PERCHÉ DISPREZZO ISTITUZIONI SOCIALI COME POLITICA RELIGIONE E PSEUDOGURU?

di Federica Francesconi

La politica e la religione, intesi come istituzioni sociali secolarizzate della nostra Europa, sono i due bracci destri del sistema corrotto che da millenni domina le anime di miliardi di esseri umani.

Destra e sinistra, Chiesa e Islam, a quanto pare sono solo le ombre di una realtà illusoria e manipolata il cui scopo è esercitare il potere sulle coscienze narcotizzate.

L’anima si reincarna anche per imparare a rifuggire dal potere terreno, che rappresenta una tentazione, la più pericolosa, sulla via del Risveglio. Cristo andò nel deserto per 40 giorni per essere tentato da Satana e sconfiggerlo. L’anima reincarnata è chiamata a sottoporsi alla stessa prova: sarà capace di rinunciare a ogni forma di potere terreno o si lascerà sedurre da Satana, simbolo del materialismo autodistrutrivo?

Anche esercitare un potere pseudospirituale sul prossimo è una forma di satanismo. Mi riferisco agli pseudoguru e ai falsi profeti che si arrogano il diritto di sostenere che solo una piccola parte dell’umanità è predestinata, mentre il resto è carne da macello.

Un vero iniziato alla Via cristica non ragiona in questo modo. Un vero iniziato alla via della purezza lavora su di sé e cerca di portare luce nel mondo per contribuire nel suo piccolo al risveglio delle anime dormienti. Un vero iniziato si augura che ogni singola anima vinca le tentazioni terrene e intraprenda il sentiero del Risveglio. Un vero iniziato non inganna il prossimo facendogli credere che solo lui può garantirgli la salvezza spirituale. Chiesa e falsa profeti New Age da questo punto di vista hanno lo stesso grado di responsabilità nel deviare le anime dal loro compito karmico, che è la conoscenza di sé e il perdono.

Chi parla di distruzione del 90% dell’umanità e della salvezza di un 10% non può essere sulla Via cristica. Cristo non ha mai predicato una sciocchezza simile. Nessuno può dire di sé stesso di essere un predestinato e dire che gli altri non lo sono. Questo è un insegnamento blasfemo e una forma di potere satanica sul prossimo.

Siate cauti nell’accogliere come oro colato le cialtronerie del potere religioso e pseudoreligioso.

PERCHÉ DISPREZZO ISTITUZIONI SOCIALI COME POLITICA RELIGIONE E PSEUDOGURU?
PERCHÉ DISPREZZO ISTITUZIONI SOCIALI COME POLITICA RELIGIONE E PSEUDOGURU?

NON ME LA SENTO DI DIRMI ANTIFASCISTA

a cura di Roberto De Lorenzo Meo

“Non me la sento di dirmi antifascista al cospetto di un grande filosofo fascista come Gentile, ucciso mentre cercava la concordia tra gli italiani. Non me la sento di dirmi antifascista davanti al sacrificio di un giovane fascista, limpido, libertario e coerente, come Berto Ricci che perse la vita, senza toglierla a nessuno, nel nome della sua rivoluzione. Non me la sento di dirmi antifascista ricordando Araldo di Crollalanza, ministro che realizzò grandi opere, e del fascismo ebbe solo la versione costruttiva. Cito apposta loro tre per ricordare con loro i giganti che vi aderirono pagando di persona; i giovani che si sacrificarono per un’idea o solo per rispettare un impegno d’onore, e i tanti governanti onesti ed efficaci che edificarono l’Italia. Nessun razzista e persecutore tra loro. Non me la sentirei poi di sfilare nel nome dell’antifascismo tra i terremotati d’Abruzzo dove le case costruite dal fascismo hanno resistito intatte, e quelle che son venute dopo, in epoca antifascista, hanno massacrato i loro abitanti. Non me la sentirei di dirmi antifascista perfino tra gli antifascisti che fuggirono in Russia per sfuggire al regime fascista e li furono trucidati, col beneplacito di Togliatti. Furono uccisi più antifascisti dall’antifascismo rosso che dal ventennio fascista…”

(Marcello Veneziani)

NON ME LA SENTO DI DIRMI ANTIFASCISTA
NON ME LA SENTO DI DIRMI ANTIFASCISTA

PERCHE’ IL CERVELLO PREFERISCE I LIBRI DI CARTA?

a cura di Davide Marchini

Il cervello umano è in grado di percepire un testo nella sua interezza, come se fosse una sorta di paesaggio fisico. E quando leggiamo, non stiamo solo ricreando un mondo con le parole della storia, ma stiamo costruendo una rappresentazione mentale del testo stesso.

