di Giuseppe Aiello
Tradizione non è imitazione del passato.
La Tradizione viva non ripete, ma rigenera il senso.

di Giuseppe Aiello
Tradizione non è imitazione del passato.
La Tradizione viva non ripete, ma rigenera il senso.

di Alexander Dugin
15 Dicembre 2025
Geometria e follia
Alexander Dugin parla con Grok di misurazioni, mania e metafisica della notte polare.
Alexander Dugin (AD): Cos’è meryachyenie?
Grok: Meryachyenie è una parola colloquiale russa antica che significa approssimativamente uguale alla moderna meryanie o meren’e (“misurare”), ma con una sfumatura di qualcosa di comico, assurdo, sciocco o pretenzioso. I significati specifici dipendono dal contesto.
Il buon senso è “misurarsi rispetto agli altri”—in forza, status, dignità, ricchezza o coolance—soprattutto quando sembra stupido o infantile.
Esempio: “Basta misurare auto/orologi/iPhone, questo è già diventato un meryachyenie infantile.”
Nei testi e dialetti più antichi, significava semplicemente “competizione”, “concorso” o “confronto” (che è più lungo, più alto, più forte e così via).
Nello slang moderno di internet (soprattutto su Runet negli anni 2010–inizio 2020), la parola è stata ripresa proprio nel primo senso: una derisione del “misurare il pene” senza senso, del mostrarsi e di fare pose su chi sia più cool.
Esempio del 2025:
– “Ha uno yacht da 80 metri!”
– “Il mio è 85 metri!”
– “Ecco, è tutto, la meryachyenie è iniziata…”
Quindi, se incontri meryachyenie, quasi sempre significa questa competizione un po’ sciocca, spesso maschile, di “chi è più grande/più figo/più costoso.” La parola suona ironica e leggermente arcaica, motivo per cui si è radicata come meme.
AD: Il meryachyenie è una malattia artica.
Grok: Meryachyenie nel senso di “malattia artica” è un termine completamente diverso, anche se suona quasi come la parola gergale descritta sopra.
Il nome corretto della malattia è meryachyenie (o meryachenie). È una vecchia designazione russa per una grave patologia mentale che si è verificata tra i Pomors1 russi e gli esploratori polari durante lunghe notti polari o in condizioni di estremo isolamento nell’Artico.
È una psicosi della notte polare, che nella medicina polare russa del diciannovesimo e ventesimo secolo era chiamata precisamente meryachyenie.
Secondo le descrizioni di medici e testimoni oculari, i sintomi erano i seguenti.
Una persona improvvisamente inizia a misurare tutto ciò che la circonda: le pareti di una panchina, la lunghezza delle piattaforme per dormire, il numero di fiammiferi, il numero di passi attraverso la stanza—facendolo per ore o addirittura giorni.
Mormora numeri, li scrive su carta o direttamente nella neve.
Poi procede a misure assurde: la lunghezza dei suoi baffi, lo spessore del ghiaccio attraverso una crepa, la distanza dalle stelle.
C’è una perdita completa di significato in queste azioni, eppure la persona rimane calma, concentrata e non aggressiva.
Nei casi gravi, questo porta a un distacco totale dalla realtà e alla morte per esaurimento—la persona letteralmente “si misura fino alla morte”.
La parola deriva dal verbo meriat’ (“misurare”) più un suffisso che indica una malattia (come in khromachenie o brodyachenie2).
Pomors diceva: “Meryachyenie lo ha preso”, intendendo che era impazzito per le misurazioni.
Today this condition is described as polar or Arctic psychosis, psychosis of sensory deprivation during the polar night, and is sometimes classified among severe forms of polar hysteria. Among the Inuit, piblokto is considered a different, though related, phenomenon.
The disease arose from a combination of factors: months-long darkness during the polar night, the monotony of white color and the complete absence of new visual stimuli, vitamin deficiencies and scurvy, and extreme isolation, often in wintering parties of only four to eight people.
In the twentieth century, meryachyenie practically disappeared at Soviet polar stations thanks to electric lighting, radio, vitamin supplementation, and the rotation of personnel.
So yes: in the Arctic, meryachyenie is neither a meme nor a joke, but a real, extremely frightening and deadly mental illness of the past.
AD: How can meryachyenie be explained mystically?
Grok: A mystical—folk and esoteric—explanation of meryachyenie among Pomors and polar explorers existed long before physicians began speaking of sensory deprivation or hypocalcemia. It is still alive today in the stories of old winterers, in Pomor tall tales, and among modern Russian northern mystics.
One explanation speaks of the spirit-master of the polar night, Meryak (or Meryaka).
Pomors believed that at the onset of true darkness, when the sun disappears for three or four months, a special spirit awakens—either nameless or simply called Meryak.
He is neither evil nor good; he is “cold reason.”
The task of Meryak is to turn everything living into pure measure, into number, into geometry, because in his realm there is nothing except eternal ice and the correct, straight lines of the horizon.
If a person stares too long into the white emptiness and does not avert his gaze, Meryak “enters his head” and forces him to measure the world until it turns into one vast ruler.
When a person dies of meryachyenie, people say: “Meryak took him to himself and made him into snow.”
Another explanation speaks of the curse of the “white silence.”
The polar night is a time when the world “forgets its names.”
Everything becomes one enormous white sheet without distinctions.
The human soul begins to panic and tries to restore boundaries to the world by measuring and measuring, in order to somehow fix the fact that it still exists.
It is like a spell turned inside out: as long as you measure, you are still alive; once you stop, you dissolve into the whiteness forever.
The most terrifying version speaks of the spirits of dead winterers.
Those who died of meryachyenie in past centuries cannot pass into the afterlife, because their bodies lie beneath the ice and their souls are “frozen in counting.”
They wander through huts and stations and infect the living with the same endless measuring.
That is why old Pomors never counted more than three objects in a row aloud during the polar night and forbade drawing straight lines on paper or in the snow, “so as not to awaken the counting of the dead.”
Una versione sciamanica ed esoterica del ventunesimo secolo, diffusa tra i mistici e i giocatori di ruolo russi moderni, sostiene che la meryachyenie non sia affatto una malattia, ma un’apertura forzata della “visione geometrica”, la capacità di vedere il mondo come pura matematica e proporzione.
