Il 24 ottobre del 79 d.C. la lava del Vesuvio coprì Pompei.
Si dice che una sentinella romana restò ferma al suo posto di guardia, incurante dell’eruzione vulcanica fino a rimanere sepolta. Il mito di questo soldato ha affascinato pittori e scrittori. Anche Amedeo Maiuri, l’archeologo che è stato soprintendente degli scavi di Pompei per 37 anni, è stato fermo nella difesa dell’antica città come il leggendario soldato. Il “soldato romano” a Pompei del quadro “Faithful Unto Death” rappresenta la devozione al dovere durante l’eruzione.
La Lealtà è uno dei valori fondamentali della società romana, di quel codice di comportamento che guidava la vita privata, politica e militare dei romani: il mos maiorum. Esso era l’insieme delle tradizioni, delle usanze e delle norme morali non scritte che costituivano il fondamento della civiltà romana. Il mos maiorum enfatizzava, appunto, valori come la gravitas (serietà), la virtus (coraggio), la fides (lealtà) e la pietas (devozione) ed era visto come un modello da imitare, che garantiva continuità tra passato e futuro e promuoveva il bene comune.
Chi rimuove la nostra identità lo fa cancellando la nostra tradizione e la nostra storia, perché ciò che noi siamo è anche ciò che siamo stati. Ecco perché il passato, la memoria, le tradizioni e la lingua sono fondamentali per un popolo: esse sono la cultura, quella da contrapporre alla modernità e alla tecnologia come scenario obbligato cui adeguarsi. La nostra storia e le nostre radici sono la nostra forza. Dobbiamo impedire che “schiavi ubriachi” cerchino di allontanarcene.
di Luciano Tovaglieri, Segretario Nazionale di IGNIS – Fuoco Italico
Il Giappone ha voltato pagina eleggendo Sanae Takaichi, prima donna nella storia del Paese a guidare il governo.
Conservatrice, patriottica e avversa alle ideologie progressiste, Takaichi incarna una linea politica che unisce tradizione, identità e autodeterminazione nazionale. La sua elezione non rappresenta soltanto una svolta di genere, ma soprattutto una svolta di visione: la riaffermazione di un Giappone che vuole tornare a essere forte, sovrano e fedele ai propri valori spirituali.
Origini e percorso
Nata nel 1961 a Yamatokōriyama (prefettura di Nara), Sanae Takaichi proviene da una famiglia umile, lontana dalle grandi dinastie politiche che da decenni dominano la vita pubblica giapponese.
Il padre era impiegato in un’azienda collegata alla Toyota, la madre agente della polizia prefetturale di Nara.
Per frequentare la Kobe University percorreva fino a sei ore di pendolarismo al giorno, mantenendosi con piccoli lavori.
Una biografia segnata da sacrificio, disciplina e spirito di dedizione, che spiega la sua visione meritocratica e la sua diffidenza verso i privilegi di casta.
Valori e visione politica
Takaichi si definisce una conservatrice realista. Difende la famiglia naturale, rifiuta il matrimonio omosessuale, l’ideologia gender e le politiche identitarie di stampo occidentale.
Secondo la nuova premier, l’identità giapponese deve essere preservata e trasmessa, non dissolta in un globalismo culturale che tende a cancellare le differenze tra i popoli.
Il suo pensiero si rifà ai principi del movimento patriottico Nippon Kaigi, che promuove il rispetto per la tradizione, la monarchia imperiale e i valori morali fondativi del Giappone.
La polemica sulle “poche donne” nel governo
Subito dopo la sua elezione, parte della stampa progressista — in Giappone e in Occidente — ha criticato Takaichi per aver nominato poche ministre donna, sostenendo che ciò sminuisse il valore simbolico della sua ascesa.
Secondo questa lettura, una donna al potere sarebbe “autenticamente moderna” solo se circondata da altre donne, secondo una logica woke e femminista che misura tutto in base alla parità di genere formale.
Ma questa obiezione è un paradosso ideologico. La vera rivoluzione è che, per la prima volta nella storia del Giappone, una donna è diventata premier grazie al proprio talento politico, non per quote o concessioni.
Takaichi ha scelto i membri del governo per competenza, non per sesso. Se i profili più capaci erano uomini, ha scelto uomini; se fossero state donne, avrebbe scelto donne.
È una visione fondata sul merito, non sull’ideologia, in coerenza con il suo pensiero conservatore e pragmatico.
L’articolo 9 e la revisione costituzionale
Il punto più ambizioso del suo programma riguarda la riforma dell’articolo 9 della Costituzione, introdotto nel 1947 sotto la supervisione americana.
