Imparare dalla donna: il sapere che l’uomo ha vinto ma non compreso

di Lelio Antonio Deganutti

19 Dicembre 2025

L’uomo europeo contemporaneo vive una crisi che non è economica, politica o identitaria, ma gnoseologica: non sa più come conoscere. Accumula informazioni, domina tecniche, produce sistemi, ma ha smarrito la via del senso. E questa perdita ha una genealogia antica, inscritta nel mito fondativo della civiltà occidentale.

Uno dei miti più rivelatori, e meno compresi, è quello di Marduk e Tiamat.

Marduk e Tiamat: l’uccisione che non cancella la madre

Nel mito babilonese, Marduk – giovane dio maschile, ordinatore, solare – sconfigge Tiamat, il grande principio femminile del caos primordiale, delle acque, della potenza generativa indifferenziata. Ma il dettaglio decisivo è questo: Marduk non distrugge Tiamat.
La uccide, sì, ma poi si copre della sua pelle e con il suo corpo crea il cosmo.

Questo gesto è rivelatore: il principio maschile non elimina il sapere femminile, lo ingloba senza riconoscerlo. Ne trae potere, struttura, ordine, ma ne nega l’autonomia, la voce, la sapienza originaria.

È l’archetipo di ciò che l’uomo occidentale ha fatto per millenni: ha vinto il femminile, ma non ha imparato da esso.

Il sapere femminile non è debolezza, è profondità

La donna saggia – non la caricatura ideologica, non la proiezione erotica, non la funzione sociale – incarna una forma di conoscenza radicalmente diversa da quella maschile:

-non procede per astrazione, ma per relazione

-non separa, ma connette

-non conquista, ma riconosce

-non domina il tempo, ma lo attraversa

Il sapere femminile è circolare, incarnato, simbolico, capace di tenere insieme contraddizioni senza annullarle. È un sapere che non ha bisogno di distruggere per creare.

L’uomo moderno, invece, è figlio di Marduk senza memoria di Tiamat: organizza il mondo, ma non lo sente più vivo.

La rimozione del femminile e la sterilità dell’uomo europeo

Il maschio europeo oggi è spesso:

-iper-razionale ma disorientato

-performante ma vuoto

-informato ma non sapiente

Ha ereditato strutture senza averne compreso l’anima. Ha la pelle di Tiamat addosso – linguaggi, simboli, culture – ma non ascolta più la sua voce.

Questa rimozione produce:

-incapacità di relazione profonda

-paura del limite e della dipendenza

-violenza simbolica o reale

-regressione infantile mascherata da forza

Non è un caso che la crisi del maschile coincida con la perdita di figure femminili sapienti, non ideologiche, non addomesticate.

Imparare dalla donna non significa sottomettersi

Questo è il punto più frainteso. Imparare dalla donna non significa diventare donna, né rinunciare alla propria forma maschile. Significa fare ciò che Marduk non ha avuto il coraggio di fare: riconoscere la fonte.

Il maschio maturo:

-ascolta prima di agire

-integra prima di ordinare

-accetta il non-sapere come soglia

-riconosce che la conoscenza nasce dal grembo del reale, non solo dalla mente

La donna saggia non chiede potere: offre orientamento. Ma solo a chi è capace di riceverlo.

Un vademecum per i maschi europei di oggi

1. Riconosci che non tutto si conquista: alcune verità si ricevono.

2. Cerca donne sapienti, non conferme narcisistiche.

3. Impara il silenzio: il femminile parla nei tempi lenti.

4. Non temere il caos: è matrice, non nemico.

5. Integra, non saccheggiare: ciò che non riconosci ti divora.

6. Ricorda Tiamat: senza la madre, l’ordine diventa deserto.

Oltre Marduk: verso un nuovo patto simbolico

La civiltà occidentale non ha bisogno di nuovi eroi, ma di uomini capaci di alleanza simbolica con il femminile. Non per rovesciare il mondo, ma per salvarlo dalla sterilità.

Il vero atto rivoluzionario oggi non è abbattere Tiamat, ma toglierle la pelle dalle spalle e guardarla negli occhi.

Perché solo chi riconosce la fonte può generare futuro.

