L’ARTE DEL GUERRIERO: AGIRE CON NECESSITA’ E NON PER SUPREMAZIA

a cura di Stefano Bernacchi

Introduzione

Lao Tze, il grande maestro del Taoismo, ci ha lasciato insegnamenti profondi sulla vita, la natura e l’armonia. La frase:

“Un guerriero sferra un attacco e poi si ferma. Non continua ad attaccare per dimostrare la propria superiorità. Colpisce e rimane in guardia senza alterigia, poiché colpisce per necessità e non per desiderio di supremazia”

non è solo un precetto di strategia, ma un vero e proprio manifesto etico per affrontare le sfide della vita con saggezza.

In questo articolo, esploreremo il significato di questa lezione e il modo in cui può guidarci nella nostra quotidianità.

1. L’attacco come necessità, non come dimostrazione

Lao Tze ci ricorda che il guerriero agisce solo quando necessario. Non cerca il conflitto per dimostrare il proprio valore, né si lascia guidare dall’ego.

La necessità dell’azione: Il guerriero sferra un attacco per difendere, proteggere o ripristinare l’equilibrio, non per affermare la propria superiorità. Questo principio sottolinea l’importanza di agire con consapevolezza e moderazione, evitando lo spreco di energie in battaglie inutili.

Applicazione quotidiana: Nella vita, possiamo interpretare questo insegnamento come un invito a scegliere le nostre battaglie con saggezza. Non ogni provocazione merita una risposta; non ogni conflitto deve essere affrontato con aggressività.

2. La superiorità è un’illusione

Continuare ad attaccare per dimostrare la propria forza non è un atto di coraggio, ma un segno di insicurezza.

L’alterigia come debolezza: Lao Tze ci avverte che l’arroganza è il primo passo verso la rovina. Il vero guerriero non ha bisogno di esibire il proprio valore, perché lo dimostra attraverso l’equilibrio e la calma.

Esempi di vita: Pensiamo alle relazioni personali o professionali. Insistere per avere l’ultima parola o per dimostrare di avere ragione spesso danneggia più che aiutare. A volte, il silenzio o il passo indietro sono le azioni più forti.

3. Agire senza desiderio di supremazia

Il desiderio di dominare sugli altri è contrario alla via del Tao. Un guerriero agisce con umiltà, consapevole che il vero potere risiede nell’equilibrio interiore, non nel controllo esterno.

Il distacco dal desiderio: Lao Tze ci insegna che l’attaccamento alla vittoria o alla superiorità alimenta il nostro ego e ci allontana dall’armonia con il mondo.

Pratica quotidiana: Quando affrontiamo un problema o un conflitto, dovremmo chiederci: “Sto agendo per necessità o per dimostrare qualcosa?” Questa semplice riflessione può trasformare il modo in cui affrontiamo le difficoltà.

4. Il valore della guardia

Dopo aver colpito, il guerriero rimane in guardia. Questo non è un segno di paura, ma di saggezza.

La vigilanza come equilibrio: Il guerriero sa che ogni azione ha conseguenze. Restare in guardia significa essere pronti ad affrontare eventuali ripercussioni senza lasciarsi sorprendere.

La calma dopo l’azione: Una volta intrapresa un’azione, è importante non farsi sopraffare dall’impulso di continuare. Il guerriero del Tao è consapevole che spesso è nel momento di quiete che si manifesta il vero potere.

5. L’attualità dell’insegnamento di Lao Tze

Anche se scritto migliaia di anni fa, questo insegnamento è più rilevante che mai. In un mondo che spesso ci spinge alla competizione e all’affermazione a tutti i costi, Lao Tze ci invita a riscoprire la forza della moderazione, dell’umiltà e della consapevolezza.

Conflitti moderni: Che si tratti di sfide lavorative, diatribe sui social media o tensioni personali, possiamo applicare i principi del guerriero: agire solo quando necessario, evitare l’arroganza e rimanere in equilibrio.