L’articolo stabilisce che il Giappone “rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione” e “non manterrà forze armate con potenziale bellico”.
Takaichi ritiene che questa clausola — scritta in un contesto di sconfitta e occupazione — limiti oggi la sovranità e la sicurezza nazionale.
Vuole quindi esplicitare nella Costituzione il diritto alla difesa nazionale, riconoscendo ufficialmente le Forze di Autodifesa (JSDF) come un vero esercito, capace di cooperare con gli alleati e di difendere il Paese da minacce concrete.
Per i patrioti giapponesi, si tratta di un atto di normalizzazione e dignità; per molti Paesi confinanti, invece, è motivo di preoccupazione.
La Cina considera questa revisione come un segnale di “riarmo” e di ritorno al nazionalismo pre-bellico, mentre la Corea del Sud teme un rafforzamento del revanscismo storico.
Nonostante le proteste, Takaichi sostiene che solo un Giappone forte e responsabile possa garantire stabilità nell’Asia orientale e contenere l’espansionismo cinese.
Il santuario Yasukuni: simbolo di identità e memoria
Altro gesto emblematico del suo governo è la visita al santuario shintoista Yasukuni, uno dei luoghi più sacri e controversi del Giappone contemporaneo.
Per i conservatori nipponici, Yasukuni rappresenta la memoria spirituale della nazione: vi sono consacrati (in forma di kami, spiriti divinizzati secondo la tradizione shintoista) circa 2,5 milioni di caduti, militari e civili, morti per il Giappone.
Visitare Yasukuni significa onorare i sacrifici di chi ha dato la vita per la patria e riaffermare il legame fra la comunità nazionale e i suoi antenati.
Per la Cina e per la Corea del Sud, tuttavia, il santuario è fonte di irritazione, poiché tra i nomi commemorati figurano anche 14 condannati per crimini di guerra di classe A.
Le visite di leader giapponesi, quindi, vengono lette come un atto politico, non solo religioso, e riaprono ferite storiche non del tutto rimarginate.
Ma per Takaichi e per gran parte del mondo tradizionale giapponese, Yasukuni non è un simbolo di aggressione: è un luogo di fede, di identità e di pietà nazionale, in cui il Paese onora la propria storia e i propri morti senza rinnegarsi.
Questo gesto s’inserisce in un movimento più ampio che attraversa il mondo, un ritorno di popoli e governi verso una visione spirituale e tradizionale della politica e della storia.
Dall’Asia all’Europa, si riaffaccia l’idea che ogni nazione abbia un destino, una memoria e un’anima che meritano rispetto e continuità, e che la forza di uno Stato non dipenda solo dall’economia o dalla tecnologia, ma anche dai valori che lo sostengono.
Geopolitica e difesa
La premier ha già annunciato l’intenzione di rafforzare i legami con Taiwan, di cooperare strettamente con Stati Uniti, Australia e India e di accrescere la capacità di deterrenza del Giappone.
La prospettiva di un accordo di sicurezza con Taipei è accolta con favore negli ambienti strategici occidentali, ma irrita fortemente Pechino.
Nel quadro dell’Indo-Pacifico, Takaichi si propone di trasformare il Giappone in una potenza equilibrata ma determinata, capace di difendere i propri interessi e contribuire alla stabilità della regione.
Conclusione
Con Sanae Takaichi al potere, il Giappone si riscopre più consapevole della propria identità.
È una premier che ha raggiunto il vertice senza scorciatoie ideologiche, fedele al principio secondo cui la politica deve rispecchiare i valori più profondi della nazione.
La sua figura segna non solo un cambiamento di leadership, ma l’avvio di un nuovo corso politico e spirituale: quello di un Paese che, pur mantenendo le alleanze occidentali, vuole tornare a essere se stesso — forte, autonomo, e radicato nella propria storia millenaria.
Sanae Takaichi: la prima premier donna del Giappone e il ritorno al realismo politico e spirituale
“Non si ripeterà mai abbastanza che ciò che distrusse la famiglia nel mondo moderno fu il capitalismo. Nessun dubbio che potrebbe essere stato il comunismo, se il comunismo avesse mai la possibilità di uscire da quei confini primitivi e quasi mongoli in cui è fiorito. Ma per quanto ci riguarda, ciò che ha spaccato i focolari, e incoraggiato i divorzi, e ha guardato con sempre più disprezzo alle virtù domestiche, è l’epoca e la potenza del capitalismo. È il capitalismo che ha portato le tensioni morali e la competizione affaristica tra i sessi, che ha sostituito all’influenza del genitore l’influenza del datore di lavoro; che ha fatto sì che gli uomini abbandonassero le loro case per cercare lavoro; che li ha costretti a vivere vicino alle loro fabbriche o alle loro ditte invece che vicino alle loro famiglie; e soprattutto che ha incoraggiato per ragioni commerciali, una valanga di pubblicità e di mode appariscenti che per loro natura uccidono tutto ciò che erano la dignità e il pudore dei nostri padri e delle nostre madri.”
