RIMUOVERE LE GERARCHIE CADUTE

di Mike Plato

Leggo da Hurtak, Commentario alla Pistis Sophia:

“Cristo sta facendo notare che la sua missione e quella dei suoi discepoli è quella di rimuovere le gerarchie cadute”.

Un semplice pensiero che non troverete mai in nessuno dei milioni di inutili saggi sul Cristo. Qualcuno mi potrebbe chiedere:

E dove sarebbe scritta una cosa simile?

Occorre avere acume

Matteo 19,28

E Gesù disse loro: «In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele.

Questa è la sostituzione delle gerarchie cadute con la gerarchia adamica della destra, che assume il ruolo che le compete.

Migliaia di saggi tutti pressoché inutili

RIMUOVERE LE GERARCHIE CADUTE
RIMUOVERE LE GERARCHIE CADUTE

PALESTINA OLTRE LA MISTIFICAZIONE DELLA PACE

di Pasquale Liguori

14 Novembre 2025

Ieri sera, per caso, mi sono imbattuto in una puntata di Piazza Pulita dedicata alla Palestina. Un piccolo compendio del nostro tempo: una moderazione ossessionata dall’equilibrio, contenuti annacquati per non disturbare nessuno, una brodaglia di opinioni che attenua le responsabilità invece di illuminarle.

Ne usciva l’ennesima rappresentazione anestetizzata del genocidio: si parlava di cessate il fuoco, di dialogo, di pace, come se fossimo alla fine di una guerra sfortunata, non dentro la prosecuzione di un progetto coloniale.

È anche da questo disagio che nasce la necessità di mettere in fila alcuni punti, senza pretese di esaustività ma con il desiderio di offrire, almeno, una piccola bussola. Non per aggiungere un’altra voce al rumore di fondo, ma per provare a restituire la struttura di ciò che sta accadendo, oltre le narrazioni tranquillizzanti dei talk show.

In Palestina non c’è nessun dopoguerra, perché la guerra non è mai finita. Quella enfaticamente annunciata da Trump non somiglia né a una tregua, né a un cessate il fuoco: è solo una pausa cosmetica che ha leggermente abbassato il volume della violenza. L’assedio a Gaza resta intatto, il 90 percento delle infrastrutture è stato distrutto, più della metà della Striscia è sotto controllo militare diretto, il cibo e i farmaci entrano a gocce, i prezzi sono schizzati alle stelle. La fame continua a essere un’arma di guerra e i massacri non sono cessati, si sono “normalizzati”. Parlare di pace è, semplicemente, una mistificazione.

Questo non è un incidente passeggero, ma l’ultima fase di oltre un secolo di guerra contro il popolo palestinese e la sua terra: colonie che si espandono, popolazione indigena compressa, recintata o espulsa. Per la maggior parte dei palestinesi, tra Gaza e Cisgiordania, il futuro resta cupo: aleggia l’incertezza, domina il lutto, la paura che la prossima ondata possa essere perfino peggiore.

In questo contesto, la vecchia formula della “soluzione a due Stati” appare per quello che è sempre stata: un metodo diplomatico pensato per guadagnare tempo e coprire il consolidamento del progetto coloniale. Da decenni Israele moltiplica le colonie in Cisgiordania, ritaglia blocchi territoriali che rendono impraticabile la contiguità di qualunque Stato palestinese reale, mantiene un assedio duraturo su Gaza, trasforma ogni ipotesi di sovranità in una finzione amministrativa. Il problema non è la geometria dei confini, ma la logica del regime. Ciò che andrebbe messo al centro non è la scelta tra uno o due Stati, ma la necessità di porre fine alla supremazia etno-nazionale che ha strutturato Israele: un sistema che dà gerarchia razziale alla cittadinanza, legifera la discriminazione, organizza la propria riproduzione politica attorno all’annientamento – fisico, sociale, simbolico – dei palestinesi.

