Contro l’élite formare una contro-élite: una proposta strapolitica

di Alessio Mannino

24 Ottobre 2025

L’articolo di Matteo Masi su La Fionda del 14/10 ha il pregio di aver riproposto il tema dei temi: l’identità di un futuro soggetto politico non genericamente “populista”, ma popolare, sovversivo, differente alla radice, sul piano umano, rispetto all’ideologia neo-liberale della pseudo-élite al potere. I lettori di questo giornale online, che è libero e aperto alla discussione, spero trovino utile il confronto con un punto di vista ulteriore, che segue una prospettiva schiettamente laica (ma non laicista). La questione riguarda il fondamento dell’azione politica, e all’osso può essere riassunta così: è sterile presumere di costruire una forza che voglia essere incisiva senza prima ritrovare il senso stesso della politica, pena il ricadere nell’errore genetico del Movimento 5 Stelle che è stato quello di non aver affrontato, per insipienza o inconsapevolezza o tutt’e e due le cose, il nodo gordiano di un “ripensamento radicale che tocchi la cultura, l’antropologia, la spiritualità”.

Il dato da cui partire è che viviamo in una società spoliticizzata. La parola “politica” è diventata una parolaccia. Con riflesso pavloviano, richiama il giustificato disprezzo per partiti trafficoni, privilegiati con poltrona, parlamenti esautorati, istituzioni nemiche della vita. Per la figura sociale dominante, l’individuo imprenditore di sé, economizzatore della vita e accumulatore seriale di esperienze, impegnarsi in politica significa perdere tempo (a meno, si capisce, di non tradurre lo sbattimento in carriera, puro strumento di status e di lucro). È sufficiente parlare con un ragazzo, magari genuinamente indignato per l’attacco ai “diritti” di minoranze o popoli oppressi, per rendersi conto che nell’orizzonte mentale della maggioranza  è proprio saltato il piano del collettivo organizzato. Il concetto stesso che sia necessario contribuire in prima persona alla cosa pubblica sembra un residuo del passato. La dimensione del noi è stata inghiottita dall’io, il più lurido di tutti i pronomi: di conseguenza, l’investimento può essere emotivo e sentimentale, solitamente si alimenta di sdegno morale, e significativamente tende a circoscriversi al dato giuridico (i “diritti”, appunto). Ma non è in senso stretto politico poiché, come scrive Vincenzo Costa nel suo illuminante ‘Populismo senza popolo’ (Armando Editore, 2025), “il neoliberalismo ha dissolto l’uomo pubblico”,  “ha marginalizzato il significato della vita pubblica”.  Indotto a cercare la zona di comfort in ogni ambito, il disimpegnato medio, o impegnato a metà, oscillante fra depressione stabile e fiammate di protesta, per comodità o per rassegnazione alla fine si adagia su una sostanziale rimozione del Politico, ridotto alla logica della delega, al momento del voto. E difatti, frustrato e arrabbiato nel vedere che tutto cambia per non cambiare, va a votare sempre meno.

Diventa ineludibile, allora, ricreare le pre-condizioni per attivare un interesse che vada oltre lo sfogo da tastiera e l’episodico sciame di piazza. E anche oltre il movimentismo di nicchia caratterizzato, in genere, da un alto tasso di narcisismo autoreferenziale. Il che, tradotto, significa imboccare la lunga marcia in direzione contraria alla mutazione antropologica in atto, che disintegra l’animale politico che è in noi rimuovendo da una parte, i lati problematici e imprevedibili della realtà, conflitti, ostacoli, caos, e dall’altra, la struttura stessa della realtà e del pensiero, che dalla fisica quantistica alla neurologia sappiamo coincidere con la relazione. Per fondare nel concreto comunità al di là delle community virtuali, occorre plasmare e darsi un’etica e uno spirito condivisi. Ma con la soglia d’attenzione in caduta libera, lo studio di storia, geografia e filosofia relegato a optional, e soprattutto con un modo di vivere tecnologicamente deformato dall’imperativo del non fare fatica, un impegno politico autentico, magnanimo, permanente non può che essere appannaggio di pochi. Come difatti è. Ma questi pochi andrebbero quanto meno formati. Umanamente, non solo intellettualmente. Questo sistema di potere è infame e imbecille perché, valorizzando fantasie di onnipotenza, invidie primarie e pulsioni acquisitive, propizia i quarti di infamia e imbecillità presenti in ogni essere umano. Schiacciare l’infame, perciò, vuol dire allevare un più decente e valente tipo umano.

