Videoconferenza del canale YouTube LA CASA DEL SOLE TV, trasmessa in live streaming il giorno 8 ottobre 2025.
“L’Ambasciata e il Consolato d’Italia a Tel Aviv stanno seguendo fin dall’alba il blocco della nuova Freedom Flotilla da parte della marina israeliana”, ha fatto sapere il capo della Farnesina, aggiungendo che 10 sono gli italiani a bordo della nuova missione umanitaria partita dall’Italia in seguito al blocco della Global Sumud Flotilla. Da Buenos Aires a New York passando da Parigi migliaia sono le piazze per la Palestina. Sul fronte europeo, mentre i droni ucraini colpiscono le centrali nucleari russe, Bruxelles ravviva il fantasma della guerra ibrida puntando il dito su Mosca. Ne parliamo con Valentina Ferranti, antropologa e scrittrice, Michele Putrino, scrittore e filosofo. Guido Grossi, esperto di economia. In studio Jeff Hoffman
DALLA DIPLOMAZIA DELLE CANNONIERE ALLA PIRATERIA ISRAELIANA
Il 4 ottobre scorso abbiamo ricordato la sparizione di San Francesco d’Assisi. Non un santino da vetrina, ma un uomo che si spogliava dei suoi indumenti pur di salvare un agnello destinato alla macellazione, che abbracciava i lebbrosi, che pretendeva prima l’esempio, poi la parola. Un padre francescano, Massimiliano Kolbe, ad Auschwitz si offre al posto di un altro e conforta i prigionieri fino all’ultimo. «L’odio non salva, solo l’amore salva» dice al suo boia prima dell’iniezione letale. Questa è la metrica dell’umano, ed è anche la prima regola della vita spirituale autentica: il dharma non è un costume, è una resa totale.
Oggi invece vediamo potere, privilegi, rendite, ipocrisia. Vertici religiosi, compresi i GBC, che chiudono templi, licenziano i servitori fedeli, accumulano pensioni d’oro e benefit. La devozione è diventata mestiere, il servizio una rendita, il sacro un palcoscenico. Chi denuncia viene zittito, diffamato, espulso. È la nuova inquisizione 2.0: sorrisi ipocriti davanti, omertà e paura dietro.
Chanakya Pandit non avrebbe avuto dubbi perché ci dice che il leader non vive di status, risponde dei risultati. Se un custode tradisce la fiducia, lo si rimuove. Se un servitore costruisce, lo si protegge e si premia.
Paramhansa Yogananda lo disse come un colpo di martello: chi spegne il fuoco interiore per compiacere l’ego alimenta inganno e corruzione. Il resto è solo scenografia.
Srila Prabhupada lo dimostrò senza slogan: lasciò tutto, viaggiò senza garanzie, non per collezionare titoli ma per consegnare verità e servizio.
Preparatevi, perché abbiamo dossier esplosivi: cronologie, testimonianze, documenti e collegamenti legali internazionali. Non cerchiamo spettacoli, ma verità, giustizia e responsabilità. Chi ha costruito la propria carriera sull’inganno, sull’abuso e sull’intimidazione tremerà. Niente più scudi con i vostri titoli, niente più sorrisi ipocriti, niente più rituali vuoti: sarà la vostra maschera a cadere.
Se prima non pensi agli ultimi come faceva Francesco, la tua predica è teatro e menzogna.
Chanakya dice che se non migliori la vita dei governati, il tuo potere è parassitario, ladro, vuoto.
Prabhupada insegna che se non sacrifichi te stesso, stai sfruttando la fede degli altri.
A chi ha sofferto diciamo di custodire e proteggere le prove. Le vostre parole diventeranno fatti concreti.
A chi recita santità ma pratica la predazione diciamo che i vostri segreti verranno scoperti. Non ci saranno scudi, non ci saranno scuse, non ci saranno più corridoi dove nascondere quello che è stato fatto.
Questo non è “contro” qualcuno ma è a favore della realtà. Perché senza realtà non c’è bhakti, non c’è parampara, non c’è futuro.
“Dharmaḥ projjhita-kaitavo”: il dharma fraudolento viene rigettato, non come slogan ma come pratica quotidiana.
Questo è il piano: far coincidere parole e fatti, custodire chi ha servito, fermare chi ha tradito, restituire al sacro la sua forza di fuoco.