Un modello di vita: Il guerriero taoista non è solo una figura mitica, ma un modello di comportamento che possiamo adottare ogni giorno per vivere in armonia con noi stessi e con gli altri.

Conclusione

Lao Tze ci insegna che la vera forza non risiede nella violenza o nella dimostrazione di superiorità, ma nell’agire con saggezza, umiltà e consapevolezza. Il guerriero sferra un attacco per necessità, non per vanità, e rimane in guardia, rispettando il ciclo naturale degli eventi.

Nella nostra vita quotidiana, possiamo ispirarci a questo modello per affrontare le sfide con equilibrio, scegliendo le nostre battaglie con attenzione e vivendo con l’umiltà di chi sa che il vero potere non sta nel dominio sugli altri, ma nella pace interiore.

L'ARTE DEL GUERRIERO: AGIRE CON NECESSITA' E NON PER SUPREMAZIA
L’ARTE DEL GUERRIERO: AGIRE CON NECESSITA’ E NON PER SUPREMAZIA

DIVENTARE INDIVIDUI

a cura di Alessia Piccinni

“Per avere rapporti genuini, costruttivi con gli altri, è necessario diventare individui. Si diviene individui approfondendo la conoscenza di sè e mantenendosi fedeli alle proprie regole interne, al proprio codice personale di valori, al proprio stile. Bisogna lasciare che la propria singolarità emerga, anche a costo di apparire degli eccentrici. È questa la via per sfuggire al conformismo dilagante, alla massificazione, all’accettazione di modelli di comportamento predefiniti.”

Italo Calvino

DIVENTARE INDIVIDUI
DIVENTARE INDIVIDUI

I NON MORTI NEL MEDIOEVO

a cura di Tania Perfetti

Il Medioevo europeo non considerava la morte come un confine netto e impenetrabile, bensì come uno spazio poroso, attraversato da presenze ambigue e inquietanti. Il tema dei non morti, cadaveri che ritornano dalla tomba per tormentare i vivi, non appartiene soltanto al folklore popolare, ma emerge in fonti letterarie, cronachistiche, teologiche e persino archeologiche, dimostrando come la società medievale abbia realmente elaborato la possibilità di un ritorno dei defunti. In questo senso, il non morto non era soltanto una figura mostruosa, ma un dispositivo culturale: un segno della colpa individuale, un ammonimento per la comunità e, in alcuni casi, una conferma della potenza salvifica della Chiesa.

REVENANT E CRONACHE ANGLONORMANNE

Già nel XII secolo lo storico inglese Guglielmo di Newburgh raccontava, con un tono che mescolava cronaca e interpretazione morale, di uomini sepolti che uscivano dalle tombe per infestare i villaggi. In un passo celebre della sua Historia rerum Anglicarum, descrive un cadavere riesumato che, quando trafitto al petto, sprigionò un torrente di sangue fresco, segno della sua vitalità innaturale: solo in quel momento le sue persecuzioni cessarono (Guglielmo di Newburgh, Historia rerum Anglicarum, V, 22). Allo stesso modo, Walter Map, nel De Nugis Curialium, narra di un uomo empio che, non avendo ricevuto confessione, tornava ogni notte dalla sepoltura fino a quando, su ordine del vescovo, il corpo non venne dissepolto e bruciato. Entrambi i casi testimoniano come la credenza nei revenant fosse radicata anche tra i chierici colti, che non la riducevano a superstizione, ma la inserivano in una cornice morale: il ritorno dei morti era la punizione per il peccato e la negazione dei sacramenti.

LE “ARMATE DEI MORTI” E LA DIMENSIONE COLLETTIVA

Non meno impressionante è la testimonianza di Orderico Vitale, monaco anglonormanno del XII secolo, che descrive l’apparizione di una vera e propria “milizia dei morti” (militia mortuorum) nelle campagne della Normandia. Uomini e donne defunti marciavano in processione, tormentati e deformi, come se la terra stessa fosse incapace di trattenere il loro riposo. Orderico non presenta questa visione come un’allucinazione individuale, ma come un fenomeno collettivo, un presagio divino della colpa e della penitenza mancata (Orderico Vitale, Historia Ecclesiastica, VIII, 17). Qui la figura del non morto assume una dimensione apocalittica e comunitaria: non più solo un cadavere ribelle, ma una folla di anime che ricordano agli uomini la fragilità dell’ordine cristiano.

