Ma perché associare l’Islam a quello che fanno alcuni gruppi di musulmani?
Alcuni musulmani compiono crimini? È possibile, lo hanno fatto in passato, lo fanno anche ora, sia nei confronti dei musulmani che dei non musulmani.
Ma l’Islam vieta di fare razzia, distruggere chiese e monasteri, uccidere persone innocenti, soprattutto sacerdoti. C’era un patto preciso tra il Profeta dell’Islam e i cristiani che prevedeva il rispetto dei loro luoghi di culto e la protezione della comunità cristiana.
È come se sostenessimo che l’Isis rappresenta l’Islam, mentre sono stati proprio i musulmani siriani, iracheni e iraniani a combattere contro l’Isis.
*”Non è un caso che #Gesù abbia scelto di nascere come un #Cristo orientale in #Palestina.*
Questa località era il fulcro che collegava l’Est con l’Europa. Si recò in #India per onorare i suoi legami con i #rishi, predicò il suo messaggio in tutta quella zona e poi tornò per diffondere i suoi insegnamenti in Palestina, che vedeva nella sua grande saggezza come la porta attraverso la quale il suo spirito e le sue parole avrebbero trovato la loro strada in Europa e nel resto del mondo. Questo grande Cristo, che irradia la forza spirituale e il potere dell’Oriente all’Occidente, è un collegamento divino per #unire i popoli che amano Dio dell’Est e dell’Ovest.
*Come il #Sole*, che sorge in Oriente e viaggia in Occidente diffondendo i suoi raggi, così Cristo è sorto in Oriente e venne in Occidente, lì per essere racchiuso in una vasta cristianità i cui aderenti lo vedono come loro guru e salvatore.”
Tratto da “Seconda venuta del Cristo: commento ai Vangeli”
C’è una crisi che attraversa gli Stati Uniti in modo silenzioso ma profondo. Non è soltanto economica né esclusivamente politica. È una crisi psicologica e culturale che colpisce il cuore stesso dell’identità americana. Oggi circa il 29% degli americani soffre di depressione clinica, una patologia riconosciuta, non un semplice disagio emotivo. Un dato allarmante che racconta molto più di quanto dicano le statistiche economiche.
A questo si aggiunge un altro segnale decisivo: il 70% della popolazione non crede più nel sogno americano. L’idea fondativa secondo cui l’impegno, il lavoro e il merito garantirebbero una vita migliore rispetto a quella dei propri genitori appare ormai, per la maggioranza, svuotata di senso. Ciò che per decenni è stato il motore simbolico della nazione si è trasformato in una promessa percepita come irraggiungibile.
Il sogno americano non è crollato all’improvviso. Si è consumato lentamente, sotto il peso di salari stagnanti, debiti studenteschi insostenibili, un sistema sanitario costoso e inaccessibile per milioni di cittadini, una crisi abitativa cronica e la progressiva scomparsa del ceto medio. Il patto implicito tra individuo e sistema si è spezzato: in cambio della fedeltà al modello, non arriva più la sicurezza.
La diffusione della depressione non è solo un fenomeno clinico, ma il sintomo di una frattura profonda tra aspettative e realtà. Generazioni cresciute con la convinzione che “chi vuole può” si scontrano quotidianamente con limiti strutturali che rendono quella narrazione sempre meno credibile. Quando una società promette tutto e mantiene poco, il risultato non è ambizione, ma frustrazione cronica.
In questo vuoto prosperano la rabbia sociale, la polarizzazione estrema, la sfiducia nelle istituzioni e il rifugio in un passato idealizzato. L’America appare oggi divisa, stanca, incapace di costruire un racconto condiviso del futuro. La crisi dell’immaginario collettivo precede e alimenta quella politica.
La vera emergenza degli Stati Uniti non è soltanto il debito pubblico, la competizione globale o la instabilità geopolitica. È la perdita di fiducia in se stessi come comunità nazionale. Una superpotenza che non crede più nel proprio racconto fondativo resta potente per inerzia, ma vulnerabile nella sostanza.
La fine del sogno americano non è ancora un epilogo definitivo. Ma è un campanello d’allarme. E, oggi più che mai, ignorarlo significa accettare una crisi che non riguarda solo l’America, ma l’idea stessa di futuro che l’Occidente ha costruito su di essa.
Sono nato l’8 dicembre – giorno dell’Immacolata concezione – e, come mi ricorda ogni anno mia madre, “siamo andati a casa [dall’ospedale ] il giorno di Santa Lucia”, il 13 dicembre.
Il simbolo degli occhi è legato a Santa Lucia perché il suo nome deriva dal latino *lux*, che significa “luce”. Una leggenda racconta che le furono strappati gli occhi durante il martirio o che lei stessa li donò per preservare la sua castità; miracolosamente, Dio glieli restituì. Per questo viene spesso raffigurata con un piattino contenente due occhi, segno della luce della fede che illumina anche nelle prove più oscure.