  1. Oggetto delle nostre riflessioni è dunque il piano pre-politico di selezione e addestramento di una contro-élite che, come dice la parola stessa, non potrà che essere ristretta. Del resto, è la democrazia in sé a costituire, nel suo aspetto partecipativo, una prassi inevitabilmente minoritaria. Non a caso è stata la scuola definita “elitista” (italiana, fra l’altro: Mosca, Pareto, Michels) a impartire a riguardo una lezione definitiva, fissando la costante per cui in ogni società o gruppo umano è sempre una minoranza a prendere le decisioni. Tutto il problema sta nel vedere quale minoranza.
  2. Ora, formare non equivale a istruire, alla pura e semplice trasmissione di un sapere nozionistico, consigliando letture, organizzando convegni o imbastendo corsi per una prima infarinatura generale, come lodevolmente sta facendo in questo periodo l’associazione Generazioni Future di Ugo Mattei. Tutto ciò va bene, ma la sfida sta nell’educazione. Educare ha a che vedere, niente meno, che con il destino: vuol dire estrarre il potenziale del singolo e scoprire a cosa è portato o non portato. È in tale passaggio che la pratica metapolitica comprende quella spirituale, se con spirituale intendiamo la coltivazione della totalità, riflessiva e anche pre-riflessiva, di una persona. Lo spirito è una faccenda personale e politica insieme, poiché socialmente determinata e al tempo stesso caratterizzata da un’unicità insostituibile e non replicabile. Si accompagna da un lato alla vita associata, senza cui non potremmo non dico vivere, ma neanche sopravvivere, ma al contempo afferisce alla sfera interiore di ciascuno, con le sue infinite variabili e sfumature. Prefiggersi di rinvenire dalla ganga dell’attuale sottosviluppo un ideal-tipo opposto al narciso dipendente dalle app, è un’impresa tosta, difficile e molto delicata. Il pericolo, già abbondantemente visto all’opera nei totalitarismi del Novecento, è di confondere il potenziamento di sentimenti come la lealtà (al partito, alla patria, all’ideale ecc) con la canina fedeltà, con un conformismo rovesciato, con il settarismo omologante. In secondo luogo, bisogna fare i conti con la scarsità di mezzi a disposizione, che consentono molto relativamente di radicalizzare le idee, vale a dire di radicarle in una costanza di momenti condivisi in presenza, faccia a faccia, ricorrenti, in cui non ci si dà semplicemente del tu, ci si dà del noi. Una comunità sorge solo attraverso una prassi comunitaria. Che deve però materializzarsi. Altrimenti, il benemerito ingaggio rifluisce a hobby, a poco più che un autolavaggio di coscienza.
  3. Venendo al cuore del discorso, di quale risanata fisiologia stiamo parlando? Come dev’essere, questo animale nuovamente politico? Non un homo novus, fantasma immaginato da chiunque abbia avuto una ricetta o profezia per salvarci e renderci felici. Una fantasticheria controproducente, fra l’altro, perché va a escludere a priori tutti coloro che non vi si riconoscono, i quali così divengono in partenza non iniziabili al “verbo”. Non uno snob moralista e giudicante, con le insopportabili certezze tipiche della destra cinica o della sinistra ipocrita. Più semplicemente, sarà di più larghe vedute di quella parodia d’uomo che è l’homo oeconomicus, figlio del lato oscuro del progresso, deresponsabilizzato e regredito all’infanzia, miscela di egoismo, onanismo e risentimento.
  4. Il nostro homo politicus prenderà vita se riattiverà le energie civiche grazie a una salda base di princìpi. I quali dovrebbero essere appunto princìpi, e non generici valori, per quanto forti. “Le cose hanno un valore, le persone una dignità”, scriveva nel 1960 Carl Schmitt nel suo ‘La tirannia dei valori’. I valori, oggi al massimo storico di politeismo, cambiano al cambiare della società, pongono fini storicamente situati che proprio perché fondati su nient’altro, in ultima analisi, che sul “grado di potenza” (Nietzsche), soggiacciono spesso al pericolo di venire assolutizzati. Con quel che segue in termini d’intolleranza, di viltà, di violenza. I valori sono convenzioni più o meno vitali, e possono scadere in paravento per ipocriti o pretesto per fanatici. Un’etica dei princìpi, al contrario, non riguarda i fini, ma i modi. I modi di comportarsi, di essere, di vivere. Nutrono il senso che si ha di sé e dell’esistenza. Sono modelli di condotta che rientrano nel campo dei doveri, non degli obblighi. Corrispondono a motivazioni valide di per se stesse, non a finalità strumentalizzabili. Si identificano nell’habitus, nel carattere, il quale vieta certi atti e impone altri. E, come si sa, ha bisogno di una pedagogia ampia, che abbracci l’interezza della personalità e quindi sappia spaziare nei territori della psicologia, della letteratura, dell’antropologia, dello sport, della meditazione. Scrive Salvatore Natoli: “Quel che dunque a ogni uomo tocca fare in primo luogo è saper conferire valore alla propria vita, qualunque sia l’oggettività dei valori in cui si trova a operare. In questo punto l’etica supera qualsiasi forma di obbligazione per divenire quel che significa nell’originarietà della sua radice éthos: essa è consuetudine, comportamento e, potremmo dire, stile di vita. Ora, solo colui che nella vita sa trovare un suo stile non solo conquista la misura per sé, ma può porsi come punto di riferimento per gli altri” (‘La salvezza senza fede’, Feltrinelli, 2008).
  5. I princìpi di condotta sono da considerarsi sacri poichè pre-politici, pre-ideologici e pre-religiosi. Di più: in quanto a-storici.. Si tratta delle virtù del tipo nobile, immanenti a ogni epoca e ogni temperie poiché fondati sulla psicobiologia dell’uomo, con i suoi neuroni-specchio dell’empatia e con la feconda aggressività del suo fondo ancestrale. Ne propongo cinque:
  • Dispendio generoso di sé per lasciare qualcosa di proprio dopo la morte (virtus);
  • integrità atletica nel perseguire la propria vocazione, in questo caso politica (gravitas);  
  • atteggiamento ospitale e conviviale, riflesso quotidiano di una socialità da far circolare e un orgoglio d’appartenenza da ritrovare (maiestas);
  • cura di ciò che è comune e senso di giustizia a favore del più debole, per liberare la vitalità compressa (pietas);
  • perno di tutto, saper essere di parola con sé stessi e con il prossimo, dimostrando sacrificio quando occorre (fides).  

