le vittime dell’espansione geopolitica di altre forze tellurocratiche. Nessun impero ha il suo centro in regioni montane. Da qui il motivo così spesso ripetuto della geografia sacra: “le montagne sono popolate da demoni”. D’altra parte, l’idea della conservazione sulle montagne di residui di antiche razze e civiltà è dimostrata dal fatto che i centri sacri della tradizione erano situati precisamente su montagne. E’ anche possibile dire che nelle tellurocrazie una montagna corrisponde a del potere spirituale.
La logica combinazione di entrambe i concetti – la montagna come immagine ieratica e la pianura come immagine regale – divenne il simbolismo della collina, una piccola o media altura. La collina è un simbolo della potenza imperiale che sorge al di sopra del livello secolare della steppa, ma non raggiunge il limite del potere supremo (come nel caso delle montagne). Una collina è un luogo dove può abitare un re, un conte, un imperatore, ma non un sacerdote. Tutte le capitali dei grandi imperi tellurocratici sono situati su una collina o su colline (spesso su sette colli – il numero dei pianeti; o su cinque – il numero degli elementi, compreso l’etere; e così via).
La foresta nella geografia sacra è vicina alla montagna in un preciso senso. Il simbolismo dell’albero è correlato al simbolismo della montagna (sia questa che quello designano l’asse del mondo). Perciò nelle tellurocrazie anche la foresta assume una funzione marginale – essa è il “luogo dei sacerdoti” (druidi, maghi, eremiti), ma anche allo stesso tempo il “luogo dei demoni”, residui arcaici di un passato scomparso. Neppure la zona della foresta può essere il centro di un impero terrestre.
La tundra rappresenta l’analogo nordico della steppa e del deserto, sebbene il clima freddo la renda molto meno significativa dal punto di vista geopolitico. Questa perifericità raggiunge il suo culmine nei ghiacci che, similmente alle montagne, sono zone profondamente arcaiche. E’ indicativo che la tradizione shamanica eschimese comporti il partire da solo tra i ghiacci, dove per il futuro shamano è aperto il mondo dell’al di là. Perciò, i ghiacci sono una zona ieratica, la soglia di un altro mondo.
Da queste primarie e più generali caratteristiche della mappa geopolitica, è possibile definire le varie regioni del pianeta a seconda della loro qualità sacra. Questo metodo può anche essere applicato alle configurazioni locali del paesaggio a livello di singoli paesi o anche di singole località. E’ anche possibile tracciare le affinità di ideologie e tradizioni dei popoli (apparentemente) più diversi, nel caso in cui il paesaggio naturale sia lo stesso.

Oriente e Occidente nella geografia sacra
I punti cardinali hanno nel contesto della geografia sacra una speciale caratteristica qualitativa. Nelle varie tradizioni e nei vari periodi di queste tradizioni, il quadro della geografia sacra può variare secondo le fasi cicliche dello sviluppo di una data tradizione. Perciò anche la funzione simbolica dei Punti cardinali spesso muta. Senza entrare nei dettagli, è possibile formulare la legge più universale della geografia sacra con il riferimento a Oriente e Occidente.
La geografia sacra, sulla base del “simbolismo spaziale” tradizionalmente considera l’Oriente come la “terra dello Spirito”, il paradiso, la terra della pienezza, dell’abbondanza, la terra Sacra originaria nella sua più piena e perfetta accezione. In particolare, questa idea è rispecchiata nella Bibbia, dove viene trattata la disposizione orientale dell’ “Eden”. Precisamente tale significato è peculiare di entrambe le tradizioni abramiche (Islam e Giudaismo), e anche di molte tradizioni non abramiche – cinese, indù e iraniana. “L’Oriente è la dimora degli dei”, recita la sacra formula degli antiche Egizi, e la stessa parola est (“neter” in egizio) significò contemporaneamente “dio”. Dal punto di vista del simbolismo naturale, l’Oriente è il luogo ove sale “vos-tekeat” (in russo) il sole, Luce del Mondo, simbolo materiale della Divinità e dello Spirito.
L’Occidente ha un significato simbolico opposto. E’ il “paese della morte”, il “mondo senza vita”, “la terra verde” (come lo chiamavano gli antichi Egizi). L’occidente è “l’impero dell’esilio”, “la fossa dei reietti”, secondo l’espressione della mistica islamica. L’Ovest è “l’anti-oriente”, il paese di “zakata” (in russo), decadenza, degradazione, transizione dal manifestato al non manifestato, dalla vita alla morte, dalla pienezza alla penuria, etc. L’Occidente (Zapad, in russo) è il luogo dove il sole se ne va, dove “si inabissa” (za-padaet).
Secondo date logiche del naturale simbolismo cosmico, le tradizioni antiche organizzavano il loro “spazio sacro”, fondavano i loro centri di culto, luoghi di sepoltura, templi ed edifici, e interpretavano le configurazioni naturali e “civili” dei territori geografici, culturali e politici del pianeta. In questo modo, la struttura stessa di migrazioni, guerre, iniziative varie, ondate demografiche, costituzioni di imperi, etc., era definita dalla originale, pragmatica logica della geografia sacra. Lungo l’asse Est-Ovest furono tracciati popoli e civiltà, in possesso di caratteri gerarchici – più vicini all’Oriente furono quelli più prossimi al Sacro, alla Tradizione, alla ricchezza spirituale. Più vicini all’Occidente, quelli spiritualmente più decaduti, degradati e morenti.
Naturalmente questa logica non è assoluta, ma nello stesso tempo non è nemmeno minore o relativa – come oggi viene erroneamente considerata da molti studiosi “profani” di antiche religioni e tradizioni. Sul piano concreto, la logica sacra e il conseguente simbolismo cosmico furono molto più consapevolmente realizzati, compresi e praticati dai popoli antichi, di quello che oggi si pensi. E anche nel nostro mondo profano, a un livello “inconscio” sono quasi sempre preservati degli archetipi di geografia sacra nella loro integrità, e vengono risvegliati nei momenti più rilevanti e critici dei cataclismi sociali.
Così la geografia sacra afferma univocamente la legge dello “spazio qualitativo”, in cui l’Oriente rappresenta il simbolico “più” ontologico, e l’Occidente il “meno” ontologico. Secondo la tradizione cinese, l’Est è lo Yang, il maschile, la luce, il principio solare, e l’Ovest è lo Yin, il femminile, il buio, il principio lunare.

Oriente e Occidente nella moderna geopolitica
Osserveremo come questa logica sacro-geografica sia rispecchiata nella geopolitica che, essendo esclusivamente una scienza moderna, è focalizzata solo sulla situazione fattuale, lasciando fuori dalla struttura i principi più sacri.
La geopolitica nelle sue formulazioni originali di Ratzel, Kjellen e Mackinder (e in seguito di Haushofer e degli eurasisti russi) si asteneva proprio dal collegare le strutture dei differenti tipi di civiltà e stati alla loro disposizione geografica. I geopolitici fissarono il fatto di una differenza fondamentale tra i poteri “insulare” e “continentale”, tra forme di civiltà “occidentali”, “progressiste” e forme culturali “orientali, “dispotiche” e “arcaiche”. Poiché in generale la questione dello Spirito nella sua portata metafisica e sacra non si è mai posta nella scienza moderna, i geopolitici la lasciarono da parte, preferendo valutare la situazione in termini differenti, più moderni, piuttosto che attraverso i concetti di “sacro” e “profano”, “tradizionale” e “antitradizionale”, etc.
I geopolitici fissarono negli ultimi secoli le differenze maggiori tra lo sviluppo politico, culturale e industriale di Orientali e Occidentali. Il quadro finale è il seguente. L’Occidente è il centro dello sviluppo “materiale” “tecnologico”. A livello ideologico-culturale, vi è prevalenza delle tendenze liberal-democratiche, delle visioni del mondo individualistiche e umanistiche. A livello economico, la priorità è data al commercio ed alla modernizzazione tecnologica. In Occidente apparvero per la prima volta teorie di “progresso”, “evoluzione”, “sviluppo progressivo della storia”, completamente aliene al mondo tradizionale orientale (e pure in quei periodi della storia occidentale, quando anche lì esisteva una rigorosa tradizione sacra, come, in particolare, nel Medio Evo). La coercizione a livello sociale acquistò in Occidente solo un carattere economico e la Legge dell’Idea della Forza fu gradualmente sostituita dalla Legge della Moneta. Gradualmente una peculiare “Ideologia Occidentale” fu espressa nella formula universale dei “diritti umani”, che divenne un principio dominate nella maggior parte delle regioni occidentali del pianeta – Nord America e innanzi tutti Stati Uniti. A livello industriale, a questa ideologia corrispose l’idea di “paesi sviluppati”, e a livello economico il concetto di “libero mercato”, di “liberismo economico”. L’intero aggregato di queste strutture, con l’aggiunta dell’integrazione puramente militare, strategica dei differenti settori della civiltà occidentale è definito oggi dal concetto di “atlantismo”. Nel secolo scorso i geopolitici parlavano di un “tipo anglosassone di civiltà” o di”democrazia capitalista, borghese”. In questo tipo “atlantista” la formula dell’ “Occidente geopolitico” trova la sua più incarnazione più pura.
L’Oriente geopolitico rappresenta in se stesso la netta opposizione all’Occidente geopolitico. Invece della modernizzazione economica, qui (nei paesi non sviluppati) prevalgono tradizionali, arcaici modi di produzione di tipo corporativo, manufatturiero. Invece della costrizione economica, più spesso lo stato usa la coercizione “morale” o semplicemente fisica (Legge dell’Idea e Legge della Forza). Invece della “democrazia” e dei “diritti umani” l’Oriente gravita su totalitarismo, socialismo e autoritarismo, vale a dire vari tipi di regimi sociali, la sola struttura comune dei quali è che il centro dei loro sistemi non è l’ “individuo”, l’ “uomo” con i suoi “diritti” e il suo peculiare “valore individuale”, ma qualcosa di sovraindividuale, di sovraumano – sia esso la “società”, la “nazione”, il “popolo”, l’ “idea”, la “weltanschauung”, la “religione”, il “culto del leader”, etc. L’Est oppose alla democrazia liberale occidentale i più vari tipi di società non liberali, non individualistiche – dalla monarchia autoritaria fino alla teocrazia e al socialismo. Inoltre, da un puro tipologico punto di vista geopolitico, la specificità politica di questo o quel regime era secondaria in rapporto alla distanza qualitativa tra ordine “occidentale” (= “individualista-mercantile”) e ordine “orientale” (= “sovraindividuale – basato sulla forza”). Le forma rappresentative di tale civiltà antioccidentale sono state (o sono) l’URSS, la Cina comunista, il Giappone fino al 1945 o l’Iran di Khomeini.
E’ curioso osservare che Rudolf Kjellen, il primo autore a usare il termine “geopolitica”, illustrò la differenza tra Occidente e Oriente in questo modo. “Una tipica frase preferita degli Americani, — scrisse Kjellen – è “andare avanti”, che significa letteralmente “in avanti”. In essa si specchia l’interiore, naturale ottimismo geopolitico e il “progressismo” della civiltà americana, in quanto estrema forma del modello occidentale. I Russi usualmente ripetono la parola “nechego” [niente] (in Russo nel testo Kjellen – N.d.A.). In essa sono espressi “pessimismo”, “contemplazione”, “fatalismo” e “aderenza alla tradizione”, tutti aspetti peculiari dell’Oriente “.
Se noi ora ritorniamo al paradigma della geografia sacra, noi vedremo la diretta contraddizione tra le priorità della moderna geopolitica (concetti come “progresso”, “liberalismo”, “diritti umani”, “ordine mercantile” etc., sono oggi termini positivi per la maggioranza delle persone) e le priorità della geografia sacra, che valuta i vari tipi di civiltà da un punto di vista completamente opposto (concetti come “spirito”, “contemplazione”, “rassegnazione alla forza e all’idea sovrumana”, “ideocrazia” etc., erano esclusivamente posiviti nelle civiltà sacre, e così rimangono ancora oggi per i popoli orientali a livello di “inconscio collettivo”). Così la moderna geopolitica (eccettuati gli eurasisti russi, i discepoli tedeschi di Haushofer, i fondamentalisti islamici, etc.) valuta il quadro mondiale da una prospettiva opposta di quella della geografia sacra. Ma così entrambe le scienze convergono nella descrizione delle leggi fondamentali del quadro geografico delle civiltà.

Nord sacro e Sud sacro
Oltre al determinismo sacro-geografico sull’asse Est-Ovest, un problema estremamente rilevante è rappresentato dall’altro asse di orientamente verticale, l’asse Nord-Sud. Qui, così come in tutti i casi restanti, le leggi della geografia sacra, il simbolismo dei punti cardinali e i relativi continenti, hanno la loro diretta analogia nel complesso geopolitico del mondo, sia accumulata nel corso del processo storico, sia consapevolmente e artificialmente formata come risultato di azioni progettate dai leader di tale o talaltra formazione geopolitica. Dal punto di vista della “tradizione integrale”, la differenza tra “artificiale” e “naturale” è generalmente piuttosto realativa, dal momente che la Tradizione non ha mai conosciuto niente di simile al dualismo cartesiano o kantiano, che separano nettanente il “soggettivo” dall’ “oggettivo” (“fenomenico” e “noumenico”). Perciò il determinismo sacro di Nord e Sud non è solo un fattore climatico fisico, naturale (cioè qualcosa di “oggettivo”) o solo un’ “idea”, un “concetto” generato dalle mente di un individuo o di un altro (cioè qualcosa di “soggettivo”), ma qualcosa di un terzo tipo, al di là sia del polo oggettivo che di quello soggettivo. Uno potrebbe dire che il Nord sacro, l’archetipo del Nord, si divide nella storia da un parte nel paesaggio naturale nordico, dall’altra nell’idea del Nord, nel “nordismo”.
Il più antico e originario strato della Tradizione afferma univocamente il primato del Nord sul Sud. Il simbolismo del Nord si riferisce all’Origine, ad un originario paradiso nordico, da dove ebbero origine tutte le civiltà umane. Gli antichi testi iranici e zoroastriani parlano del paese nordico di “Aryiana Vaeijao” e della sua capitale “Vara”, da cui gli antichi iraniani furono allontanati dalla glaciazione, mandata loro da Ariman, spirito del Male e avversario del luminoso Ormudz. Anche gli antichi Veda parlano del paese del Nord come della dimora ancestrale degli Hindu, di Sveta-dipa, la Terra Bianca dell’estremo nord.
Gli antichi greci parlavano di Hyperborea, l’isola del Nord con capitale Thule. Questa terra era considerata la terra madre del luminoso Apollo. E in molte altre tradizioni è possibile scoprire antichissime tracce, spesso dimenticate e divenute frammentarie, di un simbolismo nordico. L’idea di base tradizionalmente legata al Nord è l’idea del Centro, del Polo Immobile, punto di Eternità attorno cui ruota il ciclo non solo dello spazio, ma anche del tempo. Il Nord è la terra dove il sole non tramonta mai, uno spazio di luce eterna. Tutte le tradizioni sacre onorano il Centro, il Mezzo, il punto dove ogni contrasto si placa, il luogo simbolico non soggetto alle leggi dell’entropia cosmica. Questo Centro, il cui simbolo è lo Swastika (che sottolinea sia l’immobilità e la stabilità del Centro che la mobilità e la mutevolezza della periferia), ricevette nomi diversi a seconda della tradizioni, ma fu sempre direttamente o indirettamente collegato al simbolismo del Nord. Perciò è possibile affermare che tutte le tradizioni sacre sono in essenza la proiezione di una Singola Primordiale Tradizione Nordica adattata a ogni differente condizione storica. Il Nord è il Punto Cardinale scelto dal Logos primordiale per rivelarsi nella Storia, e ognuna delle sue successive manifestazioni reintegrò solamente questo simbolismo primordiale polare-paradisiaco.

La geografia sacra correla il Nord a spirito, luce, purezza, completezza, unità, eternità.
Il Sud simboleggia qualcosa di direttamente opposto – materialità, oscurità, mescolanza, privazione, pluralità, immersione nel flusso del tempo e del divenire. Anche dal punto di vista naturale, nelle aree polari vi è un grande Giorno che dura metà anno e una grande Notte che dura altrettanto. Sono il Giorno e la Notte degli dei e degli eroi, degli angeli. Anche le tradizioni decadute ricordavano questo Nord cardinale, sacrale, spirituale supernaturale che considerava le regioni nordiche come il luogo abitato dagli “spiriti” e dalle “forze dell’aldilà. A Sud, il Giorno e la Notte degli dei sono frammentati in una serie di giorni umani, viene perduto l’originario simbolismo di Hyperborea, e i ricordi di essa divengono parte della “cultura”, della “leggenda”. Il Sud generalmente corrisponde spesso alla cultura, ossia a quella sfera dell’attività umana dove l’Invisibile e il Puramente Spirituale acquista contorni materiali, consistenti, visibili. Il Sud è il regno della sostanza, della vita, della biologia e degli istinti. Il Sud corrompe la purezza nordica della Tradizione, ma preserva le sue tracce con caratteristiche materializzate.
La coppia Nord-Sud nella geografia sacra non si riduce ad un’astratta opposizione di Bene e Male. È piuttosto l’opposizione dell’Idea Spirituale alla sua grossolana, materiale incarnazione. Nei casi normali, in cui il primato del Nord è riconosciuto dal Sud, tra queste due parti esiste una armoniosa relazione – il Nord “spiritualizza” il Sud, i messaggeri nordici trasmettono la Tradizione ai meridionali, mettono le fondamenta di civiltà sacre. Se il Sud manca di riconoscere il primato del Nord, l’opposizione sacra, ha inizio la “guerra dei continenti”, e dal punto di vista della tradizione il Sud è responsabile di questo conflitto per avere violato le regole sacre. Nel Rama-Yana, ad esempio, l’isola meridionale di Lanka è considerata una dimora di demoni che hanno rapito la moglie di Rama, Sita, e dichiarato guerra al Nord continentale che ha per capitale Ayodjya.
Perciò è importante sottolineare che nella geografia sacra l’asse Nord-Sud è più rilevante dell’asse Oriente-Occidente. Ma essendo più rilevante, esso corrisponde allo stadio pù antico della storia ciclica. La grande guerra del Nord e del Sud, di Hyperborea e Gondwana (antico paleocontinente del Sud) si riferisce ai tempi “antidiluviani”. Nelle ultime fasi del ciclo essa diviene più nascosta, velata. Gli stessi paleocontinenti del Nord e del Sud scomparvero. Il testimone dell’opposizione è passato all’Est-Ovest.
Lo spostamento dall’asse verticale Nord-Sud a quello orizzontale Oriente-Occidente, tipico delle ultime fasi del ciclo, salva tuttavia la connessione logica e simbolica tra queste due coppie delle geografia sacra. La coppia Nord-Sud (cioè Spirito-Materia, Eternità-Tempo) è proiettata sulla coppia Oriente-Occidente (cioè Tradizione e Profano, Origine e Dissoluzione). L’Est è la proiezione orizzontale della discesa del Nord. L’Ovest è la proezione orizzontale della salita del Sud. Da tale spostamento dei significati sacri si può facilmente ottenere la struttura della visione continentale peculiare alla Tradizione.

Il popolo del Nord
Il Nord sacro definisce uno speciale tipo umano che può avere un’incarnazione biologica, razziale, ma può anche non averla. La sostanza del “nordismo” consiste nella capacità dell’uomo di innalzare ogni oggetto del mondo fisico, materiale, al suo archetipo, alla sua Idea. Questa qualità non è un semplice sviluppo di origine razionale. Viceversa, il “puro intelletto” cartesiano e kantiano per la sua stessa natura non è in grado di superare il sottile confine tra “fenomeno” e “noumeno” – ma proprio questa abilità sta alla base del pensare “nordico”. L’uomo del Nord non è semplicemente bianco, “ariano” o indoeuropeo per sangue, lingua e cultura. L’uomo del Nord è un particolare tipo di essere che possiede una diretta intuizione del Sacro. Per lui il cosmo è un intreccio di simboli, ognuno di essi richiamato dal segreto dall’occhio del Primo Principio Spirituale. L’uomo del Nord è un “uomo solare”, Sonnenmensch, che non assorbe energia come i buchi neri, ma la emana, riversando luce, forza e saggezza dal suo spirituale flusso di creazione.
La pura civiltà nordica scomparve con gli antichi Hyperborei, ma i suoi emissari hanno posto le basi di tutte le tradizioni presenti. Questa “razza” nordica di Maestri è stata alle origini di religione e cultura dei popoli di tutti i continenti e di qualsiasi colore di pelle. Tracce di un culto hyperboreo si possono trovare tra gli Indiani del Nordamerica e tra gli antichi Slavi, tra i fondatori della civiltà cinese e tra gli aborigeni del Pacifico, tra i biondi tedeschi e tra i neri shamani dell’Africa Occidentale, tra i pellerossa Aztechi e tra i Mongoli dagli zigomi ampi. Non vi è nessun popolo sul pianeta che non abbia avuto un mito dell’ “uomo solare”, Sonnenmensch. La vera spiritualità, la Mente sovrarazionale, il Logos divino, la capacità di vedere attraverso il mondo la sua Anima segreta – queste sono le qualità che definiscono il Nord. Dovunque vi siano Purezza e Saggezza Sacra, vi è invisibilmente il Nord – in qualsiasi punto del tempo o dello spazio noi ci troviamo.

Il popolo del Sud
L’uomo del Sud, il tipo gondwanico, è direttamente opposto al tipo “nordico”. L’uomo del Sud vive in un circuito di effetti, di manifestazioni secondarie; egli abita nel cosmo, che venera ma non comprende. Egli adora l’esteriorità, ma non l’interiorità. Egli conserva con cura tracce di spiritualità, sue incarnazioni nell’ambiente materiale, ma non è capace di passare dal simbolo a ciò che viene simboleggiato. L’uomo del Sud vive di passioni e slanci, egli mette lo psichico davanti allo spirituale (che egli semplicemente non conosce) e venera la Vita come la più alta autorità. Il culto della Grande Madre, della sostanza che genera la varietà delle forme, è tipico dell’uomo del Sud. La civiltà del Sud è una civiltà della Luna che riceve la luce dal Sole (Nord), conservandola e diffondendola per un certo tempo, ma perdendo periodicamente contatto con essa (luna nuova). L’uomo del Sud è un Mondmensch.
Quando il popolo del Sud sta in armonia con quello del Nord, cioè riconosce la sua autorità e la ua superiorità tipologica (non razziale!), l’armonia regna tra le civiltà. Quando reclama la sua supremazia per la sua archetipica relazione con la realtà, allora sorge un tipo culturale distorto, che può essere definito globalmente con adorazione di idoli, feticismo o paganesimo (nel senso negativo, peggiorativo del termine).
Come nel caso dei paleocontinenti, i puri tipi nordico e meridionale esistettero solo nei tempi antichi remoti. Il popolo del Nord e il popolo del Sud alle origini si opposero l’uno all’altro. In seguito tutti i popoli del Nord penetrarono nelle terre del Sud, fondando espressioni a volte luminose della civiltà “nordica” – antico Iran, India. D’altra parte, quelli del Sud giunsero a volte all’estremo Nord, portando il loro tipo culturale – Finni, Eskimesi, Chuckchi etc. Gradualmente la chiarezza originaria del panorama sacro-geografico divenne torbida.
Ma nonostante tutto, il dualismo tipologico del “popolo del Nord” e del “popolo del Sud” fu preservato in tutti i tempi e le epoche – ma non in quanto conflitto esterno di due civiltà miste, ma come conflitto interno tra strutture della stessa civiltà. Il tipo del Nord e il tipo del Sud, da un certo momento della storia sacra, si oppongono ovunque l’uno altro, indipendentemente al luogo concreto del pianeta.

Il Nord e il Sud nell’Est e nell’Ovest
Il tipo del popolo del Nord può essere proiettato a Sud, Est e Ovest. Nel Sud la Luce del Nord produsse grandi civiltà metafisiche come l’indiana, l’iraniana o la cinese, che in una situazione di Sud “conservatore” mantennero a lungo la Rivelazione, affidandosi ad essa. Comunque, la semplicità e la chiarezza del simbolismo nordico si trasformò qui in un complesso e misto intreccio di dottrine sacre, sacramenti e riti. In ogni modo, più ci si inoltra nel Sud, più deboli sono le tracce del Nord. E tra gli abitanti delle isole del Pacifico e dell’Africa meridionale, i “motivi” settentrionali nella mitologia e nei sacramenti sono conservati in forma estremamente frammentaria, rudimentale e perfino distorta.
In Oriente, il Nord viene espresso nella classica società tradizionale fondata su di una inequivocabile superiorità del sovraindividuale sull’individuale, dove l’ “umano” e il “razionale” scompaiono di fronte al Principio sovraumano e sovrarazionale. Se il Sud dà alla civiltà un carattere di “stabilità”, l’Est definisce la sua sacralità ed autenticità, la maggior garanzia di ciò che è la Luce del Nord.
Nell’Ovest, il Nord si manifestò nelle società eroiche, dove la tendenza, peculiare dell’Occidente, alla frammentazione, individualizzazione e razionalizzazione oltrepassò se stessa, e l’individuo divenendo l’Eroe, abbandonò la struttura limitata della personalità “umana – troppo umana”. Il Nord è personificato in Occidente dalla figura simbolica di Heracle che, da un lato libera Prometeo (la pura tendenza occidentale, titanica, “umanistica”), e dall’altro, aiuta Zeus e gli dei a sconfiggere la ribellione dei giganti (cioè si mette al servizio per amore delle leggi sacre e dell’Ordine spirituale).
Il Sud, invece, proietta se stesso sugli altri tre punti di orientamente seguendo un’immagine opposta. A Nord, esso dà l’effetto di “arcaismo” e stagnazione culturale. Perfino le più settentrionali, “nordiche” tradizioni “paleo-asiatiche”, “finniche” o “eskimesi”, sotto l’influenza meridionale, acquisiscono i caratteri dell’ “idolatria” e del “feticismo”. (Questa è, in particolare, la caratteristica della civiltà germano-scandinava nell’ “epoca degli Skaldi”.)
Ad Est, le forze del Sud si esprimono nelle società dispotiche, in cui la normale e giusta indifferenza orientale all’individuo si trasforma nella negazione del grande Soggetto Sovraumano. Tutte le forme di totalitarismo orientale, sia tipologico che razziale, sono collegate al Sud.
E infine, ad Ovest il Sud si mostra nelle forme di indivualismo estremamente rozze, materialistiche, in cui gli individui atomici raggiungono il limite della degenerazione antieroica, adorando solo il “vitello d’oro” del comfort e dell’edonismo egoistico. E’ovvio che esattamente tale combinazione delle due tendenze sacro-geografiche dia il tipo più negativo di civiltà, dal momento che le due attitudini, già in se stesse negative – il Sud sulla linea verticale e l’Ovest su quella orizzontale — sono sovrapposte l’una all’altra.

Dai continenti ai meta-continenti
Se dalla prospettiva della geografia sacra il Nord simbolico corrisponde univocamente agli aspetti positivi, e il Sud a quelli negativi, in un quadro geopolitico del mondo esclusivamente moderno tutto è molto più complesso, e fino ad un certo punto anche capovolto. La moderna geopolitica intende i termini “Nord e Sud” come categorie completamente differenti rispetto alla geografia sacra.
In primo luogo, il paleocontinente del Nord, Hyperborea, già da molti millenni non esiste più a livello fisico, rimanendo una realtà spirituale, su cui è diretto lo sguardo interiore di chi esige la Tradizione originaria.
In secondo luogo, l’antica razza nordica, la razza dei “maestri bianchi”, abbinata al polo nell’epoca primordiale, non coincide per nulla con ciò che comunemente si intende oggi abbinato alla “razza bianca”, basato solo su caratteri fisici, o sul colore della pelle, etc. La Tradizione nordica e la sua popolazione originaria, “nordica autoctona”, da molto tempo non rappresenta più una realtà concreta storico-geografica. Per comune giudizio, anche gli ultimi resti di questa cultura primordiale sono scomparsi dalla realtà fisica già da diversi millenni.
Perciò, il Nord nella Tradizione è una realtà meta-storica e meta-geografica. La stessa cosa si può dire anche della “razza iperborea” – una “razza” non in senso biologico, ma in quello spirituale, metafisico. (questo tema delle “razze metafisiche” è stato sviluppato dettagliatamente nei lavori di Juliu Evola).
Anche il continente del Sud e l’intero Sud della Tradizione, non esistono più da molto tempo allo stato puro, non meno della sua antica popolazione. In qualche modo, il “Sud” da un certo momento in poi, divenne praticamente l’intero pianeta, poiché diminuì nel mondo l’influenza del centro iniziatico originario polare e dei suoi emissari. Le moderne razze del Sud rapresentano un prodotto di commistioni multiple con le razze del Nord, e il colore della pelle già da lungo tempo ha cessato di essere il segno distintivo di appartenenza all’una o all’altra “razza metafisica”.
In altre parole, la moderna descrizione geopolitica del mondo ha assai poco in comune con la visione principiale del mondo nel suo aspetto sovrastorico e meta-temporale. I continenti e le loro popolazioni nell’epoca nostra sono giunti estremamente lontani da quegli archetipi, che a loro corripondevano nei tempi primordiali. Perciò tra i continenti reali e le razze reali (le realtà della moderna geopolitica), da una parte, e i meta-continenti e le meta-razze (le realtà della geografia sacra tradizionale) dall’altra, oggi non esiste solo una semplice discrepanza, ma quasi una corrispondenza inversa.

L’illusione del “Nord ricco”
La moderna geopolitica usa il concetto di “nord” più frequentemente con la definizione di “ricco” – “il Nord ricco”, e anche “il Nord avanzato”. Questo caratterizza l’intera aggregazione della civiltà occidentale, che dà la sua attenzione di base allo sviluppo del lato materiale ed economico della vita. Il “Ricco Nord” è ricco non per essere più intelligente, o più intellettuale, o più spirituale del “Sud” ma perché esso costruisce il suo sistema sociale sul principio di massimizzare il materiale che può essere ricavato dal potenziale sociale naturale, dallo sfruttamento delle risorse umane e naturali. L’immagine razionale del “Ricco Nord” è collegata a quei popoli di pelle bianca, e questa caratteristica sta alle radici delle varie versioni, esplicite o implicite, del “razzismo occidentale” (in particolare anglosassone). Il successo del “ricco Nord” nella sfera materiale fu innalzato a principio politico e anche “razziale” in quei paesi in cui si trovavano le avanguardie dello sviluppo industriale, tecnico ed economico – cioè Inghilterra, Olanda e in seguito Germania e Stati Uniti. In questo caso, il benessere materiale e quantitativo fu equiparato a criterio qualitativo, e su questa base furo elaborati i più ridicoli pregiudizi su “barbarismo”, “primitività” “sottosviluppo” e “sottoumanità” dei popoli meridionali (cioè non appartenenti al “ricco Nord”). Un tale “razzismo economico” fu espresso in modo particolarmente chiaro nelle conquiste coloniale anglosassoni, ed in seguito una versione colorita fu introdotta nei più rozzi e contradditori aspetti dell’ideologia nazional-socialista. Così, spesso gli ideologi nazisti spesso semplicemente mescolavano vaghe congetture sulla pura “nordicità spirituale” e sulla “razza spirituale ariana” con il razzismo volgare, mercantilistico, biologico di tipo inglese. (A proposito, precisamente questa sostituzione delle categorie della geografia sacra con le categorie dello sviluppo materiale e tecnologico fu anche quell’aspetto più negativo del nazionalsocialismo che lo condusse, alla fine, al suo collasso politico, teoretico e anche militare). Ma anche dopo la sconfitta del Terzo Reich, questo tipo di razzismo del “ricco Nord” non scomparce del tutto dalla vita politica. Ne divennero comunque portatori innanzi tutto gli USA e i loro partner atlantisti nell’Europa occidentale. Certamente, nelle più recenti dottrine mondialiste del “ricco Nord” la questione della purezza biologica e razziale non è sottolineata, ma tuttavia, in pratica, nelle sue relazioni con i paesi sottosviluppati o meno sviluppati del Terzo Mondo, il “ricco Nord” anche oggi dimostra solo arroganza “razzista”, tipica sia dei coloniasti inglesi che dei nazionalsocialisti tedeschi seguaci ortodossi di Rosenberg.
Attualmente, “ricco Nord” geopoliticamente significa quei paesi dove hanno vinto le forze direttamente opposte alla Tradizione – le forze della quantità, del materialismo, della degrazione spirituale e della degenerazione emotiva. ” Ricco Nord ” significa qualcosa di radicalmente distinto da “nordicità spirituale”, da “spirito iperboreo”. La sostanza del Nord nella geografia sacra è il primato dello spirito sulla sostanza, la definitiva e totale vittoria della Luce, dell’Equità e della Purezza sull’oscurità della vita animale, sull’arroganza delle passioni individuali e sul fango dell’egoismo di base. La geopolitica del “Ricco Nord” mondialista, al contrario, significa esclusivamente benessere materiale, edonismo, società dei consumi, non problematico ed artificiale pseudoparadiso di coloro che Nietzsche chiamò “gli ultimi uomini”. Il progresso materiale della civiltà tecnologica fu accompagnato da un mostruoso regresso spirituale proprio nella cultura sacra e, conseguentemente, dal punto di vista della Tradizione, la “ricchezza” del moderno “avanzato” Nord non può servire come criterio di genuina superiorità sulla “povertà” materiale e sull’arretratezza tecnologica del “primitivo Sud” moderno.
Inoltre, la “povertà” materiale del Sud assai spesso è per contro legata alla conservazione nelle regioni meridionali di genuine forme di civiltà sacra; questo significa che dietro tale povertà si trova spesso travestita una ricchezza spirituale. Almeno due civiltà sacre esistono ancora oggi nello spazio meridionale, nonstante tutti i tentativi del “ricco (e aggressivo!) Nord” di imporre a tutti i propri criteri e il proprio percorso di sviluppo. Queste sono l’India induista e il mondo islamico. Per quanto riguarda l’Estremo Oriente, vi sono vari punti di vista: alcuni vedono, perfino sotto lo strato delle retoriche “marxista” e “maoista”, certi principi tradizionali che furono sempre indiscussi per la civiltà sacra cinese. Ad ogni modo, anche quelle regioni meridionali abitate da popoli che conservano la loro devozione per antiche e quasi dimenticate tradizioni sacre, tuttavia a paragone del “ricco Nord” ateizzato e completamente materialista, dimostrano caratteristiche “spirituali”, “rigorose” e “normali” – mentre lo stesso “ricco Nord”, da un punto di vista spirituale, è completamente “anormale” e “patologico”.