ARCHEOLOGIA DELLA PAURA

Le testimonianze scritte trovano un sorprendente riscontro nell’archeologia funeraria. Gli scavi condotti a Wharram Percy, nello Yorkshire, hanno restituito resti umani del XIV secolo che mostrano segni di smembramento e bruciatura post-mortem. Roberts e colleghi hanno interpretato questi dati come pratiche apotropaiche per impedire ai defunti di ritornare, poiché la distruzione del corpo era considerata un mezzo sicuro per bloccarne l’eventuale inquietudine (Roberts et al., 2017). In Polonia, a Drawsko, sono state ritrovate tombe in cui i corpi erano stati schiacciati da pietre o immobilizzati da falci poste sul collo, strumenti pensati per decapitare il morto qualora avesse tentato di rialzarsi (Wrzesińska & Wrzesiński, 2015). Anche in Irlanda, come ha dimostrato Eileen Murphy, si trovano sepolture anomale in cui i defunti avevano pietre infilate in bocca, chiaro segno di rituali di contenimento (Murphy, 2008). Lungi dall’essere soltanto narrazioni letterarie, i non morti medievali erano dunque una realtà sociale e culturale, capace di modellare persino la gestione materiale della morte.

IL DRAUGR E LA PERSISTENZA CORPOREA

Nelle tradizioni nordiche, la figura del draugr esprime ancor più chiaramente il timore per un corpo che rifiuta la corruzione e mantiene una presenza tangibile. Nella Grettis saga, l’eroe affronta il draugr Kárr in un duello violento che fa tremare il tumulo: solo decapitandolo e ponendo la testa tra le gambe del cadavere Grettir riesce a vincere (Grettis saga, cap. 18). La Eyrbyggja saga racconta invece di Thorolf il Zoppo, che, dopo la morte, continuava a diffondere morte e malattia nel villaggio fino alla sua riesumazione e distruzione. A differenza dei revenant anglonormanni, che si muovono come ombre minacciose, i draugar conservano una fisicità spaventosa: sono cadaveri reali, dotati di forza sovrumana e di coscienza, custodi del tumulo e dei suoi tesori. La loro esistenza riflette la continuità tra il mondo pagano e quello cristiano: corpi corrotti che non trovano pace, e che incarnano la tensione tra memoria ancestrale e nuova fede.

TEOLOGIA DEL RITORNO E NASCITA DEL PURGATORIO

La Chiesa non poté ignorare queste esperienze. Con l’elaborazione della dottrina del Purgatorio tra XII e XIII secolo, descritta magistralmente da Jacques Le Goff (La nascita del Purgatorio, 1981), molti casi di defunti che ritornavano vennero reinterpretati non più come maledizioni corporee, ma come apparizioni di anime in attesa di suffragio. Così Gregorio Magno, nei Dialoghi, già nel VI secolo raccontava visioni di morti che imploravano preghiere e messe per abbreviare le loro pene. In epoca più tarda, Tommaso di Cantimpré nel Bonum universale de apibus accumulava storie di defunti che ritornavano non per nuocere, ma per ammonire i vivi e ricordare la necessità della penitenza. In questa prospettiva, il non morto diventa una pedagogia della morte: non tanto un corpo ribelle, quanto un’anima che ricorda ai vivi i pericoli della trascuratezza spirituale.

