DIVIDE ET IMPERA

di Luciana Briganti

(ovvero: la guerra tra poveri favorisce il Male)

E’ naturale avere dubbi, timori, antipatie verso chi non la pensa come noi, verso chi in passato ci ha traditi, feriti, offesi. Sono sentimenti legittimi. Ma di fronte a un nemico davvero potente, se davvero vogliamo cambiare le cose, se vogliamo che la nostra voce abbia forza, non possiamo restare isolati. È in momenti come questi che possiamo imparare cosa significa PENSARE STRATEGICAMENTE.

Un proverbio antico ci ricorda: “Il nemico del mio nemico è mio amico”. Questa massima ha radici molto antiche, compare in testi come l'”Arthashastra” (un trattato indiano di strategia e politica risalente al IV secolo a.C.) e in latino si diffuse nella forma “Amicus meus, inimicus inimici mei” (amico mio, il nemico del mio nemico), diventando parte del linguaggio diplomatico e politico europeo nei secoli successivi.

Questo non significa che dobbiamo fingere di essere identici a chi combatte al nostro fianco, o rinunciare alle nostre idee: significa trovare un terreno comune quando il pericolo è più grande. Come nel “Signore degli Anelli”, quando Nani, Elfi e Uomini – pur con le loro diffidenze, antipatie feroci e pregiudizi – si unirono per affrontare il Male più oscuro: Sauron. È solo unendo le forze e andando oltre le divisioni, che si può affrontare qualcosa che nessuno di questi gruppi da solo avrebbe potuto sconfiggere.

Negli ultimi giorni, questa lezione ha trovato una realtà concreta: quasi 500 uomini e donne provenienti da vari paesi si sono messi in mare in una Flotilla, con navi a vela e barche civili, per portare un messaggio di pace e solidarietà verso un popolo che da decenni soffre sotto le bombe. Hanno rischiato: il mare, le minacce, l’impiego di bombe stordenti e incendiarie, l’abbordaggio in acque internazionali, il sequestro temporaneo degli equipaggi, i maltrattamenti. Tutto questo mentre l’esercito israeliano viola costantemente le norme del diritto internazionale e umanitario – come quelle previste dai Trattati di Ginevra – che stabiliscono che anche nelle zone di guerra deve essere garantito un corridoio umanitario.

In Italia (e non solo), dopo decenni di sofferenze atroci subite dal popolo Palestinese, la società civile si è attivata, la risposta dopo l’ennesima prevaricazione dell’esercito israeliano è stata immediata: piazze piene, proteste, manifestazioni, lo sdegno è trasversale.

Fra tutti si è mobilitata anche la CGIL chiedendo uno sciopero generale per manifestare solidarietà. Ma alle manifestazione hanno partecipato anche coloro che non si riconoscono nelle ideologie della “sinistra progressista”, degli ambienti woke, o arcobaleno, le PERSONE hanno sentito che questa causa è una causa UMANA, non di destra o sinistra. Molte persone sono passate sopra la strumentalizzazione politica. Non tutte.

Ed è proprio qui che entra in gioco l’elemento del “divide et impera” che chi detiene il potere ed ha interesse a mantenerlo utilizza. Così si cerca di frammentare il dissenso, far scadere la solidarietà in litigio, far diventare le differenze – religiose, ideologiche politiche e culturali – motivo di separazione anziché occasione di alleanza. Ma la posta in gioco è troppo alta per cadere ancora in questo tranello.

Solo quando un popolo non cede alla paura, alla diffidenza, al pregiudizio, ma sceglie di restare unito, diventa forza concreta.

Come diceva Che Guevara: “El pueblo unido jamás será vencido”. Il popolo unito non può essere sconfitto. Questo non vuol dire che ogni alleanza sia perfetta, che non ci siano tensioni o opinioni divergenti, talvolta opposte. Ma proprio queste differenze, se affrontate con rispetto, diventano ricchezza – diventano parte del tessuto che tiene insieme una comunità forte, un Paese, in nome di un valore più alto, di una causa di pace e giustizia.

Perciò: davanti a problemi così importanti – a guerre, ingiustizie, violazioni dei diritti umani – non possiamo permetterci di restare divisi. Serve coraggio non solo di stare accanto agli altri, ma di cercare alleati, di costruire ponti, di superare vecchi rancori, antipatie e pregiudizi. Serve che la società civile, tutti noi, impariamo a guardare oltre le etichette. Perché il nemico oggi è la negazione dell’umanità, non il vicino che la pensa diversamente su alcune cose.

“Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.” [Matteo 5:23-24] E’ Gesù che ci invita a riconciliarci con chi ha qualcosa contro di noi, l’invito è: non lasciarsi vincere dal male, ma vincerlo con il bene.

L’Unione fa la forza. Non con la violenza ma con la pace nel cuore e per Amore si sconfigge il Vero Male.

Come dentro così fuori. A buoni intenditori.

DIVIDE ET IMPERA
DIVIDE ET IMPERA

Il golpe dimenticato: la mancata avvenuta di un IV Reich

di Lelio Antonio Deganutti  

7 Ottobre 2025

Nel dicembre 2022 le autorità tedesche portarono a termine una delle più vaste operazioni di polizia degli ultimi decenni. Più di tremila agenti furono coinvolti in perquisizioni simultanee in diverse regioni del Paese. L’operazione condusse all’arresto di decine di persone, accusate di far parte di un’organizzazione eversiva che mirava a rovesciare le istituzioni della Repubblica Federale.

La figura principale emersa dalle indagini fu Heinrich XIII Prinz Reuss, nato nel 1951, discendente di un’antica casata tedesca legata storicamente alla Turingia. La sua posizione sociale e i suoi contatti lo resero il punto di riferimento di un progetto che, secondo l’accusa, prevedeva la costituzione di un nuovo governo provvisorio. In tale disegno, Reuss avrebbe assunto il ruolo di capo di Stato.

Il gruppo arrestato era collegato al movimento dei Reichsbürger (“cittadini del Reich”), una rete eterogenea che da anni raccoglie individui e piccoli gruppi convinti dell’illegittimità della Repubblica Federale. Essi sostengono che la Germania, dal 1945 in poi, non abbia mai recuperato piena sovranità e che l’ordinamento giuridico del Reich anteriore continui a sussistere. Alcuni dei suoi aderenti hanno avuto in passato episodi di conflitto con le autorità locali, soprattutto in merito a tasse, documenti ufficiali e riconoscimento delle leggi statali.

Secondo gli inquirenti, la rete legata a Heinrich XIII si era organizzata attraverso incontri periodici, alcuni dei quali si sarebbero svolti presso la tenuta di caccia Waidmannsheil in Turingia. La proprietà fu descritta come uno dei centri logistici del gruppo, utilizzata per riunioni e per il deposito di materiali. Durante le indagini vennero documentati anche tentativi di contatto con rappresentanti della Federazione Russa a Berlino, ma non emersero prove di un sostegno concreto.

Il piano non superò mai la fase di preparazione. L’intervento delle autorità tedesche, attuato in modo capillare e rapido, impedì che si sviluppassero azioni operative. Inoltre, dalle indagini non risultarono adesioni significative all’interno delle istituzioni statali o delle forze armate, elemento che rese il progetto privo di reali possibilità di riuscita.

Dopo gli arresti, la procura federale avviò un procedimento giudiziario di ampie proporzioni. Nel maggio 2024, a Francoforte, si aprì il processo principale contro Heinrich XIII Prinz Reuss e altri imputati. Le udienze, tuttora in corso, mirano a ricostruire la composizione del gruppo, i rapporti interni e i collegamenti esterni, nonché a stabilire l’effettiva portata di quello che la stampa tedesca ha definito il “golpe dimenticato”.

L’intera vicenda rimane un episodio inusuale nella storia recente della Germania: un tentativo di organizzare un colpo di Stato che, pur fermatosi prima di qualsiasi azione concreta, ha lasciato traccia nei documenti giudiziari e nelle cronache come un raro esempio di cospirazione monarchica nell’Europa del XXI secolo.