Questo è il piano.
Questo è il patto con la verità.
Seguiteci, condividete, preparatevi: ne vedrete delle belle già dai prossimi giorni.
IL PATTO CON LA VERITA’ SENZA SCONTI E SENZA PAURA
Documenti, programmi e reti ONG mostrano un massiccio intervento statunitense nella sfera civica nepalese. Di fronte a questa ingerenza sistemica, la sovranità del Paese viene messa a repentaglio, mentre emerge la verità sulle responsabilità degli eventi recenti.
Con il passare dei giorni, la crisi che ha travolto il Nepal nell’autunno 2025 — le manifestazioni di massa guidate dalla cosiddetta “Generazione Z”, la repressione che ha causato decine di morti, l’incendio del Parlamento e la caduta dell’esecutivo di KP Sharma Oli — assume caratteri sempre più chiari agli occhi degli analisti internazionali. Se i fatti di cronaca sono ormai noti e documentati, le dinamiche delle proteste e la rapida designazione di un governo ad interim guidato dall’ex Presidente della Corte Suprema Sushila Karki si inseriscono in un contesto più ampio di interventi esterni che, quando vengono ricostruiti alla luce di documenti e reportage recenti, delineano un’operazione di influenza su larga scala promossa dagli Stati Uniti e dalle loro reti partner.
Secondo numerosi documenti emersi in queste settimane, negli ultimi anni il Nepal ha ricevuto, tramite programmi di vario tipo, ingenti stanziamenti e progetti finanziati o supportati da agenzie statunitensi e organizzazioni filantropiche anglo-americane. Un’inchiesta pubblicata su The Sunday Guardian, in particolare, ha raccolto e sintetizzato documenti interni che attestano come solo l’accordo USAID del 2022 prevedesse un impegno di 402,7 milioni di dollari, a cui si somma il Millennium Challenge Corporation (MCC) Compact da 500 milioni — cifre che, sommate ad altri programmi minori, portano l’impegno totale a quasi un milione di dollari destinati da fonti statunitensi al Nepal dal 2020 in poi. Questi fondi, inoltre, non sono stati versati a scopi genericamente “umanitari”, in quanto molti progetti specificavano linee di intervento nel rafforzamento della società civile, nella formazione politica giovanile, nel supporto ai media e nella “democratizzazione” dei partiti — tutte formule sovente utilizzate nei processi di “regime change” o di “rivoluzioni colorate”.
Questa verità numerica è centrale perché spiega il meccanismo: soldi + formazione politica mirata + infrastrutture comunicative = capacità di incidere sui processi politici locali. Le organizzazioni esecutrici di molte di queste iniziative, del resto, sono note e pubbliche. Tra queste figura il consorzio CEPPS — formato dal National Democratic Institute (NDI), dall’International Republican Institute (IRI) e dall’International Foundation for Electoral Systems (IFES) —, uno degli implementatori principali delle attività mirate a “coinvolgere i giovani”, “rafforzare i partiti” e “migliorare la governance”. I loro manuali, i corsi di formazione per attivisti e i toolkit per il “civic engagement” costituiscono, nelle parole stesse dei loro promotori reperibili in pubblicazioni ufficiali, strumenti per creare leadership civica e capacità organizzative tra i giovani.
Accanto a questi programmi ufficiali vi sono poi flussi di finanziamento meno trasparenti ma ugualmente significativi, a partire dalla presenza attiva della National Endowment for Democracy (NED) e dell’Open Society Foundations di George Soros in Nepal, documentata da elenchi di sovvenzioni e resoconti pubblici. Il NED, in particolare, pubblica periodicamente la lista dei fondi destinati all’Asia, dove compaiono progetti rivolti a “promuovere i diritti” e “coinvolgere i giovani” in Paesi strategici come il Nepal, mentre l’Open Society ha una presenza decennale e ufficiale in Nepal. Queste organizzazioni, che si presentano come umanitarie, non sono invero entità neutre, ma strumenti di soft power politico che, pur operando spesso all’ombra di termini nobili (diritti, democrazia, buon governo), mirano a forgiare quadri istituzionali e culturali compatibili con modelli politici graditi a Washington.