Il paradosso del “Terzo Mondo”
Il “povero Sud” nei progetti mondialisti è attualmente sinonimo di “Terzo Mondo”. Questo mondo fu chiamato “Terzo” durante la guerra fredda, e questo concetto presuppose che gli altri due “mondi” – capitalista avanzato e sovietico meno avanzato – fossero più rilevanti e significativi per la geopolitica globale, rispetto a tutte le rimanenti regioni. Di base, l’espressione “terzo Mondo” ha un senso peggiorativo: secondo le logiche utilitaristiche del “ricco Nord”, tale definizione attualmente equipara i paesi del “Terzo Mondo” a “terra di nessuno” basi di risorse naturali ed umane che dovrebbero solo ubbidire, essere sfruttate ed essere usate per i propri progetti. Così il “ricco Nord” manovrò abilmente le caretteristiche politico-ideologiche e religiose del “povero Sud”, cercando di asservire ai suoi affari esclusivamente materialistici ed economici quelle forze e strutture che come potenziale spirituale superavano di molto il livello spirituale del “Nord”. Questo fu ad esso quasi sempre possibile, poiché lo stesso momento ciclico dello sviluppo della nostra civiltà favorisce le tendenze pervertite, anormali e innaturali – dal momente che, secondo la Tradizione, ci troviamo ora nell’ultimo periodo del “secolo oscuro”, il Khali-Yuga. L’Induismo, il Confucianesimo, l’Islam, le tradizioni autoctone dei popoli “non bianchi” divennero per i conquistatori materiali del “ricco Nord” un ostacolo al compimento dei loro progetti, ma nello stesso tempo essi hanno spesso usato degli aspetti separati della Tradizione per raggiungere i loro scopi mercantilistici – sfruttando contraddizioni, caratterisiche religiose o problemi nazionali. Un simile uso utilitaristico dei vari aspetti della Tradizione per scopi esclusivamente antitradizionali è stato un male peggiore del semplice diniego di tutti i valori tradizionali, dal momento che la più grande perversione consiste nel fatto che ciò che è elevato venga asservito all’insignificante.
Attualmente ” il povero Sud ” è “povero” a livello materiale precisamente a causa delle sue attitudini spirituali, che danno sempre agli aspetti materiali dell’esistenza un posizione minore e non importante. Il Sud geopolitico del nostro tempo conserva in generale un’atteggiamento esclusivamente tradizionalista verso gli oggetti del mondo esteriore – un’atteggiamento calmo, distaccato ed, eventualmente, indifferente – in completo contrasto con l’ossessione materiale del “ricco Nord”, con la sua paranoia materialistica ed edonistica. Il popolo del “povero Sud” vive normalmente nella Tradizione, e finora la sua esistenza è più piena, più profonda e anche più magnifica, perché l’attiva compartecipazione alla Tradizione sacra conferisce a tutti gli aspetti delle vite personali quel significato, quell’intensità, quella saturazione delle quali sono stati privati da lungo tempo i rappresentanti del “ricco Nord”, — resi isterici dalle nevrosi, dalle paure materiali, dalla desolazione interiore, dalla vita completamente senza scopo, che rappresentano solo un lucente caleidoscopio di vetro, solamente un quadro vuoto.
Si potrebbe dire che la correlazione tra Nord e Sud nei tempi originari fosse polarmente opposta alla loro correlazione nella nostra epoca, dal momento che è il Sud che ancor oggi preserva alcumi collegamenti con la Tradizione, mentre il Nord li ha definitivamente perduti. Tuttavia questa situazione non copre assolutamente l’intero quadro della realtà, in quanto la vera Tradizione non può mettere in relazione con se stessa un tale umiliante riferimento, come gli atteggiamenti dell’aggressivo-ateistico “ricco Nord” nei confronti del “Terzo Mondo”. Il fatto è che la Tradizione è conservata a Sud solo in un modo inerziale, frammentario e parziale. Esso tiene una posizione passiva e resiste, difendendosi solamente. Perciò il Nord spirituale non si è pienamente trasferito a Sud alla fine dei tempi – nel Meridione vi è solamente un’accumulazione ed una conservazione di impulsi spirituali, non appaiati con il Nord sacro. In linea di principio, l’iniziativa attiva tradizionale non può provenire da Sud. E al contrario, il mondialista “Nord ricco” ha manovrato in modo da intensificare il suo pericoloso effetto sul pianeta dovuto alla specificità delle regioni nordiche, predisposte all’attività. Il Nord era e rimane il luogo elettivo della forza, perciò la vera efficienza appartiene alle iniziative geopolitiche provenienti dal Nord.
Il “povero Sud” possiede oggi tutta la priorità spirituale prima del “ricco Nord”, ma tuttavia non può servire da seria alternativa all’aggressione profana del “ricco Nord”, né può offrire un radicale progetto geopolitico in grado di sovvertire il quadro patologico del moderno spazio planetario.

Il ruolo del “Secondo Mondo”
Nella rappresentazione bipolare “ricco Nord” – “povero Sud” esiste sempre una componente aggiuntiva che ha un significato autosufficiente e assai rilevante. E’ il “secondo mondo”. Con l’espressione “secondo mondo” si è convenzionalmente inteso contrassegnare il campo socialista integrato nel sistema sovietico. Questo “secondo mondo” non era né il presente “ricco Nord”, in quanto definiti motivi spirituali influenzavano segretamente l’ideologia nominalmente materialistica del socialismo sovietico, né il presente “Terzo Mondo”, dal momento che la piena attitudine allo sviluppo materiale, il “progresso” e altri principi solamente profani stavano alle radici del sistema sovietico. La geopoliticamente eurasiana URSS si trova sia sul territorio della “povera Asia” che sulle terre della sufficientemente “civilizzata” Europa. Durante il periodo socialista, la cintura planetaria del “ricco Nord” era interrotta nell’Eurasia orientale, complicando la chiarezza delle relazioni geopolitiche sull’asse Nord-Sud.
La fine del “Secondo mondo” come civiltà speciale lascia allo spazio eurasiano della vecchia URSS due alternative – o essere integrato nel “ricco Nord” (cioè, l’Occidente e gli USA) o essere gettato nel “povero Sud”, cioè raggiungere il “Terzo Mondo”. Come variante di compromesso, la separazione delle regioni (parte al “Nord” e parte al “Sud”) è anche possibile. Come sempre è stato nei secoli scorsi, l’iniziativa di redistribuzione degli spazi geopolitici in questo processo appartiene al “ricco Nord” che, usando cinicamente i paradossi dello stesso concetto di Secondo mondo”, fissa nuovi confini geopolitici e separa zone di influenza. I fattori nazionali, economici e religiosi servono ai mondialisti solo come strumenti della loro attività cinica dalle motivazioni profondamente materialistiche. Non è sorprendente che oltre la retorica del falso “umanitarismo”, saranno anche spesso e quasi apertamente usate le ragioni “razziste”, invocate per ispirare ai Russi un complesso di “bianca” superiorità nei confronti del sud asiatico e caucasico. A questo è correlato il processo inverso – il rigetto definitivo da parte dei territori meridionali del vecchio “Secondo Mondo” per il “povero Sud” si accompagna all’uso della carta delle tendenze fondamentaliste, dell’inclinazione del popolo alla Tradizione e del revival della religione.
Il “Secondo mondo”, essendosi disintegrato, si trova diviso secondo le linee di “tradizionalismo” (tipo meridionale, inierziale, conservatore) e “antitradizionalismo” (tipo attivamente settentrionale, modernista e materialista). Tale dualismo, che oggi è solo progettato, ma in un prossimo futuro diventerà il fenomeno dominante della geopolitica eurasiana, è predeterminato dall’espansione dell’interpretazione mondialistica del mondo nei termini di “ricco Nord”-“povero Sud”. Ogni tentativo di salvare il vecchio Grande Spazio Sovietico, ogni tentativo di salvare semplecemente il “Secondo mondo” come qualcosa di autosufficiente ed autoequilibrato a metà strada tra Nord e Sud (nel loro significato esclusivamente moderno), non può essere coronato da successo, senza mettere in dubbio la fondamentale concezione polare della moderna geopolitica, intesa e realizzata nella sua reale natura, lasciando da parte le ingannevoli dichiarazioni di ispirazione umanitaria ed economica.
Il “Secondo mondo” scompare. Non c’è più posto per esso nella mappa geopolitica moderna. Nello stesso tempo, aumenta la pressione del “Nord ricco” sul “Sud povero”, essendo un tuttuno con l’aggressiva materialistica società tecnocratica in assenza di un potere intermedio, che esisteva sino ad oggi – il “Secondo mondo”. Per il “Secondo mondo”, un destino diverso dalla spartizione totale secondo le regole del “ricco Nord”, è possibile solo attraverso un radicale abbandono della logica planetaria di una dicotomia dell’asse Nord-Sud, considerata in una chiave mondialista.

Il progetto della “Rivolta del Nord”
Il “ricco Nord mondialista” globalizza il suo dominio sul pianeta attraverso la divisione e la distruzione del “Secondo mondo”. Nella moderna geopolitica questo viene anche chiamato il “nuovo ordine mondiale”. Le forze attive dell’antitradizione consolidano la loro vittoria sulla resistenza passiva delle regioni meridionali che preservano la loro arretratezza economica e difendono la Tradizione nelle sue forme residuali. Le interne energie geopolitiche del “Secondo mondo” sono messe di fronte ad una scelta – o essere incorporate nel sistema della “cintura settentrionale civilizzata” e strapparsi definitivamente da qualche connessione con una storia sacra (progetto del mondialismo di sinistra), o trasformarsi in un territorio occupato essendo consentito un parziale ripristino di alcuni aspetti della tradizione (progetto del mondialismo di destra). Gli eventi oggi e nel prossimo futuro si svilupperanno in questa direzione.
Come progetto alternativo è possibile teoreticamente ormulare un differente percorso di trasformazione geopolitica basato sul rifiuto della logica mondialista Nord-Sud e ritornando allo spirito della genuina geografia sacra – per quello che è possibile alla fine dell’età oscura. E’ il progetto del “Grande Ritorno” o, in altre parole, della “Grande Guerra dei Continenti”.
Nei suoi caratteri più generali, l’essenza di questo progetto è la seguente.
1) Il “Ricco Nord” è opposto non al “Sud povero”, ma al “Nord povero”. Il “Nord Povero” è un ideale, l’ideale sacro del ritorno alle fonti nordiche della civiltà. Un tale Nord è “Povero” perché è basato su un totale ascetismo, su una radicale devozione ai più alti valori della Tradizione, sul completo disprezzo del materiale per amore dello spirituale. “Il Nord Povero” esiste geograficamente solo ssui erritori della Russia che, essendo in effetti “proveniente dal Secondo Mondo”, ha resistito socio-politicamente fino all’ultimo momento all’adozione finale della civiltà mondialista nelle sue forme più “progressive”. Le terre eurasiane settentrionali della Russia sono i soli territori sulla Terra che non sono stati completamente dominati dal “ricco Nord”, sono abitati da popoli tradizionali e sono una terra incognita del mondo moderno. Il percorso del “Nord Povero” per la Russia significa il rifiuto dell’incorporazione nella cintura mondialista, di arcaizzare le proprie tradizioni e ridurle al livello fokloristico di una riserva etnoreligiosa. “Il Nord povero” dovrebbe essere spirituale, intellettuale, attivo ed aggressivo. In altre regione del “Nord ricco” è pure possibile una potenziale opposizione del “Nord povero” — che potrebbe manifestarsi in un radicale sabotaggio da parte dell’élite intellettuale occidentale al corso prestabilito della “civiltà mercantilistica”, in una ribellione contro il mondo della finanza in nome degli antichi ed eterni valori di Spirito, equita, autosacrificio. Il “Nord Povero” inizia un combattimento geopolitico e ideologico con il “Nord Ricco”, rigettando i suoi progetti, facendo saltare i suoi piani dall’interno e dall’esterno, battendo la sua incolore efficienza, sfasciando le sue manipolazioni sociali e politiche.
2) Il “Sud Povero”, incapace di opporsi da solo al “Nord ricco”, stabilisce un’alleanza radicale con il “Nord povero (eurasiano)” e inizia una lotta di liberazione contro la dittatura “settentrionale”. E’ specialmente importante colpire i rappresentanti dell’ideologia del “Sud ricco”, ossia quelle forze che, lavorando nel “Nord ricco”, difendono lo “sviluppo”, il “progresso” e la “modernizzazione” di paesi tradizionali che praticamente significherà solo una crisi crescente per ciò che resta di Tradizione sacra.
3) il “Nord Povero” dell’Oriente eurasiano, insieme con il “Sud Povero”, estendendosi in cerchio attorno all’intero pianeta, concentrano le forze che combattono contro il “Nord ricco” dell’Occidente atlantista. Così si metterà per sempre fine alle versioni ideologicamente volgari del razzismo anglosassone, ineggianti alla “civiltà tecnologica dei popoli bianchi” ed eccheggiante la propaganda mondialista. (Alain de Benoist espresse questa idea nel titolo del suo famoso libro “Terzo Mondo ed Europa: la stessa battaglia”[L’Europe, Tiersmonde – même combat]; il suo argomento è, naturalmente, l’ “Europa spirituale”, l’ “Europa dei popoli e delle tradizioni”, invece dell’ “Europa di Maastricht dei buoni”.) Intellectualità, attività e profilo spirituale del genuino Nord sacro fanno le tradizioni del ritorno alle Fonti nordiche, e sollevano il “Sud” a una rivolta planetaria contro il solo nemico geopolitico. La resistenza passiva del “Sud” acquista così un fulcro nel messianismo planetario dei “nordici”, respingendo radicalmente la branca degenerata e desacralizzata di quei popoli bianchi che hanno seguito la strada del progresso tecnologico e dello sviluppo materiale. Scoppia la Rivoluzione Geopolitica planetaria sovrarazziale e sovranazionale, basata sulla fondamentale solidarietà del “Terzo Mondo” con quella parte del “Secondo mondo” che rigetta i progetti del “ricco Nord”.
Durante la lotta, la fiamma della “resurrezione del Nord spirituale”, la fiamma di Hyperborea trasforma la realtà geopolitica. La nuova ideologia globale è l’ideologia della Restaurazione Finale, che pone il punto finale alla storia geopolitica della civiltà – ma non quel punto che avrebbero voluto mettere i portavoce mondialisti della Fine della Storia. La variante materialistica, ateistica, antisacrale, tecnocratica, atlantista della Fine si è trasformata in un differente epilogo – la Vittoria finale del sacro Avatar, la venuta del Terribile Destino, che dà a coloro che scelsero volontariamente la povertà, un regno di abbondanza spirituale, e a coloro che preferirono la ricchezza fondata sull’assassinio dello Spirito, eterna dannazione e tormenti nell’inferno.
I continenti scomparsi si sono levati dagli abissi del passato. Gli invisibili meta-continenti appaiono nella realtà. Una Nuova Terra e un Nuovo Paradiso sorgono.
Questo percorso non è dalla geografia sacra alla geopolitica, ma al contrario, dalla geopolitica alla geografia sacra.

Questo testo è apparso con il titolo “Ot sakral’noy geografii k geopolitike” su Elementy n. 4, e come capitolo 7 di “Misterii Evrazii” (Mosca 1996).

Liberamente tratto da nemicidelsistema.blogspot.com

Dalla Geografia Sacra alla Geopolitica

Konspirologya: analisi delle cospirazioni (un saggio del 1992)

di Alexander Dugin

Geopolitica e forze segrete della storia

I modelli di “cospirazione” sono estremamente diversificati. In questa sfera la maggiore popolarità va senza dubbio al concetto di cospirazione “giudaico-massonica”, oggi così diffuso nei più diversi ambienti. Sostanzialmente, questa teoria merita lo studio più severo, e noi dobbiamo riconoscere che non abbiamo nessuna analisi completa e seriamente scientifico su questo tema, nonostante le centinaia e centinaia di lavori che “espongono” questa cospirazione, o ne “comprovano” l’inesistenza. Ma nel lavoro presente noi proveremo un modello cospirologico completamente diverso, basato su un sistema di coordinate distinto dalle versioni “giudaico-massoniche”. Proveremo a descrivere in generale la “cospirazione” planetaria di due opposte forze “occulte”, la cui segreta opposizione e la cui invisibile battaglia predeterminano le logiche della storia mondiale. Queste forze, a nostro avviso, sono prima di tutto caratterizzate dalla non appartenenza a una specifica nazionalità né dall’appartenenza ad una organizzazione segreta di tipo massonico o paramassonico, ma da una radicale divergenza nei loro atteggiamenti geopolitici. Siamo inclinati a vedere come spiegazione del “segreto” finale di queste opposte forze, la differenza tra due progetti geopolitici alternativi ed escludentisi l’un l’altro, che pongono dei popoli dalle più contraddittorie opinioni e credenze al di là delle differenze nazionali, politiche, ideologiche e religiose, unendoli in un singolo gruppo. Il nostro modello cospirologico è il modello della “cospirazione geopolitica”.

Le basi della geopolitica

Richiamiamo i postulati basilari della geopolitica – una scienza che fu dapprima anche chiamata “geografia politica” e la cui elaborazione va fondamentalmente attribuita allo scienziato inglese ed esperto di politica Halford Mackinder (1861-1947). Il termine “geopolitica” fu introdotto per la prima volta dallo svedese Rudolf Kjellen (1864-1922) e poi fu adottato in Germania da Karl Haushofer (1869-1946). Ma in ogni modo, il padre della geopolitica rimane Mackinder, il cui fondamentale modello sta alla base di ogni seguente studio geopolitico. Un merito di Mackinder è che egli riuscì ad abbozzare e comprendere le precise leggi oggettive della storia politica, geografica ed economica dell’umanità. Se il termine “geopolitica” appare piuttosto recentemente, le realtà delineate da questi termini hanno una storia plurimillenaria. La sostanza della dottrina geopolitica può essere riassunta nei seguenti principi. Nella storia planetaria vi sono due approcci all’assimilazione dello spazio terrestre opposti e in costante competizione – l’approccio “tellurico” e l’approccio “marittimo. In base a quale atteggiamento (“tellurico” o “marittimo”) aderisce la coscienza storica dei diversi stati, popoli, nazioni, la loro politica estera e interna, la loro psicologia, la loro visione del mondo sono formate secondo regole completamente definite. Data tale caratteristica, è del tutto possibile parlare di una visione del mondo “tellurica”, “continentale” o anche “della steppa” (la “steppa” è “terra” nel suo puro, ideale significato) e di visione del mondo “marittima”, “insulare”, “oceanica” o “acquatica”. (Rendiamo noto per inciso, che i primi accenni di un similare approccio possono essere scovati nei lavori degli slavofili russi – come Khomyakov e Kiryevsky). Nella storia antica i poteri “marittimi” che divennero un tuttuno simbolico con “civiltà marittima” furono la Fenicia e Cartagine. L’impero terrestre opposto a Cartagine fu Roma. La Guerra Punica fu la più pura immagine dell’opposizione di “civiltà del mare” e “civiltà della terra”. Nell’Età modera e nella storia recente il polo “insulare” e “marittimo” divenne l’Inghilterra, “Dominatrice dei mari” e, in seguito, la gigantesca isola-continente dell’America. L’Inghilterra, come l’antica Fenicia, usò come strumento di base per il suo dominio in primo luogo il commercio marittimo e la colonizzazione delle aree costiere. Il tipo geopolitico fenicio-anglosassone generò uno speciale modello di civiltà “mercantile-capitalistico-di mercato” fondato prima di tutto sugli interessi economici e materiali e sui principi del liberalismo economico. Perciò, nonostante ogni possibile variazione storica, il tipo generale di civiltà “marittima” è sempre collegato con il “primato dell’economia sulla politica”. Come contro il modello fenicio, Roma rappresentò un campione di struttura guerriero-autoritaria basata sul controllo amministrativo e sulla religiosità civile, sul primato della “politica sull’economia”. Roma è l’esempio di un tipo di colonizzazione non marittimo ma terrestre, puramente continentale, con la sua profonda penetrazione nel continente e l’assimilazione dei popoli sottomessi, automaticamente “romanizzati” dopo la conquista. Nella Storia Moderna le incarnazioni del potere “tellurico” furono l’Impero Russo e anche l’Impero centroeuropeo Austro-ungarico e la Germania. “Russia – Germania – Austria-Ungheria” sono i simboli essenziali della “terra geopolitica” durante la Storia Moderna. Mackinder mostrò chiaramente che nei ultimi secoli recenti “atteggiamento marittimo” significa “atlantismo”, come oggi “poteri sui mari” prima di tutto sono l’Inghilterra e l’America, cioè i paesi anglosassoni. Contro l’ “atlantismo” che personifica il primato dell’individualismo, del “liberalismo economico” e della “democrazia di tipo protestante”, si erge l’ “eurasismo”, che necessariamente presuppone autoritarismo, gerarchia e classe dirigente dai princìpi “comunitari” e nazional-statali al di sopra delle questioni semplicemente umane, individualistiche ed economiche. L’atteggiamento eurasiano chiaramente manifestato è tipico innanzi tutto di Russia e Germania, le due maggiori potenze continentali, le cui attenzioni geopolitiche, economiche e – importantissimo – esistenziali sono completamente opposte a quelle di Inghilterra e USA, che sono gli “atlantisti”.

“La cospirazione degli atlantisti”

Mackinder, in quanto inglese e “atlantista”, vide il pericolo di un consolidamento eurasiano e, fin dalla fine del XIX secolo, raccomandò al governo inglese di fare tutto il possibile per prevenire un’alleanza eurasiana, e specialmente un’alleanza Russia-Germania-Giappone (egli considerò il Giappone come una potenza dalla visione del mondo essenzialmente continentale ed eurasiana). In Mackinder si può trovare l’ideologia, chiaramente formulata minutamente descritta, dell’ “atlantismo” compiuto e assolutizzato, la cui dottrina si trova alla base della strategia politica anglosassone del XX secolo. Procedendo da questo, possiamo definire l’essenza del lavoro di intelligence, spionaggio militare, lobbysmo politico, orientato verso Inghilterra e USA, come l’ “ideologia atlantica”, l’ideologia della “Nuova Carthago” – cosa che è comune a tutti gli “agenti di influenza”, a tutte le organizzazioni segrete e occultistiche, a tutte le logge e ai club semi-ristretti che hanno servito e servono l’idea anglosassone nel XX secolo, penetrando la rete di tutte le potenze continentali eurasiane. E naturalmente, in primo luogo questo riguarda immediatamente i servizi di sicurezza inglesi e americani (specialmente la CIA), che non sono semplicemente le “sentinelle del capitalismo” o “dell’americanismo”, ma le sentinelle dell’ “atlantismo”, unite da una super ideologia profondamente radicata e plurimillenaria di tipo “oceanico”. E’ possibile chiamare l’aggregato di tutti i “networks” di influenza anglosassone come i “partecipanti della cospirazione atlantica”, i quali lavorano non solo nell’interesse di ogni singolo paese, ma nell’interesse di una speciale dottrina geopolitica e, alla fine, metafisica che rappresenta una visione del mondo estremamente multi-organizzata, varia ed estesa, ma tuttavia essenzialmente uniforme. Così, generalizzando le idee di Mackinder, è possibile dire che c’è una storica “cospirazione degli atlantisti”, che persegue attraverso i secoli gli stessi scopi geopolitici orientati verso l’interesse della “civiltà marittima” di tipo neofenicio. Ed è importante sottolineare che gli “atlantisti”, possono essere sia di “sinistra” che di “destra”, sia “atei” che “credenti”, sia “patrioti” che “cosmopoliti”, in quanto la comune visione geopolitica del mondo sta al di là di tutte le particolari differenze nazionali e politiche. Perciò noi ci occupiamo della più reale “cospirazione occulta”, il cui significato e la cui intrinseca causa metafisica spesso rimangono completamente oscuri ai suoi immediati partecipanti, e anche alle sue maggiori figure chiave.

La cospirazione degli “eurasisti”

Le idee di Mackinder, rivelando questa definita regolarità storica e politica che molti prima avevano indovinato o previsto, aprì la strada all’esplicita formulazione ideologica dell’opposizione all’atlantismo nella pura “dottrina eurasiana”. I primi principi della geopolitica eurasiana furono formulati da alcuni russi bianchi emigrati conosciuti sotto l’appellativo di “eurasisti” (il principe N.Trubetskoy, Savitsky, Florovsky etc.) e dal famoso geopolitico germanico Karl Haushofer. Inoltre, il fatto dei frequenti incontri degli “eurasisti” russi con Karl Haushofer a Praga ci porta a credere che i geopolitici tedeschi e russi svilupparono gli argomenti connessi simultaneamente e in modo parallelo. In più, nelle analisi successive essi seguirono proprio gli stessi principi, basandosi sulla necessità dell’alleanza geopolitica eurasiana di Russia-Germania-Giappone come contrappeso alle politiche “atlantiste” che puntavano ad ogni costo ad opporre la Russia a Germania e Giappone. Gli eurasisti russi e il gruppo di Haushofer formularono gli esatti principi di una visione del mondo continentale, eurasiana, alternativa alle idee atlantiste. E’ possibile dire che essi espressero per la prima volta ciò che stava dietro l’intera storia politica europea dell’ultimo millennio, avendo tracciato il percorso dell’ “idea imperiale romana”, che dall’Antica Roma attraverso Bisanzio fu passata alla Russia, e attraverso il medievale Sacro Romano Impero delle nazioni tedesche, all’Austria-Ungheria e alla Germania. Così gli eurasisti russi analizzarono attentamente e in profondità l’imperiale e massimamente estesa missione “tellurica” di Gengis Khan e dei Mongoli che avevano sottolineato il significato continentale dei Turchi. Il gruppo di Haushofer, da parte sua, studiò il Giappone e la missione continentale degli stati dell’Estremo Oriente nella prospettiva di una futura alleanza geopolitica. Così, in risposta alla franca confessione di Mackinder, che chiariva la segreta strategia planetaria “atlantista”, che si basava sulle proprie radici profonde nei secoli, gli eurasisti russi e tedeschi scoprirono negli anni ’20 le logiche di una strategia alternativa continentale, la segreta “idea imperiale” della terra, erede di Roma, che ispirò invisibilmente delle politiche di potenza con una visione del mondo autoritario-idealistica, eroico-comunitaria – dall’Impero di Carlo Magno alla Sacra Unione proposta dal grande zar russo Alessandro I, invisibilmente un profondo mistico eurasiano. L’idea Eurasiana è globale come quella Atlantica, e anch’essa ha collocato i suoi “agenti segreti” in tutti gli stati e le nazioni storiche. Tutti quelli che hanno lavorato incessantemente per l’unione eurasiana, quelli che hanno ostacolato per secoli la diffusione nel continente dei concetti individualisti, egualitari e liberal-democratici (che riproducono interamente il tipico spirito fenicio del “primato dell’economico sul politico”), quelli che hanno aspirato a unire i grandi popoli eurasiani in un’atmosfera orientale, invece che in una occidentale – sia l’Oriente di Gengis Khan, della Russia o della Germania – tutti costoro sono stati “agenti eurasiani”, portatori di una speciale dottrina geopolitica, i “soldati del continente”, i “soldati della terra”. La società segreta eurasiana, l’Ordine degli eurasisti, non comincia per nulla con gli autori del manifesto “Esodo in Oriente” o col “Giornale Geopolitico” di Haushofer. Questa è, in breve, solo la rivelazione, la manifestazione di una precisa conoscenza che esiste dall’inizio dei tempi, insieme con le sue relative società segrete e le sue reti di “agenti di influenza”. Non meno che nel caso di Mackinder, la sua appartenenza alle enigmatiche “società segrete” è storicamente stabilita.

Ordine di Eurasia contro Ordine di Atlantico (Atlantidi). Roma Eterna contro Carthago Eterna. La guerra punica occulta continua invisibilmente durante i millenni. Cospirazione planetaria della Terra contro il Mare, Terra contro Acqua, Autorità e Idea contro Democrazia e Materia.

I paradossi senza fine, le contraddizioni, le omissioni e i capricci della nostra storia non diventano più chiari, più logici e più razionali se noi li guardiamo nella prospettiva di un occulto dualismo geopolitico? Non riceveranno una profonda giustificazione metafisica le innumerevoli vittime, attraverso le quali l’umanità paga nel nostro secolo il prezzo di incerti progetti politici? Non è un’azione nobile e riconoscente dichiarare soldati-eroi della Grande Guerra dei Continenti tutti coloro che sono caduti sui campi di battaglia del XX secolo, invece di considerarli dei servili burattini di regimi politici perennemente mutevoli, transitori e instabili, effimeri e casuali, insignificanti per dimensione, così che la morte per essi appare futile e stupida? Cosa diversa, se gli eroi caduti servirono la Grande Terra o il Grande Oceano, se a parte la demagogia politica e la martellante propaganda di effimere ideologie essi servirono il grande obiettivo geopolitico anteriore alla plurimillenaria storia planetaria.

“Sangue e Suolo” – “Sangue o Suolo?”

Il famoso filosofo russo, pensatore religioso e pubblicista Konstantin Leontyev pronunciò questa formula estremamente rilevante: “Esiste la Slavità [Slavyanstvo], non lo slavismo”. Una delle conclusioni fondamentali geopolitiche di questo notevole autore fu l’opposizione tra l’idea di “panslavismo” e quella di “Asia” [asyatskoy]. Se noi analizziamo attentamente questa opposizione, scopriremo un criterio generale tipologico, che ci condurrà ad una migliore struttura inerpretativa e logica della guerra geopolitica occulta dell’Ordine Eurasiano contro l’Ordine Atlantico. Contrariamente all’eclettica combinazione di termini nel concetto di “Sangue e Suolo” dell’ideologo tedesco del mondo agricolo nazionalsocialista Wahlter Darré, a livello di guerra occulta delle forze geopolitiche nel mondo moderno, questo problema è formulato diversamente come “sangue o suolo”. In altre parole, i progetti tradizionalisti di preservare l’identità del popolo, dello stato o delle nazioni stanno sempre di fronte ad un’alternativa – che uno può assumere come criterio dominante, se “unità di nazione, razza, ethnos, unità di sangue” oppure ” “unità di spazio geografico, unità di confini, unità di suolo”. Così l’intero dramma consiste nella necessità della scelta: “o – altro”, ed ogni ipotetico “anche” rimane solo uno slogan utopico che non è decisivo, ma confonde solo la sottigliezza del problema. Il geniale Konstantin Leontyev, convinto traditionalista e radicale russofilo, rivolse precisamente questa domanda: “I Russi devono o basarsi sull’unità degli slavi, sullo slavismo (il “sangue”), o rivolgersi ad Est e realizzare l’affinità geografica e culturale russa ad oriente, ai popoli collegati ai territori russi (il “suolo”). Questa domanda può essere formulata in termini differenti come una scelta tra la fede della supremazia della legge della “razza” (nazionalismo) o della “geopolitica” (“statalità”, “cultura”). Leontyev stesso scelse “suolo”, “territorio”, la specificità della cultura religiosa e statale imperiale della Grande Russia. Egli scelse l’ “orientalismo” [vostochnost’], l’ “asiatismo” [azyatsnost’], il “bizantinismo”. Tale scelta implicò la priorità dei valori continentali, eurasiani sui valori strettamente nazionali e razziali. La logica di Leontyev ebbe ovviamente come risultato l’inevitabilità dell’unione russo-tedesca e specialmente russo-austriaca, e della pace con la Turchia e il Giappone. La negazione categorica di Leontyev di “slavismo” o “panslavismo” provocò indignazione tra molti slavofili retrogradi, che si mantenevano sulla posizione di “il sangue è più importante del suolo”, oppure di “sangue e suolo”. Leontyev non fu né capito né ascoltato. La storia del XX secolo ha dimostrato ripetutamente la straordinaria rilevanza dei problemi da lui posti.