Tratto da: Tota Pulchra News

Imparare dalla donna: il sapere che l’uomo ha vinto ma non compreso
Imparare dalla donna: il sapere che l’uomo ha vinto ma non compreso

Il grande inganno della strategia: come l’Italia ha scambiato il pensiero lungo per la tattica immediata

di Lelio Antonio Deganutti

19 Dicembre 2025

In Italia il termine strategia è ovunque: nei documenti politici, nei piani industriali, nel marketing, nel giornalismo, perfino nel linguaggio quotidiano. Eppure, proprio questa iper-presenza nasconde un paradosso cognitivo profondo: in Italia la parola “strategia” viene usata quasi sempre per indicare ciò che in realtà è tattica. Non si tratta di una semplice imprecisione semantica, ma di un vero e proprio inganno cognitivo, con conseguenze strutturali sul modo in cui il Paese pensa, decide e agisce.

Strategia non è tattica: una distinzione cancellata

Dal punto di vista classico – militare, filosofico e cognitivo – la distinzione è netta:

La strategia è un modo di pensare, una visione orientata al medio e lungo periodo, che stabilisce fini, direzioni, priorità e cornici di senso.

La tattica è l’insieme delle azioni immediate, adattive, contingenti, spesso reattive, che servono a risolvere problemi locali nel breve periodo.

La strategia risponde alla domanda “dove vogliamo andare?”.

La tattica risponde alla domanda “come ce la caviamo adesso?”.

Confondere le due cose significa vivere in un eterno presente operativo, privo di orizzonte.

L’equivoco anglosassone: quando “strategy” diventa una trappola semantica

Il nodo centrale dell’inganno nasce nel secondo dopoguerra, quando l’Italia – culturalmente, politicamente ed economicamente subordinata al mondo anglosassone – importa massicciamente il lessico inglese, in particolare quello manageriale, militare e geopolitico.

Nel mondo anglosassone, però, il termine strategy viene spesso usato in modo molto più elastico rispetto alla tradizione continentale europea. In molti contesti pratici, strategy indica ciò che, in termini rigorosi, sarebbe una tactical plan, un piano d’azione a breve-medio termine, fortemente orientato all’efficienza operativa.

L’Italia, traducendo meccanicamente strategy con strategia, ha elevato semanticamente la tattica, attribuendole una dignità concettuale che non le appartiene. Il risultato è un cortocircuito cognitivo: si parla di strategia mentre si pensa e si agisce tatticamente.

Un’illusione indotta (e funzionale)

Questa confusione non è solo un errore: è probabilmente indotta e funzionale.

Una vera strategia implica:

-capacità di rinuncia nel breve periodo,

-visione sistemica,

-continuità decisionale,

-responsabilità storica.

La tattica, invece, consente:

-consenso immediato,

-adattamento opportunistico,

-narrazione ex post delle scelte,

-assenza di responsabilità a lungo termine.

In un sistema politico e culturale fragile, frammentato e fortemente mediatizzato come quello italiano, la tattica travestita da strategia è perfetta: rassicura, promette, occupa lo spazio simbolico della lungimiranza senza richiederne i costi reali.

Le conseguenze cognitive: un Paese senza orizzonte

Dal punto di vista cognitivo collettivo, questa confusione ha prodotto effetti devastanti:

-Miopia temporale: incapacità di pensare oltre la prossima emergenza.

-Reattività cronica: le decisioni nascono sempre come risposta, mai come progetto.

-Narrativizzazione del fallimento: ogni insuccesso tattico viene riletto come parte di una “strategia” che in realtà non è mai esistita.

-Erosione della fiducia: cittadini e istituzioni non credono più alla parola “strategia”, perché ne hanno visto solo l’abuso.

Non è un caso che l’Italia eccella nell’improvvisazione, nella flessibilità e nell’adattamento, ma fallisca sistematicamente nella pianificazione strutturale: infrastrutture, istruzione, politica industriale, demografia, politica estera.

L’Italia non ha strategia perché non la pensa

Dire che “l’Italia non ha strategia” non è un giudizio morale, ma una constatazione cognitiva. La strategia non è un documento, né uno slogan, né un piano quinquennale: è una forma di pensiero che richiede tempo, stabilità e cultura del futuro.

Finché il termine strategia continuerà a essere usato come sinonimo elegante di tattica, l’Italia continuerà a muoversi molto, ma senza direzione. Come chi scambia la velocità per il cammino, l’azione per il senso, l’oggi per il domani.

Recuperare il significato per recuperare il futuro

La prima vera strategia per l’Italia dovrebbe essere linguistica e cognitiva: restituire alle parole il loro peso reale. Chiamare tattica la tattica. E strategia solo ciò che riguarda il destino nel tempo.