L’Argentina a rischio default che deve tagliare ogni minima cosa deve ricorrere all’aiuto degli Stati Uniti per eliminare il rischio di default. Ma gli Stati Uniti, a loro volta, si sono votati DA SOLI due leggi per continuare a fare debito dopo che si erano trovati a rischio default, negli ultimi dieci anni, una con la presidenza Obama, la seconda con Biden.
Quindi Washington non è a rischio default semplicemente perché ha avuto il potere politico – interno e mondiale – di potersene cavare fuori e non solo, addirittura di poter costituire un “aiuto” esterno per Buenos Aires. Roba che non c’entra NULLA con i conti, con i debiti, con gli interessi.
Per il resto i risultati contestuali positivi del governo di Milei in Argentina lasciano il tempo che trovano: i liberisti ci hanno esultato per un anno, spammandoli a destra e a manca per dimostrare quanto la ricetta del presidente “contro lo Stato” fosse valida. Non è mica vietato dalla legge che un governo di ispirazione spiccatamente liberista possa raggiungere buoni risultati economici.
Ma è la somma che fa il totale, diceva Totò. O meglio, è il lungo periodo che fa la differenza.
E il lungo periodo ci dice che chi non ha ancora capito quanto debiti e interessi internazionali siano anzitutto questioni POLITICHE e non economiche (gli Usa possono votare al Congresso leggi in cui si autorizzano da soli a fare ancora deficit, l’Argentina invece “deve fare sacrifici”) sia nella migliore delle ipotesi molto ingenuo.
Noi, con l’Unione Europea, ci siamo a tutti gli effetti terzomondizzati. Perché prima dell’Ue avevamo un potere politico-economico a livello internazionale di un certo peso, dopo abbiamo dovuto “fare sacrifici”. Come l’Argentina e non come gli Stati Uniti (o il Giappone, ma ci sono vari esempi).
Questi Paesi sono SEMPRE stati ostaggio di FMI, Usa e gruppi finanziari potentissimi. Noi, fino al 1992 (ma anche fino al 1981 ad essere precisi), no. Ci siamo finiti dopo.
Libano – Una volta ottenuta la liberazione nel 2000, la battaglia si è spostata dall’arena militare a quella politica, dove è iniziata una fase sistematica di guerra morbida contro Hezbollah. Questa includeva tentativi di disarmo, isolarlo dal suo ambiente e rimuoverlo dall’equazione nazionale. Questa tendenza si è cristallizzata attraverso le continue pressioni occidentali e americane sullo Stato libanese, attraverso condizioni di aiuti, interferenze nelle istituzioni e sponsorizzazioni di progetti di “integrazione” o “neutralizzazione”. Ciò ha costretto la Resistenza a vivere per oltre due decenni in un costante conflitto politico, destinato a sostituire il conflitto sul campo, che si è dimostrato di impatto limitato. Vari strumenti sono stati impiegati in questo conflitto: dai media locali e internazionali alle sanzioni finanziarie, all’attivazione del Tribunale Internazionale per la Liberazione della Palestina, alle minacce di isolare il Libano a livello internazionale.
Parallelamente, decine di think tank occidentali e arabi hanno assunto la direzione di un fronte di analisi mediatica impegnato a sminuire i risultati della Resistenza, distorcendone la narrazione, aizzando l’ambiente circostante contro di essa e presentandola come un ostacolo allo “stato normale”, alla “libera economia” e all’”equilibrio regionale”. Questi sforzi hanno integrato le pressioni sul campo.
In questo contesto, lo studio presenta una narrazione analitica che documenta la traiettoria storica delle conquiste della Resistenza Islamica in Libano, dalla prima liberazione nel 2000 alla demarcazione dei confini marittimi nel 2022. Dimostra come la Resistenza si sia trasformata da una forza militare circostanziale in un attore nazionale e regionale con un progetto integrato di difesa, sovranità e sviluppo.
