ARMONIA PITAGORICA O ARMONIA CINESE?

di Francesco Centineo

Nel mentre che la civiltà ellenica veniva al mondo (1200 A.C o Medioevo ellenico), i cinesi avevano già sviluppato la loro teoria dell’Armonia cosmica e numerica.

Nell’immagine potete trovare la famosa scala cromatica, nonché la scala pentatotanale (note) e i sette semitoni (seminote) di cui si compone questa scala musicale universale e naturale che tutti noi ormai conosciamo. 

Scala cromatica

Grazie a queste conoscenze i mastri artigiani cinesi costruivano dei flauti di bambù che riproducevano perfettamente la scala cromatica. I numeri se studiati in maniera qualitativa e non quantitativa nascondono delle proprietà sacre. I cinesi grazie allo studio della numerologia riuscivano a possedere queste conoscenze geometriche e matematiche che sono esattamente equivalenti alle conoscenze pitagoriche.

La civiltà cinese a differenza della nostra ha mantenuto intatte queste conoscenze fino al secolo scorso. Il sinologo Marcel Granet nel suo studio «Il Pensiero Cinese» ha documentato meticolosamente tutte queste conoscenze.  Esattamente come i greci anche i cinesi conoscevano le proprietà geometriche e matematiche di questa scala cromatica. I numeri utilizzati per le scale musicali sono gli stessi utilizzati nell’architettura tradizionale cinese.

Nonostante tutto ciò che i cosiddetti “eruditi” vorrebbero darci a bere risulta evidente che l’Oriente non ha mai beneficiato di nessuna conoscenza di natura occidentale né in campo scientifico né in campo artistico semplicemente perché essendo più vecchio già possedeva ciò che noi poi abbiamo compreso.

Bisognerebbe invece chiedersi se per caso non sia stato Pitagora a ricevere queste conoscenze dall’Oriente sicché questa dottrina dell’Armonia cosmica e numerica è presente anche nell’antica civiltà indiana. La Cina (ed anche l’India) ha sempre posseduto tutte le conoscenze di cui ci vantiamo noi occidentali. Nell’antichità la Cina ha conosciuto uno sviluppo di molto superiore a quello dell’Occidente.

Non è un mistero che la macchina da stampa, la polvere da sparo e la bussola ad acqua, solo per fare alcuni esempi, le abbiamo ricevute dalla Cina, così come non è un mistero che i numeri arabi sono un prestito che abbiamo ricevuto grazie agli arabi e che a loro volta li avevano ricevuti dalla civiltà indiana.

Granet essendo un uomo di grande intelletto ha documentato scientificamente che i cinesi considerando il valore qualitativo dei numeri riconducevano ogni applicazione possibile a tali principi qualitativi, preoccupandosi relativamente dei calcoli nonostante nel calcolo fossero maestri.

Il pensiero cinese, come sostenne già un secolo fa Granet non è un pensiero che difetta in logica, anzi, è un pensiero «sovranazionale», metafisico e tutto simbolico che si sviluppa in virtù di un perfetto uso del cervello. Noi occidentali utilizziamo prevalentemente l’emisfero sinistro (diacronico) spesso sopprimendo quello destro (sincronico), i cinesi invece equilibrano l’uso dei due emisferi «perfettamente»; i cinesi credo sinceramente che possano essere ritenuti più intelligenti di noi.

Proprio per tal ragione i grandi Saggi cinesi hanno sempre rifiutato di costringere di ridurre i Numeri alla pura e semplice «quantità». Se di fatti riduciamo alla pura e semplice quantità i Numeri, li priviamo di qualsivoglia rapporto con la Realtà. Per la mentalità cinese fino ad un secolo fa sarebbe stato impossibile concepire i Numeri come semplici cifre da calcolo. I Numeri così come i Simboli della scrittura per i cinesi sono gravidi di significati, il più evidenti dei quali è certamente quello cosmologico.

I numeri sono legati agli elementi; gli elementi sono collegati ai punti cardinali dello spazio e sono legati anche ad una produzione che si effettua e si situa nel tempo. La vita nasce o meglio sarebbe dire «germina» a nord, sboccia o sorge ad est, splende a sud e tramonta ad ovest, perciò il Saggio o il contadino cinese può affermare che l’acqua (nord) nutre il legno (est), il legno alimenta il fuoco (sud) il fuoco estrae dal minerale il metallo (ovest), il metallo si liquefa e diventa acqua», e così comincia un nuovo ciclo.

Per i cinesi l’elemento centrale o «sottile» è una «quintessenza» che si manifesta sempre ma che non si manifesta mai all’ignorante perché è impercettibile all’occhio dell’uomo comune. Questo «elemento» viene chiamato «Terra» ma non va confuso con la «terra» va inteso più come «elemento» generatore e come forza elementale che «neutralizza» o meglio sarebbe dire «equilibra» i quattro elementi che agiscono nel tempo e nello spazio.

Per questo motivo i cinesi considerano il centro come fosse la quinta direzione (o prinicipo delle direzioni)  dello spazio e considerano cinque stagioni. La quinta stagione è «metafisica» e ciò nondimeno «reale». L’imperatore durante l’anno simboleggiava questa stagione durante la circumambulazione del Ming t’ang (la casa imperiale o del Calendario composta di otto stanze esterne ed una stanza interna. Otto stanze con dodici finestre rappresentanti le dodici stagione e la nona stanza interna rappresentante questa tredicesima stagione o stagione principale da cui sorgono le dodici stagioni) tornando al «centro» della casa per un determinato periodo di cui adesso non stiamo a specificare.

Gli elementi vengono numerati così: 5 terra (centro), 1+5 o 6 acqua (Nord), 2+5 o 7 legno (Est), 3+5 o 8 fuoco (sud), 4+5 o 9 metallo (Ovest). Come possiamo notare alla base di questi numeri vi è sempre il «5» questo perché i numeri che precedono il cinque hanno un valore simbolico superiore o «metafisico» che non può essere «ridotto all’ambito cosmologico.

1 simboleggia l’Unità «Tai Ki» o «Grande Estremo»; da questo principio vengono per così dire generati a livello metafisico lo «Yin puro» o «sostanza universale» rappresentato dal numero 2 e dal Quadrato e lo «Yang puro» o «Essenza universale» rappresentato dal numero 3 e dal Cerchio. Il 4 che è il numero generatore di movimento (Croce) ha un ruolo molto particolare perché è quel numero che collega la sfera metafisica alla sfera cosmica. Il 4 se possiamo così definirlo è il Numero che «spezza» la Tri-Unità metafisica e da la possibilità a codesta Unità-Trinità di produrre i diecimila esseri…

Da questo numero che  «spezza» l’«Unità-Trinità», si genera la prima manifestazione «cosmica» che è data dal 5 che poi si differenzia per separazione-addizione; come possiamo notare ogni ogni volta vi è una falsa separazione del 5 che genera da per sé «senza separarsi» (5+1, 5+2, 5+3 e 5+4) ma con un addizione conseguenziale dei primi 4 numeri che ora possono manifestarsi negli aggregati o composti elementali e che si concepiscono nei Numeri  6, 7, 8 e 9 che incarnano i quattro elementi «grossolani» o «percepibili» che si rifanno per logica alle qualità dei quattro numeri metafisici così come alle conseguenti quattro stagioni che rappresentano di conseguenza. Il metallo, per esempio, può rapresentare l’Ascia o Pietra di Fulmine che spezza la Materia Prima simboleggiata dal Legno, oppure che si liquefa in Acqua dando vita e nutrimento al Legno.

