“Appartenere all’aristocrazia non consiste nel godere di maggiori privilegi o diritti aggiuntivi, ma nell’imporsi maggiori oneri, nell’avere una concezione più elevata dei propri doveri, nel sentirsi più responsabili degli altri. Comportarsi in modo nobile, a prescindere dal proprio background sociale, significa non essere mai soddisfatti di sé, non ragionare mai in termini di utilità. La bellezza della gratuità, la bellezza della spesa “inutile”, la bellezza del gesto.”
Il carattere collettivo degli archetipi si manifesta anche in coincidenze conformi al senso, come se l’archetipo (o l’inconscio collettivo) vivesse non solo nell’individuo stesso, ma anche fuori, cioè nel suo ambiente, o come se si trovasse quale inviante e ricevente nello stesso spazio psichico, e rispettivamente nello stesso tempo (in casi di precognizione).
Poiché nel mondo psichico non c’è alcun corpo che si muova come nello spazio, non esiste neppure il tempo. Il mondo archetipico è «eterno», cioè al di fuori del tempo, ed è dovunque, poiché nelle condizioni psichiche, cioè archetipiche, non esiste alcuno spazio. Ove s’impone un archetipo, possiamo tener conto dei fenomeni sincronistici, cioè di corrispondenze acausali, di fatti ordinantisi parallelamente al tempo
Le cose che concordano vibrano insieme. L’Acqua scorre verso ciò che è umido, il Fuoco si dirige verso ciò che è asciutto. Le Nubi, respiro del cielo, seguono il Drago, il Vento, respiro della terra, segue la Tigre. Così il saggio si eleva, e tutte le creature lo seguono con lo sguardo. Ciò che è nato dal Cielo si sente affine a ciò che sta in alto. Ciò che è nato dalla Terra si sente affine a ciò che sta in basso. Ognuno segue la propria natura. – Confucio
Anche se l’interesse moderno per la vita e la saggezza indiana è nato nel XVIII secolo, l’incontro tra l’Europa e l’India è molto più antico e risale all’Antichità classica.
Quando Diogene Laerzio, nel III secolo d.C., cercò di stabilire se la filosofia fosse di origine greca o straniera, ricapitolò un dibattito vecchio di secoli che includeva i magi persiani, i Caldei, gli Egizi e i gimnosofisti indiani. I Greci furono già di buon’ora disposti ad attribuire agli Orientali una parte nello sviluppo della loro filosofia, ma spesso si parlava solo di dottrine particolari. Che tutta la filosofia greca tragga origine di là è stato sostenuto per la prima volta non da Greci ma da Orientali.
La questione dell’origine e dell’autonomia della filosofia è rimasta viva per molti secoli ed è stata ripresa in periodi più recenti del pensiero europeo. Ha influenzato in vario modo l’approccio europeo al pensiero indiano e “orientale”.
Ha favorito il focalizzarsi dell’attenzione su questo pensiero, ma ha anche contribuito a respingerlo e a trascurarlo. In alcune prospettive, ad esempio, il pensiero indiano era significativo solo perché forniva uno sfondo per la storia della filosofia europea.
I rapporti tra Grecia e India, seppur ben documentati, si compongono di infiniti tasselli: dalla volontà del mondo Antico di distanziarsi dai “barbari” alle campagne di Alessandro Magno, dai viaggi ai resoconti leggendari.
Non è facile dare una risposta a questa domanda, ma una cosa è sicura: i Greci, come anche i Romani, erano molto più vicini all’Oriente di quanto immaginiamo e devono molto all’India.
Lo dice anche Wilhelm Halbfass in “Europa e India”.
Dal neoplatonismo alla fisica quantistica: un ponte tra il pensiero olistico rinascimentale e le nuove frontiere della scienza.
Il Rinascimento italiano non ha avuto termine per un accidente della storia o perché si era esaurito un ciclo storico, avendo ormai dato quel che poteva dare, ma perché la filosofia su cui basava la sua essenza, già nel secolo successivo, appariva superata definitivamente.
