LA NATIONAL SECURITY STRATEGY ED IL MEDIO ORIENTE

di Daniele Perra

Il mio ultimo articolo pubblicato su “Strategic Culture” è un’analisi delle poche pagine dedicate al Medio Oriente nel nuovo documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Lo propongo anche qui e consiglio di seguire il sito informatico ed il canale Telegram di SCF.

Prima di analizzare ciò che la nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti dice sul Medio Oriente (poco più di una pagina), si rende necessario delineare una storia di quella che è stata la geopolitica nordamericana in questa parte di mondo.

Se si volesse individuare una data d’inizio precisa dell’interesse nordamericano per il Medio Oriente, questa è sicuramente il 1945. Nel febbraio del 1945, infatti, il presidente statunitense Franklin D. Roosevelt ed il sovrano saudita Abdulaziz bin Saud si incontrano sull’incrociatore statunitense USS Quincy, stazionato nel Mar Rosso in prossimità del Canale di Suez. Roosevelt si reca lì dopo la conferenza di Yalta, e qui viene stipulato un accordo di massima sulla sicurezza del Regno, sulla cooperazione petrolifera tra i due paesi e sul futuro dell’intera regione alla luce della crescente presenza sionista.

Il Regno saudita, è bene ricordarlo, nasce dalla particolare alleanza tra il clan tribale dei Saud ed il riformatore religioso Muhammad ibn Abd al-Wahhab (padre teorico del wahhabismo, corrente eterodossa e radicale dell’Islam ispirata alla scuola giuridica hanbalita). Un’alleanza che nasce nell’oasi di Dariya nel deserto del Najd, intorno alla metà del XVIII secolo. I sauditi tentano numerose volte di espandersi oltre i confini dello stesso Najd durante l’intero corso XIX secolo. Tuttavia, riescono nel loro intento solo con l’aiuto britannico, in chiave anti-ottomana, nel corso dei primi ’20 anni del XX secolo (si pensi al ruolo di sir John Philby, ufficiale dell’esercito britannico che fece per i sauditi ciò che fece il più noto Lawrence d’Arabia per gli hashemiti meccani). Questo fatto è curioso visto che i britannici riuscirono nell’impresa di tradire proprio gli hashemiti ben tre volte: con gli accordi segreti Sykes-Picot, con la dichiarazione Balfour e poi sostenendo segretamente l’offensiva saudita verso la Mecca negli anni ’20. Ad ogni modo, non è errato affermare che il Regno saudita, come tante altre costruzione statali nell’area, sia nato grazie alla protezione britannica.

Con la fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti accompagnano al declino la potenza britannica insieme all’URSS (l’altra potenza uscita vittoriosa dal conflitto). Di fatto, si sostituiscono a questa, sebbene i britannici mantengano alcune posizioni all’interno del Golfo Persico dalle quali poi vedranno la luce Paesi come Emirati Arabi Uniti e Qatar in una seconda fase del processo di decolonizzazione. L’Arabia Saudita diviene a tutti gli effetti dipendente dagli USA per la sua sicurezza. Tuttavia, è bene ricordare che inizialmente la strategia USA sul Vicino e Medio Oriente era concentrata essenzialmente sulla Turchia. La Turchia, almeno fino al 1967, è rimasta il principale alleato americano nella regione; il perno della geopolitica USA, centrale anche nella creazione del cosiddetto “patto di Baghdad” che avrebbe dovuto dare vita ad una sorta di NATO mediorientale (un sogno che rimane tuttora al centro della geopolitica statunitense nell’area). Una NATO mediorientale il cui obiettivo era contrastare la potenziale proiezione di influenza sovietica attraverso il Caucaso. Da non dimenticare che, a questo scopo, i marines statunitensi sbarcano in libano nel 1958 per evitare la creazione di un governo panarabista in stile nasseriano nel Paese dei Cedri.

Dopo il colpo di Stato (Operazione Ajax) che rovescia il governo nazionalista di Mossadeq in Iran, inoltre, anche questo diviene un pilastro della strategia regionale USA (Turchia e Iran, Stati non arabi, erano infatti destinati a fare da cani da guardia sui due lati del Medio Oriente). In aggiunta, a partire degli anni ’50, entrambi divengono stretti alleati di Israele in virtù della “dottrina periferica” di Ben Gurion, volta a ricercare alleati oltre la prima fascia di Stati arabi confinanti e ostili con il cosiddetto “Stato ebraico”. Da non sottovalutare, altresì, che anche in Iran gli Stati Uniti agiscono in teoria per aiutare i britannici a mantenere il controllo sull’industria petrolifera iraniana. Mentre, nella pratica, ancora una volta, prendono il posto di Londra.