Il 6 viene detto Grande Yin (l’Acqua riveste il ruolo di principio embrionale e produttore di vita nonché di principio nutritore ben rappresentato dalla Femmina) , l’8 viene detto Piccolo Yin, il 9 viene detto Grande Yang (il Metallo riveste il doppio ruolo di «distruttore» e di «trasformatore» che ben concerne al Maschio), il 7 viene detto Piccolo Yang. 

Rispetto lo Yin e lo Yang possiamo ben capire il significato e l’importanza che possono assumere il Numero 2 ed il Numero 3 e per conseguenza anche il 4, il 5 ed il 6, il 7, l’8 il 9 ed il 10 nel pensiero cinese. Se il 2 ed il 3 rappresentano lo Yin puro lo Yang puro, il 5 ed il 6 sono numeri che contengono il 2 ed il 3, l’uno per addizione (3+2) e l’altro per moltiplicazione (3×2) e perciò sono importantissimi  a livello cosmologico.

Granet nei suoi studi ha colto tutte le implicazioni che comportano tali concezioni. Lo Yin e lo Yang sono «simboli» o «emblemi» universali da cui dipende ogni cosa e perciò i Numeri che sono pari o dispari incarnano perfettamente questa dualità cosmica ed essenziale che forma ed in-forma il nostro Mondo.

«Il Mondo è un universo* chiuso; a sua somiglianza anche lo Spazio ed il Tempo sono finiti**. Anche i segni numerici attribuiti come etichette ai settori dello Spazio-Tempo sono sono in numero finito*. Corrispondono ciascuno a un sito nel Tempo come a un’occorrenza spaziale e si dispongono, orientati, in forma di ciclo.  Mentre i numeri del ciclo duodenario sono disposti uno per uno lungo la circonferenza di un cerchio, i Numeri del ciclo binario sono raggruppati in cinque binomi, di cui quattro segnano le punte di una croce, mentre il quinto ne segna il centro. Come indica questa disposizione, la concezione di dieci etichette numeriche è legata a un sistema di classificazione per 5: è nota l’importanza di questo sistema, che  è completato da un sistema di classificazione per 6**, che gli si oppone. Ora, la disposizione in croce presuppone una rappresentazione della squadra e del quadrato. Squadra e quadrato sono considerati significativi dello spazio e dell’ordine terrestre . D’altra parte 2 (pari) è come si vedrà ben presto, l’emblema della Terra e del quadrato; 3 (dispari) viceversa è il simbolo del cielo e del rotondo (o, piuttosto della circonferenza che inscritta in un quadrato di lato 2, ha diametro 2). Difatti il Cielo (maschio, yang 3, dispari) ha come Numero 6 [=3×2]; mentre la Terra (femmina, yin, 2, pari) ha come numero 5 [= 2+2+1] perché se si pensa a una croce, non se ne può trascurare il centro: così, dal momento in cui si è attribuito loro un simbolo numerico, la Terra e il Cielo (femmina e maschio) si trovano ad aver scambiato i loro attributi (pari e dispari). Fatto simmetrico, i segni denari (kan), disposti in croce, sono tuttavia qualificati come celesti (t’ien kan: tronchi celesti) mentre si qualificano come come terrestri (ti tche: rami terrestri) i segni duodenari (tche), disposti in cerchio. Questa significativa inversione*** attesta l’interdipendenza dei due cicli. Si ha motivo di supporre che la classificazione per 6, la concezione di un ciclo duodenario si riferisca alla rappresentazione del Cielo e del Tempo e allo stesso modo che solidale alla classificazione per 5, la concezione di un ciclo denario derivi dalle rappresentazione di Tempo e di Spazio. Ma fra lo Spazio e il Tempo, il Cielo e la Terra, non è pensabile alcuna indipendenza e il legame dei due cicli ha la stessa importanza della loro opposizione. L’uno e l’altro rappresentano l’insieme dei siti e delle occasioni che ciascuno di essi permette di disporre in un ordine tale che convenga alla Terra e si imponga al Cielo o che rappresentativo del Cielo, governi la Terra*. Mentre i segni denari o duodenari presiedono, a titolo di rubriche, a differenti insiemi di realtà che le loro situazioni nello Spazio e nel Tempo bastano ad identificare, i cicli costituiti da questi segni evocano due modi complementari di ripartizione geometrica. Questi corrispondono a due analisi numeriche destinate a rivelare unitamente la composizione del totale ordinato che forma l’Universo».

Attraverso lo studio dei flauti o «tubi» cinesi, il sinologo Granet ha dimostrato che la teoria dell’Armonia cinese ha permesso a questo popolo straordinario di sviluppare una perfetta teoria dell’ottava che ha poi applicato come legge ad ogni tecnica pratica passando senza alcun problema dalle arti musicali a quelle plastiche. I 5 tubi principali (81, 54, 72, 48, 63) sono serviti da base per lo sviluppo dei dodici tubi totali.

Questi sono potuti essere ripartiti nel ciclo annuale diviso appunto in dodici mesi restituendo così una rappresentazione spaziale fondata su di una teoria del suono o del Tempo sicché è tramite la legge dell’ottava che si sono potute ricavare le giuste proporzione geometriche su cui si fondano le costruzione sacre della tradizione cinese che tengono fede al rapporto fondamentale che intercorre tra le dimensioni di questi 5 tubi che rappresentano matematicamente e simbolicamente i giusti rapporti che devono intercorrere tra lo Yin (spazio) e lo Yang (tempo):

«Al pari delle regole musicali, anche i canoni architettonici sono dominati dalla opposizione o dalla equivalenza dei rapporti 9/7 (81/63) e 10/8 (= 80/64) ed è la geometria dei costruttori che rivela le virtù attribuite dai cinesi alle coppie correlative 80-64 e 81-63. Due elementi sono fondamentali nelle costruzioni cinesi. L’edificio in sé stesso, importa meno della terrazza che lo sostiene e del tetto che lo copre. Il Cielo “copre” e il tetto rappresenta il Cielo; la Terra che “sostiene” è raffigurata dalla terrazza. Un edificio appare come una immagine dell’Universo […]. La tradizione vuole che la Casa del Calendario (Ming t’ang) consistesse anticamente in un’area quadrata (rettangolare) coperta da un tetto di paglia circolare (collegato ad esso da alcune colonne). […] La base del tetto Ming t’ang doveva essere misurata dal numero 144 e il suo contorno dal 216, essendo l’altezza raffigurata da 81. Queste dimensioni, così come vengono indicate, presuppongono che il profilo del tetto di paglia sia un triangolo isoscele la cui base (2 x 72) raffiguri la Terra (144) e il suo contorno dal numero 216 [ (2×108) = 216] la curvatura del Cielo (3 x 72). Il principio di questa costruzione è una squadra il cui lato maggiore vale 9×9, il minore 8×9 e l’ipotenusa 12×9. Questa squadra (8,9,12) è giudicata giusta al gioco di un’unità, in virtù della formula 9² + 8² = 12² + 1 o 81 + 64 = 144 (+1).»

