TRADIZIONE IN SALDO

di Salvatore Fabbri

La recente pubblicazione in Italia del volume di Mark Sedgwick, significativamente intitolato Tradizionalismo. Verso un nuovo ordine sacro, offre all’osservatore qualificato l’occasione per una riflessione che trascende i confini della mera recensione editoriale o della disputa culturale. Questo testo, infatti, non si presenta al lettore avveduto soltanto come un’opera di storiografia intellettuale e di analisi politica; esso costituisce soprattutto un documento involontario, ma straordinariamente lucido e sintomatico, della crisi cognitiva e strutturale che paralizza la cultura accademica moderna ogniqualvolta essa tenti di posare il proprio sguardo analitico sul dominio della Tradizione.

Mark Sedgwick, studioso di innegabile erudizione, metodico nella ricerca delle fonti e rigoroso nella tassonomia dei dati, si accosta al complesso mondo della Tradizione equipaggiato con l’intero arsenale degli strumenti tipici delle scienze sociali positive: la sociologia della conoscenza, la storia delle idee, l’analisi delle reti e la scienza politica. Tale approccio metodologico, sebbene perfettamente legittimo e anzi necessario qualora l’obiettivo si limiti a tracciare una mappa esteriore e fenomenica — descrivendo le filiazioni culturali, le contiguità biografiche, i flussi editoriali e le dinamiche di gruppo che hanno caratterizzato il “milieu” tradizionalista nel XX secolo —, si rivela tuttavia costitutivamente inidoneo, per un vizio d’origine, a penetrare l’essenza dell’oggetto indagato. Ci troviamo, con ogni evidenza, al cospetto del tentativo ingenuo, e inevitabilmente destinato allo scacco, di misurare l’incommensurabile mediante categorie profane e quantitative. L’aporia che attraversa l’intera opera non è dunque accidentale, ma sostanziale: essa risiede nella pretesa di applicare il metodo dell’anatomopatologo — che studia i tessuti inerti — a un organismo vivente la cui vita risiede in un principio che non è riducibile alla somma delle sue parti visibili.

La maledizione di Flatlandia

Il problema di fondo, che inficia l’intera impalcatura ermeneutica di Sedgwick, risiede in un equivoco ontologico prima ancora che storico. René Guénon, maestro indiscusso e restauratore della prospettiva tradizionale in Occidente, ha sempre posto, con una chiarezza cristallina che non ammette compromessi, una distinzione netta e invalicabile tra la Tradizione e il tradizionalismo. La prima è una realtà di ordine superiore e non-umano: è la trasmissione ininterrotta di una Verità principiale che non appartiene alla storia, ma che discende verticalmente da un’Origine sovrumana e metafisica per informare di sé le civiltà normali. Il secondo, invece, appartiene interamente al regno della “quantità” e del divenire: è spesso solo una caricatura, una parodia o una reazione sentimentale; è il tentativo disperato e spesso goffo dell’uomo moderno di “giocare” con i frammenti del passato, usandoli strumentalmente per fini politici, estetici o ideologici, nel vano tentativo di arginare la dissoluzione senza possedere la chiave per una vera rettificazione.

Sedgwick, prigioniero della sua formazione accademica e laica, tende fatalmente ad appiattire tutto sullo stesso livello orizzontale. Per la sua lente sociologica, non esiste — né può esistere — una differenza sostanziale di natura tra la verità metafisica e l’opinione politica, tra la realizzazione spirituale e l’adesione partitica; tutto viene fagocitato nel calderone indistinto della “storia delle idee”, tutto diviene un “discorso” culturale da catalogare, analizzare e decostruire. In questo processo di riduzione livellatrice, il Sacro cessa di essere una realtà verticale che orienta verso l’Assoluto, e viene degradato a un semplice “progetto” sociale, un piano immanente elaborato da intellettuali scontenti per rimettere ordine nel caos della modernità.

Questa incapacità strutturale di percepire la dimensione spirituale produce una distorsione cognitiva profonda, che rende l’analisi di Sedgwick simile a quella di un osservatore parziale. Per illustrare adeguatamente questo concetto, è opportuno ricorrere a un’immagine tratta dal celebre romanzo Flatlandia di Edwin Abbott. Immaginiamo, come fa Abbott, un universo bidimensionale, un mondo piatto abitato da figure geometriche che conoscono ed esperiscono solo la lunghezza e la larghezza. Se una Sfera tridimensionale decidesse di attraversare il loro piano di esistenza, quegli abitanti percepirebbero un fenomeno sconcertante: vedrebbero un cerchio apparire dal nulla, allargarsi progressivamente fino a raggiungere un diametro massimo, per poi restringersi nuovamente e svanire nel nulla. Non potrebbero mai comprendere la vera natura della Sfera, poiché mancano della capacità di concepire e percepire la “terza dimensione”, l’altezza.

Ebbene, lo storico moderno, e Sedgwick ne è l’archetipo, si trova esattamente nella medesima posizione epistemologica degli abitanti di Flatlandia: egli descrive con estrema precisione, pedanteria e dovizia di particolari i movimenti storici, le intersezioni politiche e le manifestazioni esteriori del tradizionalismo (la circonferenza del cerchio che appare sul piano); ma ignora totalmente, e necessariamente, la dimensione verticale, assiale e spirituale che di quel cerchio costituisce il centro, l’origine e il senso ultimo. Questa ignoranza della terza dimensione non è un mero difetto teorico, ma comporta conseguenze pratiche devastanti sul piano dell’analisi: essa genera una cecità predittiva. Non comprendendo le leggi spirituali e cicliche che muovono certi fenomeni in profondità, Sedgwick si limita a registrare gli effetti visibili sulla superficie della storia, scambiando sistematicamente i sintomi per le cause e le conseguenze per i principi. Egli osserva le increspature politiche, ma non comprende il motore immobile che le ha generate o, in molti casi, lo Spirito che le ha abbandonate, precludendosi così la possibilità di intendere veramente la direzione e il destino degli eventi che si illude di descrivere.

