LO SCIAMANESIMO MARZIALE DEL PRIMORDIALISMO VISIONARIO

di Vincenzo Di Maio

Lo sciamanesimo è la forma più antica di religione in quanto essa procede da un principio naturale che è la personale esperienza diretta della realtà più profonda del divenire presente, in quanto esperisce patafisicamente la differenza e la discriminazione tra ciò che è divinità con ciò che non è divinità, secondo un progressivo procedimento ciclico di purificazione dello spirito che gli permette di svelare progressivamente la suprema purezza dell’identità di Dio e delle sue creature, nonché della propria unità inscindibile con l’universo divino e la unicità vivente del nostro pianeta Urantia, poiché la propria purificazione fa attraversare la barriera apparente delle percezioni materiali constatando direttamente la multidimensionalità del tempo presente in relazione allo spazio, attraverso la propria espansione microcosmica soggettiva che gli fa conoscere la spiritualità integrale, proprio come un bambino esperisce la realtà circostante, così lo sciamano attraversa i mondi sottili verificandoli di persona.

Questa spiritualità integrale nel suo percorso di purificazione, che attraversa il fuoco della barriera delle illusioni, scopre una realtà incantata e idilliaca di amore e di onore, ma anche della potenza divina del buon umore che ci ricollega al Cielo, poiché la vera vita è gioia come la vera divinità è gioia e Dio stesso è gioia e felicità per tutti ma non per i pochi che vorrebbero tristi tutti gli altri.

Lo sciamanesimo pertanto è uno status sociale che soltanto gli eletti della fratellanza bianca universale, i quali ricevono un dono sacro attraverso la “nadis ayurvedica” del chakra della corona, sono gli incaricati di fare tale sacrificio che li rende di fatto, nelle comunità tribali e nelle società tradizionali, come guide spirituali religiose e politiche che, in termini di estensione geografica, sono rappresentati dagli imperatori arcaici e prima ancora dai leggendari re sacerdoti planetari come era a tutti gli effetti Shiva avatara agli esordi lontani di questo Kali Yuga oramai alla fine.

Spesso questo ruolo di esperienza diretta si interseca in civiltà complesse con il ruolo dei profeti, degli avatar, dei buddha, dei maestri celesti, eccetera, che come civiltà hanno riscontrato problematiche diverse rispetto a quelle del continente africano subsahariano o di quelle americane autoctone in genere in quanto i percorsi della tradizione seguivano traiettorie ben più spontanee e flessibili non legate a troppi vincoli tecnico metodologici tipici delle necessità sociali del continente eurasiatico, questo perlomeno fino a quando Cristoforo Colombo andò a scoprire paradossalmente le Indie ritrovandosi nel Nuovo Mondo delle Americhe scoperte secoli prima dai Malesi africani e dai Vichinghi, nonché dai cinesi e, secondo alcuni reperti misteriosi di monete romane in america centrale o il ritrovamento di tracce di cocaina nei sarcofaghi egizi, veniamo a conoscenza che anche gli antichi romani e gli antichi egizi avevano conosciuto le Americhe senza mai conquistarle, come invece avvenne per la spedizione inviata dagli ordini templari guelfi a cui apparteneva Colombo, e dalle loro controparti interne alla Chiesa di Roma papalina e ai suoi rapporti con il giudei, i quali furono tra i principali finanziatori dell’operazione di spedizione, con il sostegno e il bene placido dei regnanti di Spagna e Portogallo, una situazione colonialista che ha interrotto lo spontaneismo religioso africano con innumerevoli intromissioni a più livelli e a forme di veri e propri etnocidi e genocidi mai evidenziati nella storia accademica mondiale dell’umanità.