Sulla base di questi flussi finanziari e operativi, sono emerse analisi investigative che collegano in modo diretto queste attività con la dinamica politica che ha portato al ribaltamento del governo comunista di KP Sharma Oli. Queste fonti, attingendo a documenti interni e a dossier riservati, hanno mostrato come molti progetti fossero specificamente orientati al coinvolgimento dei giovani, al rafforzamento dei media indipendenti e alla “capacità civica” — elementi che hanno formato e professionalizzato la base della protesta. Indagini giornalistiche pubblicate online da analisti come Brian Berletic hanno ricostruito connessioni tra programmi finanziati dagli USA e ONG locali che, sul terreno, hanno svolto ruolo operativo nella mobilitazione e nella narrativa contro il governo. I contenuti delle analisi mostrano un quadro coerente di formazione, finanziamento, attivismo comunicativo e campagne mediatiche coordinate, a dimostrazione di un piano ben stabilito, e non di un concatenarsi casuale di eventi.
A questo punto, gli strenui difensori dell’imperialismo nordamericano affermeranno che l’esistenza di finanziamenti esteri e di programmi di capacity-building non equivale automaticamente a una prova di un golpe ordito da Washington. Tuttavia, quando tali programmi sono massicci, prolungati nel tempo e mirati ad aree sensibili della formazione politica, e quando il risultato è l’accelerazione della caduta di un governo che stava avvicinandosi fortemente a Pechino, il sospetto non è soltanto legittimo, ma diventa un dovere politico e intellettuale. I documenti citati sopra e le testimonianze raccolte da fonti nepalesi mostrano almeno una chiara correlazione di interessi e tempistiche che rende quanto meno plausibile la responsabilità di attori statunitensi nelle dinamiche che hanno prodotto il cambio di governo a Kathmandu.
Di fronte a questi elementi, la condanna deve essere netta e senza ambiguità. Le grandi potenze che difendono la sovranità altrui solo quando la “minaccia” proviene da una “dittatura” ostile ai propri interessi dovrebbero mostrare la stessa coerenza quando i loro strumenti di politica estera vengono usati per rimodellare l’ordine politico interno di uno Stato sovrano. Come sappiamo, del resto, l’imperialismo 2.0 non usa più esclusivamente carri armati o basi militari, ma sfrutta la cosiddetta “industria della democrazia” per piantare semi politici, formare leader e orientare l’agenda pubblica, dimostrando come, dietro la retorica della promozione dei diritti, si nascondano spesso interessi geostrategici che mirano a rimodellare aree sensibili — e il Nepal, per la sua posizione strategica tra India e Cina, è un obiettivo naturale di questa politica.
L’atto finale di questa operazione si chiama legittimazione attraverso la nomina di un governo ad interim e il trasferimento di potere in forme spesso “informali” o straordinarie, proprio come accaduto con la nomina di Sushila Karki, al fine di presentata come una risposta spontanea alla piazza. Ma quando la piazza è stata in parte formata, sostenuta e finanziata da attori esterni, la spontaneità viene meno.
Traendo le conclusioni, se i fatti documentati nelle inchieste che abbiamo citato sono veri — e non ci sono motivi per non prenderli seriamente — allora siamo di fronte a un caso lampante di uso politico del soft power che ha prodotto, direttamente o indirettamente, un cambiamento di governo. La comunità internazionale, gli osservatori e i giornalisti responsabili hanno il dovere di pubblicare tutte le prove a disposizione, di chiedere trasparenza sui flussi finanziari e di pretendere indagini pubbliche sulle connessioni tra fondi esterni, ONG locali e attori politici emergenti. Il Nepal merita di tornare a una normalità costruita sui propri strumenti interni e non su mappe di influenza che somigliano sempre più a copioni di potere esterno. È tempo di condannare senza esitazioni ogni forma di ingerenza imperialista e di restituire al popolo nepalese il diritto inviolabile di determinare il proprio futuro.
Quando il maschile e il femminile si incontrano nel loro stato risanato, non si oppongono più, ma danzano.
Non c’è più dominio, competizione o paura, ma un reciproco riconoscimento.
Il maschile non ha più bisogno di controllare per sentirsi forte, e il femminile non deve più compiacere per sentirsi amata.
Entrambi ricordano che la loro forza non sta nel prevalere, ma nel co-creare.
Il maschile risanato è presenza, stabile come una montagna, vigile come un guardiano del sacro.