In quasi tutte le tradizioni spirituali e religiose, l’occhio rappresenta molto più di un semplice organo della vista: è simbolo di conoscenza, coscienza, vigilanza divina e accesso alla verità interiore. Attraverso culture e secoli, l’occhio diventa metafora del rapporto tra l’essere umano e il sacro.
Nella **tradizione biblica**, l’occhio è spesso associato alla luce interiore e alla rettitudine morale. Nel Vangelo di Matteo si legge: *“La lampada del corpo è l’occhio; se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà nella luce”* (Mt 6,22). Qui l’occhio indica la capacità spirituale di discernere il bene dal male. Al tempo stesso, l’“occhio di Dio” è simbolo della Sua onniscienza: nulla sfugge allo sguardo divino.
Nel **Cristianesimo**, questa simbologia si approfondisce: l’occhio diventa strumento di contemplazione, ma anche di tentazione. La tradizione mistica parla degli “occhi del cuore”, capaci di vedere ciò che è invisibile ai sensi. L’arte sacra cristiana raffigura spesso l’Occhio nella Trinità come segno di presenza e provvidenza divina.
Nell’**Islam**, il Corano distingue tra la vista fisica e quella spirituale: *“Non sono gli occhi a essere ciechi, ma i cuori che sono nei petti”* (Corano 22,46). La vera cecità è dunque spirituale. Parallelamente, esiste la credenza nel **malocchio** (*ʿayn*), che riconosce allo sguardo un potere reale, capace di nuocere se carico di invidia o malizia.
Nella **tradizione ebraica**, l’occhio è legato sia alla benedizione sia al pericolo. L’“occhio buono” (*ayin tovah*) indica generosità e benevolenza, mentre l’“occhio cattivo” (*ayin ra‘ah*) rappresenta invidia e distruzione. Anche qui lo sguardo è veicolo di energia morale.
Nell’**induismo**, il simbolismo raggiunge una dimensione cosmica con il **terzo occhio** di Śiva, posto sulla fronte. Esso rappresenta la conoscenza suprema, capace di distruggere l’illusione (*maya*) e rivelare la verità ultima. Analogamente, il chakra *ājñā* è il centro della visione interiore e dell’intuizione.
Già nella filosofia greca, **Platone** attribuiva alla vista un ruolo privilegiato: l’occhio è lo strumento che, più di ogni altro senso, avvicina l’anima al mondo delle Idee. Nel *Fedro* e nella *Repubblica*, la conoscenza autentica è descritta come un “volgersi dello sguardo” dall’ombra alla luce.
In tutte queste tradizioni, l’occhio non si limita a vedere il mondo: lo interpreta, lo giudica e, soprattutto, riflette lo stato interiore dell’essere umano. È soglia tra visibile e invisibile, tra sapere e sapienza.
Tutte le grandi tradizioni dell’umanità lo affermano da millenni: l’essere umano non è il corpo, ma abita il corpo attraverso un veicolo sottile che è capace di esistere e percepire anche oltre la dissoluzione della materia, e le NDE (Near Death Experiences) sembrano confermare, con linguaggio moderno, queste antiche intuizioni spirituali e rivelazioni divine.
A questo punto sono però necessarie alcune considerazioni riguardo alla natura, alla funzione del corpo e più in generale del mondo materiale. Quasi tutte le tradizioni concordano su due aspetti fondamentali riguardo al mondo terreno.
Da un lato, il mondo materiale è imperfetto o illusorio, dall’altro l’uomo deve trascenderlo senza distruggerlo.
Nell’Islam, il “dunya” è effimero, attraente e potenzialmente pericoloso perché distrae dall’adorazione e dal bene eterno. Nell’Induismo e nel Buddhismo, “maya” indica che il mondo è illusorio e che attaccarsi agli oggetti e ai desideri crea sofferenza, il dukkha. Nel Platonismo, il mondo sensibile è considerato una copia imperfetta del mondo delle idee, un’ombra e non la realtà ultima.
Tuttavia, l’uomo deve trascendere il mondo senza disprezzarlo, poiché la liberazione, come il moksha o il nirvana, o la salvezza, come redenzione, tazkiyah o perdono, richiedono distacco interiore: non si tratta di disprezzare il corpo o il mondo, ma di non esserne schiavi.
Da’altronde, come precisa René Guénon,
“Sotto il profilo della realizzazione, è soprattutto importante ritenere, di queste considerazioni, che se essa si compie a partire dall’essere umano, è il corpo stesso che deve servirle da base e da punto di partenza; è esso ad esserne il “supporto” normale, contrariamente a certi pregiudizi comuni in Occidente che vorrebbero vedervi soltanto un ostacolo, o ritenerlo una “quantità trascurabile”; che ciò si applichi alla funzione svolta da un elemento d’ordine corporeo in tutti i riti, quali mezzi o ausiliari della realizzazione, è troppo evidente perché sia il caso di insistervi”.