Dal 1967 in poi, qualcosa cambia. Israele, a seguito della “guerra dei sei giorni”, diviene il primo recipiente degli aiuti militari statunitensi. Gli USA (soprattutto il binomio Nixon-Kissinger) lo trasformano nel nuovo punto fermo della geopolitica regionale di Washington per contrastare l’influenza sovietica, anche sotto notevole pressione della sempre più potente lobby sionista. Cosa ancora una volta curiosa se si pensa al fatto che, nel corso della “guerra dei sei giorni”, Israele attacca “accidentalmente” la USS Liberty (nave spia nordamericana stazionata nel Mar Rosso) uccidendo 34 marinai statunitensi. Ma questo aspetto rientra tra gli innumerevoli casi, citati dai politologi John Mearsheimer e Stephen Walt nel loro libro sull’influenza della lobby sionista nella politica estera degli Stati Uniti, in cui Israele ha agito a tutti gli effetti in modo ostile o contro gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Da tenere a mente, a questo proposito, che il presidente Eisenhower, nel corso degli anni ’50, criticò a più riprese proprio il crescente ruolo della lobby sionista nel Congresso USA. Senza considerare la successiva opposizione di John F. Kennedy (sul cui omicidio permangono notevoli ombre di un possibile coinvolgimento israeliano) al programma nucleare segreto di Tel Aviv.

Ad ogni modo, Israele, grazie al ponte aereo americano nel 1973, riesce a superare indenne la cosiddetta “Guerra del Kippur” (o “Guerra del Ramadan”) e, addirittura, a passare all’offensiva, arrivando a quasi 100 km dal Cairo. Tra l’altro, in quella occasione, l’embargo petrolifero imposto dai Paesi arabi all’Occidente fu assai meno drammatico di come storicamente viene descritto. Il re saudita Faysal lo operò quasi controvoglia e rimanendo in stretto contatto con Washington. Cosa che non gli impedì comunque di venire assassinato qualche anno dopo, ancora una volta in circostanze più che misteriose.

Con l’approssimarsi del declino sovietico, la strategia regionale degli USA inizia a concentrarsi su una sorta di “bilanciamento dei poteri”. Washington non voleva in alcun modo che nessuno Stato regionale si ergesse come potenza in grado di minacciare sia i suoi interessi che la “sicurezza” di Israele. Per questo motivo, durante la sanguinosa guerra Iran-Iraq, sostengono alternativamente le due parti in conflitto: ovvero, quando l’Iraq era sull’offensiva sostengono l’Iran (il celebre scandalo Iran-Contras); e quando l’Iran passa all’offensiva sostengono l’Iraq (ed alla fine del conflitto la bilancia degli aiuti pende nettamente a favore di Baghdad, anche a seguito dell’operazione Prayer Mantis che, nello specifico, contrasta le azioni iraniane nel Golfo Persico mentre lascia sostanziale libertà d’azione all’Iraq). Per il medesimo presupposto del bilanciamento dei poteri, arriva l’attacco all’Iraq del 1991. Questo, infatti, occupando il Kuwait come una sorta di “ricompensa” per il mancato sostegno arabo alla ricostruzione dopo il conflitto avrebbe enormemente aumentato le sue riserve petrolifere ed ottenuto un ben più ampio sbocco sul Golfo Persico che lo avrebbe reso capace di proiettare una ben più vasta influenza sull’intera regione.

A questo proposito, inoltre, bisogna considerare che se si dovesse applicare la teoria del geografo britannico Halford Mackinder dell’Heartland sul piano esclusivamente regionale, allora sarà facile individuare l’Heartland mediorientale in quello che è l’arco settentrionale del golfo persico: Arabia Saudita nord-orientale, Kuwait ed Iraq meridionale, Iran sud-occidentale. In altre parole, l’area più ricca di petrolio ed in cui la maggioranza della popolazione è sciita. Da qui derivano i timori generati dalla Rivoluzione Islamica a Teheran e dal sogno khomeinista di esportarla all’infuori dei confini iraniani. E da qui l’enfasi dei teorici neocon sul diretto controllo USA di questa particolare regione, ritenuta fondamentale per il pieno controllo dei flussi energetici globali e per costruire un vero e proprio “impero globale nordamericano” (come appare negli scritti prodotti dai Think Tank legati a questa particolare corrente di pensiero nata nei circoli ebraici nordamericani negli anni ’60 del secolo scorso). Nel 2003 arriva una nuova aggressione all’Iraq, il cui motivo reale non era di certo il rischio della fabbricazione di armi di distruzione di massa da parte di Baghdad, ma semplicemente il fatto che compagnie europee (soprattutto francesi e tedesche) stavano assumendo un ruolo egemonico all’interno dell’industria petrolifera irachena.