Sa ascoltare, proteggere, agire con integrità. Non fugge dalle emozioni, ma le attraversa con coraggio.
Non teme la vulnerabilità, perché sa che è lì che nasce la verità.
Il femminile risanato è accoglienza, fluido come un fiume, profondo come la notte.
Non si perde nel caos delle emozioni, ma le trasforma in intuizione e saggezza.
Nutre, ispira, guarisce.
Non si nasconde più dietro la sottomissione o il sacrificio, ma si espande con dignità e amore.
Quando queste due energie si abbracciano, dentro e fuori di noi, nasce una nuova armonia.
Il maschile offre direzione, il femminile offre senso.
Il maschile costruisce, il femminile dà vita.
Insieme generano un mondo in cui la forza è compassione, e la tenerezza è potere.
Risanare il maschile e il femminile non significa tornare ai vecchi ruoli, ma ricordare l’origine comune: la polarità come espressione dell’unità, la differenza come linguaggio dell’amore.
Quando l’uomo e la donna [o le due energie dentro ogni essere umano ] si ritrovano,il cuore del mondo ricomincia a battere in equilibrio e tutto l’universo si attiva a risponde.
Riportiamo la dichiarazione rilasciata da Hezbollah nel secondo anniversario dell’operazione Al-Aqsa Storm:
Nel secondo anniversario dell’inizio dell‘eroica Battaglia di Al-Aqsa Storm, una battaglia di redenzione, liberazione, volontà e fermezza, una battaglia per affrontare l’ingiustizia e l’occupazione e difendere i luoghi santi e la dignità, Hezbollah rinnova il suo impegno a stare al fianco del popolo palestinese, resistente e tenace, che, attraverso la sua fermezza e pazienza, intrecciate con tragedie e dolore, ha scritto le più nobili lezioni di orgoglio e dignità di fronte alla brutale entità israeliana, sotto una criminale amministrazione americana e di fronte a un mondo sottomesso e incatenato che assiste ai massacri, alle uccisioni e alla distruzione senza muovere un dito.
Fin dal suo primo momento, questa sacra battaglia ha rivelato il vero volto dell’entità criminale sionista, priva di qualsiasi attributo umano. È sostenuta dall’arrogante tirannia americana, che calpesta tutte le leggi internazionali, le risoluzioni e le considerazioni umanitarie, e viola la sovranità degli Stati, attaccando loro e i loro popoli. Perpetra massacri, genocidi e pratica una guerra di fame e sfollamento contro la popolazione di Gaza, rivelando apertamente i suoi piani espansionistici e aggressivi.
La sicurezza, la stabilità e il futuro della regione dipendono dall’unità di posizione e di parola, dalla cooperazione degli Stati arabi e islamici e dei loro popoli, dalla chiusura dei ranghi a sostegno della Resistenza e delle sue scelte, e dalla traduzione delle posizioni di rifiuto dell’aggressione israeliana in azioni che dissuadano questo nemico, che comprende solo il linguaggio della forza e dello scontro.
Questa nazione deve rendersi conto che questa entità è un pugnale piantato nel suo cuore, un tumore maligno che deve essere sradicato prima che si diffonda e porti distruzione e devastazione ovunque si insedi. Noi, in Hezbollah e nella Resistenza Islamica, seguiamo il cammino del Maestro dei Martiri della Nazione, Sayyed Hassan Nasrallah (che Dio sia compiaciuto di lui), Safiyeh al-Hashemi (che Dio sia compiaciuto di lui) e dei martiri. Continueremo a preservare la fiducia nella Resistenza e il sangue dei martiri. In questo anniversario, rendiamo omaggio con riverenza e rispetto ai giusti leader martiri e a tutti i martiri che hanno percorso il cammino verso Gerusalemme, ai feriti e ai prigionieri, e a tutti coloro che hanno resistito, sostenuto e sacrificato per il bene di Gerusalemme e della Palestina.
Un saluto al popolo palestinese libero e saldo, radicato nella propria terra, che ha affrontato a petto nudo la macchina di morte sionista. Un saluto ai bambini affamati di Gaza, alle madri in lutto e ai cuori liberi che abbracciano la speranza di un sollievo imminente. Saluti alla Resistenza palestinese, con tutte le sue fazioni, ai valorosi mujaheddin che da due anni combattono la sacra battaglia per la difesa di Gerusalemme e della nazione, affrontando i tiranni più brutali della terra in un’epopea leggendaria.