Panslavismo contro eurasismo

La tesi che il “sangue è più importante del suolo (nel contesto russo, questo significa “slavismo”, “panslavismo”) per la prima volta rivelò tutta la sua equivocità durante la Prima Guerra Mondiale, in cui la Russia entrata in alleanza coi paesi dell’Intesa (inglesi, francesi e amaricani), al fine di liberare i “fratelli slavi” dalla dominazione turca, non solo cominciò a combattere contro i suoi naturali alleati geopolitici – Germania e Austria – ma spinse anche se stessa nella catastrofe della rivoluzione e della guerra civile. In pratica, lo “slavismo” russo ha lavorato a fianco degli “atlantisti”, dell’Intesa e di un tipo di “civiltà neo-cartaginese”, incarnato nel modello anglosassone mercantile-coloniale e individualistico. Non è sorprendente che fra i “patrioti panslavisti” della cerchia dell’imperatore Nicola II, la maggioranza fosse al soldo dell’intelligence inglese o semplicemente “agenti di inflenza atlantista”. E’ curioso citare un episodio dal romanzo del patriota russo e ataman (capo di milizie cosacche) Peter Krasnov “Dall’aquila bicefala alla bandiera rossa”, dove nel fuoco della I Guerra Mondiale il più grande eroe del colonnello Sablin chiede:” Dica francamente, colonnello, chi considera il nostro autentico nemico?”, e questi risponde inequivocabilmente: “L’Inghilterra!”, sebbene questa convinzione non gli impedisca di combattere onestamente e coraggiosamente per gli interessi inglesi contro la Germania, eseguendo il suo dovere di assoluta lealtà verso l’Imperatore eurasiano. L’eroe del romanzo di Krasnov è l’esempio ideale di patriota eurasista russo, esempio della logica del “suolo al di sopra del sangue”, che fu la caratteristica del conte Witte, del barone Ungern-Sternberg, della misteriosa organizzazione “Baltikum”, formata da aristocratici baltici, rimasti devoti fino all’ultimo alla famiglia imperiale (proprio come fedele allo zar nel caos del tradimento universale rimane il principe turkmeno con la sua divisione, descritto nello stesso romanzo di Krasnov). E’ da sottolineare quanto, durante il 1917, abbiano agito coraggiosamente e nobilmente, Asiatici, Turchi, Tedeschi e altri “provenienti da altre terre”, servendo per fede e verità lo Zar e l’Impero, servendo l’Eurasia, il “suolo”, il “continente” – in contrasto con molti “slavi”, “panslavisti”, che di dimenticarono rapidamente di “Costantinopoli” e dei “fratelli dei Balcani” e fuggirono dalla Russia, lasciano Zar e Patria, verso i paesi a influenza “atlantica”, verso l’Oceano occidentale, verso l’Acqua, tradendo non solo la terra natale, ma la grande Idea di Eterna Roma, Russia come Terza Roma, Mosca.

Gli atlantisti e il razzismo

In Germania l’affermazione dell’idea che “il sangue è superiore del suolo” produsse conseguenze non meno terribili. Invece che ai patrioti tedeschi russofili ed eurasisti – Arthur Moeller van den Bruck, Karl Haushofer etc.- che insistevano sulla “supremazia della legge dello spazio vitale” (1) nell’interesse del continente come totalità, sull’idea di “blocco continentale”, al governo del Terzo Reich alla fine la vittoria andò alla lobby “atlantista”, che mantenne le tesi razziste e – con il pretesto delle “correlate etniche anglo-ariana e germanica” – puntò a distrarre verso Est le attenzioni di Hitler e a sospendere (o alla fine indebolire) le azioni di guerra contro l’Inghilterra. Il “pangermanismo” in questo caso (come il “panslavismo” russo nella Prima Guerra Mondiale) lavorò solo dalla parte degli “atlantisti”. Ed è perfettamente logico che il maggior nemico della Russia, che mirò costantemente a impegnare la Germania di Hitler nel conflitto contro la Russia, contro gli slavi (nelle logiche “razziali”, “il sangue è più importante del suolo”), sia stato l’ammiraglio Canaris, spia inglese e traditore del Reich. Il problema “sangue o suolo” è estremamente rilevante anche perché la scelta di un di questi due termini a detrimento dell’altro permette di identificare – forse in modo indiretto e mediato – gli “agenti influenti” di questa o di quella visione del mondo geopolitica, specialmente quando si tratta di “destre” o “nazionalisti”. La caratteristica essenziale della “cospirazione geopolitica” degli atlantisti (come, in ogni caso, anche degli eurasisti) è che essa copre l’intero spettro delle ideologie politiche, dall’estrema destra all’estrema sinistra, ma in ogni modo gli “agenti di influenza geopolitica” lasciano sempre le loro tracce particolari. Nel caso della “destra”, tale segno di potenziale atlantismo è il principio del “sangue più del suolo”, che oltre a tutto il resto, consente di astrarre dalla fondamentalità dei problemi geopolitici, distogliendo l’attenzione dei leader e degli uomini di stato verso le questioni meno rilevanti.

Chi è la spia di chi?

Come esempio dell’effetto dell’occulta ideologia geopolitica di “sinistra” è possibile menzionare gli eurasisti nazional-bolscevichi dalla Germania – per esempio, il tedesco nazional-comunista eurasista Ernst Niekisch, l’esponente della rivoluzione conservatrice Ernst Junger, i comunisti Lauffenberg, Petel, Schultzen-Boysen, Winnig etc. Eurasisti nazional-bolscevichi ve ne furono indubbiamente anche fra i Russi, ed è circostanza curiosa che Lenin stesso, durante l’emigrazione aspirasse ad essere inserito tra politici e finanzieri tedeschi; in più, molte delle sue tesi furono assai francamente germanofile. Non vogliamo in questo caso affermare che Lenin fu coinvolto nell’Ordine Eurasiano, ma che in qualche misura egli si trovò sotto l’influenza di quest’Ordine. In ogni modo, l’opposizione “Lenin=spia tedesca” – “Trotsky=spia americana” corrisponde realmente a uno schema tipologico definito. In alcuni casi, al puro livello geopolitico, l’operato del governo di Lenin ebbe un carattere eurasiano, solo perché, contrariamente all’autentica dottrina marxista, egli preservò il grande spazio eurasiano unito dell’Impero Russo. (Trotsky, da parte sua, insisteva sull’esportazione della Rivoluzione, sulla sua “mondializzazione”, e considerava l’Unione Sovietica come qualcosa di transitorio ed effimero, come una testa di ponte per l’espansione ideologica, qualcosa che avrebbe dovuto scomparire prima della vittoria planetaria del “comunismo messianico”; come interamente la missione di Trotsky nacque nello stesso marchio di “atlantismo” in quanto si oppose al comunista “eurasista” Lenin). Lo stesso “internazionalismo” leninista bolscevico ha un definito, imperiale, eurasiano principio di “suolo prima del sangue” – benché certamente questo principio venisse distorto e frainteso in seguito all’influenza di altri aspetti dell’ideologia bolscevica e, più importante, in seguito alle attività degli “agenti influenti” dell’atlantismo all’interno dello stesso governo comunista. Riassumendo tutte queste ragioni, è possibile dire che un carattere distintivo dei rappresentanti dell’Ordine Eurasiano in Russia è la quasi “forzata” germanofilia (o, minimo, l’ “anglofobia”), e di converso, in Germania gli eurasisti erano “spinti” a essere russofili. Moeller van der Bruck fece una volta un’osservazione molto corretta: “I conservatori francesi furono sempre stimolati dall’esempio della Germania, i conservatori tedeschi dall’esempio della Russia”. Ecco rivelata l’intera logica del retroterra geopolitico, continentale, dell’invisibile occulto combattimento che passa attraverso i secoli – la Guerra occulta dei Continenti.

Ha detto GRU, signor Parvulesco?

Il solo tra i cospirologi occidentali, a sottoleare costantemente il carattere geopolitico della “cospirazione mondiale” o, più esattamente, delle due alternative di “cospirazione mondiale” (“Eurasiana” e “Atlantica”), è il geniale scrittore, poeta e metafisico francese Jean Parvulesco, autore di molti lavori letterari e filosofici. Nella sua vita lunga e ricca di eventi egli ebbe personalmente familiarità con molte figure rilevanti della storia europea e mondiale, inclusi i rappresentanti di una “storia parallela occulta” – mistici, importanti massoni, kabbalisti, esoteristi, agenti segreti di vari servizi speciali, ideologi, politici e artisti. (In particolare, fu amico di Ezra Pound, Julius Evola, Arno Breker, Otto Skorzely, Pierre de Villemarest, Raymond Abellio etc .) Sentita la specificità dei nostri studi cospirologici, Parvulesco ci ha trasmesso dei documenti classificati come strettamente confidenziali, che ci hanno permesso di scoprire molti dettagli importanti della cospirazione geopolitica planetaria. Specialmente interessanti sono i materiali riguardanti l’attività delle segrete organizzazioni occulte in Russia. Nell’ulteriore descrizione noi cercheremo di esporre gli aspetti più interessanti della concezione di Parvulesco. Il 24 febbraio 1989 a Losanna, davanti ai membri del consiglio amministrativo del misterioso Istituto per Speciali Studi Metastrategici “Atlantis”, Jean Parvulesco ha presentato un rapporto sotto l’intrigante titolo La Galassia GRU, con sottotitolo La missione confidenziale di Mikahil Gorbachev, l’URSS e il futuro del grande Continente Eurasiano. In questo rapporto – una cui copia ci è stata trasmessa da Parvulesco – egli ha analizzato il ruolo occulto del servizio di intelligence militare sovietico altrimenti detto GRU (Glavnoe Razvedyvatelnoe Upravlenie, Major Intelligence Service), e la connessione del GRU con l’Ordine segreto di Eurasia. Come riferimento, Parvulesco ha scelto il libro di un ben noto specialista nel campo dei servizi speciali sovietici, il famoso agente del controspionaggio francese e direttore dell’ “European Data Centre” Pierre de Villemarest, che nel 1988 pubblicò in Francia il best seller “GRU, il più segreto dei servizi speciali sovietici, 1918-1988”.

Il GRU contro il KGB

Il modello cospirologico dello stesso Villemarest può essere così riassunto: ” Il KGB è un prolungamento del partito, il GRU è un prolungamento dell’esercito. Già da questa definizione, l’esercito difende lo stato, il KGB difende il partito… Il KGB è guidato dal principio “patriottismo al servizio del comunismo”, mentre l’esercito è per il principio opposto “comunismo al servizio del patriottismo”. Procedendo da questa logica di opposizione tra GRU e KGB come i centri più segreti del potere bipolare nell’URSS (l’esercito e il partito), Villemarest costruisce l’affascinante e argomentata narrazione della storia del GRU. Il senso segreto della storia invisibile dell’URSS dalla Rivoluzione di Ottobre alla Perestroyka è di essere fondato sulla rivalità dei “vicini” – il GRU, l’ “Aquarium” o la “sezione militare 44388” a Khodynka, e il KGB, l’ “ufficio”, alla Lubyanka. Ma qual è la connessione tra questi servizi speciali rivali e i due Ordini planetari geopolitici, anche più segreti e nascosti dei più segreti servizi di intelligence? Secondo Parvulesco, l’Ordine Eurasiano era specialmente attivo in Russia all’inizio del XX secolo. Fra i suoi rappresentanti esso contava il dottor Badmaev di S. Pietroburgo, il barone von Ungern-Sternberg, i segretari segreti svedesi di Rasputin (che firmavano i loro cifrogrammi con lo pseudonimo “Verde”) e molti altri personagi meno conosciuti. E’ anche da sottolineare necessariamente il ruolo speciale del futuro maresciallo Mikhail Tukhachevsky, che, secondo Parvulesco, fu iniziato al misterioso Ordine Polare durante la sua permanenza nel campo di prigionia di Ingolstadt – dove singolarmente, proprio nello stesso periodo 1916-1918, noi incontriamo altre figure di primo piano della storia moderna: il generale De Gaulle, il generale von Ludendorff e il futuro Papa Pio XII, monsignor Eugenio Pacelli. Proprio da questo gruppo di mistici geopolitici russi, il testimone fu poi trasmesso al regime bolscevico, ma fondamentalmente agli esoteristi dell’inclinazione continentale raggruppati nell’esercito, nelle strutture dell’esercito dove c’era un numero significativo di ufficiali di formazione imperiale che erano entrati nei ranghi dei rossi allo scopo di cambiare, in tempi lunghi, la predisposizione nichilistica dei bolscevichi e creare la Grande Potenza Continentale usando i comunisti, pragmaticamente posseduti dall’idea messianica. Quel che importa è che tra i rossi c’erano degli agenti dell’Ordine Eurasiano che svolgevano la segreta missione continentale. (E’ curioso che il famoso rapinatore rosso Kotovskiy era un anarchico di sinistra, occultista e mistico, e alcune parti specifiche della sua biografia portano a credere che nel suo caso ci siano stati contatti con l’Ordine Eurasiano). Così, tra russi eurasisti pre-rivoluzionari e post-rivoluzionari esiste una continuità di membri. La creazione dell’Armata Rossa fu affare degli agenti dell’Eurasia; e riguardo a questo è curioso ricordare un evento storico, cioè che 27 giorni dopo la creazione del quartier generale dell’Armata Rossa sul Fronte orientale (10 luglio 1918) una squadra di Ceckisti lo attaccò e liquidò tutti i suoi membri, incluso il comandante in capo. L’aspra guerra tra gli “eurasisti rossi” dell’Esercito e gli “atlantisti rossi” della Cheka di Djerdjinsky non ebbe un minuto di sosta fin dai primi giorni della storia sovietica. Ma nonostante le vittime, gli agenti dell’Ordine Eurasiano tra i rossi non abbandonarono la loro missione. Un trionfo degli eurasisti fu nel 1918 la creazione all’interno dell’Armata Rossa del GRU (principale servizio di intelligence) sotto la direzione di Semyon Ivanovich Aralov, ufficiale di formazione imperiale e fino al 1917 collegato all’intelligence militare. Più precisamente, Aralov era alla testa del Dipartimento Operativo di Vseroglavshtab [Staff principale tutto russo], dove il servizio di ricognizione entrò come una delle sue parti costitutive. La peculiarità della sua attività, e una misteriosa, quasi mistica immunità, di cui quest’uomo godette per tutta la sua vita durante le più accurate “purghe” (egli morì di morte naturale il 22 maggio 1969), e anche alcuni altri dettagli della sua biografia portano a vedere in Aralov l’uomo dell’Ordine Continentale.

Eurasisti bianchi – eurasisti rossi

Secondo Parvulesco, dopo la Rivoluzione, l’affiliato russo dell’Ordine eurasista fu inserito nell’Armata Rossa, e più esattamente nel suo dipartimento più segreto, il GRU. Ma questo riguarda, naturalmente, solo gli eurasisti “rossi”. Gli eurasisti “bianchi” in Europa generalmente si univano ai nazionalisti tedeschi, e noi troviamo dei rappresentanti di questo Ordine nell’Abwehr (controspionaggio), e più tardi nelle sezioni esteri delle SS e dell’SD [Sicherheit Dienst] (specialmente nell’SD, il cui capo Heydrik era egli stesso un convinto eurasista, ragione per cui egli cadde vittima degli intrighi dell’atlantista Canaris). La rivoluzione divise i Russi tra “rossi” e “bianchi”, ma al di là di questa divisione politica e condizionata vi fu una diversa, misteriosa partizione geopolitica nelle aree di influenza dei due Ordini segreti – Atlantico ed Eurasiano. Nella Russia rossa gli atlantisti furono raggruppati intorno alla Cheka e al Politburo, mentre mai prima della nomina di Kruschev nessun aperto “atlantista” salì alla carica di Segretario Generale (Lenin e Stalin furono “eurasisti” o, almeno, soggetti ad una forte forma di influenza dagli agenti dell’Ordine Eurasiano). Tra i russi bianchi dell’emigrazione, vi furono degli atlantisti non meno che nella stessa Russia, e a parte ovviamente le spie inglesi – liberali come Kerensky e altri democratici e socialdemocratici – anche nel campo degli estremisti di destra, monarchici, la lobby atlantista fu estremamente forte – appartennero ad essa anche un filosofo di “destra” come Berdyaev, e molti altri. (La schiacciante maggioranza degli emigranti russi che si presentò negli USA era correlata a questo atteggiamento geopolitico.) In un definito momento, all’inizio degli anni 30, la rete degli agenti del GRU in Europa e specialmente in Germania penetra profondamente nelle strutture di intelligence tedesche e francesi, e si duplica nella rete degli agenti del NKVD e in seguito del KGB. Gli agenti del GRU penetrarono innanzi tutto nelle strutture dell’esercito e a volte la comune piattaforma eurasiana rese il personale del GRU e degli altri servizi segreti europei non così nemici, come molti alleati, collaboratori, in quanto preparavano segretamente (anche per i loro stessi governi) un nuovo progetto continentale. Qui non stiamo ancora parlando di agenti doppiogiochisti, come non parliamo di unità dei più alti interessi geopolitici. Così in Germania il GRU tenne contatti con tale Walter Nikolay, capo dell’ “Ufficio per la questione ebraica”. Grazie a lui il GRU ebbe accesso ai più alti vertici dell’Abwehr, delle SS e dell’SD. La figura centrale di questa rete fu lo stesso Martin Bormann. (Questo fatto fu ben noto agli alleati dopo le inchieste collegate al processo di Norimberga, e molti di essi erano certi che Bormann dopo il 1945 fosse nascosto proprio in URSS. E’ accertato che Walter Nikolay stesso passò realmente ai Russi nel maggio 1945).

Il patto Ribbentropp-Molotov e la seguente vendetta degli atlantisti

In relazione a Martin Bormann, amico di Ribbentropp e di Walter Nikolay, Jan Parvulesco stesso racconta una storia estremamente rivelatrice, che fa luce sui segreti della guerra occulta fra i due Ordini geopolitici. Arno Breker, il famoso scultore tedesco, che conobbe benissimo Bormann, parlò a Parvulesco di una strana visita che ricevette da questi a Jackelsburg. “Il 22 giugno 1941, immediatamente dopo l’attacco della Germania di Hitler contro l’URSS, Bormann andò da lui senza precauzioni, in stato di shock, avendo lasciato il suo ufficio al Reichskanzlerei. Egli ripeteva continuamente la stesso misterioso giudizio: “Il Non Essere, in questo giorno di giugno, ha vinto sull’Essere…Tutto è finito…Tutto è perduto…” Quando lo scultore chiese che cosa volesse dire, Bormanno tacque; poi, ormai alla porta, si volse per aggiungere qualcosa, poi decise di non farlo e se ne andò sbattendo la porta”. Quello fu il grande collasso di un lungo periodo di impegno per gli agenti eurasiani. Per gli Atlantisti, la data del 22 giugno 1941 fu una data di gran festa: la guerra intra-continentale delle due maggiori potenze eurasiane, una contro l’altra, era la garanzia del trionfo per l’Ordine Atlantico, indipendentemente a quale parte fosse arrisa la vittoria. Il 22 giugno 1941 per l’Ordine degli eurasisti fu un evento perfino più tragico della Rivoluzione di Ottobre. E’ importante sottolineare che gli agenti dell’Ordine Eurasiano spesero i loro sforzi migliori per allontanare il conflitto. Preparativi per la conclusione alla massima estensione possibile del simbolico patto “Ribbentropp-Molotov” (entrambi, a proposito, furono perfetti eurasisti) furono attivamente condotti da entrambe le parti per lunghi anni. Nel 1936 Stalin, essendosi spostato definitivamente all’inizio degli anni ’30 dalla parte dell’Ordine degli Eurasisti, aveva dato a Berzin, capo del GRU (Berzin fu l’eccezione alla regola: agente dell’atlantismo a capo dell’organizzazione eurasiana e al lavoro al suo interno per conto dell’NKVD) questo ordine: “Sospenda immediatamente ogni attività contro la Germania”. (Va detto che Berzin ignorò quest’ordine). Nel 1937 Heydrik e Himmler in un dispaccio segreto assicurarono al Fuehrer, che “la Germania non è più un obiettivo dell’attività del Komintern e delle altre attività sovversive sovietiche.” Il patto Ribbentropp-Molotov fu il culmine del successo strategico per gli eurasisti. Ma all’ultimo momento, le forze oceaniche ebbero il sopravvento. Gli eurasisti nel GRU e, più generalmente, nell’esercito – Voroshilov, Timoshenko, Zhukov, Golikov etc.- fino alla fine rifiutarono di credere nella possibilità della guerra, in quanto la notevole influenza della lobby eurasiana (russofila) nel Terzo Reich era da loro perfettamente conosciuta. (essi giudicavano la propaganda antislava nazionalsocialista insignificante e superficiale quanto la retorica demagica internazionalista del marxismo nell’URSS). Il Generale Golikov (che nascondeva le sue nobili origini, la sua autentica data di nascita e anche la sua autentica biografia, per motivi puramente collegati alla cospirazione all’interno dell’Ordine eurasiano) rimproverò i suoi subordinati, dopo aver ricevuto la bozza di informazione sull’attraversamento del confine sovietico da parte dei Tedeschi: “Provocazione inglese! Indagate!” Egli non sapeva in quel momento quello che Martin Bormann già conosceva: “Il Non Essere ha acquisito la vittoria sull’Essere”.

Profilo della lobby Atlantica

L’Ordine Atlantico segreto ha una storia antichissima. Alcuni autori tradizionalisti lo fanno risalire alle società iniziatiche dell’antico Egitto e specialmente alla setta adoratrice del dio Seth, i cui simboli erano il Coccodrillo e Behemoth (cioè animali acquatici), e anche dell’Asino Rosso (vedi J. Robin Società segrete al rendez-vous apocalittico, J.M. Allemand Réné Guénon e le Sette torri del diavolo, etc.). In seguito la setta di Seth si manifestò con i vari culti fenici, specialmente con il culto sanguinario di Moloch. Secondo il cospirologo francese del XIX secolo Claude Grace d’Ors, questa organizzazione segreta esisteva ancora molti secoli dopo il crollo della civiltà fenicia. Nell’Europa medievale esistette sotto il nome di “Menestrelli di Morgana”, il cui emblema era la “Morte Danzante” o Danza Macabra. Grace d’Ors affermò che la Riforma di Lutero fu condotta su istruzione di questa setta e che i Protestanti (specialmente anglosassoni e francesi) rimangono ancora sotto la sua influenza. Jan Parvulesco ritiene che Giuseppe Balsamo, il famoso Cagliostro, fosse uno dei principali agenti di questo Ordine segreto che emerse alla fine del XVIII secolo sotto la maschera dell’irregolare Massoneria “Egizia” del rito di Memphis, in seguito di Memphis-Mitra. Tale preistoria simbolica degli atlantisti caratterizza la sostanza della loro strategia geopolitica e culturale-economica. Il suo senso si riduce nell’enfatizzazione di valori “orizzontali”, per portare in primo piano gli aspetti inferiori dell’essere umano e della società nel suo complesso. Questo non significa che l’atlantismo è identico al volgare materialismo, ma comunque, l’aspetto “materiale”, puramente economico, commerciale dell’attività umana tiene in esso un ruolo centrale. La concezione di un sistema di valori a un livello puramente umano presuppone l’individualismo e un radicale antropocentrismo, peculiari all’atlantismo in tutte le sue manifestazioni, e parallelamente a questa concezione emergono necessariamente il tipico scetticismo “atlantico” e un’ironia deprimente in relazione all’ideale, sopraumana misura della vita. Infatti, le immagini dell’Asino Rosso e della Morte Danzante rispecchiano perfettamente la sostanza dello scetticismo “atlantico”. E secondo le strane logiche della storia, le più radicali forme di coscienza critica protestante, individualista, sociale e religiosa dopo la riforma di Lutero, in pratica, furono “attratte” come un magnete verso le regioni atlantiche – dall’Inghilterra e ancora più a Ovest, fino al più profondo Atlantico – in America, dove trovarono un terreno favorevole le più estreme forme di protestantesimo radicale, incarnate da Battisti, Quaccheri e Mormoni. (J.M. Allemand segnalò una concorrenza simbolica: da Cadice, un porto che fu storicamente il maggior centro tra le colonie fenicie nella penisola iberica – Cristoforo Colombo salpò per la sua spedizione atlantica, conclusasi con la scoperta dell’America). Ma il consolidamento dell’Ordine Atlantico nell’Estremo Occidente e la creazione di un’esclusiva civiltà atlantica negli USA, secondo il progetto di quest’Ordine, furono solo uno stadio intermedio nei piani “neocartaginesi” degli atlantisti. Il successivo passo strategico consistette nell’esportazione del modello atlantico verso gli altri continenti, nella colonizzazione geopolitica dell’intero pianeta, nel traferimente dell’Occidente, in senso mistico e geopolitico, in tutto il mondo, incluso, naturalmente, anche l’Oriente. Perciò la rete degli agenti atlantisti negli stati dell’Eurasia non persegue solo uno scopo difensivo (indebolendo la forza geopolitica alternativa), ma presuppone anche operazioni offensive. L’avanguardia dell’ “atlantismo” in Eurasia furono i movimenti sovversivi “di sinistra”, “anarchici”, sebbene anche nel loro ambiente esistesse sempre un’opposizione interna eurasiana. Comunque, è necessario individuare il “socialismo economico” e il “comunismo”, nel loro tipo puro e teoretico, come la forma di propaganda “atlantica”, la maschera socio-politica per l’Ordine segreto dell’Asino Rosso. Se noi teniamo conto delle specifiche dottrine geopolitiche ed occulte del polo atlantico, diviene completamente chiaro perché i movimenti sovversivi “di sinistra” furono così sostenuti dalle potenze anglosassoni nei paesi continentali europei ed eurasiani, mentre in Inghilterra e specialmente in America, i “comunisti” costituiscono una percentuale insignificante. Per la lobby atlantista, le “sinistre” sono sempre state la quinta colonna in Eurasia. Da qui deriva anche quella naturale armonia tra atlantisti russi di inclinazione comunista e capitalisti anglosassoni, che così spesso porta in un vicolo cieco gli studiosi e gli storici stranieri, sorpresi da una così completa comprensione reciproca tra “classi nemiche” – tra bolscevichi “messianici” con la loro dittatura del proletariato e i banchieri di Wall street con il loro culto del Vitello d’Oro. La società segreta della Morte Danzante, dell’Asino Rosso, dei “Menestrelli di Morgana”, la Fratellanza dell’Oceano – queste immagini ci aiuteranno a capire le logiche della lobby mondiale atlantista, che aspira non solo a difendere le proprie “isole”, ma anche a trasformare l’intero pianeta in “Carthago”, nell’unito “mercato umano” universale.

Il KGB al servizio della “Morte Danzante”

Pierre de Villemarest definisce giustamente la Cheka (OGPU, NKVD, KGB) come la “continuazione del partito”. Potrebbe anche essere più preciso dire che è il centro segreto del partito, la sua mente e la sua anima. Jan Parvulesco ha completato questa definizione attraverso una valutazione geopolitica. Secondo Parvulesco, il KGB è il centro della più forte influenza dell’Ordine Atlantico, l’Ordine della Morte Danzante. Il KGB è una copertura per quest’Ordine. Molti avevano supposto un retroterra occulto di questa organizzazione. Alcuni parlarono anche della presenza nel KGB di un’organizzazione segreta di studi parapsicologici, della cosiddetta “Compagnia di Viy” praticante la magia nera, in cui tutte le figura di punta dell’URSS ricevevano, così per dire, la loro consacrazione. Comunque, le dicerie sulla misteriosa “compagnia di Viy”, più verosimilmente, sono la descrizione assai semplificata e grottesca di una più sottile e profonda realtà, da momento che la missione occulta del KGB non è per niente ridotta alle sperimentazioni magiche o parapsicologiche, per le quali, osserveremo, questa organizzazione mostrò sempre realmente dell’interesse abnorme e crescente. Il KGB fu inizialmente progettato come una struttura solamente ideologico-repressiva chiamata a supervisionare i soggetti dello spazio sociale e culturale comunista. I comunisti nella loro dimensione ideologica, messianica marxista, in rapporto alla popolazione eurasiana delle regioni loro soggette, si eressero sempre come colonizzatori, come nuovi arrivati, tenendo sempre una distanza ideologica dai bisogni, dalle richieste e dagli interessi della popolazioni indigena. A livello puramente “ideale”, essi miravano ad imporre ai popoli eurasiani un modello accentrato di economia innaturale per essi – che costringeva all’uso di un apparato repressivo. La Cheka (NKVD, OGPU, KGB) fu inizialmente la parodia dell’ordine “cavalleresco-ideologico” chiamato a punire gli autoctoni e a soffocare la loro naturale inclinazione per il “suolo”. La Cheka (e il KGB) professarono anche le tesi del “sangue più importante del suolo”, ma già nella sua variante completamente fraintesa, sadico-sanguinaria, come una memoria scomoda del culto sanguinario fenicio di Moloch, al quale gli agenti atlantisti furono tipologicamente e generalmente collegati. La Cheka-KGB servì sempre la “Morte Danzante”, e molte storie paradossali e inattendibili (per la loro inumanità) collegate a questa oscura organizzazione divengono più chiare, se noi prendiamo in considerazione la connessione non solo metaforica, ma occultistico-esoterica di questo Ordine ai più antichi culti medio-orientali, i cui aderenti non hanno mai cessato di esistere attualmente, continuando la catena segreta attraverso le organizzazioni segrete europee e medio-orientali di tipo atlantista.

Convergenza dei servizi speciali e la “missione polare del GRU”

La CIA, in quanto strumento dell’Atlantismo americano, dipende tipologicamente dalla stessa categoria cospirologica. Inoltre, alle origini di questa organizzazione troviamo figure notevoli della massoneria americana – che, a proposito, i massoni europei considerano come irregolare – che è eretica e settaria (Comunque, una domanda qui segue di necessità: esiste negli USA in quanto tutto unico, qualcosa nella sfera della religione o della metafisica che non sia eretico e settario?). La CIA, come il KGB, non è mai stata indifferente al magico e al parapsicologico, e nel complesso il suo ruolo nella civiltà moderna è abbastanza paragonabile a quello del KGB, benché il sottofondo sadico-sanguinario in questo caso non sia così ovvio. La CIA (e i suoi precursori) assieme ai servizi segreti inglesi, fin dagli inizi del secolo ha riempito l’Eurasia con una rete di agenti, che hanno costantemente influenzato il corso degli eventi storici in chiave atlantista. In un certo modo, è quasi possibile parlare di “convergenze dei servizi speciali”, di “fusione” di KGB e CIA, di loro unità lobbistica a livello geopolitico. Questo spiega una tale abbondanza di cosiddette “spie sovietiche” nelle regioni di maggiore influenza americana, da Hiss a Reseford che, secondo alcuni autori, trasmise i progetti della bomba all’idrogeno ai nuclearisti sovietici. (E’ possibile, a proposito, che proprio all’interno della lobby atlantista degli scienziati nucleari sovietico-americani, l’accademico Sakharov sia venuto a conoscenza dei progetti mondialisti di orientamento antieurasiano, su cui egli in seguito basò le sue visioni sociali, politiche e futurologiche.) E’ necessario far notare che il raddoppio della rete degli agenti del KGB negli USA e negli altri paesi anglosassoni da parte degli agenti della rete del GRU era sottoposto a un costante segreto conflitto con i “vicini” agenti della Lubyanka; e data la radicale contraddizione di orientamento geopolitico e anche metafisico di queste due strutture segrete sovietiche, sarebbe logico sospettare che gli autentici e i soli oppositori alla CIA fossero gli agenti del GRU e non il KGB. Queste convergenze di servizi segreti, come il convergente riallineamento dei comunisti sovietici ai massimi livelli con i mondialisti americani, sono sfociati nell’unità del fondamentale orientamento geopolitico, nell’unità di una struttura segreta che fa uso sia degli atlantisti occidentali che degli agenti atlantisti dell’Est, occupando a volte le posizioni più importanti nella nomenclatura dello stato e della politica. Ma la completa e aperta fusione di queste due affiliazioni dell’Ordine della Morte Danzante, da un certo momento fu ostacolata dagli sforzi di una lobby alternativa eurasiana, geneticamente collegata al GRU ed allo staff del Soviet Generale, ma che includeva nella sua rete molte strutture di intelligence europee ed asiatiche (specialmente della Germania, della Francia – legate ai segreti progetti geopolitici di De Gaulle – di Paesi arabi e così via), unite al servizio dell’Ordine alternativo, l’Ordine dell’Eurasia – altrimenti detto la società dei “Menestrelli di Mursya” o anche il polare “Ordine di Heliopolis”, Ordine di Apollo, il vincitore solare del Serpente-Pitone, il Serpente che la tradizione greca identificò con il dio egizio Seth, con l’Asino Rosso.