Perché un Paese che non distingue tra breve e lungo periodo non è solo disorganizzato: è inermi di fronte alla storia.

Il grande inganno della strategia: come l’Italia ha scambiato il pensiero lungo per la tattica immediata
Il grande inganno della strategia: come l’Italia ha scambiato il pensiero lungo per la tattica immediata

“L’arte di uno scrittore politico”: quando Orwell scavalcò (su David Bowie) Dugin

di Camilla Scarpa

19 Dicembre 2025

Il saggio di Fumagalli ricco di aneddoti: “Curioso che il suo capolavoro, “1984”, scritto nel 1948, dovesse originariamente intitolarsi “The last man in Europe”: più pessimista di Julius Evola”

L’arte di uno scrittore politico
L’arte di uno scrittore politico

“Ancora lui. George Orwell, purtroppo per lui, è una griffe. Come Che Guevara, come la pasta Barilla, come Armani”, scriveva Federico Scardanelli su Pangea ormai 8 anni fa. E, nel frattempo, oltre a Che Guevara è passato a miglior vita anche Giorgio Armani, lasciandoci, a mo’ di zattera della Medusa, soltanto la pasta Barilla. Ed ecco che morto un Giorgio se ne fa un altro, e torna all’arrembaggio George Orwell con il saggio di Luca Fumagalli, “L’arte di uno scrittore politico”, uscito per i tipi delle Edizioni Ares.

Nel volume in questione, analitico e ben documentato, l’autore semina citazioni che rivelano quanto Eric Blair, in arte George Orwell, appunto, fosse avanti con i tempi – eccezion fatta per quando negò i diritti a David Bowie per una trasposizione in musical di “1984”, rivelandosi, in questo, più conservatore persino di Aleksandr Dugin, che, nel suo “I templari del proletariato” dedica un breve saggio ad “Absolute beginners”. D’altronde l’inglese, ne “Gli scrittori e il Leviatano”, con piglio quasi chestertoniano scriverà: “Al giorno d’oggi è addirittura un brutto segno per uno scrittore non essere sospettato di tendenze reazionarie”…

I templari del proletariato di Dugin per Aga

Se si è inclini alla clemenza e dunque intenzionati a perdonare al Nostro “socialista asociale” questo faux pas, si possono citare, a sua (parziale) discolpa, almeno altrettante occasioni in cui ci ha visto più lungo di molti: ad esempio quando, nel saggio “Raffles e la signora Blandish” scrisse che “i rapporti tra il sadismo, il masochismo, il culto del successo, il culto del potere, il nazionalismo e il totalitarismo costituiscono un soggetto immenso, di cui finora si è a malapena giunti a toccare i margini”, anticipando le varie – più o meno riuscite – trasposizioni letterarie e cinematografiche in materia, dalle monumentali “Benevole” di Littell al “Portiere di Notte” di Liliana Cavani. 

Oppure quando, in “Che cos’è la scienza?”, osservò: “[…] Ma tutto ciò significa che il pubblico generico non dovrebbe essere più istruito scientificamente? Al contrario! Significa soltanto che l’educazione scientifica per le masse produrrà pochi benefici e probabilmente un mucchio di danni, se si riducesse semplicemente a più fisica, più chimica, più biologia, ecc., a detrimento della letteratura e della storia. Il suo probabile effetto sull’essere umano medio sarebbe di ridurre la portata dei suoi pensieri e di renderlo più che mai sprezzante verso tale conoscenza come se non la possedesse; e le sue reazioni politiche sarebbero probabilmente in qualche modo meno intelligenti di quelle di un contadino illetterato che abbia immagazzinato una qualche memoria storica e un senso estetico sufficientemente solido”. 

Il giovane europeo di Direu, edito da Aspis

Curioso, poi, che il suo capolavoro, “1984”, scritto nel 1948, dovesse originariamente intitolarsi “The last man in Europe”: più pessimista di Julius Evola, che ancora nel ’53 sperava che tra le rovine di uomini ce ne fossero almeno più d’uno. E quanta distanza ideale da quel “Giovane Europeo” di Drieu, “il francese d’Europa”, scritto soltanto 20 anni prima!