Tradizione o simulacro?

Per uscire da questa confusione babelica e ristabilire una gerarchia di valori corretta, è imperativo tornare ai principi immutabili. René Guénon, nella sua opera capitale Il Regno della quantità e i segni dei tempi, ci ha fornito una pietra di paragone solida per orientarci nel labirinto delle contraffazioni moderne: “non è e non può essere veramente tradizionale se non ciò che comporta un elemento di ordine sopraumano”. Da ciò discende che molte delle manifestazioni che oggi, nel mercato delle idee, vengono etichettate come “tradizione” — il conservatorismo politico, la nostalgia reazionaria per l’Ancien Régime, il folklore museale, la difesa identitaria delle radici nazionali — non hanno, a rigore, nulla a che fare con la Tradizione vera e propria intesa in senso metafisico. Sono manifestazioni umane, “troppo umane”, sentimentali o ideologiche; sono simulacri che imitano la forma esteriore della tradizione senza aprire alcuna strada verso la sua essenza.

In questo senso, bisogna riconoscere a Sedgwick un merito involontario: egli descrive con accuratezza clinica la patologia. Quando parla di “tradizionalismo”, egli sta effettivamente descrivendo un fenomeno moderno, ibrido e spesso confuso. Il suo errore non sta nella descrizione del fenomeno osservato, ma nell’etichetta che vi appone e nella confusione delle cause. Egli mette tutto nello stesso calderone: per lui René Guénon, che parla di metafisica pura e di realizzazione iniziatica, e Julius Evola, che parla di impero, razza e magia cerimoniale, sono solo due varianti dello stesso fenomeno, due sfumature dello stesso colore ideologico. Egli crea una continuità artificiale e spuria tra iniziati contemplativi e agitatori politici, riducendo la Saggezza eterna (Sophia Perennis) a una sorta di “filosofia religiosa” alternativa o, peggio, a un manuale operativo per estremisti politici in cerca di legittimazione.

Guénon come Marx?

Questo errore di prospettiva, che potremmo definire “errore di parallasse”, diventa lampante e tocca il suo vertice di incomprensione quando l’autore cerca di spiegare al lettore contemporaneo il complesso rapporto intercorrente tra René Guénon e Julius Evola. Per rendere intelligibile questa relazione, Sedgwick ricorre a un’analogia audace, tratta dalla storia del materialismo storico: egli sostiene che Guénon sta a Evola come Marx sta a Lenin. Il ragionamento, nella sua apparente linearità, sembra filare: Marx era il teorico puro, chiuso nella biblioteca del British Museum; Lenin l’uomo d’azione, lo stratega che ha tradotto la teoria in prassi rivoluzionaria e statuale. Allo stesso modo, secondo questa lettura, Guénon sarebbe il maestro spirituale isolato nella sua torre d’avorio al Cairo, mentre Evola sarebbe colui che ha dato “corpo storico” alle sue idee, accettando di “sporcarsi le mani” con la politica e la storia per realizzare l’ideale.

Tuttavia, anche se questa analogia descrive bene ciò che è accaduto esteriormente e fenomenologicamente, essa nasconde un abisso interiore e un fraintendimento totale della natura della Tradizione. Marx e Lenin appartengono, in ultima analisi, allo stesso piano di realtà: entrambi sono materialisti, entrambi mirano a modificare l’assetto economico e sociale del mondo visibile; la differenza tra loro è solo funzionale, non ontologica. Tra Guénon ed Evola, invece, c’è una differenza di natura, una frattura di livello. La visione di Guénon è essenzialmente brahmanica: è rivolta verso l’alto, verso la contemplazione, la conoscenza metafisica e l’autorità spirituale immutabile che non agisce direttamente, ma ordina. Quella di Evola, per contro, è essenzialmente kshatriya, ma non ispirata dal medesimo rispetto che gli autentici kshatriya nutrono verso l’autorità spirituale. La sua fonte d’ispirazione sono, piuttosto, gli kshatriya ribelli che pretendono di essere fondamento della Tradizione senza essere in possesso delle conoscenze necessarie, finendo inevitabilmente per scivolare verso il basso, verso la volontà di potenza, l’azione magica, l’affermazione dell’Io e la conquista virile.

Dire che Evola ha “realizzato” Guénon è, dal punto di vista tradizionale, una sciocchezza; sarebbe più corretto dire che ne ha operato una parziale inversione o una deviazione. Evola non ha “applicato” la metafisica, l’ha trasformata in “idealismo magico”. Si può affermare che l’opera di Evola, in rapporto a quella di Guénon, agisca come un aroma artificiale: possiede il profumo intenso e penetrante della Tradizione, seduce con l’estetica del sacro e dell’arcaico, ma non ne contiene la sostanza nutriente e vitale. È una simulazione brillante che affascina, ma che rischia di portare fuori strada chi cerca la verità autentica, trasformando la ricerca spirituale (che è estinzione dell’Io illusorio e reintegrazione nel Principio) in una battaglia ideologica e titanica per l’affermazione di un “Io” potenziato. Sedgwick, ignorando la distinzione tra azione e contemplazione, scambia questa deviazione attivistica per un “compimento”, non comprendendo che, nell’ottica della Tradizione, l’adattamento della politica ai princìpi metafisici è un fatto naturale come la caduta dei gravi, e non l’esito dell’azione di agitatori o di rivoluzionari “di successo”.