Ascesa ed eclissi del Sole Eurasiano

Sottolineiamo ora le peripezie della guerra occulta dell’Ordine Eurasiano contro l’Ordine Atlantico all’interno del sistema sovietico. Come abbiamo detto nel capitolo precedente, Lenin aderì interamente all’atteggiamento eurasiano. E’ caratteristico che durante la sua leadership il GRU sia stato creato e diretto dal sincero eurasista Semyon Ivanovich Aralov. Lo stesso Aralov permeò la struttura della sua organizzazione segreta nell’esercito con i principi continentali eurasiani, radunando attorno a sé i più validi ed efficienti “fratelli di Eurasia”, che come lui furono inviati tra i ranghi rossi per compiere la loro speciale missione metapolitica. E’ curioso che all’inizio degli anni ’60 Aralov abbia diffuso un libro dal titolo significativo “Lenin ci condusse alla vittoria”. E’ qui necessariamente da sottolineare un dettaglio rilevante: le cosiddette “guardie leniniste”, nonostante l’affinità politica con Lenin, a livello geopolitico propendevano in schiacciante maggioranza per l’alternativo orientamento geopolitico atlantico. “I collaboratori più vicini a Lenin”, e non l’ “ambizioso tiranno Stalin” (come ancor oggi molti erroneamente pensano), continuarono al di là della sua scomparsa dal governo del paese. La fine della leadership leninista segnò in se stessa il passaggio di poteri nelle mani degli atlantisti e, in pratica, durante la seconda metà degli anni ’20 e la prima metà degli anni ’30 siamo testimoni di un significativo miglioramento delle realazioni tra l’URSS e i paesi anglosassoni, e innanzi tutto gli USA. In parallelo con ciò noi vediamo anche dei cambiamenti sintomatici dei quadri all’interno del GRU. L’atlantista e chekista Berzin, creando una struttura di intelligence con il supporto del Komintern e dei comunisti più fanatici, cioè degli elementi atlantisti, è nominato a sostituire l’eurasista Aralov. Ma anche Berzin non riuscì a cambiare la linea del GRU. La struttura creata da Aralov era solida e nello stesso tempo flessibile abbastanza da cedere senza combattere. Nonostante tutti gli attacchi della Cheka-NKVD contro l’esercito, i militari hanno una significativa autorità e conservano la loro elite intellettuale geopolitica tra i ranghi del GRU. Un curioso dettaglio merita di essere sottolineato – tutti i capi del GRU che sostituirono Aralov prima dell’inizio della Grande Guerra Patriottica, furono giustiziati. Elenchiamoli: O.A. Stigga, A.M. Nikonov, Ya.K. Berzin, I.S. Unschlikht, S.P. Uritskiy, N.I. Yezhov, I.I. Proskurov. Tutti loro (eccetto il generale Proskurov) non erano quadri militari, tutti lavorarono contro l’idea eurasiana, ma non era previsto che il GRU rimanesse la sola organizzazione eurasiana operante in segreto per raggiungere il grande progetto continentale. La destituzione di Berzin nel 1934, dopo essere stato nove anni alla testa del GRU, significò una severa crisi nella guerra occulta nei retroscena del governo sovietico. L’avvento al potere di Hitler rafforzò in modo straordinario le posizioni della “lobby continentale” all’interno del governo sovietico. Nel 1934 gli agenti del GRU iniziarono a preparare l’unione strategico russo-tedesca che raggiunse il suo culmine con il patto Ribbentropp-Molotov. Stalin manifestò definitivamente il suo sostegno all’orientamento eurasiano, credendo che le tendenze anti-atlantiche del nazionalsocialismo avrebbero attratto su di sé l’attenzione delle potenze anglosassoni e che in tale situazione sarebbe stato possibile, alla fine, aprire la strada alla distruzione della potente lobby “atlantica” all’interno dell’URSS. Iniziò la distruzione delle “guardie leniniste”. Tutti i processi staliniani, a volte apparentemente assurdi e completamente infondati, erano effettivamente coerenti a livello geopolitico. Tutte le cospirazioni di “destra” e di “sinistra” erano perfettamente reali – sebbene Stalin non si risolse a chiamarle direttamente con il loro nome e ad incriminare l’intera “lobby atlantista”, già da lungo tempo all’azione nel governo sovietico. Probailmente egli ebbe ragione di temere una reazione terribile e sanguinosa. Perciò egli fu costretto a mascherare le sue rivendicazioni su questo o su quel gruppo degli alti funzionari attraverso accuse realtive ed etichette allegoriche. Processo dopo processo, Stalin liquidò gli agenti attivi della “Nuova Carthago”, ma la reazione fu inevitabile. Un impatto particolarmente severo sulla lobby eurasiana fu l’assassinio del capo della loggia “Polare” all’interno dell’Armata Rossa, il maresciallo Tukhachevsky. Sebbene anche in questo caso la vendetta degli atlantisti su Tukhachevsky e tutte le rivendicazioni esposte contro di lui fossero profondamente motivate, questo fu vero solo nella specifica prospettiva “atlantista”, nel contesto del sabotaggio anti-eurasiano.

L’aggressione di Hitler contro l’URSS fu la grande catastrofe eurasiana. Dopo la terribile guerra fratricida tra due popoli geopoliticamente, spiritualmente e metafisicamente vicini, correlati, tra due regimi orientati in senso anti-atlantista, la Russia di Stalin e la Germania di Hitler, la vittoria dell’URSS fu in effetti equivalente a una sconfitta strategica – dal momento che l’intera esperienza storica dimostra che la Germania non può essere riconciliata con una sconfitta, così che il vincitore già con la sua vittoria stringe il nodo di un nuovo prossimo conflitto, gettando i semi di una guerra futura. Inoltre, Yalta indusse Stalin a solidarizzare con gli Alleati, proprio con quelle potenze che sono sempre state il peggiore nemico dell’Eurasia. Stalin, conoscendo perfettamente le leggi della geopolitica e avendo già fatto la sua scelta eurasista, non poteva non saperlo. Subito dopo la sconfitta tedesca, Stalin iniziò a realizzare un nuovo progetto geopolitico, il Patto di Varsavia, che integrava i paesi dell’Est europeo in un’atmosfera di Grande Russia Sovietica. E qui avvennero i primi conflitti e dissensi con gli atlantisti. Fino al 1948 Stalin mascherò i suoi intenti continentali e approvò anche la creazione dello stato di Israele, che fu il principale atto strategico dell’Inghilterra (e più in generale, dell’atlantismo) per rafforzare la sua influenza militare, economica e ideologica nel Vicino Oriente. Ma già nel 1948, utilizzando oltre a tutti gli altri mezzi, la catena di comando delle posizioni di politica interna dell’esercito (Zhukov, Vasilevskiy, Shtemenko etc.), Stalin ritornò alla geopolitica eurasiste ortodossa, rinnovò le purghe anti-atlantiste all’interno del governo sovietico e pronunciò la “condanna” di Israele in quanto formazione anticontinentale generata da “spie anglosassoni”. Piuttosto stranamente, la morte di Stalin coincise con il momento più teso e drammatico nel compimento dei piani eurasisti, quando erano reali le prospettive di una nuova unione continentale URSS-Cina, che avrebbe potuta radicalmente cambiare le logiche di allineamento planetario delle forze e portare alla rivincita del Grande Ordine di Eurasia. Se teniamo conto di queste ragioni e delle caratteristiche geopolitiche del corso post-staliniano in URSS, la versione sull’assassinio di Stalin (avanzata da molti storici europei) diviene più che probabile. E il ruolo centrale del NKVD e del suo capo, il sinistro Beria, acerrimo nemico del GRU, dello Staff Generale e dell’Eurasia, nel supposto assassinio di Stalin è messo in evidenza dalla maggior parte degli storici.* Nel 1953, otto anni dopo la pseudo vittoria, mancava solo un passo prima della Vittoria reale (come nel 1939). Ma invece di essa, il mondo vide la Caduta del Titano.

La missione “polare” del generale Shtemenko

Secondo Jean Parvulesco, una figura chiave della lobby geopolitica eurasiana fu, sin dalla metà degli anni ’40, il generale colonnello Sergey Matveevic Shtemenko (1907 – 1976). I suoi maggiori sponsor erano il maresciallo Zhukov e il generale Aleksandr Poskrebyshev (che, in base ad alcune fonti, svolse presso Stalin una missione analoga a quella di Martin Bormann presso Hitler, che fu il veicolo delle idee germanofile). Durante gli anni ’60 Shtemenko era una delle figure chiave dell’esercito sovietico: in diversi periodi egli fu il comandante delle forze armate dei paesi del Patto di Varsavia e capo dello Staff Generale dell’URSS. Ma il più rilevante dei suoi incarichi, secondo la linea fondamentale del nostro studio cospirologico, fu il ruolo di capo del GRU negli anni 1946-1948 e 1956-1957. Con Shtemenko il GRU fu completamente reintegrato nelle sue fisionomie “polari”, occulte, introdotte nella struttura del GRU dal suo fondatore Aralov. Pierre de Villemarest definì il generale-colonnello Shtemenko il primo e il più eccezionale geopolitico sovietico. Shtemenko fu un naturale e inequivocabile sostenitore del Progetto del Grande Continente, in piena corrispondenza con la logica tradizionale dell’Ordine eurasista. Nel suo libro Villemarest scrisse di lui: “Shtemenko appartenne a quella casta speciale di ufficiali sovietici che, sebbene fossero anche “sovietici”, erano tuttavia rappresentativi della fede nello spirito della Grande Russia ed espansionisti”. E inoltre: “Per questa casta l’URSS è un impero chiamato a guidare [upravlyat] il continente eurasiano, non solo dagli Urali a Brest, ma dagli Urali alla Mongolia, dall’Asia centrale al Mediterraneo”. I piani strategici di Shtemenko comprendevano anche la pacifica penetrazione economico-culturale in Afghanistan (di cui egli parlò negli anni 1948-1952) e l’ingresso delle truppe sovietiche nelle capitali arabe – Beirut, Damasco, Cairo, Algeri. Già nel 1948 Shtemenko insisteva sullo speciale ruolo politico dell’Afghanistan, che avrebbe portato l’URSS a guadagnare l’accesso all’oceano e incrementato la potenza militare della flotta sovietica nel mar Nero e nel mar Mediterraneo. E’ importante notare che il famoso ammiraglio Gorshkov era un intimo amico del generale-colonnello Shtemenko. Shtemenko, e l’occulta suddivisione, rianimarono attraverso di lui, nel GRU creato sotto Stalin, una rete potente ed avanzata di influenza eurasista che, nonostante tutti i tentativi di Beria di smantellarla, non fu distrutta nemmeno dopo la morte di Stalin – anche se dal 1953 alla metà degli anni ’60 la lobby eurasista all’interno dell’esercito fu costretta a mantenersi in posizione difensiva. Come male inevitabile, gli agenti del GRU per un periodo di 23 anni (1963-1986) dovettero tenersi alla testa della loro organizzazione l’agente atlantico della Lubyanka, precedente “liquidatore”, generale Petr Ivashutin. Era un compromesso indispensabile. Il generale-colonnello Shtemenko, agente dell’ “Ordine Polare”, l’Ordine di Eurasia – è la chiave che ci aiuterà a comprendere le logiche segrete della storia sovietica da Khrushev alla perestroyka. Questa storia, – non diversamente, comunque, dalla storia del mondo intero – è la lotta sia in modo aperto che oscuro, di due ordini segreti, i “Menestrelli di Morgana” e i “Menestrelli di Mursya”, i fedeli del dio egizio Seth, dell’Asino Rosso, e i fedeli dell’Apollo nordico, polare, uccisore del Serpente Pitone.

Nikita Khrushev, agente di Atlantis

Khrushev fu il primo protetto della lobby atlantista a diventare leader unico dell’URSS. Nonostante i suoi dissensi con Beria, Khrushev si appoggiò sul KGB e per un tempo determinato portò avanti una linea in opposizione alle scelte di Lenin e Stalin. L’attività di Khrushev era diretta a distruggere le strutture interne degli eurasisti dell’URSS, e anche a minare il progetto globale continentale di un blocco blanetaria soprastatale. L’avvento di Khrushev fu la salita al potere del KGB. Khrushev, una volta consolidata la sua posizione, iniziò a intervenire contro tutti i livelli della lobby continentale patriottica. Tutta la sua attenzione si concentrò da quel momento in poi sui paesi anglosassoni, specialmente sugli USA. Lo slogan di Khrushev “raggiungere e sorpassare l’Occidente” significa allineamento alle potenze atlantiche e riconoscimento della loro superiorità sociale ed economica. Le tesi sul rapido avvicinarsi del comunismo sono dirette a cavalcare di nuovo le tendenze “messianiche di sinistra”, “bolscevico-internazionaliste” quasi dimenticate durante i lunghi anni di stalinismo geopolitico imperiale eurasiano. Khrushev mirò a colpire tutte strutture tradizionali legate al “suolo”, che erano state salvate grazie alla segreta protezione dell’Ordine Eurasiano, perfino nei periodi più terribile del terrore rosso. Khrushev voleva liberarsi definitivamente della Chiesa Ortodossa Russa. Khrushev fu “americanista” e “atlantista” in tutto: iniziando dal famoso “grano” atlantico e concludendo con i suoi concetti militari esclusivamente basati sull’impiego di missili intercontinentali a scapito di tutti i rimanenti tipi di armi. Khrushev non si curò per niente del continente eurasiano. Egli fu interessato dall’America Latina, Cuba, etc. Tra gli atlantisti del consiglio militare di Khrushev (il cui leader era il maresciallo S.S. Biryuzov) e gli eurasisti del gruppo Shtemenko ci fu quasi guerra aperta. Khrushev insisteva sul concetta di “guerra lampo nucleare intercontinentale” che, dal punto di vista continentale, era nient’altro che sabotaggio strategico, che indeboliva la reale potenza militare delle forze continentali, frantumando l’economia e creando una minaccia planetaria apocalittica. Dopo il siluramento di Khrushev, “Stella Rossa” scrisse piuttosto giustamente: “Quella strategia, che noi alla fine rifiutammo, poteva essere nata solo in un cervello malato”. Anche prima Shtemenko, nella stessa “Stella Rossa”, aveva osservato: “Non è in alcun modo possibile basare la sicurezza dell’URSS solo sui missili balistici intercontinentali.”. Con Khrushev iniziò la separazione definitiva delle funzioni interstatali: “uomini del partito” e rappresentanti della Lubyanka solidarizzano da quel momento con i khrusceviani sulla strategia della “guerra lampo nucleare” (l’Esercito Sovietico divenne il primo ostaggio del “terrorismo nucleare” del KPSS [Partito Comunista dell’Unione Sovietica], precisamente, dell’ala atlantica del KPSS), mentre gli eurasisti e i lobbisti del GRU insistono sullo sviluppo degli armamenti convenzionali e cercano di prendersi la rivincita attraverso gli studi spaziali militari. Nel 1958 Khrushev dimette d’autorità il potente e popolarissimo eurasiamo maresciallo Zhukov. Nel 1959 egli inizia un’altra offensiva – egli colloca alla testa del GRU una delle più odiose figure della storia sovietica, il sanguinario carnefice chekista Ivan Serov, conosciuto con il soprannome di “Zhivoder”. Questo personaggio sanguinario – per le sue caratteristiche il tipo ideale dell’Ordine dell’Asino Rosso – era aborrito dallo Staff Generale e, naturalmente, dagli agenti del GRU e in primo luogo dai patrioti dell’Eurasia. Un altro “atlantista”, il generale Mironov, diviene curatore responsabile del cosiddetto “organo esecutivo” – che significa supervisione sugli aspetti fondamentali dell’esercito e sulle sezioni di intelligence. Comunque, le manovre offensive khrusheviste incontrano la ben coordinata reazione occulta degli eurasisti: Konev, Sokolovskiy, Timoshenko, Grechko cercano di sconfiggere Khrushev ad ogni costo. Ogni giorno in più di questo “atlantista” porta un irreparabile danno ideologico, strategico e politico all’URSS e, nel complesso, agli interessi delle potenze continentali. Osserviamo un altro curioso particolare: all’epoca di Khrushev la supremazia della linea “totalitario-hegeliana” nel “rituale” della filosofia marxista sovietica (che attribuisce il primato ai fattori sovra-individuali, “oggettivi”, su quelli individuali e soggettivi) è sostituita dal predominio della linea “soggettivo-kantiana” (che attribuisce il primato ai fattori individualistici e “soggettivi” su quelli “oggettivi. Proprio in quel periodo inizia il lento degrado dell’educazione civica, appare la nuova costellazione di accademici e scienziati “khrushevisti” che rappresentano una folla di incompetenti ed arroganti (Ricordiamo, ad esempio, come elemento rappresentativo dei “khrushevisti” A.N. Yakovlev, che ammise di aver criticato Marcuse, senza aver trovato il tempo di leggerlo; gli scienziati di Stalin che continuavano, sebbene in una forma peculiare, le tradizioni accademiche pre-rivoluzionarie, di regola, erano distinti per la loro conoscenza di quegli autori che essi, sinceramente o meno, criticavano). Con Khrushev inizia gradualmente la propagazione nella società di un’intelligentsia orientata in senso “atlantista”, sradicata e cosmopolita, che il KGB cova di nascosto anche nelle sue varianti più radicali e dissidenti. Le tematiche dell’Occidente, le tematiche degli USA iniziano a diffondersi nell’URSS come ideali “proibiti”, ma “attraenti” tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60.

Il lungo percorso verso il 1977

Il siluramento di Khrushev fu indubbiamente opera dell’Ordine di Eurasia. E’ indicativo che otto giorni dopo che egli lasciò la carica di Segretario Generale, l’aereo sul quale si trovavano due personaggio chiave della lobby “atlantica” – il maresciallo Biryuzov e il generale Mironov – ebbe un incidente. Dopo il knockout di Khrushev gli eurasisti iniziarono gradualmente a recuperare le loro posizioni. Leonid Brezhnev fu una figura supportata dagli eurasisti. E’ significativo che lo scrittore Smirnov scrivesse nel 1965: “Il 9 maggio 1965, alla parata per la vittoria a Mosca prima che passassero le colonne dei veterani, celebrando il 20° anniversario della Vittoria, il maresciallo Zhucov stesso, le decorò con gli ordini di battaglia”. Dopo sette anni di disgrazia khrusheviana Zhukov era di nuovo riabilitato. Fu una vittoria del GRU. Ma il trionfo dell’Ordine di Eurasia sotto Brezhnv fu lungi dall’essere completo. Gli “atlantisti” del KGB non giunsero alla resa. I progetti continentali venivano continuamente ostacolati. A metà degli anni ’60 vi fu una situazione perfino paradossale, quando la prospettiva del blocco continentale fu discussa, evitando l’URSS. A questo riguardo è interessante il resoconto dei fatti sui negoziati di Arthur Axmann – in precedenza capo della “Hitler-jugend” e partecipe della lobby eurasiana all’interno delle SS – con Zhou Enlai concernenti la creazione di un blocco unito continentale Pekino-Berlino-Parigi, bypassando l’URSS. Laval, e anche il generale De Gaulle diedero il benvenuto senza riserve a un simile progetto. Un successivo incontro fu tenuto a Bucarest. Arthur Axmann parlò a Madrid a Jean Parvulesco del seguente episodio in un suo volo a Pekino. Nello stesso aeroplano sedeva un gruppo di militari sovietici che cervano di convincere Axmann della necessità di includere anche l’URSS in questo progetto eurasiano – che era, in ogni caso, il vecchio sogno dello stesso Axmann, oppositore del razzismo antislavo di Hitler sin dai tempi del suo coinvolgimento nella lobby eurasiana all’interno delle SS (il circolo SS di Aleksandr Doleschallek, Richard Hildebrandt, Guenther Kaufmann etc., collegati, naturalmente, a Walther Nikolay e Martin Bormann). Gli ufficiali del GRU informarono Axmann sugli intrighi della lobby atlantista in URSS, che metteva ostacoli insuperabili a tutti i progetti geopolitici orientati verso il continente – e così a tutte le potenze continentali, la più importante delle quali era l’URSS. Gli atlantisti del KGB, con l’uso delle loro tattiche tradizionali, forzarono l’Esercito a sopportare Ivashutin (vecchio chekista e figura estremamente impopolare) alla testa del GRU per 23 anni. Tuttavia, dal 1973 Brezhnev iniziò ad avanzare sempre di più i militari nel governo del paese. Nel 1973 il maresciallo Grechko divenne membro del Politburo. Sostituendolo, anche Ustinov entrò in questo organismo, anche se dobbiamo notare che i capi del KGB – Andropov e in seguito il suo erede Chernikov – furono membri del Politburo sin dal 1967. Ma il maggiore trionfo dell’Esercito e del Gru fu nel 1977, quando la nuova costituzione brezhneviana fondò il “Consiglio di Sicurezza”, che divenne una forza legale e politica autonoma e formalmente indipendente. Fu una vittoria dell’esercito sul KGB. Fu una vittoria dell’Eurasia. Il prudente e mai precipitoso Brezhnev aveva mantenuto la sua promessa – fatta alla lobby eurasiana – di cambiare i retroscena delle interne strutture sovietiche di potere. L’esercito aveva ora la sua agenzia ai massimi livelli. La strategia di Brezhnev fu orientata a livello interamente continentale, benché lo spazio e le armi spaziali fossero la sfera basilare di interesse strategico. Per lavorare parallelamente ai progetti di guerre spaziali, le geopolitiche dell’epoca di Brezhnev elaborarono dei modelli ideologici e politici adatti tenendo conto della nuova nomenclatura strategica e militare e della tipologia dell’era spaziale. E’ importante menzionare in questo contesto l’idea dello scrittore ed ideologo del movimento patriottico A.Prokhanov, saldamente collegato a ben precisi gruppi geopolitici nello Staff Generale sin dai tempi del maresciallo Ogarkov. Prokhanov assicura che la strategia militare sovietico-eurasiana tra la fine degli anni 70 e la prima metà degli anni 80 elaborò seriamente il progetto di una nuova civiltà di spazio continentale basata sulla combinazione delle tradizioni spirituali, del “suolo” e metafisiche dell’Eurasia con le tecnologie ultramoderne, con la stilistica e con il sistema globale delle “nuove comunicazioni”. Questa, nell’opinione di Prokhanov, sarebbe diventata la risposta eurasiana al modello americano delle “guerre stellari”, che mostrava la futura era spaziale come la celebrazione dell’idea anglosassone non solo sul pianeta, ma anche nell’universo. All’universo americano, allo Spazio americano, gli ideologi del “suolo futuristico” dello Staff Generale, secondo Prokhanov, erano pronti ad opporre l’universo russo, l’universo eurasiano, l’immagine della Grande Eurasia, che proiettava se stessa nelle regioni sconfinate delle stelle e dei pianeti. I “vicini” della Lubyanka avevano scelto uno spazio secondo l’immagine delle civiltà “insulari” mercantili-coloniali dell’estremo Occidente. Il modello americano era pienamente adatto a loro. Così, nelle più recenti forme tecnologiche, noi reincontriamo i temi più antichi, con voci di una storia millenaria, con l’appello dai nostri lontani antenati sempre per risolvere un singolo essenziale problema: “E’ necessario distruggere Carthago?” – in qualsiasi forma questo problema si fosse presentato.

La geopolitica del maresciallo Ogarkov

Uno dei più immediati eredi della missione geopolitica di Shtemenko fu il maresciallo N.V. Orgarkov, eminente geopolitico, stratega ed eurasista. Egli condusse l’attività dell’Ordine “Polare” all’interno dell’esercito fino alla metà degli anni 80. Dei tre capi brezhneviani dello Staff Generale – Zakharov, Kulikov, Ogarkov (tutti e tre convinti eurasisti) – il più brillante era Ogarkov, un geniale conoscitore del mascheramento, che ingannò strategicamente molte volte gli atlantisti sia interni che esterni. Ogarkov fu l’organizzatore dell’operazione a Praga, che passò in modo così liscio solo perché egli manovrò per confondere completamente i servizi di intelligence della NATO e per imporre loro alcune informazioni sbagliate recapitate in modo eccellente. E’ curioso sottolineare che gli eventi della “primavera di Praga”, conclusisi per i golpisti democratici in un “triste autunno”, furono pressoché un duello strategico tra due personaggi consacrati ai segreti più profondi del conflitto planetario. Oggi è ben noto che l’occulto autore e regista della “primavera di Praga” fu David Goldstucker. In questa operazione egli si confrontò con l’eurasista Ogarkov ed è necessario far notare che la vittoria di Ogarkov non fu semplicemente la vittoria della forza bruta dei carri armati sovietici, ma una vittoria dell’intelligenza, dell’astuzia e di una magnifica padronanza dell’arte della disinformazione, del “cammuffamento”, con l’aiuto delle quali i vertici della NATO furono indotti a commettere i peggiori errori e non ebbero il tempo per quella reazione sulla quale, naturalmente, il dottor Goldstucker e le sue creature (Dubchek, Havel, etc.) contavano fin dall’inizio. Ogarkov aprì la strada alla creazione delle “Spetsnaz” [special forces], chiamate a interventi locali e ad operazioni-lampo nelle retrovie del fronte nemico, assolutamente necessarie per il successo specialmente di operazioni militari locali continentali. Geopoliticamente il maresciallo Ogarkov difese sempre apertamente il “progetto eurasiano” (in contrasto con Grechko eurasista coperto e prudente) e aspirò a trasformare le forze armate dell’URSS in modo che potessero gestirsi al meglio in una lunga guerra locale con armi prevalentemente convenzionali. Dopo Krushev la questione sui tipi di armi “nucleari e intercontinentali” acquistò un senso simbolico – a seconda dell’enfasi della dottrina militare sulla “guerra globale” o sulla “guerra locale” nei circoli dell’esercito definiti come i “nostri” o “loro”, rappresentativi della lobby atlantista o eurasiana: la “guerra locale” con l’uso di armamenti convenzionali e senza l’uso di ordigni nucleari era lo slogan degli “eurasisti”, e la “guerra totale nucleare” lo slogan degli atlantisti, che non desistevano mai dal mettere l’Esercito sotto pressione ideologica. Intorno ad Ogarkov stava raggruppata l’elite militare di orientamento eurasiano. Primi tra tutti, furono suoi compagni i marescialli Akhromeev e Yazov. Tutti e due, specialmente Akhromeev, era segretamente devoti all’ “Ordine Polare”, fondato nell’Esercito Sovietico già da Mikhail Tukhachevsky in parallelo all’organizzazione similare di Aralov, da lui creata immediatamente dopo la sua comparsa nel GRU.

La catastrofe Afghanistan

L’enorme concentrazione di potere nelle mani dei militari eurasisti dopo il 1977 spaventò il clan atlantista. Per il KGB e gli altri servitori della “Morte Danzante” all’interno del governo sovietico era necessario prendere delle urgenti contro-misure. Dati precisi portano a ritenere che la guerra in Afghanistan fu ispirata dal KGB per screditare l’Esercito nel corso di un lungo e assurdo conflitto e per provocare l’interferenza atlantica nella situazione politica interna da parte degli USA. Il conflitto in Afghanistan è considerato come un’istigazione del KGB contro l’Esercito Sovietico e, in senso più lato, contro l’intera lobby eurasiana, da degli specialisti di sovietologia occulta come Pierre de Villemarest e Jean Parvulesco. Essendo a conoscenza dei progetti geopolitici del generale Shtemenko, e in particolare della valutazione geopolitica e strategica dell’Afghanistan, la gente della Lubyanka decise di provocare un intervento armato e obbligato nella situazione politica interna afghana. (E’ necessario notare, tuttavia, che Shtemenko stesso escludeva tale interferenza, insistendo su un’integrazione pacifica e sulla graduale infiltrazione economico-strategica in Afghanistan, in completa corrispondenza con le normali logiche di una organica e naturale espansione economica e culturale sull’asse nord-sud). E non solo l’avvio di una guerra insensata, ma anche la sua conduzione irresoluta, incerta, debole fu conseguenza dell’interferenza del KGB negli affari dell’Esercito – sin da quando gli atlantisti necessitavano che l’URSS perdesse la guerra, una guerra che avrebbe potuto risolversi nella definitiva distruzione del blocco eurasiano. Perciò in Afghanistan le special forces del KGB organizzarono atti di terrorismo contro la pacifica popolazione afghana – cosa perfettamente assurda, se le truppe sovietiche volevano realmente integrare l’Afghanistan e farne un vassallo politico. Dai vertici attraverso il Partito e il Politburo gli atlantisti, viceversa, cercavano di imbrigliare le operazioni militari più ragionevoli, a volte bloccandole, quando iniziavano ad essere coronate da successo. Pierre de Villemarest afferma che quella guerra fu perduta solo perché i più alti ranghi del governo sovietico volevano che lo fosse. In ogni modo, questa guerra fu fatale per l’Esercito, il GRU e per l’Ordine Eurasiano.

L'”ala destra” nel KGB e il paradosso Andropov

Nel periodo post-brezhneviano iniziò a rivelarsi un punto molto importante, caratteristico di tutta la storia della lotta invisibile tra i due Ordini. Il suo significato è che la lobby atlantista in Eurasia, come spesso abbiamo sottolineato, si appoggia non solo sulla “sinistra” (sebbene, certamente, questa le sia preferita a causa di una certa affinità tipologica della sua concezione stessa con la trama atlantista), ma anche sulla “destra”. Per questa ragione dopo la guerra il NKVD-KGB, rimanendo essenzialmente atlantista, adottò alcune caratteristiche ideologiche dell’Esercito, di orientamento conservatore, di “destra”. Discendendo geneticamente dalle bande rosse degli anni ’20, nemiche della terra, della Russia e dello Stato, il KGB fu nello stesso tempo sottoposto ad una significativa influenza degli eurasisti di “destra” del GRU e dello staff Generale nel periodo in cui era dominante l’imperialismo di Stalin. Tale duplicità del KGB ebbe per esito un definito compromesso nella sua struttura, che può spiegare tutta la “stranezza” politica e cospirologica connessa a questa organizzazione. Se la sostanza e il centro principale del KGB rimangono puramente atlantisti, integrati nella reta planetaria unita delle intelligence degli atlantisti, alla periferia, tra i dipendenti ordinari e anche tra gli ufficiali, si sviluppò interamente un’atmosfera “nazionalista”. Comunque questo “nazionalismo della Lubyanka” (a volte unito ad una piuttosto forte giudeofobia) corrispose sempre al principio “il sangue è più importante del suolo” – che non ebbe mai veramente un carattere continentale, imperiale, eurasiano. E tale situazione piuttosto adeguata alle figure dell’Ordine atlantista, come questo “nazionalismo rozzo” da dipendenti di base è servito da perfetto mascheramento per la rete degli agenti dell’anti-terra, “messianici” e mondialisti. Nel complesso, il KGB del dopoguerra era tipologicamente simile ai gruppi panslavisti all’interno del governo imperiale alla vigilia della I Guerra Mondiale e alle organizzazioni razziste e xenofobe del III Reich, che servivano da copertura per gli atlantisti interni. In questa prospettiva è necessario considerare l’avvento al potere di Yuri Andropov, ex capo del KGB, dopo la morte di Brezhnev. Le già menzionate ragioni della duplicità del KGB ci aiutaranno a capire la dualità del ruolo di Andropov, e anche l’immagine duplice della sua figura, che può contemporaneamente essere considerata sia come il padre della perestroyka e della democratizzazione, “completate” da Gorbachev, sia un estremo conservatore che tentava di ripristinare l’epoca totalitaria di Lavrenty Berya.* E’ curioso che tra il popolino russo siano comuni, in relazione ad Andropov, due opposte valutazioni: “Andropov – giudeo – sionista” e “Andropov – patriota – antisemita”. (Naturalmente, entrambe queste definizioni potrebbero essere “metaforicamente” intese. In realtà, il rebus Andropov è semplice – egli è un rappresentante del KGB, cioè un completo e convinto atlantista, fedele al suo Ordine della “Morte Danzante”. Egli fu simultaneamente “giudeo-sionista” e “patriota-antisemita”, in quanto questa coppia appare contradditoria solo nei modello cospirologici estremamente semplificati, mentre in realtà il quadro cospirologico è molto più complesso, ed i suoi fattori chiave non sono criteri né nazionali né politici, ma solo fondamentali orientamenti geopolitici molto spesso tenuti segreti ai non addetti ai lavori. L’avvento di Andropov fu il secondo, terribile colpo contro l’Esercito, dopo l’inizio della guerra in Afghanistan. Ora l’autorità dello stato era nelle mani dei membri di quell’organizzazione che durante tutta la sua esistenza ebbe come unico obiettivo quello di cancellare l’Ordine Eurasiano all’interno dell’URSS, di distruggere le strutture segrete create da Aralov, Tukhachevsky, Shtemenko, Ogarkov, Akhromeev e altri eurasisti, di far saltare in aria l’Eurasia dall’interno, di rendere, una volta per tutte, l’idea di un nuovo blocco continentale come un’utopia irrealizzabile, una fantasia, per guadagnare definitivamente la vittoria per la “Nuova Carthago”, per gli USA, per instaurare insieme alla CIA, il Nuovo Ordine Mondiale sul pianeta, la Costruzione del Nuovo Commercio. L’avvento di Andropov, l’avvento della “destra del KGB”, non significano nient’altro che l’inizio della perestroyka.

L’agente doppio Mikhail Gorbachev

La fase preliminare della perestroyka, la preparazione dei nuovi quadri, la divisione dei compiti, l’inserimento del personale giusto all’interno del governo, il copione generale degli eventi – tutto ciò fu portato avanti da Yuri Andropov assieme agli altri analisti atlantisti dei servizi speciali e agli esperti dell’Ordine della “Morte Danzante”. Ma Andropov comprendeva bene che, ad ogni fase della perestroyka, gli eurasisti avrebbero cercato di reagire, di sbarazzarsi degli atlantisti del KGB e del Politburo e di guidare il paese secondo una politica eurasiana. Perciò la scelta della figura principale della nuova politica cadde sul più evasivo ed incerto dei supremi leader, che era così cauto, flessibile ed elusivo che nessuna delle due parti sapeva per quale Ordine egli in realtà lavorasse. D’altra parte, secondo le più antiche tradizioni dell’Ordine dell’Atlantico, al quale Andropov apparteneva, si approvò di dare una speciale attenzione ad una persona il cui aspetto mostrava un difetto così eloquente. In base a questo principio venivano selezionati i più alti sacerdoti del culto di Seth il dio egizio dalla testa d’asino. Gorbachev con la sua voglia (che, per inciso, un musulmano tradizionalista ha letto come un’iscrizione araba di tre lettere – kaf, fa, ra, che vuol dire “Kafir”, cioè “ipocrita”) era la figura più papabile. Promuovendo Gorbachev, Andropov calcolò che la sua candidatura avrebbe soddisfatto entrambe i raggruppamenti geopolitici, come soluzione delle tensioni interne all’URSS che già da tempo erano maturate e che il cambiamento politico sarebbe stato approvato sia dagli atlantisti che dagli eurasisti. L’interesse degli atlantisti per il cambiamento era ovvio, ma anche gli eurasisti – dopo l’inizio della guerra in Afghanistan e l’avvento di Andropov al potere – non era più interessati a mantenere lo status quo, e di conseguenza accettarono agevolmente la trasformazione. Gorbachev era conveniente e utile a tutti. Come amministratori di Gorbachev a tutela dei due Ordini in conflitto furono nominati A.I.Lukyanov and A.N.Yakovlev. Entrambe queste figure erano dirette partecipi alla ramificata cospirazione continentale, rappresentando comunque i due partiti in lotta.