Hezbollah impone la prima sconfitta a Israele
Il processo storico iniziò con il ritiro dell’esercito israeliano dal Libano meridionale nel maggio 2000, risultato di una prolungata guerra di logoramento in cui Hezbollah impiegò tattiche di guerriglia e prese di mira con precisione le posizioni israeliane, portando al collasso dell’esercito dei collaborazionisti e al ritiro incondizionato dell’occupazione. Questa liberazione segnò la prima sconfitta diretta di Israele per mano di una Resistenza araba e restituì prestigio all’opzione della Resistenza come alternativa a un accordo.
Poi arrivò la vittoria del luglio 2006, a conferma della nuova equazione di deterrenza. Dopo aver catturato due soldati israeliani nell’Operazione True Promise, Israele lanciò una devastante guerra di 33 giorni che non riuscì a raggiungere i suoi obiettivi. Anzi, ne uscì militarmente e moralmente sconfitto. Durante quella guerra, Hezbollah dimostrò la sua resilienza e manovrabilità, imponendo nuove regole di ingaggio che da allora hanno protetto il Libano da qualsiasi aggressione su larga scala. Nel frattempo, alti dirigenti americani e britannici riconobbero il fallimento di Israele nell’indebolire il partito.
Difesa delle risorse e della sovranità economica
Nel 2017, l’esperienza di liberazione nella catena montuosa orientale si è rinnovata quando Hezbollah ha lanciato la battaglia “Se torni, torneremo” contro il Fronte al-Nusra, seguita da un’operazione simultanea con l’esercito libanese contro l’Isis a “Fajr al-Juroud”, che ha completamente ripulito il confine orientale dalla presenza terroristica. Quest’operazione ha dimostrato che la Resistenza era diventata una forza nazionale a protezione dell’interno e dei confini, e che la sua integrazione con l’esercito ha consolidato di fatto l’equazione “esercito, popolo e Resistenza”.
Nel 2022, Hezbollah ha imposto una nuova equazione di deterrenza in mare, legando il permesso di Israele a estrarre gas dal giacimento di Karish all’ottenimento da parte del Libano dei pieni diritti sul giacimento di Qana. La Resistenza ha lanciato droni di avvertimento, costringendo Washington e Tel Aviv ad accettare le condizioni del Libano e a firmare l’accordo di demarcazione. Così, la Resistenza è passata dalla protezione del territorio alla protezione delle risorse nazionali, dimostrando che la deterrenza non si limita alle armi, ma include anche la difesa delle risorse e della sovranità economica.
Il percorso della Resistenza, iniziato nel 1982, ha dato vita a una struttura coesa che unisce potenza militare, saggezza politica e impegno sociale. È riuscita a costruire un modello libanese unico nel suo genere, che coniuga legittimità popolare e potere deterrente, incarnando un progetto nazionale completo per la difesa dell’entità, dello Stato e della società. La Resistenza non è più una mera reazione circostanziale; è diventata un pilastro dell’equazione della sicurezza nazionale del Libano, una garanzia della sua sovranità e indipendenza di fronte ad aggressioni, assedi e guerre.
Se si tenta di rispondere sinteticamente alla domanda su cosa sia il postmoderno, a mio avviso, il postmoderno è uno stato della società e della cultura in cui tutti non sono al loro posto. Forse in nessun altro stato della società il tema della ricerca del proprio posto, cioè contemporaneamente della propria origine e del proprio destino, suona così dolorosamente attuale. Ma il problema è che queste ricerche non portano da nessuna parte.
Aristotele diceva che ogni cosa ha un luogo naturale verso cui tende per natura, e perciò si muove. Il sistema dei luoghi naturali forma il cosmo, che è anche un sistema universale di navigazione, un destino collettivo. Ma per poter fare affidamento su un sistema universale di navigazione è necessario un Intelletto stabile, la cui presenza nell’uomo è sistematicamente messa in dubbio a partire dal Giardino dell’Eden dell’età moderna. Poi un lungo periodo di critica istituzionale, scissione analitica, e come risultato – inevitabile disorientamento universale. Nel mondo moderno il movimento non avviene grazie alla comprensione del proprio luogo naturale, ma contro di essa. Più profonda è la disidentificazione, più movimento e agitazione ci sono. «Tutte le macchine vanno nella direzione sbagliata!» – come ha spiritosamente osservato Aleksandr Dugin.
Ma non solo le macchine, – tutti vanno nella direzione sbagliata, non sono dove dovrebbero essere, fanno ciò che non dovrebbero fare, desiderano ciò che non dovrebbero desiderare, scambiano il desiderio per la realtà. E questo carnevale collettivo di imitazioni sembra ormai impossibile da fermare. Il paradosso esistenziale e l’orrore del postmoderno – se devi andare da qualche parte, significa che proprio lì non devi andare. Il postmodernismo, sia nell’arte che nella filosofia, con diversi gradi di convinzione riflette su questo paradosso esistenziale. Solo che non è possibile comprenderlo senza tornare all’idea di un Intelletto stabile.