A difesa dell’Occidente

Se allarghiamo lo sguardo oltre quest’opera specifica e analizziamo la produzione bibliografica complessiva di Sedgwick, possiamo vedere come questa deformazione non sia episodica, ma sistematica, e come risponda a una precisa funzione “politica” nel senso più vasto del termine.

Prendiamo ad esempio il suo testo del 2004, Against the Modern World. Già il sottotitolo, che parla di “storia segreta” (Secret Intellectual History), agisce come un dispositivo di framing. Sedgwick confonde deliberatamente la necessaria riservatezza delle scuole iniziatiche e delle catene di trasmissione — che proteggono la dottrina dalla profanazione — con la segretezza losca e cospirativa tipica delle sette moderne o della pseudo-massoneria deviata e politicizzata. Per lui, un ordine iniziatico non è un luogo sacro dove si custodisce una conoscenza non-umana, ma una specie di “società segreta” dove si tramano complotti e influenze occulte. Egli legge la storia spirituale con le lenti del romanzo di spionaggio o dell’inchiesta giornalistica, invitando il lettore a sospettare di tutto ciò che non è pubblico, invece di cercare di capire i principi che giustificano il silenzio.

Ancora più rivelatore, in questa prospettiva, è il volume curato nel 2019, Key Thinkers of the Radical Right (“I pensatori chiave della destra radicale”). In quest’opera, Sedgwick getta definitivamente la maschera dello storico neutrale e indossa i panni del funzionario d’apparato a difesa dell’Occidente liberale. Il suo scopo dichiarato non è capire la Tradizione nella sua essenza di verità, ma proteggere la “democrazia liberale” da presunte minacce “radicali”. Egli studia gli autori tradizionalisti esattamente come un analista dei servizi di sicurezza o un esperto di intelligence studierebbe un gruppo sovversivo o una cellula terroristica: non gli interessa minimamente se ciò che dicono sia vero o falso sul piano dei princìpi; gli interessa solo calcolare quanto siano pericolosi per l’ordine costituito, quanto “potenziale di radicalizzazione” contengano le loro idee. In quest’ottica securitaria, la Tradizione viene ridotta a una mera variabile di rischio, un problema di ordine pubblico e geopolitico da mappare, contenere e, se possibile, neutralizzare attraverso la sua riduzione a “fenomeno estremista”.

In un altro testo significativo, dedicato al pittore svedese Ivan Aguéli (Anarchist, Artist, Sufi, 2021), vediamo all’opera un altro tipo di riduzione, parallela a quella politica: la riduzione estetica e biografica. Mettendo sullo stesso piano l’essere un “Sufi” (qualifica che implica un cammino spirituale e l’appartenenza a un ordine iniziatico regolare) con l’essere un “artista” d’avanguardia o un “anarchico” politico, Sedgwick compie un livellamento inaccettabile. Egli banalizza il sacro, trasformando l’esoterismo in una semplice “curiosità biografica”, un tratto eccentrico di un personaggio bohémien e affascinante, una specie di hobby intellettuale per artisti in cerca di novità. Manca totalmente la comprensione che la via spirituale è una cosa “seria”, che impegna l’intera esistenza, che richiede la morte dell’uomo vecchio e che è radicalmente differente, per natura e scopo, a qualsiasi attività artistica profana o militanza politica. Anche qui, la “terza dimensione” viene schiacciata sulla superficie piana della biografia culturale.

La metafisica ridotta a manufatto

Infine, è cruciale analizzare l’uso sintomatico del linguaggio nel libro Esoteric Transfers and Constructions (2021). Sedgwick e i suoi co-autori parlano costantemente di “costruzione”, intesa come fabbricazione, della tradizione. Questo termine tradisce una mentalità profondamente moderna, nominalista e sostanzialmente atea: l’idea implicita è che le religioni, le dottrine e le tradizioni non siano altro che prodotti culturali “fatti” dagli uomini, narrazioni inventate in base alle esigenze sociali, psicologiche o politiche del momento storico.

Qui si consuma l’errore epistemologico forse più grave: si confonde l’adattamento con la fabbricazione. È indubbiamente vero che la Tradizione, per restare viva e operante nel divenire, deve adattare il suo linguaggio, le sue forme espressive e i suoi supporti simbolici ai tempi che cambiano e alle mentalità che mutano, esattamente come l’acqua prende la forma del vaso in cui viene versata senza per questo cambiare la sua natura. Ma questo adattamento riguarda esclusivamente la forma esterna, il “vestito”, il veicolo contingente; il “corpo” della verità dottrinale, il Principio, rimane immutato, eterno e non-umano. Sedgwick, osservando con i suoi strumenti storici che il “vestito” cambia nel corso dei secoli, conclude erroneamente che non esista alcun corpo sotto l’abito, e che tutto si riduca a una sfilata di mode sartoriali inventate dall’uomo per coprire il nulla. Egli non riesce a concepire, per i limiti stessi del suo metodo, che l’origine della dottrina sia non-umana (apaurusheya), e che l’intervento umano si limiti alla ricezione e alla trasmissione, mai alla creazione.

Il collezionista di gusci

Tirando le somme di questa disamina, possiamo affermare che il libro Tradizionalismo. Verso un nuovo ordine sacro è un’opera indubbiamente utile, ma solo se si possiedono gli anticorpi intellettuali per leggerla nel modo corretto. Essa rappresenta una mappa dettagliatissima, ma di un territorio morto. Sedgwick ha descritto con grande abilità, pazienza certosina e vastità di documentazione il “guscio” del tradizionalismo: i partiti, le riviste, le mode intellettuali, le polemiche, le nevrosi e le velleità politiche. Ma non è riuscito, e non poteva riuscire stante la natura dei suoi strumenti, a toccare il nucleo vivo, la scintilla che, seppur invisibile ai radar della sociologia, costituisce l’unica forza reale della Tradizione.