Quando giriamo le pagine di un libro di carta, svolgiamo un’attività simile a quella di lasciare un’impronta dopo l’altra lungo un percorso; c’è un ritmo, una cadenza e una registrazione visibile nello scorrere delle pagine stampate.

La prestigiosa rivista Scientifican American ha pubblicato un articolo che cerca di spiegare questo paradosso: nell’era dell’iperconnettività, quando disponiamo sempre più di apparecchiature che ci permettono di leggere più facilmente e abbiamo accesso a intere biblioteche in formato elettronico, molti preferiscono ancora la forma in carta .

Il libro tradizionale, la rivista, il giornale, continuano ad essere i preferiti del grande pubblico. Anche se può essere difficile da credere, dato che i formati digitali aprono le porte a molte libertà.

Carta contro pixel In molti lavori si parla del fatto che le persone leggono più lentamente sullo schermo e, inoltre, ricordano meno. Le persone hanno bisogno di sentire il foglio mentre leggono, il cervello lo chiede inconsciamente.

Non siamo nati con circuiti cerebrali dedicati alla lettura, perché la scrittura è stata inventata in tempi relativamente recenti nella nostra evoluzione: circa quattro millenni prima di Cristo.

Nell’infanzia il cervello improvvisa nuovi circuiti per leggere e per farlo utilizza parte di altri dedicati alla parola, alle cui capacità si aggiungono la coordinazione motoria e la visione.

Il cervello inizia a riconoscere le lettere sulla base di linee curve e spazi e utilizza processi tattili che richiedono occhi e mani. I circuiti di lettura dei bambini di 5 anni mostrano attività quando praticano la scrittura a mano, ma non quando digitano lettere su una tastiera.

L’esatta natura di tali rappresentazioni rimane poco chiara, ma alcuni ricercatori ritengono che siano simili a una mappa mentale che creiamo del terreno, come montagne e città, e degli spazi fisici interni, come appartamenti e uffici.

Parallelamente, nella maggior parte dei casi, i libri di carta hanno una topografia più evidente rispetto al testo sullo schermo: un libro aperto presenta due ambiti chiaramente definiti: le pagine sinistra e destra e un totale di otto angoli in cui ci si orienta.

Al contrario, la maggior parte dei dispositivi digitali interferisce con la navigazione intuitiva di un testo e, sebbene gli e-reader (libri elettronici) e i tablet replichino il modello della pagina, sono effimeri. Una volta lette, quelle pagine svaniscono.

“La sensazione implicita di dove ci si trova in un libro fisico diventa più importante di quanto pensassimo”, dice l’articolo di Scientific American.

In uno studio sulla comprensione del testo, confrontando gli studenti che leggevano su carta con altri che leggevano un testo in versione PDF sullo schermo, si è concluso che i primi avevano prestazioni migliori.

L’inchiostro elettronico riflette la luce ambientale proprio come l’inchiostro di un libro di carta, ma gli schermi di computer, smartphone e tablet proiettano la luce direttamente sui volti delle persone e la lettura può causare affaticamento degli occhi, mal di testa e visione offuscata.

È probabile che l’organismo dei nuovi nativi digitali crei altre reti neurali che permettano loro di preferire l’elettronica alla carta, ma intanto oggi il resto della popolazione continua a preferire il contatto con i fogli storici.

PERCHE' IL CERVELLO PREFERISCE I LIBRI DI CARTA?
PERCHE’ IL CERVELLO PREFERISCE I LIBRI DI CARTA?

LA CONSAPEVOLEZZA DELLA CONOSCENZA INTERIORE

a cura di Martino Zeta

“C’è una faccenda di vitale importanza di cui il guerriero può rendersi conto tramite la pratica della contemplazione, una questione che poi è la chiave principale per poi mutare la propria visone del mondo e accedere a tutte le possibilità dell’infinito. Si tratta della consapevolezza che la conoscenza non è in alcun modo legata al linguaggio nè ai pensieri ma affluisce direttamente senza necessità di spiegazioni; è qualcosa di immediatamente disponibile.

Questo tipo di consapevolezza non è acquisibile tramite processi razionali e deduttivi, anzi l’intervento di tali processi vanifica ogni possibilità di accedere direttamente alla conoscenza. Non è possibile accettare un concetto del genere intellettualmente. L’unico modo di fare propria questa realtà è quello di offrirne a se stessi la dimostrazione pratica.