Chi possiede una chiara orientazione interiore, gusto e intuizione? In una serie di opere Evola definisce tale persona come un individuo di tipo speciale, o uomo della Tradizione. Sembrerebbe che tali definizioni non spieghino nulla. C’è un altro termine – uomo differenziato, concetto tratto da un’opera non tradotta.
I filosofi del cosiddetto «circolo di Eugene» hanno tradotto questo concetto come «uomo isolato». Non so esattamente chi lo abbia introdotto per primo, è stato usato anche da A.G. Dugin e G. Dzhemal, forse anche da altri. Questo significato di uomo differenziato è comprensibile e adeguato al contesto della «tiepida oscurità» e alle circostanze socio-culturali in cui è nato. Si spiega che si tratta di un «essere unico e speciale, interiormente appartenente al mondo della Tradizione, ma costretto a vivere esteriormente in un mondo antitradizionale e desacralizzato», verso il quale l’uomo isolato prova profonda avversione. In breve, nell’Unione Sovietica del periodo di stagnazione e perestrojka.
Io invece suppongo che uomo differenziato significhi uomo che distingue. Solo la capacità di distinguere permette di resistere ai «veleni spregevoli della modernità». Ma cosa distingue? In linea di principio, ogni persona distingue almeno qualcosa, tutti distinguiamo questo o quello. Ma l’uomo differenziato è l’uomo che distingue gli archetipi nel mondo interno ed esterno, cioè una persona strutturata e dotata di una chiara orientazione interiore. Questo è proprio la norma psichica.
(Nota … questa riflessione che leggiamo proviene da una delle menti più verticali dell’entourage del Prof. Dugin a Mosca. È una donna. Il suo nome non è importante diffonderlo su Facebook. L’ho conosciuta personalmente e la stimo in modo particolare per le sue “angolazioni di sguardo” . Ella ha in sé, filosoficamente parlando, il fascino della funambola. Questa espressione filosofica del pensiero russo ha la caratteristica di conservare un perfetto equilibrio nell’attraversare due mondi sotto i quali esiste l’abisso. Motivo per il quale l’ho amichevolmente definita la ” Funambola russa dell’esistenza”.)
Russia – Della catastrofe che ha travolto un anno fa la Siria si parla poco, in tanti cercano di nascondere la montagna di tradimenti e di traditori che hanno gettato il Paese nel caos e nella violenza più brutale. Un’orda di balordi, finanziata dall’Occidente, in poche ore ha presto il controllo del Paese senza incontrare ostacoli. Fin dall’inizio questa narrazione è risultata quantomeno ambigua, o meglio, la quasi totale assenza di resistenza all’invasione dei mercenari di Hts ha destato molti sospetti.
In realtà, si cerca di nascondere la catena di tradimenti e complicità che ha coinvolto mezzo mondo e oltre. Tra gli attori principali abbiamo Russia, Turchia, Israele, Emirati, Usa, Gb ect… ma la lista è realmente lunga. Lo stesso Assad non è esente da responsabilità, dato che nei mesi precedenti alla caduta, aveva manifestato a più riprese un atteggiamento ostruzionistico nei confronti dell’Iran e delle forze dell’Asse della Resistenza presenti in Siria dietro invito di Assad. Proprio queste forze, che avevano difeso la Siria e il suo governo dall’invasione terroristica nel 2011, sono state le uniche che per la loro lealtà hanno pagato il prezzo più alto. Al momento opportuno, forse, emergeranno i tanti episodi sospetti che daranno un quadro più chiaro sui reali responsabili della “caduta” del governo di Assad.
Russia alleato affidabile?
Tornando ai giorni nostri ma restando in tema, fa riflettere l’incontro avvenuto giorni fa a Mosca tra il presidente russo, Vladimir Putin e il nuovo presidente siriano, Ahmad al-Sharaa (al-Julani). Prima della caduta del suo governo nel luglio 2024, Bashar al-Assadsi recò a Mosca e incontrò Putin. Un anno e tre mesi dopo l’ultimo viaggio ufficiale di Assad a Mosca, oggi al-Julani, in qualità di capo della Repubblica Araba Siriana, incontra Putin con tutti gli onori di casa.