Tratto da: La Voce del Parlamento

Il golpe dimenticato: la mancata avvenuta di un IV Reich
Il golpe dimenticato: la mancata avvenuta di un IV Reich

Medioriente: collasso in Cisgiordania e nuova guerra all’Iran ovvero il piano di Israele dopo due anni di conflitto

di Maurizio Perriello

7 ottobre 2025

I calcoli strategici di Stato ebraico e Teheran suggeriscono un’escalation maggiore rispetto a quella registrata a giugno, nella guerra dei 12 giorni. Il prossimo bersaglio sembra però essere la tenuta economica dei territori palestinesi

Due anni di guerra hanno cambiato per sempre il Medioriente, ma non gli obiettivi di Israele. La spropositata risposta all’umiliazione subita il 7 ottobre 2023 per mano di Hamas ha compromesso la reputazione dello Stato ebraico nel mondo, il quale non è ancora riuscito a sconfiggere definitivamente nessuno dei suoi avversari in questo conflitto. Oltre ai fondamentalisti della Striscia, anche HezbollahHouthi e il loro patron Iran sono ancora in corsa e si stanno rinforzando. Lo scopo di Israele è duplice:

  • aumentare la propria profondità difensiva conquistando il controllo di Gaza e Cisgiordania;
  • proseguire nella normalizzazione diplomatica con le monarchie arabe, incarnata dagli Accordi di Abramo.

Entrambi i propositi sono ancora raggiungibili e, dunque, Israele può ancora ottenere la propria vittoria sul piano strategico, nonostante i pesanti insuccessi tattici registrati finora. Ma come può riuscirci? Attraverso un piano preciso, che va oltre il debole e retorico programma in 20 punti suggerito da Donald Trump. La prima mossa programmata da Israele sarebbe stringere il cappio attorno all’altro grande territorio palestinese, la Cisgiordania. Il passo successivo riguarda invece il grande nemico, l’Iran, e la volontà di attaccarlo con forza maggiore rispetto ai raid di giugno sui siti nucleari.

Il piano di Israele per la Cisgiordania

 Da anni Israele invia in Cisgiordania coloni armati e coadiuvati da militari dell’esercito per costringere con la forza i palestinesi a lasciare i loro insediamenti. Violenze, boicottaggi, inquinamento delle fonti d’acqua, sequestri, occupazione. All’elenco si aggiunge anche la promozione di un collasso economico, alimentando i già vertiginosi livelli di disoccupazione di West Bank, oltre il 30% secondo gli ultimi dati (settembre 2024). Il secondo livello più alto di sempre. Un mese prima dell’inizio della guerra, a settembre 2023, la percentuale di persone senza occupazione era del 12,9%. Centinaia di migliaia di palestinesi hanno perso il permesso di lavoro e di spostamento in Israele. Dei 115mila abitanti della Cisgiordania “bloccati” dopo il 7 ottobre 2023, appena 8mila hanno visto ripristinati i propri visti. Secondo l’economista palestinese Naser Abdelkarim, il risultato di questa situazione è il raddoppio del tasso di povertà in West Bank dopo un anno di guerra, con un terzo delle famiglie vive ora in povertà.

La guerra economica di Israele

 Oltre a far crollare il mercato del lavoro nei territori occupati, Israele ha imposto forti restrizioni economiche anche prima della guerra. L’arma più efficace in questo senso è il trattenimento delle entrate fiscali palestinesi. La maggior fonte di liquidità in Cisgiordania era costituita proprio dalle paghe dei palestinesi che lavoravano in terra israeliana. Anche prima del conflitto diretto con Hamas e gli altri agenti di prossimità iraniani, lo Stato ebraico tratteneva entrate fiscali destinate a West Bank. Dal 2019 Israele ha trattenuto quasi 2,3 miliardi di dollari di entrate fiscali destinate all’Anp (Autorità nazionale palestinese), che governa la Cisgiordania. Dopo il 7 ottobre 2023, il governo Netanyahu decise di trattenere ulteriori entrate fiscali, cioè quelle utilizzate per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici dell’Anp a Gaza, sostenendo che il denaro sarebbe potuto finire nelle mani di Hamas. Quest’ultimo governa la Striscia di Gaza, mentre l’Anp gestisce in gran parte gli stipendi dei dipendenti ministeriali nei settori degli affari sociali, della sanità e dell’istruzione.

È in arrivo un’altra guerra diretta tra Israele e Iran?