Regole di vita pratiche, come si vede. Niente di inedito. Anzi, profumo d’antico. Una visione ideale, certo. O meglio: una stilizzazione, allo scopo di infondere una tensione verso l’alto (non solo una “tecnica di sé”, alla Foucault). Purché controbilanciata da una sesta capacità, che forse suonerà strana ma strana non è:

  • il senso delle proporzioni, da cui scaturisce il gusto di ridere sopra i limiti propri e altrui (hilaritas). 

In una società psicotica e superficiale che, basta vedere quei lucidi pazzi dei transumanisti, rincorre l’immortalità e snatura il gioco in divertimento obbligatorio, accettare la nostra finitudine è quanto di più controcorrente ci sia: siamo mortali, tutto perisce, niente e nessuno è onnipotente. Neanche la tecnica o l’economia, che vorrebbero farcelo credere distraendoci da quel quid d’immutabile che resta, e sempre resterà, fintantoché – diceva Mircea Eliade – sussisterà il “ritmo cosmico”, l’alternanza di luci-tenebre, di giorno e notte. Ed è nella notte che gli elementi tragici della vita, la morte, la malattia, il dolore,  aprono un’inquietante e ironica finestra sulla libertà più profonda: sognare. Nello spazio onirico dei sogni si vede benissimo, in un’oscurità paradossalmente chiarissima, che non esistono i “buoni”, gli “eletti”, i “superiori”, ma al contrario che tutti, inclusi i leader il cui carisma risulterà pur indispensabile, siamo limitati, imperfetti, difettati. Questa è la spiritualità che ognuno, appena chiude gli occhi e apre la mente, può vedere, sentire, capire.