Senza andare oltre con le osservazioni matematiche fatte da Granet possiamo ben comprendere perché per l’esperto sinologo fosse evidentemente impossibile dar credito a quegli studiosi come Maspero che avrebbero voluto ricondurre, in ragione dei loro assurdi pregiudizi, tale dottrina all’incontro con la civiltà greca di Alessandro Magno. Sarebbe come sostenere che dei bambini possano istruire ed influenzare dei loro vecchi parenti ben più sviluppati, perché più anziani di loro; questo modo di vedere le cose è miope e qualsiasi persona seria dovrebbe ritenerlo alquanto improbabile.

Nonostante tutto ciò che Granet ha documentato nell’ambito degli studi accademici si fa fatica a considerare seriamente un fatto abbastanza banale ed alquanto scontato: prima che i greci venissero al mondo si ergevano un pò ovunque meraviglie architettoniche e molto spesso anche dei veri e propri «computer astronomici» (Stone Age) eppure se si ascoltano gli accademici (a parte gli storici delle religioni) essi ci dicono che il pensiero è nato in Grecia, che la filosofia è nata in Grecia, che la medicina è nata in Grecia, che la scienza è nata in in Grecia; eppure ormai anche i sassi sanno che non è così; sarebbe il caso che l’Accademia rivedesse un pò di cose, almeno per istruire un pò meglio i nostri figli.

PS. Per gli orientali la nostra civiltà è una civiltà giovane, una civiltà che perciò non può insegnare a loro nulla, con buona pace degli arroganti e presuntuosi «civilizzatori» europei…



Francesco Centineo



*Nota: sarebbe più giusto affermare che per i Cinesi il Mondo è un «cosmo» chiuso

**Nota: sarebbe più corretto parlare di Tempo-Spazio; in tutte le concezioni tradizionali è il Tempo che domina sullo Spazio.

***Nota: il tempo fisico o cosmico è finito, il Tempo metafisicò è «Infinito»; questo Tempo superiore o principiale ben rappresentato sia dal «centro» della Croce sia dal Quinto elemento «governa» su ogni tempo relativo e su ogni spazio.

*Nota: I Numeri sono finiti ma l’Unità o l’Uno è «indefinibile» come concezione circoscrivibile e circostanziabile nel tempo e nello spazio, in quanto contiene in «potenza» ogni Numero ed ogni cifra numerica possibile ed immaginabile, così come la dualità (2) e la Tri-Unita (3) non vengono considerati come numeri facenti parte della cosmologia (se non per addizione al 5) ma solo della metafisica. Lo Zero non è considerato un «Numero», ma rappresenta l’Infinito o la «pura potenza», perfettamente incarnata dalla concezione dei diecimila esseri, per questo se associato all’Unità, lo Zero si riveste di questa indefinitezza totale ben rappresentata dal Numero 10 ed ancor meglio dal Numero 10.000

*Nota: Granet spiega ne suo studio che  vi sono due croci l’una con al centro il numero 5 e l’altra con il numero 6. Lo scriviamo solo per curiosità ma lo approfonderemo in un prossimo articolo.

*** Nota: in ambito cosmico non può esistere nulla che sia «puramente» Yang o Yin, questa ierogamia numerica ben rappresenta ciò.

*Nota: È sempre il Cielo a governare anche se si usa un Numero terrestre ma dispari per rappresentare il Cielo o Perfezione in Terra (5). L’Imperatore con la squadra governa (5) gli influssi terrestri ma con il compasso (6) gli influssi celesti. Notevole è un fatto documentato sempre dal Granet: nel quadrato magico riservato agli esoteristi al centro troviamo il numero 6 ed è ancor più notevole che se sommiamo sovrapponendoli i due quadrati magici, quello con centro 5 e quello con centro 6 otteniamo il Numero 11 su ognuno dei 9 numeri del quadrato magico che è il Numero che rappresenta l’«Imperatore Celeste» il quale sintetizza in sé i due influssi dello Yin e dello Yang equilibrandoli perfettamente. In questa proprietà magica, o sarebbe meglio dire sacra, del quadrato magico è contenuto il segreto emetico della «circolatura del quadrato» ed anche quello della «quadratura del cerchio». Non per caso Granet ha documentato l’esistenza di un antichissimo reperto archeologico contenente due quadrati magici in legno, l’uno in legno morbido (rappresentante della Terra) con al centro raffigurato il Numero 5, l’altro in legno duro (rappresentante del Cielo) con al centro raffigurato il Numero 6. Questi due quadrati bucati al centro venivano infilati su di una bacchetta di legno e sovrapposti, dopodiché si facevano girare e da essi si ottenevano varie combinazioni numeriche.

Marcel Granet

Tratto da: Sfero.me

ARMONIA PITAGORICA O ARMONIA CINESE?

PERDERE E TROVARE DIO

di Giuseppe Aiello

“Che cosa ha mai trovato colui che ha perduto Dio?
E che cosa ha mai perduto colui che ha trovato Dio?”

— Ibn ʿAtā’ Allāh (m. 1309, Il Cairo)

Il detto di Ibn ʿAtā’ Allāh è costruito come un koan sufico, una domanda che non vuole una risposta concettuale, ma un rovesciamento interiore.

—“Che cosa ha mai trovato colui che ha perduto Dio?”—

Nella prospettiva esoterica, perdere Dio significa perdere il Centro: la fonte, il principio, il punto immobile attorno al quale ruota il mondo interiore.

Chi lo perde può trovare mille cose—oggetti, ricchezza, desideri, identità, ambizioni, opinioni—ma tutte sono frammentarie.

È il paradosso: si può trovare l’intero mondo, ma rimanere vuoti dentro.

È la condizione dell’ego che si arricchisce esteriormente mentre si impoverisce interiormente.

—E “che cosa ha mai perduto colui che ha trovato Dio?—

Trovare Dio, in senso esoterico, non significa scoprire un’entità, ma sciogliere l’illusione di un io separato.

Chi trova Dio perde solo ciò che era destinato a dissolversi: paure, attaccamenti, identità provvisorie, il senso di isolamento.

È una perdita che è in realtà una liberazione.

In questo paradosso, chi trova Dio non possiede più nulla… eppure non manca di niente.

Il detto invita a contemplare una verità sottile:

  • ciò che crediamo “nostro” se perdiamo il Principio è privo di valore reale;
  • ciò che crediamo di “perdere” quando troviamo il Principio non è mai stato veramente parte di noi.
PERDERE E TROVARE DIO

Le donne che fecero Roma: viaggio narrativo nel cuore segreto della civiltà romana

di Chiara Cavalieri *

La storia di Roma viene spesso raccontata attraverso gli uomini: condottieri, consoli, legislatori, imperatori. Ma la Roma reale — quella che nasce, cresce, si difende e si rinnova attraverso i secoli — ha un’altra metà, altrettanto potente e spesso dimenticata: le donne.

Sono donne che non impugnano le gladius, ma determinano battaglie; che non siedono nei senati, ma influenzano decisioni decisive; che non comandano eserciti, ma a volte li salvano; che non hanno titoli, ma fondano dinastie morali.