De-sionizzare Israele significa questo: smantellare il regime di apartheid, sciogliere l’idea di stato “ebraico” suprematista tra il fiume e il mare, riconfigurare i rapporti tra coloro che vivono su quella terra a partire da certezze politiche, dal diritto al ritorno, dall’autodeterminazione, dalla fine della guerra permanente contro la popolazione indigena.

Finché Israele continuerà a muoversi dentro un regime di impunità totale – militare, politica, giudiziaria – nessuna ipotesi istituzionale potrà reggere. La domanda cruciale non è come adornare la scena con nuovi riconoscimenti, ma come disinnescare il sistema che garantisce a Israele l’esenzione perpetua da ogni responsabilità.

Dentro questo regime, la resistenza palestinese non è un eccesso irrazionale ma una necessità storica. I media occidentali la registrano quasi esclusivamente come terrorismo, vendetta, pulsione suicida. Lo sguardo è sempre lo stesso: patologizzare la ribellione, naturalizzare la violenza coloniale. Ma la prospettiva si capovolge se si parte dalle condizioni materiali: villaggi in Cisgiordania strangolati da colonie e strade militari, uliveti incendiati, lavoratori picchiati o uccisi sui tragitti, assedio totale su Gaza, fame programmata, bombardamenti quotidiani, uso sistematico della carcerazione e della tortura come strumenti di governo. In questa architettura della morte, resistere significa semplicemente rifiutare di accettare il proprio annientamento come destino. La resistenza – armata, popolare, culturale – diventa l’unico modo per tentare di deformare il regime, alterarne i rapporti di forza, costringere il mondo a fare i conti con la questione palestinese non come “dossier” ma come crisi strutturale dell’ordine globale.

Le discussioni interne – strategiche e tattiche – sulla scelta di intraprendere una manovra offensiva come quella del 7 ottobre non annullano questi presupposti. Si può discutere se quella decisione abbia colto il momento giusto, se abbia sottovalutato la risposta genocida dello Stato coloniale, se abbia aperto più spazi o più vulnerabilità. Ma un fatto è innegabile: il genocidio non è cominciato il 7 ottobre, è esploso alla luce del sole. Israele ha mostrato il proprio volto senza più infingimenti, e nel farlo ha eroso la propria legittimità internazionale, soprattutto nella percezione delle nuove generazioni.

In questo senso, la resistenza palestinese non è solo difesa: è anche un principio di speranza. Non nel senso consolatorio del termine, ma come apertura di possibilità politiche: costruire alleanze reali, spingere i movimenti nel mondo a misurarsi con la Palestina, produrre spostamenti materiali nei rapporti di forza. È qui che la lotta palestinese eccede i propri confini: “Palestina” diventa una parola chiave per interrogare la natura stessa dell’impero statunitense, il rapporto tra colonia d’insediamento e metropoli, il funzionamento di un capitalismo che integra il genocidio nel proprio metabolismo.

Una delle strategie centrali del dominio israeliano è sempre stata la frammentazione. Muri, checkpoint, zone militari, permessi di circolazione, regimi diversi di cittadinanza e residenza: carta d’identità verde per i palestinesi della Cisgiordania, blu per Gerusalemme, regole ancora differenti per Gaza. Un solo sistema di controllo, declinato in forme diverse di inclusione ed esclusione, privilegiate e subalterne. L’obiettivo: impedire la costruzione di una soggettività politica unitaria, ridurre la moltitudine palestinese a una somma di comparti stagni, con interessi e orizzonti apparentemente divergenti.

Il 7 ottobre ha messo a nudo potenzialità e limiti imposte da questa architettura. Gaza, pur sotto assedio, ha sviluppato nel tempo capacità proprie: strutture sotterranee, produzione autonoma di armamenti, organizzazione politica relativamente coesa. Ma la Cisgiordania, Gerusalemme e i palestinesi con cittadinanza israeliana, decimati da decenni di arresti preventivi, cooptazioni, controllo capillare, non hanno potuto – o saputo – produrre una risposta coordinata all’altezza di quel momento storico. Ne sono nate fratture, senso di colpa, percezione di uno squilibrio nel sacrificio. E tuttavia, proprio l’intensificazione della violenza coloniale ricorda a tutti, con brutalità, che il progetto di lungo periodo della colonia è sbarazzarsi dei palestinesi in quanto tali. Il messaggio è chiaro: non importa che documento porti in tasca, quale sia la tua posizione nella gerarchia giuridica, quale segmento di territorio abiti. Nel calcolo strategico del sionismo, sei un ostacolo da rimuovere, gradualmente o in blocco. È questa minaccia condivisa che, paradossalmente, rilancia l’idea dell’unicità, al di là della frammentazione prodotta dall’occupazione.

