L’ITALIA S’E’ DESTRA?!

di Emanuele Pavoni

A margine degli interminabili dibattiti sulla destra, faccio notare che in Europa occidentale non c’è una sola destra che abbia sviluppato una sua specifica identità, esaurendosi solo nell’atlantismo, nel filosionismo e nel globalismo tardocapitalista. Ciò si riflette nella pochezza e nel conformismo standard dei suoi presunti punti di riferimento. Facciamo degli esempi, dal punto di vista culturale e identitario: in Francia la destra (compresa la sua variante lepenista, soprattutto con Marine Le Pen) non ha saputo andare oltre il santino stantio dell’eredità gollista; in Inghilterra il massimo che i Tory tirano fuori è l’immagine di Churchill e quella, più pesante e controversa, della Thatcher; in Italia, pressoché nulla, a parte un generico e astruso richiamo ai partigiani bianchi o al più al primo De Gasperi; in Spagna, la fine indolore del franchismo, ha messo in stand-by ogni riflessione o dibattito al riguardo, almeno fino all’avvento della sinistra radicale di Zapatero, che ha cominciato operazioni che oggi definiremmo da cancel culture; in Germania, semplicimente il nulla, vista la scelta consapevole di voler essere un Paese ricco, opulento e stabile, ma desideroso di voler restare tranquillo fuori dalla Storia e dai suoi pericoli (al massimo, ovviamente, è concesso un richiamo vago al centrismo cristiano di Adenauer e alla riunificazione di Kohl). Come è facile intuire, tutte queste narrazioni hanno in comune il fatto che dimostrano non solo un rinnegamento dei vari movimenti fascisti che agirono nelle loro rispettive società negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, ma anche una totale cesura (e ignoranza) con qualsiasi altra cultura politica in senso lato di destra precedente al 1945. E qui torniamo al punto di inizio: le destre europee, non solo non hanno alcun residuale collegamento col fascismo, nessuna coscienza storica, nessuna continuità intellettuale o valoriale con il patrimonio della tradizione antidemocratica, anticapitalista, antiborghese, antimoderna, ben più antica del fascismo (il quale, per inciso, a differenza di quanto pensino i più, non sarebbe neanche una realtà di destra in senso stretto, ma non aggiungiamo troppa carne al fuoco); nella loro vuotezza si esauriscono solo nell’atlantismo, nel filosionismo e nel globalismo tardocapitalista. Discorso parzialmente diverso per le destre dei Paesi dell’ex blocco sovietico, dove non raramente si nota un vivace recupero dell’eredità dei movimenti fascisti precedenti alla sconfitta del 1945 (il caso ucraino è emblematico, e in parte anche anche quello ungherese), oppure vi si consta sì una destra conservatrice, smaccatamente atlantista, ma non aliena da curiose e interessanti tendenze atipiche di tipo reazionario e antimoderno (il caso polacco, soprattutto, a causa della presenza di un fortissimo nazionalismo cattolico). Al contrario, non poche frange del partito repubblicano americano hanno una reale continuità di vedute, di pensiero e di punti di riferimento della loro storia ideologica e politica (se da noi, come abbiamo visto, il destro medio non va oltre al 1945, in America non è impossibile trovare un repubblicano intelligente che ha come punto di riferimento un Hamilton o altri padri della nazione). Così stanno le cose. Perciò dovrebbe essere chiaro come FdI non abbia veramente nulla di fascista: la Meloni, infatti, si appella ai ragazzi della destra missina degli anni 70, e si dichiara loro epigona (non certo di Farinacci o di Balbo), ed è probabilmente sincera; in questa eredità missina in cui si inserisce, ritroviamo appunto l’approccio filoamericano che aveva il MSI e che oggi coerentemente ha FdI, nonché il dato di fatto che quella destra postfascista era massicciamente infiltrata dai servizi italiani e americani per tornare utile in chiave in senso lato anticomunista o per finalità più ambigue di politica interna (l’età della tensione, lo stragismo nero, la P2 etc), e oggi non a caso troviamo Crosetto come ministro della difesa (come imprenditore ha svolto un ruolo ambiguo nel mondo del commercio delle armi e della Nato, ma non si può dire perché sennò querela) e come sottosegretario allo stesso ministero la figlia di quel Pino Rauti tanto caro agli americani (Ordine Nuovo dice ancora qualcosa a qualcuno?). E ancora non a caso oggi rispunta dall’oltretomba quella cariatide di Gianfranco Fini, che spende parole di elogio per la Meloni: lo credo, Giorgia realizza finalmente il tanto agognato progetto di una grande destra nazionale (propiziata appunto anni fa da Fini a Fiuggi), antifascista, acriticamente filoamericana e filoisraeliana, aperta al centro dove vi vuole trovare la propria vocazione politica e di elettorato (Renzi e Calenda stanno appunto appoggiando FdI). Questa, dovrebbe essere chiaro, non è né fascismo, né tantomeno la destra sociale del dopoguerra, visto che la destra nazionale di FdI si caratterizza come massicciamente liberista (“bisogna subito tagliare il reddito di cittadinanza” cit.), europeista; al massimo, lievemente protezionista in chiave antifrancese per difendere i grandi industriali italiani, visto che effettivamente l’Italia è stata danneggiata dai processi della globalizzazione, ma di certo non disposta a salvaguardare con la stessa solerzia i lavoratori italiani e i rimasugli della classe media già pressoché destinati alla proletarizzazione – la nuova dicitura “Ministero del Merito”, vuol solo dire che se non sei laureato alla Bocconi in materie economiche o non sei esperto di digitale, puoi pure attaccarti al palo perché te lo meriti (“Hai studiato latino e greco? Beh, non ti lamentare se ora sei disoccupato. Dovevi pensarci prima ed essere più resiliente e seguire il mercato!” cit.). Ha perciò ragione Cacciari quando dice candidamente che questo nuovo governo non gli sembra tanto di destra, piuttosto un esecutivo pragmatico, europeista, draghiano. E qui tocchiamo il punto più importante: la nuova destra è forse destinata a diventare tecnocratica? Il passaggio di consegne da Draghi a Meloni lo lascia supporre, fra tanti sorrisini e palesi continuità. Del resto, se il partito-sistema PD rivela tutto il suo logoramento, forse è giunto il momento di un cambio della guardia, con una riverniciatura e qualche faccia nuova (o quasi). In queste dinamiche l’Italia è sempre in ritardo, ma ricordo che in Francia è già sorta la nuova destra tecnocratica rappresentata da En Marche di Macron, basata sull’elettorato di centro, in un contesto politico dove la destra classica gollista e il PS sono ridotti al lumicino, quasi senza importanza, mentre cresce una sinistra (apparentemente) radicale e populista rappresentata da Melechon, che tanto fa pensare alla china che potrebbero prendere i nostri 5Stelle rinchiusi in un’opposizione che difende solo le istanze (anche cialtronesche, sia chiaro) degli sconfitti della globalizzazione all’interno della nostra stessa società. Insomma, la questione è molto intricata, ben più complessa di come la vogliono mettere in televisione. Chi vivrà, vedrà. Certo, dal punto di vista della nostra vita quotidiana, siamo felici che la Meloni stia riportando un po’ di buon senso dopo così tante restrizioni e follie pandemiche, ma anche qui facciamo attenzione a non cantare vittoria troppo presto. Se effettivamente sorgesse una destra tecnocratica, sarebbe solo l’ennesima dimostrazione che l’idra ha davvero tante teste.

L'ITALIA S'E' DESTRA?!
L’ITALIA S’E’ DESTRA?!

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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