Le tradizioni abramitiche e orientali spesso distinguono la materia dal male assoluto. La materia può essere uno strumento che intrappola l’anima, ma allo stesso tempo è parte dell’ordine cosmico, possiede dignità perché è plasmata dalla Divinità o è manifestazione del Brahman.
Nel Cristianesimo, Dio crea il corpo come “buono”, come racconta la Genesi. La caduta porta corruzione, ma non annulla la dignità della materia, e il corpo risorgerà glorioso.
Nell’Islam, il corpo biologico è considerato amanah, fiducia divina, e veicolo della coscienza; non è intrinsecamente negativo, e la Resurrezione conferma la sua dignità, e infatti la Legge sacra (Shari‘ah) contempla equilibratamente le esigenze e le finalità della dimensione corporea, la Via spirituale (Tariqa) le porta a compimento e sublimazione, la Realtà essenziale (Haqiqa) le sussume armoniosamente su ogni piano dell’esistenza, senza mortificazioni né rinnegamenti.
Nell’Induismo, il corpo è temporaneo, ma il prāṇa, il soffio vitale, e l’interconnessione con il mondo materiale gli conferiscono valore, e la liberazione non distrugge il mondo, ma lo trascende senza esserne imprigionati.
In questo modo il paradosso si risolve, perchè apparente: il mondo è illusorio, ma reale nella sua funzione, perché è uno strumento di prova, un campo di esperienza e un laboratorio morale; la materia ha dignità, perché è attraverso di essa che l’anima o la coscienza può manifestarsi; la Resurrezione dei corpi o la trasfigurazione in uno stato glorioso mostra che Dio o la Realtà ultima non disprezza la materia, ma la reintegra e la purifica.
Il mondo è quindi un mezzo, non un fine, e il corpo è strumento della coscienza, non ostacolo assoluto. La trascendenza non significa rinnegare la materia, ma purificarla e reintegrarla nell’ordine cosmico. In altre parole, l’illusione della materia serve come “palestra” spirituale, ma al termine della prova la materia stessa può diventare veicolo glorioso dell’essere, confermando che tutto nell’Universo ha dignità intrinseca se armonizzato con la coscienza.
La morte è una certezza e tappa inevitabile: “ogni anima assapperà la morte” (Corano). La morte non è un’ipotesi, ma un destino certo per ogni essere vivente. Questo deve scuotere l’illusione della vita “ordinaria”, mondana ,come definitiva, e rendere coscienti delle proprie azioni e della loro importanza. La morte non come una fine assoluta, ma come un passaggio: dopo la morte ogni anima “vedrà”, o per meglio dire, “sarà” il conto delle proprie azioni.
La brevità e la precarietà della vita terrena servono a testare fedeltà alla propria natura primordiale voluta dalla Divinità. Poiché la morte è inevitabile e la vita terrena passeggera, non si deve indulgere nell’attaccamento a ricchezze, piaceri o ambizioni terrene — quegli elementi che svaniscono con la morte.
Saper che “ogni anima assaggerà la morte” dovrebbe spingere ogni essere umano a vivere in uno stato di vigilanza etica e spirituale e a dare priorità ai valori eterni rispetto a quelli transitori.
Quanto clamore per le dure critiche espresse nei confronti degli europei da Donald Trump e dagli Stati Uniti nel nuovo documento di Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, pubblicata dalla Casa Bianca.
Di tale documento si sono già occupati su Analisi Difesa sia Giacomo Gabellini che Giuseppe Gagliano, per cui non staremo a riproporne i contenuti se non per commentare il ruolo dell’Europa. Trump ha di fatto ribadito il disprezzo per la classe dirigente europea, o almeno per gran parte di essa, come aveva già fatto il vicepresidente JD Vance lo scorso anno alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco.
L’Amministrazione Trump denuncia le “aspettative irrealistiche” dei leader europei sulla guerra in Ucraina, cioè siamo così creduloni da ritenere che gli ucraini possano vincere quella guerra che proprio gli statunitensi della precedente amministrazione Biden e i britannici ci hanno imposto di continuare a sostenere perché avrebbe logorato la Russia.
Il documento statunitense parla apertamente di una “’progressiva erosione della civiltà europea”. L’Europa “rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni o meno” se le tendenze attuali non verranno invertite, riferendosi soprattutto a immigrazione selvaggia, crollo demografico, perdita delle identità nazionali e della fiducia collettiva a causa del dirigismo della Ue.
Trump ha perfettamente ragione in proposito ma, a dire il vero, non mi pare che in termini di immigrazione e sicurezza le città americane stiano meglio di quelle europee, considerato che lo stesso Trump le ha definite dei “campi di battaglia”.
L’agenda europea – ha detto il vice segretario di Stato Christopher Landau – è “contraria agli interessi americani” e la “burocrazia non eletta, antidemocratica e non rappresentativa dell’Ue a Bruxelles persegue politiche di suicidio di civiltà”.