Si dirà: un ritratto del genere è l’uovo di Colombo, è fare filosofia. Un’elucubrazione impolitica. Errore. Semmai, èil passaggio preparatorio e funzionale a forgiare, tramite criteri formativi, un’avanguardia politica la cui ossessiva preoccupazione sia la credibilità. Cosa rimprovera il cittadino ai politici in quanto tali? Di non essere degni di fiducia. Di non valere nulla. Di essere per professione disonesti. Di pensare ai propri affari anziché al bene comune. Di fregarsene di chi è in difficoltà. Tutte magagne che si ritrovano equamente distribuite, beninteso, fra gli elettori, che non vedono l’ora di scaricare ciascuno la propria quota di meschinità e ignoranza su esseri possibilmente ancora più meschini e ignoranti di loro. Chi vuol essere creduto, deve dimostrarsi credibile. Ecco perché, prima di formulare l’ennesimo programma politico o lista dei desideri, è necessario prepararsi al compito. In un avvenire in cui l’intelligenza artificiale sarà sempre più in grado di gestire la conoscenza in modo prevedibilmente efficiente, è di intelligenza emotiva e scintille intuitive che avremo maggiormente bisogno. Cioè, per chiudere il cerchio, di spirito. Ma lo spirito, e l’immagine di mondo che può derivarne, non fiorisce senza un’immagine di sè che tempri la fibra e spinga a uno slancio verticale. Così da tenersi alla larga, nei limiti del possibile, dall’esibizionismo, dalla fatuità, dalla ciarlataneria, dal vittimismo, e dalla spaventosa mancanza di senso dello humour e del paradosso che rendono il nostro presente così grigio, e quanto mai prolifico di dissidenti finti e piacioni. Chi davvero vuole lottare con il fermo intento di mantenere la parola data, deve sapere cosa rischia: quando dice bene, il posto di lavoro; altrimenti, la vita di un familiare se non la propria.

Alle somme. La politica rinascerà da una riformattazione etico-spirituale, d’accordo. Ma attenzioni a fondarla su vaghi spiritualismi o, al contrario, su tradizioni bell’e pronte, sia pur rivisitate e diversamente interpretate. Assestiamoci su un comun denominatore di principio, appunto. Per raddrizzarci la spina dorsale, intanto. I cervelli fini non mancano. Manca una scuola d’iniziazione per rifondare una coscienza politica. Iniziatico significa apprendimento continuo, miglioramento con l’esercizio, percorso nobilitante. Accessibile a tutti, ma fattibile per pochi. Se intrapreso – e per riuscirci, al netto delle risorse, occorre anzitutto la volontà –  l’immaginario, i simboli e i valori che cerchiamo potrebbero emergere dall’interfecondarsi di sensibilità e idee. Se pensiamo invece che attualmente, perfino tra fratelli di trincea, cioè fra coloro che condividono le stesse battaglie, si fraternizza molto poco e, nonostante gli stramaledetti social, a malapena ci si scrive per scambiarsi pareri, allora agire a questo livello sarebbe, come si dice, tanta roba. Un salto di qualità. La quantità verrà dopo.

Tratto da: La Fionda

Contro l’élite formare una contro-élite: una proposta strapolitica
Contro l’élite formare una contro-élite: una proposta strapolitica

NON BISOGNA CRISTALLIZZARE IL CRISTO IN GESU’

di Mike Plato

Fosse stato per la Chiesa, Giovanni sarebbe stato escluso dai canonici. Ci sono cose troppo scomode in quel vangelo, scomode perche attengono non ad un Cristo esteriorizzato, individuale e storico ma a quello interiore, collettivo e metastorico.