A conferma del ruolo ambiguo della Russia, vale la pena ricordare che l’ex leader di Al-Qaeda-Isis e attuale presidente siriano Ahmad al-Sharaa, ha rivelato il 12 settembre che lui e i suoi seguaci di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), hanno preso il potere a Damasco nell’ambito di un accordo con la Russia.
A ulteriore conferma della cattiva fede di Mosca, un ex ufficiale dell’esercito siriano ha dichiarato all’agenzia The Cradle: “La Russia ha regolarmente impedito alla Siria di utilizzare i suoi sistemi di difesa aerea quando era presa di mira dagli aerei da guerra israeliani negli anni precedenti alla caduta di Assad. I russi ci hanno tradito molto prima dell’8 dicembre”, ha affermato l’ufficiale.
Mosca e Tel Aviv
Sul “particolare” rapporto tra Mosca e Tel Aviv, il professor Chen Kerchner dell’Università di Ariel scrive: “Israele e Russia hanno intrapreso un ‘equilibrio di amicizia’, nonostante si trovino dal 2025 su fronti opposti nel conflitto siriano. Russia e Israele hanno sviluppato norme e pratiche strutturali – tra cui incontri regolari delle élite, dichiarazioni pubbliche e altri meccanismi – per mitigare le controversie. Queste strategie hanno creato e sostenuto un equilibrio di amicizia che ha impedito rivalità e inasprimenti tra i due Paesi”, scrive Kerchner.
Altro particolare non estraneo ai fatti, dopo che Israele ha attaccato lo scorso giugno l’Iran, il presidente Vladimir Putin ha spiegato che la Russia non ha aiutato la Repubblica Islamica perché “in Israele vivono quasi due milioni di persone di lingua russa”. Sulla lealtà di Mosca c’è poco da aggiungere.
Ci auguriamo di aver contribuito a fare un po’ di chiarezza sui tanti tradimenti che hanno portato la Siria ad essere “governata” da una banda di criminali pagati dall’Occidente. Non sappiamo ancora quanto siano profondi e complessi i retroscena, né i numerosi sviluppi in corso. Una cosa è chiara: la Russia non è mai stata e non lo sarà mai un alleato ideologico della Resistenza. Con buona pace dei tanti “tifosi da bar” filo-russi.
Incontrarono uno dei Nostri Servi [abd min ibadina , al-khidr] al quale avevamo concesso misericordia da parte Nostra e al quale avevamo insegnato una scienza da Noi proveniente. Chiese [Mosè]: «Posso seguirti per imparare quello che ti è stato insegnato [a proposito] della Retta Via?». Rispose: «Non potrai essere paziente con me. Come potresti aver pazienza dinnanzi a cose che non potrai comprendere?……».
(Corano 18, 65-68)
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La figura di al-Khiḍr (الخِضْر) è una delle più affascinanti e misteriose del Corano.
Nel Corano, la storia di al-Khiḍr appare nella sura al-Kahf, dal versetto 60 all’82, dove è raccontato l’incontro tra Mūsā (Mosè) e un misterioso “servo di Dio” dotato di una conoscenza speciale e diretta, una sapienza che viene da Dio stesso.
Mosè, desideroso di imparare da lui, si mette in viaggio fino al luogo dove si incontrano i due mari, segno simbolico del punto in cui si incontrano la conoscenza rivelata e quella interiore, quella divina e quella umana.
Lì incontra Khiḍr e gli chiede di poterlo seguire, ma Khiḍr lo avverte che non sarà in grado di essere PAZIENTE, poiché non potrà comprendere la SAGGEZZA NASCOSTA dietro le sue azioni.
Mosè promette di tacere e di seguire senza domandare, ma presto si trova incapace di mantenere la promessa.
Durante il viaggio Khiḍr compie tre azioni apparentemente ingiuste o incomprensibili:
- danneggia la nave di alcuni poveri pescatori
- uccide un giovane innocente
- ricostruisce gratuitamente un muro in una città dove non avevano ricevuto ospitalità.
Ogni volta Mosè reagisce con stupore e protesta, dimenticando la promessa di pazienza.
Alla fine Khiḍr decide di separarsi da lui e gli svela il significato nascosto di ciò che aveva fatto:
- la nave era stata danneggiata per salvarla dalla confisca di un re ingiusto,
- il ragazzo era stato ucciso perché avrebbe causato dolore e corruzione ai genitori giusti,
- e il muro era stato raddrizzato per proteggere un tesoro appartenente a due orfani fino al momento in cui fossero cresciuti.
Solo allora Mosè comprende che le azioni di Khiḍr, pur sembrando ingiuste dal punto di vista umano, ordinario, erano in realtà atti di misericordia e saggezza divina.