Anche questa affermazione appare condivisibile nella sua seconda parte mentre l’affermazione “l’agenda europea è contraria agli interessi americani” tradisce l’aspettativa padronale tipica dell’atteggiamento statunitense nei confronti delle “colonie”. L’Europa, come Porto Rico o le Isole Marshall, dovrebbe agire per gli interessi degli USA e se non lo fa a Washington qualcuno alza il ditino per impartirci lezioni.
Con quale faccia quando proprio la politica statunitense da almeno 15 anni è incentrata a provocare danni gravissimi all’Europa?
Trump e il suo staff puntano il dito anche contro la NATO, che non deve essere più percepita “come alleanza in continua espansione”. Del resto, come Analisi Difesa aveva più volte sottolineato, Trump da molti mesi parla dell’Alleanza Atlantica come se fosse un organismo multinazionale estraneo agli Stati Uniti o di cui comunque gli USA non fanno più parte. Un ente pagatore (a nostro carico) per prodotti e servizi offerti dagli USA.
Per gli Stati Uniti, che non rinunciano a darci lezioni, il rilancio europeo passa attraverso quattro direttrici:
– una ridefinizione del rapporto con la Russia (cioè fare la pace con Mosca);
– una reale assunzione di responsabilità da parte dei Paesi europei in materia di difesa;
– una maggiore apertura dei mercati dell’UE ai beni e servizi americani;
– la rinuncia all’espansione della NATO
Non sorprende che il Cremlino consideri il nuovo documento sulla strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti in gran parte in linea con la visione di Mosca e una garanzia di lavoro costruttivo sull’Ucraina, come ha detto il portavoce Dmitry Peskov.
“Le modifiche che stiamo vedendo, direi, sono in gran parte coerenti con la nostra visione” e “forse possiamo sperare che questo possa essere una modesta garanzia che potremo, come minimo, continuare in modo costruttivo il nostro lavoro congiunto per trovare una soluzione pacifica in Ucraina”, ha dichiarato Peskov.
In ginocchio da te
La vera beffa per noi è che oggi Washington rimproveri con l’attuale amministrazione gli europei per aver seguito pedissequamente i diktat degli Stati Uniti, non come alleati ma come vassalli (per dirla alla Macron) o per meglio dire come servi.
Dalla società multietnica e multiculturale alle politiche woke, dal cancel-culture all’espansione della NATO fino alla russofobia dilagante, sono tutte iniziative culturali, ideologiche e geopolitioche nate negli USA e facilmente esportate in un’Europa da sempre “prona a tutto” pur di compiacere lo Zio Sam.
Tanti politici europei hanno espresso in più occasioni scetticismo per il rischio che l’ampliamento a est della NATO potesse irritare Mosca ma nessuno ha avuto mai gli attribuiti per mettersi di traverso a Washington e Londra quando si prendevano le decisioni.
L’Europa è e resta una gigantesca conigliera dove siamo così pavidi da non difendere neppure i nostri interessi vitali (come energia e sicurezza): non sorprende che tutti i presidenti americani ci abbiano trattato da servi mentre colpivano al cuore i nostri interessi.
Obama alla testa di un’America divenuta autosufficiente per l’energia, organizzò e sostenne con la Fratellanza Musulmana le primavere arabe e le guerre civili in Libia e Siria per destabilizzare le aree energetiche necessarie ancora a noi e alle economie asiatiche, rivali degli USA. Gli europei, emuli di Tafazzi, hanno difeso i loro interessi con tale determinazione da partecipare a quei conflitti contro Assad e Gheddafi.
Non abbiamo protestato neppure davanti al golpe americano del Maidan in Ucraina (ancor oggi difeso da molti come una rivoluzione popolare filo-europea), evidentemente teso a interrompere i flussi di gas russo che faceva grande la nostra economia. Eppure Obama venne di persona in Europa a dirci, nel marzo 2014, di smettere di comprare gas russo e di acquistare il GNL americano, cinque volte più caro.
Abbiamo fatto finta di non capirlo ma non abbiamo fatto nulla per fermare la guerra in Donbass né per indurre la NATO, cioè gli anglo-americani con i soliti baltici, a non armare l’Ucraina e nel dicembre 2021 abbiamo permesso alla stessa NATO di respingere la proposta di negoziato formulata da Putin per evitare la guerra in Ucraina.
Neppure la distruzione dei gasdotti Nord Stream, più volte preannunciata dai nostri “alleati” Joe Biden e Victoria Nuland ha portato tedeschi ed europei a comprendere chi erano i nostri veri nemici e a fare i conti con la facile considerazione che un alleato non compie attentati terroristici contro le tue infrastrutture strategiche.
Facile intuire che Trump oggi voglia bastonare i leader della Ue e di alcune nazioni europee i cui traballanti governi hanno tifato per Kamala Harris senza mai nascondere il disprezzo per il tycoon e dopo aver distrutto l’economia europea seguendo i diktat dell’Amministrazione Biden.