Tra i tanti esempi, Giovanni parte in quarta col Logos, ovvero con il Cristo interiore oltre la generazione, mentre gli altri descrivono la genealogia biologica di Gesù uomo. Quindi andiamo su un concetto immensamente piu grande

In un’ottica di sforzo secolare per CRISTALLIZZARE CRISTO IN GESU, Giovanni è un serio problema.Anche perche in Giovanni 3 Gesù, a Nicodemo, fa capire che la nascita è un evento arcontico che ogni essere cristico deve disintegrare con la morte in vita e con la conseguente seconda nascita. In tal modo, getta luce sulla narrazione del concepimento virginale che è una metafora dell’anima che rigenera il suo Cristo (Pneuma).

LI FARO’ A PEZZI STI FIGLI DI BELIAR

NON BISOGNA CRISTALLIZZARE IL CRISTO IN GESU'
NON BISOGNA CRISTALLIZZARE IL CRISTO IN GESU’

PIAGNUCOLARE SULLA DENATALITÀ: UN PAESE IDIOTA CHE SI ESTINGUE

di Emanuele Valdambrini

“Ogni volta che esce un rapporto ISTAT sulle nascite, l’Italia finge stupore. Editoriali, servizi TV, post indignati: “Gli italiani non fanno più figli!”. Come se fosse una notizia. Come se non fosse il risultato di un processo culturale e politico coltivato con cura per decenni.

Perché la verità è che non è “l’Italia che non fa figli” — è uno Stato che non vuole genitori.

E una cultura che li deride.

Da vent’anni ci ripetono che avere figli è una scelta “personale”, “libera”, “non dovuta”. Poi, quando il sistema pensionistico collassa, lo stesso Stato si ricorda improvvisamente che la natalità serve. Ma nel frattempo ha trasformato la genitorialità in una forma di handicap economico e sociale.

Una coppia con figli paga più tasse, ha meno libertà di movimento, e viene trattata come una minoranza folcloristica in un Paese che idolatra l’individuo senza legami.

La maternità è vista come una catena, la paternità come un optional.

Poi arrivano i numeri, e tutti a piangere lacrime statistiche: 1,13 figli per donna.

Come se la causa fosse misteriosa. Come se la società non avesse passato anni a demonizzare il sacrificio e la fatica, cioè gli ingredienti necessari per costruire qualcosa di più grande di sé.

Il paradosso è che gli stessi che gridano al disastro demografico sono quelli che hanno applaudito ogni passo verso la dissoluzione della famiglia: precarizzazione, culto della carriera, infantilizzazione culturale, idolatria dell’io, e demonizzazione del ruolo genitoriale.

Abbiamo insegnato ai ventenni che “mettere su famiglia” è una sconfitta sociale, e ora ci chiediamo perché non nascono più bambini.

Non è una crisi biologica, è una crisi ideologica.

Abbiamo costruito una società che premia chi resta solo, e punisce chi cresce altri esseri umani.

Una società che parla di inclusione, ma esclude la maternità dal mondo del lavoro.

Che celebra la libertà sessuale, ma teme la sua conseguenza naturale: la vita.

Ora i demografi parlano di “carenza di potenziali genitori”, ma il problema non è demografico: è morale.

Perché abbiamo smesso di credere nel futuro.

E un popolo che non crede più nel futuro smette di generare — biologicamente, culturalmente e spiritualmente.

Il risultato?

Un Paese vecchio che si commuove per le culle vuote, ma difende con orgoglio la cultura che le ha svuotate”.

PIAGNUCOLARE SULLA DENATALITÀ: UN PAESE IDIOTA CHE SI ESTINGUE
PIAGNUCOLARE SULLA DENATALITÀ: UN PAESE IDIOTA CHE SI ESTINGUE

SOLO DIO E’ ATEO E IL DIAVOLO E’ IL PIU’ GRANDE CREDENTE

di Chiara Rovigatti

Sillogismo che non fa una piega.

Un ateo non può essere tale perchè per negare bisogna conoscere interamente ciò che si nega.

Dio solo può essere ateo perchè, essendo Tutto in Sè-stesso e quindi conoscendosi nella Sua totalità, è in grado di esistere e negarsi.