Una Tradizione che viene spiegata, sezionata e catalogata solo in termini sociologici, storici, psicologici e politici non è più Tradizione: è stata degradata a ideologia, a merce da esporre sugli scaffali del supermercato globale delle idee, pronta per essere consumata o scartata a seconda delle preferenze del consumatore. In questo senso, il lavoro di Sedgwick costituisce la prova definitiva di un fallimento prevedibile: per l’occhio dell’accademico moderno, educato nel razionalismo cartesiano, nello storicismo immanentista e nella difesa d’ufficio dell’ordine liberale, la vera Tradizione rimane, fortunatamente e necessariamente, invisibile. Egli ha dissezionato il cadavere storico del fenomeno con la fredda precisione del medico legale, catalogando ogni tessuto politico e ogni nervo ideologico. Ma la Vita, quel soffio invisibile che non è riducibile alla somma degli organi e che non lascia tracce sul tavolo settorio, si è già ritirata altrove, inattingibile per chi pretenda di cercare il suo segreto rovistando tra i cadaveri.

Tratto da: Italia Stato Civiltà

TRADIZIONE IN SALDO
TRADIZIONE IN SALDO

RENE’ GUENON E IL SUO LASCITO TRADIZIONALE

di Massimo Chiapparini Sacchini

10 Gennaio 2026

René Guénon: un lascito enorme utile per il lavoro interiore e la riapertura dell’orizzonte metafisico.