Quindi, questo passaggio ci indica che lo sciamanesimo è la via sacerdotale di una funzione naturale della vita umana che tutti possono esperire ma che la dote sacra distingue una identità singolare ben scissa da tutta la sua comunità etnica, società nazionale o civiltà antropologica di provenienza, rispetto ad una precisa struttura archeologica di un continente, poiché lo sciamano realizzato appartiene al Cielo che, nel momento in cui quel bambino ha preso vita, è avvenuto per mezzo e attraverso e insieme ad un dono sacro che a lui e soltanto a lui appartiene, poiché la sua realizzazione sarà il frutto che ritorna al Cielo, proprio come nella storiografica comparativa di tutti i maggiori santi ma anche eroi, nonché profeti, buddha e avatara.

Come rivela la storia biografica di queste personalità divine e immortali, alla fine ascendono tutti al Cielo scomparendo dalla terra, sciamani usualmente solitari ed a volte eremiti che si disperdono nelle foreste tropicali, nei deserti, sui monti, sulle alture più irraggiungibili di qualsiasi continente per eseguire la sua missione e realizzarla per dissolversi nel nulla, oppure per ritornare al suo popolo per riportare un messaggio o un ordine celeste in quella civiltà, società o comunità, che probabilmente riportava seri segnali di scompenso e malattia, poiché lo sciamano è anche un medico che ha cura della sua afferente realtà sociale, ed è distinto gerarchicamente in sensibilità sottile con altri sciamani suoi simili, i quali si distinguono rispetto alla triadica di ogni popolo tribale nei rispettivi contesti locali, continentali o planetari, in quanto ogni sciamano riconosce la sua precipua disposizione e le sue funzioni generali che seguono le leggi divine della vita naturale, che contraddistingue la serenità di ogni singola specie vivente nell’ambito della concatenazione biodinamica, di cui la catena alimentare non è altro che una parte marginale, relativa soltanto alla dimensione delle trasformazioni della materia organica.

Lo Sciamano pertanto è una guida spirituale che merita rispetto e tutela della comunità, in quanto insegnante e fonte di sapienza che guida la comunità aiutandola a superare le sue proprie difficoltà, medico fisiologiche, di calibrazione spirituale, immaginifico psicologiche e così via, istruendo nuovi discepoli che contribuiscono alla diffusione pratica delle sane abitudini che influenzano positivamente la società in comportamenti sociali di equilibrio tra uomo, natura e cultura, nonché di coordinazione nelle cinque forme di relazione fondamentale, ed infine di elasticità tra i circuiti virtuosi che contrastano con eventuali aggiustamenti relativi a occasionali circostanze estranee dalla vita endogamica locale di relazione fra le radici del passato ancestrale, rappresentate dal culto degli antenati terrestri e i frutti del futuro primigenio rappresentato dal culto delle divinità celesti.

In tutte le culture ed etnie, vige tale status di cose, poiché gli antenati sono i defunti che attendono nuove modalità di vita nei cicli di reincarnazione e le divinità angeliche celesti sono i custodi degli umani a cui gli sciamani appartengono, in attesa di una loro ascensione celeste tra le schiere divine di quella gerarchia misterica che chiamiamo santi, bodhisattva, avatar, tianshen, kami eccetera, a seconda delle varie religioni tradizionali, in qualità di messaggeri portatori di benedizioni che a volte possono essere gli stessi sciamani nelle incarnazioni di divinità celesti, un ciclo animico ben distinto dalle reincarnazioni umane poiché sono manifestazioni ierofaniche di segni ben precisi che seguono la Volontà del Cielo nella realizzazione terrena dell’ordine celeste delle divinità cosmiche, presenti sotto varie forme in tutti i sistemi stellari del Creato.