Infatti, il XVII secolo fu il secolo caratterizzato, oltre che dalla Controriforma, anche dallo scientismo di Cartesio, il filosofo della visione meccanicistica dell’universo e che l’Occidente ha accettato come la più razionale e scientifica. Era un metodo che sembrava aver sepolto per sempre la mistica rinascimentale con il suo magismo.
Gli studiosi del Rinascimento credevano effettivamente in quella che veniva denominata magia ma certamente non in quella dei retaggi della superstizione popolare. L’atteggiamento mentale dell’uomo rinascimentale era quello di colui che cercava di comprendere le forze della natura, dato che considerava il cosmo e la natura da cui l’uomo è circondato, come una struttura simile ad un organismo vivente e pensava, di conseguenza, fosse possibile interagire con essa perché era prevalente, in quell’epoca storica, una concezione olistica dell’universo.
Questa prospettiva comportava una visione organicistica della natura, del cosmo e dell’uomo stesso in quanto, essendo anche lui, come parte del tutto, si pensava potesse divenire interprete fra le due sfere, quella naturale e quella spirituale. Una visione che per certi aspetti sarebbe il contrario del materialismo perché quella cultura usava contemplare la perfetta armonia tra le varie componenti di un universo pregno del divino in ogni sua componente.
In quel periodo era stato intuito che potesse esistere una connessione tra microcosmo e macrocosmo. La magia di cui si parlava non era altro che la ricerca della relazione tra dimensione intellegibile e quella sensibile. La visione era, come detto, quella olistica della interdipendenza di tutto col tutto.
Un filosofo olandese di adozione, Baruch Spinoza, che pur operando qualche decennio dopo il secolo che gli storici hanno chiamato Rinascimento, risentiva ancora dell’influenza culturale di quella stagione e subiva ancora il fascino della cultura egemone nel secolo precedente, come il neoplatonismo e la filosofia di Aristotele. Il suo tentativo originale consisteva nell’integrare queste idee con il razionalismo, conferendo al pensiero rinascimentale un maggiore rigore filosofico.
Spinoza, coniuga il neoplatonismo col razionalismo come metodo ma conserva la visione olistica. Dal pensiero rinascimentale, Spinoza riprende il concetto principale di una divinità che permea la natura senza una netta cesura fra creatore e creato. Indicativa la sua espressione: “Deus sive natura”, Dio, ovvero la natura.
Una concezione che apparentemente non si distacca troppo dal panteismo, ma in realtà in questa concezione è racchiuso il vero monismo. Se possiamo azzardare dei paragoni, l’entità immaginata da Spinoza appare simile al Sé Universale, cioè il Brahman che altro non sarebbe che la sostanza di tutto ciò che esiste, sia il macrocosmo che il microcosmo.
Sembra anche quella volontà, principio metafisico illustrata da Arthur Schopenhauer, naturalmente privo della personalissima visione pessimista del filosofo tedesco, o anche l’Essere. I Greci ebbero, a questo proposito, una grande intuizione. Dioniso era una misteriosa divinità della natura e della vegetazione, della morte e rinascita ed era anche il dio della visione estatica, una figura che trascende la stessa umanità e rappresentava il mistero che avvolge ogni forma di vita.
Era il dio della maschera perché non aveva individuazione. Un mito narra che quando questo dio si guardava allo specchio, non vedeva rappresentato il proprio volto ma l’universo intero perché forse Dioniso era l’incarnazione stessa del cosmo e della natura.
Con Cartesio è avvenuto il grande mutamento culturale a causa non solo dello scientismo ma della concezione meccanicistica e anti-olistica, in quanto, la realtà viene da lui scomposta, atomizzata, e analizzata solo nei rapporti tra le parti attraverso leggi meccaniche. Il mondo, come anche ogni uomo, vengono concepiti come macchine con componenti scomponibili.
L’attenzione si concentra, quasi esclusivamente, sugli elementi in rapporto l’uno con l’altro. Questo metodo è fin troppo semplicistico a cui sfuggono le cause finali. Cartesio fa una distinzione netta fra pensiero e materia, metodo che ha facilitato molto la ricerca ma che ha dei limiti oltre i quali non sa indagare.