Ora, bisogna tenere a mente che i progetti neocon (il caos creativo, il piano sionista Yinon di parcellizzazione della regione lungo linee etno-settarie che risale addirittura agli anni ’80, le rivolte arabe indotte, le cosiddette “primavere” con le aggressioni contro Libia e Siria, e pure gli accordi di Abramo trumpisti) hanno in comune il medesimo obiettivo: creare un’area in cui l’egemonia USA non sia in alcun modo messa in discussione. Nonostante ciò, è necessario riconoscere che gli Stati Uniti, in Iraq come in Afghanistan d’altronde, hanno operato in modo geopoliticamente insensato (forse dettato anche dalla sostanziale ignoranza della realtà locale), favorendo inoltre in tutto e per tutto (paradossalmente) quello che è di gran lunga il principale rivale regionale: la Repubblica Islamica dell’Iran che, dopo il 2003, è riuscita ad acquisire un’influenza sull’Iraq che con Saddam al potere sarebbe stata impossibile. Dopo il 1991, gli USA (ed i britannici, che ogni qual volta hanno a che fare con il Vicino Oriente producono disastri immani) avevano pure favorito le ribellioni sciite nel sud dell’Iraq e quelle dei curdi nel nord, salvo poi abbandonare entrambi a se stessi ed alla feroce repressione del regime baathista.

Dunque non è errato affermare che l’Iran, grazie a loro (alla loro incapacità di comprendere la regione), è divenuto per lungo tempo il principale attore nell’area, grazie all’affermazione di Hezbollah in Libano, alle vittorie degli Houthi nello Yemen ed al contrasto all’azione terroristica dei movimenti legati ad al-Qaeda o al sedicente Stato Islamico in Siria e Iraq. Tuttavia, con l’assassinio del generale Soleimani (il vero e proprio deus ex machina di quello che è stato chiamato come “Asse della Resistenza”, sebbene in molti cerchino di sminuirlo indicandovi una mera ispirazione iraniana neosafavide), inizia quella che in altre occasioni è stata definita come “controffensiva occidentale”, culminata con la caduta di Damasco (con il tentativo di costituire il cosiddetto “corridoio di David”, che dovrebbe proiettare l’influenza israeliana sino ai confini con l’Iran) e la piena realizzazione del genocidio sionista in Palestina. Ancora oggi si assiste a nuovi tentativi di destabilizzare il Libano con le continue violazioni israeliane del cessate il fuoco (va da sé che il Libano può comunque essere considerato già di suo alla stregua di Stato semifallito), ed alle pressioni sul governo iracheno per limitare l’influenza iraniana al suo interno (vi sono ancora numerosi gruppi delle Forze di Mobilitazione Popolare, costituite per combattere l’ISIS, che fanno diretto riferimento a Teheran). Senza considerare che l’Iraq, in piena esplosione demografica ed in crescita economica spaventa nuovamente non poco Israele.

Anche in questo caso, però, vi sono stati dei riflessi negativi per l’“Occidente” e gli USA in particolare. Basti pensare alla crescente insofferenza dell’opinione pubblica nordamericana nei confronti di Israele. Una vera e propria “novità”, anche in ambienti conservatori legati all’evangelismo cristiano, da Tucker Carlson a Charlie Kirk (anch’esso assassinato in circostanze poco chiare, che pure aveva lungamente sostenuto Israele, salvo poi riconoscere la brutalità della pulizia etnica sionista poco prima di venire ucciso). E nel nuovo documento sulla strategia di sicurezza nazionale, per la prima volta, si parla apertamente di contrastare l’azione delle lobby che cercano di influenzare la politica estera USA e che vorrebbero trascinare gli stessi in guerre che poco hanno a che fare con i loro interessi diretti. Ovviamente, non vi è un riferimento diretto alla lobby sionista (lo stesso Donald J. Trump è stato eletto con il pieno sostegno di questa, mentre il Congresso USA rimane in larga parte sotto il pieno controllo dell’AIPAC). E ciò trasforma quanto scritto nel documento in una mera dichiarazione di intenti dal valore piuttosto cosmetico e propagandistico (come da tradizione trumpista) per tenere buona quella parte di elettorato che segue gli “influencer” conservatori critici nei confronti delle azioni dello “Stato ebraico”.