 Sullo sfondo del conflitto contro Hamas si staglia la grande contesa del Medioriente: quella tra Israele e Iran. Dopo gli attacchi scenografici di aprile e i bombardamenti non letali di giugno, i calcoli strategici di entrambi i Paesi suggeriscono che la violenza potrebbe rivelarsi molto presto ancora maggiore. In particolare, Teheran si sta preparando a sferrare un attacco ben più deciso fin dall’inizio del potenziale nuovo scontro, nonostante le notevoli difficoltà interne che deve fronteggiare. Le Guardie della Rivoluzione hanno modulato la capacità missilistica in previsione di un conflitto prolungato. E se gli Stati Uniti interverranno nuovamente al fianco di Tel Aviv, stavolta le conseguenze potrebbero davvero sfuggire di mano. Il programma nucleare iraniano è ancora in piedi e nessuno sa davvero a che punto sia la corsa persiana alla bomba atomica.

La strategia israeliana tra Usa e Iran

 La guerra dei 12 giorni non ha mai riguardato esclusivamente il programma nucleare iraniano. Piuttosto, lo scopo profondo era spostare l’equilibrio di potere in Medioriente, con le capacità nucleari iraniane inquadrate come fattore importante ma non decisivo. Per oltre due decenni, lo Stato ebraico ha spinto gli Stati Uniti a intraprendere un’azione militare contro Teheran per indebolirlo e certificare se stesso come grande potenza regionale. Un equilibrio che Israele, però, non può raggiungere da solo. In questo contesto, gli attacchi avevano tre obiettivi principali, oltre a indebolire l’infrastruttura nucleare iraniana:

  • trascinare gli Stati Uniti in un conflitto militare diretto con l’Iran;
  • decapitare i vertici della Repubblica Islamica, promuovendo un cambio di regime;
  • trasformare l’Iran nella “prossima Siria” o nel “prossimo Libano”, cioè in Paesi che Israele può bombardare senza alcun coinvolgimento degli Stati Uniti.

Cosa succederà?

 Ebbene, Israele è riuscito a centrare soltanto uno dei tre obiettivi. Senza, peraltro, riuscire a “cancellare” il programma nucleare iraniano. Il rifiuto americano di andare oltre una campagna di bombardamenti limitata è stato uno dei motivi principali per cui lo Stato ebraico ha accettato di negoziare una tregua. Anche perché, nel frattempo, le difese aeree israeliane si sono deteriorate e l’Iran è diventato più efficace nel penetrarle con i suoi missili. Neanche il proposito di fomentare la rivolta popolare nel Paese persiano, senza capire la sua natura estremamente variegata, è andato in porto. Anzi, per certi versi ha donato nuova coesione fondata sulla voglia di rivalsa. Mentre l’Iran sta ricostituendo le proprie risorse militari, per Israele il tempo stringe. Il calcolo politico dietro un altro attacco diventerà molto più complicato una volta che gli Stati Uniti entreranno nella stagione delle elezioni di Midterm. Di conseguenza, l’escalation potrebbe benissimo verificarsi nei prossimi mesi. L’esito della prossima battaglia dipenderà da quale parte avrà imparato di più e agirà più rapidamente: Israele riuscirà a rifornire i suoi scudi aerei più velocemente di quanto l’Iran ricostruirà le sue batterie di missili?

Tratto da: TGCOM 24

Medioriente: collasso in Cisgiordania e nuova guerra all'Iran ovvero il piano di Israele dopo due anni di conflitto
Medioriente: collasso in Cisgiordania e nuova guerra all’Iran ovvero il piano di Israele dopo due anni di conflitto

Moni Ovadia: Putin e Trump non hanno lo stesso obiettivo nella guerra fra Hamas e Israele

di Lelio Antonio Deganutti

7 ottobre 2025

Dichiarazioni rilasciate in maniera esclusiva a Lelio Antonio Deganutti de il quotidiano Paese Roma

L’attore, regista e intellettuale Moni Ovadia ha condiviso con Paese Roma le sue riflessioni sul complesso scenario internazionale legato alla guerra tra Hamas e Israele, offrendo uno sguardo critico e senza filtri sui protagonisti globali che, direttamente o indirettamente, vi si trovano coinvolti.

Parla Moni Ovadia

«Putin e Trump non hanno lo stesso obiettivo, questo è chiaro. Donald Trump è difficilmente inquadrabile: cambia opinione nel giro di poche ore. Prima avrebbe voluto resort a Gaza, poi — in realtà attraverso il Dipartimento di Stato — ha contribuito a stilare un piano di pace in 21 punti tra Hamas e Israele. È un uomo che agisce per pulsione personale, senza una linea coerente. Una cosa però è evidente: è un alleato organico di Netanyahu, a tutti gli effetti. Non si può negare che il suo atteggiamento lo avvicini direttamente alle posizioni del premier israeliano».