Amministrazione che peraltro era stata così “alleata” da incoraggiare l’Europa a rinunciare all’energia russa per poi varare, nel 2022, una Legge per la Riduzione dell’Inflazione che fece ponti d’oro alle aziende europee che si traferiscono negli USA, dove l’energia costa cinque volte meno.
Francia e Germania protestarono per un attimo per poi riassumere con rassegnata fermezza la postura a 90 gradi che più si confà agli europei. Da veri servi (sciocchi) abbiamo continuato a leccare la mano che ci bastonava anche quando alla Casa Bianca è arrivato Trump.
Trattandoci con un’arroganza senza precedenti e riservandoci continue umiliazioni, Trump ci ha imposto l’acquisto di 750 miliardi di dollari di energia americana in tre anni, 600 miliardi di dollari di investimenti nell’industria statunitense e il 5 per cento del PIL devoluto alla Difesa che significa soprattutto acquisti in grande stile di armi made in USA.
Le stesse armi americane che dovremmo comprare per 100 miliardi di dollari anche per poi donarle agli ucraini che Trump non sostiene più gratis.
Come aveva fatto con l’Afghanistan nel suo primo mandato, si è accorto anche quella in Ucraina non è “la sua guerra” lasciandoci ancora una volta col cerino in mano. Bastonati e umiliati prima in Afghanistan e poi in Ucraina.
Ora i nostri alleati di Washington esortano l’Europa a sequestrare i fondi russi congelati, ben sapendo che un simile illecito farebbe fuggire dal Vecchio Continente tutti gli investitori internazionali che gli Stati Uniti sono ovviamente pronti ad accogliere.
Anche per il piacere di ridicolizzarci agli occhi del mondo, Trump ci rimprovera pure di essere “russofobi”. Oltre ai danni, tante beffe! Dopo aver ceduto la nostra sovranità agli Stati Uniti ora scopriamo con stupore che ci disprezzano.
Se non coglie l’amara ironia di quanto sta succedendo l’Europa è davvero perduta.
Si paparino (Yes daddy)
Infatti come abbiamo risposto ai diktat di Trump? Abbiamo accettato tutte le imposizioni rispondendo “Yes daddy”, per citare l’autorevolissimo segretario della NATO Mark Rutte, sempre a schiena diritta davanti al presidente USA.
In ginocchio davanti al “paparino biondo” così come eravamo proni davanti a Biden e prima a Obama.
Perché stupirci se ai calci nel sedere rifilatici da Trump si aggiungono le pernacchie di Elon Musk, per il quale l’Unione Europea dovrebbe “essere abolita e la sovranità tornare ai singoli Stati”.
intendiamoci, si tratta di un’ipotesi assolutamente da prendere in considerazione, soprattutto nei nostri interessi tenuto conto della fallimentare deriva assunta dalla UE e dalla sua “nomenklatura”, ma non è accettabile che a indicare i nostri mali siano gli Stati Uniti che ne portano molte responsabilità e poi siano di nuovo esponenti statunitensi, per giunta neppure governativi, a dettarci la cura.
“Nel lungo termine è plausibile che entro la fine del decennio alcuni membri della NATO avranno una popolazione a maggioranza non europea. Quindi, è una questione aperta se loro metteranno in dubbio il loro posto nel mondo o la loro alleanza con gli Stati Uniti nello stesso modo in cui lo facevano coloro che hanno firmato la Carta della NATO”, si legge nel documento di 33 pagine che illustra la Strategia per la Scurezza Nazionale statunitense.
Osservazione non banale e realistica che conferma la percezione statunitense circa la minaccia islamica che incombe sull’Europa ma possiamo accettare che siano gli Stati Uniti a darci lezioni? Proprio loro che oggi sono i primi a mettere in discussione l’Alleanza Atlantica valutano che in futuro potrebbe essere un’Europa etnicamente e culturalmente alterata a farlo?
Autonomia militare?
Benché il documento di Washington faccia ampi cenni al multilateralismo, gli Stati Uniti non perdono infatti il vecchio vizio di voler dettare la loro agenda a suon di diktat, soprattutto nel continente americano, dove pretendono ancora di essere egemoni, ed in Europa. Dovremmo quindi comprare più prodotti americani e anche più armi made in USA per essere indipendenti nella Difesa, a quanto sembra già a partire da 2027.
Secondo il Pentagono entro quell’anno gli europei dovrebbero assumere il controllo della maggior parte delle capacità convenzionali della NATO consentendo una forte riduzione delle forze statunitensi in Europa già oggi in parziale fase di rimpatrio come dimostrano i 400 veicoli da combattimento 8×8 Stryker che il Pentagono vorrebbe vendere a prezzo simbolico alla Polonia per non sobbarcarsi i costi di rimpatrio via mare.