In questo senso la contemplazione conduce direttamente a tale dimostrazione senza fraintendimenti, compromessi o deviazioni. Il cambio di orientamento che la contemplazione provoca sull’attenzione esclude i meccanismi del pensiero lineare che si basano sul riflesso delle emanazioni interne su se stesse, originando nuovi collegamenti. Questi collegamenti non sono più interni all’essere ma direttamente rivolti alla natura fondante della percezione. Nella pratica, invece di percepire il mondo e poi averne un’idea basata sull’interpretazione, comincerai a ricevere informazioni prive di deduzione, direttamente da ciò che stai contemplando.”

(Marco Baston – La soglia dell’energia)

LA CONSAPEVOLEZZA DELLA CONOSCENZA INTERIORE
LA CONSAPEVOLEZZA DELLA CONOSCENZA INTERIORE

LE FASI DEL PERCORSO SPIRITUALE NELL’ISLAM

Videoconferenza del canale YouTube LO SPECCHIO VUOTO, trasmessa in diretta online in live streaming il giorno 16 ottobre 2025.

Damiano Abbas Di Palma è il primo italiano ad essersi specializzato nelle scienze tradizionali islamiche di orientamento sciita presso scuole teologiche di rilievo a Londra, Damasco e Qum. In Iran frequenta le lezioni di Bahth al-Kharij, il livello più avanzato di studio nella giurisprudenza imamita, e studia inoltre opere di filosofia e mistica teoretica. Nel 2005 a Roma è tra i fondatori dell’Associazione Islamica “Imam Mahdi”. Auspica ad una sempre maggiore presa di coscienza dell’Islam in Italia ed è disponibile a scambi epistolari, dialoghi e chiarimenti riguardanti questa nobile religione. Lo Shaykh auspica inoltre a una società migliore dove l’uomo sia in grado di meglio relazionarsi con Allah, sé stesso, il prossimo e tutto il mondo circostante, senza pretese di avere la verità in mano ma con la speranza di esserne un esempio di sincera testimonianza.

LE FASI DEL PERCORSO SPIRITUALE NELL’ISLAM

IL VENTO CHE PREVARRA’

a cura di Giuseppe Aiello

Se desideri, o povero, che il tuo vento prevalga su tutti i venti e su tutti gli avversari, rimani saldo nella contemplazione del tuo Signore nell’ora in cui ti mette alla prova, perché Egli trasformerà

la tua ignoranza in conoscenza,

la tua debolezza in forza,

la tua impotenza in potenza,

la tua miseria in indipendenza,

la tua umiliazione in gloria,

il tuo vuoto in pienezza,

la tua solitudine in intimità,

la tua distanza in vicinanza –

o diremo: Dio, esaltato Egli sia, concederà i Suoi attributi, perché è generoso e dispensatore di immensa grazia. La pace sia con te.

Al-‘Arabi Al-Darqawi (Estratti dalle Lettere 32)

IL VENTO CHE PREVARRA'
IL VENTO CHE PREVARRA’

IL TAO DEL MOVIMENTO: DAL TAI CHI CHUAN ALLA VITA GUIDATA DAL FLUSSO

di Stefano Bernacchi

Il Tao Te Ching, antica opera di saggezza attribuita a Lao Tzu, offre una visione della vita che trascende il controllo personale e invita a percepire il fluire naturale dell’esistenza. Questo concetto, spesso difficile da afferrare in un mondo ossessionato dalla volontà e dal controllo, trova una straordinaria applicazione nel Tai Chi Chuan, arte marziale e pratica meditativa ispirata al Tao. Attraverso il Tai Chi, il movimento fisico diventa un’eco del movimento della vita stessa, rivelando l’armonia intrinseca tra corpo, mente e universo.

Il paradosso del controllo: lasciare il sedile del conducente

Il Tao Te Ching ci invita a considerare che la vita non ha mai avuto bisogno della nostra volontà personale per fluire. Siamo come viaggiatori seduti al sedile del conducente, convinti di guidare, mentre la vita scorre indipendentemente dalle nostre illusioni di controllo. Quando ci alziamo da quel sedile, qualcosa di straordinario accade: la vita si rivela capace di muoversi con grazia e fluidità, guidata da un’intelligenza innata che possiamo solo intuire.

Questa percezione è un invito a spogliarsi dell’ego e delle aspettative, a rinunciare alla distinzione tra decisioni “giuste” o “sbagliate”. Come un fiume che trova il suo percorso aggirando gli ostacoli, così la vita sa dove andare, sempre. E questo “sapere” non è frutto di analisi razionali, ma di una comprensione intuitiva, istintiva, innata.