«Vladimir Putin, invece, ha ottimi rapporti con Israele. Bisogna ricordare che circa un milione di russi vivono lì: alcuni sono ebrei, altri no. Putin mantiene una posizione distante dall’operato di Netanyahu, ma lo fa con cautela e diplomazia, perché è impegnato in un’altra guerra, quella in Ucraina, contro il furfante Zelensky. È un leader molto equilibrato: se non ci fosse stato lui, probabilmente saremmo già scivolati nella terza guerra mondiale. Ha dimostrato anche grande sensibilità: ha invitato alcuni esponenti politici palestinesi come osservatori nei BRICS, un gesto che ha un valore politico e simbolico non indifferente».

Il quadro italiano e il ruolo della stampa

Ovadia commenta anche l’iniziativa del nostro quotidiano: «Apprezzo moltissimo l’idea di Paese Roma di raccogliere le voci del popolo sull’operato di Netanyahu e sul governo israeliano. È un po’ come aprire dei quaderni di lamentazione, dei cahiers des doléances, che danno spazio alla rabbia, alla frustrazione e alle richieste della gente. È un atto di democrazia che restituisce dignità all’opinione pubblica».

«In Italia si sono viste manifestazioni importanti a favore del popolo palestinese. È giusto che queste voci trovino canali di espressione, perché l’opinione pubblica non può restare muta davanti a una tragedia che investe la coscienza di tutti».

Tratto da: Paese Roma

Moni Ovadia: Putin e Trump non hanno lo stesso obiettivo nella guerra fra Hamas e Israele
Moni Ovadia: Putin e Trump non hanno lo stesso obiettivo nella guerra fra Hamas e Israele

IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI

a cura di Giuseppe Aiello

Una bellissima e profonda riflessione dell’amico Marco Pavoloni rielaborata in termini islamici.

“Il sonno della ragione genera mostri” (El sueño de la razón produce monstruos) è un’acquaforte e acquatinta realizzata nel 1797 dal pittore spagnolo Francisco Goya

La celebre incisione di Goya “El sueño de la razón produce monstruos” è una delle espressioni più ‎enigmatiche e travisate dell’arte moderna — e, se riletta alla luce dell’Islam, il suo significato si ‎trasforma da mera denuncia illuminista in una profonda parabola metafisica.‎

Il significato apparente è quello della Ragione che dorme: ‎

Nel contesto storico dell’opera (fine XVIII secolo), Goya intendeva denunciare l’oscurantismo, la ‎superstizione e la follia che emergono quando la ragione “dorme”, cioè abdica al proprio compito di ‎illuminare la realtà. Il “sonno” diventa così simbolo dell’ignoranza e del ritorno dell’irrazionale. ‎Tuttavia, già nel doppio senso della parola “sueño” — sogno e sonno — si annida un’ambiguità che ‎apre a un’interpretazione più profonda: il sogno come visione, come immaginazione che non è solo ‎illusione, ma anche canale dell’invisibile.‎

La chiave tradizionale di lettura: la separazione tra ragione (aql) e intelletto (lubb)‎

Nella prospettiva della philosophia perennis, la ragione (ratio, AQL) è soltanto una facoltà ‎discorsiva, analitica, subordinata all’intelletto puro (intellectus-latino, nous-greco, buddhi-sanscrito, ‎o LUBB-arabo), che è luce immediata, intelligenza intuitiva e sovrarazionale.‎

Quando l’uomo moderno ha separato la ragione/AQL dall’intelletto/LUBB — confondendo la ‎chiarezza logica con la luce spirituale — la ragione/AQL è divenuta cieca, pur credendosi illuminata.‎

È allora che, paradossalmente, il sonno dell’intelletto/LUBB genera la veglia dei mostri: mostri ‎mentali, ideologici, psicologici, prodotti da una ragione chiusa nell’immanenza, priva del suo ‎principio trascendente.‎

I “mostri” come forme dell’infraumano

Nel simbolismo tradizionale, il “mostro” è sempre una forma irregolare, una deviazione dalla norma ‎ontologica e reale. Esso rappresenta l’inversione dell’ordine gerarchico dell’essere: l’inferiore che ‎domina il superiore, l’istinto e l’ego/NAFS AMMARA che sottomette l’intelletto/LUBB, il caos che ‎prende il posto del cosmo.‎