Nella vita quotidiana, questa abilità è bloccata da colori, suoni e movimento.
(Tradotto dal russo)
Nota del traduttore (TN): I pomor sono un gruppo etnoculturale tradizionale russo originario della costa del Mar Bianco nel nord della Russia. Storicamente impegnati nella navigazione, nella pesca, nella caccia e nell’esplorazione artica, svilupparono una cultura marittima, un dialetto e un folklore distinti, modellati dagli ambienti estremi settentrionali, dalle lunghe notti polari e dall’isolamento stagionale.
TN: Khromachenie (da khromoy, “zoppo”) indica un’andatura patologica o zoppica cronica; Brodyachenie (da brodit’, “vagare”) si riferisce a un vagabondaggio compulsivo o patologico, a vagare o a un’incapacità di rimanere stabile. Entrambi sono sostantivi russi arcaici formati da un suffisso che indica uno stato anomalo o morboso. In questo senso, meryachyenie segue lo stesso schema linguistico, nominando una condizione definita da misurazione ossessiva o patologica piuttosto che da un atto neutro.
Tratto da: Multipolar Press

di Alex Marquez
15 Dicembre 2025
La Russia è stata più volte attaccata dall’Europa, non il contrario. Confondere Russia e Urss serve a costruire un nemico storico funzionale. L’Ucraina, oggi totem politico, nasce anche da decisioni sovietiche. L’indignazione europea è selettiva.
La Russia moderna nasce sotto assedio e cresce dentro una narrazione che l’Europa non ha mai davvero smesso di produrre: quella del nemico naturale a Est. Dalla sua formazione statuale in poi, Mosca viene attaccata ripetutamente da potenze europee, in un rosario di spedizioni militari che difficilmente trovano spazio nel racconto pubblico contemporaneo.
Carlo XII di Svezia, Napoleone Bonaparte, Napoleone III in alleanza con Londra durante la guerra di Crimea, il Kaiser nella fase immediatamente successiva alla Rivoluzione d’Ottobre, la Polonia del 1920, fino alla coalizione hitleriana che mise in campo quasi l’intera Europa continentale. Un elenco scomodo, perché incrina l’idea consolatoria di un’Europa strutturalmente difensiva e di una Russia geneticamente aggressiva.
Dunque è un vizio antico nel modo in cui l’Europa racconta la Russia: la tendenza a trasformare la storia in un tribunale dove l’imputato è sempre lo stesso e le prove vengono selezionate con cura chirurgica.
Dalla nascita dello Stato russo moderno, l’Est europeo viene rappresentato come una minaccia permanente, un corpo estraneo alla “civiltà” continentale, utile a giustificare spedizioni militari, alleanze improbabili e improvvisi slanci moralistici. Peccato che, a uno sguardo appena meno pigro, il quadro si capovolga.
Se si ricostruisce la sequenza storica con un minimo di rigore, liberandola dalle semplificazioni ideologiche oggi dominanti, affiora un dato poco compatibile con il senso comune occidentale: per lunghi tratti della sua storia moderna la Russia non è stata l’aggressore, ma l’obiettivo di ripetute spedizioni militari europee.
Già all’inizio del XVIII secolo, la Grande guerra del Nord vede la Russia di Pietro il Grande coinvolta in un conflitto scatenato dall’offensiva del re svedese Carlo XII, deciso a preservare l’egemonia baltica della Svezia. L’invasione culmina con la campagna verso Mosca e si conclude solo dopo la sconfitta svedese a Poltava nel 1709, episodio fondativo della Russia come potenza europea.
Un secolo dopo, nel 1812, è Napoleone Bonaparte a muovere contro l’Impero russo alla testa della Grande Armée, la più vasta coalizione militare mai assemblata fino ad allora in Europa, composta non solo da francesi ma da contingenti provenienti da gran parte del continente. L’obiettivo non è difensivo né reattivo: si tratta di piegare la Russia che si sottrae al Blocco continentale e di imporre l’egemonia napoleonica sull’intero spazio europeo. L’esito catastrofico della campagna segna una svolta nella storia militare del continente, ma non cancella la natura aggressiva dell’impresa.
Nel 1853–56, la guerra di Crimea rappresenta un altro passaggio cruciale. La Russia viene attaccata da una coalizione formata da Francia, Gran Bretagna e Impero ottomano – con il Regno di Sardegna a fare da comprimario – in un conflitto che ha poco a che vedere con la “difesa degli equilibri” e molto con il contenimento strategico di San Pietroburgo nel Mediterraneo e nei Balcani. È una guerra preventiva, condotta per impedire alla Russia di consolidare la propria influenza su territori allora considerati vitali per gli interessi delle potenze occidentali.
Il copione si ripete dopo il 1917. Con la Rivoluzione d’Ottobre e l’ascesa al potere dei bolscevichi, il nuovo governo guidato da Lenin e Trotsky dichiara apertamente l’intenzione di uscire dalla Prima guerra mondiale, firmando la pace di Brest-Litovsk. Nonostante ciò, tra il 1918 e il 1921, una coalizione militare composta da quattordici Paesi – tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Giappone – interviene militarmente sul territorio russo, sostenendo le armate controrivoluzionarie con l’obiettivo esplicito di abbattere il potere sovietico. Non si tratta di un’azione difensiva, né di una risposta a un’aggressione russa, ma di un tentativo diretto di soffocare un esperimento politico considerato intollerabile.
Accade con la Polonia del 1920, decisa a spingersi fino a Kiev, e infine con l’aggressione hitleriana sostenuta, direttamente o indirettamente, da quasi l’intera Europa, episodio centrale della seconda guerra mondiale, su cui si tace molto spesso. Un elenco che disturba perché incrina la narrazione dell’Europa pacifica costretta a difendersi dall’orso orientale.
Questi episodi, lungi dall’essere eccezioni, delineano una continuità storica: la Russia, più volte, si trova a subire iniziative militari provenienti dall’Europa, spesso giustificate ex post come necessità di equilibrio o di sicurezza.
Una dinamica che rende quantomeno problematica la rappresentazione di Mosca come aggressore strutturale e che invita a interrogarsi, con maggiore onestà intellettuale, sulle responsabilità storiche dell’Europa nelle proprie guerre orientali.