CONCLUSIONE

Il Medioevo europeo conosceva e temeva i non morti in forme molteplici: corpi putrefatti che camminavano, armate di defunti che attraversavano le campagne, cadaveri nordici che difendevano i loro tumuli, anime che imploravano suffragi. Tutte queste figure non sono da considerare fantasie marginali, ma parte integrante di un sistema culturale complesso. Essi incarnavano ansie profonde: il timore della morte senza sacramenti, l’angoscia della peste e della guerra, la paura della marginalità sociale. Allo stesso tempo, erano strumenti narrativi ed educativi attraverso cui la Chiesa consolidava il proprio ruolo di mediatrice tra vivi e morti. La “morte inquieta” non era dunque solo una leggenda, ma un’esperienza che toccava il cuore della società medievale: ricordava ai vivi che la frontiera tra il sepolcro e la vita restava, pericolosamente, permeabile.

BIBLIOGRAFIA:

• Barber, P., Vampires, Burial, and Death: Folklore and Reality, Yale University Press, 1988.

• Caciola, A.E., Discerning Spirits: Divine and Demonic Possession in the Middle Ages, Cornell University Press, 2003.

• Guglielmo di Newburgh, Historia rerum Anglicarum, ed. R. Howlett, Rolls Series, 1884–1889.

• Gregorio Magno, Dialogi, a cura di A. de Vogüé, Sources Chrétiennes, Parigi, 1979.

• Jónsson, G. (a cura di), Grettis saga Ásmundarsonar, Íslenzk Fornrit, Reykjavík, 1936.

• Le Goff, J., La nascita del Purgatorio, Torino, Einaudi, 1981. • Map, W., De Nugis Curialium, ed. M.R. James, Oxford, 1914.

• Murphy, E., Deviant Burial in Medieval Ireland, BAR International Series, Oxford, 2008.

• Orderico Vitale, Historia Ecclesiastica, in Patrologia Latina, vol. 188.

• Roberts, C., McCullagh, R. et al., “Burnt human remains from Wharram Percy”, Journal of Archaeological Science, 2017.

• Summers, M., The Vampire in Europe, London, 1929. • Sveinsson, E.O. (a cura di), Eyrbyggja saga, Íslenzk Fornrit, Reykjavík, 1935.

• Tommaso di Cantimpré, Bonum universale de apibus, ed. G. Colvenere, Douai, 1627.

• Van Gennep, A., Les rites de passage, Paris, 1909.

• Wrzesińska, A. & Wrzesiński, J., “Apotropaic practices in medieval Polish burials”, Antiquity, 2015.

IMMAGINI:

1 – Heidelberger Totentanz (autore sconosciuto, stampato da Heinrich Knoblochtzer in 1488).

2 – Hans Holbein il Giovane, danza della morte, incisione, 1538.

I NON MORTI NEL MEDIOEVO
I NON MORTI NEL MEDIOEVO

RISVEGLIATI E DORMIENTI

a cura di Dr. Mario Martucci

NON SEI MIGLIORE DI LORO, SEI SOLO PIÙ AVANTI DI LORO

Come i Risvegliati vedono i Dormienti e come i Dormienti vedono i Risvegliati

In un mondo in cui la verità è sepolta sotto strati di bugie, si sta combattendo una guerra silenziosa tra coloro che sono svegli e coloro che sono ancora addormentati. Ma questa guerra non è una guerra di odio. È una guerra di vibrazione. Un gruppo vede con la vista interiore. L’altro è ancora bendato dall’illusione. E ognuno vede l’altro in un modo che rivela esattamente dove si trova nell’evoluzione della propria anima.

Come i Dormienti vedono i Risvegliati

La maggior parte delle persone ancora intrappolate nella matrice guarda i risvegliati e scuote la testa. Pensano che stiamo pensando troppo a tutto. Che stiamo rendendo la vita più difficile del necessario. Ossessionati da cospirazioni e sfiducia. Ci vedono come paranoici, deliranti, disconnessi da quella che chiamano realtà. Ma la loro realtà è un’illusione attentamente programmata, progettata per tenerli obbedienti.

Ai dormienti, i risvegliati sembrano pericolosi. Perché sfidiamo le istituzioni di cui si fidano. Mettiamo in discussione i dottori a cui obbediscono. Ci rifiutiamo di seguire senza riserve i programmi che sono stati addestrati ad accettare. Ci prendono in giro non perché ci capiscono, ma perché non capiscono se stessi. E in fondo, questo li terrorizza.