Alla figura maschile dello sciamano è strettamente connessa la figura femminile della sciamana, che può essere tanto una sua consorte e tanto una sua discepola, che è una figura che nel buddhismo viene denominata genericamente come dakini e che secondo il buddhismo è gerarchicamente disposta in un rapporto celestiale con una gerarchia superiore che distingue le Dakini propriamente dette dalle Kumare, dalle Tare, dalle Prajne, e varie altre gerarchie minori, legate alla propria polarità sacrale terrestre del Cielo come è Shambala nell’immaginario himalayano, una località usualmente legata al Cielo come corridoio fondamentale tra il Cielo Arcadico e le suburbie che, insieme alle città sacre e ai luoghi sacri, formano un’alberazione planetaria che rispecchia concretamente la sacra concezione misteriosamente presente in varie forme in tutte le civiltà del cosiddetto simbolo del Fiore della Vita, una matrice divina che circonda ogni sfera cosmica incluse le stelle all’inverso, secondo proprie precipue funzioni di salvaguardia della divinità cosmica in concomitanza alla nutrice divina che tende a premiare la virtù della virtus ossia la rettitudine rispetto al vizio del vitium ovvero la errantitudine, poichè la funzione femminile delle dakini celesti paragonabili a varie gerarchie abramitiche delle angeliche, come le amorine, le angeline, le angiolette, le angelotte e così via, sta anche in quella di correggere gli errori maschili degli umani, proprio come gli angelici nunzi, o i bodhisattva fanno con gli errori femminili degli umani conducendoli per le giuste strade con tutti i metodi adatti alle circostanze, poiché differentemente da quanto si ritiene in occidente e come è riportato in alcune tradizioni angelologiche, proprio come avviene per le dakini, che sono tanto materne quanto matrigne, la stessa identica cosa avviene con le angeliche nei confronti dell’umanità da cui lo sciamano si emancipa attraverso la sua esemplare lotta verso i veleni del mondo, fino agli ultimi giorni della fine in cui i veleni spariranno dalla nostra Terra Azzurra denominata Urantia.

In tutti i contesti sociali di aggregazione e di insediamento terrestre vige una regola tacita che le tradizioni cinesi riportano con il termine di triadica, ossia la concezione della Triade, che oltre ad essere erroneamente uno dei nomi con cui vengono indicate le mafie cinesi, è un termine antico dagli innumerevoli significati misterici a cominciare dal significato del tre e del rapporto creativo tra Yin Yang e Yuan, rispettivamente simile alla trimurti indiana di creazione-distruzione-protezione, ma anche a principio creativo, principio esecutivo, principio applicativo, che oltre a rimandare al Dao De Jing di Lao Zi si riferisce al senso onnipresente in tutte le realtà arcaiche del mondo attraverso la dimensione più elementare possibile che è la realtà tribale, perché forma la triadica di chi guida, di chi protegge e di chi segue, ma anche il minimale conformativo della tripartizione di ogni gerarchia sociale vigente anche nelle società nazionali contemporanee tra chi comanda (il Governo), chi opera (lo Stato) e chi segue (il Popolo), una triadica che si riproduce ab infinitum poiché è un principio onnipresente in tutte le culture del pianeta, relativo al principio del terzo in tutti gli aggregati sociali, compresa la vita animale, vegetale e minerale, e come nell’antica India ogni comunità tribale possedeva un guna, che svolgeva precipue mansioni specifiche contraddistinto al suo interno da clan funzionali e dalle famiglie clanistiche e interclanistiche, che anticamente poneva la triadica secondo un ordine celeste e quindi di tipo spirituale che, come lo sciamano o un adepto sciamanista, può ascendere alle vie celesti superiori, venendo così favorita la mobilità sociale e la valorizzazione attenta del merito, del talento e della devozione, ma soprattutto del rispetto di ogni essere senziente e della tutela di ogni forma di virtù in ogni creatura, situazione generale di base onnipresente nonostante le trasformazioni storiche che proprio a causa della fallacia dell’uomo e dello smarrimento dell’era primordiale di arcadia, dell’età aurea, del Satya Yuga, dell’Eden o di come lo si gradisce chiamare, il tempo presente in fase di trasformazione del divenire è ancora contraddistinto da iniziali virtù smarrite che cedono il passo alla decadenza di dinastie a causa di errori pregressi, che cercano una o più vie di uscita concatenanti, al fine di instaurare una nuova dinastia locale, etnica, nazionale, antropologica o addirittura continentale finanche planetaria, che esula il tempo dello spirito che è sfasato e autonomo, nonché superiore rispetto al tempo della materia nelle vicissitudini umane, la quale come afferma Hegel, la storia finirà proprio in virtù del trionfo dello spirito.

