BRUCIATE VIVE: LE DONNE DEL JAUHAR

a cura di Tania Perfetti

Tra le immagini più terribili e potenti della storia medievale indiana emerge il jauhar, il suicidio collettivo delle donne rajput quando le loro fortezze erano assediate e prossime alla caduta. Non un semplice rito, ma un crocevia di memoria, mito e violenza, in cui il terrore della sconfitta si mescola alla volontà disperata di difendere l’onore. Le fiamme che divoravano centinaia di corpi femminili sono entrate nell’immaginario culturale dell’India settentrionale come simbolo di eroismo e tragedia.

UN CONTESTO DI GUERRA E MORTE

Il Rajasthan medievale era una terra martoriata da conflitti incessanti: i sultanati islamici di Delhi e, più tardi, l’impero Moghul, sfidavano la resistenza tenace delle dinastie rajput. Quando una roccaforte cadeva nelle mani del nemico, il destino delle donne era spietato: cattività, violenze sessuali, schiavitù. In questo scenario di terrore, il jauhar appariva come l’unica via per salvare l’onore: donne e bambini gettati tra le fiamme, uomini vestiti di bianco si lanciavano nell’ultima, sanguinosa sortita, pronti a morire tra urla e clangore delle armi.

RANI PADMINI: BELLEZZA E SACRIFICIO

La leggenda più famosa legata al jauhar è quella di Rani Padmini (o Padmavati) di Chittorgarh. Secondo il poema Padmavat (1540) di Malik Muhammad Jayasi, Padmini era di una bellezza straordinaria, tanto da attirare l’attenzione del sultano di Delhi, Alauddin Khalji. Nel 1303, quando il sovrano assediò Chittorgarh, la regina e le sue donne si prepararono a morire tra le fiamme, trasformando il loro suicidio in un atto di resistenza contro il desiderio violento del nemico. Lo specchio attraverso cui Padmini si mostrò al sultano è diventato simbolo di ingegno, dignità e coraggio di fronte a un destino crudele.

Gli storici ricordano però che il Padmavat è un poema allegorico, non una cronaca, e che la leggenda di Padmini è stata in seguito cristallizzata nell’immaginario rajput come mito fondativo di onore e sacrificio.

EPISODI DI FUOCO E DISPERAZIONE

Il jauhar non fu un evento isolato: Chittorgarh vide il suo destino consumarsi in almeno tre grandi episodi:

• 1303: l’assedio di Alauddin Khalji, legato alla leggenda di Padmini;

• 1535: sotto la minaccia del sultano Bahadur Shah del Gujarat;

• 1568: l’assedio dell’imperatore Moghul Akbar.

In ogni occasione, il fuoco divampava tra urla, lacrime e preghiere, mentre gli uomini combattevano fino alla morte. Il sacrificio collettivo delle donne divenne così parte integrante dell’epica rajput, raccontato da cantori e cronisti come simbolo di fedeltà e coraggio estremo.

TRA EROISMO E OPPRESSIONE

Interpretare il jauhar significa confrontarsi con una dolorosa ambivalenza: da un lato, eroismo e resistenza all’invasore; dall’altro, la crudele realtà di una società patriarcale che negava alle donne qualsiasi alternativa alla morte. Celebrarne il sacrificio rischia di occultare la tragedia dei singoli, costretti a morire tra le fiamme, spesso tra urla strazianti dei loro figli e delle compagne.

EREDITA’ E MEMORIA

Ancora oggi il Jauhar Mela a Chittorgarh commemora queste donne, fondendo memoria storica, orgoglio identitario e devozione religiosa. La leggenda di Padmini continua a suscitare dibattiti: simbolo di eroismo e purezza, ma anche monito delle contraddizioni di una cultura che ha trasformato la violenza in mito.

CONCLUSIONE

Il jauhar è uno degli esempi più drammatici del rapporto tra mito, memoria e storia. Tra le fiamme che inghiottirono le donne rajput si mescolano eroismo, tragedia, costruzione culturale e dolore umano: la figura di Rani Padmini incarna questa ambivalenza, simbolo di coraggio e allo stesso tempo prodotto di una memoria che trasforma l’orrore in leggenda.

FONTI STORICHE PRINCIPALI

1. CRONACHE PERSIANE E MUSULMANE

• Amir Khusrau, cronista alla corte di Alauddin Khalji (XIII sec.), descrive il jauhar di Chittorgarh dopo l’assedio del 1303.