Il Diavolo è il più grande credente perchè, essendo il Shatan di Dio conosce a sua volta il suo Shatan che è Dio, e non può necessariamente negare ciò che conosce.

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Chi non conosce tutte le cose non può essere ateo. Solo Dio è ateo. Il diavolo è il più grande credente, e ha le sue ragioni.

*** F.O’Connor, Diario di preghiera

Gioco, partita, incontro.

SOLO DIO E' ATEO E IL DIAVOLO E' IL PIU' GRANDE CREDENTE
SOLO DIO E’ ATEO E IL DIAVOLO E’ IL PIU’ GRANDE CREDENTE

LA FECCIA DEGLI ANTICHI

a cura di Fumo Fuffu

Il Tao che il mondo apprezza è quello che si trova sui libri ma i libri sono fatti solo di parole. Ma benché il mondo stimi i libri io li considero indegni di stima.

Un giorno il Duca di Huan stava leggendo un libro, il mastro carraio lo vide e disse: “Che cosa state leggendo?” “Le parole dei Santi” rispose. “Quello che leggete non è altro che la feccia degli Antichi.” Il Duca si indignò: “Io non ti permetto di parlare così, spiegati o ti ucciderò.”

“Ecco, quando io faccio una ruota, se vado adagio, il lavoro è piacevole ma la ruota non si curva abbastanza, se vado veloce il lavoro è penoso e trasandato. Non bisogna andare né lenti né veloci, ma procedere ad un ritmo giusto che faccia corrispondere la mano col cuore. C’è in questo un qualcosa di inesprimibile. Io che sono ancora vivo non sono riuscito a spiegarlo a mio figlio. E quindi mi tocca a settant’anni di continuare a fabbricare le ruote. Se io che sono vivo non posso insegnare ciò a mio figlio, come fanno gli Antichi che sono morti ad insegnare la Verità? Ciò che potete leggere non è altro che la loro feccia “

(Zhuangzi)

LA FECCIA DEGLI ANTICHI
LA FECCIA DEGLI ANTICHI

LA MULTIPRESENZA DEL PADRE

di Chiara Rovigatti

Come dico spesso, Dio è multiforme e multilingue: per farSi riconoscere (multiforme) e per farsi comprendere (multilingue).

È così che la Tradizione Primordiale del Suo Pensiero si è suddivisa in tante Tradizioni Secondarie figlie di quella a seconda delle popolazioni che abitano questo pianeta perchè, come dice Filippo nel suo Vangelo gnostico: <<la Verità non è venuta nuda in questo mondo, ma in simboli e in immagini>>.

Ecco un piccolo esempio: il “nodo tibetano di buon auspicio”, il “DAO”, e il “fiore della Vita”.

Tutti a esprimere l’Assoluto Entanglement di Dio: la non-località di nostro Padre, dato che Lui i Suoi Figli non li abbandona mai e nei momenti più difficili del loro Ritorno a Casa, sa che ricordare loro la Sua Presenza ovunque è il massimo conforto che possa offrire.

LA MULTIPRESENZA DEL PADRE
LA MULTIPRESENZA DEL PADRE

L’ISLAM E IL CANE

a cura di Giuseppe Aiello

Le scuole giuridiche islamiche (sia sunnite sia sciite) differiscono nel modo in cui valutano la **najāsa** (impurità rituale) dei cani e le norme di convivenza con essi.

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**Scuole sunnite**

#### **1. Scuola ḥanafita**

* **Giudizio sul cane:** Il cane in sé non è considerato del tutto impuro (najis) — solo **la sua saliva** è impura.

* **Contatto:** Se la saliva tocca qualcosa (ad esempio un vestito), occorre lavarla, ma non è necessario trattare tutto il corpo dell’animale come impuro.

* **Tenere cani:** Ammesso per scopi legittimi (caccia, guardia, pastorizia), ma non per semplice compagnia, in base a un hadith che scoraggia tenere cani “senza necessità”.

#### **2. Scuola mālikita**

* **Giudizio sul cane:** È la scuola **più tollerante**: il cane **non è considerato impuro**, nemmeno la saliva in senso rituale.