Infine, è tempo di analizzare ciò che sul Vicino Oriente viene detto nella nuova strategia di sicurezza nazionale. Innanzitutto, si legge nell’introduzione che l’amministrazione Trump avrebbe posto fine a otto conflitti, incluso quello di Gaza ovviamente. Sorvolando sul fatto che il ruolo USA nella risoluzione di alcuni di questi conflitti è stato del tutto marginale (per non di re nullo), bisogna considerare che (soprattutto per ciò che concerne il Medio Oriente, Hezbollah-Israele, Hamas-Israele, Iran-Israele, senza considerare i conflitti tra Congo e Ruanda e tra Cambogia e Thailandia) non vi è stata alcuna risoluzione, né tanto meno un congelamento degli stessi. A Gaza si continua a morire sotto le bombe ed un nuovo conflitto nel Libano meridionale è ormai alle porte. Ancora, in riferimento al conflitto Iran-Israele, si intravedono parecchie contraddizioni con la retorica ufficiale trumpista. Il presidente USA, a questo proposito, parlò di vittoria eclatante e totale contro Teheran dopo l’operazione che di fatto pose fine a quella che è stata definita come la “Guerra dei 12 giorni”. Nel documento, invece, si legge che il programma nucleare iraniano è stato sì compromesso ma niente affatto distrutto. Questo, paradossalmente, tiene spazi aperti a nuovi interventi futuri, auspicati da Israele ovviamente. E questo, ancora una volta, contrasta con quanto scritto nel documento a proposito dell’influenza negativa delle lobby straniere. Di fatto, tutto quanto fatto dagli USA negli ultimi anni nella regione è stato rivolto a “salvare” Israele dalle sue guerre infinite. E l’insofferenza delle monarchie del Golfo comincia ad essere rumorosa. Addirittura, al recente forum di Doha, Ahmed al-Shara, leader della Siria che piace all’Occidente (o meglio, sarebbe il caso di dire “ex-Siria”), è arrivato pure a condannare Israele come “esportatore di crisi”, visti anche i rinnovati tentativi di mantenere la Siria frammentata spingendo per l’autonomia delle aree controllate dai curdi o dalle milizie druse.

In generale, la nuova strategia di sicurezza “snobba” il Medio Oriente, sottolineando semplicemente l’interesse USA a garantire i flussi energetici e commerciali regionali verso l’esterno. Gli USA sembrano più intenzionati a concentrarsi sul loro emisfero, o sul sud-est asiatico (altro paradosso: viene fatto divieto a potenze esterne di interferire nell’emisfero occidentale, me gli Stati Uniti si riservano pieni diritti di pattugliare le rotte commerciali marittime in Asia). Nonostante ciò, le mire statunitensi su Gaza dicono qualcosa di ben diverso. E spiace dire che le astensioni di Cina e Russia sull’argomento al Consiglio di Sicurezza ONU (variamente motivate e motivabili) non aiutano di certo il popolo palestinese che, senza troppi giri di parole, è stato quello che più di ogni altro ha fatto e dato (con la sua drammatica resistenza) per agevolare uno sviluppo multipolare dell’ordine globale.

Infine, è utile sottolineare anche che gli Stati Uniti, in realtà, stanno configurando il loro presunto e progressivo disimpegno dal vicino oriente sin dall’era Obama. Tuttavia, al momento, non vi è alcuna reale evidenza di ciò. Però, qualcosa è cambiato. Se in passato un paese come l’Arabia Saudita aveva bisogno degli USA (era una relazione in parte unilaterale, e dunque sbilanciata). Oggi, gli USA hanno bisogno dei soldi mediorientali (di quelli sauditi, di quelli de Qatar e così via, anche per sostenere il loro sforzo di re-industrializzazione interna ben avviato dall’amministrazione Biden attraverso la distruzione del tessuto industriale europeo a seguito del conflitto ucraino). E non bisogna dimenticare, in questo senso, che tali Paesi sono in primo luogo delle vere e proprie società per azioni che in aggiunta operano con precisi scopi geopolitici (il Qatar, ad esempio, a lungo è stato in crisi con l’Arabia Saudita in una lotta egemonica regionale tutta interna al campo sunnita non di poco conto). Bene, in Qatar c’è la più grande base nordamericana nella regione. E l’attacco israeliano al Qatar è stato quello che ha spinto gli USA a trovare almeno una soluzione di facciata alla questione di Gaza. Qui dal genocidio visibile si è passati a quello “normalizzato” ed oscurato dai nostri mezzi di informazione.

LA NATIONAL SECURITY STRATEGY ED IL MEDIO ORIENTE
LA NATIONAL SECURITY STRATEGY ED IL MEDIO ORIENTE

COS’È IL SACRIFICIO?

a cura di Enrico Galoppini

Ogni volta che fate un sacrificio, voi accendete un fuoco.

Se decidete, ad esempio, di rinunciare a una cattiva abitudine, una sostanza inizia a consumarsi liberando un’energia che potete utilizzare per il vostro lavoro spirituale.

Il sacrificio è un dono di voi stessi fatto per avere in cambio energie più pure che vi permetteranno di andare oltre, di elevarvi.

[…] La vita è una combustione.

Per essere vivi, occorre alimentare incessantemente il fuoco dentro di sé. La combustione, che è un fenomeno fisico, rappresenta anche una realtà psichica e spirituale.