La storia insegna che la conoscenza umana ha limiti e che anche i profeti devono riconoscere l’esistenza di una sapienza che solo Dio possiede.
Mostra come ciò che appare male può nascondere un bene più grande, e come la vera fede richieda PAZIENZA (sabr) e FIDUCIA (tawakkul) nel disegno divino, anche quando la ragione non riesce a comprenderlo.
La visione islamica del trauma psicologico — come elaborata da maestri come al-Ghazālī, Ibn al-Qayyim, Ibn ‘Aṭā’ Allāh, e più tardi da studiosi contemporanei di psicologia islamica — è una delle più profonde sintesi tra “spiritualità, filosofia del sé” e “cura del cuore” (tazkiyat an-nafs).
Nel linguaggio moderno, il “trauma” è un evento o una serie di esperienze che superano la capacità di elaborazione psicologica dell’individuo.
Nella visione islamica, una sofferenza simile è vista come una frattura dell’equilibrio interiore (mizān an-nafs) — un disequilibrio tra le tre componenti principali dell’anima:
“AL-NAFS AL-AMMARAH”= “l’anima istintiva o egoica” – FUNZIONE: Desiderio, impulso, sopravvivenza – IN SQUILIBRIO CAUSA: Ansia, paura, senso di colpa eccessivo
“AL-QALB” = il cuore spirituale – FUNZIONE: Sede della coscienza e della fede e dell’intelletto divino- IN SQUILIBRIO CAUSA: Dolore interiore, confusione, perdita di senso
“AL-RUH” = lo spirito puro, connesso ad Allah – FUNZIONE: Fonte di pace e intuizione – IN SQUILIBRIO CAUSA: Spersonalizzazione, senso di distacco, vuoto esistenziale
Il trauma, secondo al-Ghazālī, non è solo “psichico”, ma colpisce la percezione della realtà: il cuore si “oscura” (ghafla) e perde la consapevolezza della Presenza divina (ḥuḍūr).
Questo spiega, secondo al-Ghazali, perché chi soffre di depersonalizzazione spesso dice: “Mi sento come se non fossi io” — è una perdita temporanea di connessione con il rūḥ, la parte più luminosa dell’essere.
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DAL DOLORE ALLA PRESENZA (ḥuḍūr)
Ibn al-Qayyim spiega che ogni sofferenza ha due dimensioni:
1. Fisica o psichica — il dolore sentito;
2. Spirituale — il significato attribuito al dolore.
L’Islam lavora sul secondo livello, ossia non elimina necessariamente il dolore, ma lo trasforma in luce e consapevolezza.
Il cuore, dice al-Ghazālī, “guarisce quando riscopre la sua direzione verso Allah” — cioè quando il dolore diventa una sveglia interiore.
“Le prove sono messaggi che Allah invia al cuore per richiamarlo alla Sua vicinanza.” — (Ibn ʿAṭā’ Allāh)
In pratica, secondo la psicologia islamica tradizionale, il trauma non è la fine della pace, ma “una soglia di trasformazione”, per cui il cammino di guarigione diventa “ibadah”, ossia un “atto di adorazione”.
Al-Ghazālī paragona il dolore dell’anima alla malattia del corpo:
“Come il corpo si ammala per eccesso di cibo o mancanza di equilibrio, così il cuore si ammala per eccesso di attaccamento o mancanza di dhikr.”
Perciò, la terapia islamica (tazkiyah) non cerca di “rimuovere” il dolore, ma di “purificare le cause interiori”:
- attaccamento eccessivo al controllo;
- paura della perdita;
- dimenticanza del significato spirituale della vita.
La guarigione, allora, è un ritorno alla “coerenza interiore (ṣalāḥ al-qalb)”, quando la mente, il cuore e lo spirito tornano ad agire in armonia e sono di nuovo “allineati”.
Nel suo testo Madārij al-Sālikīn, Ibn al-Qayyim descrive tre stadi che ricordano un percorso terapeutico moderno:
Tafakkur – Consapevolezza
Osservare il proprio dolore senza giudizio, riconoscendo che proviene da Allah ma anche che è parte di un processo educativo dell’anima (tarbiyat an-nafs).
Tawbah – Ritorno
Non nel senso di colpa, ma di “riconnettersi alla propria origine spirituale”. È il momento in cui l’anima smette di “scappare” e “si ferma”, ammettendo il bisogno di guarigione e di luce divina.
Tawakkul & Riḍā – Affidamento e serenità
Il cuore accetta ciò che è accaduto come parte del decreto (qadar), ma non passivamente. È una fiducia attiva: “So che questa prova mi è data per avvicinarmi a Lui.” Questo è lo stadio della vera pace interiore (sakīnah).