E però lo scrittore, come ci ricorda Vonnegut in “Ghiaccio-nove”, è a modo suo un venditore di farmaci, tanto più se quello scrittore è o è stato, nella sua vita, un rivoluzionario – seppur, o specialmente, “del tipo che ci piacerebbe vedere in giro. Umano, complesso, autocritico, imperfetto”. Dunque, nonostante le storie di fallimenti dei loro protagonisti, lungi dall’essere pessimiste o rassegnate allo stato dei fatti le opere di Orwell (e, di riflesso, i saggi della critica che le riguardano), parlano di “una cosa divertente che non farò mai più”, alla David Foster Wallace; e Orwell stesso scriverà a proposito del suo primo vagabondaggio giovanile (con il suo common sense tutto britannico, in una lettera all’amico Steven Runciman), che inaugurerà poi l’esperienza di “Senza un soldo a Parigi e Londra”: “… ma non è una cosa che rifarei”. 

Come la vita, insomma.

Tratto da: Barbadillo

IL GOVERNO DI UN RE ILLUMINATO

a cura di Fumo Fuffu

“Come governa un re illuminato? ” chiese rispettosamente Yang Ziju.

“Il re illuminato” disse Lao Dan “estende ovunque la sua opera benefica, ma non fa sentire di esserne l’autore. Aiuta e migliora tutti gli esseri senza che questi sentano di essere sotto la sua dipendenza. Il mondo ignora il suo nome e ciascuno è contento di sé. I suoi atti sono imprevedibili ed egli si identifica con il Nulla.”

(Zhuangzi)

(*Zhuangzi cita Laozi*)

IL GOVERNO DI UN RE ILLUMINATO
IL GOVERNO DI UN RE ILLUMINATO

La Bank of Japan alza i tassi: Tokyo stacca la spina all’economia Usa?

a cura di Giacomo Gabellini

18.12.2025

La Bank of Japan alza i tassi: Tokyo stacca la spina all’economia Usa?

Dalle “voci di corridoio” circolate negli ultimi giorni si evince che, durante la riunione del prossimo 18-19 dicembre, il consiglio direttivo della Bank of Japan dovrebbe disporre all’unanimità un innalzamento del tasso di interesse.

Qualora la Bank of Japan tenesse fede ai suoi intendimenti e la stretta dovesse attestarsi a un quarto di punto percentuale, il tasso di interesse toccherebbe quota 0,75% per la prima volta in trent’anni. tra il 2009 e il 2016, la Bank of Japan ha mantenuto il tasso allo 0,1%, per poi passare addirittura a -0,1%  rimanervi fino al febbraio 2024. Da allora, si è assistito a una lenta e graduale risalita, fino all’attuale 0,5%.

Il governatore della Bank of Japan Kazuo Ueda «ha essenzialmente preannunciato la mossa all’inizio di questo mese, dicendo che la banca centrale avrebbe considerato i “pro e contro” di un aumento dei tassi durante la riunione».

Ha anche «dato l’impressione di voler suggerire che le condizioni per un rialzo potrebbero essere in atto, affermando che, con l’attenuarsi dell’impatto delle ampie tariffe statunitensi, era alta la probabilità che le previsioni economiche e sui prezzi della Bank of Japan si avverassero».

Ueda «ha anche espresso una certa fiducia che l’economia del Giappone si riprenderà dalla contrazione del terzo trimestre».

Stando a quanto dichiarato dalle autorità giapponesi, quella che la Bank of Japan si appresta a prendere non si configurerebbe come una decisione isolata, ma come l’implementazione di un modus operandi strutturale, che dovrebbe portare il tasso di interesse a livelli stabilmente più elevati.

Bank of Japan più governo Takaichi: una miscela esplosiva

Il cambio di paradigma messo in cantiere dalla Bank of Japan nasce dall’esigenza di porre un freno all’inflazione, oscillante attorno alla soglia del 3%, e va a combinarsi con il pacchetto di stimoli da 135 miliardi di dollari (21,3 trilioni di yen) varato dal governo guidato dalla premier Sanae Takaichi.

Nello specifico, il piano prevede misure immediate a sostegno delle famiglie, sussidi energetici, agli fiscali, fondi perla cantieristica navale e la difesa e investimenti strategici in settori cruciali come intelligenza artificiale e semiconduttori, con l’obiettivo di rilanciare la competitività e potenziare la sicurezza nazionale.

Su quest’ultimo versante, il governo Takaichi si è dichiarato «pronto a stanziare circa 9.000 miliardi di yen, equivalenti a circa 49 miliardi di euro per il bilancio della difesa nel prossimo anno fiscale, superando il precedente record del 2025».

L’incremento risponde alle «crescenti pressioni strategiche nel Pacifico e alla richiesta esplicita degli Stati Uniti di un maggiore impegno finanziario da parte di Tokyo».