Il vero volto di Anatoliy Lukyanov

Dal 1987 Anatoliy Ivanovic Lukyanov divenne capo dei cosiddetti “organi amministrativi”. Ora il destino di ogni nomina o promozione tra i più alti ranghi militari dipendeva da lui. Lukyanov, mostrandosi sempre leale a Gorbachev, cercava costantemente, tuttavia, di interpretare in chiave eurasista le ambigue e nebulose istruzioni del nuovo leader del Kremlino. L’aspirazione di Gorbachev a chiudere il conflitto in Afghanistan era nelle mani dell’Esercito e vi sono diverse ragioni per credere che Lukyanov fosse implicato in quest’azione geopolitica. Quanto Gorbachev era flessibile e cauto, Lukyanov, al contrario, aveva un preciso e chiaro atteggiamento geopolitico. Il suo obiettivo, come il proposito dell’ “Ordine Polare”, era la Grande Eurasia dalla Mongolia al Mediterraneo, la Pax Eurasiatica, la grande unione continentale. Lukyanov era obbligato in virtù della sua posizione a controllare il GRU e lo Staff Generale, ma, in realtà, quest’uomo accurato e calmo non fu il “custode dei bolscevichi messianici” nei confronti dello stato militare eurasiano all’interno dello stato, ma l’inviato del GRU per sorvegliare gli atlantisti bolscevichi a vantaggio dell’Esercito. Essendo coperto dalla sua apparente posizione di “centro-sinistra”, Lukyanov realizzò nel Soviet Supremo una missione speciale, il cui senso consistette nel formare un blocco parlamentare orientato a favore della segreta missione eurasiana.

“Mr. Perestroyka”

Aleksandr Nikolaevic Yakovlev già dall’inizio degli anni ’70 era uno dei maggiori ideologi dell’aperto atlantismo nell’URSS. Va detto che egli iniziò i suoi aperti attacchi contro i patrioti eurasisti già nel 1974, quando la posizione del GRU era molto forte e Grechtko già era membro del Politburo. Invocando apertamente il pogrom ideologico per la letteratura “nazional-bolscevica”, che in quegli anni fungeva da tribuna per uno scambio cifrato di informazioni, idee, concetti e progetti per tutta la lobby patriottica eurasiana, Yakovlev accettò di correre un rischio calcolato. E nonostante l’intercessione di Andropov ed dei più alti circoli del KGB dopo la pubblicazione del famoso manifesto dell’atlantismo russofobo e antipatriottico “Contro l’antistoricismo”, egli dovette essere tuttavia inviato al di fuori della Russia. La verità è che il KGB aveva deciso di trasformare il “veleno in farmaco” e di utilizzare l’invio di Yakovlev in Canada per attivare una rete di spionaggio atlantista. Secondo le informazioni raccolte da Jean Parvulesco nel suo rapporto La Galassia GRU, a Ottawa, dove Yakovlev fu in seguito mandato, egli entrò in contatto con David Golstucker, che all’epoca rappresentava negli USA gli interessi di Israele, sotto la copertura del suo coinvolgimento nella negoziazione confidenziale con una società di Chicago collegata alla progettazione di centrali nucleari. Il dr. David Golstucker che, com’è noto, era una figura rilevante non solo dei servizi speciali in Israele, ma anche direttamente dei servizi speciali dei paesi anglosassoni (questo richiama interamente la situazione caratteristica anche per il sovietico KGB), elaborò assieme a Yakovlev la strategia atlantista della futura perestroyka. Questo fatto è così ben noto in Occidente, che lì il nome di Yakovlev è proprio “Mr. Perestroyka”. Così già per la seconda volta nella storia, praticamente le stesse figure prepararono un disperato, complesso, pericolo e avvincente duello geopolitico. In precedenza, durante la primavera di Praga, Goldstucker, agente della “Morte Danzante”, subì una rovinosa sconfitta da parte del GRU – da parte del generale Shtemenko e del maresciallo Ogarkov, padroni di sé, intelligenti, brillanti e coraggiosi servitori dell’Ordine di Eurasia. Lo stesso Goldstucker dieci anni dopo preparava la sua rivincita. Questa volta il GRU e lo Staff Generale sovietico sarebbero stati attaccati nel loro stesso territorio, anziché nella “neutrale” Cecoslovacchia. E questa volta Goldstucker non contava sulla lenta NATO, ma su situazioni in cui gli arsenali nucleari erano inutili. Ora la maggiore arma distruttiva del membro dell’atlantismo planetario – Goldstucker – sarebbe diventato il gonfiato “Mr. Perestroyka”, l’arma tattica nuova di zecca dell’Ordine dell’Asino Rosso, speranza degli ordini di battaglia atlantici, capitano delle occulte “spetsnaz” anglosassoni, lasciato da Ottawa nelle retrovie dell’avversario eurasista.

Tra false alternative

Le vere logiche della perestroyka, che sono le logiche dei ciclici maneggi tra due poli del super-incerto Gorbachev – un vivido richiamo del decorso di una malattia con psicosi maniaco-depressive – sono rimaste in pratica totalmente incomprensibili fino allo stesso putsch di agosto, per la ragione che ben pochi hanno delineato il vero ruolo di Anatoliy Lukyanov. Tale cospirazione ebbe per esito, alla fine, la catastrofe della lobby eurasiana. Gli autori atlantici del progetto anti-imperiale della perestroyka ricorsero in questo caso a un metodo tradizionale – la creazione di una pseudo-opposizione, cioè la sostituzione del reale polo “conservatore” con uno falso. Dal momento che i veri nemici degli atlantisti non erano semplicemente nazionalisti, ma “nazionalisti di tipo imperiale, continentale”, “continentalisti”, è naturale che la pseudo-opposizione all’aperto atlantismo di Mr. Perestroyka non fosse altro che eurasista. Seguendo questa logica, la gente dell’Ordine Atlantico, con l’attivo coinvolgimento del KGB, creò dei poli paralleli e conseguentemente falsi. Questi poli erano: 1) “comunisti – conservatori”. I loro portavoce sono stati Yegor Ligachev e poi Ivan Polozkov (entrambi ad un certo momento svaniti, cosa non sorprendente dal momento che la loro opposizione non si basava su alcun principio, e inoltre era una tendenza vecchia di secoli e ben nota). 2) “patrioti – nationalisti”. Questo movimento fu creato con l’attivo coinvolgimento del KGB che proiettò sciovinisticamente una posizione giudeofoba su dei gruppi marginali di vedute patriottiche sincere ma dalle vedute ristrette, preparando così uno speciale algoritmo di “movimento patriottico”, incapace di causare seri danni alla sempre più legittimata lobby atlantica. 3) “national-bolscevichi”. Questa corrente era più interessante e in posizione assai vicina alla lobby eurasista, ma, grazie agli sforzi del KGB, qui si perse il senso della misura e la concezione “nazional-bolscevica” assunse un carattere ripugnante, grottesco ed estremistico – sia nel senso di un’esagerata accentuazione del “leninismo” che in quello di un’eccessiva giudeofobia. 4) infine, il trucco supremo del KBG atlantista fu quello di promuovere lo stesso KGB come opposizione ai “democratici” – e questa linea funzionò molto, anche per portare allo scoperto il personale della “Lubyanka” i “patrioti” verso i quali vi era precisa fiducia e anche speranza. E contemporaneamente le sezioni del KGB preparavano le rivoluzioni atlantiste in Ungheria, Cecoslovacchia, Yugoslavia, allestivano lo spettacolo della repressione in Romania, abbattevano il muro di Berlino, tradivano Honecker, si sbarazzavano di Zhivkov, aiutavano i separatisti nelle Repubbliche Baltiche e nel Caucaso, e come vertice del loro trionfo atlantista, preparavano il teatrale putsch nell’agosto 1991! Così “l’uomo più elusivo” con un contrassegno caratteristico sulla sua fronte giocava tra “Mr. Perestroyka” e Anatoliy Lukyanov, ma esteriormente sembrava, che il suo secondo polo non fosse per niente Lukyanov, ma qualcuno di diverso, più odioso, più scandaloso, più vistoso, ma in realtà una figura completamente insignificante, o un evidente uomo di paglia. Il GRU e l’Esercito osservavano Anatoliy Lukyanov con aspettativa e impazienza. Certo, gli eurasisti avrebbero potuto complimentarsi per alcuni cambiameni – la fine della guerra assurda, la riduzione delle armi intercontinentali, i passi avanti in politica estera verso la Germania, il Giappone e la Cina. Anche l’impegno sul tema della “casa comune europea” poteva essere facilmente intrpretato dall’Ordine Polare nella stessa chiave, dal momento che questa dottrina era stata tracciata dall’apparato geopolitico di quell’opposizione eurasista all’interno delle SS alla quale appartenevano Axmann, Hildebrandt, Doleschallek, Kaufmann etc. (tipologicamente collegati con l’Ordine di Eurasia nel GRU). Ma la rovina dell’Unione, gli attacchi contro l’Esercito, i tentativi di coinvolgere l’Esercito nei conflitti nazionalisti e microterritoriali, le politiche suicide nelle Repubbliche Baltiche, distruggendo gli ultimi residui del patto Ribbentropp-Molotov, la promozione nell’arena politica di una mafia incontrollata e di dichiarati criminali, e molte altre cose condussero il GRU ad un vicolo cieco. Ma Anatoliy Lukyanov rimaneva nell’ombra. Prudentemente, progressivamente, passo dopo passo egli preparava un attacco alle spalle, decisivo e finale. Fino all’ultimo momento sembrava che tutto potesse essere salvato in un attimo, e poi la lobby eurasista avrebbe usato tutti gli aspetti positivi della “perestroyka”, avendo chiuso con “Mr. Perestroyka” e i suoi complici, che da allora sarebbero stati tutti “bruciati”, e la nuova grande era sarebbe iniziata, libera dai comunisti, dagli atlantisti e dai servitori della “Morte danzante”, l’era dell’Eurasia, l’Eurasia Cosmica, l’era del Sacro Continente Solare, l’Era dell’Oriente. Ma scoppiò l’agosto 1991.

Il putsch, culmine della guerra occulta

Il deputato Obolenskiy, membro della commissione d’inchiesta sull’affaire del GKChP [Gosudarstvenniy Komitet po Chrezvichaynomu Polozhenyu; Comitato di Stato per la Situazione di Emergenza all’interno del PCUS], poco tempo dopo il putsch fece una strana dichiarazione ai mass media: ” La verità riguardo gli avvenimente dell’agosto 1991, verrà propabilmente scoperta tra un secolo dai i nostri discendenti”. Quale terribile segreto sfiorò Obolenskiy, indagando sulla storia del putsch? Dal punto di vista della cospirazione geopolitica, l’argomento qui può essere uno solo: egli si avvicinò a dei documenti collegati alla guerra occulta dei due Ordini dietro le quinte del potere, alla misteriosa opposizione tra l’Ordine di Eurasia e l’Ordine dell’Atlantico. Solo in questo caso, la dichiarazione del deputato Obolenskiy acquista un senso, e il bisogno di conservare il segreto diviene chiaro. Il putsch di agosto fu (o avrebbe dovuto essere, secondo l’intenzione dei suoi autori) il culmine dell’opposizione geopolitica, il momento decisivo della guerra invisibile. L’Ordine dell’Atlantico non poteva ignorare che gli eurasisti preparavano per l’inverno 1991-1992 una ben precisa operazione che avrebbo dovuto sfociare nell’instaurazione di un regime militare sull’intero territorio dell’URSS con il pretesto di stabilizzare la situazione sociale, politica ed economica. Essi conoscevano inoltre perfettamente che l’orientamento ideologico della direzione militare eurasista sarebbe stato non comunista e di impostazione patriottica, ma senza l’ “antisemitismo”, la xenofobia e il “panslavismo” tipici del KGB. In altre parole, la direzione militare si riprometteva di essere stabile, liberale nel campo economico, geopoliticamente corretta, esente da costrizioni terroriste peculiari delle forme bolsceviche di dittatura. Inoltre, il Regime Militare Eurasiano, il Regime Romano-Imperiale, aveva tutta la possibilità di essere popolare al massimo grado, perché da una parte voleva tenersi fuori dal “dogmatismo comunista” e dall’ “utopia marxista” e dall’altra intendeva essere piuttosto rispondente alla naturale inclinazione alla gerarchia, alla disciplina, alla centralizzazione e al comunitarismo, alla socialità, all’ “integrazione” di tutte le vere etnie eurasiane. Il patriottismo del Regime Militare avrebbe dovuto essere imperiale, invece di “russo” e “nazionalista” nel senso stretto del termine. Tutto questo rendeva una simile prospettiva non solo inaccettabile, ma fatale e mortale per la lobby atlantista nll’URSS ed anche per il mondialismo atlantista in senso lato. Nonostante le enormi distruzioni causate nel paese dagli agenti dell’ “Ordine della Morte Danzante”, da “Mr. Perestroyka”, insieme con il suo sodale del KGB, Shevardnadze (maledetto, per inciso, dal suo stesso popolo georgiano), l’Ordine degli Eurasisti sapeva come usare questa situazione negativa a beneficio della propria posizione, in quanto nei dipartimenti segreti del GRU lavoravano i degni discepoli dei grandi strateghi russi – Shtemenko and Ogarkov. Il duello geopolitico con Goldstucker avrebbe potuto concludersi con una sconfitta per questo esperto e attivo rappresentante dell’Ordine Atlantico. Il maggiore problema per gli atlantisti era di impedire la formazione di una situazione di guerra nell’URSS, a cui stavano apparentemente conducendo le logiche degli eventi. Proprio a questo scopo fu organizzato il putsch di Agosto.

I calcoli sbagliati del maresciallo Yazov

Il maggior errore degli eurasisti nell’agosto 1991, e specialmente l’errore personale del maresciallo Yazov, fu credere al capo del KGB Kryuchkov. Era una trappola strategica. Il KGB già da molti anni aveva cercato di creare per i suoi agenti un’immagine di “patrioti-nazionalisti”, usando la massa periferica del personale “non iniziato” che credeva sinceramente nella cospirazione “giudaico-massonica” e si considerava “nazionalista” o “nazional-boscevico”. D’altra parte, le manovre fraudolente furono eseguite anche al vertice del potere – sia Chebrikov che Kryuchov puntavano a solidarizzare con i militari eurasisti contro i “democratici-cosmopoliti”. (In pratica, l’intero movimento democratico era una linea organizzata solo dal KGB, e in più, era anche più artificiale e “costruito” del movimento patriottico, dal momento che per i Russi e per le altre originali etnie eurasiane era molto più naturale supportare la “destra” che la “sinistra” – questa è una costante storica). Per nascondere questo doppio gioco, gli atlantisti del KGB crearono miti sull’ “ala giudaico-massonica” del KGB (così questa venne chiamata, in particolare, la sua branca moscovita come contrappeso a quella dell’Unione e più tardi il KGB della RSFSR [Repubblica Federale Socialista Sovietica Russa]di Yeltsin, etc.). In pratica, il KGB era fortemente impegnato nelle attività antieurasiane, distruggendo le strutture della rete eurasiana nei paesi dell’Est europeo, rovesciando i regimi anti-atlantisti (come quello di Ceausescu che, per inciso, fu sempre orientato verso un blocco continentale eurasiano e odiava gli atlantisti “venduti” dell governo dell’URSS – vedi Claude Carnou “Ancora sull’Est” nella rivista Crisis, n. 5, Aprile 1990, Francia). In ogni modo, l’affaire GKChP prova chiaramente che delle mosse piuttosto ambigue di Kryuchkov riuscirono a convincere alcuni eurasisti – il maresciallo Yazov e Oleg Balkanov – ad affrettarsi a creare una situazione di guerra, e ad accettare l’aiuto del KGB, a condizione che questo prendesse le distanze dal suo atlantismo e stesse alla fine dalla parte dell’Esercito e pronto ad agire contro i “democratici”. Probabilmente, Kryuchkov aveva stitulato delle condizioni anche per la sua organizzazione, perché in caso di rigoroso regime militare eurasista le strutture del KGB, naturalmente, sarebbero state cancellate – perlomeno nella loro vecchia forma di terrorismo di partito, mondialista e atlantista. Non sappiamo ancora quali argomenti riportarono al maresciallo Yazov gli agenti dell’Ordine di Eurasia. E’ ovvio solamente che la firma dei Trattati di Novo-Ogarev non ebbero nessuna relazione con ciò. Tutto avrebbe potuto essere di nuovo cambiato, annullando ogni “documento” che era sortito casualmente, non realizzando così chiaramente la situazione geopolitica, guidato dall’estremamente evasivo “Gorby” – designato in questa posizione non per prendere decisioni, ma per “mascherare”, e in virtù del marchio di una “elezione” indubbiamente occulta. Che cosa dovrebbe avere detto Kryuchkov al maresciallo Yazov, perché quest’ultimo – essenzialmente fedele alla strategia dell’Ordine Eurasiano – mettesse a repentaglio il destino di un’occulta opposizione plurimillenaria, il destino del continente, il destino dello spazio eurasiano, un destino inevitabile e, come sembrava, così vicino alla vittoria? Perché Yazov ha scelto il capo del maggiore organismo anti-eurasiano? Per il momento, dobbiamo limitarci a constatare questo. Ed è perfettamente chiaro che l’errore del maresciallo Yazov nasconde qualche terribile segreto, forse anche coinvolgendo qualche influenza paranormale, “magica” o telepatica, o gli effetti di qualche speciale droga psichedelica. Tutto ciò non è così incredibile, se ricordiamo le testimonianze di alcuni membri del GKChP sulla loro completa amnesia durante quei tre giorni fatali. Solo un perfetto idiota potrebbe prendere in considerazione che persone, giunte ai massimi livelli della loro carriera politica, militare, di intelligence e “cospirologica”, possano in una simile decisiva situazione comportarsi come degli irresponsabili vagabondi ubriachi, che bevono senza posa e vagano per la città, piena di carri armati e propagandisti “democratici”. Ma anche la versione sull’avvelenamento di Kryuchkov da parte dei rimanenti otto membri ci appare scarsamente credibile, in quanto la gente del GRU proteggeva i propri capi più attentamente dello stesso Gorbachev. Nell’affaire degli “errori del maresciallo Yazov”, probabilmente, vi è stata una combinazione di molti fattori ideologicamente occulti e parapsicologici, operanti sincronicamente. Ma quale “arma” è stata usata questa volta dall’Ordine Atlantico? Ve ne parleremo assai presto.

“Mr. Perestroyka” va all’attacco

Immediatamente dopo l’arresto dei membri del GKChP, come sempre accade al culmine degli sforzi cospiratori e ideologici, gli aspetti precisi di una cospirazione che di solito rimangono nell’ombra si mostrarono apertamente. Il momento più esplicito fu l’apparizione allo scoperto di “Mr. Perestroyka” (N.Yakovlev) nel parlamento russo. Naturalmente la sua missione non consisteva nell’informare gli “ingenui” deputati sui “thugs, che ancora potevano circondare Gorbachev”. Questo discorso fu pronunciato da “Mr. Perestroyka” come una cortina fumogena. Yakovlev era venuto al parlamento russo con la richiesta di arrestare Lukyanov. Il parlamento russo, composto di persone incompetenti e avventizie, che non avevano nessun esplicito orientamento geopolitico e agivano in base ad emozioni casuali e anarcoidi di un gruppo di codardi, dopo lo shock della farsa di Mosca, poteva rovinare l’intero affare. Yeltsin, non avesse ricevuto in tempo l’informazione oppure semplicemente avesse dimenticato la cosa più importante (la condizione mentale del Presidente russo porta anche a ritenere che egli fosse anche sotto qualche influenza parapsicologica, come ha fatto notare non solo qualche cospirologo europeo, ma anche molti giornalisti occidentali – che spiegavano all’inizio l’inadeguatezza di Yeltsin con la sua appartenenza all’ “estrema destra”, ma in seguito furono obligati a ricorrere alla versione di influenze occulte o psicotrope), concentrò le sue veementi polemiche contro gli otto, avendo dimenticato l’obiettivo principale. Yakovlev giunse alla “casa bianca” (che, ricordando quel monmento, sembra più una “casa gialla”) per chiede l’arresto di Lukyanov. Yeltsin acquiescentemente ripeté per “Mr. Perestroyka” la famosa frase – “dietro la cospirazione degli otto c’era lukyanov, egli è il maggior ideologo della cospirazione”.

Lukyanov e la sosta rituale sulla tomba del maresciallo Akhromeev

Lukyanov – ecco la segreta spiegazione del putsch di agosto. Era necessario rimuovere Lukyanov ad ogni costo. Proprio nelle sue mani erano concentrati i fili della struttura occulta eurasista. Sin dal 1987 Anatoliy Lukyanov era il protettore dell’Ordine “Polare”, l’Ordine Eurasiano, speranza dell’Eterna Roma Imperiale. Il putsch mirava giusto a lui. Ma Lukyanov stesso – solo tra gli eurasisti, in un modo o nell’altro collegato all’affaire GKChP – non aveva ceduto all’istigazione di Kryuchkov ed era giuridicamente assolutamente non implicato nel putsch. Semplicemente cercare di coinvolgerlo era impossibile. Questo fu un errore di calcolo imprevisto e fastidioso per gli atlantisti. Perciò Yakovlev, aggirando ogni norma di legge, si affrettò in “modo rivoluzionario” a ad accusare Lukyanov, per mezzo delle balbettanti labbra di Yeltsin, di essere l’ideologo della cospirazione (col pretesto che Lukyanov era realmente ideologo, ma di un’altra cospirazione, la cospirazione “Polare”, la cospirazione dei salvatori della grande Potenza Continentale, la cospirazione dell’Eurasia contro le Isole Occidentali). Ma nonostante l’imprigionamento di Lukyanov, non era tuttavia possibile presentarlo come il capo della cospirazione e cancellare su queste basi tutta la rete degli agenti eurasisti, tutte le strutture segrete del GRU. I vincitori atlantisti potevano levare solo i più alti livelli del “partito” e i conservatori militari che anche così non rappresentavano un particolare pericolo. Eccetto che per l’assassinio di Pugo, il maggiore colpo alla lobby di Eurasia fu l’enigmatica morte del maresciallo Akhromeev e i susseguenti avvenimenti strani sulla sua tomba ancora fresca. Qui è necessario effettuare una breve digressione sulla storia dell’Ordine Atlantico e specialmente sulla storia dell’Ordine medievale i “Menestrelli di Morgana”, il cui emblema fu la “Morte Danzante”, la Danza Macabra. Secondo Grasset d’Orcet, che si occupò dello studio di quest’Ordine, i suoi aderenti usavano come parola d’ordine gerogliflica il simbolo del “Morto Vivente” o del “Morto che lascia la sua tomba”. In alcune branche ben precise di quest’Ordine, non così impegnate in questioni di politica e geopolitica occulta, ma piuttosto nel “magico” e nella “necromanzia”, vi era una rituale esumazione dei corpi a scopo simbolico e occulto. L’intera storia della morte e della successiva esumazione del corpo di Akhromeev allude all’implicazione, nel crimine della sua morte, dell’Ordine Atlantico e forse delle sue più oscure, magiche ramificazioni. In ogni modo, i cospirologi occidentali associano univocamente il particolare della profanazione del corpo del maresciallo con la “rituale esumazione”, fino ad oggi praticata in Occidente da membri di sette piuttosto oscure. Probabilmente gli agenti atlantisti speravano anche di trovare dei documenti segreti nascosti con Akhromeed, o qualche speciale contrassegno sul suo corpo. Tutto ciò diviene più che credibile, una volta che teniamo conto del ruolo primario svolto da Akhromeev nell’Ordine polare dell’esercito e la sua stretta connessione con Ogarkov, uno dei principali protagonisti dell’Ordine Eurasista. Comunque, dopo il putsch gli atlantisti intrapresero dei passi decisi per decapitare gli eurasisti. Ma dopo un mese divenne chiaro che il loro attacco era naufragato, e dietro i loro isterici tentativi per completare urgentemente la rovina dello stato, la paura e il panico erano visibili assai chiaramente. L’Ordine di Eurasia non era stato definitivamente eliminato ed ora giungeva il suo turno di colpire. Alcuni segni precisi permettono di ritenere che questo attacco potrebbe essere l’Ultimo.

Metafisica della guerra occulta

L’opposizione dell’Ordine dell’Atlantico all’Ordine di Eurasia attraverso i secoli e i millenni, essendosi manifestata nelle più svariate forme, è in un certo senso il maggior contenuto cospirologico della storia, la storia di grandi passioni planetarie, la storia di popoli e religioni, razze e tradizioni, spirito e carne, guerra e pace. Nel confronto tra i due Ordini uno non deve vedere la semplificata immagine moralistica della lotta tra Bene e Male, Verità e Menzogna, Angeli e Demoni, e così via. Questo combattimento tra due opposte visioni del mondo, tra due immagini metafisiche della Vita, tra due percorsi per il cosmo e attraverso il cosmo, tra due grandi Principi, non solo in opposizione l’uno all’altro, ma anche indispensabili l’uno all’altro – dal momento che su questa coppia è basato tutto il processo cosmogonico e cosmologico, tutto il percorso ciclico della storia umana. L’ordine di Eurasia, l’Ordine del Principio Virile, del Sole, della Gerarchia, è la proiezione del Monte, di Apollo, di Ormudz, del Cristo Solare in Gloria, del Cristo Pantocrate. L’eurasia, in quanto Terra dell’Oriente è Terra di Luce, Terra di Paradiso, Terra di Impero. La Terra della Speranza. La Terra del Polo. L’ordine dell’Atlantico, l’ordine del Principio Femminile, della Luna, dell’Uguaglianza Orgiastica è la proiezione dell’egizio Seth, di Pitone, di Ariman, del Cristo Sofferente, dell’Umano, immerso nella disperazione metafisica della preghiera solitaria del Getsemani. L’Atlantico, Atlantis in quanto Terra dell’Occidente, è la Terra della Notte, la Terra della “fossa dell’esilio” (come disse un sufi islamico), il Centro dello Scetticismo planetario, la Terra della Grande Malinconia Metafisica. Entrambe gli Ordini hanno le più profonde e sacre radici ontologiche, ed hanno delle ragioni metafisiche per essere ciò che sono. Considerare uno di questi Ordini come un accidente della storia significa negare le logiche segrete dei cicli umani e cosmici. La scelta di un percorso geopolitico rispecchia la scelta di un percorso metafisico, di un percorso esoterico, il percorso dello Spirito attraverso l’universo. Perciò non esistono garanzie, è impossibile, strettamente parlando, affermare che l’Eurasia è buona e l’Atlantico è cattivo, che Roma è santa e Cathago è maligna, né il contrario. Ma ciascuno, chiamato dall’Ordine, dovrebbe fare un passo deciso e servirlo. Le leggi del nostro mondo sono tali che l’esito della Grande Battaglia non è predeterminato, l’esito del dramma “Eurasia contro Atlantis” dipende dalla totalità della solidarietà planetaria di tutti coloro chiamati in servizio, di tutti i soldati della geopolitica, di tutti i segreti agenti della Terra e degli agenti segreti del Mare. L’esito della guerra cosmica di Apollo con il Serpente Pitone dipende da ognuno do noi, che lo comprendiamo o meno.

La fine dei Tempi

Tutte le tradizioni religise e le dottrine metafisiche descrivono la Fine dei Tempi, la fine del ciclo come l’Ultima Battaglia, la Battaglia Finale. Le varie tradizione trattano in modo differente questo conflitto, e a volte ciò che in una tradizione è resentato come il “partito del Male”, diviene in un’altra tradizione il “partito del Bene” e viceversa. Ad esempio, per i cristiani ortodossi alla fine dei Tempi il giudaismo è considerato come la religione dell’Anti-Cristo, e per i giudei “i goi cristiani del paese del nord di re Gog” agiscono come una concentrazione del Male escatologico. Gli induisti ritengono che il Decimo Avatar, quello che verrà alla fine del ciclo, cancellerà i “Buddisti”, e i buddisti credono che il Buddha dei Tempi a venire, il sapiente Maytreya, apparirà tra la comunità buddista, etc. Tutto questo non comprova la relatività della divisione dei ruoli nell’Ultima Battaglia, bensì l’impossibilità di scegliere in anticipo un Bene evidente, che assicuri in modo certo di prendere parte dal lato “giusto” nella battaglia escatologica. Perciò è stato detto dei Tempi Ultimi che “anche gli eletti saranno tentati”. La scelta di una delle due fazioni escatologiche non può essere qualcosa di formale. E’ una scelta dello Spirito, è il Rischio più elevato, è il Grande Dramma Metafisico. Per questa ragione, nulla della realtà dell’epoca escatologica – e molte autorità tradizionali e religiose affermano che ora ci troviamo in tale epoca – può fungere da assoluto negativo o da assoluto positivo. Ed è specialmente sciocco assolutizzare una forma politica, equiparandola al “Male Assoluto” o al “Bene Assoluto”. Anche l’inizio della scelta vera sta lontano oltre il confine delle ideologie politiche esteriori, oltre il confine della relativa divisione tra democratici, fascisti e comunisti. La vera scelta inizia a livello della geopolitica e ascende oltre “lungo una profetica spirale” (secondo l’espressione di jean Parvulesco) fino agli abissi del Misticismo, della Metafisica, della Gnosi, dell’incomprensibile Segreto Divino. L’Ordine Eurasiano e l’Ordine Atlantico sono l’ultimo segreto della storia esteriore, umana, pubblica. In pratica, all’interno di questi Ordini vi sono molte altre sfere misteriose e chiuse, collegate con il Puro Metafisico. Ma tuttavia, la vera, rigorosa e consapevole lotta escatologica inizia proprio con l’Ordine di Eurasia e l’Ordine dell’Atlantico. Semplicemente operare in un Ordine, anche non immergendosi nel profondo degli ultimi segreti, è già sufficiente per essere un attivo, chiamato ed eletto partecipe del Grande Dramma.

Endkampf

La parola tedesca “Endkampf” (“Battaglia finale”, “Battaglia della Fine”) rende bene l’essenza della moderna situazione planetaria. I motivi escatologici, i motivi della Fine dei Tempi, penetrano non solo i movimenti religiosi mistici, ma anche la politica spicciola, l’economia la vita quotidiana. In Israele, dal 1962 i devoti giudei vivono in uno speciale “Tempo finale”, nel “tempo del Messia”. Gli Usa aspirano a stabilire sul pianeta uno speciale Nuovo Ordine Mondiale. Il mondialista europeo Jean Attali auspica l’avvento dell’ultima fase di uno speciale Regime del Commercio. I popoli islamici (specialmente gli sciiti) attendono nel prossimo futuro l’arrivo del Mahdi, l’Imam nascosto. Gli Induisti sono certi della rapida conclusione del Kali-Yuga, l’Età Oscura. C’è un revival di escatologismo razzista da parte dei movimenti nazional-socialisti mondiali. Nelle comunità cristiane circolano sempre più le profezie sull’Ultimo Papa (Flos Florum) per i cattolici romani e sull’Ultimo Patriarca per gli ortodossi. I lamaisti sono sicuri che il presente dalai Lama sarà l’ultimo. La Cina si è irrigidita in attesa mistica. Il comunismo sovietico è caduto improvvisamente e inaspettatamente. Tutti questi segni ci parlano dell’inizio dell’Endkampf, dell’inizio dell’Ultima Battaglia. E nel contesto escatologico anche le parole della canzone bolscevica “E’ la nostra ultima e decisiva battaglia” suonano come una rivelazione che turba, come un’allusione all’Endkampf planetaria.

L’Ordine e i “nostri”

Il termine “nostri” [nashi] non viene usato spesso nel contesto globale geopolitico. Uscì dalla geopolitica tedesca e il giurista Karl Schmitt insistette sulla necessità dell’introduzione del concetto di “nostri” per spiegare l’autodeterminazione politica di una nazione, di uno stato e di un blocco etnico. Il famoso tele-reporter Aleksandr Nevzorov lo fece in una serie di trasmissioni. “Nostri” è divenuto oggi nell’Impero russo un inequivocabile concetto eurasista, che include non solo russi e slavi, ma anche tartari, turchi, ugro-finnici, etc. realizzando una connessione genetica allo spazio ed all’idea imperiali. In pratica “nostri” di Nevzorov è una definizione sintetica per le persone di nascita eurasiana, per gli autoctoni imperiali, signori, per diritto di cultura e di nascita, del grande territorio. E’ indicativo che gli atlantisti in Russia non usino questa parola (è logico, dal momento che qui essi sono tra i “non nostri” [ne-nashi], tra gli altri; per essi, i loro “nostri” vivono al di là dei confini del continente, su un’ “Isola” distante e cupa). Ma per Jean Parvulesco, che ha reso questo termine anche un fondamentale concetto geopolitico e cospirologico, “nostri” ha un senso ancora più totalizzante (comunque egli include volentieri se stesso anche tra i “nostri” di Nevzorov). Jean Parvulesco identifica il concetto “nostri” con l’intera rete dei sostenitori del Grande Blocco Continentale – dal Giappone al Belgio, dalla Cina alla Francia, dall’India alla Spagna, dall’Irak alla Germania, dalla Russia all’Italia. “Nostri” per Parvulesco è un sinonimo dello stesso Ordine Eurasista con tutte le branche e i gruppi che che si ritrovano, coscientemente o meno, apertamente o segretamente, nella zona della sua influenza geopolitica, mistica e metafisica. “Nostri” è il fronte unito invisibile escatologico del Continente, il Fronte della Terra, il fronte dell’Oriente Assoluto, la cui provincia occidentale è l’Europa, la “nostra” Europa, l’Europa opposta all’Occidente, l’Europa della Tradizione, del Suolo, dello Spirito. “Nostri” sono sia i cattolici romani che gli ortodossi e gli islamici, sia gli induisti che i taoisti e i lamaisti, sia i pagani che gli agnostici e i mistici… Ma solo quelli tra di loro che sono devoti al Continente dell’Est, al suo misterioso e sconosciuto Destino. Parvulesco parla di una “Francia parallela”, di una “Romania parallela”, di una “Germania parallela”, di una “Russia parallela”, di una “Cina parallela” etc., come di una sostanza spirituale, come di un invisibile criterio spirituale di paesi reali uniti segretamente nella sola “Eurasia parallela”, nell’Eurasia del Puro Spirito”. I “Nostri” sono i combattenti dell’ “Eurasia parallela”, eroi dell’Assoluto Oriente, tutti coloro al servizio, attraverso le logiche occulte della “profetica spirale”, dell’Unica e Sola Idea, Proposito, Principio Nascosto. Un tempo il tedesco rivoluzionario-conservatore, nazionalista, russofilo ed eurasista Arthur Mueller van den Bruck disse, parafrasando Khomyakov (“La Chiesa è Una”): “Vi è un solo Reich (un Impero), così come c’è una sola Chiesa”. E’ il Reich dei “nostri”, la Chiesa dei “nostri”, è il “nostro” Impero e la “nostra” Chiesa.