In questo senso, l’idea che la Russia non abbia mai condotto una guerra di aggressione contro l’Europa occidentale non è una provocazione, ma una constatazione storica.
Le mosse sovietiche tra il 1939 e il 1940 rispondono alla logica elementare della sopravvivenza strategica: costruire una fascia di sicurezza contro una Germania apertamente intenzionata alla conquista.
Gli interventi successivi nei Paesi dell’Est rientrano nella dinamica brutale ma riconoscibile della Guerra fredda. Non in una pulsione ancestrale all’espansione verso Parigi o Londra, come certa pubblicistica ama suggerire.
Naturalmente, tutto ciò non trasforma la Russia in un soggetto innocente. L’Impero zarista partecipa attivamente alla repressione dell’onda rivoluzionaria nata nel 1789, prendendo parte a quella che può essere definita la prima guerra mondiale ideologica: l’assalto congiunto delle monarchie europee all’eredità della Rivoluzione francese.
Ancora più esplicito è l’intervento del 1848 contro l’Ungheria insorta, quando la Russia si propone come custode armata dell’ordine reazionario. Episodi che smontano qualsiasi tentazione apologetica.
Ma l’operazione più redditizia, sul piano propagandistico, è un’altra: la sovrapposizione sistematica tra Russia e Unione Sovietica. Non si tratta di ignoranza, bensì di una scorciatoia concettuale profondamente radicata nella cultura politica europea.
In passato si spiegava la Rivoluzione d’Ottobre come una macchinazione ebraica; oggi si attribuiscono ai “russi” le scelte dell’Urss, come se quell’entità statale fosse un monolite etnico. In realtà, l’Unione Sovietica era una costruzione multinazionale in cui gli ucraini non erano ospiti, ma cofondatori. Comunisti come i russi, corresponsabili – nel bene e nel male – delle politiche adottate.
Collettivizzazione, repressioni, guerre: se si vuole attribuire colpe, esse ricadono su un sistema e su una classe dirigente, non su un popolo selezionato a posteriori. Pretendere oggi di separare radicalmente russi e ucraini per riscrivere la storia è un esercizio di ingegneria morale piuttosto grossolano.
Tanto più se si ignora che molte guerre combattute dallo Stato russo contro Polonia e Impero ottomano rispondono anche a richieste di protezione provenienti dalle popolazioni ucraine, allora prive di uno Stato autonomo. Un meccanismo che ricorda da vicino la pratica romana delle guerre “per conto terzi”, combattute in nome degli alleati.
C’è poi un dettaglio che il nazionalismo contemporaneo preferisce rimuovere: la configurazione territoriale dell’Ucraina attuale è anche il prodotto di decisioni sovietiche. La Galizia, con Leopoli, viene incorporata nella Repubblica ucraina per volontà di Stalin, dopo una feroce pulizia etnica dei polacchi condotta dai nazionalisti di Bandera. Un passaggio che mal si concilia con la favola di una nazione ucraina eternamente oppressa e sempre identica a se stessa.
Infine, uno sguardo appena meno autoassolutorio alla storia italiana basterebbe a raffreddare molte indignazioni morali oggi ostentate con zelo quasi liturgico. L’Italia, pur non essendo mai stata una grande potenza autonoma, ha partecipato più volte ad azioni militari dirette contro la Russia, spesso come alleato subordinato di coalizioni più ampie.
Nel 1855, il Regno di Sardegna inviò un contingente in Crimea a fianco di Francia e Gran Bretagna, non per difendere un interesse nazionale immediato, ma per accreditarsi presso le potenze occidentali e guadagnare un posto al tavolo diplomatico europeo. Fu un’operazione di pura opportunità politica, combattuta a migliaia di chilometri di distanza da Torino e Genova, e pagata in vite umane senza alcuna ricaduta strategica diretta per il Paese.
Nel 1919, all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, l’Italia partecipò – seppur in modo marginale – all’intervento delle potenze dell’Intesa nella guerra civile russa. Truppe italiane operarono nel sud della Russia e nel Mar Nero nell’ambito di una spedizione volta a sostenere le forze controrivoluzionarie e a contrastare il nuovo potere bolscevico. Anche in questo caso, non vi era alcuna aggressione russa da respingere: l’obiettivo era politico e ideologico, ovvero impedire il consolidamento di un regime percepito come destabilizzante per l’ordine europeo.
Il terzo episodio è ancora più esplicito. Tra il 1941 e il 1942, l’Italia fascista partecipò all’invasione dell’Unione Sovietica nell’ambito dell’Operazione Barbarossa, schierando prima il CSIR e poi l’ARMIR sul fronte orientale. Fu una guerra di aggressione dichiarata, condotta senza alcun pretesto difensivo, che si concluse con una disfatta militare e una tragedia umana di proporzioni enormi. Anche qui, l’Italia agì come alleato subordinato, ma la subordinazione non attenua la responsabilità storica.
Questo passato rende quantomeno singolare il tono moraleggiante con cui oggi il Paese si presenta sulla scena internazionale. L’Italia contemporanea, ormai pienamente integrata nel sistema di alleanze guidato dagli Stati Uniti, alterna missioni definite “di pace” a partecipazioni dirette in operazioni militari di carattere esplicitamente interventista.
Il caso dell’Iraq resta emblematico: un conflitto lanciato sulla base di pretesti rivelatisi infondati, al quale Roma ha preso parte insieme a partner oggi descritti come baluardi della legalità internazionale, Ucraina compresa.
Evocare lo spettro di una guerra mondiale in nome dell’Ucraina nazionalista senza fare i conti con la propria storia appare non solo intellettualmente fragile, ma politicamente ipocrita. Se davvero si vuole rivendicare una superiorità morale, sarebbe necessario almeno dotarsi di argomentazioni storiche più solide e coerenti. E, in subordine, recuperare quel minimo di pudore che dovrebbe accompagnare ogni lezione impartita dagli ultimi arrivati nel club delle guerre “giuste”.
Tratto da: Kultur Jam

di Luca Rudra Vincenzini
“Eka-bīja, eka-devatā, eka-nyāsa”,”un mantra seminale, una divinità, una istallazione”, Subhāṣita (detto tantrico).