Il Tai Chi Chuan come espressione del Tao

Il Tai Chi Chuan, figlio del Tao, incarna questo principio nella sua essenza. Ogni movimento fluido e circolare riflette il modo in cui il Tao opera: senza sforzo, senza resistenza, seguendo la naturalezza del flusso. Attraverso la pratica, si scopre che il corpo non deve “forzare” il movimento, ma lasciarlo emergere.

La famosa espressione taoista “movimento senza movimento” trova nel Tai Chi la sua manifestazione fisica e metafisica. Il movimento nasce dalla quiete, e la quiete si fonde con il movimento. Questa esperienza si traduce in un profondo equilibrio tra azione e non-azione (wu wei), un concetto centrale nel Taoismo. Non si tratta di passività, ma di un’agire in sintonia con il flusso naturale delle cose, proprio come un fiume che scorre senza sforzo, aggirando ogni ostacolo con eleganza.

Oltre il corpo: il Tai Chi nella vita quotidiana

Pochi riescono a raggiungere il livello più profondo del Tai Chi Chuan, quello che trasforma non solo il corpo, ma anche la vita. A questo livello, il praticante non cerca più di “decidere” il movimento, ma permette che il movimento accada attraverso di lui. Questa è la stessa dinamica che possiamo applicare nella vita quotidiana: lasciarci guidare dal flusso degli eventi, fidandoci di un’intuizione che va oltre il pensiero analitico.

Quando smettiamo di forzare, ci accorgiamo che c’è un flusso naturale che guida ogni cosa. Ma per percepirlo, dobbiamo oltrepassare il rumore dei pensieri e l’attaccamento all’ego. È qui che il Tai Chi diventa una metafora per la vita: come il corpo si muove senza sforzo, così la vita si muove quando ci affidiamo al Tao.

Il movimento senza movimento: una pratica di vita

Nel Tai Chi e nella vita, il “movimento senza movimento” è uno stato di armonia. Non è assenza di azione, ma un’azione che scaturisce dalla connessione con il flusso della vita. Questa pratica richiede disciplina, ma soprattutto un’apertura alla percezione del momento presente.

Quando permettiamo alla vita di “guidare da sola”, scopriamo che non abbiamo mai avuto bisogno di controllare nulla. Le decisioni smettono di essere un peso, diventano semplici risposte al fluire degli eventi, come un fiume che sa istintivamente dove andare. Questo è il livello più alto del Tai Chi e del vivere secondo il Tao: un’esistenza che non si oppone, ma si adatta, si muove e fiorisce insieme al flusso naturale della vita.

Conclusione

Il Tai Chi Chuan e il Tao Te Ching ci insegnano a lasciare andare il controllo e a fidarci della saggezza del Tao. Questo non significa abbandonarsi all’inattività, ma vivere in accordo con un’intelligenza più profonda, che guida ogni cosa con naturalezza.

Pochi riescono a raggiungere questo livello nella pratica e nella vita, ma il cammino è aperto a chiunque voglia ascoltare il flusso. E, una volta che ci si lascia andare, la vita smette di essere una lotta e diventa, finalmente, un’esperienza di armonia e magia.

IL TAO DEL MOVIMENTO: DAL TAI CHI CHUAN ALLA VITA GUIDATA DAL FLUSSO
IL TAO DEL MOVIMENTO: DAL TAI CHI CHUAN ALLA VITA GUIDATA DAL FLUSSO

COS’E’ IL VERO FASCISMO? DESTRA? GIAMMAI!

di Vincenzo Vinciguerra

Che cosa è la destra e che cosa è la sinistra? Perché il Fascismo sta a sinistra? O meglio come mai non sta a destra?

Benito Mussolini, il 28 ottobre 1922, portò a Vittorio Emanuele III l’«Italia proletaria e fascista», la camicia nera era mutuata da quella che gli zolfatari usavano nel lavoro, la guerra contro le potenze anglo-sassoni fu presentata come quella del “sangue contro l’oro”, il 19 aprile 1945 il socialista Carlo Silvestri informava Lelio Basso che il Duce chiedeva al Partito socialista di accogliere i fascisti. La rivoluzione fascista si rappresentava come quella della sintesi: dopo la rivoluzione borghese del 1789, quella comunista del 1848, in antitesi fra loro, quella fascista del 28 ottobre chiudeva il ciclo delle rivoluzioni, conciliando il meglio di quanto avevano espresso le altre due e proiettandolo nel futuro dell’ umanità. Rispetto per la proprietà privata, rifiuto del dominio di una classe sull’altra, pari dignità fra lavoro e capitale. Non avremmo mai dovuti essere chiamati a definirci di destra e di sinistra, perché il fascismo era andato oltre.

