La reale rivoluzione non è capire se Trump smaschererà i pedofili o chi manovra la UE, o sapere tutto di geopolitica oppure divenire dei fenomeni nel proprio lavoro….ma capire CHI MANOVRA LA TUA MENTE E BLOCCA LA TUA ANIMA, E COME PUOI LOTTARE PER LIBERARTENE. Il resto è ESCREMENTI PER CONCIMARE I CAMPI DOPO LA TUA MORTE.
La Corte internazionale di giustizia ha accertato che Israele non ha fornito prove sufficienti per dimostrare un’infiltrazione sistemica di Hamas nell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Medio Oriente.
Non c’è collegamento accertato, non c’è contiguità provata.
C’è invece l’obbligo di permettere all’agenzia delle Nazioni Unite di continuare a operare a Gaza come “fornitore indispensabile di aiuti umanitari”.
E sapete cosa significano queste parole?
Una prova certificata che ribalta retrottivamente l’intero impianto politico e mediatico che, in Italia, aveva trattato l’Unrwa come struttura collusa con hamas, anticipando un verdetto che adesso risulta inesistente.
Gli aiuti umanitari li ha sempre bloccati e li continua a bloccare Israele…
La sentenza dell’Aia, determina, nonostante il nostro governo e la stampa di regime la snobbino, una frattura netta tra ciò che è stato raccontato per deviare l’opinione pubblica e ciò che oggi appare privo di fondamento.
Come sempre, massima condivisione per contrastare la vergognosa stampa corrotta filoccidentale e filosionista.
Grazie a Salvatore Granata.
E’ ARRIVATA LA SENTENZA DELLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA
Attraverso gli strumenti digitali più recenti, OCR, traslitteratori e traduttori, ho potuto accedere direttamente alla versione originale telugu della Gītā Vāhinī di Satya Sāī Bābā.
Quest’opera può a pieno titolo essere considerata un moderno bhāṣya della Bhagavad Gītā, per profondità interpretativa e coerenza vedāntica.
Nel lavoro di confronto ho scoperto quanto la traduzione inglese di riferimento, e da questa le versioni in altre lingue, abbiano spesso eliminato i termini sanscriti che Sāī Bābā aveva scelto con esattezza e intensità di significato.
Quando un autore, scrivendo in una determinata lingua, sceglie di ricorrere a un’altra per esprimere con maggiore precisione un concetto, il traduttore ha il dovere di rispettare quella scelta. Ogni parola, soprattutto se sanscrita, porta con sé una densità semantica e un campo di risonanze che non possono essere sostituiti senza perdita. Tradurre non significa uniformare, ma custodire la differenza linguistica come segno di profondità: là dove l’autore sente il bisogno di un’altra lingua, egli apre uno spazio di senso che il traduttore deve preservare intatto.
Nel verso 2.11 della Bhagavad Gītā Kṛṣṇa rimprovera Arjuna:
aśocyān anvaśocas tvaṃ prajñā-vādāṃś ca bhāṣase |
gatāsūn agatāsūṃś ca nānuśocanti paṇḍitāḥ ||BG 2.11
Tu (tvam) ti sei afflitto (anvaśocas) per coloro che non dovrebbero essere pianti (aśocyān) e pronunci (bhāṣase) parole (vādān) di sapienza (prajñā).
I sapienti (paṇḍitāḥ) non si affliggono (na anuśocanti) né per i morti (gatāsūn) né per i vivi (agatāsūn) *.
Nella Gītā Vāhinī, Sāī Bābā interpreta questo passo mostrando come in Arjuna agiscano due tipi di illusione (moha): quella comune (sāmānya-moha **), l’identificazione del corpo con il Sé, e quella più sottile (asādhāraṇa-moha ***), che lo porta a scambiare il proprio dovere (svadharma) per adharma.
Solo attraverso la conoscenza del Sé (ātma-bodha) entrambe si dissolvono, e il dharma torna a risplendere come azione pura, libera dal desiderio del frutto (niṣkāma-karma).