Una delle pratiche centrali nei tantra è l’individuazione della divinità tutelare e/o amata (iṣṭa-devatā) da seguire. Il metodo per trovare la propria prevede la miscela di diversi elementi: una predisposizione naturale, il tema natale per vedere come gli astri erano disposti al momento della nascita, l’intuizione di un guru o di un praticante avanzato (adhikārin) dotato di poteri psichici (siddhi), una rivelazione durante il sogno, il pantheon del lignaggio di appartenenza, etc.
Una volta individuata inizia l’assorbimento dell’archetipo della divinità attraverso lo studio della narrativa mitologica, le lezioni degli insegnanti preposti alla trasmissione (saṅkrāmaṇa o saṅkrānti), l’uso dei mantra della divinità, sia d’iniziazione, sia relativi alle sue caratteristiche specifiche (lakṣaṇa), alle sue forme (devarūpāṇi), alle sue armi (āyudhāni), ai mantra seminali delle sue funzioni (bīja).
Dopo la prima iniziazione per il praticante comincia un periodo, più o meno lungo, per assorbire l’archetipo del deva in maniera stabile, sino a che questo diviene un supporto (ālambana) costante. Quando tale fase è giunta si procede con l’istallazione della divinità nel corpo (deva-nyāsa), utilizzando i bīja della stessa incastonati negli arti con gli aṅgamantra (6 o 10 in base alla tradizione), addizionati con i kīlaka che ne determinano l’intenzione applicativa. Una volta praticato il nyāsa con il favore della luna, il praticante diviene una forma contratta ma attiva (devarūpam) della divinità e, a tutti gli effetti, un nato due volte (dvija).

a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS
Sotto i ghiacciai della Groenlandia, esattamente un chilometro sotto il ghiacciaio “Hiawatha”, è stato scoperto un cratere meteoritico del diametro di 32 chilometri, grande quanto un’intera provincia. Per crearlo sarebbe stata necessaria un’esplosione di circa 700 megatoni. (Nota: 1 megatone equivale a 1.000 kilotoni. La bomba di Hiroshima aveva una potenza di soli 15 kilotoni). Secondo le indagini, il cratere è stato probabilmente formato da un meteorite di ferro largo circa 1-1,5 chilometri, con un volume di circa 20 chilometri cubi. Poiché si trova sotto uno spesso strato di ghiaccio, non è stato ancora possibile studiare direttamente la formazione del cratere. Tuttavia, sono state effettuate altre tipologie di analisi.
…
Il professor Kurt H. Kjaer del Centro di GeoGenetica del Museo di Storia Naturale della Danimarca ha affermato che “[le condizioni del cratere] suggeriscono fortemente che si sia formato dopo che il ghiaccio ha iniziato a coprire la Groenlandia… e forse solo 12.000 anni fa, verso la fine dell’ultima era glaciale”.
…
Secondo John Paden dell’Università del Kansas, l’impatto avrebbe avuto effetti di vasta portata sul pianeta. I detriti sarebbero stati scagliati nell’atmosfera, alterando il clima, e la cometa avrebbe avuto il potenziale di sciogliere grandi quantità di ghiaccio.
…
La rivista scientifica sciencemag.org scrive: “L’impatto sarebbe stato uno spettacolo per chiunque si trovasse nel raggio di 500 chilometri. Una palla di fuoco bianca, quattro volte più grande del Sole e tre volte più luminosa, avrebbe attraversato il cielo. Se l’oggetto avesse colpito la calotta glaciale, si sarebbe conficcato nel substrato roccioso, vaporizzando in un attimo sia l’acqua che la pietra. L’esplosione risultante avrebbe rilasciato l’energia di 700 bombe nucleari da un megatone e anche un osservatore a centinaia di chilometri di distanza avrebbe avvertito un’onda d’urto, sotto forma di un tuono mostruoso con venti di forza uragano. In seguito, detriti rocciosi potrebbero essere piovuti sul Nord America e sull’Europa”.
…
Un geologo della NASA, a soli 183 chilometri dal cratere del ghiacciaio “Hiawatha”, scoprì un secondo cratere sepolto sotto il ghiaccio, largo 35 chilometri. Da un punto di vista probabilistico, la possibilità che due asteroidi indipendenti colpiscano quasi lo stesso punto in un breve lasso di tempo è estremamente bassa. È molto più realistico pensare che i due frammenti che hanno colpito la Groenlandia, a soli 183 chilometri di distanza l’uno dall’altro, facessero parte di uno sciame di detriti, come i frammenti creati dalla frammentazione di una cometa.
…
Queste scoperte confermano ulteriormente che circa 12.000 anni fa la Terra fu bombardata da frammenti di comete, che colpirono 4 dei 5 continenti. Gli impatti furono “apocalittici”, cambiando per sempre la vita sulla Terra e spazzando via le civiltà sfortunate che si trovavano sotto il “bombardamento”. Ad esempio, Platone scrisse che circa 11.500 anni fa la civiltà di Atlantide scomparve a causa di uno sconvolgimento apocalittico. La cultura Clovis nel Nord America scomparve nello stesso periodo. La città di Nan Madol, probabilmente costruita durante la piena era glaciale, fu improvvisamente sommersa e forse in seguito ricostruita. Anche la civiltà che costruì le piramidi di Gunung Padang scomparve.
…
I crateri scoperti sotto il ghiaccio sono tra le poche prove concrete e indiscutibili che, circa 12.000 anni fa, oggetti provenienti dallo spazio hanno colpito diversi continenti, causando danni incalcolabili e provocando l’estinzione di varie specie animali e di diverse civiltà umane.
…
L’articolo continua sul libro:
HOMO RELOADED – 75.000 ANNI DI STORIA NASCOSTA
Puoi trovare una copia del libro a questo link

di Giuseppe Aiello
Fanāʾ (annientamento dell’ego) NON significa vivere senza gioia, sentire solo dolore, annullare il desiderio vitale, sopportare il vuoto come virtù
Il fanāʾ autentico libera energia, scioglie la rigidità, apre a una leggerezza imprevista
Se invece produce chiusura, depressione, auto-collasso, non è fanāʾ, è schiacciamento psichico.