L’ora dell’Eurasia

Mentre ritroviamo noi stessi in Eurasia, mentre noi parliamo nel suo nome, mentre restiamo collegati con il suo misterioso, mistico corpo – l’Eurasia ci appartiene, è “nostra”. Nonostante tutte le persecuzioni da parte degli atlantisti, nonostante tutta l’efficacia della loro strategia distruttiva, nonostante il pesante e profondo “sonno” di intere aree e di interi popoli che ci vivono, nonostante il dominio degli agenti dell’Ordine Atlantico sulla politica continentale, sulla cultura e sull’indistria continentali, il processo di “decolonizzazione” è implacabile. Solamente, noi dovremmo evitare di ricadere nell’arcaismo, nella difesa di forme obsolete cilturali, sociali o politiche; non dovremmo essere semplicemente conservatori, conservatori per inerzia. L’ordine di Eurasia è una Rivoluzione Conservatrice totale, il Grande Risveglio della coscienza geopolitica, è il percorso del Verticale, invece delle serpentine oscillazioni da sinistra a destra o dei tentativi di arretramento. L’ordine di Eurasia è il crudele e aperto duello con il forte e intelligente Avversario, con l’Ordine di Seth, dell’Asino Rosso, l’Ordine della “Morte Danzante”. Noi dovremmo scagliare nell’Oceano i servitori dell’Oceano, dovremmo imbarcare gli agenti dell’ “Isola” in un viaggio di ritorno verso la loro “Isola”. Noi dovremmo staccare dalla carne politica, culturale, nazionale del Continente coloro che tradiscono i “nostri”, che tradiscono i nostri ideali, i nostri affari. Sì, i nostri nemici hanno la loro verità. Sì, noi dovremmo rispettare la loro profonda scelta metafisica, dovremmo fissare i nostri occhinel loro Segreto, nella segreta “Fossa dell’Occidente”. Ma questo non dovrebbe influenzare la nostra risolutezza, la nostra collera, la nostra Crudeltà fredda e appassionata. Saremo indulgenti solo dopo, quando il nostro Continente sarà libero, quando l’ultimo atlantista sarà sceso nelle Acque Salate, nell’elemento che appartiene simbolicamente ad dio egizio con il muso di Coccodrillo. In base a segni definiti, “il Tempo è vicino”. Endkampf, l’Ultima battaglia scoppierà assai presto. Siete pronti, signori dell’ “Ordine Polare”? Siete pronti, soldati dell’Eurasia? Siete pronti, saggi strateghi del GRU? Siete pronti, grandi popoli che avete lanciato la vostra scommessa con il fatto stesso della vostra nascita? Già suona ?ora decisiva dell’Eurasia… La Grande Guerra dei Continenti già si avvicina al suo punto ultimo.

Mosca, Febbraio 1991 – Gennaio 1992

Liberamente tratto da Controvoce

KONSPIROLOGYA

L’eclissi del femminile

di Livio Cadè

Osservando l’energia che sostiene il cosmo nel suo perenne ruotare, gli uomini saggi vi hanno scorto due principi opposti e complementari. Poca importa il loro nome. I cinesi li chiamano yin e yang. Noi diremo maschile e femminile, precisando che non esistono separatamente ma solo come membri di una correlazione all’interno dell’Uomo, che è in sé androgino. Come il dentro e il fuori, il prima e il dopo, il soggetto e l’oggetto, escludendo uno dei due termini anche l’altro scompare. Non esiste neppure un maschile o un femminile assoluto, ma solo una loro mescolanza. L’uomo incarna il principio maschile e la donna il femminile, ma entrambi contengono in varia misura il carattere opposto. Quindi il femminino non è necessariamente una virtù delle donne né il mascolino degli uomini. E quando alludo a uno o all’altro dei due principi, non intendo riferirmi necessariamente a individui di uno specifico sesso.

Per Goethe “l’Eterno Femminino ci trae verso l’alto”. Che il sublime e il divino vadano posti in alto è una tipica idea maschile. La bassezza diviene quindi metafora dell’ignobile. Un’anima non sale in tentazione, vi cade. E si purifica mediante un’ascesi. È il cielo, non la terra, la dimora dei beati. Gli inferi son spelonche sotterranee. Dicendo dunque che l’Eterno Femminino mi trae in basso evoco gorghi di peccato e di passione che mi trascinano al fondo della perdizione. Forse questi atavici preconcetti nascono dalla disposizione degli organi umani: in alto il cervello, ricetto della pura ragione e delle nobili idee, in basso gli organi sessuali, sede di animaleschi e vergognosi piaceri. Nonostante la profonda sedimentazione di tali pregiudizi, io affermo che il femminino è proprio ciò che ci trae in basso. La sua natura è simile all’acqua, che scorre verso il basso. Il maschile è invece igneo e, come il fuoco, si innalza. Il femminile custodisce il fuoco del maschile e lo alimenta, ma non si perde in cieli infiniti e astratte sublimazioni, poggia sull’umile e solida terra. Il femminile è ciò che ci trae verso la semplice e concreta realtà. Non insegue abbaglianti altezze ma ci addita un’ombrosa profondità in cui calarci. Non invita ad arrampicarsi su scale metafisiche ma a discendere in sé stessi.

Per quanto oggi si abbia un’estrema riluttanza ad ammetterlo, maschile e femminile non dipendono da retaggi culturali, ma manifestano un eterno stato di fatto. Hanno le loro radici non in convenzioni sociali ma nelle leggi dell’universo. Nel loro senso più elementare, sono esplicazioni di un ‘Uovo’ e di un ‘Seme’. Il seme è pluralità e movimento, lotta, penetrazione e conquista. L’uovo è unità, attesa passiva e quieta accoglienza. Il maschile è il viaggio, il femminile è la casa verso cui tendere o a cui ritornare. La ricongiunzione tra i due principi ristabilisce l’integrità dell’Uomo. Ognuno perde la propria identità parziale per fondersi con l’altro in un nuovo essere che è la coppia. Anche se un elemento di tensione è essenziale al rapporto dialettico, in una coppia ideale uomo e donna finiscono per sentirsi una persona sola in due esseri distinti – “la mia anima è intrecciata con la tua come i fili di un tappeto“. Questo è il cuore del mistero e non si può spiegare, ma se ti avvicini lo sentirai pulsare.

Il femminile ha nell’economia dell’essere un’importanza superiore. Per questo la natura e la società gli concedono particolari privilegi. Non solo perché le femmine sono più necessarie alla conservazione della specie. Il femminile possiede una superiore consapevolezza di sé e un maggior eclettismo. Un uomo può restare per tutta la vita legato a una sola immagine di sé, solitamente quella del figlio. Una donna può invece essere vergine e prostituta, madre e moglie fedele, ed essere matura interprete di tutti questi ruoli. Anche nell’educazione della prole, è il legame con la madre che più influisce sul destino dei figli. Inoltre il femminile è più flessibile e resistente del maschile, quindi più forte, anche perché non si cura di nascondere le proprie debolezze. L’uomo è reso vulnerabile proprio dalla sua preoccupazione di apparire forte, e la sua durezza, la sua rigidità, provocano ricorrenti sciagure. Anche se l’antico simbolo del Tao mostra i due principi in perfetto equilibrio, la vita dell’anima richiede dunque una prevalenza dell’elemento femminile. Il contrario inclinerebbe l’uomo alla hybris e alla perdita di cuore. Nel rapporti tra l’umanità e il mondo, una prevalenza di valori maschili determina sempre effetti infausti. Per questo si pregano divinità femminili, perché veglino su di noi.

Si potrebbe obiettare che la donna, più che ottenere privilegi, ha dovuto subire angherie e servitù. Tuttavia questo non esclude la particolare tutela riservata alla donna. Infatti, quando vi sono gravi pericoli, ci si preoccuparsi di salvare le donne. Non per una semplice galanteria. E neppure per semplici considerazioni demografiche. Sarebbe lo stesso con donne vecchie e infeconde. È che l’intuito umano riconosce la superiorità del femminile. E milioni di uomini vengono massacrati in guerre orrende, ma le donne ne sono esentate. Una guerra che uccida indiscriminatamente uomini e donne è un crimine contro natura. E se non vediamo nulla di strano nel fatto che una donna vada in guerra, per ammazzare e farsi ammazzare, significa che la nostra civiltà ha un piede nella fossa. Dobbiamo quindi considerare una follia il tentativo della nostra società di distruggere ed evacuare da sé il femminile, ovvero di conculcare i suoi valori a vantaggio degli aspetti mascolini dell’esistenza. Tale misfatto non va imputato unicamente all’uomo. È la donna stessa, nel suo sforzo di emulare e far proprio il lato maschile dell’essere, a rendersi responsabile di questa mascolinizzazione della cultura e colpevole di un femminicidio metafisico.

La nostra società è un’esaltazione del maschile. Competitività, forza e rapidità, sono i nostri ideali. Le donne stesse vi partecipano e, convertite a questa religione del mascolino, imprimono una torsione innaturale alla femminilità. Son giunte a considerare un’ingiustizia cui ribellarsi non solo le sperequazioni sociali ma le stesse differenze fisiologiche. L’emancipazione della donna si è orientata in larga misura verso una sua virilizzazione, lottando più per i diritti delle donne che per quelli della femminilità. Le rivendicazioni femministe, per quanto legittime, hanno abdicato a una serie di valori femminili per poter condividere i modelli maschili, giudicandoli migliori. Hanno così implicitamente avallato le pretese accampate dal maschile nel governo del mondo. Favorendo una migrazione della natura femminile verso caratteri mascolini, hanno rinforzato gli aspetti già pletorici del maschile della nostra cultura.

Assistiamo così al culto di un sé maschile che è mito di autosufficienza e autodeterminazione. Il femminile diviene per contro il luogo del negativo, dello scarto. È deprecato in quanto espressione della passività, cioè di una condizione incompatibile con una società inebriata dal controllo e dal dominio. Si celebra un maschile potente, proiettato verso conquiste materiali e immateriali. L’aggressività e l’esibizionismo nelle relazioni sociali, nel lavoro, nella comunicazione, sono i sintomi di questa ipertrofia dei caratteri maschili. Ed è desolante notare con quale disinvoltura, come a ostentare rudezza fallica, alcune donne proferiscano oggi turpiloqui e oscenità.

Il femminile rimosso riemerge in forme alienate o degradate. Torna sotto forma di una confusa irrazionalità, di velleitari culti della natura e angosce ecologiste. Come ossessione per il cibo, la cucina, le erbe. Come malinconia delle ‘nonne’, cioè del femminile perduto, con le sue tradizioni e i suoi segreti. Come effeminatezza degli uomini e tendenze isteriche della società. Alla passività naturale del femminile subentra una passività intellettuale ed emotiva delle masse, che cadono in stati di trance, di ipnosi mediatica. La gente si annida nelle forme uterine della Rete, si immerge nel suo avvolgente liquido amniotico. Sviluppa forme di dipendenza da droghe fisiche e virtuali. Dedica una cura ossessiva al corpo e all’alimentazione, ed è terrorizzata dalla morte, definitiva e ineluttabile ipostasi del femminile.

Anche nella politica appaiono le forme malate del femminile: l’accoglienza per i migranti, la tolleranza e il pacifismo imbelle, il prodigare cure materne e risarcimenti alle vittime dell’odio maschile. Alle donne stesse si offrono illusorie riparazioni. Si elaborano appositi riti sociali che potremmo definire ‘capri risarcitori’. Si declamano cioè retorici e ipocriti mea culpa nei riguardi delle donne, inserendole nel canone dei martiri con altre categorie di vittime: neri, ebrei, omosessuali. Ci vengono propinati litri di retorica sulla colpa e il perdono, come un olio di ricino misto a melassa.

La stessa democrazia sembra recipiente di virtù femminili, caste e gentili, opposte all’arroganza maschile di dittatori e regimi autoritari. L’archetipo stesso del padre diventa simbolo del Male, icona del desiderio frustrato e dell’oppressione. Tutto ciò che può venir sospettato di una qualche collusione coi tradizionali paradigmi paterni è dunque vituperato e bandito. I padri non sanno più fare i padri e preferiscono essere amici dei figli. Anche chi, come la Chiesa, ha funzione di guida spirituale, preferisce mostrarsi molle e indulgente di fronte al decadimento dei costumi, per non subire l’anatema di una cultura ferocemente anti-paternalistica. Questa grottesca pantomima, che dovrebbe mostrare una predominanza di valori femminili, in realtà ne dissimula le macerie.

La nostra società ha infatti elevato l’ipocrisia a forma d’arte. Condanna l’aggressività, ma poi sorride compiacente ai massacri. Aborre la violenza ma costantemente se ne nutre e la esibisce. Si invocano pene terribili per gli stupratori e intanto si stupra la natura intera. Si vuol castrare il padre ma si venera la potenza del fallo maschile. Si predica la pace e la bontà, ma i media trasudano guerre, sadismo, morte. Ogni aspetto della vita diviene oggetto di competizione, un sopraffarsi l’un l’altro. La sopravvivenza del più forte è il nostro unico, autentico credo.

In realtà, ogni società sana contiene una percentuale di violenza. Lo stesso atto sessuale implica per il maschio un ‘violare’ la femmina con un gesto di occupazione e di possesso. E la femmina non solo accetta ma vuole essere violata e posseduta. Questo non significa che desideri essere maltrattata, ma che ama sentire la forza del maschio, quella equilibrata padronanza che si pone tra lo stupro e l’impotenza. Non desidera essere invasa da un fallo distruttivo ma da una forza virile e creativa. Come la terra attende la pioggia, il femminile anela ad esser fecondato dal maschile, fisicamente e intellettualmente. Usando un’immagine coranica, è la Tavola che viene incisa dal Calamo, che ne riceve e sigilla la scrittura.

L’amplesso tra maschile e femminile è la rappresentazione di un atto originario in cui il maschio si scinde, scompone e proietta la sua immagine all’esterno, mentre la femmina la accoglie, la riunifica e la vivifica dall’interno. Per questo l’uomo tende a vedere anche nel cosmo una emanazione, un’emissione divina, secondo un’ottica prettamente maschile. Nella sua percezione della vita egli esteriorizza la natura, la vede come una polluzione. Inoltre, poiché il maschio cede alla femmina parte di sé, in lui rimane il senso della separazione e una ferita che solo la donna può rimarginare, riparando l’immagine maschile. Perciò il femminile ama medicare, farsi strumento della vis sanatrix naturae, e per questo alcune donne si innamorano di uomini che hanno bisogno delle loro cure.

Il maschile, dal canto suo, cerca di ricomporre l’integrità del sé in atti intellettuali ed estetici. Perciò colleziona oggetti, costruisce artefatti, teorie, macchine. Il femminile ama invece ciò che cresce naturalmente, quell’energia segreta, semplice e spontanea, che Hildegard chiama viriditas. Il femminile non teme il vuoto, anzi prende coscienza di sé in una vacuità che vuol essere riempita. Non è ossessionato dai fantasmi del potere e della morte perché si sente matrice e culla della vita. Lo spazio non è per il femminile un territorio da conquistare ma una dimora da accudire. E il tempo non è una freccia impazientemente tesa verso il futuro, ma un regolare e paziente processo circolare.

L’uomo, che nell’atto d’amore si divide, è portatore di una intelligenza analitica, di piani cartesiani e di infinite rette separate tra loro. La donna ha invece un sapere intuitivo e sintetico, più flessibile e sinuoso, capace di ricucire la realtà e reintegrarla nell’unità. La femmina emana una luce crepuscolare, che prolunga le ombre e i misteri, nella quale il maschio teme di perdersi e a cui contrappone la solarità meridiana della ‘conoscenza scientifica’, con la sua rassicurante chiarezza. La femmina è linea di confine tra un visibile e un invisibile che il maschio esita a oltrepassare. Oltre quella frontiera intravede il caos primigenio, il magma originario della vita. Perciò, come Peer Gynt, fugge. Evita il mistero che si cela nella sua stessa anima. Vaga in una ricerca irrequieta, finché non impara ad accettare l’abisso del femminile e la sua ospitale dolcezza. La femmina allora lo accoglie in sé, placa la sua ansia, confina nel proprio corpo lo spazio e reintegra il tempo nella lentezza di ritmi e cicli naturali, in un appagato presente.

Occorre notare che la nostra società non accetta un fatto un fatto perfettamente naturale, ossia l’ammirazione del femminile per il maschile. Non si tratta della cosiddetta ‘invidia del pene’, idea che si basa su un fraintendimento ingenuo e tipicamente maschile. In realtà ogni donna cerca una virilità da ammirare, e nessuna donna può amare veramente un uomo senza ammirarlo. La sua ammirazione ha connotazioni tanto materiali e sensuali quanto simboliche e spirituali. Ma la relazione tra maschio e femmina si svolge essenzialmente sul piano dell’immagine. Il desiderio è infatti evocazione di fantasmi. Il femminile ammira il maschile nel senso che si fa specchio (mirror), si offre come una superficie d’acqua che accoglie e rimanda la sua immagine.

L’anima femminile riceve e riflette l’intelletto maschile come la luna riverbera la luce del Sole. Come la dimensione orizzontale della materia assorbe la luce verticale dello spirito. È attraverso questo rispecchiamento che la donna trattiene in sé l’immagine dell’uomo, la fa maturare e la nutre. Per questo una donna rende migliore l’uomo che ama. E per questo desidera da lui un figlio. Quando la donna ama un uomo, è pronta a seguirlo e a ubbidirgli, e in questo non si sente sminuita. Prova anzi quella libertà che consiste nell’ubbidire alla propria intima natura. Questo accade anche all’uomo, quando il suo lato femminile si pone al servizio di un ideale e vi si abbandona. Questa dedizione crea una tendenza al sacrificio che rende incline al patire più che all’agire.

L’ammirare implica una posizione di inferiorità. Noi ammiriamo infatti ciò che sentiamo superiore. Per questo, ad onta delle convinzioni correnti, nella relazione col maschile il femminile deve avere una posizione sottomessa. Che l’uomo ne abusi, come di fatto avviene, può avere rilevanza pratica ma non è qui essenziale. Infatti, una donna in schiavitù può comunque conservare intatto il suo femminile mentre una donna libera ed emancipata lo può perdere. Questa posizione più bassa – infera – del femminile non è imposta dalla società ma attiene al suo ruolo naturale. È un porsi sotto come quello della terra rispetto al cielo. Non indica minor importanza o valore. Anzi, la sottomissione, il farsi fondamento del maschile, conferisce alla donna un potere sull’uomo.

Questa sottomissione spaziale ha natura metafisica. Nella sua posizione di inferiorità, la femmina raccoglie le immagini che l’uomo disperde, come la valle raduna le acque dei monti. Ponendosi ‘sotto’ il maschile, il femminile in realtà ne regge il destino. Diviene il perno intorno a cui la ruota maschile gira, e ne dirige invisibilmente il movimento. Come dice Laozi: “la femmina con la calma vince sempre il maschio, ponendosi quietamente in basso”. Il maschio deve consegnare la sua immagine alla femmina perché la accudisca, come in uno scrigno spirituale. In questo modo, affidandosi al femminile, l’uomo sente infine la donna come carne della propria carne e anima della propria anima. Se il femminile si chiude in se stesso e si nega al rapporto d’amore, diviene specchio di immagini sensuali e senza calore, nel quale il maschile riflette la propria impotente solitudine. Uomo e donna restano allora incatenati agli aspetti materiali e carnali, cioè diabolici, della sessualità.

Dall’eclissi del femminile nascono anche i vaneggiamenti di autosufficienza erotica e generativa di uomini che vogliono figli senza madre e donne che vogliono essere madri senza conoscere uomo. Occorre osservare come la mascolinizzazione del femminile costringa il maschio a iper-mascolinizzarsi. Per poter affrontare donne virilizzate l’uomo rafforza i suoi caratteri di aggressività e durezza. Oppure reagisce sviluppando caratteri femminili, che lo proteggano dall’urto della competizione con loro. Ma un prevalere di aspetti femminili nell’uomo spinge la donna a farsi ancora più virile, in un circolo vizioso. Paradossalmente, l’eccesso del principio maschile ne causa il collasso. Non più contenuti e incanalati negli argini del femminile, i suoi stessi valori fanno naufragio. La nostra società si trova così compressa tra un cattivo maschile un cattivo femminile.

Il maschile impone al mondo una dittatura di apparati scientifici, industriali e tecnologici. La coscienza collettiva delega all’emisfero maschile ogni importante decisione. La cultura diventa cultura del maschile, pensiero che ricusa la femminilità, nella sua natura notturna e lunare, a favore di modelli illuministici totalmente maschili. La morte viene esorcizzata con i miti del progresso e della crescita inarrestabile. Al misticismo e alla fede si contrappone una magia onnipotente che vuol signoreggiare la vita con la forza della razionalità e delle macchine.

L’umanità sprofonda nei sogni megalomani del sapere e del fare maschili, ovvero nel parossismo dell’informazione e dell’iperattività. A ciò dobbiamo il declino dell’arte, della poesia, della musica, tradizionali espressioni del femminile. L’iper-eccitazione maschile rifiuta le lente e pazienti incubazioni, quel recettivo e femminile concedersi allo spirito che sono prerogative dell’artista e del poeta. E ciò spiega la bruttezza che ci circonda, l’involuzione dei linguaggi, l’atrofia dell’immaginazione, lo sterile esibizionismo della tecnica. Questa dissoluzione del femminile porta così all’agonia della bellezza.

Scienza e tecnica, nella loro percezione frammentaria e meccanica del reale, si pongono come principi assoluti di identità maschile, negazione del mistero femminile e della sua libertà. La medicina, la biologia, la genetica, divengono tentativi violenti di estorcere al femminile i suoi segreti e di ridurlo a forme di schiavitù tecnico-razionale. Alla creazione si vuol opporre la fabbricazione, ai processi naturali quelli produttivi dell’economia e della tecnica. Ma razionalità e potere sono anche i talismani con cui il maschile si difende dall’angoscia dell’impotenza e della castrazione. La ferita dell’essere non viene guarita con una riunificazione ma si ulcera in una congerie di immagini sconnesse. All’ipertrofia del maschile corrisponde il regno della molteplicità, dei numeri, delle statistiche, delle innumerevoli parcellizzazioni e specializzazioni del sapere, in cui svanisce l’Unità del reale.

Il prevalere di forme maschili nella nostra cultura non è un problema che si ponga oggi per la prima volta. Che l’uomo tema la propria femminilità e se ne difenda, è un dramma antico. Ma è la donna stessa a disprezzare oggi il femminile, a trasformarlo in un surrogato della virilità, deformandone gli archetipi eterni. Perciò sempre più frequenti appaiono nella nostra cultura le fantasie su futuri orrendi, dominati dai demoni maschili dell’iper-scienza, dell’iper-tecnologia, dell’iper-controllo. O da quelli del caos e dell’assurdo, aborti di un femminile degradato. È perfettamente inutile illudersi che riforme politiche, economiche o sociali possano salvarci, finché maschio e femmina non ritroveranno un equilibrio naturale. Senza il femminile, lo stesso maschile non potrà più esistere. La sua eclissi causerà l’oscuramento dell’eros, la superficialità delle passioni, l’estinguersi di ogni profondo romanticismo. Allora, persone solo anatomicamente differenziate, o dall’identico genere, o di un sesso indefinito, cercheranno con vani artifici di rispecchiarsi, penetrarsi e fondersi, grottesche caricature dell’amore.

Liberamente tratto da Ereticamente.net

L’eclissi del femminile nella postmodernità

LA GRANDE GUERRA DEI CONTINENTI

di Alexander Dugin
Sappiamo che in tempi remoti, molto remoti, sulla Terra esistevano due tipi di gruppi, uno chiamato, gilanico di Catal Huyuk e l’altro androcratico di Kurgan. I primi furono annientati dalla forza dei secondi. Questo secondo gruppo però si differenzia in due grandi blocchi che hanno sempre avuto nel corso delle epoche, periodi di scontro e periodi di compromesso. Quest’ultimo perchè conveniva alla sopravvivenza di entrambe. Il post spiega per tradizione millenaria quali furono geograficamente, i blocchi continentali dei due ordini segreti. L’Atlantismo è l’Inghilterra, con i reali di Windsor, infatti il primo lord al timone dell’ammiragliato, e di tutta la finanza, è il principe Filippo di Edimburgo. Assieme ai reali il Vaticano con la bolla papale, legati tra loro a doppio filo. Mentre l’eurasismo è la Russia con Putin, e Trump che lo sta appoggiando (sganciatosi dall’atlantismo). La Germania, che per tradizione era sotto l’eurasiatismo, dopo la seconda guerra, è attualmente sotto la nobiltà nera atlantista. Qualsiasi ordine massonico o iniziatico, è ben sotto di loro. Come lo sono Sion e i gesuiti, ed il gruppo Bildelberg.
Sono l’Ordine di Eurasia contro l’Ordine di Atlantico (Atlantidi). Roma Eterna contro Carthago Eterna. La guerra punica occulta continua invisibilmente durante i millenni. Cospirazione planetaria della Terra contro il Mare, Terra contro Acqua, Autorità  e Idea contro Democrazia e Materia.
Sono chiamati anche menestrelli di Morgana e menestrelli di Mursia.
L’ORDINE ATLANTICO segreto ha una storia antichissima. Risale alle società iniziatiche dell’antico Egitto e specialmente alla setta adoratrice del dio Seth, i cui simboli erano il Coccodrillo e Behemoth (cioè animali acquatici), e anche dell’Asino Rosso. In seguito la setta di Seth, si manifesta con i vari culti fenici, specialmente con il culto sanguinario di sacrifici umani (bambini) di Moloch. Questa organizzazione segreta, esisteva ancora molti secoli dopo il crollo della civiltà  fenicia. Nell’Europa medievale esistette sotto il nome di “MENESTRELLI DI MORGANA”, il cui emblema era la “Morte Danzante” o Danza Macabra (vi dice niente la statua di Shiva che danza al Cern di Ginevra? .. e l’affresco della danza macabra a Pinzolo in trentino?). Geopoliticamente chiamato Impero marittimo, nella storia antica i poteri “marittimi” che divennero un tutt’uno simbolico con “civiltà  marittima” furono la Fenicia e Cartagine. Nell’Età  moderna e nella storia recente il polo “insulare” e “marittimo” divenne l’Inghilterra, “Dominatrice dei mari” e, in seguito, la gigantesca isola-continente dell’America. L’Inghilterra, come l’antica Fenicia, usò come strumento di base per il suo dominio in primo luogo il commercio marittimo e la colonizzazione delle aree costiere. Il tipo geopolitico fenicio-anglosassone generò uno speciale modello di civiltà  “mercantile-capitalistico-di mercato” fondato prima di tutto sugli interessi economici e materiali e sui principi del liberalismo economico. Per questa organizzazione, vale il principio del “PRIMATO DELL’ECONOMIA SULLA POLITICA.”
Vi dice nulla la legge dell’ammiragliato?

Le radici androcratiche di Kurgan

L’ORDINE DI EURASIA segreto, sono i fedeli dell’Apollo nordico uccisore del drago serpente pitone. E’ un ordine polare, solare. Ha un culto razziale e conservatore. L’ordine di Eurasia, proviene dagli antichi ordini iniziatici indoeuropei. Nel corso dei secoli, fu chiamato anche menestrelli di Mursia. Tutte le raffigurazioni dell’arcangelo Michele che uccide il serpente pitone, sono la rappresentazione primordiale dell’Apollo nordico. Geopoliticamente chiamato oggi Impero Terrestre. Come contro il modello fenicio, Roma rappresentò un campione di struttura guerriero-autoritaria centrata sul controllo amministrativo e sulla religiosità  civile, basato sul primato della “POLITICA SULL’ ECONOMIA”.
Roma è l’esempio di un tipo di colonizzazione non marittimo ma terrestre.
L’ “eurasiatismo”, che necessariamente presuppone autoritarismo, gerarchia e classe dirigente dai principi “comunitari” e nazional-statali al di sopra delle questioni semplicemente umane, individualistiche ed economiche. L’atteggiamento eurasiatico chiaramente manifestato è tipico innanzi tutto di Russia e Germania, le due maggiori potenze continentali, le cui attenzioni geopolitiche, economiche ed esistenziali sono completamente opposte a quelle di Inghilterra e USA, che sono gli “atlantisti”.

Le radici gilaniche di Catal Huyuk

METAFISICA DELLA GUERRA OCCULTA
L’opposizione dell’Ordine dell’Atlantico all’Ordine di Eurasia attraverso i secoli e i millenni, essendosi manifestata nelle più svariate forme, è in un certo senso il maggior contenuto cospirologico della storia. La storia di popoli e religioni, razze e tradizioni, spirito e carne, guerra e pace. Nel confronto tra i due Ordini uno non deve vedere la semplificata immagine moralistica della lotta tra Bene e Male, Verità e Menzogna, Angeli e Demoni, e così via. Questo combattimento tra due opposte visioni del mondo, tra due immagini metafisiche della Vita, tra due percorsi per il cosmo e attraverso il cosmo, tra due grandi Principi, non solo in opposizione l’uno all’altro, ma anche indispensabili l’uno all’altro, dal momento che su questa coppia è basato tutto il processo cosmogonico e cosmologico, tutto il percorso ciclico della storia umana.

L’ORDINE DI EURASIA, l’Ordine del Principio Virile, del Sole, della Gerarchia, è la proiezione del Monte di Apollo, di Ormudz, del Cristo Solare in Gloria. L’Eurasia, in quanto Terra dell’Oriente è Terra di Luce, Terra di Paradiso, Terra di Impero.
La Terra della Speranza. La Terra del Polo.
L’ORDINE ATLANTICO, e’ l’ordine del Principio Femminile, della Luna, dell’Uguaglianza Orgiastica è la proiezione dell’egizio Seth, di Pitone, di Ariman, del Cristo Sofferente, dell’Umano, immerso nella disperazione metafisica della preghiera solitaria del Getsemani. L’Atlantico, Atlantis in quanto Terra dell’Occidente, è la Terra della Notte, la Terra della “fossa dell’esilio” (come disse un sufi islamico), il Centro dello Scetticismo planetario, la Terra della Grande Malinconia Metafisica. Tutti i cicli storici sono imperniati su queste due forze antagoniste.
Le leggi cosmiche del nostro mondo, sono tali che l’esito della Grande Battaglia non è predeterminato, l’esito del dramma “Eurasia contro Atlantis” (Roma contro Carthago), dipende dalla totalità planetaria di tutti coloro chiamati in servizio, di tutti i soldati della geopolitica, di tutti i segreti agenti della Terra e degli agenti segreti del Mare. L’esito della guerra cosmica di Apollo con il Serpente Pitone dipende da ognuno di noi, che lo comprendiamo o meno.
Tutte le tradizioni religiose e le dottrine metafisiche descrivono la Fine dei Tempi, la fine del ciclo come l’Ultima Battaglia, la Battaglia Finale. Le varie tradizione trattano in modo differente questo conflitto, e a volte ciò che in una tradizione è presentato come il “partito del Male”, diviene in un’altra tradizione il “partito del Bene” e viceversa. Ad esempio, per i cristiani ortodossi alla fine dei Tempi il giudaismo è considerato come la religione dell’Anti-Cristo. Mentre per i giudei, fedeli da sempre alla convinzione di essere il popolo eletto, “i goi cristiani del paese del nord di re Gog” agiscono come una concentrazione del Male escatologico. Gli Usa aspirano a stabilire sul pianeta uno speciale Nuovo Ordine Mondiale.
Gli Induisti sono certi della rapida conclusione del Kali-Yuga, l’Età Oscura.
Nelle comunità  cristiane circolano sempre più le profezie sull’Ultimo Papa (Flos Florum) per i cattolici romani e sull’Ultimo Patriarca per gli ortodossi.
I lamaisti sono sicuri che il presente Dalai Lama sarà  l’ultimo.
Chi ha letto 1984 di Orwell, si ricorderà sicuramente che Eurasia è il nome di “fantasia” che diede ad una delle tre superpotenze continentali nate dopo l’ipotetica guerra.
Endkampf.
L’Ultima Battaglia è in corso…

Liberamente tratto dal web.