Come i Risvegliati vedono i Dormienti

Da uno stato di risveglio inferiore, alcuni vedono i dormienti come ignoranti, plagiati o addirittura senza speranza. Ma con l’aumentare della consapevolezza, il giudizio svanisce. Iniziamo a vederli come semi che non sono ancora sbocciati. Come anime in attesa del loro momento divino. Vediamo la loro paura. Il loro aggrapparsi ai sistemi. La loro resistenza alla verità. E ricordiamo che un tempo eravamo loro.

Il vero risveglio arriva con una profonda compassione. Non significa tollerare abusi o rimanere in silenzio. Significa capire che non si può forzare un fiore a sbocciare prima del tempo. Si può solo far risplendere la propria luce e continuare a camminare. Alcuni seguiranno. Altri no. E va bene così. Ogni anima si risveglia quando la sua vibrazione lo permette. Non un attimo prima.

Noi siamo il Ponte

Coloro che sono svegli non sono stati scelti perché sono migliori. Sono stati mandati avanti come esploratori. Pionieri. Fari. Il loro dolore, il loro isolamento e il loro scherno non erano punizioni. Erano addestramento. Perché i risvegliati attraversano per primi il fuoco. Così che quando i dormienti inizieranno a muoversi, ci sarà qualcuno ad aspettarli per guidarli a casa.

Non c’è battaglia tra noi e loro. C’è solo frequenza. I dormienti non sono nemici. Sono fratelli e sorelle persi in un sogno. Ed è l’amore, non la rabbia, che li riporterà indietro.

Un giorno, vedranno.

E quando lo faranno, proprio le persone che un tempo consideravano pazze diventeranno i loro più grandi maestri.

RISVEGLIATI E DORMIENTI
RISVEGLIATI E DORMIENTI

CROSETTO DIMETTITI

di Alessandro Orsini

31 Ottobre 2025

“Crosetto, dimettiti. Ucraini accerchiati. Oggi Crosetto ripete le mie stesse analisi del 2022: “L’Ucraina non può riconquistare i territori perduti”. “L’Italia non può difendersi da nessun attacco per mancanza di mezzi”. “Bisogna trattare con la Russia”. Però tre anni fa, quando dicevo queste cose, Crosetto mi cannoneggiava. Il 17 luglio 2022, Crosetto si scagliava contro il Giffoni Festival per avermi invitato a parlare. Crosetto, dovresti dimetterti per la tua incapacità di analisi e di valutazione e per tutti i disastri che hai contribuito a creare in Ucraina. Io mi sono sempre preoccupato di proteggere la vita degli ucraini. Tu e il tuo ridicolo governo fantoccio della Casa Bianca avete usato gli ucraini come cose. Ecco il risultato: un popolo massacrato, un Paese distrutto. Tutto il fango che avete lanciato sta ricadendo su di voi. Volevate la dittatura della propaganda della Casa Bianca e ho combattuto contro il vostro assalto alla libertà di informazione e alla società libera.

Oggi l’Ucraina è un Paese disperato anche per colpa delle politiche di Crosetto e del governo-fantoccio Meloni. Sono un esponente del movimento pacifista italiano e posso camminare a testa alta. Avanzi l’Italia, avanzi la pace. Risorga il movimento pacifista”.