• Firishta, storico indo-persiano del XVII secolo, ne riferisce diverse occorrenze.

2. FONTI RAJPUT E CRONACHE LOCALI

• Le “Rajputānī kī kahāniyān” (narrazioni popolari in hindi e rajasthani) celebrano gli episodi di jauhar come atti di eroismo e fedeltà.

• I poemi epici come il “Padmavat” di Malik Muhammad Jayasi (1540 ca.) mitizzano il suicidio della regina Padmini di Chittorgarh, divenuto il più celebre tra i jauhar.

3. FONTI COLONIALI E STORIOGRAFIA MODERNA

• Gli storici britannici del XIX secolo, come James Tod (Annals and Antiquities of Rajasthan, 1829-32), reinterpretarono il jauhar in chiave romantica e “cavalleresca”.

• Gli studi contemporanei (es. Dirks, Kolff, Lata Singh) lo analizzano invece come costruzione culturale dell’onore femminile e della purezza Rajput.

BRUCIATE VIVE: LE DONNE DEL JAUHAR
BRUCIATE VIVE: LE DONNE DEL JAUHAR

IL VERO SIGNIFICATO DI HALLOWEEN

di Chiara Pasini

Molto erroneamente, è credenza popolar-cattolica che la festa americana chiamata Halloween, sia la festa di Satana.

Beh, iniziamo a fare un po’ di correzioni:

1) Non è una festa americana ma celtica (europea dunque).

2) Essendo celtica non può essere rivolta a Satana poiché Satana è un personaggio introdotto con la chiesa cattolica.

3) Halloween è semplicemente la forma contratta della frase: “All allows’eve” ovvero, “vigilia di Ogni Santi”

4) Il vero nome della festa è Samahin.

Cosa ha di speciale questa festa?

È semplicemente il giorno più potente (a livello energetico) dell’anno.

In questo giorno, terza e quarta dimensione, si fondono, ovvero il mondo fisico e quello astrale, o degli spiriti, interagiscono.

Come molte feste celtiche, veniva celebrata a più livelli.

– Dal punto di vista materiale era il tempo della raccolta e dell’immagazzinamento del cibo per i lunghi mesi invernali.

Essere soli in questa occasione significava esporre sé stessi ed il proprio spirito ai pericoli dei rigori invernali. Naturalmente, questo aspetto della festa ha perso in epoca moderna gran parte del suo significato, visto che oggi le carestie fortunatamente non costituiscono più un problema come presso le antiche società rurali.

– Spiritualmente parlando, la festa era un momento di contemplazione.

Per i Celti morire con onore, vivere nella memoria della tribù ed essere ricordati nella grande festa che si sarebbe svolta la vigilia di Samhain era una cosa molto importante (in Irlanda questa sarebbe stata Fleadh nan Mairbh, “Festa dei Morti”).

Questo era il periodo più magico dell’anno: il giorno che non esisteva.

Durante la notte il grande scudo di Skathach veniva abbassato, eliminando le barriere fra i mondi.

I morti avrebbero potuto ritornare nei luoghi che frequentavano mentre erano in vita, e celebrazioni gioiose erano tenute in loro onore.

Da questo punto di vista le tribù erano un tutt’uno col loro passato ed il loro futuro.

Questo aspetto della festa non fu mai eliminato pienamente, nemmeno con l’avvento del Cristianesimo.

Questo giorno non è né buono né cattivo, è solo POTENTE!

Ma perché allora è così caro ai satanisti?

Semplice!

In questo giorno gli spiriti,compreso Satana, sono molto molto vicini, per cui, chi conosce questa realtà, la sfrutta.

Ma,nel tentativo di trovarmi il pelo nell’uovo e dirmi che però la tradizione di vestirsi da streghe e mostri è macabra, state tralasciando la cosa più importante di tutte:

IN QUESTO GIORNO, MAESTRI ASCESI, ANGELI, SANTI SONO AL NOSTRO FIANCO.

E POTREMO, CON LORO, ILLUMINARE IL MONDO .

I celti, intagliavano gli ortaggi in modo che somigliassero a loro e li ponevano sui davanzali delle finestre cosicché lo spirito dei loro antenati, li avrebbero riconosciuti e sarebbero andati a trovarli.

Per quanto riguarda il mascherarsi, dato che si celebravano i morti e si doveva dire addio a ciò che non serviva, la popolazione celta, si travestiva nelle cose che più gli facevano paura, per esorcizzarla e mandarla via per sempre!