L’equilibrio tra società gilaniche e imperio androcratico
Alexander Dugin

Confucio, l’Asia e le democrazie occidentali

di Simone Pieranni

Asia. In Asia la pandemia ha riportato in auge il sistema valoriale confuciano. Quanto il confucianesimo incide ancora nelle società asiatiche e in che modo potrebbe essere rilevante anche per le democrazie occidentali? Lo abbiamo chiesto a Elena Ziliotti, assistant professor di etica e filosofia politica all’Università tecnica di Delft

Durante la pandemia si è discusso a lungo della risposta dei paesi asiatici, spesso sottolineando la loro capacità organizzativa in grado di gestire al meglio il dilagare del coronavirus. Spesso, però, si sono mischiati paesi molto diversi tra loro e si sono evidenziati gli elementi che più avvicinano quei paesi al nostro. In alcuni casi, poi, si è parlato di “modelli” come potessero essere applicati anche in altre realtà occidentali. In realtà la risposta asiatica, variegata e diversificata, ha posto come elemento dominante del discorso il sistema valoriale dei vari paesi. Per questo motivo abbiamo posto alcune domande sul confucianesimo ad Elena Ziliotti, assistant professor di etica e filosofia politica all’Università tecnica di Delft, Olanda,per indagare più a fondo alcuni elementi del confucianesimo provando a comprendere le affinità o meno con il nostro sistema di valori e le sue peculiarità asiatiche.

Che senso ha parlare di Confucianesimo nel 2020?
Negli ultimi anni, l’Asia orientale è stata oggetto di una grande trasformazione socioeconomica. Il Giappone fu il primo paese della regione a industrializzarsi e svilupparsi. Ma sebbene il caso del Giappone suscitò forte curiosità nel resto mondo, molti lo considerarono una sorta di “anomalia” e sicuramente non una minaccia alla supremazia economica e geopolitica dell’Occidente. Questa idea cominciò a vacillare quando i cosiddetti “Quattro piccoli draghi” (Corea del Sud, Taiwan, Singapore, e Hong Kong) seguirono l’esempio del Giappone. A questo punto, fu chiaro che il dinamismo del Giappone e dei quattro piccoli draghi non era un’anomalia ma l’espressione di una tendenza più ampia che caratterizzava l’intera regione sinica. Lo sviluppo della Cina confermò questa previsione. Nel caso della Cina, i risultati delle riforme economiche contro la povertà furono impressionanti. Dal 1981 al 2005, il tasso di povertà in Cina scese dall’85% al 15%. Questo è l’equivalente di 600 milioni di persone sollevate dalla povertà.

Di fronte a questi eventi, molti osservatori hanno iniziato a chiedersi quale sistema istituzionale possa soddisfare i nuovi bisogni di queste moderne società industrializzate restando al contempo in sintonia con le loro tradizioni e aspetti culturali più distintivi. I paesi dell’Asia orientale dovrebbero trasformarsi in democrazie o consolidare le loro istituzioni democratiche già esistenti? Dovrebbero forse abbracciare i principi liberali alla base delle democrazie europee o piuttosto attingere alle proprie tradizioni culturali per creare valori e sistemi politici che riflettano al meglio le culture?

Questo è un dibattito filosofico, ma le sue implicazioni vanno ben oltre la filosofia poiché possono influenzare il futuro dell’Asia orientale e alterare l’equilibrio politico globale. Trainata dalla Cina, l’intera regione sta, infatti, diventando sempre più ricca. Sempre più affari e ricchezza stanno convergendo o si stanno producendo nella regione. Quindi, la posta in gioco è alta per tutti: molto probabilmente ciò che accadrà nell’Asia orientale influenzerà la vita anche degli europei e del resto del mondo.

Memori degli effetti dello spietato colonialismo europeo e dell’intervento militare americano nella regione, molti credono che se l’Asia orientale assumerà una posizione di leadership a livello globale, questo dovrà avvenire in ‘modo’ asiatico. La Cina, in primis, insieme alle altre nazioni nella regione dovranno attingere alle proprie risorse filosofiche per costruire il loro futuro politico. Proprio in questo dibattito, il confucianesimo è da qualche anno a questa parte emerso come il principale candidato a guidare questa trasformazione. Da qui, il rinnovato interesse del confucianesimo in Asia orientale e nel mondo.

Ma perché il confucianesimo sembra essere il miglior candidato per guidare la rinascita dell’Asia orientale, piuttosto che altre tradizioni come il buddismo o il daoismo?
In primo luogo, il confucianesimo ha storicamente avuto un ruolo centrale nel panorama politico e culturale della regione. Il confucianesimo originò dagli insegnamenti di Confucio (551-479 a.C.). Dopo la morte di Confucio, i suoi seguaci furono in grado di organizzare i suoi insegnamenti in un sistema di credenze più coerente che si affermò come la tradizione dominante tra gli intellettuali cinesi. Da forza intellettuale dominante in Cina, il confucianesimo si espanse alle élite fino a diventare l’ideologia ufficiale dello stato imperiale. Si immagini che fin dalla dinastia Han in Cina (II secolo a.C.), i testi confuciani furono oggetto di studio per gli esami imperiali (il sistema con cui venivano selezionati i funzionari imperiali) e, nonostante le numerose modifiche a questi sistemi d’esame, i testi confuciani rimasero all’interno del curriculum fino al 1905, quando gli esami imperiali vennero sospesi in Cina.

Dai circoli di governanti e studiosi, il confucianesimo si diffuse a tutti gli altri strati della popolazione cinese e ad altri paesi limitrofi per diventare la corrente di pensiero principale nel mondo sinico. Un altro motivo per la rinascita del confucianesimo è che il sistema valoriale di molti asiatici orientali contemporanei rimane fortemente confuciano. Sebbene pochi asiatici orientali oggi si definiscano confuciani, molti praticano valori confuciani come l’enfasi sulla solidarietà familiare, pietà filiale, subordinazione dell’individuo al gruppo, armonia sociale, organizzazione sociale, duro lavoro, frugalità e istruzione come moralmente edificante e come strada per il successo personale e familiare. Ad esempio, nell’Asia orientale confuciana, ci si aspetta che le persone si sacrifichino per la propria famiglia e si insegna loro che dovrebbero essere disposte a sopportare difficoltà a livello individuale per il benessere generale della famiglia.

Un altro motivo della rinascita politica del confucianesimo è che il confucianesimo ha ancora una forte autorità simbolica sia tra la gente che tra i leader politici. Ad esempio, il partito comunista cinese è il partito al governo della Cina, ma Xi Jinping cita sempre più Confucio che Mao nei suoi discorsi pubblici. Si può replicare che questa è una mossa strategica per colmare il vuoto spirituale causato dalla forte ricerca di prosperità in Cina (a questo proposito, ricordiamoci che uno dei principali slogan di Deng Xiaoping agli inizi degli anni 80 era “Essere ricchi è meraviglioso”).

Ma in ogni caso, l’uso del confucianesimo da parte del partito comunista cinese indica che la leadership del partito ritiene che oggi il confucianesimo abbia una forte presa sul popolo cinese.

Naturalmente, la lunga storia del confucianesimo rende impossibile parlare di un solo confucianesimo. Il confucianesimo ha subito molte trasformazioni o riformulazioni nel tempo, come evidenziato dall’ascesa di movimenti intellettuali come il confucianesimo classico, il neo-confucianesimo e il nuovo confucianesimo. Per questo motivo, quando parliamo di “confucianesimo”, stiamo semplificando e mettendo da parte importanti dibattiti accademici.

Come il confucianesimo potrebbe adattarsi alle democrazie?
Alcuni studiosi ritengono che il confucianesimo sia incompatibile con la democrazia. A loro avviso, la democrazia si basa sull’idea di uguaglianza e libertà individuale, mentre il confucianesimo sostiene una distribuzione ineguale del potere dove i più competenti e virtuosi decidono a nome di tutti. Tuttavia, il confucianesimo e la democrazia già coesistono in pratica. Delle sei cosiddette società storicamente confuciane (Cina, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Singapore e Taiwan), quattro sono democrazie (Giappone, Corea del Sud, Singapore e Taiwan). Inoltre, il legame tra democrazia e confucianesimo può sembrare incoraggiante se si considera la florida situazione sociale ed economica di questi paesi.

Per essere chiari, queste democrazie sono piuttosto giovani: Singapore ottenne l’indipendenza dalla Malesia nel 1965. In Corea del Sud, le riforme democratiche iniziarono solo nel 1987. Allo stesso modo, Taiwan abbracciò la democrazia alla fine degli anni ’80. La democrazia “più vecchia” della regione è il Giappone, al quale gli Stati Uniti imposero un sistema democratico durante la loro occupazione dal 1945 al 1952 (se si esclude la sperimentazione della democrazia parlamentare nel periodo Taishō (1912-1926)). Quindi, dovremmo stare attenti nell’esprimere qualsiasi giudizio finale sulla compatibilità del confucianesimo con la democrazia. La realtà suggerisce che i valori confuciani possono essere praticati all’interno di un quadro democratico sociopolitico, ma la ricerca della democrazia confuciana è ancora in corso.


Si potrebbero obiettare che il legame tra confucianesimo e istituzioni democratiche che vediamo nelle democrazie dell’Asia orientale è il prodotto di necessità storiche
. E come tale, non è sufficiente a giustificare la loro compatibilità a livello teorico. Tuttavia, a mio avviso, i confuciani contemporanei hanno diverse ragioni per sostenere la democrazia. In primo luogo, nel confucianesimo, il benessere morale e materiale delle persone è il principale l’obiettivo del buon governo. La crescita morale delle persone (huamin) ha valore in sé e il loro benessere materiale è una precondizione per impegnarsi nella coltivazione morale.

Quindi, un buon governo deve “prendersi cura” delle persone, fornendo loro condizioni materiali sufficienti e opportunità concrete per crescere moralmente. Secondo questo approccio, un processo decisionale è giustificato nella misura in cui difende e promuove il benessere delle persone meglio di altre forme di governo, perché lo scopo ultimo della politica è creare un cambiamento positivo nel mondo umano.

Questa idea di buon governo apre il confucianesimo a possibili sperimentazioni istituzionali per il bene generale delle persone. Afferma che un processo decisionale democratico è più o meno giusto in base ai risultati che può generare per il benessere delle persone. Da questa prospettiva, la domanda per i confuciani contemporanei è: qual è il miglior sistema politico per il benessere delle persone in una società sviluppata e industrializzata, come le società nella regione sinica? È la democrazia, il governo dei pochi capaci e virtuosi, o il governo di uno solo?

La risposta a questa domanda dipende dal tipo di problemi che le società contemporanee devono affrontare. Queste devono risolvere problemi complessi che richiedono le conoscenze di agenti politici diversi, come esperti, leader politici, ma anche i cittadini stessi. Consideriamo un tema politico molto caldo ora in Italia: l’immigrazione. Una soluzione efficace ai problemi dell’immigrazione dipende da diversi fatti empirici riguardanti la relazione tra l’economia del paese, le sue proiezioni di crescita, il suo sistema di welfare, le sue caratteristiche geografiche, culturali e urbane e il contesto politico internazionale. Questi fatti sono generalmente conosciuti da diversi gruppi di esperti.

Tuttavia, conoscere questi fatti è insufficienti per raggiungere politiche immigratorie efficaci. Una soluzione ai problemi dell’immigrazione che può migliorare il benessere pubblico dipende anche dai giudizi ponderati del pubblico. Le persone comuni vivono nel loro quotidiano gli effetti delle decisioni politiche. Quindi, possono offrire preziose informazioni su quali sono i problemi o come le cose potrebbero migliorare sia a livello locale che nazionale. Ora, si pensi alla quantità di informazioni che sono necessarie per risolvere efficacemente i problemi dell’immigrazione. Come possono alcune persone non solo conoscere ma anche coordinare tutte queste informazioni? Chiaramente, questo compito va oltre ogni capacità umana. In confronto al governo dei pochi o di uno solo, la democrazia ha il vantaggio di essere un’attività collettiva, che integra le opinioni di diversi attori e distribuisce il potere decisionale tra i membri della società.

Si noti che ciò che conta per una democrazia per raggiungere decisioni politiche giuste non sono tutti i giudizi dei cittadini ma i loro giudizi ponderati, nel senso che quando i cittadini sono chiamati ad esprimere delle opinioni e ad esercitare potere politico in modo collettivo (come durante le elezione o un referendum), la maggior parte dei votanti deve comprendere ciò su cui sta votando. Ritornerò su questo punto tra poco. Per ora, è importante capire che, da una prospettiva confuciana, il processo decisionale deve essere aperto ai giudizi dei cittadini, alle loro aspettative e anche alle loro paure se si vuole trovare una soluzione praticabile efficace. Questo giustifica la partecipazione democratica dei cittadini. Mentre la partecipazione politica può aprire il processo decisionale all’influenza delle diverse opinioni dei cittadini, l’esercizio collettivo del potere politico dei cittadini sul processo decisionale può garantire che i politici prendano sul serio gli interessi del pubblico. Mezzi istituzionali, come le elezioni periodiche, rendono il processo decisionale più sensibile alle preferenze di molti cittadini. Quindi, per i confuciani la democrazia non è giustificata da ideali come il diritto dei singoli all’auto governo o ad esprimere la loro autonomia. Questi, sono valori molto importanti nelle società occidentali ma meno apprezzati in un contesto confuciano.

Ora, torniamo alla competenza politica dei cittadini. La crisi in corso delle democrazie occidentali sembra confutare la difesa della democrazia appena discussa. Alcuni critici sostengono che molti elettori in occidente sono tutt’altro che informati. Quando si parla di politica, la maggior parte di loro è profondamente ignorante! Peggio ancora, molti non hanno interesse a comprendere le questioni politiche, ma supportano i loro leader politici come i tifosi fanno in una partita di calcio: alla cieca e indipendentemente da ciò che accade intorno a loro. In queste condizioni, come si può dire che la partecipazione democratica dei cittadini aiuta il ​​processo decisionale a raggiungere decisioni migliori? Non sarebbe forse meglio delegare più potere decisionale a chi ha una conoscenza della politica profonda e è veramente interessato o interessata al bene comune?

Alcuni studiosi ritengono che questa soluzione (‘il calcio ai tifosi e la politica ai politologi’) sia la strada migliore per i paesi dell’Asia orientale. Io non sono d’accordo. La loro critica alle democrazie occidentali presume che i nostri sistemi democratici permettono agli elettori di sviluppare un’opinione politica razionale e informata. Ma questo è totalmente sbagliato. Si pensa a come l’elettore italiano medio si informa. La maggior parte di noi ha poco tempo per informarsi su questioni politiche (molti di noi lavorano e hanno una famiglia a cui badare). Quindi, per informarci usiamo delle cosiddette “scorciatoie” per risparmiare tempo ed energia: ci informiamo attraverso la lettura dei giornali, delle enciclopedie, ascoltando dibattiti televisivi, opinionisti e attraverso la cosa che è sempre con noi: il telefonino. Leggiamo gli articoli che i nostri contatti hanno condiviso su Facebook e condividiamo le dichiarazioni politiche dei nostri personaggi preferiti su Twitter.

Uno dei problemi che nascono da questo modo di informarsi è che Internet e i social media hanno facilitato la circolazione di informazioni vecchie o fake news. Ciò influisce sul flusso di informazioni perché l’elettore pensa di essere perfettamente informato ma, in realtà, lei o lui è disinformato perché ha usato scorciatoie difettose senza nemmeno saperlo. Si pensi alla tecnologia deep-fake che consente la creazione di video o foto falsi che sono indistinguibili dai video reali. In conclusione, non credo che i problemi delle democrazie occidentali siano dovuti ai limiti cognitivi del votante medio. Uno dei problemi principali è che il sistema dei media e gli espedienti che dovrebbero aiutarci a fare una scelta informata non funzionano come dovrebbero. La soluzione perciò non è dire addio alla democrazia, ma riparare il nostro sistema d’informazione.

In che modo il confucianesimo determina le caratteristiche dei leader asiatici?
Molte persone in Asia orientale hanno un forte rispetto per valori confuciani, come l’istruzione, l’ordine e l’armonia sociale. Questo li induce ad avere aspettative politiche diverse dalle nostre e cercare tipi di leder politici diversi. Come spiegavo prima, nel confucianesimo, il benessere delle persone è un obiettivo fondamentale per lo stato e anche uno dei criteri principali attraverso cui i cittadini valutano i leader politici. Questo innesca comportamenti molto interessanti perché il supporto popolare è principalmente determinato da ciò che i leader politici fanno, non da ciò che promettono di fare.

Un esempio che colpisce molti occidentali è il caso di Singapore. La trasformazione di Singapore dopo la separazione dalla Malesia nel 1965 ha richiesto notevoli sacrifici da parte della sua popolazione. I primi trent’anni sotto il primo ministro Lee Kuan Yew, leader e fondatore del People Action Party (PAP), sono stati caratterizzati da una significativa repressione sociale, politica e culturale. Oltre all’espropriazione di terre di proprietà privata e regole paternalistiche sull’uso dello spazio pubblico, diversi leader dell’opposizione furono arrestati prima delle elezioni. Negli anni ’60 furono emanate forti restrizioni alla libertà di stampa e normative per mettere i media tradizionali sotto il controllo del governo in nome della stabilità nazionale.

Ancora oggi l’autoritarismo della prima generazione di leader del PAP influisce sul rapporto del PAP con la popolazione, generando un forte risentimento in una parte della popolazione ed è alla base di forti critiche al PAP. Eppure, e questa è la cosa curiosa per un osservatore occidentale, il successo delle riforme economiche ha sempre garantito al PAP una forte legittimità popolare che gli ha permesso di governare quasi incontrastato fino ad oggi.
Il caso di Singapore suggerisce che nell’Asia orientale c’è più pragmatismo politico che in Occidente. Se praticato con moderazione, questo pragmatismo politico è salutare per la democrazia perché’ incoraggia i politici a discutere i problemi reali della gente, a prendere decisioni e realizzare progetti, evitando che il dibattito politico si blocchi in scontri ideologici.

Oltre al pragmatismo politico, l’armonia sociale, il duro lavoro, e l’istruzione sono valori confuciani che continuano ad influire sulla politica in Asia orientale. In Giappone, i leader politici devono dimostrare che stanno compiendo il massimo sforzo per mantenere l’armonia sociale e hanno a cuore il benessere delle diverse parti sociali. In queste società, anche gli intellettuali e gli esperti godono di un forte rispetto. In campagna elettorale, i partiti politici di Singapore pubblicizzano i risultati accademici e professionali dei loro candidati e i telegiornali trasmettono i curricula dei candidati affinché i cittadini possano stabilire chi è più adatto a rappresentarli. Al contrario, i politici occidentali tendono a nascondere i loro risultati accademici. Salvini ha studiato in un liceo classico, ma molti dei suoi discorsi violano le regole basilari della logica. Ovviamente Salvini è tutt’altro che stupido e ha un motivo ben preciso per adottare questa retorica.

Questo sistema valoriale crea un clima politico e una classe politica molto diversi da quelli delle democrazie occidentali. A Singapore, un modo in cui i partiti politici emulano questi ideali è nella selezione dei membri del partito. La ricerca pubblica di personaggi eccezionali è sempre stata uno dei punti di forza del PAP. Come sosteneva Lee Kuan You: il paese “ha bisogno dei cittadini più abili, quelli con acume intellettuale e sociale, per svolgere ruoli di leadership nell’economia, nell’amministrazione e in politica”. Questa idea sembra plasmare il reclutamento dei membri del PAP da anni. I pochi studi sul meccanismo di selezione intrapartitico del PAP confermano la tendenza del PAP a selezionare i suoi membri in base alla loro eccellenza accademica e l’eccezionale lavoro svolto.

Naturalmente, l’enfasi sull’istruzione e sul duro lavoro generano anche importanti problemi sociali. Uno dei principali problemi sono le divisioni sociali tra coloro che pensano di avere diritto alla loro posizione sociale in base ai loro risultati personali e coloro che non si sentono “abbastanza intelligenti” da contare. Queste divisioni purtroppo influiscono anche sul diverso trattamento dei lavoratori stranieri, gli immigrati impegnati in lavori manuali vengono spesso considerati non al pari dei locali o dei cosiddetti ‘expats’.

Il grande riconoscimento per l’istruzione e il duro lavoro crea anche forti ansie e pressioni sui giovani e familiari più stretti. I sistemi educativi dell’Asia orientale sono rinomati per essere estremamente competitivi. Qui i bambini trascorrono la maggior parte della loro infanzia studiando. La giornata di uno studente medio è divisa tra scuola e centri di insegnamento privati. A scuola, i bambini devono competere l’uno contro l’altro per ottenere voti migliori che consentono di accedere nelle scuole più prestigiose. L’accesso a queste scuole, a sua volta, garantisce agli studenti maggiori possibilità di ottenere quello che è socialmente riconosciuto come un ‘lavoro da sogni’. Ma gli studenti che si trovano a disagio in questa rigida struttura competitiva, finiscono per essere stigmatizzati dai loro familiari, colleghi e dal resto della società.

Ci sono differenze oggi tra Cina, Singapore e Corea del Sud in questo senso?
Sì, molte differenze. Il rispetto per i leader e l’obbligo di questi di difendere il benessere delle persone si esprimono in sistemi istituzionali diversi, mescolandosi con altri ideali politici. Questo dà luogo a diversi modi di fare politica. Si pensi a come la Cina, la Corea del Sud e Singapore hanno reagito e gestito la pandemia.

In Cina, la volontà della leadership politica di controllare l’emergenza si è manifestata attraverso un meccanismo “dall’alto verso il basso”. Ci sono volute un paio di settimane prima che le autorità politiche prendessero provvedimenti, ma una serie di soluzioni draconiane è stata rapidamente messa in atto quando il governo centrale di Pechino ha realizzato la gravità della situazione. Ciò cui abbiamo assistito è stata una strategia “whatever it takes”; Pechino ha utilizzato tutti i mezzi disponibili (anche sperimentandone alcuni). La tecnologia è stata in prima linea nella guerra al virus, con i droni che seguivano le persone che violavano il lock down, e il coordinamento dei singoli movimenti attraverso la rete di telecamere a circuito chiuso già presente sul territorio.

La risposta di Pechino è stata quindi fortissima. Tale risposta, che ha lasciato molti occidentali impressionati (si pensi alle immagini delle costruzioni in pochi giorni dell’ospedale da campo a Wuhan per ospitare 10.000 pazienti), è dipesa non solo dalla volontà politica della leadership del governo centrale ma anche dal sistema politico cinese. Il rapporto tra governo centrale e province è complesso, ma consente al governo centrale di esercitare un’autorità incondizionata quando si verificano situazioni drammatiche senza precedenti.

L’esercizio del potere politico in un quadro democratico è più complicato perché è un’attività condivisa. In una democrazia, nessun attore politico ha il diritto di decidere da solo e incondizionatamente. I membri del pubblico esercitano periodicamente potere politico collettivamente e lo stato di diritto è indipendente dall’esecutivo in modo che l’esercizio dell’autorità politica da parte del governo sia conforme alla legge. Quindi, i meccanismi istituzionali democratici e lo stato di diritto fanno in modo che il potere politico in una democrazia operi diversamente da come opera in Cina.

Si potrebbe, quindi, dire che un sistema politico autoritario è migliore per gestire emergenze, come una pandemia?
Alcuni studiosi sostengono questa tesi. La loro idea è che a causa della complessità del suo processo decisionale, la democrazia è un “processo lento” se paragonata ai regimi autoritari ed è quindi svantaggiata quando deve reagire ad emergenze imprevedibili o richiedere il sacrificio di molti cittadini. Questa tesi è diventata abbastanza popolare in primavera, quando la Cina mostrava un’organizzazione impeccabile e un robusto impegno della leadership politica nella gestione dell’emergenza, mentre l’Europa era in caos.

A mio avviso, questa è una tesi superficiale che non coincide con ciò che è accaduto in Asia orientale durante i primi mesi della pandemia. La Cina ha dimostrato grandi capacità coordinative e gestionali, ma le democrazie dell’Asia orientale non sono state da meno. La Corea del Sud è forse uno dei paesi che sono stati in grado di affrontare la pandemia in modo più efficiente. La Corea del Sud ha sperimentato non solo la SARS nel 2002-2003, ma anche la MERS (la sindrome respiratoria del Medio Oriente) nel 2015, quando 25 persone morirono. Questo numero ci sembra abbastanza trascurabile in confronto ai morti di COVID-19, ma all’epoca causò una forte indignazione pubblica nella Corea del Sud. L’indignazione della gente fu anche motivata da come il governo gestì l’emergenza. Il governo e gli ospedali ritennero le informazioni sulle condizioni di salute delle persone affette da MERS, rendendo più difficile la gestione dell’emergenza.

Dopo MERS, l’assemblea nazionale sudcoreana approvò una serie di leggi per regolare l’uso governativo dei dati privati ​​in caso di emergenza. La presenza di queste leggi è stata un grande vantaggio per la Corea del Sud all’inizio della pandemia COVID-19 perché le ha fornito le misure legali appropriate per reagire in modo tempestivo. Certo, queste leggi non sono perfette, tuttavia hanno permesso alla Corea del Sud di elaborare una prima risposta tempestiva all’emergenza.

Il caso della Corea del Sud ci insegna che la democrazia può essere efficace ed intelligente se impara dai suoi errori e se c’è la volontà della classe politica e dei cittadini di cooperare verso obiettivi collettivi positivi. Infatti, il governo coreano ha imparato la lezione dalla MERS e ha gestito la pandemia COVID-19 in modo molto più trasparente di prima. Ma anche i cittadini della Corea del Sud hanno imparato la lezione: quando le regole di emergenza all’inizio della pandemia sono entrate in vigore, i cittadini le hanno rispettate e sostenuto il loro governo.

La situazione a Singapore era più complicata che in Corea del Sud, ma sostanzialmente ci porta a pensare che un’efficace leadership politica sia possibile in una democrazia. Come la Corea del Sud, Singapore ha sperimentato la SARS nel 2002, quindi alcuni protocolli di emergenza erano già disponibili. Inoltre, le telecamere a circuito chiuso sono diffuse quasi ovunque sull’’isola. Ma Singapore non ha diritti costituzionali sulla protezione della privacy. Questo ha in parte innescato un “problema di fiducia” tra i cittadini e il governo, quando questo ha chiesto di poter tracciare gli spostamenti dei cittadini. I leader di Singapore hanno sopperito questo vuoto istituzionale non violando la privacy dei cittadini ma con una buona governance: rigide regole di contenimento, risorse economiche immediate per sostenere l’economia locale, e un tracciamento dei contagi caso per caso che avrebbe fatto impallidire Sherlock Homes.

Si dice spesso che in Cina la democrazia non c’è mai stata e quindi non si capisce perché dovrebbe essere un modello per i cinesi. Ma è davvero così? In Cina il confucianesimo non ha mai incontrato afflati democratici (in senso occidentale del termine)?
Beh, il fatto che qualcosa non fosse presente in passato, non significa che non ci siano buone ragioni per realizzarlo in futuro. La sostenibilità ambientale non è mai stata molto importante in passato, eppure oggi ne abbiamo un disperato bisogno!

Naturalmente, il passato conta molto per i cinesi. Per loro, discutere del passato è un modo per parlare del futuro (qualcosa di un po’ strano per noi occidentali, ma che in parte spiega il nuovo interesse per il confucianesimo). Tuttavia, oltre al rispetto per il passato, anche il pragmatismo politico e la volontà di difendere il benessere delle persone sono al centro dello spirito confuciano. Quindi, il passato non può essere l’unico criterio per giustificare o meno la necessità di riforme politiche.

Detto questo, la democrazia non è nuova in Cina. La democrazia fu al centro di numerosi dibattiti e movimenti nella storia della Cina moderna. Ad esempio, è uno dei tre principi fondamentali della filosofia politica di Sun-Yat Sen (1866-1925), il primo leader del Kuomintang e il primo presidente della Repubblica di Cina. In “I tre principi del popolo”, Sun propone un sistema costituzionale democratico, con sistemi di controllo ed equilibro istituzionali e elezioni periodiche. Tuttavia, Sun era preoccupato per la qualità della leadership politica nelle democrazie. Secondo Sun, “durante le elezioni, le persone dotate di eloquenza si ingraziano il ​​pubblico e vincono le elezioni, mentre quelli istruiti e con forti ideali che mancavano di eloquenza vengono ignorati. Di conseguenza, i membri della Camera dei rappresentanti americana sono spesso sciocchi e ignoranti “. Per evitare “gravi carenze rispetto ai funzionari eletti e nominati”, Sun propose di contrastare la bassa qualità dei politici esaminando la loro competenza prima di assumere l’incarico.

La democrazia fu anche alla base del Movimento del 4 maggio. Questo fu un movimento studentesco e intellettuale alla fine degli anni Venti che cercò di promuovere una nuova cultura cinese basata sull’idea di progresso su basi scientifiche e antitradizionali. Il movimento adottò Mr Democracy e Mr Science come valori principali, contro Mr Confucius e portò alla nascita del partito comunista cinese nel 1921. Inoltre, la democrazia fu anche l’obiettivo di diversi movimenti politici di ampia portata, il minyun, intorno agli anni ’70 e ’80.

Quindi, la democrazia non è del tutto nuova in Cina. Ma è anche scorretto dire che la Cina non si è mai impegnata in esperimenti democratici. Basta guardare alla Cina oggi. Negli ultimi anni, la Cina ha sperimentato sempre più numerose pratiche partecipative, tra cui consultazioni pubbliche e deliberazioni pubbliche all’interno di sedi controllate. Le ragioni di queste sperimentazioni non sono quelle che gli occidentali si aspetterebbero: sono determinate da reali esigenze politiche, non da convinzioni ideologiche. Quindi, dobbiamo fare attenzione a non fraintendere questi esperimenti democratici.

Il governo di Pechino riceve più di mille petizioni ogni giorno e per gestire i conflitti sociali, i governi locali hanno introdotto idee e pratiche democratiche, come ad esempio giurie di cittadini. Nel 2005 a Wenling si tenne un sondaggio deliberativo sul bilancio pubblico. L’esperimento fu così popolare che ora è istituzionalizzato, e molti osservatori ritengono che sia abbastanza democratico. Un sondaggio deliberativo simile si è svolto nel distretto Puxi di Shanghai nel 2015. Il distretto Haicang di Xiamen ha istituito un centro per la deliberazione pubblica che organizza ed esegue tutti i forum deliberativi locali. La contea di Aitu nella provincia di Jinling ha istituito il “Centro per l’arbitraggio popolare” attraverso il quale i cittadini possono richiedere un’udienza pubblica.

Questo centro ha anche mandato in onda su un canale televisivo locale alcuni dei dibatti tra gli abitanti dei villaggi e i leader locali. Un altro esperimento interessante è iniziato nel 2013 nella contea di Yanjin, nella provincia dello Yunnan. Qui, sia i cittadini selezionati casualmente che i rappresentanti politici possono avanzare nuove proposte sul bilancio pubblico, con la regola della maggioranza utilizzata per stabilire il risultato. Questi sono alcuni degli esperimenti di partecipazione democratica che stanno avvenendo in Cina. Questi esperimenti sembrano essere sempre più genuini, inclusivi e sono spesso impressionanti.

Tuttavia, il loro apporto alla democratizzazione del regime rimane una questione aperta.

Liberamente tratto da ilmanifesto.it

Tempio di Confucio a Pechino

Perché dobbiamo rileggere “Il tramonto dell’Occidente” di Spengler

a cura di NAM Italia

Nel dicembre di cento anni fa Oswald Spengler licenziava la prefazione alla prima edizione del primo volume del Tramonto dell’Occidente (pp. 677) che sarebbe uscito l’anno seguente, al culmine della più squassante crisi europea dell’era moderna.

Occasione migliore, dunque, per riproporre questo classico del pensiero non poteva esserci e l’editore Nino Aragno non s’è lasciata sfuggire rimandando in libreria il testo che, controverso all’epoca, risulta oggi quanto mai attuale a fronte della decadenza delle radici e dei valori culturali e spirituali di un mondo che segnano, probabilmente al di là delle “previsioni” stesse spengleriane, le premesse del disfacimento storico euro-atlantico oltre il quale non sappiamo che cosa attenderci. È un vero peccato che la traduzione di Julius Evola alla prima edizione del Tramonto, approntata sessant’anni fa, nel 1957, quando i fumi della dissoluzione europea ancora ben visibili, sia stata sostituita (ma non è detto chi è il nuovo traduttore, forse Giuseppe Raciti che figura come curatore dell’opera?). Il filosofo tradizionalista, con un linguaggio impeccabile ed aderente allo spirito di Spengler, confermandosi il migliore esegeta italiano dello stesso insieme con Lorenzo Giusso, apriva porte che erano state tenacemente chiuse dal 1918-1922 (gli anni della pubblicazione dei due volumi) per mettere un pubblico colto, lontano e non soggiogato dagli “scongiuri” di Benedetto Croce, in contatto con l’intellettuale che aveva in animo – e ci riuscì – di elaborare una “filosofia tedesca”, figlia naturale di Goethe, Nietzsche e perfino Leibniz.

È un vero peccato che la riedizione del secondo volume sia stata differita. L’imponenza dell’opera probabilmente giustifica la scelta editoriale, ma non favorisce la comprensione di una imponente “morfologia della storia universale”, come l’autore pretese che si dovesse considerare il suo Tramonto, e forse induce a qualche travisamento, posto che nella nota introduttiva il curatore sembra volerne dare un’interpretazione originale che rimanda alla postfazione al secondo volume. Aspetteremo.