CROSETTO DIMETTITI
CROSETTO DIMETTITI

IO COME CHAVEZ

di Fabio Filomeni

1 Novembre 2025

Gli USA di Trump annunciano l’aggressione militare contro il Venezuela. Da sempre, gli USA considerano l’America Latina il loro giardino di casa, così pretendono che a curare le loro piante ci sia un giardiniere di loro fiducia. La scusa è combattere il narcotraffico ma le intenzioni reali sono quelle di rovesciare il legittimo governo di Nicolas Maduro per poi insediarci la neopremiata “pacifista” signora Machado che ha promesso di regalare alle multinazionali USA il petrolio che Maduro ha nazionalizzato. Così, come in passato capitato a Nasser, Mossadegh, Saddam e Gheddafi, adesso la CIA sta preparando il terreno per un bel colpo di Stato. Il Venezuela, sin dai tempi di Hugo Chávez, è stato sempre un osso duro, un vero baluardo contro lo strapotere del complesso militare-industriale-politico di Washington. Il colonnello Chávez lottò per l’indipendenza e la sovranità del suo popolo. Il mio ultimo libro che uscirà a novembre è intitolato in onore al Presidente venezuelano che sognava un’America Latina unita e forte contro l’egemonia degli Stati Uniti. È quello che auspicherei io in Italia e in Europa. Ovviamente nella mia opera non parlo del Venezuela ma della nostra Patria e del contesto geopolitico nel quale si trova. E lo faccio alla mia maniera, senza peli sulla lingua, preannunciando una “rivolta ideale” contro un sistema corrotto dalle grandi lobby finanziarie americanocentriche e sioniste. Più che un libro, ho cercato di alzare una bandiera per un profondo cambiamento politico. “Rivolta ideale” – titolo di un’opera del grande scrittore e storico italiano Alfredo Oriani – è un progetto per l’indipendenza e la sovranità italiana ed europea. Buon fine settimana, che per noi patrioti amanti della nostra lingua non sarà mai “weekend”.

IO COME CHAVEZ
IO COME CHAVEZ

IL GIOCO SPORCO DELL’OCCIDENTE

di Giuseppe Salamone
Coordinamento modenese contro la guerra

In Venezuela c’è il petrolio, tanto petrolio. In Palestina c’è il gas, tanto gas, e dei fanatici che hanno un progetto criminale e messianico. In Sudan c’è oro. Tanto oro.

E infatti l’Occidente cosa fa? Muove guerre e genocidi contro questi popoli. In Venezuela stanno accelerando: infatti si parla di un attacco militare statunitense a breve. Lì i pezzi del puzzle sono stati messi tutti al loro posto. La neo premio Nobel Machado ha detto (lo ha detto veramente!) che l’unica soluzione è un intervento armato e che ha un piano per le prime 100 ore dopo la cacciata di Maduro. Parole gravissime che qui non trovano spazio né indignazione.

In Palestina non credo ci sia bisogno di aggiungere altro: abbiamo visto tutti quello che sta succedendo, mentre in Sudan la situazione è appena sfuggita di mano.

Le milizie RSF combattono contro le Forze Armate Sudanesi (SAF). Le RSF sono finanziate e sostenute dagli Emirati Arabi (che sostengono anche milizie pro-israele in Palestina, in Libano e anche in Yemen) attraverso le armi che ricevono principalmente dal Regno Unito e anche dall’Italia. A proposito dell’Italia, è bene sapere che gli Emirati sono considerati uno dei partner principali per il famoso Piano Mattei.

Le RSF stanno facendo quello che ha fatto e continua a fare Israele ai palestinesi. Se a quest’ora dietro le RSF ci fossero la Cina, la Russia o l’Iran, le immagini, da brividi, ce le farebbero vedere a reti unificate. Pensate che hanno già ammazzato circa 150.000 sudanesi e creato 12 milioni di profughi.

Il “gioco”, se così lo possiamo chiamare, è sempre lo stesso: imperialismo occidentale a guida a stelle e strisce. Però poi ci raccontano che i cattivi stanno sempre altrove e che dobbiamo avere paura della Russia e della Cina.

IL GIOCO SPORCO DELL'OCCIDENTE
IL GIOCO SPORCO DELL’OCCIDENTE

IL RITORNO DEL RE IN TOLKIEN

a cura di Giuseppe Aiello

Il tema del “ritorno del Re” in Tolkien è uno dei più ricchi e simbolici del suo intero legendarium, e racchiude in sé dimensioni mitiche, morali e spirituali.

Nelle opere di J.R.R. Tolkien, il “ritorno del Re” non è soltanto l’evento storico della incoronazione di Aragorn, figlio di Arathorn, ma un archetipo universale:

il compimento del tempo dell’esilio, il ristabilirsi dell’ordine perduto, la riconciliazione tra la Terra e il suo sovrano legittimo.