Intorno a Gaza sono fioriti i piani per il “day after”. Think tank imperiali, miliardari dell’hi-tech, architetti della governance globale hanno immaginato la Striscia come laboratorio: dalla “riviera immobiliare” sognata nelle prime versioni trumpiane, in cui i palestinesi erano semplicemente scomparsi, fino ai progetti più recenti che prevedono combinazioni di colonie israeliane, zone speciali, corridoi economici, forme di amministrazione “palestinese” rigidamente subordinate alla sicurezza israeliana.

Ciò che accomuna queste fantasie è l’esclusione pressoché totale della volontà dei gazawi e del popolo palestinese. La priorità non è ricostruire una vita degna, ma neutralizzare Gaza come centro della resistenza, trasformarla in un territorio addomesticato, integrato nel circuito degli affari. Ricostruire senza restituire sovranità, investire senza restituire diritti: è il modello classico della controinsurrezione neoliberale, ora applicato su macerie ancora fumanti.

Per i palestinesi, e per chiunque prenda sul serio la questione, il problema non è “cosa costruire sulle rovine”, ma perché quelle rovine esistono. Senza affrontare la radice politica – il regime di supremazia, l’apartheid, l’occupazione, il diritto al ritorno negato – ogni piano di ricostruzione è solo un’operazione estetica al servizio dell’ordine coloniale.

Se guardiamo alle metropoli occidentali, questi due anni hanno prodotto un effetto evidente: le crepe nell’egemonia ideologica del sionismo si sono allargate. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Europa, la Palestina è diventata un banco di prova morale: gli studenti occupano i campus, i lavoratori si attivano stimolando i propri sindacati, le comunità nere, arabe, musulmane intrecciano le proprie lotte con quella palestinese, sempre più persone vedono la coincidenza tra “interessi nazionali” proclamati dall’élite e complicità con il genocidio.

Non è un caso che alcune figure politiche emergenti, anche in contesti profondamente ostili, siano state trascinate in parte dal loro posizionamento su Palestina: non perché incarnino una svolta radicale, ma perché il modo in cui si rapportano a questa questione diventa misura di attendibilità etica complessiva. La Palestina ha reso visibile, in modo quasi osceno, la distanza tra retorica dei “diritti umani” e pratica effettiva dell’imperialismo liberale.

E tuttavia, il sostegno strutturale a Israele non è crollato. Le classi dirigenti continuano a fornire armi, intelligence, copertura diplomatica. Alcuni governi europei hanno riconosciuto lo “Stato di Palestina”, ma senza interrompere i contratti militari con Israele, senza sostenere sanzioni reali, senza mettere in discussione la cooperazione industriale e tecnologica. È un doppio movimento: lavaggio di coscienza da un lato, continuità materiale del sostegno dall’altro. Per questo la parola chiave resta la stessa: impunità. Finché Israele potrà bombardare, affamare, espellere, incarcerare di massa senza pagare alcun prezzo in termini di sanzioni, isolamento, rottura di relazioni strategiche, ogni riconoscimento simbolico rimarrà una foglia di fico. La priorità non è dare un timbro di “statualità” alla Palestina, ma togliere il salvacondotto politico-militare allo Stato aggressore.