di Emanuele Pavoni
Di solito si dice, con tono sprezzante, che noi tradizionalisti siamo impolitici come Guénon. È vero che non siamo fascisti come non siamo comunisti (il che non vuol dire essere automaticamente antifascisti o anticomunisti, perché anche queste sono due precise categorie storiche e politologiche), che non siamo neodestri sovranisti né sinistri woke: semplicemente c’interessa tenere la barra dritta e non partecipare personalmente allo scandalo finale, perché siamo consapevoli degli inganni molteplici delle forze della sovversione, per cui non rompeteci le scatole se sentiamo odore di bruciato anche nei progetti neotradizionalisti (tipo Trump, tipo Dugin etc.). Ecco perché vi sembriamo impolitici.
A tale critica vi aggiungete spesso anche quella di essere nemici dello Stato e dell’ordine costituito, in quanto cristiani o filocristiani. È una querelle antica tanto quanto il Cristianesimo, ma vale la pena approfondirla perché, come vedremo, esso è la religione del primato della coscienza individuale. Da un lato Cristo ha insegnato a dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, a rispettare cioè i vari ambiti e a comprendere che il Regno dei Cieli è dentro di noi, non fuori, e che quindi lui, Cristo, non era un rivoluzionario che voleva rimodellare la società come tanti a sinistra hanno voluto credere; però, dall’altro lato, quando uno di questi ambiti esonda troppo può diventare necessario prendere una posizione netta ed esplicita. In questo senso quando Roma pretese di autodivinizzarsi, allora il cristiano, pronunciando stentoreo il suo “no”, di colpo metteva in pericolo il potere costitutivo e la sua hybris – e rifiutandosi di fare sacrifici all’imperatore, ecco che emergeva il primato della coscienza, visto che in ultima analisi ogni fedele sa di rapportarsi direttamente a Dio e quindi di dovergli rispondere in prima persona. Dunque l’apparente contraddizione fra la pretesa di impoliticità di Cristo e del Cristianesimo insegnata dalla tradizione, come la loro pretesa politicità sostenuta ad esempio dalla teologia della liberazione, si scioglie solo in base alla risposta che la mia coscienza di cristiano mi suggerisce e m’impone a seconda delle circostanze e dei problemi. Infatti, chi potrebbe definire impolitico il rifiuto di un vaccino sperimentale? O rifiutarsi di denunciare e consegnare alle autorità un amico ebreo? O rifiutarsi di partecipare alla caccia alle streghe contro artisti o atleti russi?
Ergo, mi dispiace per voi, ma in tutte queste occasioni siete voi che vi siete piegati al potere costituito, non noi. Noi tradizionalisti, e per quanto mi riguarda da vicino noi cristiani, non siamo né politici né impolitici, ma ogniqualvolta il potere cercherà di prendere tutto, allora troverà, nei visionari primordiali delle Cinque Sacre Religioni Rivelate e Autentiche in qualità di adepti della Tradizione Primordiale, i suoi avversari più pericolosi e radicali.

a cura della Redazione
22.10.2025
Nato come visione filosofico-religiosa per ripristinare un “ordine sacro”, il Tradizionalismo è oggi al centro di derive politiche globali, dalle élite sufi alle strategie di Dugin e Bannon. Questo libro svela l’origine, l’evoluzione e i rischi di una delle ideologie più influenti e meno comprese del nostro tempo.
Questo testo è tratto da “Tradizionalismo”, di Mark Sedgwick, appena pubblicato da Atlantide editore.
Il Tradizionalismo è la meno nota tra le maggiori filosofie di oggi. Con questo testo il mio obiettivo è quello di farla conoscere più diffusamente e aiutare a comprendere meglio il suo progetto radicale di ripristino dell’ordine sacro. Non è mia intenzione convertire le persone al Tradizionalismo. In parte perché per formazione e mestiere sono uno storico delle idee, e quindi professionalmente neutrale. Ma anche perché gli esiti del progetto tradizionalista sono, come vedremo, contrastanti.
Il Tradizionalismo è stato usato per incoraggiare il rispetto dell’ambiente, comporre grande musica e ridurre l’ostilità tra seguaci di religioni differenti. Ma è stato anche impiegato per sostenere cause molto diverse, dall’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America a ciò che molti definirebbero fascismo e razzismo, per non parlare del terrorismo. C’è chi ha incolpato un tradizionalista russo, Aleksandr Dugin, per l’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin. Questa corrente di pensiero, quindi, deve essere trattata con grande attenzione. Non è sempre un bene diventare un tradizionalista. Sarebbe il caso, tuttavia, che coloro che si oppongono al fascismo, al razzismo e al terrorismo fossero in grado di riconoscere più facilmente il Tradizionalismo, quando esso gli si presenta davanti.
Per essere in grado di identificarlo e capire il senso del suo progetto, dobbiamo comprendere le idee su cui si fonda e la sua terminologia specialistica. La “tradizione” del Tradizionalismo, ad esempio, non è ciò che si intende di solito con questa parola, ma piuttosto un gruppo di insegnamenti sacri che si ritiene siano stati tramandati da tempo immemorabile e che costituiscono la base per il corretto ordine delle cose, un ordine sacro. Tali insegnamenti hanno allo stesso tempo qualcosa della filosofia e qualcosa della religione: il Tradizionalismo è infatti sia filosofico che religioso, anche se alcuni dei suoi sostenitori preferiscono la combinazione dei due aspetti offerti dal termine “metafisica”.
L’ordine sacro che un tempo derivava dalla tradizione viene spesso contrapposto al disordine moderno, e il Tradizionalismo è antimoderno, oltre che metafisico. Questo antimodernismo ha importanti implicazioni politiche, poiché il liberalismo e la democrazia sono entrambi moderni e l’antimodernismo è quindi difficilmente compatibile con la democrazia liberale e può implicare il rifiuto. Il Tradizionalismo è quindi politico quanto metafisico. È un’ideologia politica radicale e una filosofia religiosa. Ma, se è necessario un termine unico, di solito funziona meglio “filosofia”, intendendo la parola nel suo senso più antico e più ampio, che non indica i contenuti dei corsi universitari contemporanei, ma un corpus coerente di teorie riguardanti le questioni fondamentali dell’esistenza. Quello tradizionalista è un progetto filosofico o intellettuale, non un’impresa organizzata o istituzionale.