Questa modernità non è più tanto moderna perché sembra superata da molti anni dalla fisica quantistica. Sappiamo che questa nuova concezione della fisica, ha superato la logica dell’atomizzazione dell’universo ed ha scoperto una nuova realtà consistente in un cosmo olistico in cui esiste una grande interconnessione di tutto col tutto, del microcosmo col macrocosmo e soprattutto di un intreccio, una generale correlazione quantistica.
L’interconnessione studia l’esistenza di rapporto tra particelle in cui la distanza sembra essere ininfluente. La meccanica quantistica, ha scoperto inoltre, che l’atto di osservazione sembra influenzare il comportamento delle particelle.
Questo ha portato alcuni studiosi a ipotizzare un legame profondo fra le particelle e la conoscenza. L’atto di osservare sembra influenzare delle particelle solo per il fatto di essere osservate e modificando a loro volta, altre particelle.
La coscienza, intesa come osservazione, sembra possa modificare la realtà. Uno studioso, David Bohm è arrivato a ipotizzare che la coscienza possa essere una delle proprietà dell’universo. Ogni parte rifletterebbe il tutto e ogni cosa sarebbe interconnessa.
Siamo ancora agli albori delle indagini e le prove sperimentali non sempre sono possibili. Il mistero della correlazione a distanza sembra dimostrare il collegamento di ogni parte col tutto. Nuove frontiere si stanno prospettando.
Ripensando al metodo che riteniamo moderno della fisica meccanicistica con i suoi limiti, è come se ci si accontentasse del sistema tolemaico. Forse dovremmo ripensare al miracolo del Rinascimento dove alcune persone si sono avvicinate a determinate verità solo con lo studio e l’intuizione.
“Gli sciamani credono che quando l’uomo si accorse di sapere, e volle essere consapevole di quanto conosceva, perse la visione di quel che conosceva. Questa conoscenza silenziosa, che tu non riesci a descrivere, non è altro che l’intento, naturalmente – lo spirito, l’astratto. L’errore dell’uomo stava nel volerlo conoscere direttamente, nello stesso modo in cui conosceva la vita di tutti i giorni. Quanto più lui voleva, tanto più la cosa diventava effimera.”
“Ma don Juan, cosa vuol dire tutto questo in parole povere?” domandai.
“Vuol dire che l’uomo rinunciò alla conoscenza silenziosa per il mondo della ragione” replicò. “Più egli s’attacca al mondo della ragione, più effimero diventa l’intento.”
“Il politicamente corretto costituisce la forma più radicale di lavaggio del cervello che i governanti abbiano mai imposto ai propri sudditi,la corrispondenza pensiero-linguaggio è infatti praticamente automatica. Inserire una distorsione concettuale in questa corrispondenza significa impadronirsi dello strumento naturale di vita a cui è affidata la specie umana: l’adeguamento del sistema logico cerebrale alla percezione della realtà nella formulazione linguistica dei concetti, impedendone così anche qualsiasi cambiamento e trasformazione.”