La Roma che conosciamo — quella che costruisce un impero e plasma il Mediterraneo — non sarebbe esistita senza Rea Silvia, Ersilia, le Sabine, Lucrezia, Cornelia, Veturia, Volumnia, Agrippina Maggiore e le donne anonime che, dopo Canne, donarono perfino i propri capelli per ricostruire la flotta.

I. Rea Silvia – La madre che sfidò il fato

Marte e Rea Silvia- Rubens

Prima che esistesse Roma, esisteva la paura del potere.
E prima che esistesse un re, un senato o una legione, esisteva una donna che portava in grembo il futuro.

Rea Silvia, figlia di Numitore, viene costretta alla castità come vestale dal tiranno Amulio, deciso a cancellare la linea ereditaria del fratello.
Eppure, il destino infrange il progetto del tiranno: la ragazza rimane incinta.

Gli antichi spiegano il fatto in modi diversi:

  • per Tito Livio, il dio Marte la raggiunge;
  • per tradizioni più pragmatiche, la ragazza subisce una violenza.

In entrambi i casi, Rea Silvia comprende il pericolo: una vestale incinta è una condannata.

Partorisce due gemelli: Romolo e Remo.
Amulio ordina di eliminarli.
Ma la cesta non affonda. Il fiume — dice Livio — “obbedisce agli dei”.

Rea Silvia sparisce dalle fonti, travolta dal potere politico e dalle colpe che non ha.
Eppure il suo gesto — generare la vita contro la volontà del tiranno — farà nascere una città che dominerà il mondo.

Roma nasce dalla maternità perseguitata, dalla resistenza silenziosa, dal coraggio femminile di generare l’impossibile.

II. Le Sabine – Il giorno in cui le donne fermarono la guerra

Pochi decenni dopo la fondazione, Roma rischiò la distruzione.
La causa era il ratto delle Sabine, un espediente con cui Romolo aveva cercato di assicurarsi moglie e discendenti per i suoi uomini.

Guercino- Ersilia separa Romolo e Tazio

I Sabini attaccarono Roma guidati da Tito Tazio.
Secondo la narrazione di Tito Livio, lo scontro decisivo avvenne nella valle del Foro Romano: i Romani scesero dal Palatino, i Sabini dal Campidoglio.
Le armi stridevano, il terreno era scuro di sangue. La battaglia oscillava, ora Roma, ora i Sabini.

E fu in quel momento, nel pieno del caos, che accadde l’impensabile.

Le donne Sabine, molte delle quali incinte o con figli nati dai loro matrimoni romani, guidate da Ersilia, moglie di Romolo, si lanciarono tra i due eserciti.
Sfidarono il ferro e le frecce.
Invocarono la fine della violenza.
Gridarono che preferivano morire, piuttosto che vedere padri, mariti e figli sterminarsi.

Il prodigio avvenne:
lo scontro cessò.
Romolo e Tito Tazio si strinsero la mano.
I due popoli si fusero in uno solo.
I Sabini si stabilirono sul Quirinale.
E Romolo intitolò alle donne le Trenta Curie del popolo romano.

La prima grande pace della storia di Roma fu opera di donne che non avevano eserciti né titoli — solo il coraggio di interporre i propri corpi tra due eserciti.

III. Lucrezia – L’onore che fondò la Repubblica

Secoli dopo, un’altra donna avrebbe nuovamente cambiato il destino politico di Roma: Lucrezia.

Violata da Sesto Tarquinio, figlio del re, Lucrezia chiamò a raccolta il marito Collatino e il parente Bruto.
Non cercò vendetta, ma giustizia.
E, dopo aver raccontato l’accaduto, si tolse la vita per salvaguardare l’onore della sua famiglia.

La sua morte fu il detonatore dell’insurrezione che cacciò i Tarquini e diede vita alla Repubblica romana.
Lucrezia è la figura attraverso cui Roma scopre la forza della morale contro la tirannia.

IV. Cornelia – La Madre dei Gracchi e la Signora della Virtù

Nella storia romana, poche figure possiedono la grandezza morale di Cornelia, figlia di Scipione l’Africano e madre dei tribuni Tiberio e Gaio Gracco.

È il modello supremo della matrona romana.
Colta, austera, elegante, governava le proprietà familiari con competenza, discuteva con filosofi e intellettuali, e soprattutto educava i figli a diventare cittadini esemplari.

Celebre l’episodio narrato da Aulo Gellio:
una nobildonna mostrò a Cornelia i suoi gioielli.
Cornelia indicò i suoi due figli e disse:

«Questi sono le mie gemme.»

Non fu retorica. Fu pedagogia politica.
Cornelia forgia le virtù che faranno grande la Repubblica.

Anche quando i suoi figli morirono — linciati per le loro riforme agrarie — Cornelia mantenne una dignità esemplare, diventando l’icona morale della Roma repubblicana.

La sua statua recava un’iscrizione semplice e sublime:
“Cornelia, madre dei Gracchi.”

V. Veturia e Volumnia – Le donne che salvarono Roma da Coriolano

Nel V secolo a.C., Roma fu minacciata dal suo stesso figlio: Coriolano, passato ai Volsci dopo uno scontro politico interno.
Né ambasciate né senatori riuscivano a farlo tornare sui suoi passi.

A fermarlo furono due donne:
Veturia, sua madre, e Volumnia, sua moglie.

Lo affrontarono nel campo nemico, gli ricordarono i suoi doveri, e lo convinsero ad abbandonare l’assedio.
Coriolano obbedì, sapendo che i Volsci lo avrebbero ucciso.

Roma fu salvata dal coraggio di una madre e dall’autorità domestica di una moglie.

VI. Le donne dopo Canne – Le trecce che salvarono la flotta

Dopo la devastazione di Canne (216 a.C.), quando Annibale annientò gran parte dell’esercito romano, le donne della città compirono un gesto silenzioso e potentissimo:
si rasarono i capelli e donarono le proprie trecce per fabbricare corde per le navi.

Livio racconta questo episodio come il simbolo della resilienza collettiva: la patria, letteralmente, riprese il mare grazie al sacrificio delle sue donne.

VII. Agrippina Maggiore – La “femmina d’acciaio” del Reno

In epoca imperiale, emerge una figura imponente: Agrippina Maggiore, moglie di Germanico, madre di Caligola e nonna di Nerone.

Agrippina non era una donna da palazzo.
Seguiva il marito nelle campagne militari, partecipava alle decisioni logistiche e divenne protagonista di un episodio epico.

Nel 14 d.C., mentre Germanico era in territorio germanico per recuperare le aquile perdute da Varo, Agrippina rimase a guardia del ponte sul Reno.
Quando i legionari, presi dal panico, decisero di demolirlo per sfuggire a un supposto attacco, Agrippina — nella neve, con il piccolo Caligola in braccio — li affrontò, ripristinò la disciplina e salvò la ritirata dell’esercito romano.

Tacito la ricordò come una donna “di tempra virile e cuore romano”. 

Roma, città delle donne

Le donne romane non furono semplici comparse.
Furono fondatrici, mediatrici, vittime sacrificali, educatrici della virtù, difensori morali, custodi della patria.