* **Motivazione:** L’impurità è solo spirituale o morale, non materiale.

* **Tenere cani:** Lecito per funzioni utili; nessuna contaminazione rituale per contatto casuale.

#### **3. Scuola shāfi‘ita**

* **Giudizio:** Il cane è **najis** (impuro) nel suo insieme — corpo, saliva, sudore ecc.

* **Pulizia:** Se un cane lecca un recipiente, bisogna lavarlo **sette volte**, una delle quali con terra, seguendo letteralmente il ḥadīth in Ṣaḥīḥ Muslim.

* **Tenere cani:** Consentito solo per necessità (caccia, guardia, pastorizia).

#### **4. Scuola ḥanbalita**

* **Giudizio:** Simile agli shāfi‘iti — il cane e la sua saliva sono impuri.

* **Pulizia:** Stesse norme (sette lavaggi, uno con terra).

* **Tenere cani:** Ammesso per scopi utili, scoraggiato come animale da compagnia.

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**Scuole sciite (ja‘farite / imamite)**

* **Giudizio

:** Il cane è considerato **ritualmente impuro (najis)**, incluso il corpo, la saliva e il sudore.

* **Conseguenze:

** Qualsiasi oggetto bagnato dal contatto con il cane deve essere purificato (ṭahāra) prima della preghiera.

* **Tenere cani:

** Permesso per funzioni utili (guardia, caccia, pastorizia), ma **disapprovato** tenerli in casa o come animali da compagnia, soprattutto nei luoghi di preghiera.

* **Distinzione:

** La impurità è rituale, non “morale” — non implica disprezzo per l’animale, ma riguarda la purezza necessaria per gli atti di culto.

L'ISLAM E IL CANE
L’ISLAM E IL CANE

UN REGIME DI NUOVA REPRESSIONE IN GERMANIA?

a cura di Pino Cabras

𝗚𝗘𝗥𝗠𝗔𝗡𝗜𝗔: 𝗣𝗘𝗥𝗦𝗘𝗚𝗨𝗢𝗡𝗢 𝗝𝗨̈𝗥𝗚𝗘𝗡 𝗧𝗢𝗗𝗘𝗡𝗛𝗢̈𝗙𝗘𝗥 𝗣𝗘𝗥 𝗔𝗩𝗘𝗥 𝗣𝗔𝗥𝗔𝗚𝗢𝗡𝗔𝗧𝗢 𝗡𝗘𝗧𝗔𝗡𝗬𝗔𝗛𝗨 𝗔𝗜 𝗡𝗔𝗭𝗜𝗦𝗧𝗜

[ARTICOLO MODIFICATO NEL FINALE]

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CRESCE LA REPRESSIONE DEL DISSENSO FILO-PALESTINESE IN EUROPA

A Monaco lo scrittore tedesco Jürgen Todenhöfer, 84 anni, ex deputato CDU e noto critico della politica israeliana, è stato arrestato [edit: è stato perseguito] per “istigazione all’odio” e “banalizzazione dell’Olocausto” dopo aver pubblicato su X un post in cui paragonava Benjamin Netanyahu ai nazisti.

La sua casa è stata sorvegliata e perquisita, e la polizia ha sequestrato telefoni e dispositivi digitali.

Todenhöfer, autore di libri su Afghanistan, Iraq e ISIS, ha denunciato la repressione del dissenso filo-palestinese in Germania, dove ogni critica a Israele è spesso assimilata all’antisemitismo.

Ha dichiarato: «Se sarò condannato, sarà un onore: difendere la libertà e la pace in Palestina è un dovere».

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VAROUFAKIS BANDITO, MANIFESTANTI ARRESTATI, ARTISTI CENSURATI

Il caso Todenhöfer si inserisce in un clima sempre più restrittivo. Il politico greco Yanis Varoufakis è stato bandito da eventi pubblici in Germania dopo aver definito “apartheid” il trattamento dei palestinesi.

Negli ultimi mesi, centinaia di manifestanti pro-Palestina sono stati arrestati o dispersi con la forza durante cortei pacifici a Berlino, Amburgo e Francoforte.