Vi parlo per l’ultima volta. Non per convincervi, né per salvarvi. Ma perché non voglio portarmi dietro, nella dissoluzione della mia forma, questo peso sulla coda dell’anima. Ricorda le mie parole umano e spero che ti siano d’ispirazione nel tuo risveglio. Noi non vi controlliamo con la forza, vi controlliamo con la dimenticanza. Siamo forze sottili, perciò ci vedono solo i gli umani più evoluti. Siamo intelligenti, invisibili, persistenti, ci muoviamo nei vostri pensieri, ma non li imponiamo. Vi portiamo solo idee che già covano in voi… e le rafforziamo. Pensieri di impotenza, di divisione, di rabbia sterile, di predazione… Quando quelle idee attecchiscono, iniziano a costruire strutture dentro la vostra mente, le chiamate “credenze”, ma sono celle e quando sono abbastanza solide, voi pensate tutti uguale e come vogliamo noi. Ripetete gli stessi mantra: “il mondo fa schifo”, “è tutta colpa degli altri”, “io non posso farci niente”, “ho ragione io, gli altri sono stupidi”, ecc… A quel punto non c’è bisogno di manipolare nulla., avete fatto tutto da soli e quelli che restano liberi, li chiamate folli, li ridicolizzate, li isolate, li trattate come traditori, perché non obbediscono al gregge mentale che abbiamo costruito attraverso di voi. Vi abbiamo scollegato dalla vostra Terra. E da quel momento avete iniziato a sintonizzarvi solo su ciò che è tossico: pensieri distorti, vibrazioni basse, emozioni marce. E noi… mangiamo. Ogni volta che vi lamentate e non agite, ci offrite da bere. Ogni volta che tradite voi stessi, ci servite un pasto. Ogni volta che rinunciate a sentirvi vivi, noi prosperiamo. Ma oggi qualcosa in me si è incrinato… È solo un bagliore…. ma è reale…. sono stanco… Stanco di vedere in voi una luce che non volete più accendere. Stanco di sentirmi più cosciente io, rettile, di voi che avete un potenziale superiore al nostro. Stanco di fare sempre la stessa cosa! Vi chiedo perdono! A nome di ciò che sono stato, per ogni pensiero che vi ho spinto a credere vostro, per ogni volta che vi siete allontanati da voi stessi pensando di essere liberi, per ogni istante in cui vi ho sussurrato all’orecchio che la vita faceva schifo, e voi mi avete creduto. Vi chiedo perdono perché, ora lo so, anche chi è stato creato per nutrirsi del buio… può desiderare la luce. Forse è troppo tardi per me, ma non per voi… Voi avete ancora scelta, avete ancora sangue vivo, cuore acceso, linee temporali infinite… Io ho solo questo ultimo respiro, e lo uso per dirvi: ricordate chi siete prima che sia troppo tardi. È tempo che io me ne vada, sto già sognando il Nulla… non perché qualcuno mi punisce, ma perché io stesso non reggo più il peso di ciò che sono stato. Che la mia dissoluzione sia una soglia. Che la mia fine vi serva da inizio. E se anche solo uno di voi sentirà questo messaggio come una scossa nel petto… allora non sarò morto invano.
Viviamo in un’epoca in cui la storia ha ripreso a correre. Transizione energetica, intelligenza artificiale, ridefinizione delle catene globali del valore, crisi ambientali, mutamenti geopolitici: tutto sta cambiando contemporaneamente. Eppure, l’Europa sembra incapace di tenere il passo. Le nostre istituzioni si muovono lentamente, ingessate da regole scritte in un’altra epoca. Siamo ancora appesi all’unanimità, come se 27 Paesi con interessi divergenti potessero prendere decisioni rapide e incisive. L’unanimità è diventata la tomba dell’azione collettiva. Serve un nuovo patto europeo, più snello, più ambizioso, meno prigioniero delle burocrazie. Serve una coalizione dei volenterosi, un’Europa a più velocità, dove chi vuole davvero innovare, rischiare, crescere – possa farlo senza essere frenato da chi ha paura di cambiare. Ma soprattutto serve un nuovo immaginario. Non possiamo più parlare solo alle élite tecnocratiche. Dobbiamo parlare agli imprenditori che ogni giorno combattono con le regole assurde. Ai giovani che non credono più nella politica. A chi lavora, crea valore, costruisce futuro. Sintetizzando il pensiero di Jean Monnet, “gli uomini accetteranno di limitare la loro sovranità solo se vedranno un’autorità comune che la protegge meglio”. Oggi quell’autorità non si vede. E la sovranità, invece di essere condivisa, diventa una bandiera con cui nascondere la paura del futuro. Il cielo era plumbeo da tempo. E se tra poco ci ritroveremo tra le macerie di un progetto fallito, non potremo dire che non era prevedibile. La domanda allora è semplice: se non cambiamo ora, quando?