La sensazione di “non essere in se stessi” è vista, nella psicologia islamica, come un effetto di disconnessione temporanea tra cuore e spirito.
Non è segno di una patologia psichica, ma di “stanchezza profonda del cuore” (taʿab al-qalb).
Il rimedio indicato da Ibn Qayyim e altri:
- Dhikr consapevole (ripetizione dei Nomi divini con attenzione al respiro e al corpo);
- Sujūd prolungato, che “ricentra” l’io nel suo stato naturale di prostrazione, in cui la nafs è sottomessa e obbediente al Sè superiore, e quindi a Dio.
- Silenzio meditativo (tafakkur), osservando i pensieri come nuvole che passano.
“Quando il cuore si allontana dal suo Signore, perde il senso di sé.” — (Ibn al-Qayyim, Al-Fawā’id)
Il trauma non si “guarisce” con la forza di volontà, ma con raḥmah, la compassione verso se stessi.
Allah stesso si presenta nel Corano prima di tutto come Ar-Raḥmān, Ar-Raḥīm: la fonte di ogni guarigione è la misericordia.
Il processo di guarigione richiede:
- Tempo — non forzare la rinascita del cuore;
- Dolcezza — come si tratta una ferita, non come si rompe un muro;
- Ritualità sacra — piccoli atti di dhikr, du‘ā, salāh con presenza.
IN CONCETTO DI TRAUMA NELLA PSICOLOGIA ISLAMICA TRADIZIONALE
La notizia passa, quasi, inosservata. Eppure si tratta di una novità estremamente importante. Per certi versi dirompente.
Il premier giapponese Sanae Takaichi, la prima donna mai eletta a questa carica, annuncia la sua intenzione di ristabilire accordi di pace e collaborazione con la Russia. Anche, anzi soprattutto, per favorire le importazioni di gas e petrolio, a bassi costi, essenziali per l’economia nipponica.
Non è una notizia, come dicevo, di secondaria inportanza.
Il Giappone, dalla fine della II Guerra Mondiale, è sempre stato pressocchè totalmente soggetto agli Stati Uniti. Di fatto militarmente occupato, e radicalmente subalterno, indipendentemente da chi lo governnasse
Una condizione di minorità in primo luogo militare. Perché Washington ha a lungo proibito a Tokyo di avere un forza militare che non fosse mera rappresentanza. Solo parvenza. Tanta era la paura americana generata dal lungo, sanguinosi scontro nel Pacifico.
E contro questa condizione, si erse Yukio Mishima. Praticando il seppuku rituale davanti a quella finzione di esercito. Dopo aver arringato i soldati. Un gesto estremo, da parte di quello che era indiscutibilmente il massimo scrittore giapponese contemporaneo. Poco più che quarantenne, già considerato un Nobel in pectore.
Restano i suoi libri. Molti capolavori. Su tutti la tetralogia “Il mare della fertilità”. Che adombra già, nell’ultima parte, la scelta estrema dello scrittore.
Poi, però, in anni molti recenti, Washington ha voluto che il Giappone riarmasse. Per utilizzarlo in funzione anti-cinese. Ed anche di controllo della Russia.
Una scelta obbligata. Perché gli Stati Uniti divengono ogni giorno di più una potenza con decrescente forza militare. Le armi atomiche, da sole, non bastano. Ci vogliono uomini. Soldati addestrati e pronti. E nonostante l’arruolamento dei nuovi arrivati, soprattutto latinos, in cerca di cittadinanza, questi cominciano a scarseggiare.
Così Washington ha permesso al Giappone di riarmare. Anzi, lo ha ordinato.
Come sciogliere un cane dalla catena. Un cane che sembrava docile e ammansito.
Ma, appunto, sembrava…
Perché, riarmando, il Giappone sta tornando a rialzare il capo, tenuto chino per troppi decenni.
E a guardarsi intorno, pensando ai propri, specifici, interessi.
E l’interesse giapponese, oggi, è di intrattenere buoni rapporti con la Russia. Importando, massicciamente, petrolio e gas necessari al suo sistema industriale.
Importandoli ad un prezzo enormemente più basso di quello imposto da Washington.
Ed è toccato a questa gentile signora, il primo premier donna nella storia del Giappone, marcare questo passo fondamentale.
Tokyo è tornata a giocare in proprio.
E tutti, proprio tutti, dovranno cominciare a fare i conti con questa realtà.
Il sogno di Mishima sembra sul punto di avverarsi.