Da tempo la crisi del mondo moderno, ovvero la crisi di un mondo ormai del tutto coinvolto dalla cultura occidentale, appare senza veli o finzioni fino ad arrivare a tensioni geopolitiche fino a poco tempo del tutto impensabili. Era ad inizio dei lontani anni ’80 e da laureando in sede di tesi scrivevo:
“Non ci si rende conto con facilità delle differenze profonde che possono separare le prospettive con cui gli uomini valutano la civiltà contemporanea. Abituati come siamo all’uso di un linguaggio culturale comune che comprende termini come scienza, tecnica, religione ed anche filosofia, non sempre problematizziamo radicalmente questi concetti fino ad immaginare, o meglio concepire, universi mentali totalmente diversi dal pensiero moderno, che è un pensiero filosofico-scientifico. L’incapacità a comprendere ciò che non è l’uomo occidentale moderno ha trovato la sua espressione paradigmatica, alla fine del secolo scorso, nella opera di uno studioso di valore, Sir James Frazer, che, con il libro “Il ramo d’oro, studio sulla magia e la religione”, si attirò il severo giudizio di L. Wittgenstein. A giudizio del filosofo austriaco, l’atteggiamento di J. Frazer era da considerarsi come quello di chi è “più selvaggio dei selvaggi”. E’ comunque chiaro che la stragrande maggioranza dei pensatori ritiene che la civiltà contemporanea, con le sue pecche, costituisca il modello a cui conformarsi. Eppure il corso della cultura lascia dietro di sé, ancorate su posizioni che i più ritengono estinte, oppositori decisi che nel rifiuto del “mondo moderno” trovano uno dei punti qualificanti delle loro valutazioni. Ad essi, a volte, si aggiungono, ma anche si confondono, quei filosofi che criticano aspetti della società attuale da prospettive maturate nel suo interno. Come esempio di questi ultimi possiamo ricordare nomi famosi come quelli di M. Horkheimer e T. W. Adorno, autori di “Dialettica dell’illuminismo”, o anche meno famosi come il tedesco 0. Spengler con il suo “Tramonto dell’occidente”, libro in cui trovano espressioni correnti dello storicismo fra le due guerre. Invece, quale esponente del primo atteggiamento delineato, dei critici della civiltà moderna in quanto tale per la sua conseguenzialità e il suo rigore, fra i nomi più importanti senza dubbio c’è quello di René Guénon. Per mostrare quanto sia netto il suo giudizio è opportuno riportarlo direttamente: “La civiltà moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia: fra tutte quelle che conosciamo essa è la sola che si sia sviluppata in un senso puramente materiale, la sola altresi che non si fondi su alcun principio d’ordine superiore. Tale sviluppo materiale, che prosegue ormai da parecchi secoli e va accelerandosi sempre di più, è stato accompagnato da una regressione intellettuale che esso è del tutto incapace di compensare. Da R. Guénon: “La riforma della mentalità moderna”, ora in “Simboli della scienza sacra”, Milano, Adelphi, 1975, p.15.”.
Sono passati molti anni dal mio elaborato e dalla lettura di Guénon, conosciuta in ambienti di grande livello intellettuale, ma ristretti numericamente, che comincia a rivolgersi ad un pubblico più vasto. Recentemente su Repubblica, il 20 ottobre 2025, Antonio Gnoli, nella presentazione del libro di Mark Sedgwick “ Tradizionalismo” scrive “Così Bannon e Dugin hanno rubato la Tradizione. Da Guénon a Eliade, ma con tanto Evola: la storia dell’appropriazione di un’idea per costruire il “Nuovo ordine mondiale”.
Palesemente la parola Tradizione ha a che vedere con le dottrine esposte da Guénon, ma Tradizionalismo è qualcosa che il metafisico francese ha esplicitamente indicato come riduttiva e lo ha fatto nel testo Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, nel capitolo dedicato a Tradizione e tradizionalismo.
Anche per questo, una visione “costruttiva” dell’opera di Guénon deve prendere altre strade ed esplicitare con forza due cose: che è un lascito utile per ulteriori elaborazioni e la riapertura dell’orizzonte metafisico. Si tratta pertanto di una prospettiva interiore e diversa. Cerchiamo di capire in che termini.
Un lascito che utile a un ulteriore lavoro, in primo luogo perché non si tratta semplicemente di un sapere libresco da eruditi, ma un insieme di “trasmissioni” che offrono una preparazione teorica, indispensabile alla concentrazione su stessi (Reghini parla di ekagrata di Guénon) e alla realizzazione metafisica, cosa del tutto sconosciuta nell’Occidente.
Lo stesso Reghini, che fra i primi o il primo, introduce Guénon in Italia scrive: “La metafisica del Guénon non va infatti confusa con le metafisiche dei filosofi contemporanei occidentali, le quali non sono altro che delle speculazioni filosofiche più o meno felici ed inconcludenti; si tratta per il Guénon di metafisica nel senso etimologico della parola, ossia della conquista effettiva di stati di coscienza trascendenti; si tratta di un fatto vitale, spirituale, e non di una teoria filosofica, né, parimenti, di abbandoni mistici e di languori religiosi più o meno equivochi.“.
La decadenza (il tramonto?) del mondo moderno si misura dalla distanze con le dottrine che magistralmente il giovane Guénon esprime sulla rivista La Gnose.
Il Demiurgo pare essere il suo primo articolo, dove compare già un nome fondamentale per Guénon, il grande Maestro indù Shankara. Ma ecco uno dei passi tratti dal Demiurgo:
“Niente può esistere che non abbia un principio; ma qual è questo principio? E non vi è in realtà un principio unico di tutte le cose? Se si considera l’Universo totale, è evidente che esso comprende tutte le cose, perché tutte le parti sono contenute nel Tutto; d’altra parte, il Tutto è propriamente illimitato, perché, se avesse un limite, ciò che è al di là di questo limite non sarebbe compreso nel Tutto, supposizione, questa, assurda. Ciò che non ha limiti può essere chiamato l’Infinito, e, comprendendo esso tutto, questo Infinito è il principio di tutte le cose.”.
D’altronde, l’Infinito è necessariamente unico, perché due infiniti che non fossero identici si escluderebbero a vicenda; ne consegue dunque che non vi è che un Principio unico di tutte le cose, e questo Principio è la Perfezione, poiché l’Infinito può esser tale solamente se esso è perfetto.