Senza di loro, Roma non avrebbe mai avuto:

  • la sua nascita (Rea Silvia),
  • la sua sopravvivenza (Sabine),
  • la sua libertà (Lucrezia),
  • la sua morale repubblicana (Cornelia),
  • la sua salvezza militare (Veturia e Volumnia),
  • la sua resilienza (donne di Canne),
  • la sua disciplina imperiale (Agrippina Maggiore).

Roma, prima di essere un impero di uomini, fu un miracolo di donne.

Fonti antiche

  • Tito LivioAb Urbe Condita, I, II, XXIV
  • Dionigi di AlicarnassoAntichità romane, II, IV, VIII
  • PlutarcoVita di RomoloTiberio GraccoGaio Gracco
  • TacitoAnnales, I–II
  • Aulo GellioNoctes Atticae, XII, 1
  • Valerio MassimoFactorum et dictorum memorabilium

Fonti moderne

  • Mary Beard, SPQR
  • T. J. Cornell, The Beginnings of Rome
  • Pierre Grimal, La Civiltà Romana
  • Anthony Barrett, Agrippina
  • Andrea Giardina, L’uomo romano

*L’autrice è presidente della associazione Italo-Egiziana Eridanus e vicepresidente del Centro Studi UCOI-UCOIM. 

Tratto da: La Voce del Parlamento

Le donne che fecero Roma: viaggio narrativo nel cuore segreto della civiltà romana
Le donne che fecero Roma: viaggio narrativo nel cuore segreto della civiltà romana

AMA IL TUO NEMICO

di Vincenzo Di Maio

Come affermò Gesù nei Vangeli, questo amore per il nemico è stato spesso e volentieri frainteso, poiché esso viene spesso interpretato come volontà di tolleranza dell’altro, di non riconoscere il nemico per ciò che é, ossia quale avversario della propria crescita personale e della propria elevazione spirituale, quale soggetto che si può presentare tanto fuori quanto oltre se non proprio dentro sé stessi.

Difatti, il nemico è quindi colui che si avversa contro la nostra volontà, non per farci crescere ma bensì per deviarci da intenzioni propositive, legate alla evoluzione e allo sviluppo di facoltà che permettano il nostro ruolo spirituale nel mondo.

In questo modo, il nemico diventa un soggetto che devia dalla consapevolezza, dalla coscienza e dalla coerenza nei confronti della realtà animica personale, un soggetto che si confronta con la realtà oggettiva e concreta delle influenze che turbano e disturbano il proprio intento emotivo e spirituale, una avversione che si riscontra nell’ultrarealtà con demoni come Satana, capo della gerarchia controiniziatica di tutti i demoni di questo pianeta, una avversione che si rende tangibile nelle relazioni sociali dell’extrarealtà con soggetti apparentemente umani ma che in realtà sono egoici deviatori dei nostri propositi spirituali, dei disumani esseri che vanno dagli ominidi ignari e ignavi della realtà concreta della loro vita spirituale, passando per disumani esseri ominidi votati al male in qualità di servitori di Satana, fino a veri e propri demoni dalle sembianze umane, una avversione che infine e soprattutto si riscontra nei propri flussi di coscienza animica che vengono interferiti non soltanto dall’oltremondo e dall’extramondo ma soprattutto dalla natura delle nostre abitudini quotidiane, dove in primis si distingue l’intramondo dell’introspezione, una intrarealtà, una realtà interiore che dissipa le nostre energie spirituali verso attività contrarie al proprio sviluppo spirituale, un contesto interiore che anziché essere contrastato va diretto e rettificato verso il bene in ogni istante della nostra vita, un punto di partenza che poi permetterà di rettificare gli altri esseri umani, e i demoni che possiamo incontrare, invitandoli a pregare e a meditare con noi.

Quindi, il nucleo della realtà totale insita nel messaggio evangelico di Gesù il Messia è che attraverso l’amore dobbiamo dirottare e rettificare i comportamenti propri e altrui mediante abitudini che dalla ragione comune ci elevano alla sapienza divina.

AMA IL TUO NEMICO
AMA IL TUO NEMICO

IL FEMMINISMO TOSSICO

di Claudio De Marco

Care donne, (ovviamente NON GENERALIZZO)….aprite gli occhi.

La PROPAGANDA sulla VIOLENZA sulle DONNE creata dal FEMMINISMO tossico, vi sta facendo il LAVAGGIO del CERVELLO.

Puzza di VENDETTA, alimenta solo ODIO e distrugge ogni forma di AMORE.

E voi ci state CASCANDO alla grande.

Vi stanno manipolando e trasformando in BELVE UMANE.

State diventando sempre più ASPRE, SCONTROSE, ANTIPATICHE, SCOSTUMATE, PERICOLOSE, AGGRESSIVE e DISPONENTI, fino al punto di far scattare poi il vostro PATNER a compiere GESTI ESTREMI.

Fermatevi un po’ e DATEVI una CALMATINA, sennò qui, di SCONTRI, DIVORZI, OMICIDI e BAMBINI poi allo sbando, ne vedremo sempre di più.

IL FEMMINISMO TOSSICO
IL FEMMINISMO TOSSICO

LE ESPERIENZE DI PRE-MORTE E LA SEDE DELLA COSCIENZA

di Giuseppe Aiello

Le esperienze di pre-morte (Near Death Experience) sono fenomeni riportati da ‎persone che hanno vissuto una vicinanza alla morte, spesso in ‎seguito a arresto cardiaco, traumi gravi o condizioni cliniche critiche, ‎e hanno successivamente raccontato esperienze straordinarie della ‎coscienza.

‎ Dalle NDE, emergono costantemente alcuni elementi ricorrenti, tra ‎cui:‎

‎- percezione a 360°*

‎- osservazione del proprio corpo dall’alto (“out-of-body”)‎

‎- spostamento senza sforzo e con rapidità

‎- lucidità mentale superiore alla norma

‎- possibilità di percepire parole o dettagli non accessibili ai sensi fisici

‎- sensazione di “essere se stessi anche senza il corpo”‎

‎ Questi elementi non corrispondono al funzionamento del cervello ‎fisico, per cui molti ricercatori (non religiosi) hanno ipotizzato ‎l’esistenza di uno stato di coscienza non locale (tra i più importanti: ‎Raymond Moody, Bruce Greyson, Sam Parnia, Pim van Lommel, ‎Peter Fenwick, Eben Alexander).‎

‎ Il punto comune a tutte le tradizioni: la coscienza non è nel corpo, ‎ma in qualche modo “lo usa”. Molte tradizioni spirituali descrivono ‎un livello dell’essere che:‎

‎- sopravvive alla morte

‎- è il vero soggetto dell’esperienza

‎- non dipende dagli organi fisici

E numerose sono le corrispondenze più forti con ciò che si manifesta ‎nelle NDE. Tutte le tradizioni descrivono uno strato dell’essere che è ‎capace di percezione, movimento e coscienza anche senza il corpo ‎fisico

‎ Analizzando gli elementi comuni (visione a 360°, locomozione ‎istantanea, coscienza lucida), lo strato più coerente è quello che ‎tradizioni diverse chiamano quasi nello stesso modo, ossia corpo ‎mentale, “corpo di coscienza”, “corpo astrale”, che presenta le ‎medesime caratteristiche, ossia:‎