Saluti a tutti coloro che hanno sostenuto e appoggiato Gaza e il suo popolo; alla Repubblica Islamica dell’Iran, sotto la guida dell’Imam Sayyed Ali Khamenei; al suo popolo, al suo governo, alle sue forze di sicurezza e militari; all’orgoglioso Yemen, alla sua leadership, al suo popolo e alle sue valorose forze militari; e all’Iraq, con la sua Resistenza, la sua autorità religiosa, il suo popolo e il suo governo. Salutiamo anche i popoli liberi del mondo che hanno alzato forte la voce della Palestina e trasmesso al mondo il grido e la sofferenza dei bambini e delle donne di Gaza.
Questa grande occasione rimarrà immortale nella storia, perché parla di un popolo che si è ribellato all’occupante che ha usurpato la sua terra, ha combattuto, si è sacrificato e ha perseverato. Se Dio vuole, trionferanno, perché sono degni della vittoria, e la Palestina sarà restituita pienamente al suo popolo, nonostante ogni cospiratore, normalizzatore e fannullone. Questa è una promessa divina, e Dio non infrange la Sua promessa.
Relazioni con i media di Hezbollah Martedì: 7 ottobre 2025 Rabi’ al-Thani 14, 1447 AH
“Japaḥ prāṇasamaḥ kuryāt”,”la ripetizione dei mantra (japa) dovrebbe essere eseguita (kuryāt) livellandola con la respirazione (prāṇa-samaḥ)”, Svacchandatantram (Rudra).
Il che significa che il mantra lo si ripete in base alla lunghezza (numero delle sillabe), alla velocità/intensità respiratoria (prasara), agganciandoci l’umore (bhāva) e, lentamente rallentando, trasformandola in concentrazione interiorizzata (samāveśa).
Vi è chi è senz’armi. Ma chi ha armi, combatta – non c’è un Dio che combatta per coloro che non sono in armi. Legge vuole che la vittoria in guerra sia ai valorosi: non a chi prega. Che i vili siano dominati dai malvagi – è giusto.
Nuova riaffermazione dello spirito virile della tradizione pagana. Nuovo contrasto con l’attitudine misticoreligiosa.
Nuovo disprezzo per coloro che deprecano l’« ingiustizia» delle cose terrene e invece di incolpare la loro viltà, o rassegnarsi nella loro impotenza, incolpano il Tutto o sperano che una « Provvidenza » si curi di loro.
« Non vi è un Dio che combatta per quelli che non sono in armi ». Questo è il cardine anticristiano di ogni morale guerriera; e riporta ai concetti dianzi spiegati, circa l’identificarsi – dal punto di vista metafisico – di « realtà », « spiritualità » e « virtù ». Il vile non può essere buono: « buono » implica un’anima d’eroe. E la perfezione dell’eroe, è il trionfo. Chiedere a un Dio la vittoria, sarebbe quanto chiedergli la « virtù »: giacché la vittoria è il corpo in cui si attua la perfezione stessa della « virtù ».
All’ombra dei crimini commessi da Israele nella Striscia di Gaza, e nonostante il mondo sia testimone delle sofferenze immediate e della loro trasmissione in diretta, definita dalla Commissione Onu un genocidio, il quotidiano The Guardian ha pubblicato un articolo, che illustra i continui massacri, distruzioni e carestie di civili palestinesi. L’articolo analizza il funzionamento del diritto internazionale e degli organi giurisdizionali – dai falliti tentativi di impedire il genocidio alle minacce rivolte alle istituzioni per i diritti umani e agli investigatori internazionali – sottolineando al contempo la fragilità dello stato di diritto di fronte al silenzio e alla partecipazione della comunità internazionale. L’articolo sottolinea la necessità di un’azione governativa decisa, come il divieto di vendita di armi a Israele, per garantire la protezione dei palestinesi e salvare il diritto internazionale dal collasso, chiedendo al contempo il riconoscimento dello Stato di Palestina e misure concrete per fermare i crimini.