Ma se dobbiamo adottare il linguaggio corrente, siamo a sinistra, mai a destra. A destra si colloca la borghesia («la borghesia -disse Mussolini negli ultimi giorni- è stata la rovina dell’Italia»), il capitale, le banche, la difesa dei privilegi acquisiti non per nobiltà ma per denaro, la conservazione ad ogni costo dello status quo, la diseguaglianza sociale prodotta dall’ingiusta ed iniqua distribuzione della ricchezza.

Quando, dopo il 18 aprile 1948, i deputati missini si collocarono all’estrema destra dell’aula di Montecitorio, la base missina insorse e pretese spiegazioni. Almirante si giustificò dicendo che erano stati i comunisti ad occupare i posti all’estrema sinistra e che, di conseguenza, i missini non avevano potuto fare altro che sedersi al lato opposto. Non si può portare avanti la legge sulla socializzazione delle imprese, imporre il controllo dello Stato sulle aziende con più di 100 dipendenti, introdurre impiegati ed operai nei consigli di amministrazione perché lavoro e capitale devono stare sullo stesso piano e condividere le responsabilità e la gestione delle imprese, ed essere di destra che vuol dire capitalismo selvaggio, libero da ogni vincolo, insofferente ad ogni controllo, con il padrone che comanda e l’operaio che obbedisce, con una distribuzione della ricchezza basata sul salario ai dipendenti e i dividendi agli azionisti, mille lire a te e un miliardo a me.

È la destra che decreta la fine del fascismo. È la grande industria che lavora per le potenze anglo-sassoni, che boicotta la produzione bellica; è il potere bancario che mantiene i contatti con gli alleati; sono gli aristocratici, i monarchici, i ricchi che temono che la sconfitta militare possa travolgerli a fare il 25 luglio. Dino Grandi, che ne fu, ufficialmente, l’artefice aveva due poli: la Chiesa e Casa Savoia. Nel dopoguerra, lo voleva il Partito liberale. La destra fu grata al fascismo perché riportò ordine nel Paese, bloccò l’avanzata socialista, aiutò la grande industria, ecc. ma, quando, il fascismo si schierò contro le potenze anglo-sassoni ne decretò la fine.

La destra non ha Patria. È nazionalista nella misura in cui guadagna. Non si può essere ideologicamente fascisti e proclamarsi di destra. Non si può essere storicamente fascisti e politicamente di destra. A destra, al massimo, si collocano i profittatori del fascismo, coloro cioè che durante il regime hanno tratto beneficio dall’ordine sociale, dalla sicurezza pubblica e dagli interventi statali a favore delle banche e dell’industria, e dopo il fascismo hanno strumentalizzato gli aderenti al MSI, tramite la disonestà dei capi, per farne carne da cannone ancora contro i comunisti.

Ma non credo che i profittatori del fascismo possano essere definiti fascisti!DESTRA? GIAMMAI! TUTTO CIÒ CHE PUZZA LONTANO UN MIGLIO DI DESTRA, È DA ELIMINARE!

Che cosa è la destra e che cosa è la sinistra? Perché il Fascismo sta a sinistra? O meglio come mai non sta a destra?

Benito Mussolini, il 28 ottobre 1922, portò a Vittorio Emanuele III l’«Italia proletaria e fascista», la camicia nera era mutuata da quella che gli zolfatari usavano nel lavoro, la guerra contro le potenze anglo-sassoni fu presentata come quella del “sangue contro l’oro”, il 19 aprile 1945 il socialista Carlo Silvestri informava Lelio Basso che il Duce chiedeva al Partito socialista di accogliere i fascisti. La rivoluzione fascista si rappresentava come quella della sintesi: dopo la rivoluzione borghese del 1789, quella comunista del 1848, in antitesi fra loro, quella fascista del 28 ottobre chiudeva il ciclo delle rivoluzioni, conciliando il meglio di quanto avevano espresso le altre due e proiettandolo nel futuro dell’ umanità. Rispetto per la proprietà privata, rifiuto del dominio di una classe sull’altra, pari dignità fra lavoro e capitale. Non avremmo mai dovuti essere chiamati a definirci di destra e di sinistra, perché il fascismo era andato oltre.

Ma se dobbiamo adottare il linguaggio corrente, siamo a sinistra, mai a destra. A destra si colloca la borghesia («la borghesia -disse Mussolini negli ultimi giorni- è stata la rovina dell’Italia»), il capitale, le banche, la difesa dei privilegi acquisiti non per nobiltà ma per denaro, la conservazione ad ogni costo dello status quo, la diseguaglianza sociale prodotta dall’ingiusta ed iniqua distribuzione della ricchezza.