Trovo questa festa di un significato molto profondo, e anche noi potremo celebrarla eliminando ciò che ci fa male: paure, rimpianti, rabbia, rancore.

Potremmo anche chiedere al Signore di illuminare questa umanità allo sbaraglio.

Ora che sappiamo il vero senso di Halloween, potremmo unirci per sognare un mondo migliore per tutti.

IL VERO SIGNIFICATO DI HALLOWEEN
IL VERO SIGNIFICATO DI HALLOWEEN

𝗖𝗢𝗟𝗣𝗢 𝗗𝗜 𝗦𝗖𝗘𝗡𝗔 𝗜𝗡 𝗖𝗜𝗡𝗔: 𝗦𝗧𝗢𝗣 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗦𝗣𝗜𝗡𝗧𝗔 𝗦𝗨𝗟𝗟’𝗘𝗟𝗘𝗧𝗧𝗥𝗜𝗖𝗢

di Sergio Giraldo

Ebbene sì: sappiamo tutti quanto il gioco cinese sia stato deleterio per il mercato mondiale dell’auto (e non solo). Dopo decenni di finanziamenti esosi all’industria automobilistica, ora Pechino cambia strategia e ridefinisce le priorità. Ora il settore auto cinese dovrà finalmente mostrare di potere reggere il gioco da solo, senza aiuti statali.

Cosa ne pensate? Riuscirà?

𝗖𝗢𝗟𝗣𝗢 𝗗𝗜 𝗦𝗖𝗘𝗡𝗔 𝗜𝗡 𝗖𝗜𝗡𝗔: 𝗦𝗧𝗢𝗣 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗦𝗣𝗜𝗡𝗧𝗔 𝗦𝗨𝗟𝗟'𝗘𝗟𝗘𝗧𝗧𝗥𝗜𝗖𝗢
𝗖𝗢𝗟𝗣𝗢 𝗗𝗜 𝗦𝗖𝗘𝗡𝗔 𝗜𝗡 𝗖𝗜𝗡𝗔: 𝗦𝗧𝗢𝗣 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗦𝗣𝗜𝗡𝗧𝗔 𝗦𝗨𝗟𝗟’𝗘𝗟𝗘𝗧𝗧𝗥𝗜𝗖𝗢

INVOCAZIONE A RUDRA SIGNORE DEL MONDO

कालाग्निरुद्राय नमः

Oṁ Kālāgnirudrāya namaḥ

“Rudra” si riferisce a una divinità vedica, una figura associata al vento, alle tempeste e alla medicina, spesso identificata con Shiva.

È anche il nome di un gruppo di undici divinità che rappresentano la forza distruttrice del dio e, per estensione, del nome (come in “Rudra” per il gruppo musicale e “Rudrākṣa” per i semi di una pianta).

Rudra come divinità vedica

Nome: Il nome “Rudra” significa “Urlatore”.

Associazioni: È una divinità vedica maschile legata a forze naturali come il vento e le tempeste, con stretti legami con Indra e Agni.

Natura: È considerato il “più potente dei potenti” e una divinità che può sia infliggere distruzione e malattie che guarire, aspetti che vengono poi assorbiti da Shiva.

I Rudra come divinità e seguaci

Gruppo di divinità: Rudra è anche il nome di un gruppo di undici divinità che sono considerate manifestazioni della sua forza distruttrice.

Legami con i Marut: A volte vengono identificati con i Marut, gli spiriti delle tempeste.

Altri usi del termine

Rudrākṣa: Sono i semi della pianta Elaeocarpus ganitrus, utilizzati in molte pratiche spirituali e considerate con presunte proprietà curative e spirituali.

Rudra (gruppo musicale): È il nome di un gruppo musicale originario di Singapore che suona black metal ispirato alla cultura vedica.

Planescape: Nel contesto di Planescape, “Rudra” si riferisce a forze create per scopi specifici.

Nel buddhismo viene definito con il nome di Rudra Chakrin (o Raudra Chakrin), ed è il 25° e ultimo re profetico di Shambhala nel buddismo Vajrayana, destinato a portare una nuova Età dell’Oro dopo aver sconfitto governanti degenerati in una battaglia finale.

Le profezie di Rudra Chakrin

Identità: È conosciuto come “Il detentore della ruota della forza” (Raudra Chakrin), successore di una stirpe di 25 re di Shambhala.