‎- percepisce senza organi fisici

‎- si muove per intenzione

‎- mantiene identità e memoria

‎- può vedere il corpo fisico dall’esterno

‎- sopravvive temporaneamente alla morte biologica

‎ Quindi, la maggior parte degli studiosi di NDE e la maggior parte ‎delle tradizioni convergono su un punto: la coscienza opera attraverso un ‎veicolo non-fisico, probabilmente mentale-sottile.‎

‎ Come intreragisce tale coscienza con la materia grossolana?‎

‎ La coscienza è “non locale” (tipo campo), per usare una ‎terminologia ripresa dalla fisica moderna, non è prodotta dal cervello, ‎che sembra fungere invece da “ricevitore”, un modulatore di un ‎campo di coscienza preesistente (come una radio). Molti ‎neuroscienziati che studiano NDE sostengono questo modello, come ‎Van Lommel, Fenwick, Hameroff e Penrose).‎

‎ In questo modello, il “corpo sottile” interagisce con la materia ‎attraverso la coerenza quantistica, o altri fenomeni di ordine più ‎sottile. Alcune tradizioni esoteriche moderne vedono i corpi sottili ‎come “campi energetici strutturati”, per cui il “corpo fisico” ‎interagisce col campo bioelettrico, il “corpo sottile” aggiunge un ‎ordine informativo (qualcosa di simile al concetto fisico di campo ‎morfico di Rupert Sheldrake), e questa interazione sarebbe ‎‎“bidirezionale”, ossia il corpo fisico fornisce input sensoriali, e il ‎corpo sottile dirige intenzione, percezione, volontà.‎

‎ Secondo le tradizioni spirituali e religiose, il “corpo fisico” è il ‎livello più denso, il “corpo energetico” è il ponte, il “corpo mentale” è ‎la sede della coscienza e lo “spirito” è la radice trascendente. La ‎coscienza si manifesta verso il basso attraverso questi strati, come luce ‎attraverso vetri di densità crescente.‎

‎ Secondo una sintesi comparativa molto solida, la coscienza non ‎risiede nel cervello fisico, ma in un veicolo mentale-sottile che può ‎operare indipendentemente dal corpo. Il cervello fisico è uno ‎‎”strumento”, non l’origine.‎

‎ Nelle NDE le persone vedono a 360° e si muovono senza limiti ‎perché la percezione, in assenza di corpo fisico, non dipende dagli ‎occhi (campo visivo limitato), dal sistema nervoso, dal peso corporeo ‎e dal sistema motorio. Si percepisce attraverso il “campo di ‎coscienza” stesso, e il movimento è per “intenzionalità”, non per ‎muscoli.‎

‎ Questo sembrerebbe coerente con le NDE, con le cosiddette ‎meditazioni profonde, le esperienze mistiche, le tradizioni esoteriche e ‎i testi antichi (Upanishad, Tibet, Islam, Kabbalah, Egitto).‎

‎ Sappiamo che la scienza non ha ancora un modello definitivo, ma ‎le NDE suggeriscono incontrovertibilmente che la coscienza può ‎operare senza il corpo, e quasi tutte le tradizioni spirituali identificano ‎un “corpo sottile mentale” come sede reale della coscienza. È dunque ‎possibile che la materia e il corpo sottile interagiscano attraverso ‎processi sottili (che in termini moderni possiamo definire quantistici, ‎informazionali, energetici).‎

LE ESPERIENZE DI PRE-MORTE E LA SEDE DELLA COSCIENZA
LE ESPERIENZE DI PRE-MORTE E LA SEDE DELLA COSCIENZA

L’INTERPRETAZIONE CORRETTA DELLE SACRE SCRITTURE

di Mike Plato

Vi mostro correttamente come si interpretano le scritture.

Parabola dei vignaioli omicidi, che fanno fuori tutti gli Inviati che Dio manda nella vigna. Poi Dio invia il figlio, lo riconoscono e fanno fuori anche lui. Al che scatta la rappresaglia.

Chi sono i vignaioli omicidi? La teologia e la esegesi corrente vogliono che siano gli ebrei. FALSO. non possono essere loro, perché non riconoscono il Figlio. Nella parobola è scritto

Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero.

Quindi i misteriosi vignaioli hanno ben chiaro che si tratta dell’erede. E chi è l’erede se non Adam, è Gesù che lo libera? Gli Ebrei non riconoscono che Gesù sia l’erede, ma i demoni che Gesù scaccia lo sanno molto bene.

Ergo di cosa parla la parabola? Gesù afferma altrove che Satana è omicida fin da principio. Quindi satana e i vignaioli sono una cosa sola, la gerarchia arcontica. La parabola allude tanto al META omicidio di ADAM in principio, tanto all’omicidio di Gesù ordito dalle Potenze e realizzato dagli scagnozzi terreni.

I vangeli non fanno altro che parlare di questa guerra cosmica tra i vecchi poteri cosmici sopravvissuti ad un Regno distrutto, e il nuovo RE, Adam, che si manifesta potentemente attraverso Gesù e ritrova il suo antico corpo glorioso.

L'INTERPRETAZIONE CORRETTA DELLE SACRE SCRITTURE
L’INTERPRETAZIONE CORRETTA DELLE SACRE SCRITTURE

PLATONE E I POETI

di Giuseppe Aiello

Tempo fa lessi un articolo su alcune riflessioni di Severino concernenti la filosofia di Leopardi, in cui si parla del fatto che secondo Platone “i poeti mentono” e dunque andrebbero scacciati dalla Città.

Non è certo la prima volta che leggo una cosa del genere…d’altronde in tutte le civiltà tradizionali – anzi in tutte le civiltà tout court, anche quella moderna e occidentale – ci sono restrizioni e temi “sensibili” (in questo periodo sappiamo quali…)

A ogni modo, si è capito almeno a chi alludesse Platone?

Oppure si fa come per gli artisti, dicendo che Platone odiava o disprezzava gli artisti?

NO.

Platone non odiava gli artisti in generale, ma giustamente disprezzava quelli naturalisti, oggi diremmo esponenti dell’arte moderna e profana, che si limitavano a riprodurre ciò che di per sè era già una riproduzione contingente e limitata (ombra delle idee, per cui l’arte diventa l’ombra di un’ombra…), oppure a riprodurre e diffondere in quantità industriale le proprie fantasie e immaginazioni individualistiche.

Lo stesso dicasi per i Poeti (oggi aggiungeremo i romanzieri, cantanti e scrittori da strapazzo, i best seller etc).

PLATONE E I POETI
PLATONE E I POETI

I PERICOLI SPIRITUALI DA EVITARE NELLA VITA

a cura di Giuseppe Aiello

Secondo René Guénon, in cui oggi 7 gennaio 2026 ricorre l’anniversario del suo ritorno al Signore, questi sono i sette punti fondamentali da evitare nella propria vita per mantenere un saldo e solido equilibrio spirituale:

  1. L’INDIVIDUALISMO SPIRITUALE
    Per Guénon, l’idea di una “spiritualità fai-da-te” è una deviazione tipicamente moderna.
    Il cammino iniziatico non può nascere dall’individuo isolato, ma richiede:
  • una tradizione vivente,
  • una trasmissione regolare,
  • un’autorità spirituale legittima.
    L’individualismo conduce inevitabilmente all’illusione, perché l’io profano non può essere misura del Principio.