Aragorn è, certo, un personaggio umano — guerriero, viandante, curatore — ma il suo ritorno rappresenta il ritorno del Principio Regale nell’uomo stesso, ossia il risveglio della Sovranità Spirituale che governa il caos del mondo interiore e collettivo.

Il Re che ritorna è l’immagine dell’Uomo rinnovato, colui che riconquista il suo posto nel cosmo non per dominio, ma per servizio, sapienza e misericordia.

Tolkien, profondamente nutrito dalla tradizione cristiana e dai miti nordici, fonde nel suo Re atteso non solo la figura del Cristo glorioso, ma anche quella del Re Artù dormiente e dell’Imam Mahdi che è occulto, che ritornerà quando il mondo ne avrà più bisogno.

La sua incoronazione a Minas Tirith segna la guarigione della terra, perché in lui la regalità è legata alla capacità di curare: “Le mani del Re sono mani di guaritore, e così sarà conosciuto il vero Re.”

In questo senso, il “ritorno del Re” – dell’Imam al-Mahdi – è anche il ritorno del Sacro nell’umanità.

Dopo epoche di oscurità, guerre e smarrimento, Tolkien suggerisce che la vera speranza non viene da una nuova invenzione o da un potere tecnologico, ma da una restaurazione interiore, dal ritrovare dentro l’uomo quella regalità luminosa che deriva da Dio, che prepara la restaurazione esteriore.

Il Re che ritorna non è solo una figura esterna che riabilita una funziona, ma anche la coscienza redenta dell’uomo, la sua parte divina che torna a regnare dopo essere stata dimenticata.

Per questo motivo, l’attesa di Aragorn — come quella dell’Imam Mahdi, del Re del Mondo, o del Cristo che ritorna — può essere letta come simbolo universale dell’attesa escatologica dell’umanità:

non un evento esterno soltanto, ma un movimento interiore, il ritorno del Principio spirituale che ordina, guarisce e illumina.

Nel linguaggio di Tolkien, dunque, il ritorno del Re è una parabola della speranza, un annuncio discreto ma potente che la luce non è mai definitivamente sconfitta, e che, come la corona di Gondor, la dignità perduta dell’uomo può sempre essere ritrovata.

IL RITORNO DEL RE IN TOLKIEN
IL RITORNO DEL RE IN TOLKIEN

ODA NOBUNAGA IL VINCENTE

a cura di Il Poeta

Un grande guerriero giapponese di nome Nobunaga decise di attaccare il nemico, nonostante il suo esercito fosse dieci volte più piccolo. Era certo della vittoria — ma i suoi uomini, no. Il dubbio serpeggiava tra le fila, sottile e velenoso.
Durante il cammino verso la battaglia, Nobunaga si fermò, raccolse i suoi soldati attorno e disse:
«Lancerò una moneta.
Se esce testa, vinceremo.
Se esce croce, perderemo.
Il nostro destino è nelle mani del caso.»
Tutti trattennero il fiato mentre la moneta volava in aria.
Testa.
Un’esplosione di fiducia attraversò il campo. I soldati, convinti che il destino fosse dalla loro parte, combatterono con un coraggio furioso. E vinsero. Facile, travolgente, come se la vittoria fosse già scritta.
Dopo la battaglia, uno degli assistenti di Nobunaga gli disse:
«Nessuno può cambiare il destino.»
Il guerriero sorrise… e gli mostrò la moneta.
Aveva testa da entrambi i lati.
A volte, non serve altro che far credere.
A volte, basta crederci per davvero.
E tutto comincia a muoversi nella direzione giusta.
Che la tua fede sia sempre più forte della tua paura.

“Io non scelgo tra testa o croce.
Divento io sia la testa che la croce.
Poiché nulla può essere contro di me
quando ogni cosa è già dentro di me.”

ODA NOBUNAGA IL VINCENTE
ODA NOBUNAGA IL VINCENTE