Battaglia finale: Secondo il tantra Kalachakra, riemergerà dal regno nascosto di Shambhala per affrontare e sconfiggere i governanti malvagi, in un’epoca in cui il mondo sarà spiritualmente degenerato.

Età dell’Oro: Dopo la vittoria, Rudra Chakrin stabilirà un’Età dell’Oro a livello planetario. Successivamente, il Dharma si deteriorerà e scomparirà, fino a quando non riapparirà il futuro Buddha Maitreya.

Data profetizzata: Diverse fonti indicano l’anno 2424 come data prevista per la sua comparsa.

Interpretazione simbolica: Alcuni interpreti considerano la battaglia non come uno scontro fisico, ma come una lotta interiore tra la saggezza e l’ignoranza.

In quest’ottica, Rudra Chakrin rappresenta la vittoria sulle tendenze negative.

INVOCAZIONE A RUDRA SIGNORE DEL MONDO
INVOCAZIONE A RUDRA SIGNORE DEL MONDO

SIAMO ALLA FINE DELLA NOSTRA UMANITA’?

a cura di Maurizio Grillo

La “LEGGE DEI CICLI COSMICI” è presente in tutte le tradizioni con la loro Sapienza antica, ed è svelabile attraverso i miti, le allegorie, il linguaggio ermetico e il simbolismo.

Storicamente quasi tutte le civiltà antiche (India, Cina, Iran, Ebraismo Grecia, Roma, Celti e Germani) hanno vissuto il cammino storico come una sequenza di cicli discendenti, dalla pienezza dell’Età dell’Oro alla “fine dei tempi”,

Ve ne do qui un accenno approssimato e semplificato anche perché io non sono un esperto.

Dovete partire dalla concezione che il nostro Universo, legato alle leggi della fisica e della chimica è una rappresentazione di una realtà superiore, divina, che lo trascende.

Qui il discorso è complesso e non è possibile definirlo con razionalità, fate solo attenzione che il concetto di DIO come espresso nelle religioni che conosciamo, è una espressione adeguata ai popoli, adeguato per ogni razza e cultura, affinchè lo possano “capire”.

Detto questo veniamo ai Cicli cosmici.

Qui la considerazione del tempo non è rettilinea, ma ciclica e il tempo lineare, rettilineo che noi utilizziamo non è uguale a quello ciclico.

Quindi, quando si vanno ad individuare storie, civiltà ed eventi che possono inquadrarsi in uno stesso simbolo, un analogia o un ciclo, possono avere durate temporali diverse.

Antiche tradizioni orientali hanno un computo di questi tempi notevolmente diverso da questo qui riportato che proviene dalla scuola francese.

Vengono inquadrati 14 cicli, chiamati “Manvantara”, che vanno a formare un Kalpa.

Un Kalpa è come una corona del rosario, dove ogni pallina è un Manvantare e forma un ciclo completo.

Inizio e fine dei Manvantara dovrebbero essere indeterminabili e avvolti nel mistero, il che rende relativa anche questa ricostruzione.

Sembra che i Manvantara sono separati da grandi passaggi traumatici, apocalittici, di rottura, ma gli umani che verranno dopo non ne portano alcun ricordo.

Questi 14 Manvantara sono a loro volta suddivisi in varie “età” ognuna delle quali esprime un certo rapporto spirituale con il “divino”, e nella età ultima di un Manvantara non ci saranno legami spirituali con la realtà trascendente superiore.

Sembra che proprio la nostra era sia alla fine del settimo Manvantara.

Con la difficoltà di fare un rapporto tra tempo lineare e tempo ciclico, alcune scuole tradizionali hanno espresso, per ogni Manvantara, un susseguirsi di “ere” spiritualmente a scemare, per un totale approssimato di 65.000 anni circa (64.800), quale durata lineare di un Manvantara).

Quindi un Kalpa, ovvero 14 Manvantara, durerebbe 910 mila anni.

Ogni Manvatare si suddivide in 4 età:

• Età dell’Oro – Krita yuga, con natura divina che poi vede la comparsa della dualità umana, uomo donna, ma armoniosa. Inizia circa 63.000 anni fa e finisce 37.000 anni fa con un secondo spostamento dei poli terresti e la grande glaciazione. Questo Manvantara, il nostro, il settimo del Kalpa, avrebbe avuto una età dell’Oro, di durata complessiva di 25.920 anni

• Età dell’Argento – Tetra Yuga, totale perdita dello stato divino “per natura e inizio di arti e mestieri per far fronte alle difficoltà della condizione umana. Inizia circa 37.000 anni fa, termina 17.500 anni fa e ha una durata complessiva di 19.440 anni.