Quando, dopo il 18 aprile 1948, i deputati missini si collocarono all’estrema destra dell’aula di Montecitorio, la base missina insorse e pretese spiegazioni. Almirante si giustificò dicendo che erano stati i comunisti ad occupare i posti all’estrema sinistra e che, di conseguenza, i missini non avevano potuto fare altro che sedersi al lato opposto. Non si può portare avanti la legge sulla socializzazione delle imprese, imporre il controllo dello Stato sulle aziende con più di 100 dipendenti, introdurre impiegati ed operai nei consigli di amministrazione perché lavoro e capitale devono stare sullo stesso piano e condividere le responsabilità e la gestione delle imprese, ed essere di destra che vuol dire capitalismo selvaggio, libero da ogni vincolo, insofferente ad ogni controllo, con il padrone che comanda e l’operaio che obbedisce, con una distribuzione della ricchezza basata sul salario ai dipendenti e i dividendi agli azionisti, mille lire a te e un miliardo a me.

È la destra che decreta la fine del fascismo. È la grande industria che lavora per le potenze anglo-sassoni, che boicotta la produzione bellica; è il potere bancario che mantiene i contatti con gli alleati; sono gli aristocratici, i monarchici, i ricchi che temono che la sconfitta militare possa travolgerli a fare il 25 luglio. Dino Grandi, che ne fu, ufficialmente, l’artefice aveva due poli: la Chiesa e Casa Savoia. Nel dopoguerra, lo voleva il Partito liberale. La destra fu grata al fascismo perché riportò ordine nel Paese, bloccò l’avanzata socialista, aiutò la grande industria, ecc. ma, quando, il fascismo si schierò contro le potenze anglo-sassoni ne decretò la fine.

La destra non ha Patria. È nazionalista nella misura in cui guadagna. Non si può essere ideologicamente fascisti e proclamarsi di destra. Non si può essere storicamente fascisti e politicamente di destra. A destra, al massimo, si collocano i profittatori del fascismo, coloro cioè che durante il regime hanno tratto beneficio dall’ordine sociale, dalla sicurezza pubblica e dagli interventi statali a favore delle banche e dell’industria, e dopo il fascismo hanno strumentalizzato gli aderenti al MSI, tramite la disonestà dei capi, per farne carne da cannone ancora contro i comunisti.

Ma non credo che i profittatori del fascismo possano essere definiti fascisti!

COS'E' IL VERO FASCISMO? DESTRA? GIAMMAI!
COS’E’ IL VERO FASCISMO? DESTRA? GIAMMAI!

IL FEZ OTTOMANO E IL FEZ FASCISTA: DUE COPRICAPI E DUE MONDI

di Luciano Tovaglieri

Il copricapo che oggi conosciamo col nome “fez” (in turco fes, in arabo ṭarbūš) ha una storia lunga, complessa e sorprendentemente piena di significati politici, sociali e simbolici. Nato forse in Nord Africa e poi assorbito dall’abbigliamento ufficiale dell’Impero Ottomano, il fez divenne un simbolo di modernizzazione e allo stesso tempo di identità imperiale. Più tardi, nella prima metà del Novecento, fu ripreso in Europa – in particolare in Italia – dal regime fascista con una reinterpretazione tutta interna al mito dell’Impero e della milizia. Confrontare il fez ottomano con il fez fascista significa dunque osservare non solo due cappelli, ma due progetti politici, due immaginari e due visioni del mondo.

Origini e funzione del fez ottomano

Le origini del fez sono in parte oscure: secondo alcune ricerche, il nome deriverebbe dalla città di Fes in Marocco, dove si estraeva un colorante rosso-crimson utilizzato per tingere il feltro dei cappelli.  Verso il XIX secolo, nell’Impero Ottomano sotto il sultano Mahmud II, il fez fu introdotto come copricapo ufficiale per esercito e funzionari: intorno al 1826 egli riformò l’esercito, soppresse i giannizzeri e impose uniformi più «moderne», tra cui il fez che sostituiva il turbante.  In quel contesto, il fez divenne segno visibile di appartenenza all’impero, di modernità – almeno secondo l’ottica della corte – e simbolo di uniformità del suddito ottomano.  Nel suo uso quotidiano, il fez era spesso di colore rosso, senza tesa, con o senza nappa/tassello sulla sommità; era fatto in feltro (o panno di feltro), e la forma relativamente semplice permetteva anche di pregare (dato che non vi era tesa sporgente). 