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* gatāsūn / agatāsūn, āsu (pl. āsūn), “soffi vitali”, “principi di vita”. È affine a prāṇa, la forza che anima il corpo. gatāsūn, “coloro i cui soffi vitali sono andati”, indica i morti, mentre agatāsūn, “coloro i cui soffi vitali non sono andati”, indica i vivi. Tuttavia, āsu non allude soltanto alla respirazione fisica, ma alla presenza della coscienza vitale che sostiene l’individualità. I paṇḍita, cioè i saggi, non si affliggono né per i corpi in cui la vita si è ritirata, né per quelli in cui ancora pulsa, poiché riconoscono che la realtà ultima non è toccata dal venire o dallo svanire dei soffi vitali.
** sāmānya-moha, composto da sāmānya, “comune, ordinario, generale”, e moha, “illusione, offuscamento, errore percettivo”, il termine indica la forma di illusione ordinaria che consiste nel confondere il corpo (deha) con il Sé (ātman), attribuendo al principio cosciente le qualità e i limiti dell’involucro materiale. È l’errore fondamentale di identificazione, dehātma-buddhi, che genera l’intera catena di percezioni duali e affettive, come piacere e dolore, amore e odio (rāga–dveṣa).
Kṛṣṇa inizia correggendo in Arjuna proprio questa illusione comune, prima di affrontare la più sottile confusione (asādhāraṇa-moha), cioè lo scambio tra il proprio dovere (svadharma) e il suo opposto (adharma).
*** asādhāraṇa-moha, composto da asādhāraṇa, “straordinario, particolare, non comune”, e moha, “illusione, errore, confusione”. Designa una forma più sottile e rara di illusione rispetto alla sāmānya-moha. Non consiste semplicemente nello scambiare il corpo per il Sé, ma nel confondere il giusto discernimento etico e spirituale, scambiando il proprio dovere (svadharma) per ingiustizia (adharma). In Arjuna questa illusione si manifesta quando, sopraffatto dall’emozione e dall’attaccamento (mamakāra), egli ritiene che combattere sia contrario al dharma, mentre in realtà l’azione giusta, compiuta senza desiderio di frutto (niṣkāma), è strumento di liberazione (mokṣa).
DA ARJUNA CHE PIANGE AL RISVEGLIO DEL DISCERNIMENTO
CON USURA nessuno ha una solida casa di pietra squadrata e liscia per istoriarne la facciata, con usura non v’è chiesa con affreschi di paradiso.
harpes et luz
E l’Annunciazione dell’Angelo con le aureole sbalzate, con usura nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine non si dipinge per tenersi arte in casa, ma per vendere e vendere presto e con profitto, peccato contro natura, il tuo pane sarà staccio vieto arido come carta, senza segala né farina di grano duro, usura appesantisce il tratto, falsa i confini, con usura nessuno trova residenza amena. Si priva lo scalpellino della pietra, il tessitore del telaio.
CON USURA la lana non giunge al mercato e le pecore non rendono, peggio della peste è l’usura, spunta l’ago in mano alle fanciulle e confonde chi fila. Pietro Lombardo non si fe’ con usura. Duccio non si fe’ con usura, né Piero della Francesca o Zuan Bellininé fu «La Calunnia» dipinta con usura. L’Angelico non si fe’ con usura, né Ambrogio de Praedis. Nessuna chiesa di pietra viva firmata: Adamo me fecit.
CON USURA non sorsero Saint Trophine e Saint Hilaire, Usura arrugginisce il cesello arrugginisce arte ed artigiano tarla la tela nel telaio, nessuno apprende l ‘arte d’intessere oro nell’ordito; l’azzurro s’incancrena con usura; non si ricama in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling.
Usura soffoca il figlio nel ventre, arresta il giovane drudo, cede il letto a vecchi decrepiti, si frappone tra giovani sposi.
CONTRO NATURA Ad Eleusi han portato puttane. Carogne crapulano zospiti d’usura.
N.B. Usura: una tassa prelevata sul potere d’acquisto senza riguardo alla produttività, e sovente senza riguardo persino alla possibilità di produrre. (Onde il fallimento della Banca dei Medici.)
Mentre la NATO procede a tentoni verso la roulette nucleare, l’Ungheria osa dire: Non in nostro nome! Si sta formando una nuova alleanza, pro-pace, pro-sovranità, anti-follia.