Gli errori tipici dell’uomo lungo l’arco della storia non sono soltanto legati a questioni spirituali ma anche a prospettive psicologiche che illudono la coscienza dell’uomo, perdendo di vista il suo precipuo ruolo nel mondo, il quale attraverso la violenza verso le persone, il violare le cose e la violazione irresponsabile e incosciente delle regole divine, o delle regole sociali come le leggi giuridiche, e soprattutto delle norme etico morali fondate sul rispetto di sé, e prima ancora sul rispetto degli altri prima di sé, è sempre decaduto in un ciclo vizioso di autodistruzione di cui tutte le civiltà hanno fatto esperienza ma che in particolare salta alla mente l’esperienza storica della civiltà Hopi, la civiltà di Rapa Nui, la civiltà del Gobi, la civiltà del Cameroun, la civiltà Precolumbiana e la civiltà di Nazca, le quali in particolare rispetto al collasso sociale di altre civiltà, sono state radicalmente spazzate via dalla storia senza lasciare alcuna traccia, se non reperti isolati senza lasciare alcun segno culturale rilevante alla memoria dei posteri, spesso proprio perché i principi fondanti della triadica tribale non vengono rispettati, e pertanto avviene un grado e una tipologia di violazione tale che squilibra le relazioni vigenti, spesso relative a conflitti iniziati da diatribe su questioni filosofiche, oppure su personali e collettive legittimità violate, o ancora su contenziosi illegittimi relativi ad interessi particolari che cercano di dominare con la forza irresponsabile e incosciente una qualsiasi altra soggettività cardine di un equilibrio sociale, un continuo tentativo di oltrepassare la soglia di un divenire presente che, anziché essere rispettata, viene spinta per irrompere in modalità disumane e contrarie ad ogni principio etico, morale, spirituale, religioso e civile, spesso proprio attraverso caste sacerdotali che traggono vantaggio sulle caste guerriere, o sulle caste imperiali, o sulle caste artigiane o ancora le caste contadine e così via poiché, anziché rispettare i precipui ruoli, avvengono squilibri che corrodono e difettano la casta guerriera e la casta imperiale che sono e sono sempre state le colonne portanti di ogni civiltà, laddove in comparazione alla situazione contemporanea dell’Italia ad esempio, definisce un parallelismo comparativo in cui il governo dello stato e le forze dell’ordine e delle strutture militari non sono totalmente rovinate ma verticalmente corrose dalla ruggine degli ultimi 70 anni della dinastia repubblicana e delle sue oligarchie di potere, fondata dall’Asse di Jalta nel 1945 e che attende una svolta risolutiva dello stallo vigente, perché come in tutte le società decadenti, le norme etico-morali fondate sul rispetto e sulla crescita spirituale vengono smarrite, e soltanto l’ondata di una tale rinascita può recuperare errori di entropia termodinamica sociale della complessità mediante forze calde e fredde in correlazione coniugale, sperando di incanalare le rotte del buon senso, al fine di disinnescare ogni ipotesi di guerra inutile fondata soltanto sul principio di salvaguardare la posizione di preminenza delle oligarchie dinastiche sulle istituzioni, non per il bene del popolo e della collettività, ovviamente, ma soltanto per il loro soggettivo interesse precipuo e relativi privilegi da cui ostentano diatribe di difesa del loro status sociale, che è posto alla guida tossica di qualsiasi paese, in cui più il governo di uno stato e l’ordine di uno stato è minacciato dalla iniquità, dalla corruzione e dalla preminenza di un ordine sacerdotale palese e/o occulto che interferisce culturalmente sul governo di un paese, maggiore è la probabilità di una svolta sempre più radicale di cambiamento proporzionale al grado di problema da risolvere.