Ogni giorno abbiamo in noi una materia da bruciare o animali da immolare per produrre luce e calore.

Si tratta di un fenomeno così reale che a qualcuno è capitato di sentirsi consumare qualcosa dentro, come se stesse bruciando ogni genere di sostanze inutili e oscure, e da quella esperienza ne è uscito alleggerito, rigenerato e più vivo.

Si è soliti dire “sacrificarsi” come se si trattasse di abbandonare o di perdere qualcosa.

Quando si compie un sacrificio, non “ci” si sacrifica, ma si sacrifica qualcosa di inutile, di nocivo, di inferiore per ottenere qualcosa di grande, di potente e di prezioso.

Se non si sacrificano le cose inferiori che albergano nel proprio essere per far vivere quelle superiori, si finirà giocoforza con il sacrificare gli elementi migliori di cui si dispone a beneficio degli istinti più grossolani.

E impossibile sfuggire a questa legge: la nostra natura superiore può vivere solo se le sacrifichiamo la nostra natura inferiore; ciò che è vita per l’una, è morte per l’altra.

Ecco come bisogna intendere le parole di Gesù: “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita… la salverà”.

(Omraam Mikhaël Aïvanhov)

COS'È IL SACRIFICIO?
COS’È IL SACRIFICIO?

ESSERE CIECHI

di Giuseppe Aiello

«Non sono gli occhi a essere ciechi, ma sono ciechi i cuori che sono nei petti.» (Corano 22, 46).

«Chi è cieco in questa [vita] sarà cieco nell’Aldilà e ancora più sviato dalla via.» (17, 72)

«Allah ha sigillato i loro cuori e il loro udito,

e sui loro occhi c’è un velo.» (2, 7)

Essere ciechi non significa soltanto non vedere la Verità.

Significa anche non vedere dove si mettono i piedi o dove si allungano le mani: procedere nel mondo senza consapevolezza, senza comprendere davvero ciò che si sta facendo. È l’incapacità di riconoscere che ogni azione e ogni pensiero producono conseguenze precise, concrete, inevitabili.

Spesso queste conseguenze non si manifestano immediatamente; maturano nel tempo, si accumulano, prendono forma lentamente. Proprio per questo non vengono percepite come reali, non vengono interiorizzate, non entrano nella coscienza come responsabilità. Si vive allora nell’illusione che ciò che non si vede subito non esista, che ciò che non fa male nell’immediato non avrà mai un peso.

Questa cecità non è una mancanza di informazioni, ma una rinuncia alla comprensione. È il rifiuto di collegare cause ed effetti, di assumersi il carico delle proprie scelte, di riconoscere che il presente è spesso il risultato di decisioni passate e che il futuro sarà, a sua volta, il riflesso di ciò che stiamo facendo ora. In questo senso, la vera cecità non riguarda gli occhi, ma la coscienza.

ESSERE CIECHI
ESSERE CIECHI

LA LITURGIA DEL CONSUMO

di Marco Pavoloni

Le feste sono diventate uno dei luoghi privilegiati della profanazione moderna. Non perché vengano attaccate, ma perché vengono svuotate, rese innocue, trasformate in contenitori di merce. Il sacro non viene negato: viene ignorato. Al suo posto si impone un calendario commerciale fatto di luci, offerte, slogan , saldi , scadenze, venerdì neri e imbecillità varie.

Il Natale non è più vissuto come una nascita che irrompe nel tempo, ma come una stagione commerciale programmata, priva di attesa e di interiorità. La Pasqua non è più una soglia, ma un ponte festivo. Le ricorrenze non chiamano più all’attesa o alla trasformazione: attivano flussi, muovono folle, giustificano spese. L’evento sacro è ridotto a cornice decorativa, utile a rendere vendibile ciò che altrimenti non lo sarebbe.

In questo contesto domina una formula tacita ma onnipresente: “io sono perché compro,” . L’identità viene misurata dalla partecipazione al rito economico. Chi non consuma è fuori tempo, fuori scena, quasi fuori dal mondo, Il tempo stesso viene riconfigurato: non più simbolico o ciclico, ma scandito da promozioni, lanci stagionali. Il calendario liturgico cede il passo al calendario del marketing.

La noncuranza per la sacralità dell’evento è totale. Le feste vengono attraversate come corridoi illuminati: si guarda, si prende, si passa oltre. Non c’è silenzio, non c’è riflessione , sospensione, non c’è centro. Le chiese si svuotano mentre i centri commerciali si affollano come formicai di acquirenti instupiditi , l’altare lascia il posto alla vetrina, il rito alla coda alla cassa. L’intimità del colloquio con il sacro è scomparsa, sostituita dalla liturgia dello shopping praticata da masse dementizzate ed inebetite.