• Età del Bronzo – Dvpara Yuga vede la perdita di una tradizione unica e di un ulteriore abbassamento della spiritualità negli umani. Inizia circa 17.500 anni fa, e finisce 4.500 anni fa, per una durata complessiva di 12.960 anni circa.

• Eta del Ferro (Oscura) – Kalì Yuga, la nostra età . Vede la totale perdità del rapporto spirituale e di tutti i valori, è caratterizzata da una violenza smisurata. Inizia circa 4.450 anni fa, terminerà circa nel 2.030 (tra 5 anni) per una durata complessiva di 6.480 anni circa.

Come abbiamo approssimativamente riportato questi cicli hanno una durata di 4 + 3 + 2 + 1, ovvero:

25.920 anni per l’età dell’oro;

19.440 anni per l’età dell’argento:

12.960 anni per l’età del bronzo.

6.480 per la nostra età del ferro (Kalì Yuga).

Se la scuola francese ha interpretato giusto le tradizioni, questo nostro Kalì Yuga sarebbe alla fine, un fine che come per tutti i Manvantara sarebbe traumaticca.

Distruzione totale per via nucleare? Mah

SIAMO ALLA FINE DELLA NOSTRA UMANITA’?
SIAMO ALLA FINE DELLA NOSTRA UMANITA’?

SIAMO LA RANA NELL’ACQUA BOLLENTE

Videoconferenza del canale YouTube LA CASA DEL SOLE TV, trasmessa online in diretta live streaming il giorno 30 Ottobre 2025.

Come sta cambiando la società occidentale con la retorica della guerra? Ne parliamo con Valentina Ferranti, antropologa, che ci racconta di come già da qualche anno il sistema informativo abbia iniziato ad introdurre un lessico “diverso” e quali sono le nostre armi per riconoscere e combattere questo trend.

SIAMO LA RANA NELL’ACQUA BOLLENTE

IMAM MAHDI: IL RITORNO DEL RE OVVERO IL RESTAURATORE UNIVERSALE

a cura di Giuseppe Aiello

L’Imam Mahdi, discendente del Profeta Muhammad, è la figura che riapparirà alla fine dei tempi per ristabilire la giustizia, la verità e la purezza sulla Terra. La sua venuta è attesa non solo dai musulmani sciiti e sunniti, ma trova echi profondi anche in altre tradizioni spirituali del mondo.

Nell’induismo è il Kalkin Avatara, nel zoroastrismo il Saoshyant, nel buddhismo il Buddha Maitreya, nel cristianesimo il Figlio dell’Uomo, nel taoismo Li Hong e nelle tradizioni esoteriche il misterioso Re del Mondo. Tutte queste figure convergono nell’annuncio di una nuova era di pace e consapevolezza, guidata da un inviato divino che riporterà l’umanità alla sua maturità spirituale.

In questa pagina Facebook approfondiremo:

– Le origini e la vita dell’Imam Mahdi, dalla sua nascita nel nascondimento fino alla sua futura manifestazione (secondo la prospettiva Sciita e Sunnita).

– I segni e gli eventi che ne preannunciano la venuta, secondo le fonti islamiche.

– Il simbolismo (spada, cavallo, colore bianco ecc) legati alla sua figura e alla sua funzione

– I paralleli tra la sua missione e le figure redentrici di altre religioni e culture.

– Il significato spirituale della sua attesa e il modo in cui essa può trasformare la nostra vita interiore.

Questa non è solo una pagina di studio, ma uno spazio di riflessione e di azione. Perché l’attesa dell’Imam Mahdi non è un’attesa passiva: è un cammino di preparazione, purificazione e consapevolezza, che unisce i cuori di chi cerca la verità in ogni angolo del mondo.