Nella società israeliana, esiste un dissenso – refuseniks, piccole realtà anti-sioniste, poche voci intellettuali – ma resta minoritario, tardivo, centrato per lo più su questioni interne: la corruzione di Netanyahu, la restituzione degli ostaggi, la crisi istituzionale. Le grandi manifestazioni che hanno riempito le strade non hanno preso parola contro il genocidio a Gaza, ma contro la gestione “inefficiente” della guerra, contro il rischio che il patto tra Stato e società ebraica si incrinasse. Il sistema politico nel suo complesso – dalla destra messianica alla cosiddetta “sinistra sionista” – condivide gli stessi presupposti: la necessità di mantenere uno Stato ebraico tra il fiume e il mare, la centralità della forza militare, l’inaccettabilità del diritto al ritorno, l’idea che i palestinesi siano, nella migliore delle ipotesi, una popolazione da amministrare. Netanyahu non è un’anomalia, ma un’espressione particolarmente sfrontata di una struttura condivisa. Il conflitto interno riguarda le forme del dominio, non la sua fine. Non sorprende, allora, che le poche sacche di dissenso più lucido guardino all’esterno: chiedono boicottaggio, disinvestimento, sanzioni, fine dei programmi di cooperazione militare e accademica. Sanno che, senza pressione esterna, la società israeliana non produrrà da sola la trasformazione necessaria. Questo è un punto che i movimenti nel Nord globale dovrebbero assumere con chiarezza: non c’è “pace” possibile appaltata alla coscienza del carnefice.

La Palestina, però, non si limita a esigere solidarietà. Costringe a guardare in faccia la corruzione delle istituzioni occidentali: media che mentono spudoratamente mentre i video di Gaza circolano sui telefoni di tutti; università che si presentano come spazi critici e reprimono gli studenti; parlamenti che si indignano per l’invasione russa dell’Ucraina e finanziano il genocidio in Palestina; Ong e apparati “umanitari” che depoliticizzano l’orrore trasformandolo in questione di “aiuti”.

In questo senso, la Palestina è una condensazione di contraddizioni. Mostra come la democrazia liberale sia perfettamente compatibile con l’apartheid e il genocidio, purché avvengano abbastanza lontano, purché colpiscano i soggetti giusti. Mostra come il capitalismo globale integri la distruzione di intere società nel proprio funzionamento ordinario: commesse militari, accordi energetici, sperimentazioni di tecnologie di sorveglianza che poi vengono esportate. Mostra come il linguaggio dei diritti umani possa essere usato come arma, selettiva e ipocrita. Ma proprio per questo, offre anche qualcosa: l’occasione di rompere l’incantesimo. Chi ha seguito Gaza in questi due anni ha visto, spesso per la prima volta, la nudità delle relazioni di potere che fino a ieri erano coperte dal velo della “comunità internazionale”. La fiducia nelle istituzioni si erode, non solo a destra ma anche in ampi settori popolari che rifiutano l’idea che “non ci sia alternativa”.

Qui sta la potenzialità rivoluzionaria della Palestina: non nel fornire un modello già pronto, ma nell’aprire una breccia nella percezione del possibile.

Da questa breccia non nasce automaticamente un’altra società. Serve organizzazione. Non basta l’indignazione, non basta la solidarietà episodica, non bastano le manifestazioni oceaniche che non lasciano strutture dietro di sé. Quello che manca, tanto in Palestina quanto nelle metropoli, è un ecosistema organizzativo all’altezza del tempo: reti stabili, media indipendenti, gruppi capaci di passare dalla protesta simbolica a forme di lotta che interrompano davvero i flussi logistici, economici, militari.

Le azioni dei tempi recenti – blocchi dei porti, campagne contro i produttori d’armi, occupazioni universitarie, forme di sabotaggio simbolico e materiale – indicano una direzione, ma restano sparse. La sfida è trasformarle in una trama: territori in cui ci si conosce di persona, capacità di comunicare anche se le piattaforme vengono censurate, saperi “low tech” che permettano di resistere dentro scenari di controllo sempre più pervasivo, preparazione alla lotta non come fantasia romantica, ma come eventualità concreta in un’Europa che scivola verso forme sempre più dure di autoritarismo.