Il soggetto contemporaneo vive tutto questo come normale anzi propedeutico. Le giornate sono una sequenza di operazioni, le relazioni scambi regolati, i desideri prodotti in serie. È il trionfo del behaviorismo applicato alla vita quotidiana: stimolo, risposta, ricompensa. La festa diventa il momento di massima intensità di questo meccanismo, una parentesi rituale per crapuloni mangerecci, dove l’eccesso sostituisce il senso e l’ingordigia prende il posto dell’attesa.

Così i simboli si riducono a marchi, i riti a eventi, il sacro a scenografia. La figura moderna si muove attratta da ciò che luccica, come una gazza ladra impazzita, imprigionata nella gabbia del consumo forsennato, incapace di distinguere tra luce e riflesso.

Eppure qualcosa resta possibile. Non nei discorsi pubblici, ma nella vita interiore: fermarsi, fare silenzio, sottrarsi al rumore. Meditare, riflettere, ristabilire un’intimità reale con il sacro. Non comprare, non partecipare al rito del consumo, non lasciarsi trascinare. È lì che il sacro può riapparire, non come emozione passeggera o nostalgia, ma come esperienza concreta e personale.

Da questa presenza nasce anche una gioia diversa, sobria e profonda: non l’euforia dell’eccesso, ma la pace silenziosa di chi vive un evento sacro nella grazia. Una gioia che non stordisce, non agita, non consuma, ma ordina interiormente, riconnette, riappacifica. È questa gioia, e non lo scintillio delle vetrine, a restituire al rito il suo senso originario: non intrattenimento, non consumo, ma passaggio reale, soglia viva tra il tempo ordinario e ciò che lo supera.

LA LITURGIA DEL CONSUMO
LA LITURGIA DEL CONSUMO

E’ IMPORTANTE COMPRENDERE CORRETTAMENTE L’AVANZO COMMERCIALE DELLA CINA

a cura di Maristella Tonello

“L’avanzo commerciale dei beni della Cina ha superato per la prima volta i 1.000 miliardi di dollari, attirando una notevole attenzione internazionale. Alcuni media occidentali amplificano deliberatamente la narrativa del “massimo storico”, collegando l’avanzo cinese a etichette fuorvianti come “dumping” e “sovraccapacità”. Tentano di incasellare un fenomeno economico come rischio geopolitico, distorcendo la normale divisione internazionale del lavoro in una minaccia strutturale. Si tratta di un’errata interpretazione del modello di sviluppo cinese e della divisione del lavoro globale, che riflette un’ansia irrazionale e un pregiudizio.”

(di Giulio Chinappi)

E' IMPORTANTE COMPRENDERE CORRETTAMENTE L'AVANZO COMMERCIALE DELLA CINA
E’ IMPORTANTE COMPRENDERE CORRETTAMENTE L’AVANZO COMMERCIALE DELLA CINA

RESTARE IN PIEDI SEMPRE

a cura di Evano Zaccaron

Se hai l’impressione di aver perso tutto, ricordati che gli alberi perdono le foglie, ma restano in piedi, in attesa di giorni migliori.

“Quando un ciclo di civiltà volge verso la fine, è difficile poter giungere a qualcosa di nuovo resistendo, contrastando direttamente le forze in moto. La corrente è troppo forte, si sarebbe travolti. L’essenziale è non lasciarsi impressionare dall’onnipotenza e dal trionfo apparente delle forze dell’epoca.”

Julius Evola

RESTARE IN PIEDI SEMPRE
RESTARE IN PIEDI SEMPRE

IL KALI YUGA NEL CORANO

a cura di Giuseppe Aiello

“Tenebre di un mare profondo, le onde lo coprono, [onde] al di sopra delle quali si ergono [altre] onde sulle quali vi sono le nuvole. Tenebre le une sulle altre, dove l’uomo che stende la mano quasi non può vederla. Per colui cui Allah non ha dato la luce, non c’è alcuna luce…” (24:40)

IL KALI YUGA NEL CORANO
IL KALI YUGA NEL CORANO

DAVIDE E GOLIA: OVVERO LA QUALITA’ NEL REGNO DELLA QUANTITA’

di Giuseppe Aiello

Cosa ci insegna, cosa “vuol dire” Davide contro Golia?

Nella progressiva involuzione del cosmo, la realtà divente sempre più “denza”, più “pesante”. Di conseguenza, la “quantità” acquista sempre più influeza, forza, potenza.

Ad esempio: l’Occidente moderno da secoli è dal punto di vista quantitativo – nella scienza, nella tecnologia ecc. – prepotentemente schiacciante rispetto alle civiltà, o società, tradizionali.

Ad esempio, il mondo islamico, dal Marocco all’Indonesia, ciò che ha di materiale e quantitativo lo ha di fatto acquisito o dedotto dall’Occidente: dalle posate ai missili.