Esteticamente, il fez tradizionale aveva una calotta cilindrica, piuttosto breve, talvolta leggermente conica verso l’alto o con corona piatta. Il materiale era panno o feltro colorato (rosso tipicamente), la nappa era spesso in stoffa o seta, di colore scuro. In alcuni casi – specialmente nell’esercito ottomano – lo si vedeva con decorazioni, come stemmi, oppure in varianti di colore (bianco per gli Albanesi, ad esempio).  Le ragioni per cui fu scelto come uniforme: simbolo di «riforma», di differenziazione dal turbante tradizionale, e insieme segno di modernizzazione che però paradossalmente serviva per imporsi su tradizioni più locali. 

Il fez fascista: appropriazione simbolica e nuovi significati

In Italia del ventennio fascista, il fez comparve come parte delle uniformi della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N., le “camicie nere”) e di altre organizzazioni paramilitari del regime.  Il fez fascista aveva caratteristiche visive e materiali diverse: era spesso nero (o di panno nero), con nappa/tassello nera, con fascia al bordo, e decorazioni quali l’aquila littoria o fasci italiani ricamati in filo dorato, distintivi di grado e appartenenza fascista. Ad esempio, esistono esemplari in feltro nero, fodera in seta o panno interno, e marchi di fabbrica romani iscritti all’interno.  Il fez nero non fu una scelta casuale: richiamava la camicia nera, simbolo della milizia fascista, e serviva a marcare visivamente l’appartenenza al regime, la disciplina e la militanza. Inoltre, rileva il fatto che l’Italia aveva contatti coloniali in Nord Africa (Libia, Eritrea) dove il fez e simili copricapi orientali già erano noti all’interno delle uniformi coloniali italiane e come emblemi dell’Impero. In quel senso, il fez di terra italiana assumeva anche un valore “coloniale” e un richiamo all’espansione mediterranea.

Differenze tecniche e materiali

Le differenze principali tra fez ottomano e fez fascista riguardano colori, materiali, decorazioni e contesto d’uso.

Nel fez ottomano tradizionale: materiale di feltro/panno colorato (rosso rosso-crimson come “fez di Fes”), nappa spesso semplice, occasionali stemmi o simboli ottomani, uso sia civile che militare, forma cilindrica o leggermente conica. Nel fez fascista: panno nero, nappa nera, fascia perimetrale (bordo) spesso in gros-grain, stemma fascista (aquila littoria, fascio) ricamato, uso esclusivamente paramilitare, simbolo di militanza attiva. I feltro o panno erano di provenienza italiana, spesso fabricati a Roma o in stabilimenti italiani, come indicato dai marchi interni. Un’esemplare in asta recita “Francesco Zingone, Via Cola di Rienzo, Roma” sul sweatband interno. Il fez fascista era dunque più “decorato”, più distintivo, meno legato all’uso quotidiano che a un simbolo di cerimonia o uniforme.

Note di colore e aneddoti

Una curiosità: il fez ottomano fu considerato per decenni un simbolo dell’impero stesso, tanto che nel 1925 lo stato turco repubblicano guidato da Mustafa Kemal Atatürk lo proibì come parte della politica di occidentalizzazione: fu visto come “simbolo della monarchia e del passato imperiale” che andava superato.  In modo speculare, il regime fascista italiano lo riutilizzò come strumento di identità militare, appropriandosene e trasformandolo in segno di autorità. Un esemplare raro del fez della MVSN è stato messo all’asta negli Stati Uniti come “Italian High Fascist Leader’s Fez” – testimonianza di quanto il copricapo sia divenuto oggetto anche da collezione militare. Un’altra nota curiosa: benché il fez fascista richiami l’orientale “tarbush” nero usato a volte nelle uniformi coloniali italiane in Libia, la scelta del colore nero vuole chiaramente evocare la camicia nera e non un richiamo islamico. È una “romanizzazione” del copricapo orientale.

Il significato politico e simbolico

Il fez tradizionale era simbolo di appartenenza e modernizzazione all’interno dell’Impero Ottomano. Era visibile, riconoscibile, e indicava che chi lo portava aderiva – almeno esteriormente – al modello statale ottomano. Quando invece il fez fu adottato dal regime fascista, fu svuotato del suo significato originario e usato come emblema di milizia, di appartenenza ideologica e di dominio coloniale. Il cambiamento di colore, decorazione e contesto d’uso sono una testimonianza visiva di questa trasformazione simbolica. In questo senso, un semplice copricapo racchiude in sé una storia di potere, identità e trasformazione culturale.