La discussione sui fascismi che avanzano, sulle società dello scoring sociale, sulle doppie vite necessarie per sfuggire alla sorveglianza di massa non riguarda un futuro remoto. È già qui, nei dispositivi che regolano frontiere, welfare, lavoro. La Palestina non è un altrove esotico: è il laboratorio in cui queste tecniche vengono testate con la massima violenza. Ignorarlo significa prepararsi a subirne una versione “domestica” senza avere né gli strumenti analitici né quelli organizzativi per opporvisi.

Il cessate il fuoco a Gaza non è la fine della guerra: è una pausa tattica dentro un ciclo di annientamento che dura da oltre un secolo. In questo intermezzo apparente, la domanda politica non è “quanto durerà la tregua”, ma che cosa fare di questa sospensione relativa: lasciarla riempire da processi di normalizzazione – i piani di ricostruzione business-friendly, i riconoscimenti simbolici, il ritorno alla routine – o usarla per costruire organizzazione, tessere reti, preparare il terreno perché la prossima offensiva non trovi un mondo altrettanto complice e disarmato.

La Palestina non chiede pietà. Chiede che si guardi in faccia la verità dell’ordine globale, che si scelga da che parte stare e che ci si organizzi di conseguenza. In cambio offre qualcosa che, nel cuore della catastrofe, resta prezioso: la possibilità concreta di pensare e costruire un’altra forma di vita politica. Non al posto dei palestinesi, ma insieme a loro, sapendo che la loro liberazione non è una causa esterna, ma una condizione della nostra stessa emancipazione.

Tratto da: L’Antidiplomatico

PALESTINA OLTRE LA MISTIFICAZIONE DELLA PACE
PALESTINA OLTRE LA MISTIFICAZIONE DELLA PACE

L’OCCHIO CHE TUTTO VEDE

di Arlene Rock

Il simbolo dell’occhio che tutto vede (all-seeing eye), è molto antico e risale addirittura ad Atlantide, fu usato durante tutta la storia, questo simbolo è uno dei più abusati dall’élite, conosciuto come simbolo dell’Ordine degli Illuminati di Baviera creati da Adam Weishaupt il 1º maggio 1776, (che ricordiamo sono solo una parte dell’élite giudaica), essi infatti se ne sono appropriati e lo hanno degenerato dal suo vero significato originario.

Analizziamo il simbolo:

Il triangolo rappresenta la prima forma geometrica possibile, quindi viene ricondotto alla creazione, il principio, l’origine di tutto.

Esso rappresenta quindi Dio, nella sua espressione di creatore;

Abbiamo due lati, gli opposti che si equilibrano al centro, formando il triangolo;

Come è espresso nel 7 principio ermetico, il principio del genere, per poter ottenere una creazione bisogna avere il principio maschile e femminile i due opposti, senza di esso non è possibile nessuna creazione.

Quindi i due opposti, il maschile e il femminile unendosi, danno forma alla creazione divina, per questo contiene l’occhio al centro, riferendosi all’occhio interiore, la parte interiore è connessa a Dio, la grande energia creatrice.

La luce che viene diffusa dall’occhio è la luce divina, quindi questo simbolo riguarda la creazione da parte di Dio.

Nella sua connotazione negativa, invece si riferisce all’uomo Dio, infatti questo simbolo veniva portato dai re, faraoni e poi dai cesari, che si ponevano essi stessi come divinità, cioè l’uomo che è divenuto dio stesso.

Quindi l’occhio che tutto vede, è inteso per questi esseri, in senso del controllo su tutti e tutto da parte dell’élite, e delle entità demoniache che tirano i fili di comando.

La differenza tra l’uomo divino e l’uomo divenuto dio, non è da poco conto, uno recepisce la sua natura divina, ma capisce che esiste una forza al di sopra della sua prospettiva, e che deve migliorare e apprendere all’infinito, quindi fa parte del tutto a cui aspira a ricongiungersi.

L'OCCHIO CHE TUTTO VEDE
L’OCCHIO CHE TUTTO VEDE

LA VON DER LEYEN VUOLE UNA SUPER-INTELLIGENCE EUROPEA!

a cura di Resistenza Popolare

In un romanzo venne scritto che:

<<Più un impero è verso il collasso, più le sue leggi sono folli>>

Questa frase si può applicare tranquillamente all’UE, dato l’ultima scelta fantasmagorica, che rivela come questa dittatura mascherata da democrazia sia sempre peggio.