2. LA PSEUDO-INIZIAZIONE
Guénon denuncia con estrema fermezza:

    • società esoteriche spurie,
    • gruppi occultisti,
    • correnti “iniziatiche” prive di catena tradizionale autentica.
      Queste realtà imitano esteriormente l’iniziazione ma ne sono prive nella sostanza, producendo solo, nel migliore dei casi, suggestione mentale o inflazione dell’ego, nel peggiore, pericoli e intrusione dal mondo sottile, che postano a disgregazione e disfunzioni a livello interiore

    3. LA CONFUSIONE TRA “SIMBOLO” E “IMMAGINAZIONE”
    Un altro pericolo sottile è:

      • prendere i simboli in senso psicologico, morale o fantastico,
      • anziché come veicoli di conoscenza metafisica.
        Quando il simbolo viene ridotto a immagine mentale, perde la sua funzione di apertura verso il sovra-individuale e diventa oggetto di fantasia soggettiva.

      4. L’ATTACCAMENTO AI “POTERI” (siddhi, facoltà sottili)
      Guénon insiste sul fatto che:

        • i poteri psichici non sono segni di realizzazione spirituale,
        • il loro perseguimento è una deviazione pericolosa.
          Essi possono:
        • arrestare il cammino,
        • rafforzare l’ego,
        • esporre a influenze sottili disordinate.
          La vera realizzazione non è potere “orizzontale”, ma conoscenza “verticale”.

        5. IL MORALISMO E IL SENTIMENTALISMO RELIGIOSO
        Guénon distingue nettamente tra:

          • religione intesa come via iniziatica,
          • e religione ridotta a emozione, etica sociale, sentimentalismo o consolazione psicologica.
            Quando la dimensione dottrinale e metafisica viene meno, la religione resta inerme contro le derive moderne, e il praticante resta sul piano individuale.

          6. L’ORGOGLIO SPIRITUALE e L’ILLUSIONE DI “ESSERE ARRIVATI”
          Uno dei pericoli più sottili:

            • credersi realizzati,
            • identificarsi con stati transitori,
            • assumere un ruolo di guida senza legittimazione.
              Per Guénon, l’orgoglio spirituale è spesso più pericoloso dell’ignoranza, perché si maschera da conoscenza.

            7. LA SOCIETA’ MODERNA E CONTEMPORANEA COME AMBIENTE OSTILE ALLA REALIZZAZIONE
            Infine, Guénon avverte che il mondo moderno:

              • favorisce la dispersione e la disintegrazione (sia a livello individuale che di comunità)
              • distrugge il senso del sacro,
              • rende estremamente difficile la concentrazione interiore.
                Il cercatore deve quindi essere doppiamente vigile, perché l’ambiente stesso è disintegrante.
              I PERICOLI SPIRITUALI DA EVITARE NELLA VITA
              I PERICOLI SPIRITUALI DA EVITARE NELLA VITA

              RIUNIRE CIO’ CHE E’ SPARSO

              a cura di Vincenzo Di Maio

              «Riunire ciò che è sparso» – Da Simboli di Scienza Sacra (di René Guénon)

              In una nostra opera abbiamo citato,1 a proposito del Ming-tang e della Tien-ti-Huei, una formula massonica secondo la quale il compito dei Maestri consiste nel «diffondere la luce e riunire ciò che è sparso». Di fatto, l’accostamento che facevamo allora riguardava soltanto la prima parte della formula;2 in quanto alla seconda, che può sembrare più enigmatica, siccome essa ha nel simbolismo tradizionale notevolissime connessioni, ci sembra interessante fornire su questo punto alcune indicazioni che non avevano potuto trovar posto in quella occasione.

              Per capire nel modo più completo possibile la cosa, conviene innanzitutto riferirsi alla tradizione vêdica, che è più esplicita di altre a tale riguardo: secondo essa, infatti, “ciò che è sparso” sono le membra del Purusha primordiale che fu diviso nel primo sacrificio compiuto dai Dêva all’inizio dei tempi, e da cui nacquero, grazie a tale divisione, tutti gli esseri manifestati.3

              È evidente che si tratta di una descrizione simbolica del passaggio dall’unità alla molteplicità, senza di cui non potrebbe effettivamente esserci alcuna manifestazione; e ci si può già rendere conto così che la “riunione di ciò che è sparso”, o la ricostituzione del Purusha quale esso era “prima dell’inizio”, se è consentito esprimersi così, cioè nello stato non-manifestato, non è altro che il ritorno all’unità principiale. Purusha è identico a Prajâpati, il “Signore degli esseri prodotti”, essendo questi ultimi tutti derivati da lui e di conseguenza considerati quasi come la sua “progenie”;4 è anche Vishwakarma, cioè il “Grande Architetto dell’Universo”, e, in quanto Vishwakarma, è lui a compiere il sacrificio pur essendone nello stesso tempo la vittima;5 e, se si dice che è sacrificato dai Dêva, ciò non comporta in realtà alcuna differenza, poiché i Dêva non sono in definitiva nient’altro che le “potenze” che egli porta in se stesso.6

              Abbiamo già detto a varie riprese che ogni sacrificio rituale dev’essere considerato un’immagine di questo primo sacrificio cosmogonico; e sempre in ogni sacrificio, come ha fatto notare Coomaraswamy, «la vittima, come mostrano con evidenza i Brâhmana, è una rappresentazione del sacrificante, o, come dicono i testi, è il sacrificante stesso; in accordo con la legge universale secondo cui l’iniziazione (dîkshâ) è una morte e una rinascita, è evidente che l’«iniziato è l’oblazione» (Taittiriya Samhitâ, VI, 1, 4, 5), «la vittima è sostanzialmente il sacrificante stesso» (Aitarêya Brâhmana, II, 11)».7 Questo ci riporta direttamente al simbolismo massonico del grado di Maestro, nel quale l’iniziato si identifica effettivamente con la vittima; si è d’altronde spesso insistito sui rapporti fra la leggenda di Hiram e il mito di Osiride di modo che, quando si tratta di “riunire ciò che è sparso”, si può immediatamente pensare a Iside che riunisce le membra disperse di Osiride; ma in fondo la dispersione delle membra di Osiride è appunto identica a quella delle membra di Purusha o di Prajâpati: sono soltanto, si potrebbe dire, due versioni della descrizione del medesimo processo cosmogonico in due forme tradizionali diverse. È vero che nel caso di Osiride e in quello di Hiram non si tratta più di un sacrificio, almeno esplicitamente, ma di un assassinio; ma questo non cambia nulla essenzialmente, poiché è la medesima cosa considerata sotto due aspetti complementari, come sacrificio sotto l’aspetto “dêvico” e come assassinio sotto l’aspetto “asurico”;8 ci accontentiamo di segnalare questo punto di sfuggita, perché non potremmo insistervi senza addentrarci in argomentazioni troppo circostanziate ed estranee al problema che ora stiamo trattando.