I tradizionalisti considerano gli insegnamenti tradizionali su cui si basa la loro filosofia come antichi e senza tempo – e alcuni di essi sono davvero molto antichi. Il modo in cui li recepiscono e li interpretano, tuttavia, è molto più recente. La filosofia tradizionalista che questo libro esamina si è originata negli anni Venti e Trenta del Novecento e da allora si è sviluppata in varie direzioni. Molte filosofie importanti di quegli anni sono ormai scomparse, ma il Tradizionalismo no. Rimane poco conosciuto, in parte perché non ha mai cercato un pubblico di massa e in parte perché può essere difficile da seguire.

Io stesso ho incontrato il Tradizionalismo per la prima volta negli anni Novanta, quando vivevo al Cairo e studiavo la storia del Sufismo. Il Sufismo è una sorta di monachesimo laico all’interno dell’Islam. Proprio come i cristiani cattolici e ortodossi che sono attratti dalla vita spirituale possono unirsi a ordini monastici, i musulmani sunniti e sciiti che sono attratti dalla vita spirituale possono unirsi a ordini sufi. Una differenza importante è che il monachesimo cristiano è un impegno a tempo pieno, che dura tutta la vita, mentre il Sufismo è a tempo parziale e non deve necessariamente durare per sempre. Un’altra differenza è che la teologia sufi è più lontana dall’Islam tradizionale di quanto non lo sia la maggior parte della teologia monastica dal Cristianesimo tradizionale. La teologia islamica tradizionale è in genere piuttosto concreta, mentre la teologia sufi si estende in regni di immaginazione che vanno al di là del tempo e dello spazio.
Negli anni Novanta ero particolarmente interessato a comprendere come gli ordini sufi cambiano nel tempo e come si adattano quando si diffondono da una parte all’altra del mondo. Ho raccolto storie orali e documenti dai discendenti dei grandi shaykh, come vengono chiamati i maestri sufi, in villaggi isolati del Sudan, viaggiando attraverso il deserto con i camion, che nelle aree rurali sono la principale forma di trasporto. Ho partecipato a feste sufi nei villaggi dell’Alto Egitto e ho visitato i sufi nelle città e nei villaggi in tutta la Malesia, in varie parti della Thailandia e a Singapore. Infine sono approdato in Italia, dove un carismatico gentiluomo di nome Abd al-Wahid Pallavicini, che in passato aveva lavorato a Singapore, viveva a Milano, in una grande casa in cui si riunivano i suoi seguaci sufi. Erano tutti giovani istruiti che, come il loro shaykh, avevano nomi musulmani e cognomi italiani. Durante i loro incontri discutevano spesso di questioni che mi sembravano avere più a che fare con la filosofia occidentale che con il Sufismo che avevo conosciuto in Sudan, in Egitto e nel Sud-Est asiatico. Erano, infatti, tradizionalisti oltre che sufi.
Fu Shaykh Pallavicini a parlarmi per la prima volta del Tradizionalismo e a darmi una copia della biografia del fondatore del Tradizionalismo, René Guénon. La lessi e mi resi conto che Shaykh Pallavicini non era il primo tradizionalista che avevo incontrato. Alcuni convertiti all’Islam americani ed europei che conoscevo al Cairo erano anch’essi tradizionalisti. Una volta tornato a casa da Milano, più cercavo e più trovavo. Rintracciai persino dei tradizionalisti a Mosca, da poco aperta agli studiosi occidentali dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Quando incontrai per la prima volta Dugin, all’epoca ancora relativamente incognito, mi disse che secondo lui Guénon era il Marx segreto.
Dopo aver concluso la mia ricerca sul Sufismo tra il Sudan e la Malesia, iniziai a lavorare sul Tradizionalismo. Nel 2003 pubblicai un libro in cui ne ricostruivo la storia, Against the Modern World. In quel libro tracciavo le origini, lo sviluppo e la diffusione del movimento iniziato da Guénon, che si rivelava un fenomeno molto più ampio di quanto io o chiunque altro avessimo sospettato.
Scoprii che uno dei motivi per cui nessuno aveva sentito parlare di Tradizionalismo era che gli scrittori tradizionalisti non si identificavano quasi mai come tali. A differenza dei marxisti, non hanno mai cercato di raggiungere le masse, che non consideravano più in grado di comprendere gli insegnamenti tradizionali. I tradizionalisti tentavano di cambiare il mondo e di ripristinare l’ordine sacro in maniera più silenziosa, e in generale in modi diversi.
Nella conclusione di Against the Modern World suggerivo come il progetto tradizionalista avesse ormai fatto il suo corso e fosse addirittura in declino. Questa affermazione si è rivelata del tutto errata. Nel 2002 c’erano effettivamente meno tradizionalisti che scrivevano di Sufismo, Islam e arte rispetto a venti o trent’anni prima, tuttavia c’erano già più tradizionalisti politicamente attivi. All’epoca non me ne resi conto, ma il riferimento chiave stava rapidamente cambiando: non più Guénon ma Julius Evola, uno scrittore tradizionalista italiano morto nel 1974, che aveva consigliato Mussolini in materia di razza prima di trasferirsi in Germania come ospite dei nazisti.
I tradizionalisti politicamente attivi che si rifacevano più a Evola che a Guénon diventavano sempre più visibili. In Russia, il libro di Dugin del 1997, The Foundations of Geopolitics: The Geopolitical Future of Russia, di cui parleremo più avanti, fu un bestseller. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio del 2022, alcuni cercarono una spiegazione nelle opinioni di Dugin sulla geopolitica e, nell’agosto del 2022, un’autobomba probabilmente indirizzata a Dugin ne uccise invece la figlia ventinovenne, Darya, che stava tornando a casa da un festival letterario intitolato “Tradizione”, dove il padre aveva parlato di “Tradizione e Storia”. È possibile che la bomba sia stata piazzata dagli ucraini.
Dopo il 1997, Dugin è diventato il tradizionalista politico più noto, ma ce ne sono altri. Un tradizionalista ungherese, Gábor Vona, ha fondato un partito politico di destra chiamato Jobbik che ha ottenuto un sorprendente successo nelle elezioni del 2010. Le elezioni ungheresi lo hanno visto conquistare 47 seggi in Parlamento e il terzo migliore risultato in assoluto. Qualcosa di simile è accaduto in Grecia. E poi, all’inizio del 2017, mentre il mondo cercava di fare i conti con l’inaspettata elezione di Donald Trump, il «The New York Times» ha pubblicato un articolo in cui si riportava che il manager e consigliere della campagna elettorale di Trump, Steve Bannon, aveva citato Evola.