Le reazioni alle aggressive e perentorie affermazioni statunitensi, nella conigliera Europa sono state molto timide e timorose, quasi a evidenziare che i servi si sono un po’ risentiti per i pessimi giudizi espressi dal padrone che in ogni caso ringraziano per essersi interessato a loro e aver gentilmente offerto consigli, anche se a esclusivo vantaggio degli USA.
L’alto rappresentate dell’Ue Kaja Kallas ha smorzato i toni ammettendo che alcune delle critiche americane sono “anche vere” ma ribadendo con la consueta autorevolezza che gli Stati Uniti sono ancora il “maggiore alleato” europeo. Sarebbe interessante vedere chi è l’alleato minore, in fondo alla classifica stilata da Kallas.
Un portavoce della Commissione europea ha affermato che “quando si tratta di decisioni che riguardano l’Unione europea, queste vengono prese dall’Unione europea, per l’Unione europea, comprese quelle che riguardano la nostra autonomia normativa, la tutela della libertà di espressione e l’ordine internazionale fondato sulle regole”.
Affermazioni che devono essere sembrate un po’ troppo “dure” considerato che subito dopo il portavoce ha aggiunto che gli “alleati sono più forti insieme che in contrapposizione tra loro”.
Anche il polacco Donald Tusk, sempre molto aggressivo con Mosca, si è mostrato un vero agnellino con Trump. “Cari amici americani, l’Europa è il vostro alleato più stretto, non il vostro problema. E abbiamo nemici comuni. Almeno così è stato negli ultimi 80 anni. Dobbiamo attenerci a questa strategia, questa è l’unica ragionevole strategia per la nostra sicurezza comune. A meno che qualcosa non sia cambiato”, ha detto l’intimidito premier polacco.
In Italia il presidente del consiglio Giorgia Meloni non vede “nessuna incrinatura” nei rapporti fra Stati Uniti ed Europa, e ribadisce che se il Vecchio Continente “vuole essere grande deve essere capace di difendersi da solo”.
Per il ministro della Difesa Guido Crosetto “il competitor degli Stati Uniti è la Cina ed in questo duello l’Europa non è utile agli interessi di Washington. L’Ue – e l’Italia – dovranno dunque sempre di più provvedere da sé alla propria sicurezza, senza contare su regali dagli USA”.
Una narrazione servile
Certo i toni aggressivi del documento statunitense avrebbero meritato qualche reazione più animosa e circostanziata. Anche perché gli elementi per farlo non mancano. La leggenda che gli Stati Uniti spendono da decenni soldi per proteggere l’Europa continua a costituire l’ossatura della narrazione di tutte le amministrazioni statunitensi ormai da decenni ed è stata recepita in termini autocritici dagli europei.
Vero che il bilancio della Difesa statunitense è più del doppio di quello dei paesi europei della NATO o della Ue messi insieme ma gli Stati Uniti con quelle centinaia di miliardi (ormai mille) non si occupano certo solo della difesa dell’Europa mentre gli europei hanno fornito e pagato contributi di truppe rilevanti a tutte le (fallimentari) missioni militari statunitensi.
Inoltre gli Stati Uniti grazie alla piena dominanza politica, economica e militare sulla NATO esercitano un’influenza diretta sulla vita politica dell’Europa con condizionamenti di assoluto rilievo. Solo per fare un esempio, sono molte le nazioni europee dove i ministri di Esteri e Difesa devono godere del gradimento del Washington per assumere tali incarichi e l’Italia è tra questi.
Ora l’obiettivo di Washington non è certo emancipare l’Europa, ma mantenerla sotto stretto controllo politico, economico e militare, riducendo le truppe e gli investimenti americani ma aumentando i condizionamenti politici ed economici. Non sfugge che nell’ottica della sicurezza nazionale americana gli europei dovrebbero essere più autonomi sul piano militare comprando più prodotti statunitensi. Cioè, con una contraddizione in termini, divenendo sempre meno autonomi e sempre più dipendenti sul piano economico e strategico.
Liberarsi dei liberatori?
Al netto di tutti gli aspetti critici elencati, la Strategia per la Sicurezza Nazionale statunitense offre però una grande opportunità agli europei per emanciparsi dagli Stati Uniti. Indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca è tempo di “liberarci dei liberatori”, sempre che le nazioni europee abbiano il coraggio di farlo.
Non per costituire un moloch intorno alla fallimentare istituzione della Ue, mai come oggi causa dei guai e freno allo sviluppo dei popoli e delle nazioni europee al pari degli Stati Uniti, ma per rivitalizzare una politica estera e di difesa in linea con gli interessi nazionali e rafforzare le convergenze tra alcune nazioni d’Europa.
Del resto dovrebbe essere oggi chiaro a tutti che né Trump né von der Leyen si occuperanno mai dei nostri interessi se non per demolirli e contrastarli.
Chiudere il conflitto in Ucraina e ripristinare relazioni diplomatiche ed energetiche con la Russia è negli interessi soprattutto degli europei e occorre farlo ora prima che l’intesa tra USA e Russia si consolidi a tal punto da vedere in una Nuova Yalta i presidenti Putin e Trump dividersi il vecchio continente in aree di influenza come nel 1945.