Così la Perfezione è il Principio supremo, la Causa prima; essa contiene tutte le cose in potenza, ed essa ha prodotto ogni cosa; ma allora, poiché non v’è che un Principio unico, che ne è di tutte le opposizioni che si colgono abitualmente nell’Universo: l’Essere ed il Non-Essere, lo Spirito e la Materia, il Bene ed il Male? Ci ritroviamo così di fronte alla domanda formulata all’inizio e che ora possiamo porre in un modo più generale: come ha potuto l’Unità produrre la Dualità? “Più avanti Guénon cita il Trattato della Conoscenza dello Spirito di Sankara “ Non v’è altro mezzo di ottenere la liberazione completa e definitiva che la Conoscenza; è il solo strumento che recide i vincoli delle passioni; senza la Conoscenza, la Beatitudine non può essere ottenuta. Poiché l’azione non è opposta all’ignoranza non la può scacciare; ma la Conoscenza dissipa l’ignoranza, come la Luce dissipa le tenebre.”.
In altro articolo sempre della rivista la Gnose Guénon scrive una pagina fondamentale: “All’inizio, prima dell’origine di tutte le cose, era l’Unità”, dicono le teogonie più elevate dell’Occidente, quelle che cercano di cogliere l’Essere al di là della sua manifestazione ternaria, e che non si fermano all’universale apparenza del Binario.
Ma le teogonie dell’Oriente e dell’Estremo Oriente dicono: «Prima dell’inizio, ancor prima dell’Unità primordiale, era lo Zero», poiché esse sanno che oltre l’Essere si trova il Non-Essere, che oltre il manifestato c’è il non-manifestato, che ne è il principio, e che il Non-Essere non è affatto il Nulla, bensì che esso è la Possibilità infinita identica al Tutto Universale, quest’ultima essendo al tempo stesso la Perfezione assoluta e la Verità integrale.
Secondo la Cabala, l’Assoluto, per manifestarsi, si concentrò in un punto infinitamente luminoso, attorno al quale erano le tenebre; questa luce nelle tenebre, questo punto nell’estensione metafisica senza limiti, questo nulla che è tutto entro un tutto che non è nulla, se così possiamo esprimerci, è l’Essere nel seno del Non-Essere, la Perfezione attiva nella Perfezione passiva. Il punto luminoso è l’Unità, affermazione dello Zero metafisico, rappresentato dall’estensione illimitata, immagine dell’infinita Possibilità universale. L’Unità, dal momento in cui si afferma come il centro donde usciranno in guisa di tanti raggi le indefinite manifestazioni dell’essere, è unita allo Zero che la conteneva principialmente allo stato di non-manifestazione; già qui appare in potenza il Denario, che sarà il numero perfetto, lo sviluppo completo dell’Unità primordiale.”.
Come si vede la dimensione più profonda delle dottrine metafisiche è il centro dell’opera di Guénon che ribadirà come fondamentale lo studio delle dottrine orientali come elemento per costituire di nuovo l’elitè in Occidente.
Dopo questi articoli la prima opera di Guénon, opera necessaria per capire tutta la prospettiva che si dipanerà in libri e articoli, è Introduzione generale allo studio delle dottrine indù dove si trova una analisi delle differenze delle civiltà orientali dal percorso che ha condotto al mondo occidentale moderno. Ovviamente uno dei temi è i ruolo dei Greci che nelle loro categorie concettuali pongono le basi di ulteriori elaborazioni. Non ogni momento certo della grecità perché minore è la distanza in età arcaica e in epoca alessandrina dove si manifestano alcuni influssi orientali nel neoplatonismo. E’ interessante rilevare che l’influsso di culture orientali adesso è ammesso in alcune tendenze ma per molto tempo si parlava di miracolo greco addirittura sminuendo lo stesso narrare greco che vedeva Pitagora connesso alla sapienza orientale e certamente tra Dioniso e Osiride rapporti ci sono come poi in varie forme si è confrontato Dioniso e Shiva. Qualche anno addietro Charles Penglase ha scritto Dall’Ekur all’Olimpo – L’influenza della Mesopotamia sui miti della Grecia Arcaica, e soprattutto grande è stato il dibattito intorno ad Atena Nera di Bernal che sostenne il ruolo determinante delle civiltà egizie e fenicie per formare la Grecia. E come non ricordare la famosa frase del Timeo: “E uno molto vecchio de’ sacerdoti, gli disse così: – O Solone, Solone, voi Greci siete sempre fanciulli; un Greco non ci è, vecchio. Ed egli, ciò udendo, disse: Come di’ tu questo? Rispose: Tutti siete giovani dell’anima, imperocchè in essa non avete serbato niuna vecchia opinione di tradizione antica, e niuna dottrina canuta per il tempo“.
A partire dal V capitolo della II parte dell’IGDI si pone la domanda centrale nel confronto tra quella di R. Guénon e le altre interpretazioni delle dottrine orientali: perché a queste dottrine non si può applicare il termine “filosofia”? E che cosa sono queste, se tale categoria non è adeguata? Per riferirsi alle dottrine orientali, Guenon utilizza un termine fra quelli che hanno una parte preponderante nella cultura, di cui, anzi, costituisce una di quelle parole chiave senza la conoscenza delle quali i momenti più elevati della civiltà umana sono interdetti: “metafisica”. Il termine, è superfluo ricordarlo, è uno degli strumenti comuni del linguaggio filosofico occidentale, ed ha una storia così ampia da richiedere competenze vastissime per abbracciarla nel suo complesso. Secondo R. Guénon, “metafisica” si contrappone a “filosofia”. Ma se la metafisica si contrappone alla filosofia quali sono i caratteri essenziali che giustificherebbero l’opposizione? Guénon è ben consapevole che la parola “metafisica” è densa di storia, ma non per questo, non per la miriade di significati che in essa si esprimono, la ritiene inadatta al suo fine di chiarimento delle dottrine orientali.
Ricordo, essendo stato studente a Pisa di Giorgio Colli, che per lui la filosofia è contrapposta alla sapienza arcaica dei primi pensatori greci, e nasce da una frattura di quella, quindi la filosofia è decadenza.
Ritornando alla domanda se la metafisica si contrappone alla filosofia quali sono i caratteri della metafisica Guénon precisa questo: “Diremo ora che la metafisica, così intesa, è essenzialmente la conoscenza dell’universale, o, se si vuole, dei principi di ordine universale, che del resto sono gli unici a cui convenga propriamente il nome di principi; ma non vogliamo dare con ciò una vera e propria definizione della metafisica, cosa che, a rigore, è impossibile proprio a causa di questa stessa universalità che consideriamo il primo dei suoi caratteri, quello da cui tutti gli altri discendono. In realtà non è definibile se non ciò che è limitato, e la metafisica è al contrario, nella sua essenza stessa, assolutamente illimitata, ciò che non permette evidentemente di racchiuderne la nozione in una formula più o meno stretta; in questo caso una definizione sarebbe tanto più inesatta quanto più ci si sforzasse di renderla precisa.”
Parlando del rapporto tra metafisica e filosofia troviamo questo suo riferimento di grande rilievo:
“Diremo di più: il fatto di considerare la metafisica un ramo della filosofia, sia ponendola sullo stesso piano di altre relatività, sia anzi definendola, come faceva Aristotele, «filosofia prima», rivela un disconoscimento della sua vera portata e del suo carattere di universalità: il tutto assoluto non può essere una parte di qualcosa, e l’universale non può essere racchiuso o compreso in checchessia. Già solo questo fatto è dunque un segno evidente del carattere incompleto della metafisica occidentale, la quale in fondo si riduce alla sola dottrina di Aristotele e degli scolastici, giacché, escluse le poche considerazioni frammentarie che si possono trovare sparse qua e là, o cose che non sono conosciute in modo sufficientemente sicuro, non si incontra in Occidente, per lo meno a partire dall’antichità classica, nessun’altra dottrina veramente metafisica, sia pure con le restrizioni imposte dalla mescolanza di elementi contingenti, scientifici, teologici o di altra natura; non parleremo degli alessandrini su cui agirono direttamente influenze orientali.”.
Siamo consapevoli di come sia stato difficile per tanti occidentali anche animati da vero interesse per le dottrine sapienziali “digerire” e “sopportare “ questo macigno ma sinceramente per quel poco che conosco delle dottrine orientali non mi sembra che si possa eludere.
Questo non vuol dire che non si trovino elementi interessanti nei Greci e negli scolastici ma questi stessi elementi si depurano dal peso della nostra incomprensione cercando di confrontarli con le Upanishad, con Gaudapada che commenta la Manduka Upanishad e con Shankara. Per quanto si possa essere legati alla nostra eredità dove incontriamo: tat tvam asi e le altre fondamentali enunciazioni del Vedanta? Ma certo la stessa grandezza di queste Mahāvākya non deve ispirare la presunzione dell’individuo assoluto ma ricordarci sempre la nostra abissale distanza dal centro interiore.
Se ripetiamo a pappagallo il canto shivaita di Shankarâchârya non lo siamo….
Sono Shiva, sono Shiva
Shivo ‘ham Shivo ‘ham.
Io sono al di là della morte, al di là della paura, al di là di ogni distinzione di casta. Non ho padre né madre, non sono mai nato; non ho parenti né amici, non ho Guru né discepoli. La mia essenza è Coscienza è Beatitudine; sono Shiva, sono Shiva!
Un elemento fondamentale e nello stesso tempo più enigmatico perché fuoriesce completamente dalla prospettiva occidentale e moderna viene espresso nel capitoli intitolato “La realizzazione metafisica” che presentiamo con pochi passaggi che noi per primi poco capiamo del resto le dottrine orientali sono soggette alla tradizione orale di un maestro vivente e la preparazione teorica indispensabile è solo il primo difficile passo un Maestro vivente è necessario.
Ecco delle citazioni:
“Indicando i caratteri essenziali della metafisica abbiamo detto che essa è una conoscenza intuitiva, vale a dire immediata, che quindi si oppone alla conoscenza discorsiva e mediata dell’ordine razionale. L’intuizione intellettuale è anzi ancor più immediata dell’intuizione sensibile, perché è al di là della distinzione di soggetto e oggetto che quest’ultima conserva; essa è il veicolo della conoscenza e insieme la conoscenza stessa, e in essa il soggetto e l’oggetto, si unificano e si identificano”. Più avanti ancora: “La metafisica afferma l’identità fondamentale del conoscere e dell’essere, che solo coloro che ignorano i suoi principi più elementari possono mettere in dubbio; e poiché tale identità è per sua essenza inerente alla natura stessa dell’intuizione intellettuale, essa non soltanto l’afferma, ma la realizza. Questo è vero almeno per la metafisica integrale; ma bisogna aggiungere che tutto ciò che di metafisico si è avuto in Occidente, sotto questo riguardo, sembra essere rimasto sempre incompleto. Eppure Aristotele formulò nettamente in linea di principio l’identificazione per mezzo della conoscenza, dichiarando espressamente che «l’anima è tutto ciò che conosce»; ma sembra che né lui né i suoi continuatori abbiano mai attribuito a tale affermazione il suo reale valore, traendone tutte le conseguenze che essa comporta, sicché per loro rimase un che di puramente teorico.
Come studente accostai a queste pagine una riflessione di San Tommaso che vi riporto nella speranza che sia di aiuto:
“Una cosa può risultare perfetta in due modi: o in forza del suo essere, che le appartiene secondo la sua specie (o in forza del conoscere). Ma l’essere specifico di una data cosa è diverso dall’essere specifico delle altre. Per cui in qualsiasi cosa creata, riguardo alla perfezione da essa contenuta, c’è tanta maggior deficienza quanto più alto è il grado di perfezione posseduto dalle altre cose; cosicché la perfezione di qualsiasi cosa presa in se stessa resta sempre limitata, in quanto essa costituisce solo una parte della perfezio ne totale dell’universo, risultante dalla somma delle perfezioni delle cose singole. Per cui, a porre rimedio a questa imperfezione, nelle cose create si trova un altro modo di perfezione, per il quale la perfezione che appartiene ad una data cosa diviene trasferibile anche alle altre. Si tratta della perfezione del conoscente in quanto conoscente. Infatti è così che il conoscente perviene a conoscere qualcosa: la cosa conosciuta in qualche modo viene a trovarsi nel conoscente. Perciò nel “III de Anima” si dice che l’anima è in qualche maniera tutte le cose, perché è atta a conoscerle tutte. Secondo questo modo è quindi possibile che in una cosa vengano a trovarsi tutte le perfezioni dell’universo. È questa la perfezione suprema cui può arrivare l’anima, per quanto possono riuscire a scoprire i filosofi, ossia nel riprodurre in se stessa tutto l’ordine dell’universo e le sue cause.”. Tratto da S. Tommaso d’Aquino, “De Veritate” q.2, a. 2., La traduzione che presentiamo è tratta da B. Mondin, La filosofia dell’essere di S. Tommaso d’Aquino, Roma, Herder, 1964 p. 85.
Riassumendo nel primo libro scritto si indica nell’ Advaita Vedanta uno dei riferimenti essenziali delle dottrine indù.
In altre opere successive vengono confutati dei movimenti e correnti come il Teosofismo e lo Spiritismo che sono la discesa in componenti di psichismo irrazionale controparti inevitabili della chiusura di orizzonte dei moderni. Chiusa la risalita verso l’intellettualità si apre il piano indefinito della dispersione psichica.
Una serie di libri di Guénon riguarderanno la critica del mondo attuale, la possibilità di un incontro tra Oriente ed Occidente e nel Regno della Quantità e i Segni dei Tempi si affronta il tema dei tempi ultimi.