La Von Der Leyen, creando una super-intelligence, vorrebbe controllare tutti i cittadini europei, andando contro quelle che sono le sovranità nazionali, questo nuovo ente entrerebbe a gamba tesa nei confronti dei corrispettivi che esistono in ogni stato dell’unione.

Questo è un segnale che non possiamo ignorare, dato le crescenti contestazioni ed il calo dell’indice di gradimento, l’Europa accentra sempre di più i poteri su di se, volendo schiacciare sempre di più le popolazioni al suo interno, tramite ogni mezzo, inclusa la guerra e la russofobia.

D’altronde quando vuoi dominare un popolo bisogna diffondere la paura.

LA VON DER LEYEN VUOLE UNA SUPER-INTELLIGENCE EUROPEA!
LA VON DER LEYEN VUOLE UNA SUPER-INTELLIGENCE EUROPEA!

LA VIA SECCA E LA VIA UMIDA

di Adam Luz

Nella Tradizione Esoterica si descrivono due Vie attraverso cui è possibile raggiungere la Realizzazione finale.

La Via Umida:

Considerata Femminile (non in senso biologico, ma simbolico) poiché passiva e ricettiva.

I mistici che la percorrono mirano a farsi vuoti, come una Coppa (simbolo dell’utero) per ricevere e farsi penetrare da Dio.

Julius Evola nel suo testo “Il dadaismo e il suo contenuto spirituale” del 1921 associa la Via Umida alla figura di San Francesco, secondo il quale l’individualità andava negata e decentralizzata.

San Francesco non viveva più in quanto Io individuale, ma a vivere al suo posto era soltanto Dio.

La Via Secca:

Il Mistico che la intraprende mira all’auto-trascendenza, cioè a superare se stesso con le sue stesse forze.

Julius Evola associa la Via Secca a Meister Eckhart, un altro mistico medievale, che per Evola rappresenta un nuovo tipo di misticismo attivo e maschile che porta a raggiungere la Realizzazione Finale mantenendo la propria individualità, senza dissolverla nel Tutto.

Per la Via Secca il mondo è una proiezione dell’Io per cui il lavoro mistico consiste nel ricondurre tutto il mondo esteriore alla sua origine, cioè l’interiorità dell’Essere Umano.

Come scrive Evola: “Costringere tutto in me: l’essere, l’universo; con Plotino, dire: io non voglio andare a Dio, voglio che Dio venga a me”.

Un’immagine legata alla Via Umida è quella della goccia che si perde nell’Oceano, si abbandona nell’indistinto, si confonde tra le onde.

L’immagine della Via Secca è quella del Fuoco, simbolo della Volontà del Mistico, che non elimina il suo Io, cioè la sua scintilla divina, ma lo libera bruciando tutte le coperture esteriori e illusorie che non sono il suo vero Io.

Ovviamente si possono anche impiegare entrambe a seconda dei disegni divini di Dio.

Scopri di più nel libro “La Via dell’Arte” di Adam Luz, Edizioni Il Volo di Mercurio
Link al libro https://amzn.eu/d/5jjn74J

LA VIA SECCA E LA VIA UMIDA
LA VIA SECCA E LA VIA UMIDA

Intervista a Rabbi Moshe Aryeh Friedman

di Lelio Antonio Deganutti

Tra tradizione, salute pubblica e identità ebraica nel XXI secolo

Introduzione

Rabbi Moshe Aryeh Friedman è una delle figure più discusse dell’ebraismo europeo contemporaneo. Proveniente dal mondo Haredi, noto per le sue posizioni anti-Zioniste e per le sue battaglie contro alcune pratiche tradizionali ritenute dannose, Friedman si presenta oggi come un rabbino “tradizionalista e moderno” orientato al benessere e alla responsabilità etica. In questa intervista affronta temi delicati: la metzitzah b’peh, la legittimità rabbinica, il rapporto tra identità ebraica e Stato di Israele e il futuro dell’ebraismo in Europa.