E mentre lo stesso «The New York Times» mi contattava per cercare di capire chi fosse Evola, ho iniziato a chiedermi se Dugin non avesse ragione, e se Guénon non fosse davvero il nuovo Marx. Di fatto il Tradizionalismo a questo punto sembrava assolutamente prosperare come ideologia politica.
La popolarità di ideologie e filosofie ha sempre molto a che fare con le circostanze. Il Tradizionalismo sta crescendo nel nuovo mondo creato dal lento crollo dei partiti politici di centro-sinistra e centro-destra che hanno dominato la politica occidentale dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il centro-sinistra dipendeva storicamente dai voti degli operai e dal sostegno del movimento sindacale, e ha inevitabilmente sofferto del passaggio delle economie occidentali dall’industria ai servizi. Poiché gli operai sono diventati sempre meno e gli iscritti ai sindacati sono gradualmente diminuiti, il centro-sinistra era destinato a trovarsi in difficoltà. Il centro-destra ha sofferto per il declino del centro-sinistra, contro il quale è stato sempre schierato, e per l’emergere di nuove questioni che non aveva mai veramente preso in considerazione, in particolare l’immigrazione, che ha progressivamente iniziato a preoccupare sempre più gli elettori occidentali. Il crollo dei partiti di centro-sinistra e centro-destra ha fatto spazio a nuovi schieramenti come i Verdi e, soprattutto, a movimenti nazionalisti che un tempo sarebbero stati fuori dai giochi, come lo Jobbik di Vona in Ungheria e la versione trumpiana del Partito Repubblicano negli Stati Uniti. Anche quando non conquistano il potere, questi partiti trainano i più grandi verso le politiche che sembrano piacere agli elettori. Così il crollo dei partiti di centro-sinistra e di centro-destra ha fatto spazio a nuove ideologie e a nuovi movimenti. Il Tradizionalismo è una di queste ideologie nuove, o divenute importanti di recente.
Anche se Guénon è il nuovo Marx, il Tradizionalismo non sarà mai il nuovo marxismo. Non è adatto come il comunismo come base per un’ideologia di massa, e i tempi delle ideologie di massa sono comunque passati. Il marxismo, come il nazismo, aveva bisogno di operai, e ora nelle economie avanzate sono sempre meno. Né i politici come Trump leggeranno mai i libri di Guénon o Evola; sono troppo difficili e i politici devono essere flessibili e pragmatici. I politici sono ben attenti a non essere troppo ideologici, e nemmeno troppo coerenti. Ma hanno bisogno comunque di consiglieri e attivisti, che possono essere invece sia ideologici che coerenti, e Bannon non è l’unico consigliere attivista a essere ispirato e motivato dal Tradizionalismo. Poco dopo che l’apprezzamento di Bannon per Evola è stato rivelato dal «The New York Times», un assistente parlamentare dell’AfD, il partito nazionalista tedesco che si è classificato terzo alle elezioni federali tedesche del 2017 (ma quinto nel 2021), mi ha avvicinato a una conferenza e mi ha detto di aver letto la traduzione tedesca del mio Against the Modern World. Si lamentava del fatto che la maggior parte degli attivisti dell’AfD non sapesse nulla del Tradizionalismo. Ma anche se la maggior parte degli attivisti dell’AfD non conosce il Tradizionalismo, per altri invece non è così, come è emerso chiaramente dalla mia conversazione con lui. Lo stesso vale per gli attivisti di partiti meno famosi e di gruppi che non hanno mai ottenuto un seggio parlamentare, ma che sono comunque importanti in altri modi. Ecco perché coloro che sostengono il liberalismo e si oppongono al nazionalismo devono essere in grado di riconoscere il Tradizionalismo e il suo progetto, quando lo vedono.
Tratto da: L’Indiscreto

di Marcello Veneziani
08 Dicembre 2025
Quando tramonta la Tradizione nasce il tradizionalismo. La Tradizione è un orizzonte di vita, un mondo condiviso prima che una visione della vita in relazione all’Essere. Il tradizionalismo è una reazione alla sua scomparsa o eclissi, ha i tratti di una teoria antagonista ed elitaria, se non una ideologia, come rivela del resto l’ismo che lo contraddistingue. Per Mark Sedgwick, “il tradizionalismo è la meno nota tra le maggiori filosofie d’oggi”: è una filosofia religiosa, una visione metafisica e un’ideologia politica radicale. Al “Tradizionalismo” lo studioso danese dedica un corposo studio uscito nelle edizioni Blu Atlantide, ed è un saggio raro perché non è scritto né da un tradizionalista né da un detrattore, ma resta nel mezzo, neutrale. Il primo a parlargli del tradizionalismo fu un italiano convertito all’Islam nel nome di Guénon, Abd al-Wahid Pallavicini, che conobbi e incontrai più volte. Il testo ha un’ampiezza di vedute e di temi anche se non ha pari profondità e acutezza di analisi. Si sofferma in particolare sul pensiero di René Guénon, Julius Evola e Frithjof Schuon e tra i viventi su Aleksandr Dugin, Alain de Benoist e Steve Bannon. Sono molti gli autori citati ma curiosamente mancano autorevoli esponenti del pensiero tradizionale come Elémire Zolla e Augusto Del Noce, o Henri Corbin e Marcel de Corte, Hans Sedlmayr e Marius Schneider, per non citare altri autorevoli assenti. Il tradizionalismo cattolico non è effettivamente considerato. E quando tratta le radici storiche del Tradizionalismo si sofferma sul Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler ma ignora Giambattista Vico che è l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni a offrire una visione universale e una storia comparata delle civiltà e dei cicli. Proprio Evola, nella prefazione al Tramonto dell’Occidente, da lui tradotto, trovava singolare che Spengler non facesse alcun riferimento a Vico e alla sua teoria dei ricorsi storici; riteneva superiore la visione vichiana rispetto a quella spengleriana perché traeva spunto dalla dottrina tradizionale dei cicli e da una visione metafisica, assente in Spengler. Lo schema spengleriano, per Evola, è incompleto, confuso e irrazionale. Sedgwick si sofferma su Jordan Peterson e sui suoi testi, come “12 regole per la vita”, un vademecum infarcito di banalità. Tra le regole consiglia:”Stai bello dritto, con le spalle all’indietro, scegli amici che vogliono il meglio per te. Non permettere ai tuoi figli di fare cose per cui poi li amerai meno.Tieni in perfetto ordine la casa prima di criticare il mondo. Lascia che i ragazzi facciano skateboard. Se per strada trovi un gatto, coccolalo”. Consigli magari simpatici, ma che c’entrano col tradizionalismo? Però il libro, avverte Sedgwick, ha venduto 5 milioni di copie; è il regno della quantità, commenterebbe con disprezzo Guénon; altro che i veri, grandi testi degli autori tradizionalisti per pochi adepti…