Intanto cogliamo l’occasione per plaudire alla riapparizione di un testo talmente denso quanto bello, profondo e suggestivo, irradiante luci millenarie su un orizzonte che fa parte del nostro paesaggio spirituale. È il modo migliore per celebrare un anniversario che potrebbe o dovrebbe introdurre una discussione sul valore e sull’eredità di Spengler essendo passato pressoché sotto silenzio l’ottantesimo anniversario della sua morte, lo scorso anno, colmato in parte sempre dall’editore Aragno con la ripubblicazione de L’uomo e la tecnica, saggio apparso nel 1932, in edizione tedesca, composto sulla base di una conferenza tenuta l’anno precedente, preceduto da una prefazione sempre di Raciti originalmente intitolata Like a rolling stone, una “spigolatura” spengleriana comunque, ripresa dallo stesso testo: “La pietra rotolante si appressa, con furiosi sbalzi, all’abisso”.

L’8 maggio del 1936, all’età di cinquantasei anni ed al culmine della sua fama, Oswald Spengler si spegneva a Monaco di Baviera, sua città di elezione dove viveva nella solitaria osservazione di un mondo che si disfaceva davanti ai propri occhi. Contemplativo e vigile componendo opere che ruotavano inevitabilmente attorno alla sua morfologia della storia la quale, a ottant’anni dalla sua scomparsa (anniversario ignorato da tutti), ancora ci appare come il compendio della decadenza europea ed occidentale. È facile dire oggi che fu una sorta di “profeta”, tanto per abbandonarlo al suo destino. Molto più verosimilmente bisognerebbe riconsiderarlo come il più lucido analista del Novecento, non soltanto dal punto di vista filosofico ma anche – e soprattutto – per la visione politica che dalla sua morfologia discendeva. Dopo più di ottant’anni non si può dire che le idee di Spengler non si siano depositate sui destini della nostra epoca rendendoli decifrabili a chi ha voluto soffermarsi sul tramonto di una civiltà che oggi nessuno più contesta anche senza conoscere chi l’aveva preconizzata è descritta.

Quando intraprese l’immane lavoro che sarebbe diventato Il tramonto dell’Occidente, Spengler aveva in animo di scrivere un romanzo storico, come i Buddenbrock di Thomas Mann. Poi, profondamente colpito dalla crisi di Agadir, si fece trascinare dalla passione verso la composizione di un saggio storico, o “romanzo storico” per alcuni, che divenne addirittura qualcosa di più. Spengler fu ispirato dal libro di Otto Seeck, Geschichte des Untergangs der antiken Welt (Storia del tramonto del mondo antico). L’opera fu completata nel 1914 ma la pubblicazione fu rimandata per lo scoppio della Prima guerra mondiale nel corso della quale Spengler visse poveramente, perché la sua eredità, investita fuori dall’Europa, era praticamente inutilizzabile.

Il tramonto dell’Occidente è un libro universale che il tempo non ha “consumato” perché, lo si ammetta o meno, direttamente o indirettamente, è uno di quelli che ha profondamente inciso nella cultura europea. Allo stesso modo, per fare due esempi, di come incisero, sia pur dopo incomprensioni e resistenze, Il mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer e lo Zarathustra di Friedrich Nietzsche.

Spengler, non meno dei due filosofi dell’Ottocento, conquistò, affascinò ed irretì la borghesia tedesca del secondo decennio del Novecento per affermarsi, con la forza di una inoppugnabile diagnosi della decadenza, nell’Europa sconvolta dagli esiti della Guerra Mondiale che diedero forza al Tramonto che venne recepito come l’esame di coscienza di un Occidente spaventato di fronte a se stesso. Spaventato e disorientato non meno di quanto lo sia oggi, a cento anni dalla pubblicazione dell’opera.

Spengler mette davanti agli europei ciò che né da Schopenhauer, né da Nietzsche avevano accettato perché non riuscivano a toccarla: la decadenza. Mancava il motivo: la gaia apocalisse non scuoteva il vecchi europei addormentatisi con antiche certezze e risvegliatisi, dopo il conflitto, con uno sguardo atterrito sul vuoto.

Quando Il tramonto dell’Occidente apparve fu facile denigrarlo, come il prodotto della Germania sconfitta. Eppure esso venne partorito nel 1911 quando l’Impero guglielmino ancora si illudeva che il suo destino potesse essere diverso, come quello del resto d’Europa. I segni che sinistramente si erano manifestati dalla Grande Rivoluzione in poi non erano serviti né alle oligarchie continentali, né ai borghesi e neppure alla nascente classe operaia che immaginava la sua emancipazione distruggendo il vecchio ordine. Non c’era più niente da distruggere; tutto si era già compiuto. L’Occidente barcollava sotto i colpi delle sue stesse utopie; la “guerra civile europea” non fece altro che certificare la crisi di un mondo che sopravviveva stentatamente illudendosi che, dopotutto, nulla sarebbe davvero cambiato. “In questo libro – scriveva Spengler nell’Introduzione – si azzarda per la prima volta il tentativo di predeterminare la storia. Si tratta di seguire il destino di una civilità, e segnatamente dell’unica civiltà il cui compimento sia oggi in atto su questo pianeta, la civiltà euro-americana, negli stadi non ancora intrapresi”. L’oggetto è chiaro, il fine anche, ma le conseguenze?

Ecco perché ci chiediamo se oggi il Tramonto ha ancora un senso. Se è vero che “la civiltà è una pianta”, come sostiene Spengler, è anche vero che essa continua ad agonizzare; le sue foglie sono ingiallite; non aspetta altro che morire. Nessuno sa dire quando l’evento si verificherà. E nessuno probabilmente può mettere in discussione questa “verità” preconizzata da Spengler che da morfologo della storia non si illudeva di poter suggerire ricette miracolistiche per evitarlo. Le civiltà, dopotutto, sono organismi, caratterizzate da un destino quasi biologico che deve inevitabilmente concludere il suo ciclo. Possono rifiorire, naturalmente, ma in altre forme. Dalle macerie occidentali nelle quali ci aggiriamo che cosa può nascere? E’ su questo interrogativo che si ferma la lunga meditazione spengleriana improntata ad un realismo glaciale e perciò degna di considerazione al di là di speranze ottuse nutrite tanto per allontanare lo spettro di una crisi senza sbocchi.

Le civiltà, come tutte le forme vitali, appartengono al “mondo organico” e dunque rispondono ad un principio biologico. Perciò sono dotate di un’anima che le caratterizza. Avere una storia, coltivare un destino vuol dire aderire ai dettati dell’anima. Nel periodo ascendente di una civiltà (Kultur) predominano i valori spirituali e morali che danno il senso all’esistenza degli esseri che vivono secondo i dettami del diritto naturale; l’esistenza comunitaria è organizzata in ordini, caste, gerarchie; nei cuori dei popoli domina un profondo sentimento religioso che pervade l’arte, la politica, l’economia, la letteratura. Quando la civiltà invecchia e la sua anima si rattrappisce si passa allo stadio della “civilizzazione” (Zivilisation); al principio della qualità si sostituisce quello della quantità; all’artigianato, la tecnica; l’invasività della massificazione dei gusti e dei costumi travolge le differenze; alla città suggente vita dalla campagna ed organizzata a misura d’uomo, si sostituisce la megalopoli come estrema forma di indifferentismo, un termitaio senza più una dimensione umana; le società sono livellate, l’edonismo ed il denaro sono i soli valori riconosciuti.

“Solo quando, con l’avvento della civilizzazione – scrive Spengler – comincia la bassa marea di tutto il mondo delle forme, le strutture delle mere condizioni di vita affiorano nude e prepotenti: vengono i tempi nei quali il detto volgare che ‘fame e sesso’ sono i veri momenti dell’esistenza, cessa di essere sentito come una sfrontatezza, i tempi nei quali non il divenire forti in vista di un compito, bensì la felicità dei più, il benessere e la comodità, il panem et circenses, costituiscono il senso della vita e la grande politica dà luogo alla politica economica intesa quale fine a se stessa”.

Parole che sembrano scritte in questi torbidi tempi: furono pensate oltre un secolo fa, quando Spengler voleva scrivere, intorno agli anni Dieci, come s’è detto, un grande romanzo storico e si trovò, trasportato dal sentire della decadenza, a descrivere ciò che inevitabilmente sarebbe accaduto. Il tramonto dell’Occidente ebbe un grandissimo successo: la Germania umiliata dal Trattato di Versailles (1919) e la depressione economica del 1923, alimentata dall’iperinflazione, davano ragione a Spengler. Per i tedeschi le tesi contenute nella sua opera corrispondevano al loro sentire: grazie ad esse il crollo della Germania aveva un senso, diventava comprensibile. Il tramonto ebbe un successo enorme anche fuori dai confini nazionali, tradotto in molte lingue, accese un dibattito continentale. Spengler, ormai famoso, rifiutò comunque la cattedra di filosofia offertagli dall’università di Gottinga per concentrarsi sulla scrittura e lo studio.

Il Tramonto accese opinioni contrastanti. Per Thomas Mann era come leggere Arthur Schopenhauer per la prima volta; per Max Weber Spengler era un “dilettante molto ingegnoso e colto”; Ludwig Wittgenstein ne condivideva il pessimismo culturale. In Italia, Benedetto Croce, attendo alle evoluzioni del pensiero tedesco, poco elegantemente consigliò i lettori di Spengler di “fare gli scongiuri” prima di prendere in mano la sua opera.

Nel 1928, dieci anni dopo la pubblicazione del primo volume, la rivista americana “Time” pubblicò una recensione del solo secondo volume del Il tramonto dell’Occidente. Descriveva l’immensa influenza delle idee di Spengler ed il dibattito che aveva suscitato: “Quando il primo volume de Il tramonto dell’Occidente uscì alcuni anni fa, furono vendute migliaia di copie. Il dibattito colto in Europa presto si concentrò sulle tesi di Spengler. Lo spenglerismo “contagiava” innumerevoli intellettuali”. Nel secondo volume (impossibile non riferirci anche ad esso), Spengler sosteneva che il socialismo tedesco era altra cosa rispetto al marxismo – un saggio al riguardo lo intitolò Prussianesimo e socialismo – e che era compatibile con il tradizionale conservatorismo tedesco. Nel 1924, in seguito alle agitazioni politico-sociali e all’inflazione, Spengler cercò di influenzare, senza riuscirci, il tentativo nazional-conservatore di portare al potere il generale della Reichswehr Hans von Seeckt. Nel 1931 pubblicò L’Uomo e la tecnica, che metteva in guardia contro i pericoli della tecnologia, tema su cui si sarebbe esercitato Martin Heidegger insieme con molti altri pensatori della Rivoluzione conservatrice, e dell’industrialismo onnivoro. In particolare puntava il dito contro la tendenza della tecnologia occidentale a diffondersi tra le “razze di colore” nemiche, che poi avrebbero preso le armi contro l’Occidente.

Spengler si avvicinava così agli “anni decisivi”. Ma qui si apre un altro capitolo della vicenda intellettuale del pensatore.

Liberamente tratto da Freccia Nera – Patria Partenopea

Oswald Spengler e il National Anarchist Movement d’Italia

Sulla Glorificazione del Lavoro

di René Guenon

È di moda, nella nostra epoca, esaltare il lavoro, quale che sia e in ogni modo lo si compia, come se avesse un valore eminente di per sé, indipendentemente da qualsiasi considerazione d’altro ordine; è soggetto d’innumerevoli declamazioni tanto vuote quanto pompose, non solo nel mondo profano, ma anche, cosa ben più grave, nell’ambito delle organizzazioni iniziatiche rimaste in Occidente.

È facile capire che tale modo di considerare le cose si riallaccia direttamente all’esagerato bisogno d’azione caratteristico degli Occidentali moderni; infatti, il lavoro, almeno quando lo si considera in questo modo, evidentemente altro non è che una forma dell’azione, e una forma alla quale, d’altra parte, il pregiudizio “moralista” esorta ad attribuire un’importanza ancora maggiore a qualsiasi altra, essendo quella che meglio si presta a essere presentata in veste di “dovere” per l’uomo e tale da contribuire ad assicurare la sua “dignità”. Il più delle volte a ciò si aggiunge un’intenzione nettamente antitradizionale, quella di disprezzare la contemplazione, che si finge d’assimilare all’“ozio”, mentre, al contrario, essa è in realtà l’attività più elevata concepibile, e d’altronde l’azione separata dalla contemplazione non può essere che cieca e disordinata. Tutto ciò si spiega fin troppo facilmente da parte d’uomini che dichiarano, senza dubbio sinceramente, che «la loro felicità consiste nell’azione» , noi diremmo volentieri nell’agitazione, giacché, quando l’azione è presa così come fine a se stessa, quali che siano i pretesti “moralisti” invocati per giustificarla, essa non è davvero niente più di quello.

Contrariamente a quel che pensano i moderni, un lavoro qualsiasi, compiuto indistintamente da chiunque, e unicamente per il piacere d’agire o per la necessità di “guadagnarsi la vita”, non merita per niente d’essere esaltato, e pure non può essere considerato che come una cosa anormale, opposta all’ordine che dovrebbe reggere le istituzioni umane, al punto che, nelle condizioni della nostra epoca, arriva troppo sovente ad assumere un carattere che si potrebbe, senza esagerazione alcuna, qualificare come “infra-umano”.

Quel che i nostri contemporanei sembrano ignorare completamente, è che un lavoro non ha reale valore se non quando è conforme alla natura stessa dell’essere che lo compie, se ne risulta in modo diciamo spontaneo e necessario, sì da essere per tale natura il mezzo per realizzarsi il più perfettamente possibile. Ecco, in definitiva, la nozione stessa di swadarma, che è il vero fondamento dell’istituzione delle caste, e sulla quale abbiamo sufficientemente insistito in tante altre occasioni da poterci accontentare di ricordarla senza dilungarci oltre. Si può anche pensare, a tal proposito, a quel che dice Aristotele dell’esecuzione da parte d’ogni essere del suo “atto proprio”, con il che va inteso sia l’esercizio di un’attività conforme alla propria natura sia, come diretta conseguenza di quest’attività, il passaggio dalla “potenza” all’“atto” delle possibilità comprese in questa natura. In altre parole, perché un lavoro, di qualunque genere possa essere d’altronde, sia quel che dev’essere, occorre anzitutto che corrisponda per l’uomo a una “vocazione”, nel vero senso della parola; e, quando è così, il profitto materiale che può legittimamente derivarne appare come un fine secondario e contingente, addirittura trascurabile di fronte a un altro fine superiore, che è lo sviluppo e come il compimento “in atto” della natura stessa dell’essere umano.

Quel che andiamo dicendo è una delle basi essenziali di ogni iniziazione di mestiere, poiché la “vocazione” corrispondente è una delle qualificazioni richieste per una tale iniziazione, e anzi, si potrebbe dire, la prima e la più indispensabile di tutte . Tuttavia, vi è un’altra cosa su cui è opportuno insistere, soprattutto dal punto di vista iniziatico, giacché è quella che dà al lavoro, considerato secondo la nozione tradizionale, il suo significato più profondo e la sua portata più alta, superando la considerazione della sola natura umana per ricollegarlo allo ordine cosmico stesso, e di là, nel modo più diretto, ai principi universali.

Per comprenderlo, si può partire dalla definizione dell’arte come “imitazione della natura nel suo modo d’operare”, ossia della natura come causa (Natura naturans), e non come effetto (Natura naturata); dal punto di vista tradizionale, infatti, non vi è distinzione tra arte e mestiere, come non ve n’è tra artista e artigiano, ed è questo un altro punto sul quale abbiamo già avuto sovente occasione di spiegarci; tutto quel che è prodotto “conformemente all’ordine” merita per ciò stesso, e allo stesso titolo, d’esser considerato come un’opera d’arte. Tutte le tradizioni insistono sull’analogia che esiste tra gli artigiani umani e l’Artigiano divino, gli uni come l’altro operanti ‘tramite un verbo concepito nell’intelletto’, il che, notiamolo di sfuggita, dimostra nel modo più netto possibile la funzione della contemplazione come condizione preliminare e necessaria alla produzione di ogni opera d’arte; ed è questa una ulteriore differenza essenziale con la concezione profana del lavoro, che lo riduce a essere pura e semplice azione, come dicevamo sopra, e pretende anche d’opporlo alla contemplazione. Seguendo l’espressione dei Libri indù, «noi dobbiamo costruire come i Dêva lo fecero all’inizio»; questo, che si estende naturalmente all’esercizio di tutti i mestieri degni di questo nome, implica che il lavoro ha un carattere propriamente rituale, come d’altronde devono averlo tutte le cose in una civiltà integralmente tradizionale; e non solo è questo carattere rituale ad assicurare la “conformità all’ordine” di cui parlavamo poco fa, ma addirittura si può dire ch’esso è tutt’uno con questa conformità.

Dal momento che l’artigiano umano imita così nel suo dominio particolare l’operazione dello Artigiano divino, egli partecipa all’opera stessa di questi in una misura corrispondente, e in un modo tanto più effettivo quanto più ha coscienza di questa cooperazione; e più egli realizza attraverso il suo lavoro le virtualità della propria natura, più accresce in pari tempo la sua somiglianza con l’Artigiano divino, e più le sue opere si integrano perfettamente nella armonia del Cosmo. È evidente come tutto questo sia lontano dalle banalità che i nostri contemporanei sono abituati a enunciare credendo con ciò di fare l’elogio del lavoro; questo, quando è quel che dev’essere tradizionalmente, ma soltanto in questo caso, è in realtà ben al di sopra di tutto quel ch’essi sono capaci di concepire. Possiamo perciò concludere queste poche indicazioni, che sarebbe facile sviluppare quasi indefinitamente, dicendo questo: la “glorificazione del lavoro” risponde bene a una verità, e anche a una verità d’ordine profondo; ma il modo nel quale i moderni la intendono di solito non è che una deformazione caricaturale della nozione tradizionale, che arriva addirittura in qualche modo a invertirlo. Infatti, non si “glorifica” il lavoro con discorsi vani, cosa che non ha neppure alcun senso plausibile; ma il lavoro stesso è “glorificato”, cioè “trasformato”, quando, invece d’essere una semplice attività profana, costituisce una collaborazione cosciente ed effettiva alla realizzazione del piano del “Grande Architetto dell’Universo.”

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Brano tratto dal capitolo X del trattato Initiation et Réalisation Spirituelle, di René Guénon – Éditions Traditionnelles, Paris, 1952

Liberamente tratto da Freccia Nera – Patria Partenopea

Sulla glorificazione del lavoro – René Guenon

GUERRA SENZA LIMITI

di Claudio Mutti

Con una serie di articoli pubblicati nel luglio 1947 sul “New York Herald Tribune” e poi raccolti nel volume intitolato The Cold War. A Study in U.S. Foreign Policy il giornalista statunitense Walter Lippmann introdusse nel vocabolario geopolitico una nuova formula, “guerra fredda”, atta a descrivere un’ostilità che non sembrava più risolvibile con una guerra frontale tra le due superpotenze, dato il pericolo per la sopravvivenza dell’umanità rappresentato da un eventuale ricorso all’arma atomica. Tale formula avrebbe definito per tutta la sua durata l’antagonismo storico fra il blocco occidentale egemonizzato dagli USA e quello eurasiatico egemonizzato dall’URSS. Iniziata subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale col blocco di Berlino, la “guerra fredda”, che comunque non fu un fenomeno omogeneo, terminò a Helsinki il 1° agosto 1975, quando i rappresentanti di trentacinque paesi sottoscrissero l’atto finale della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione europea, nel quale venivano ribaditi i principi della distensione e del rispetto dei “diritti umani”. Col termine “seconda guerra fredda” si è soliti indicare il periodo compreso tra l’intervento sovietico in Afghanistan (25 dicembre 1979) e il vertice di Ginevra (19-20 novembre 1985) in cui Ronald Reagan e Mikhail Gorbačëv concordarono di ridurre del 50% i rispettivi arsenali nucleari.

Da qualche mese è possibile assistere ad una rinnovata fortuna della formula coniata settant’anni fa. Un connazionale di Walter Lippmann “distaccato” in Italia, l’immarcescibile Edward Luttwak, ha detto in un’intervista apparsa il 17 luglio su “Il Tempo”: “La guerra fredda è già in corso. Tra i servizi segreti di USA e Cina la guerra è aperta. Sa quale è l’importanza di questa vecchia definizione, appunto ‘guerra fredda’? Che questa guerra fredda continuerà, come è successo con l’URSS in passato, fino alla caduta del regime cinese. Pazientiamo. I paesi ed i sistemi non democratici cadono. Non cadono domattina, ma cadono. E il leader cinese Xi Jinping questo lo capisce molto bene e perciò ha l’ambizione di sopprimere la democrazia ovunque, a cominciare da Hong Kong”.

Il paradigma della “guerra fredda”, riproposto in forma aggiornata da mestatori americani in trasferta e agit-prop occidentalisti, trova la sua conferma ufficiale nelle parole del segretario di Stato dell’Amministrazione statunitense: “Credevamo che coinvolgere la Cina avrebbe generato un futuro di cooperazione. Oggi siamo qui a indossare maschere e a fare il conteggio dei morti della pandemia perché il partito comunista cinese ha tradito le sue promesse. Siamo qui a seguire gli sviluppi della repressione a Hong Kong e nello Xinjiang. Osserviamo le tremende statistiche sul commercio estero cinese che ha colpito la nostra occupazione e le nostre aziende. Seguiamo le forze armate della Cina che diventano sempre più potenti e minacciose”[1].

Il progetto di trasformare la Repubblica Popolare Cinese in una colonia economica americana, inaugurato ufficialmente[2] mezzo secolo fa, nell’aprile 1971, con la famosa partita di ping-pong, è rovinosamente fallito: gl’investimenti riversati sulla Cina sono stati da questa saggiamente utilizzati per acquisire un grado di potenza che le ha consentito di assumere un ruolo di protagonista mondiale. Determinati a salvaguardare la loro egemonia globale, gli Stati Uniti sono passati da una politica di “contenimento” alla creazione di un “arco di crisi” finalizzato a neutralizzare il loro avversario geopolitico. Le dichiarazioni rilasciate in maggio da Trump sul “virus cinese” (“the Chinese virus”) e sulla “peste cinese” (“the plague from China”) hanno preannunciato un ulteriore passo di Washington, che, ripescando dal lessico della vecchia guerra fredda la stantia definizione di “mondo libero” – ha lanciato un accorato appello per costituire un’alleanza internazionale anticinese. “Speriamo – ha detto infatti Mike Pompeo ai giornalisti inglesi nello scorso luglio – di poter costruire una coalizione che comprenda la minaccia e agisca collettivamente per convincere il Partito Comunista Cinese che non è nel suo interesse impegnarsi in questo tipo di comportamento (…) Vogliamo che ogni nazione capisca la libertà e la democrazia […] per comprendere la minaccia del Partito Comunista Cinese. Il mondo libero deve trionfare su questa nuova tirannia”[3].

Un parere radicalmente contrario alla proposta del segretario di Stato americano è stato espresso dalla signora Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, la quale, oltre a mostrarsi sorpresa per la “maleducazione” dimostrata da Pompeo nei confronti della Cina, del suo ordinamento sociopolitico e della sua dirigenza”, ha dichiarato che la tensione creata dagli USA “complica seriamente la situazione internazionale in generale” e che la Russia, di fronte al tentativo americano di “inserire un cuneo” tra Mosca e Pechino, rafforzerà ulteriormente la cooperazione con la Repubblica Popolare, essendo tale cooperazione “il fattore più importante per stabilizzare la situazione mondiale”[4].

Per quanto riguarda l’Italia, l’ambasciatore statunitense Lewis Eisenberg ha severamente richiamato all’ordine il governo presieduto dall’avvocato Conte, che nella precedente versione “giallo-verde” aveva sottoscritto il “Memorandum d’Intesa” concernente la nuova Via della Seta, suscitando l’apprensione e l’irritazione della Casa Bianca. Ad una giornalista che cercava di rassicurarlo dicendo che il governo di Roma sta cambiando le sue posizioni circa il 5G e gli chiedeva se ciò potesse bastare per soddisfare gli USA, il messo di Washington ha risposto testualmente: “Aspettiamo di vedere come si procederà esattamente. Huawei rappresenta una minaccia alla sicurezza. La Cina è un paese molto pericoloso”[5].

Un analogo avvertimento era stato rivolto al governo libanese, due settimane prima dell’esplosione nel porto di Beirut, dall’ambasciatrice americana Dorothy Shea, secondo la quale l’avvicinamento a Pechino sarebbe potuto costare al Paese dei Cedri “prosperità, stabilità e sostenibilità finanziaria”. Un rapporto dell’Associated Press pubblicato in quegli stessi giorni chiariva i motivi dei timori americani concernenti le relazioni di Beirut con Pechino. Agli inizi di luglio il primo ministro Hasan Diab aveva ricevuto l’ambasciatore cinese Wang Qijian e il ministro dell’Industria, Imad Hoballah, era stato incaricato di studiare le modalità di una cooperazione del Libano con la Repubblica Popolare. L’agenzia di stampa riportava queste parole di un funzionario ministeriale: “Ci siamo spostati molto seriamente verso la Cina, ma non stiamo voltando le spalle all’Occidente … stiamo attraversando circostanze eccezionali e diamo il benvenuto a tutti coloro che intendono aiutarci”[6]. Pechino avrebbe proposto al governo di Beirut la realizzazione di importanti progetti per un totale di dodici miliardi e mezzo di dollari: una rete di centrali elettriche in grado di porre fine alla decennale crisi energetica libanese, una galleria tra la capitale e la valle della Beqaa, una linea ferroviaria lungo la costa.

Il rapporto dell’Associated Press indicava il porto libanese di Tripoli come una futura un’importante stazione sulla nuova Via della Seta. Secondo l’economista Kamal Hadamis i Cinesi preferiscono utilizzare, anziché il porto di Tel Aviv, quello di Tripoli, perché, essendo più vicino ai porti di Tartus e Latakia, controllati dall’esercito russo, agevolerebbe il trasferimento in territorio siriano di tutto il materiale necessario per la ricostruzione del paese. Il porto di Tripoli verrebbe collegato alla città siriana di Homs da una ferrovia, costruita dai Cinesi, che coinvolgerebbe anche Beirut ed Aleppo. Il corridoio così generato permetterebbe di ridurre i tempi di trasporto delle merci e consentirebbe di evitare il passaggio attraverso il canale di Suez, già percorso da un intenso traffico marittimo[7].

Se nel Mediterraneo l’azione anticinese degli USA si esplica nelle pressioni e nelle minacce esercitate nei confronti dei governi dell’area, sul versante opposto del Continente eurasiatico la strategia americana tende ad assumere una forma che ricorda il “containment” teorizzato da Truman nei confronti del blocco cino-sovietico ai tempi della guerra fredda. “Washington – ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi – ha appiccato il fuoco dappertutto, costringendo i paesi a schierarsi per creare il disordine nella regione”[8]. Al fine di smorzare le tensioni, la Repubblica Popolare ha cominciato a rafforzare i propri rapporti economici e commerciali coi Paesi vicini ed ha avviato una serie di colloqui distensivi coi loro governi. Tuttavia gli Stati Uniti appaiono determinati nell’intento di costituire una sorta di NATO asiatica, schierando in un unico blocco i paesi che si bagnano nelle acque del Mar Cinese Meridionale: Vietnam, Malesia, Singapore, Indonesia, Brunei, Filippine; oltre ai quali gli USA sono convinti di poter contare, nella regione dell’Indo-Pacifico, su tre alleati sicuri: il Giappone, Taiwan e l’Australia.

Proprio dall’Australia sono giunte, ai primi di agosto, le previsioni di due autorevoli uomini politici circa un futuro scontro armato fra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese. In seguito all’affermazione dell’ex primo ministro Kevin Rudd, secondo cui il rischio di un conflitto militare fra Washington e Pechino diventerebbe “particolarmente elevato” nei prossimi tre mesi, il primo ministro attualmente in carica, Scott Morrison, ha confermato: “La mia visione delle cose non è drammatica come quella del signor Rudd. Tuttavia riconosco che quanto sembrava inconcepibile prima d’ora, lo è molto meno in relazione al contesto attuale”. Il primo ministro australiano ha poi fatto sapere che il suo governo ha investito 270 miliardi di dollari australiani (pari a 159 miliardi di euri) in missili a lunga gettata e in altro materiale bellico[9].

Se l’obiettivo di Trump e Pompeo consiste nell’arginare la crescente influenza della Repubblica Popolare Cinese, quest’ultima non intende certamente fermare la propria avanzata. Anzi, dopo avere sfidato gl’interessi statunitensi nell’Asia orientale ed in Africa, essa si appresta a contrastare le mire egemoniche di Washington nel Vicino e Medio Oriente, dove troverà un punto d’appoggio strategico grazie ad un partenariato venticinquennale con la Repubblica Islamica dell’Iran. L’accordo fra i due paesi riveste una particolare importanza, perché le sue implicazioni oltrepassano la sfera economica e le relazioni bilaterali e riguardano anche la cultura e la sicurezza. Il segretario di Stato nordamericano ha lanciato l’allarme contro questo accordo, che consentirà alla Repubblica Popolare di svolgere un ruolo di primo piano in una delle regioni più importanti del pianeta. Il partenariato garantirà infatti alla Cina la libertà di navigazione nel Golfo Persico e contribuirà a soddisfare le sue esigenze energetiche, mentre fornirà alla Repubblica Islamica i flussi finanziari di cui essa ha bisogno, favorendo così anche il sostegno iraniano ai movimenti di resistenza nel Vicino Oriente. Inoltre la Cina, dovendo affrontare il fenomeno del secessionismo e del settarismo armato nello Xinjiang, potrà avvalersi del patrimonio di esperienze accumulato dall’Iran nel corso delle sue lotte contro il terrorismo di analoga matrice in Siria ed in Iraq. Insomma, come prevede la pubblicazione statunitense “Foreign Policy”, “i legami sino-iraniani ridisegneranno inevitabilmente il panorama politico della regione a favore dell’Iran e della Cina, minando ulteriormente l’influenza degli Stati Uniti”[10].

Come fa notare Daniele Perra su questo stesso numero di “Eurasia”, il discorso pronunciato da Mike Pompeo il 23 luglio 2020 lascia intendere che il rapporto conflittuale degli USA con la Cina si tradurrà in uno scontro aperto finalizzato, secondo gli auspici statunitensi – a provocare il crollo della Repubblica Popolare Cinese. Una prospettiva del genere rende verosimile l’eventualità che lo scontro fra le due potenze assuma la forma di quel tipo di conflitto che vent’anni fa due colonnelli dell’Esercito Popolare di Liberazione, Qiao Liang e Wang Xiangsui, definirono come “guerra senza limiti”[11]. Riferendosi ad una tale eventualità, F. William Engdahl osserva che “la Cina è vulnerabile a sanzioni commerciali, interruzioni finanziarie, attacchi bioterroristici ed embarghi petroliferi”[12]. Ed aggiunge: “Alcuni hanno suggerito che la recente piaga delle locuste e il devastante attacco della peste suina africana alle scorte alimentari fondamentali della Cina non sia stato semplicemente un evento naturale. (…) È possibile che le recenti enormi esondazioni dello Yangtze, che hanno minacciato la gigantesca diga delle Tre Gole e hanno inondato Wuhan e altre grandi città della Cina devastando milioni di acri di importanti terreni coltivati non siano stati soltanto eventi stagionali?”[13]

Se tali supposizioni corrispondono a verità, la “guerra senza limiti” è già cominciata.


NOTE

[1] Federico Rampini, Usa, l’attacco di Pompeo alla Cina di Xi: “Il mondo libero trionfi su questa nuova tirannia”www.repubblica.it/esteri, 23 luglio 2020.

[2] Diciamo “ufficialmente”, perché “l’intesa cino-americana, maturata dietro le quinte della politica di Washington nel corso del 1968, aveva già avuto una applicazione ufficiosa e discreta a partire dal 1969 (…) L’anno 1971, con la sua appendice del primo bimestre 1972, rappresentava solo la consacrazione pubblica di una situazione di fatto già esistente” (Guido Giannettini, Dietro la Grande Muraglia, Ciacci editore, Catanzaro 1979, p. 127).

[3] Pompeo annuncia la volontà degli Usa di “costruire una coalizione contro la minaccia cinese”www.agenzianova.com, 22 luglio 2020/; Rita Lofano, Tra Cina e Usa la Guerra Fredda dei consolatiwww.agi.it, 24 luglio 2020.

[4] RIA Novosti, Mosca, 24 luglio 2020.

[5] https://www.adnkronos.com, 29 luglio 2020.

[6] Il Libano si rivolge alla Cina per risolvere la sua crisi finanziariahttps://parstoday.com, 17 luglio 2020.

[7] Cfr. Stefano Vernole, Siria: inizio di ricostruzione o guerra di logoramento, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, 2/2020.

[8] Federico Giuliani, Una NATO asiatica per arginare la Cina: la mossa di Trump che spaventa Pechino, it.insideover.com, 4 agosto 2020.

[9] L’idée d’une guerre entre les USA et la Chine est désormais “envisageable”http://french.almanar.com.lb, 6 agosto 2020.

[10] https://foreignpolicy.com, 9 agosto 2020.

[11] Qiao Liang – Wang Xiangsui, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001. Cfr. la recensione del libro apparsa in “Eurasia”, 2/2008.

[12] F. William Engdahl, Is This a Remake of the 1941 Hitler Stalin Great War?, “New Eastern Outlook”, 10 agosto 2020.

[13] Ibidem.

Liberamente tratto da Eurasia Rivista

Guerra senza limiti