Israele ha commesso e sta ancora commettendo un genocidio a Gaza: questo è quanto affermato dalla commissione Onu in un rapporto pubblicato. Dalla pubblicazione del rapporto due settimane fa, la Gran Bretagna, insieme ad altri Paesi, ha finalmente riconosciuto lo Stato di Palestina. Nel suo annuncio di fine settimana, Keir Starmer ha definito “inaccettabili” la distruzione e la morte a Gaza. Questo riconoscimento è certamente tardivo e condizionato, ma il governo britannico ha davvero smesso di chiudere un occhio sulla distruzione di Gaza da parte di Israele?
Anche se i risultati della commissione Onu sono stati annunciati e la bandiera palestinese è stata issata davanti alla delegazione palestinese a Londra, le uccisioni di massa e le espulsioni a Gaza City continuano, a causa dei bombardamenti israeliani. La distruzione di Gaza porterà anche alla morte del diritto internazionale.
Radere al suolo Gaza
Fin dall’inizio, bastava leggere le parole dei leader israeliani per capire che l’intento di annientare esisteva. Ministri e politici israeliani si impegnarono a “radere al suolo Gaza”, imponendole un assedio e la fame. I bombardamenti furono spietati e diffusi: colpirono scuole, case private e ospedali. Sfigurazioni fisiche, fame, mancanza di cure mediche e morte divennero routine quotidiana per gli abitanti di Gaza. E nessuno agì per fermarli.
Il mondo ha assistito in diretta alle sofferenze dei palestinesi. Israele ha mostrato al mondo cosa stava facendo a una popolazione assediata. Nonostante la caduta di coraggiosi giornalisti, altri hanno continuato a presentare la realtà: un genocidio veniva trasmesso sui vostri schermi. Eppure, i governi di tutto il mondo non hanno fermato l’atto.
Le organizzazioni palestinesi che hanno documentato le atrocità – tra cui il Centro Palestinese per i Diritti Umani, il Centro Al-Mizan e l’Associazione Al-Haq – sono state attaccate dall’aria e hanno subito sanzioni dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti per aver documentato legalmente i crimini. Anche rappresentanti delle Nazioni Unite, come Francesca Albanese, e procuratori della Corte Penale Internazionale dell’Aia – tra cui il procuratore Karim Khan – sono stati minacciati e presi di mira, semplicemente per aver presentato i risultati delle loro indagini. Questi risultati sono coerenti con l’ultimo rapporto del Centro Palestinese per i Diritti Umani: l’intenzione di compiere l’annientamento è in atto dall’ottobre 2023, come dimostrato dalle testimonianze dei sopravvissuti e delle vittime – che avremmo dovuto proteggere.
I palestinesi vengono sterminati
La Commissione Onu si unisce ora a un ampio consenso: i palestinesi di Gaza vengono sterminati. Ma è necessario ricordare che il nome stesso dell’accordo parla da sé: Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Il suo spirito giuridico è preventivo e punitivo, il che ci pone ora a un bivio. Lo sterminio non è stato impedito, ma può ancora essere fermato. Basterà questo a ispirare l’azione? O la distruzione di Gaza porterà anche alla distruzione dei principi del diritto internazionale? Inoltre, il silenzio e la complicità dei governi mettono a nudo una brutta realtà: potremmo vivere in un mondo in cui il diritto internazionale è politico e selettivo.
Fragilità dello stato di diritto
Il genocidio ai nostri giorni – con livelli così elevati di massacri, distruzione e sofferenza – mette a nudo la fragilità dello stato di diritto. I mandati di arresto dell’Aja non sono riusciti a impedire i crimini. Anche quando altre istituzioni stabiliscono che Israele sta commettendo un genocidio, questo non lo ferma. La legge esiste solo quando viene applicata a tutti. I fatti sono chiari. La legge esiste. Non possiamo affermare di non averla mai saputa. Come società umana, non possiamo permettere che il diritto internazionale muoia a Gaza, lasciando Israele impunito.
Mentre sempre più istituzioni giungono alle stesse conclusioni, non possiamo che sperare che la pressione sui governi che continuano ad aiutare e armare Israele aumenti. Affinché queste dichiarazioni e questi riconoscimenti abbiano un significato reale per la popolazione di Gaza, devono essere accompagnati da misure concrete. I Paesi esitanti devono seguire l’esempio della Spagna e assumere una posizione chiara attraverso un embargo sulle armi. La cooperazione che Gran Bretagna e Stati Uniti hanno offerto a Israele in questi crimini deve cessare.