Comunque gli spunti del libro sul Tradizionalismo, con il curioso sottotitolo Verso un nuovo Ordine Mondiale, sono tanti e non banali, con alcune ricognizioni nell’attualità, soprattutto nei paraggi di Trump e Putin. Per cominciare, l’origine filosofica del tradizionalismo è a suo dire nel neo-platonismo, in Plotino, che fu il primo erede di una grande tradizione di alcuni secoli prima, la dottrina platonica. E a suo dire, il perennialismo, ossia la filosofia perenne che ritiene il cuore del tradizionalismo, nasce nel Quattrocento a Firenze con i neoplatonici e in particolare con Marsilio Ficino. L’autore rimprovera a Guénon di non aver mai rivelato le sue fonti spirituali, i suoi maestri; ma nei veri maestri della Tradizione – come insegnano Guénon ed Evola – l’impersonalità è il loro tratto costitutivo, come del resto esige una dottrina che ha risvolti esoterici. Di Evola coglie non solo il suo spiccato interesse per l’azione fino a definirlo “attivista politico”(addirittura) e mette in luce, giustamente, l’originalità del suo pensiero fra il tradizionalismo di Guénon e il sovrumanismo di Nietzsche, a cavallo tra le dottrine orientali e la Volontà di potenza. Un tradizionalista che resta nel suo fondo un individualista assoluto; e a quel pensiero eroico e solitario ritorna in Cavalcare la tigre, la sua opera disincantata su come sopravvivere al nichilismo. Ricostruisce correttamente le affinità e le divergenze di Evola col fascismo, col nazismo e col razzismo, ma poi parlando delle stragi e degli attentati negli anni di piombo si lascia sfuggire una frase grottesca: “Non è chiaro in che misura Evola sia responsabile di queste azioni, alcune delle quali avvenute dopo la sua morte”. Una specie di “concorso postumo e spiritico in strage”, più surreale del già sconcertante “concorso esterno in associazione criminale”. Curiosamente accosta Evola al tema gender, citando Metafisica del sesso e il fondamento trascendente del maschile e del femminile e la sua critica al “terzo sesso”. Discutibile è la tesi che se Guénon cercò il fondamento nel Vedanta, Evola invece fondò la sua dottrina sul mito (e Mircea Eliade sul simbolo).
Interessanti le pagine su Dugin e su de Benoist, pur non essendo quest’ultimo un tradizionalista; ma come Dugin, resiste alla postmodernità globale e all’americanizzazione del mondo. Non mancano ricognizioni in ambiti lontani, come l’ambientalismo o la musica tradizionalista, con Sir John Tavener, che concepì la musica perennis, dono divino e arte alchemica; per spingersi fino alla scena musicale neofolk. Avrebbe potuto a questo punto citare anche Franco Battiato. Quando il mondo della Tradizione è collocato in un’età primordiale e remota diventa un’Idea e il tradizionalismo rischia di ridursi a una società di pensiero, come per gli illuministi; gli unici esili fili che mantengono viva una tradizione sono i rari eredi che mantengono accesa e celata la sua fiaccola. In tema di tradizionalismo, è interessante il lavoro collettaneo raccolto in Tradizione e cultura (ed. Cantagalli) dall’associazione Sunodia presieduta da Bruno Sconocchia e dal Comitato culturale dell’Ucid presieduto da Riccardo Pedrizzi, con vari contributi. La trattazione è divisa in una parte generale sui principi e un’altra calata nella prospettiva storica, sociologica ed educativa. Segnalo pure il lavoro dedicato ai risvolti politici del tradizionalismo, di PierPaolo Pisano, I pilastri della tradizione (ed. Idrovolante), una riflessione su Dio, patria e famiglia da Mazzini a Charlie Kirk. Testimonianze di una vitalità sotterranea ma ramificata e persistente. Scarsa e indiretta è però l’influenza del tradizionalismo sulla politica: Sedgwick ricorda giustamente che Dugin non ha alcun rapporto con Putin e Bannon non ha più influenza su Trump. Significativa pure l’inversione tra la tendenza elitaria ed esoterica dei tradizionalisti di ieri e l’affiancarsi al nazional-populismo dei tradizionalisti di oggi. Il tema che resta è duplice: quanto dista a monte il tradizionalismo dalla tradizione e quanto dista a valle dal sentire comune di oggi, con la sua cieca accelerazione verso il nulla.
La Verità – 7 dicembre 2025
Tratto da: Marcello Veneziani BLOG

di Giuseppe Aiello
“La ragione valida per l’Occultamento delle Prove [degli Awliya] di Dio nel passato, lo è anche per l’Occultamento di quel nobile Imam [il Mahdi], e questo segreto non sarà rivelato prima della sua manifestazione, proprio come il segreto dell’affondamento della nave, dell’uccisione del giovane e della riparazione del muro da parte del profeta Khidr (pace su di lui), non fu rivelato a Mosè (pace su di lui) prima della loro separazione. Questo Occultamento è uno degli affari di Dio, un segreto dei segreti, un’occultazione delle occultazioni di Dio. Quando ci renderemo davvero conto che Dio, il Glorioso, è Saggio, riconosceremo che le Sue azioni sono tutte sagge, anche se ci venisse celato il segreto che le sottende…”.
Imam Jafar al-Sadiq