Tradizione e rischi per la salute

D. Lei ha criticato pubblicamente la metzitzah b’peh, la suzione orale durante la circoncisione, ancora considerata essenziale in alcuni ambienti Haredi. Come concilia questa posizione con le sue radici tradizionaliste?

R. Rabbi Friedman:

«Per me, da tradizionalista, la fede e la tradizione ebraica sono importanti. Ma il Talmud non menziona affatto la suzione orale: è un’aggiunta successiva, nata per mostrare che gli ebrei sarebbero “al di sopra” della legge e della natura — una deriva che apre alla definizione degli altri come Untermenschen. Sapere che già 150 anni fa molti bambini furono infettati da herpes durante questa pratica mi ha profondamente scosso. Non esiste alcuna ragione religiosa né culturale per continuare.»

Prove, responsabilità e silenzi comunitari

D. Lei ha definito la metzitzah b’peh una pratica che “mette a rischio la vita dei bambini senza motivo”. Quali prove ha raccolto in Belgio e come giudica le reazioni della comunità e dei rabbini di Anversa?

R. Rabbi Friedman:

«Infezioni da herpes possono essere gravi, ma l’HIV è ancor più devastante — e casi simili sono avvenuti ad Anversa. Nessun ebreo ha osato reagire, per paura di alimentare antisemitismo. Come rabbino e come essere umano non posso accettare la copertura di una minaccia alla salute dei neonati.»

Legittimità rabbinica e identità personale

D. Alcune comunità hanno contestato la sua ordinazione rabbinica e il suo status ufficiale in Belgio. Come risponde?

R. Rabbi Friedman:

«Ho completato con successo tutti i corsi necessari per diventare rabbino. La mia legittimità è stata messa in dubbio da una sola persona — un rabbino che ha lasciato un’eredità paragonabile a quella di Epstein, condannato più volte per altri reati. La contestazione non ha basi.»

Anti-sionismo, ebraicità e la questione israeliana

D. Lei è noto per le sue posizioni anti-Zioniste e per aver partecipato alla conferenza di Teheran del 2006. Come definisce oggi il rapporto tra identità ebraica, nazionalismo e Stato di Israele?

R. Rabbi Friedman:

«Sono ebreo per nascita e rabbino per convinzione. Questo implica un comportamento rispettoso e responsabile verso tutti gli esseri umani, a prescindere da religione o nazionalità. Essere stati vittime in passato non ci esonera dal seguire le leggi internazionali, specialmente in Medio Oriente.»

Riformare la tradizione ebraica in Europa

D. Dopo le sue denunce sui mohelim in Belgio e le critiche ad alcune pratiche rituali, quale modello propone per un ebraismo “rinnovato” in Europa? È compatibile con i valori Haredi?

R. Rabbi Friedman:

«Viviamo in un continente con una storia complessa — antisemitismo, schiavitù, totalitarismi, guerre — illustrata molto bene dalla House of European History di Bruxelles. L’Unione Europea ha superato queste ombre costruendo uno spazio basato su valori comuni.

Gli ebrei europei, di tutte le correnti, devono chiedersi come integrarsi in questa realtà più umanistica che mai. Per tutte le religioni ciò significa due cose: abbandonare le tendenze radicali e smettere di credere a interpretazioni post-verità dei testi sacri.»

Tratto da: Paese Roma

Intervista a Rabbi Moshe Aryeh Friedman
Intervista a Rabbi Moshe Aryeh Friedman

LA CERTEZZA DELL’UNO

a cura di Evano Zaccaron

“L’uomo, per essere felice, deve avere un Centro; ora tale Centro é innanzitutto la Certezza dell’Uno. La più grande calamità é la perdita del centro e l’abbandono dell’anima ai capricci della periferia. Essere uomo, significa essere al Centro, vuol dire essere Centro.”

Frithjof Schuòn

LA CERTEZZA DELL'UNO
LA CERTEZZA DELL’UNO