IMAM MAHDI: IL RITORNO DEL RE OVVERO IL RESTAURATORE UNIVERSALE
IMAM MAHDI: IL RITORNO DEL RE OVVERO IL RESTAURATORE UNIVERSALE

FILOSOFIA VERTICALE

a cura di Claudio Pirillo

Una delle perle tematiche di “Filosofia Verticale” di Natalia Melentyeva (AGA editrice) è la discussione intorno alla “follia produttiva”. L’analisi della interpretazione di Gerd Bergfleth circa la „Theorie der Verschwendung: Einführung in Georges Batailles Antiökonomie“. Si tratta della teorizzazione dello spreco ovvero della dissipazione, nella ipotizzazione di un’Antieconomia formulata da Bataille. La superproduzione capitalista che, dovendo combattere la dissipazione del surplus produttivo a opera delle civiltà tradizionali attraverso momenti cronologici ritmici (feste e riti), tenta di fermare e di strumentalizzare la dissipazione dell’iperproduzione investendo il surplus in “tecnologie”, trasformando il surplus così in strumenti di morte e distruzione di quelle stesse energie che – naturalmente, invece – nella ritmicità rituale della dissipazione festiva, perpetuavano l’ordine e il ritorno delle forme vitali. Il surplus non dissipato è spacciato per progresso tecnologico dal capitalismo: la necessità tutta capitalista del supermercato e della superproduzione come arma tecno-economica quale via alla sovversione antitradizionale, quale eversione della società del Rito e del ciclo della vita.

FILOSOFIA VERTICALE
FILOSOFIA VERTICALE

IL RISPETTO DEL DHARMA

di Luca Rudra Vincenzini

“Senāyor ubhayor madhye”,”nel bel mezzo (madhye) di due eserciti (senāyoḥ ubhayoḥ)”, Arjuna, sopraffatto dallo sgomento (viṣāda), interroga Kṛṣṇa sul senso intimo della guerra e sul “rispetto” del dharma in pieno conflitto.

La Bhagavadgītā è tutta incentrata su questo tema, ovvero la definizione del concetto di dharma. Il termine deriva dalla radice dhṛ sostenere e come significato primario si intende ciò che sostiene l’ordine cosmico. Non è dunque solo un mero ordine morale, piano sul quale Arjuna era bloccato da uno sgomento tipicamente umano.

Kṛṣṇa così, partendo con un sorriso, srotola con l’andare degli eventi un’analisi impeccabile sulla natura delle cose. L’ordine cosmico sovrasta quello umano che, a stento, si inserisce in uno stato di subordinanza rispetto al precedente, ben più ampio e complesso, a meno che l’essere umano non comprenda il suo ruolo.

Abhinavagupta commenterà che il dharma universale si compone di tutte le variabili creative (svātantrya), è proprio qui che una visione contratta (paśu) della realtà cade in conflitto e non coglie due punti fondamentali di esso:

1) il primo è che l’essere umano deve trovare un posto in questo motore cosmico, riscoprendosi come un mero ingranaggio nel momento in cui trova il proprio dovere di vita (svadharma) nell’abbandono alla volontà che lo sovrasta;

2) il secondo è che le azioni perché siano libere devono essere svincolate dal desiderio dei frutti (niṣkāma-karma), è necessario agire senza l’attaccamento o la repulsione verso i risultati legati ad essi, se si vuole toccare con mano la libertà di cui la Coscienza può essere capace.

Solo in tale ottica lo kṣetra fisico, ovvero il campo di battaglia in cui gli eserciti si affrontano, può essere letto come l’allegoria della mente, mentre Pāṇḍava e Kaurava possono essere visti come le qualità ed i vizi della stessa da canalizzare in “alto”, verso la coscienza che li ingloba entrambi.

Infine, solo accettando la complessità della vita si può trovare il proprio posto (svadharma) e solo seguendolo con il dovuto distacco (niṣkāma) si può ottenere il fine della liberazione in vita (jīvanmukti).

IL RISPETTO DEL DHARMA
IL RISPETTO DEL DHARMA

LIBERIAMOCI DA QUESTA ILLUSIONE

a cura di Ottava di Bingen

“Un essere umano è parte di un tutto chiamato Universo.
Egli esperimenta i suoi pensieri
e i suoi sentimenti
come qualche cosa di separato dal resto:
una specie di illusione ottica della coscienza.
Questa illusione è una specie di prigione.
Il nostro compito deve essere quello di liberare noi stessi
da questa prigione
attraverso l’allargamento del nostro circolo
di coscienza e di comprensione di Dio,
sino a includervi tutte le creature viventi
e l’intera natura,
nella sua bellezza”.

(Albert Einstein)

LIBERIAMOCI DA QUESTA ILLUSIONE
LIBERIAMOCI DA QUESTA ILLUSIONE