In un’UE ubriaca delle proprie illusioni, che alimenta una guerra eterna suicida sostenuta solo dalle sue élite, sanzionandosi fino alla recessione e seguendo le crociate fallite di Washington, l’Ungheria si erge fiera.
Orban non è “pro-Russo.” Qualunque cosa significhi, forse un eufemismo per essere pro-sania? Lui è pro-ungherese. E non è solo. Slovacchia e Repubblica Ceca si uniscono a una nuova Ribellione di Visegrád senza la Polonia, forgiando un’alleanza che dice: basta soldi per il buco nero di Kiev, basta regimi burattini, basta essere vassalli di un impero in declino.
Ursula von der Leyen, la serva della NATO a Bruxelles, vuole trasformare l’Europa in una piantagione militare-industriale, pagata col sangue degli europei, ipotecando il futuro dei loro figli e nutrita da ucraini morti. Orban vuole la pace. Lo chiamano estremismo. Noi lo chiamiamo leadership e sanità mentale.
Mentre Berlino si deindustrializza, Parigi insorge e Londra finge rilevanza, Budapest è lucida: commercia con la Russia, proteggi il tuo popolo e non morire per l’impero di qualcun altro.
Questa non è ribellione. Questa è l’ultima possibilità di salvezza per l’Europa.
ORBAN NON È ISOLATO: È L’ULTIMO UOMO SANO IN UNA STANZA PIENA DI PAZZI
Siamo nel periodo della raccolta delle olive e della produzione dell’olio.
Sono segni per coloro che riflettono.
L’ulivo (زيتون, zaytūn) e l’olio d’oliva (زيت, zayt) sono infatti tra i simboli più ricchi e stratificati del pensiero islamico, con un significato che attraversa il Corano, gli hadith, e le opere sapienziali e mistiche della tradizione islamica.
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1. L’ulivo nel Corano
L’ulivo è menzionato esplicitamente *sette volte nel Corano, ma la più celebre e densa di significato è nel versetto della Luce (Āyat an-Nūr*, Sura 24:35):
> “Dio è la luce dei cieli e della terra… (La Sua luce è come quella di una lampada) alimentata da un albero benedetto, un ulivo né d’Oriente né d’Occidente, il cui olio sembra illuminare anche senza che il fuoco lo tocchi.”
> *(Cor. 24:35)*
Simbolismo
* L’ulivo come albero benedetto (شجرة مباركة): rappresenta la fonte di luce spirituale e di sapienza divina.
* “Né d’Oriente né d’Occidente”: indica una luce *universale, che trascende i limiti geografici, culturali e religiosi — la luce della verità assoluta.
* L’olio che quasi brilla da solo: simbolo della purezza dell’intelletto e del cuore, predisposti naturalmente a ricevere la luce di Dio.
In molte esegesi (es. al-Ghazālī, Mishkāt al-anwār), l’olio rappresenta la “conoscenza innata” (ʿilm ladunnī) o la fitra (la disposizione originaria dell’uomo verso il divino).
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2. Altri riferimenti coranici
* Sura 16:11 – “E (Dio) fa crescere per voi con essa (la pioggia) le messi, gli ulivi, le palme e le viti…”
L’ulivo come segno della provvidenza divina*e della vita..
* Sura 95:1 – “Per il fico e per l’ulivo!”
Giuramento divino: l’ulivo qui rappresenta la “terra santa” ma anche la benedizione spirituale.
* Sura 6:99 e 6:141 –
L’ulivo come frutto che produce olio per nutrimento e luce: segno della bontà e generosità divina.
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3. Negli Hadith
Ci sono vari hadith che elogiano l’olio d’oliva sia per il corpo sia per l’anima:
> “Mangiate l’olio e ungetevene, perché proviene da un albero benedetto.”
> *(Sunan Ibn Mājah, 3319; Tirmidhī, 1851)*
> “L’olio d’oliva è un rimedio per settanta malattie.”
> *(Ibn al-Qayyim, *Tibb an-Nabawī*).
Simbolismo spirituale negli hadith:
* L’uso esterno (ungere) e interno (mangiare) rappresentano la purificazione del corpo e dell’anima.