Il pacchetto prevede «investimenti mirati in capacità di deterrenza avanzata: tra i quali l’acquisto di missili ipersonici guidati, capaci di viaggiare a velocità superiori a Mach-5, e l’aggiornamento dei sistemi missilistici superficie-aria per intercettare minacce balistiche. Contemporaneamente Tokyo punta a costruire un sistema difensivo costiero battezzato Shield e basato su droni aerei, di superficie e subacquei, con obiettivi di sorveglianza e anche intervento rapido.

La svolta «riflette un’accelerazione strategica senza precedenti per il Paese del Sol Levante con Takaichi che ha già annunciato l’intenzione di raggiungere la soglia del 2% del Pil per la spesa militare già nel 2025 – due anni prima del previsto – rompendo con il tetto informale dell’1% che per decenni ha limitato gli stanziamenti a circa 5.000 miliardi di yen annui».

Nell’immediato, il programma ultra-espansivo annunciato dal governo di Tokyo ha prodotto un significativo rialzo dei rendimenti dei titoli giapponesi a dieci anni, innescando una fuga dalle criptovalute, con bitcoin che ha perso il 30% circa un mese e mezzo.

Ma soprattutto, la ritrovata redditività dei titoli nipponici, destinata verosimilmente ad assumere carattere strutturale per effetto degli interventi della Bank of Japan, disincentiva il carry trade che per decenni ha visto fondi speculativi e banche approvvigionarsi di liquidità a buon mercato in Giappone e convertirla in dollari per investire in larga parte in immobili, azioni e titoli di Stato statunitensi, oltre che in criptovalute, obbligazioni dei Paesi emergenti, ecc.

Il nuovo corso favorisce il rimpatrio dei capitali, sotto forma di liquidazione di almeno parte degli oltre 3,5 trilioni di attivi esteri di cui è titolare il Giappone. Tra cui, forse, una quota più o meno ragguardevole dei quasi 1,2 trilioni di Buoni del Tesoro statunitensi.

La crescita strutturale dei rendimenti dei titoli giapponesi tende in altri termini a sottrarre una fonte di assorbimento chiave delle obbligazioni statunitensi, nel pieno di una congiuntura caratterizzata da un incremento forsennato delle emissioni da parte del Dipartimento del Tesoro e da un abbassamento del tasso di interesse da parte della Federal Reserve.

La Bank of Japan alza i tassi: Tokyo stacca la spina all’economia Usa?

Georges Abdallah: La Resistenza è ciò che forgia l’identità Nazionale

a cura della Redazione

18 Dicembre 2025

L’attivista libanese filo-palestinese Georges Abdallah, che ha trascorso 40 anni nelle prigioni francesi, ha sottolineato giorni fa che “la Resistenza da sola rappresenta legittimità e sovranità”.

In un’intervista con Al-Manar, Abdallah ha descritto il popolo libanese come “l’ambiente che alimenta la Resistenza”, aggiungendo che “la Resistenza in Libano è la Resistenza di tutti i libanesi e di chiunque abbia dignità in questo Paese. La Resistenza è ciò che forgia l’identità nazionale, perché questa identità si costruisce sulla base del confronto con l’occupante”.

L’attivista pro-Palestina liberato lo scorso luglio ha affermato: “È la Resistenza che decide come contribuire alla costruzione dello Stato-nazione e dell’esercito nazionale.

Riguardo al cosiddetto “monopolio delle armi”, Abdallah ha sottolineato che “la questione non riguarda le armi”, attaccando duramente alcune parti locali che si uniscono al nemico israeliano nel lanciare minacce alla Resistenza.

“Coloro che oggi invocano le decapitazioni in Libano sono coloro che rappresentano l’esercito criminale e fanno affidamento sul nemico israeliano, e sono quindi i portavoce del nemico”, ha dichiarato Georges Abdallah.

Abdallah è stato liberato dalle autorità francesi lo scorso luglio, dopo oltre 40 anni trascorsi dietro le sbarre. Nel 1987 venne condannato all’ergastolo per gli omicidi dell’addetto militare statunitense Charles Robert Ray e del diplomatico israeliano Yacov Barsimantov.