Ecco allora che uno scontro tra le nazioni o le società tradizionali – Davide – e quelle moderne, profane, “muscolose” – l’Occidente (in senso lato…anche l’Australia e il Giappone sono occidentali), se avviene sull’aspetto o sul piano meramente quantitativo, non può che portare alla sconfitta.

Ciò non vuol dire che i “tradizionali” devono ignorare la quantità, ma che semplicemente non è su quel piano che possono vincere. Davide non può sconfiggere Golia a sollevamento pesi, o a braccio di ferro.

Ci vuole lo Spirito – la “qualità”, che il nemico “ignora”, oppure a cui non ha accesso.

Lo Spirito rende potente anche quel poco di quantità che si possiede: la fionda di Davide.

Li risiede il segreto della Vittoria.

DAVIDE E GOLIA: OVVERO LA QUALITA' NEL REGNO DELLA QUANTITA'
DAVIDE E GOLIA: OVVERO LA QUALITA’ NEL REGNO DELLA QUANTITA’

IL SUONO NEL CORANO

di Giuseppe Aiello

Nel Corano il suono ha un’importanza centrale, non accessoria. Questo si manifesta su più livelli.

Il Corano nasce come “parola recitata” (qurʾān significa “recitazione”). La Rivelazione a Muhammad ﷺ avviene oralmente, e la trasmissione iniziale è soprattutto mnemonica e sonora, prima ancora che scritta.

La scienza del tajwīd regola l’articolazione delle lettere (makhārij), la durata dei suoni, pause e nasalizzazioni.

Questo perché il significato e la bellezza del testo dipendono anche dal modo in cui viene pronunciato. Un suono errato può cambiare il senso di un versetto.

Il Corano è considerato “inimitabile” (iʿjāz) anche per la sua armonia fonetica: ritmo, assonanze, alternanza di suoni forti e dolci.

Questa musicalità non è canto, ma ha un impatto emotivo e spirituale profondo, riconosciuto anche da chi non comprende l’arabo.

Il suono del Corano favorisce la concentrazione (khushūʿ) nella preghiera, tocca il cuore, è considerato mezzo di guarigione spirituale e tranquillità interiore.

La struttura sonora facilita la memorizzazione. Per questo milioni di musulmani, inclusi bambini, imparano il Corano a memoria ascoltandolo e recitando il testo sacro.

Nella ṣalāt il Corano deve essere recitato ad alta voce o interiormente, non solo letto. Il suono diventa così parte integrante dell’atto di adorazione.

Nel Corano il suono non è solo veicolo del significato, ma parte del messaggio stesso, unisce forma, contenuto e spiritualità in un’esperienza viva e trasformativa.

IL SUONO NEL CORANO
IL SUONO NEL CORANO

CONFUTAZIONE DI UN MAESTRO SUFI

a cura di Mike Plato

Confutazione a Sayyed Hossein Nasr, maestro perennialista:

Presento qui alcune affermazioni del maestro sufi S.H. Nasr, filosofo e insegnante iraniano, che si occupa di studi islamici alla George Washington University, corredate dai miei commenti critici e valutazioni, sulla base della scienza pneumatica di Cristo.

S.N.: «Seguire il Sufismo significa morire gradualmente come sé per diventare il vero Sé, cioè rinascere diventando consapevoli di ciò che si è sempre stati dall’eternità (azal), pur senza esserne consci, finché la trasformazione necessaria sia avvenuta. Significa scivolare fuori, cioè liberarsi della propria forma come un serpente della propria pelle».

Mike: Ciò è vero.

S.N.: «La dottrina sufi non afferma che Dio è il mondo, bensì che il mondo, nella misura in cui è reale, non può venire essenzialmente alienato da Dio; se così fosse si giungerebbe a una seconda realtà del tutto indipendente, a una natura divina autonoma, la quale distruggerebbe l’assolutezza e l’unicità che appartengono soltanto a Dio».

Mike: Ciò non è per la gran parte vero. Dio e questo mondo sono antitetici, e Lui stesso pone l’alternativa. In Genesi Egli separa le Acque di Sopra (Regno di Luce) dalle Acque di Sotto (Regno Materiale), dividendole con lo Shamaim (Regno Astrale).

S.N.: «Non è possibile seguire un’autentica via spirituale senza la guida di un maestro… Il maestro sufi è il rappresentante della funzione esoterica del Profeta dell’Islam… La funzione del maestro spirituale… è appunto quella di rendere attuabili la rinascita e la trasformazione spirituali».

Mike: Ciò non è affatto vero, o comunque solo parzialmente. Dio può istruire direttamente chi vuole, come vuole e quando vuole. Come dice Gesù: «Il vento soffia dove vuole e tu ne odi la voce; così è di chiunque è nato dallo Spirito».