* L’albero dell’ulivo è “benedetto” non solo materialmente, ma perché radicato nella Luce divina.
* L’olio è visto come sostanza liminare tra materia e luce, perché materiale ma luminoso, dunque un ponte simbolico tra fisico e spirituale.
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4. Nella *sapienza e mistica islamica (tasawwuf)*
Nella tradizione sufi e filosofica, specialmente in autori come Ibn ʿArabī, Rūmī, al-Ghazālī, l’ulivo diventa metafora della *conoscenza luminosa e della presenza divina nel cuore del gnostico.
Simboli principali:
* L’albero dell’ulivo → l’albero dell’essere (shajarat al-wujūd), le cui radici affondano nella realtà divina e i cui rami raggiungono i mondi spirituali.
* *L’olio*→ la coscienza interiore, la “sostanza” del cuore illuminato.
* *La luce che arde nell’olio*→ l’atto della conoscenza divina nell’uomo.
In al-Ghazālī, *Mishkāt al-anwār*, si trova una spiegazione dettagliata:
> L’olio simboleggia l’intelletto puro, che è predisposto a ricevere la luce della rivelazione (nūr), e la lampada è il cuore umano.
Rūmī, nel Mathnawī, paragona l’olio d’oliva alla saggezza latente che, quando accesa dall’amore divino, diventa fiamma viva.
“Esistono leggi create da Dio, che regolano la vita dei popoli. Una di queste leggi e la legge del territorio. Dio ha dato un territorio determinato a ogni popolo perché viva, cresca, si sviluppi e possa creare su di esso la propria cultura.”
Ci aspettano tempi duri, molto probabilmente. Quelli in cui anche il ricordo del mistero glorioso dell’umano, nella sua tragicità incarnata, sarà offuscato dai potenti di questo mondo.
È, infatti, la consapevolezza della dignità assoluta di ognuno di noi, della nostra adesione alla sfera del divino, ciò che i signori dell’oscurità odiano di più: perché li smaschera.
In questa svolta, ci sono alcuni punti fermi da difendere. Uno tra questi è ritornare a lavorare sulla qualità. Questo mondo ti vuole dare la merda e farti credere che è cioccolato Lindt. E, purtroppo, spesso ci riescono. D’altronde, al popolo piace non ciò che vuole ma ciò che gli si dà, e se per anni gli si dà l’acqua di fogna, finirà per credere che è champagne.
La qualità non protesta, non si adira, non compara, non sminuisce. La qualità sta lì, come un segno di contraddizione, come una furia, e come un ricordo dolcissimo di qualcosa di altro, e di oltre, che ci chiama e ci reclama, ci convoca a sé.
La qualità è l’antidoto più potente a qualunque massificazione e istupidimento, diceva Bonhoeffer. La qualità è il frutto della disciplina, dell’umiltà, della virtù, dell’ascolto, di un anelito educato, di una sana determinazione.
Questo mondo odia la qualità. Penso ai talent musicali, dove nella giuria 3 persone su 4 non sanno neanche cantare, e vengono chiamate a valutare ragazzi che magari hanno un talento vero. E l’unico soggetto che ha almeno una tecnica canora di livello, viene messa a presentare dietro le quinte…
Se non ci indigniamo dinanzi a questa superbia, perché di questo parliamo, l’umano è stato già obliato. Sminuire il bello, il giusto, il vero, è l’atto più blasfemo che si possa immaginare.
Dobbiamo tornare invece a un gusto semplice, a lodare la bellezza, nella semplicità dell’umano, nella sua carne, nella sua storia, nel tessuto organico del suo dolore, nella varietà infinita del suo campo emotivo, senza idee astratte o estetismi. La bellezza è il ricordo della luce che ci ha creato e ci costituisce. E quindi si espone, ma non impone, né si mette a fare classifiche. Sta a lì a curarci. E basta.
In questa dittatura dell’osceno, lavorare sulla qualità può essere un grande esercizio spirituale, ma anche una forma di disobbedienza civile, e un primo passo per un’aggregazione culturale e politica, contestativa e rivoluzionaria.