Pertanto lo spirito guerriero è non soltanto, il cardine marziale di autodisciplina dello sciamano e dei suoi discepoli sciamanisti, ma è anche il fondamento di equilibrio di un paese e di ogni sua singola individualità che proprio come lo sciamano detiene il suo costante rapporto guerriero con la morte, inteso come strumento limite di auto-condizionamento virtuoso per una volontà indomita e una determinazione marziale, per la realizzazione di ogni elemento necessario alla realizzazione della Volontà del Cielo come al rispetto del nobile animo degli antenati, morti in passato per lo stesso principio a favore della vita e del divenire presente, espandendo la forza celestiale della divinità intrinseca nella purezza e nella purificazione della propria anima, che come affermano gli antichi “la fortuna aiuta gli audaci” proprio come “gli angeli benedicono e proteggono i giusti”

Quindi, lo Sciamanesimo Marziale ieri come oggi è il solco tradizionale universale di tutte le tradizioni che rispettano i propri antenati, che non sono demonologie macabre, ma la visione della grande nobiltà di spirito che ha contraddistinto tutti i predecessori del tempo divenire presente, poiché chi sente un legame ancestrale con gli antenati è colui che è legato alla divinità, poiché gli antenati e la divinità sono rispettivamente l’infinitesimale del ciclo delle reincarnazioni e l’infinito del ciclo delle incarnazioni, in cui le rinascite spirituali di qualsiasi vita corrente, non sono altro che fasi da cui ripartire per passare a scale superiori attraverso il proprio coraggio, una determinazione che genera merito, sviluppa talento e obbedisce in devozione alla coscienza della intelligenza divina presente in tutti i cuori degli uomini di buona volontà fin dalla nascita.

Detto in altre parole, oltre alla visione esteriore della realtà fisica imposta dall’essoterismo, come anche della visione interiore della realtà metafisica imposta dall’esoterismo, vige una visione ulteriore della realtà patafisica imposta dal peraiterismo, la quale si distingue dalla metafisica esoterica per il fatto che essa non riguarda la realtà sottile in senso oggettivo ma la realtà concreta visibile agli eletti, e invisibile anche agli stessi iniziati, che secondo un percorso sciamanico permette soggettivamente di testare concretamente la dimensione ulterna della vita, che non è né un percorso interiore della dimensione interna, né tantomeno un percorso esteriore della dimensione esteriore.

Spesso si confonde la dimensione ulterna del senso peraiterico, con la dimensione interna del senso esoterico, laddove la prima è superiore alla seconda per ragioni pratiche di superamento concreto della dimensione metafisica della realtà, la quale può essere verificata soltanto soggettivamente, con il rischio di soffermarsi esotericamente a dimensioni aliene del mondo psichico senza raggiungere quel senso di vuoto assoluto che avvicina a Dio Altissimo, ciò che il buddhismo definisce come la conquista della “Natura di Buddha”.

Che lo Sciamanesimo di Shiva e di Shakti sia di esempio a tutti gli uomini e alle donne di buona volontà, come archetipo dello sciamanesimo di qualsiasi vera religiosità autentica, arte marziale o tradizione religiosa fondata sulla gioia della vita, la fiducia verso i veri maestri degni di rispetto e la speranza attiva come liberazione da ogni forma di oppressione viziosa e illegittima, quale unico vero senso baldo di nobiltà sincera e prudente, che costituisce quel valore nuziale che fa di sé il nido della gioia divina che segue coscientemente la propria anima gemella lungo il solco guerriero della luce.

LO SCIAMANESIMO MARZIALE DEL PRIMORDIALISMO VISIONARIO

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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