S.N.: «La molteplicità delle religioni è il risultato diretto dell’infinita ricchezza dell’Essere divino».

Mike: Ciò è vero.

S.N.: «Per essere in armonia con la Terra, bisogna esserlo con il Cielo».

Mike: Ciò è vero.

S.N.: «Essere felice con la natura significa… accettare le sue norme e i suoi ritmi, e non cercare di dominarla e di sopraffarla».

Mike: Ciò non è del tutto vero. Adamo fu creato per dominare la natura inferiore dentro e fuori di sé, per divorare la terra in cui cadde, non per salvarla. Ciò che deve salvare è la natura sottile del mondo, un tempo Eden. Adamo era l’estensione di Dio, utile affinché Dio trionfasse sulla materia. Questo progetto si compirà solo alla fine del settimo giorno, con l’eterno riposo sabbatico. Il dominio che l’uomo odierno cerca di esercitare è di altra natura.

S.N.: «L’uomo moderno ha perduto il senso della meraviglia, a causa della perdita del senso del sacro».

Mike: Ciò è vero. Aggiungo che un iniziato è tale solo se sa meravigliarsi di un mondo che vede con occhi nuovi. Questo è lo “stupore infantile”, da intendersi però in senso iniziatico, come tensione a una conoscenza superiore.

S.N.: «Come l’uomo, le Sacre Scritture sono composte di corpo, anima e spirito oppure delle dimensioni letterale, morale e sapienziale o spirituale. Non tutti i lettori possono comprendere il significato interno presente nel testo, ma anche quelli che non possono afferrare questa saggezza sono coscienti che c’è un qualche tipo di messaggio nascosto nel libro di Dio».

Mike: Ciò è verissimo. Ne parlò anche Dante nel Convivio (II, 1).

S.N.: «La deificazione del processo storico in termini secolari si è imposta nel mondo moderno non solo perché gli insegnamenti metafisici sul tempo e sull’eternità sono stati dimenticati, come effetto della desacralizzazione che ha pervaso sia la sfera della conoscenza e che il mondo fisico, ma anche… a causa della particolare enfasi posta dal Cristianesimo sulla storia, enfasi che non si rileva in altre tradizioni».

Mike: Ciò non è affatto vero. Il Cristianesimo primitivo insegnava che storia e tempo sono illusione. Fu la Chiesa Romana a spostare l’accento sul “secolo”. Paolo stesso afferma l’illusorietà del tempo: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo» (Rm 12,2).

S.N.: «L’uomo scorge sempre nella natura il riflesso del suo essere e la concezione che egli ha di se stesso».

Mike: È vero. Ciò che è fuori è dentro, e ciò che è dentro è fuori. L’esterno è lo specchio del nostro universo interiore. La terra è a immagine del cielo, ossia del celato, dell’interno, dell’immanifesto.

S.N.: «Considerata come un testo, la natura è un complesso di simboli che devono essere letti in accordo al loro significato».

Mike: Ciò è vero, se intendiamo la natura in senso esteso, come tutto ciò che è esterno a noi.

S.N.: «Dal punto di vista islamico l’unico legislatore è Dio. L’uomo non ha facoltà di fare leggi: egli deve obbedire alle leggi che Dio ha inviato sulla terra per lui. Quindi qualunque governo, per ideale che sia, dal punto di vista della Shari’ah è privo di potere legislativo in senso islamico. Funzione del capo politico non è emanare leggi ma metterle in atto. L’elemento cardinale è costituito dall’esistenza di una legge divina, che deve essere amministrata nella società umana».

Mike: Ciò è vero. Ma occorre precisare che l’uomo ilico o terrestre segue la legge di poteri divini inferiori, e non quella del Dio Altissimo. Egli non conosce né il Dio Altissimo né la Sua legge, osservata solo da pochissimi.

S.N.: «Non vi è nulla di più inutile e persino pernicioso che creare un sincretismo da varie religioni con pretese di universalità, mentre in realtà non si fa altro che distruggere le forme di religione rivelate, le quali sono le uniche a rendere possibile la relazione fra il relativo e l’Assoluto, fra l’uomo e Dio».

Mike: Ciò è vero solo per chi decide di seguire un unico raggio. Pochi riescono a estrarre i migliori frutti da tutti i raggi. Il sincretismo è un’arte sottile, che va esercitata con sapienza.

S.N.: «L’Islam considera l’uomo quale egli è nella sua natura essenziale, e Dio quale Egli è nella sua assoluta realtà. Il punto di vista islamico è fondato sulla considerazione dell’Essere divino quale è di per se stesso, e non in quanto incarnato nella storia».

Mike: È corretto. Questa era anche l’idea di Henry Corbin.

CONFUTAZIONE DI UN MAESTRO SUFI
CONFUTAZIONE DI UN MAESTRO SUFI