E’ tempo di provvedere, come nazioni, alla nostra sicurezza e alla nostra politica estera non per obbedienza all’ennesimo diktat di qualche presidente americano né acquistando armamenti statunitensi ma investendo sulla nostra industria nazionale e sulle cooperazioni europee e internazionali già in essere.
Inutile riempirsi la bocca di parole quali “sovranismo” e “sovranità” per poi continuare a mendicare l’amicizia di un’America arrogante che ha interessi del tutto opposti alla nostra prosperità.
Non si tratta di attribuire colpe né di trovare buoni e cattivi, o aggressori e aggrediti, come va tanto di moda oggi, ma di accettare il fatto che gli Stati Uniti perseguono pervicacemente e in modo del tutto spavaldo e spietato i propri interessi nazionali. Che da molti anni non coincidono con i nostri di italiani ed europei.
Il contesto attuale costituisce una doccia fredda per quanti si erano illusi che la vittoria di Trump fosse un successo del sovranismo globale. Del resto il sovranismo, per sua natura, non può essere globale. Trump è un sovranista americano e cura gli interessi degli Stati Uniti, non i nostri.
Sarebbe utile facessimo altrettanto anche noi italiani (parlare di europei come un corpo unico è del tutto velleitario e inutile), magari elaborando un documento di strategia per la Sicurezza Nazionale con contenuti analoghi a quello americano circa la ridefinizione del rapporto con la Russia, la reale assunzione di responsabilità in materia di difesa e la rinuncia all’espansione della NATO.
Con un quarto punto da aggiungere. Considerato che il Pentagono pretende che si diventi autonomi dagli Stati Uniti nei compiti di difesa a partire dal 2027, sarebbe utile informare fin d’ora Trump e il segretario alla Guerra Pete Hegseth che entro quella data anche l’Italia pretende lo sgombero completo delle basi di Aviano, Vicenza, Sigonella, Camp Darby (magari anche le atomiche B-61-12 basate a Ghedi) e altre infrastrutture militari utilizzate dagli Stati Uniti sul suolo italiano.
Così come le altre nazioni europee dovrebbero invitare Washington a sgomberare le basi americane sui loro territori. Anche solo per dimostrare la necessaria reciprocità nelle alleanze.
In un mondo che sembra cambiare alleanze e regole in tempi rapidissimi, sarebbe una buona occasione per “liberarci dei liberatori” ma anche un test interessante a rilevare quanta comprensione mostrerebbero i sovranisti a stelle e strisce nei confronti dei sovranismi (e della sovranità) delle nazioni europee.
Del resto, anche alla luce delle crescenti intese tra Washington e Mosca, se gli Stati Uniti ci esortano oggi a tornare a essere amici dei russi perché mai dovremmo continuare ad avere bisogno della tutela militare americana?
Si è portati a credere per via di tutta una serie di rielaborazioni di intellettuali e di influencer della controinformazione in rete, che vi sia una differenza tra il marxismo ”classico” e il “cultural marxism”, in materia di Gender ed LGBT.
Ma le origini della visione dell’uomo come “tabula rasa” sulla quale decostruire o sovrascrivere “costrutti socio-culturali” è già presente in Marx ed Engels.
Tutta l’opera di Marx ed Engels è basata sulla concezione materialistica storica e dialettica della realtà, che vede la realtà, e gli enti della realtà, come frutto “esclusivo” di rapporti materiali e sociali (lotta di classe, rapporti di produzione, ecc.). Basta leggere il “Manifesto”, o gli scritti di Engels sull’evoluzione della famiglia o contro l’“Apriorismo” o l'”anti-Duhring”, per rintracciare le basi della battaglia “anti-essenzialista delle soggettività”, uno dei capisaldi delle teorie dei postmodernisti, già allievi della Scuola di Francoforte, e sulla base dei quali si muoveranno le teorie Gender e il movimento LGBT.
Con Lenin l’omosessualità venne depenalizzata e fu permesso l’ingresso nel Partico Comunista degli omosessuali.
Sotto Stalin, invece, furono emanate leggi repressive contro di essi, visti come frutto della decadenza borghese, tuttavia si affermarono le teorie biologiche di Lysenko, per le quali l’evoluzione di un organismo veniva determinata non dai geni ma dall’ambiente circostante (per estensione potremmo dire il “costrutto socio-culturale”).
Teorie messe in pratica anche nella Cina di Mao. Da un punto di vista sociale i maoisti si spinsero anche oltre con esperimenti “comunistici” di ogni tipo durante la rivoluzione culturale e con la strategia delle “discriminazioni positive”, ovvero dare più ai soggetti minoritari rispetto a quelli dominanti (es. donne, giovani, poveri, provenienti da centri arretrati, ecc.). In pratica furono antesignani del “politicamente corretto”.