IL FEZ OTTOMANO E IL FEZ FASCISTA: DUE COPRICAPI E DUE MONDI
IL FEZ OTTOMANO E IL FEZ FASCISTA: DUE COPRICAPI E DUE MONDI

Halloween è solo dolcetto o scherzetto?

a cura della Redazione

01-11-2025

Grandi zucche forate illuminate dall’interno, scheletri e cupe figure incappucciate, risate agghiaccianti e un ritornello ossessivo: “Dolcetto o scherzetto”? È questo Halloween? Solo una moda, una festa, una nuova consuetudine che si è imposta negli ultimi anni, grazie anche alla persuasività di cinema e televisione?

Ormai la festa di Halloween è entrata nel mondo della scuola. Molti sono gli istituti scolastici, dalla scuola primaria a quella superiore, dove gli insegnanti fanno festa insieme ai bambini, tra giochi e disegni. È entrata perfino nelle chiese, durante la messa, negli anni permissivi aperti al modernismo, in cui anche l’agenzia cattolica Zenit, confondendo il capodanno celtico con la festa di Ognissanti, proclamava: “Non bisogna temere l’Halloween cattivo, e per questo bisogna conoscerlo bene. Si può far festa ad Halloween, ricordando che cosa questo giorno abbia significato per secoli e cosa voglia ancora oggi testimoniarci. Halloween va salvata: le va ridato tutto il suo antico significato, liberandola dalla dimensione puramente consumistica e commerciale e soprattutto estirpando la patina di occultismo cupo dal quale è stata rivestita”.

Halloween e devianze religiose

Poi qualcuno ha cominciato a porsi qualche dubbio, a parlare di “devianze religiose” e di “derive spiritualistiche”, di “una festa importante per i satanisti”, “anticamera verso percorsi esoterici” “c’è stata una palese modificazione della verità. Da festa religiosa, Halloween è diventata un prodotto commerciale basato sull’horror banalizzando argomenti sacrali come la vita, la morte e il rapporto con l’Aldilà” in un osceno sincretismo massonico, dove si esalta il “Signore della morte Samhain” per mettere al bando le celebrazioni di santi, martiri e defunti. Al punto che si arriva al divieto di festeggiare Halloween, e si parla di scomunica del vescovo, almeno in Emilia Romagna.

Intanto se in Italia, Paese cattolico, le zucche vuote continueranno anche quest’anno a festeggiare streghe e diavoli (covid permettendo), viene da chiedersi: perché le facce sono tinte di nero nelle feste di Halloween, in particolare negli Usa, dove questa festa si è particolarmente sviluppata?

La cultura dominante

La blackface è semplicemente appropriazione culturale che accade quando la cultura dominante travisa elementi di un gruppo soggiogato. Così i neri sono stati presentati come ignoranti, impertinenti e pigri nel corso della storia americana. I cantanti sono stati ampiamente utilizzati per presentare stereotipi negativi degli afroamericani per un pubblico prevalentemente bianco. Interpreti bianchi con la “faccia nera”, per l’intrattenimento. Appena gli afro-americani sono stati in grado di ottenere l’accesso al settore dello spettacolo, anche loro si vestono in blackface, ma con minore retribuzione delle loro controparti bianche. Esempio lampante di oggi: Trinidad James, il rapper nero superimitato.

A volte l’appropriazione culturale passa attraverso prestazioni stravaganti o pornografiche come nel caso di Lady Gaga o di Miley Cyrus, con i suoi ballerini neri, caricature culturali alimentate dall’ignoranza giovanile. È questo il significato delle facce tinte di nero di Halloween, festa che negli Stati Uniti si veste di arancione, in linea con la serie televisiva Orange is the new black, niente altro che un mix vincente di carcere, sesso, omosessualità e violenza. I costumi arancione come la divisa delle carceri e le facce nere sono pronti per l’esibizione delle star nei party faraonici di Halloween per essere divulgati e imitati dalla Millennium Generation.

Cosa abbiamo a che fare con questa tradizione americana?

Le nostre Celebrazioni di Ognissanti e dei Defunti – al di là del significato puramente religioso – poggiano su un diverso substrato culturale, legato al mondo etrusco e romano dei Lares e dei Manes, gli spiriti protettori degli antenati defunti celebrati nelle Feste delle Lemurie di maggio, spiriti che vegliavano sul buon andamento della famiglia, della proprietà o delle attività in generale. Per loro il pater familias compiva dei riti con nove semi di fava, legume considerato sacro per suoi fiori bianchi segnati dalle impronte dei morti e che serviva nei banchetti funebri, rimasto ancora oggi nelle tradizioni locali  legate ai defunti come “zuppa dei morti” o “le fave dei morti”.

Forse che un progetto perverso ci spinge lentamente ad abbandonare la positività delle nostre tradizioni per abbracciare la negatività di tradizioni importate nel nome di un modernismo sincretistico?

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Halloween è solo dolcetto o scherzetto?
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