Così, i mostri di Goya non sono solo incubi psicologici, ma emanazioni del mondo profano, ‎proiezioni dell’anima privata del suo asse verticale (QUTB).‎

Essi sorgono non quando l’uomo rinuncia alla ragione/AQL, ma quando egli assume la ragione/AQL ‎come unico lume, dimenticando la Luce da cui essa proviene.‎

L’inversione moderna e il regno della tenebra lucente.‎

La modernità, pretendendo di fondarsi sulla ragione/AQL autonoma, ha in realtà consegnato la ‎ragione/AQL al suo opposto: all’irrazionale camuffato da razionalità. Da qui il proliferare dei ‎‎“mostri” ideologici — scientismo, psicanalisi, relativismo, nichilismo, individualismo, desiderio di ‎‎“perdersi” e “disconnettersi” — che sono maschere del medesimo vuoto.‎

La ragione/AQL, senza l’intelletto/LUBB, diviene come una lanterna che illumina soltanto la ‎superficie del reale, lasciando tutto ciò che è essenziale nell’ombra. È la “tenebra lucente” del ‎mondo moderno.‎

La frase di Goya, quindi riletta alla luce dell’Islam, può dunque essere rovesciata nel suo senso più ‎alto:‎

‎“Non è il sonno della ragione/AQL a generare mostri, ma la ragione/AQL che si crede sveglia ‎mentre dorme il suo intelletto/LUBB”.‎

Quando la ratio non è più guidata dall’intellectus, essa diventa cronaca dell’immanente — sterile, ‎ripetitiva, cieca al Principio.‎

I “mostri” che ne scaturiscono sono forme della miscredenza (KUFR): l’uomo senza centro, la ‎scienza senza sapienza, la luce che non illumina ma acceca. Una mera illusione che svia e inganna ‎chi “crede” in essa, ma che svela il Reale (HAQQ) a chi sa vedere “oltre” essa.‎

IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI
IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI

IL SIGNORE DELLA MORTE NON TARDERA’

a cura di Karma Tutob Gyatso

La vita è impermanente come le nuvole autunnali, la giovinezza è impermanente come i fiori di primavera, il corpo è impermanente come una proprietà presa in prestito; il signore della morte, come l’ombra della montagna occidentale, non tarderà.

Longchenpa

IL SIGNORE DELLA MORTE NON TARDERA'
IL SIGNORE DELLA MORTE NON TARDERA’

NOZZE ALCHEMICHE

di Ananda Malika

Il nostro vero compagno è già stato scelto in un piano divino. Senza nemmeno che noi lo sappiamo, la vita ci riconduce a lui. Il cosmo lo sa. La nostra anima lo sa. Il nostro istinto lo sa. Siamo stati una coppia per molte vite prima.

Non c’è niente di ‘nuovo’, sembra che ci conosciamo e siamo insieme da sempre. Si sa chiaramente cosa dire o non dire per evolvere insieme nel processo di ricongiunzione.

Sentiamo di essere stati uniti in matrimonio mille volte prima, ma non nelle forme tradizionali. Senza voti che non si sentono nel cuore, senza firmare un “contratto” per un istituto, ma con una cerimonia sacra che trascende il bisogno di materiale. Nozze alchemiche di anime che si ricongiungono nell’Uno.

Ci ritroveremo sempre grazie all’enorme attrazione magnetica tra le nostre anime. Come nel film Avatar ‘Ti vedo’. Queste parole sono più di “ti amo”, hanno una dimensione più profonda.

Vedo la tua anima.

Amo la tua anima, con tutti gli aspetti che la accompagnano. Tutto. Tutto il pacchetto. Questo è il ‘Ti vedo’.

Sulla strada delle relazioni e delle esperienze passate, abbiamo la possibilità di imparare chi siamo, di cosa abbiamo bisogno per brillare, fiorire e rimanere stabili nell’Essere nelle prove della vita.

Si impara ad essere autentici e a riconoscere il Divino nel nostro compagno, in una connessione basata sulla Verità. È così che ci si ama.

Quando troviamo qualcuno che è fedele alla propria anima, che si è impegnato per scoprire i propri dolori, per guarire se stesso e per creare la propria realtà… questa persona sará capace di accompagnarci nel grande viaggio della vita.