Certo, né Marx né Engels, né Lenin né Mao, hanno mai parlato di LGBT, è vero, ma al di là delle specifiche politiche adottate verso l’omosessualità, la vera questione è che gli sviluppi del movimento storico comunista e femminista dell’ottocento e del novecento, e in particolare in zone “arretrate” come Russia e Cina, non avevano ancora partorito tali concezioni.
Se vi è una distinzione da fare tra il comunismo originale (il marxismo-leninismo) e la Scuola di Francoforte ed epigoni, riguarda il fatto che i primi vedevano il marxismo come scienza positiva, finalizzata alla presa del potere e alla instaurazione della dittatura del proletariato prima, e del comunismo poi; i secondi erano per l’“analisi critica”, e non propugnavano la presa del potere e della macchina statale.
Inoltre, i secondi integrarono il marxismo di tutti gli studi di carattere psicoanalitico, sociologico, antropologico, ecc., che i primi semplicemente non consideravano prioritari, ma comunque non sbagliati nei loro esiti politici di “eguaglianza” ed evoluzione della società se letti nell’ottica della lotta di classe.
Del resto fatevi un giro nei gruppi dell’estrema sinistra marxista-leninista ancora esistenti, e vedete se siano contrari o meno agli LGBT.
Viceversa, vedete come considerano gli esponenti di tutte le correnti “oltre la destra e la sinistra”, rossobrune, nazional-bolsceviche, della Nouvelle Droite o comunitariste.
Già Marx nel “Manifesto” avrebbe classificato tali forme come “Socialismo reazionario”, Lenin li avrebbe messi al muro per stare alla destra di Kerensky se non addirittura come “Centurie”, Stalin li avrebbe spediti in un Gulag per avere posizioni più a destra di Bucharin, se non addirittura collaborazioniste del Terzo Reich.
Lo Zen è una scuola del Buddhismo Mahayana che enfatizza la meditazione per raggiungere la comprensione spirituale e l’illuminazione attraverso l’esperienza diretta, piuttosto che attraverso scritture o dogmi. Derivato dal cinese Chan e dal sanscrito Dhyana, il termine stesso significa “meditazione”. Un principio fondamentale dello Zen è che l’illuminazione è un potenziale intrinseco in ognuno di noi, accessibile attraverso pratiche come lo zazen (meditazione seduta) e la consapevolezza, che conduce al risveglio della propria vera natura.
Nei Tantra esistono diversi sistemi all’interno delle compagini più grandi: bauddha, śaiva, śākta, vaiṣṇava, saurya, gāruḍa, gāṇapatya, etc. Un aspetto meno conosciuto delle qualità (tattva) del Trika è l’associazione di tempo (kāla) e spazio (kalā) come categorie creative di Śiva e Śakti, ossia rispettivamente la coscienza ordinatrice e la realtà ordinata. Lo schema è più o meno lo stesso: le categorie (tattva) sono divise in pentadi, nella pentade il primo elemento è Śiva, l’ultimo è Śakti, la triade al centro sono le funzioni operative per lo scambio dialettico tra i due (idealismo indiano).
In tale ottica Śiva è spesso presentato come Kālabhairav, il terribile signore del tempo, e la Śakti come la Dea che si fa a pezzi, si parcellizza (kalā) nel cosmo disperdendosi in esso (memoria del mito dello smembramento vedico del macantropo). Nuovamente, Śiva è la successione temporale eterna, che da un senso alla manifestazione (creazione, mantenimento, riassorbimento, velamento e rivelazione), e la Śakti è la creazione fatta di parti, esattamente 16 (ṣoḍaśī) per il sentiero di Śrī Vidyā, ossia le 15 fasi lunari (tithi) a partire dalla luna nuova (amāvasyā) con l’aggiunta di quella piena (pūrṇimā). Questo per fare quadrare il calcolo lunare con le 16 sillabe del mantra (ṣoḍaśākṣarī) di Śrī Vidyā e le 16 vocali (svarāḥ) dell’alfabeto sanscrito (13 canoniche più anusvāra, anunāsika e visarga).
Nella tradizione śākta, espressamente nel Krama del Kāśmīr, sono invece le 13 versioni di Kālī (12+1 Kālasaṅkarṣinī) a rappresentare il tempo in tutte le sue varianti e Śiva è a loro sottoposto. Nota è l’immagine di Śiva (śiv-giacere), sottomesso dalla Śakti (śak-potere), a subire l’egemonia della Dea ed esserne asservito contro la propria volontà.
Ora aldilà degli elementi numerologici e di quelli di genere, emerge un aspetto molto importante, ovvero che tempo e spazio, all’interno delle qualità contratte (aśuddha-tattva) della cascata creativa (del Sāṃkhya e del Paramādvaitavāda), sono la sine qua non della creazione; Māyādevī crea attraverso queste coordinate.
Anticipando Immanuel Kant di diversi secoli, lo ŚK intuisce che non ci può essere creazione al di fuori delle categorie di spazio e tempo.