Anche artisti e accademici che avevano espresso solidarietà ai civili di Gaza sono stati esclusi da festival e università, segno di una deriva censoria sempre più evidente.

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LA LIBERTÀ D’OPINIONE EUROPEA SOTTO ATTACCO

Il fenomeno rischia di estendersi come un contagio: la criminalizzazione del pensiero critico si sta lentamente infiltrando anche in altri Paesi europei, dove si moltiplicano i tentativi di limitare la libertà d’espressione in nome della “lotta all’odio”.

È come se la parentesi di libertà costituzionali aperta nel dopoguerra si stesse chiudendo, lasciando il posto a una nuova stagione di conformismo ideologico, censura preventiva e paura di dissentire.

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UNA DOMANDA PERSONALE, MA POLITICA

A questo punto mi domando seriamente cosa mi accadrebbe oggi se mettessi piede in Germania, dopo aver scritto un libro come “Contro il ‘Sionismo Reale’”.

Un libro chiarissimo nel condannare le classi dirigenti sioniste, ma altrettanto rigoroso nel respingere l’antisemitismo sotto ogni punto di vista — e tuttavia, pare, non abbastanza per la postura stolida e “strutturalmente ignorante” scelta dai legislatori teutonici.

Mi arresterebbero? Arresterebbero anche Moni Ovadia e Alessandro Di Battista? A suo tempo avrebbero magari arrestato il deputato ebreo ortodosso britannico Gerald Kaufman, che pronunciò le stesse accuse con lo stesso paragone di Todenhöfer?

E non sarà forse opportuno che il Parlamento italiano, invece di approvare le leggi liberticide proposte dall’ex amministratore di società israeliane Maurizio Gasparri, ponga qualche domanda alla Germania a tutela di milioni di cittadini italiani che hanno idee diverse da Merz?

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UNO STATO D’ECCEZIONE BELLICO E IDEOLOGICO

Queste manifestazioni di pensiero vengono represse anche per ragioni – per così dire – “preventive”.

I vertici europei e atlantici, da Friedrich Merz a molti altri capi di governo dell’UE e della NATO, stanno infatti preparando un nuovo stato di eccezione permanente, di natura bellica e ideologica, nel quale la Russia è costruita artificialmente come nemico assoluto.

Per sostenere questa narrazione impopolare, si sta creando una struttura giuridica e culturale destinata a reprimere il dissenso pacifista, bollando come “filorussa” o “antisemita” ogni voce non allineata. Todenhöfer è oggetto di una vendetta anche in questo senso: aveva pubblicamente criticato il governo per non fare indagini sull’attentato al gasdotto Nord Stream.

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DALLA GUERRA IN MEDIO ORIENTE ALLA GUERRA IN EUROPA

Oggi molti intellettuali e ampie fasce di popolazione si ribellano al genocidio in Medio Oriente: è una ribellione “facile” solo nel senso che la violenza è ormai visibile, palese, incontestabile, e quindi riconoscibile da tutti.

Più difficile è invece cogliere i fili geopolitici che ci stanno trascinando verso una guerra più grande, destinata a distruggere le società europee come le abbiamo conosciute.

Ma quel momento arriverà: e allora lo sguardo dei popoli si sposterà da “Bibi il Genocida” a Merz il distruttore delle classi medie, fino a tutti gli altri architetti della guerra europea.

È per questo che stanno accelerando: per blindare, come ha detto il cancelliere prediletto da BlackRock, “quelli che fanno il lavoro sporco per noi”.

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CORREZIONE:

Diverse testate, tra cui “The Telegraph”, avevano riportato nei loro articoli che il signor Todenhöfer era stato arrestato. Ciò non è esattamente quel che è accaduto. Detti articoli sono stati modificati e siamo lieti di rettificare l’informazione. La questione è in ogni caso assai grave: un’ingiusta perquisizione del domicilio di Todenhöfer, estremamente intimidatoria, e una pendente incriminazione per un reato d’opinione, in un contesto in cui stanno avvenendo numerosi arresti.

UN REGIME DI NUOVA REPRESSIONE IN GERMANIA?
UN REGIME DI NUOVA REPRESSIONE IN GERMANIA?