NOZZE ALCHEMICHE
NOZZE ALCHEMICHE

TOGLIERE L’ENERGIA ALLE EGGREGORE SOCIALI

di Martino Zeta

Siamo tutti vittime di una colossale balla, di un gigantesco fraintendimento. Il fatto è che non esiste nessun orgoglio, nessun onore da difendere. Lo so, l’umanità gioca a fare a gara a chi ha ragione, a chi è più bravo, sino a dimenticarsi completamente che colui che dovrebbe essere così efficiente, bravo, numero uno in tutto…in realtà non esiste. Nessuno dei personaggi che interpretiamo con così tanto impegno è reale. E’ tutta una bugia! Se ritiriamo l’energia che lo rende vivo, quel finto tizio immediatamente collassa, e insieme a lui l’eggregora sociale che rappresenta. Crolla. Nel silenzio che segue resta un vaga sensazione di vuoto. Quella leggera sensazione traccia un piccolo ma fondamentale passo verso ciò che, come esseri umani, siamo veramente. Tutti i personaggi e nessuno allo stesso tempo. Siamo dei mutaforma, camaleonti che mostrano la loro vera natura solo quando sono appoggiati su qualcosa di trasparente.

Può sembrare inquietante, ma in realtà è un’ottima notizia. Significa che puoi buttarti senza avere paura, che puoi fregartene di sembrare scemo, di fare l’orgoglioso. Puoi smettere di cercare di avere sempre ragione, puoi finalmente rilassarti.

Queste sono anche importanti istruzioni di stregoneria in quanto quell’energia diventa potere personale e può essere utilizzata per modificare i tuoi stati di coscienza procedendo verso l’impersonalità.

Siamo bloccati in un loop, coinvolti con ciò che non esiste in maniera così profonda da compromette le nostre reali potenzialità.

TOGLIERE L'ENERGIA ALLE EGGREGORE SOCIALI
TOGLIERE L’ENERGIA ALLE EGGREGORE SOCIALI

Israele ha i giorni contati

a cura della Redazione

07-10-2025

Lior Ben Shaul, analista politico di Yedioth Ahronoth, ha avvertito che Israele sta affrontando un “collasso esistenziale” e che, se gli attuali sviluppi in ambito di sicurezza, politico e sociale continueranno, la situazione potrebbe non durare più di due anni.

Ha aggiunto: “Non stiamo affrontando solo una crisi di sicurezza o una situazione di stallo politico; quello che stiamo vivendo oggi è un terremoto esistenziale che scuote le fondamenta stesse del progetto sionista. Hamas non solo ha vinto sul campo di battaglia, ma ha anche infranto il mito dell’invincibilità di Israele e ha esposto al mondo la nostra fragilità”.

Israele al collasso

Indicando i segnali di collasso della società israeliana e la fuga degli israeliani “come topi”, Ben Shaul ha continuato: “Stiamo affondando e la gente fugge. I voli per Europa, Stati Uniti e Canada sono al completo. Le ambasciate sono sommerse dalle richieste di immigrazione. Le famiglie vendono silenziosamente i loro beni e mandano i figli all’estero a studiare, senza alcuna intenzione di tornare”.

Ha descritto la realtà quotidiana di Israele come “piena di umiliazione e confusione”, scrivendo: “I soldati piangono davanti alle telecamere, i coloni fuggono dal sud e dal nord, i ministri gridano invano e l’intera società sopravvive alla giornata con sedativi”.

Ben Shaul ha sottolineato che la recente guerra ha rivelato verità che vanno oltre il campo di battaglia: “Hamas ha messo a nudo la nostra paura e ha acceso un fuoco d’odio che ci sta consumando dall’interno. In Cisgiordania, una nuova Intifada si profila all’orizzonte; gli arabi hanno riacquistato fiducia dall’interno; e noi siamo dispersi, spaventati e al collasso”.

Concludendo il suo commento, ha offerto una fosca previsione per il futuro di Israele: “Entro due anni, Israele come lo conosciamo oggi non esisterà più. Potrebbe trasformarsi in una fortezza assediata che sopravvive grazie ai pochi aiuti americani, oppure potrebbe crollare del tutto e la terra tornare ai suoi legittimi proprietari. Allora il mondo ricorderà il momento in cui Israele ha perso la sua umanità e ha perso tutto”.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Israele ha i giorni contati
Israele ha i giorni contati