              Sempre allo stesso modo, nella Cabala ebraica, per quanto non si parli più propriamente né di sacrificio né di assassinio, ma piuttosto di una specie di “disintegrazione” le cui conseguenze sono del resto le stesse, è dalla frammentazione del corpo dell’Adam Qadmon che si è formato l’Universo con tutti gli esseri che contiene, di modo che questi ultimi sono quasi particelle di tale corpo, e la loro “reintegrazione” nell’unità appare come la ricostituzione stessa dell’Adam Qadmon. Esso è l’“Uomo Universale”, e Purusha, secondo uno dei significati di questa parola, è pure l’“Uomo” per eccellenza; si tratta quindi esattamente della stessa cosa. Aggiungiamo a questo proposito, prima di procedere, che poiché il grado di Maestro rappresentava, almeno virtualmente, il termine dei “piccoli misteri”, bisogna quindi considerare in questo caso propriamente la reintegrazione al centro dello stato umano; ma è noto che lo stesso simbolismo è sempre applicabile a livelli diversi, in virtù delle corrispondenze che esistono fra di essi,9 di modo che lo si può riferire sia a un mondo determinato, sia a tutto l’insieme della manifestazione universale; e la reintegrazione nello “stato primordiale”, che è d’altronde anche “adamico”, è quasi una figura della reintegrazione totale e finale, per quanto essa sia ancora solo, in realtà, una tappa sulla via che vi conduce.

              Nello studio che abbiamo citato sopra, A.K. Coomaraswamy dice che «l’essenziale, nel sacrificio, è in primo luogo dividere, e in secondo luogo riunire»; esso comporta dunque le due fasi complementari della “disintegrazione” e della “reintegrazione” che costituiscono il processo cosmico nel suo complesso: il Purusha, «essendo uno, diventa molti, ed essendo molti, ridiventa uno». La ricostituzione del Purusha è operata simbolicamente, in particolare, nella costruzione dell’altare vêdico, che comprende nelle sue diverse parti una rappresentazione di tutti i mondi;10 e il sacrificio, per essere compiuto correttamente, richiede una cooperazione di tutte le arti, il che assimila il sacrificante a Vishwakarma stesso.11 d’altra parte, poiché si può considerare che ogni azione rituale, cioè in definitiva ogni azione veramente normale e conforme all’“ordine” (rita), sia dotata di un carattere in certo modo “sacrificale”, secondo il senso etimologico di questa parola (da sacrum facere), quel che è vero per l’altare vêdico lo è anche, in una certa maniera e in una certa misura, per ogni costruzione edificata conformemente alle regole tradizionali, poiché quest’ultima procede sempre in realtà da uno stesso “modello cosmico”, come abbiamo spiegato in altre occasioni.12 Si vede ,come ciò sia in diretto rapporto con un simbolismo “costruttivo” come quello della massoneria; e d’altronde, anche nel senso più immediato, il costruttore riunisce effettivamente dei materiali sparsi per farne un edificio che, se è veramente quel che dev’essere, avrà un’unità “organica”, paragonabile a quella di un essere vivente, se ci si pone dal punto di vista microcosmico, o a quella di un mondo, se ci si pone dal punto di vista macrocosmico.

              Per concludere, ci resta ancora da parlare un poco di un simbolismo d’altro genere, che può sembrare assai diverso nelle sue apparenze esteriori, ma è nondimeno, in fondo, equivalente nel significato: si tratta della ricostituzione di una parola a partire dai suoi elementi letterali presi dapprima isolatamente.13 Per comprenderlo, bisogna ricordarsi che il vero nome di un essere non è altro, dal punto di vista tradizionale, che l’espressione della sua essenza stessa; la ricostituzione del nome equivale quindi, simbolicamente, alla ricostituzione dell’essere stesso. È anche noto il ruolo che svolgono le lettere in un simbolismo come quello della Cabala riguardo alla creazione o alla manifestazione universale; si potrebbe dire che questa è formata dalle lettere separate, che corrispondono alla molteplicità dei suoi elementi, e che, riunendo tali lettere, la si riconduce per ciò stesso al suo Principio, sempre che la riunione venga operata in modo da ricostituire effettivamente il nome del Principio.14 Da questo punto di vista, “riunire ciò che è sparso” è lo stesso che “ritrovare la Parola perduta”, poiché, in realtà, e nel suo senso più profondo, tale “Parola perduta” non è altro che il vero nome del “Grande Architetto dell’Universo”.

              1. La Grande Triade, cap. XVI.

              2. Il motto della Tien-ti-Huei di cui si trattava era infatti questo: «Distruggere l’oscurità (tsing), restaurare la luce (ming)».

              3. Si veda Rig-Vêda, X, 90.

              4. La parola sanscrita prajâ è identica al latino progenies.

              5. Nella concezione cristiana del sacrificio, Cristo è anche la vittima e il sacerdote per eccellenza.

              6. Commentando il passo dell’inno del Rig-Vêda menzionato sopra, in cui è detto che è «mediante il sacrificio che i Dêva offrirono il sacrificio», Sâyana dice che i Dêva sono le forme del soffio (prâna-rûpa) di Prajâpati. Cfr. quel che abbiamo detto a proposito degli angeli in Monothéisme et Angélologie. S’intende che in tutto ciò si tratta sempre di aspetti del Verbo divino cui si identifica in definitiva l’“Uomo universale”.

              7. ÂtmayajnaSelf sacrifice, nello «Harvard Journal of Asiatic Studies», febbraio 1942.

              8. Cfr. anche, nei misteri greci, l’assassinio e lo smembramento di Zagreus da parte dei Titani; è noto che questi sono il corrispettivo degli Asura della tradizione indù. Forse non è inutile notare, d’altra parte, che il linguaggio corrente applica la stessa parola “vittima” nel caso del sacrificio come in quello dell’assassinio.

              9. Alla stessa maniera, nel simbolismo alchimistico, c’è corrispondenza fra il processo dell’“opera al bianco “e quello dell’“opera al rosso”, per quanto il secondo riproduca in certo modo il primo a un livello superiore.

              10. Si veda Janua Coeli [qui sotto, come cap. 58].

              11. Cfr. A.K. Coomaraswamy, Hinduism and Buddhism, p. 26.

              12. I riti di fondazione di un edificio comportano d’altronde in genere un sacrificio o una oblazione nel senso rigoroso di queste parole; anche in Occidente, una certa forma di oblazione si è conservata fino ai nostri giorni nel caso in cui la posa della prima pietra sia compiuta secondo i riti massonici.

              13. Ciò corrisponde naturalmente, nel rituale massonico, al modo di comunicazione delle “parole sacre”.

              14. Finché si rimane nella molteplicità della manifestazione, si può solo “compitare” il nome del Principio discernendo il riflesso dei suoi attributi nelle creature in cui essi si esprimono soltanto in modo frammentario e disperso. Il massone che non è giunto al grado di Maestro è ancora incapace di “riunire ciò che è sparso”, e perciò “sa solo compitare”.

              Da: http://www.tradizioneiniziatica.org/riunire_cio_che_e_%20sparso.htm

              Tratto da: Gianfranco Bertagni BLOG

              RIUNIRE CIO' CHE E' SPARSO
              RIUNIRE CIO’ CHE E’ SPARSO