Pur avendo sempre negato un coinvolgimento diretto, Abdallah non ha mai preso le distanze dal movimento di Resistenza da lui co-fondato, le Fazioni rivoluzionarie armate libanesi, un gruppo marxista schierato con la Palestina e le cause panarabe che cercava anche di sfrattare l’occupazione straniera dal suolo libanese.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Georges Abdallah: La Resistenza è ciò che forgia l’identità Nazionale
Georges Abdallah: La Resistenza è ciò che forgia l’identità Nazionale

IL SUPREMO RIPOSO TANTRICO DELLA COSCIENZA

di Luca Rudra Vincenzini

“Ciò che intendiamo per la grande Dea (Mahādevī-kuṇḍalinī) è quel supremo riposo (viśrāntir anuttāra) [della coscienza] che rimane dopo che ella [come forza vitale liberante] ha divorato anche la più sottile traccia (impressione-saṁskāra) [di memoria dell’io] e che persiste nella forma di stato di quiete della suprema luce della coscienza”, Śitikaṇṭha in commento al Mahānaya-prakāśa di Arṇasiṃha.

Tradotto in termini moderni, la Dea Kuṇḍalinī è quella forza vitale contenuta nell’inconscio superiore che, con il suo dispiegarsi, lentamente brucia tutte le tracce di memoria, i traumi, gli errori, le cattive comprensioni e concede, ben oltre gli strati identificativi dell’io, la permanenza nello stato naturale di quieta luce della coscienza (prabhāsvara).

Rileggi con calma!

IL SUPREMO RIPOSO TANTRICO DELLA COSCIENZA
IL SUPREMO RIPOSO TANTRICO DELLA COSCIENZA

IN QUESTO MOMENTO DI FOLLIA LE UNICHE PAROLE SENSATE VENGONO DAL GENERALE DELLA FOLGORE MARCO BERTOLINI

a cura di Cristina Rinaldi

“Rendiamocene conto prima, soprattutto per il bene dei nostri figli e di chi verrà dopo di noi, perché dopo sarà troppo tardi.

La UE di Ventotene, di Spinelli e della Pace, non esiste più, se mai fosse esistita. È morta con il sostegno guerrafondaio dato all’Ucraina e con la guerra contro la Federazione Russa.

Ora è nelle mani di luridi avventurieri che, per proprio tornaconto e vile danaro, si riuniscono sotto il comando di una nazione, il Regno Unito, che ha ripudiato l’Europa unita fuoriuscendone con un referendum ed ora, mettendosi a capo dei restanti Paesi europei, vuole portarci tutti in guerra per realizzare il suo obiettivo storico, quello di distruggere la Russia per smembrarla in tanti piccoli stati vassalli e depredarne con il loro classico spirito colonialista le sue immense risorse.

Le élite europee, immemori delle catastrofi verso cui sono andati incontro tutti coloro che, dalla Confederazione polacco-lituana nel 1632-1634 all’Impero svedese nel 1788-1790 , da Napoleone nel 1813 a Hitler nel 1941, hanno tentato di conquistare i territori russi, oggi vorrebbero di nuovo attaccare la Russia portando ancora una volta guerra e distruzione in Europa.

Il paradosso è che questa guerra la vogliono tutti coloro che hanno sbandierato fino ad ora i colori della pace e ciarlato di Europa di Pace, di Libertà e di Democrazia proprio nel momento in cui USA e Federazione Russa stanno trovando un accordo di pace. Falsi, più falsi di una banconota da 1€.

Per questo motivo spero vivamente che questa orribile U.E, oligarchica, guerrafondaia, autoritaria e antipopolare, fallisca presto e che Stati veramente sovrani trovino forme di collaborazione e cooperazione diverse da quelle attuali tendenti alla Pace e al benessere sociale ed economico dei loro cittadini.”

Gen. Marco Bertolini

IN QUESTO MOMENTO DI FOLLIA LE UNICHE PAROLE SENSATE VENGONO DAL GENERALE DELLA FOLGORE MARCO BERTOLINI
IN QUESTO MOMENTO DI FOLLIA LE UNICHE PAROLE SENSATE VENGONO DAL GENERALE DELLA FOLGORE MARCO BERTOLINI

LA VITTORIA DELLO SPIRITO

a cura di Lorenzo Toten

“Morirò! Ma non importa… la causa è stata lanciata e non morirà. Conosco le strade che percorrerà: la saggia religione del Buddha si diffonderà in lungo e in largo. Sarà una vittoria dello spirito. Allora il Re del Mondo sorgerà da Shambhala per ristabilire la pace”.

Roman von Ungern-Sternberg

LA VITTORIA DELLO SPIRITO
LA VITTORIA DELLO SPIRITO