Il testo che riprende il primo libro è: L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta dove anche si trova una spiegazione di una delle Upanishad fondamentali indù la Mandukya Upanisad commentata da Gaudapada e da Sankara che inizia così:
“Harih OM! Questo monosillabo è il Tutto. Questa ne è una spiegazione: ciò che fu, ciò che è, ciò che sarà, tutto è veramente Omkara ; e ciò che non è sottoposto al triplice tempo è pure veramente Omkara.”.
Uno dei capitoli del libro si intitola La liberazione finale e anche questo elemento dottrinale apre una prospettiva teoricamente fondamentale, che si chiarirà con la distinzione tra salvezza e Liberazione che investe la differenza tra exoterismo ed esoterismo. Ecco un passo:
“La «Liberazione» (Moksha o Mukti), vale a dire l’affrancamento definitivo dell’essere, il fine supremo al quale tende, di cui abbiamo ultimamente parlato, differisce assolutamente da tutti gli stati che tale essere ha potuto attraversare per pervenirvi; infatti, essa è l’ottenimento dello stato supremo e incondizionato, mentre tutti gli altri stati, anche se elevatissimi, sono sempre condizionati, ossia sottomessi a certe limitazioni che li definiscono, che li fanno essere ciò che sono, e che propriamente li costituiscono come stati determinati.”.
Non possiamo dare conto, in queste pagine, di un’opera così complessa e vasta come il Simbolismo della Croce per i suoi contenuti matematicamente ardue riferiti a un simbolo conosciuto da tutti.
Con due opere vogliamo avviarci a concludere.
La prima è Gli stati molteplici dell’essere, dove si presenta la distinzione fondamentale tra Infinito metafisico e indefinito che viene ripresa anche all’inizio di Principi del calcolo infinitesimale. Si tratta di una enunciazione teorica che in Occidente da tempo si è persa e che separa la metafisica dalle dottrine che scambiano tutto questo con l’indefinito.
C’è una controparte estremamente pericolosa in tutto questo, nel momento che la solidificazione lascia il posto ad un diffuso psichismo.
Il terreno psichico e sottile si presta ad una espansione illimitata in cui l’uomo, che ricerca la potenza e l’espansione, viene intrappolato in una rete tanto meno superabile quanto più sottile e indefinita, la apparente cancellazione dei limiti diventa prigione delle illusioni.
Ultimo libro di cui parliamo è il testo La Grande Triade, che del resto è uno degli ultimi suoi se non l’ultimo è un libro per certi versi duplice perché, mentre parla dell’esoterismo in Cina, fornisce una messe di riferimenti e chiarificazioni sulla Massoneria. E qui si apre un capitolo strano. Non si può assolutamente dimenticare che Guénon ha ribadito il valore e l’importanza dell’iniziazione massonica fornendo nei suoi libri tanti elementi per meditare su un patrimonio simbolico inestimabile.
Inoltre il carteggio con Evola parla chiaro: “Peraltro, ciò che vorrei farvi notare è quanto segue: la data del 1717 non contrassegna l’origine della Massoneria, ma l’inizio della sua degenerescenza, cosa che è molto diversa; per di più, perché si possa parlare di una utilizzazione di “residui psichici” in quest’epoca, occorrerebbe suppone che la Massoneria operativa avesse allora cessato di esistere, cosa non vera, dal momento che essa sussiste persino ancor oggi in diversi paesi, e che in Inghilterra, fra il 1717 e il 1813, è intervenuta efficacemente per completare certe cose e per raddrizzarne altre, perlomeno nella misura in cui ciò era ancora possibile in una Massoneria ridotta ad essere unicamente speculativa; in realtà lo scisma del 1717 non ha riguardato che quattro Logge, mentre esisteva ancora un numero di Logge molto superiore che non vi hanno preso parte. D’altra pane, laddove esista una filiazione regolare e continua, la degenerescenza non interrompe la trasmissione iniziatica; essa ne riduce solo l’efficacia, almeno in linea generale, perché malgrado tutto ci possono sempre essere delle eccezioni. Quanto alla azione antitradizionale di cui parlate, occorrerebbe in merito fare dei precisi distinguo, per esempio fra la Massoneria anglosassone e quella latina; ma, in ogni caso, ciò prova soltanto l’incomprensione della maggior parte dei membri dell’una o dell’altra organizzazione massonica, pura questione di fatto e non di principio. In fondo, quel che si potrebbe dire, è che la Massoneria è stata vittima di infiltrazioni dello spirito moderno, come nell’ordine exoterico la stessa Chiesa cattolica lo è allo stato attuale e in misura sempre maggiore…”.
Nonostante questo, seguendo spesso Evola ci sono dei lettori di Guénon che non si pongono nemmeno il problema della Massoneria, i quali sono speculari a quei Massoni, compresi i vertici apparenti, che non si confrontano con un patrimonio inestimabile che offre la Massoneria, come viene indicato in quasi tutti gli scritti di Guénon.
Siamo partiti da Introduzione generale allo studio delle dottrine indù ma mi sembra evidente che le varie categorie usate in quelle pagine siano esemplari per capire la differenza fra filosofia, teologia e metafisica.
Una filosofia della Massoneria esiste solo nei sogni di un visionario, che non sospetta nemmeno la metafisica e non è neppure informato che esiste una settima lettera.
Che dire: ”il signore il cui oracolo è a Delfi non dice e non nasconde ma indica” e come non vedere nei rituali massonici la presenza come simboli di Apollo e Dioniso.
La leggenda di Hiram sulla base di spunti tratti da Guénon è stata letta nel suo collegamento con Osiride e del resto l’articolo dello stesso Guenon Riunire ciò che è sparso è esplicito, scrive:
”Questo ci riporta direttamente al simbolismo massonico del grado di Maestro, nel quale l’iniziato si identifica effettivamente con la vittima; si è d’altronde spesso insistito sui rapporti fra la leggenda di Hiram e il mito di Osiride di modo che, quando si tratta di “riunire ciò che è sparso”, si può immediatamente pensare a Iside che riunisce le membra disperse di Osiride; ma in fondo la dispersione delle membra di Osiride è appunto identica a quella delle membra di Purusha o di Prajâpati: sono soltanto, si potrebbe dire, due versioni della descrizione del medesimo processo cosmogonico in due forme tradizionali diverse. È vero che nel caso di Osiride e in quello di Hiram non si tratta più di un sacrificio, almeno esplicitamente, ma di un assassinio; ma questo non cambia nulla essenzialmente, poiché è la medesima cosa considerata sotto due aspetti complementari, come sacrificio sotto l’aspetto “dêvico” e come assassinio sotto l’aspetto “asurico”; ci accontentiamo di accennare, perché non potremmo insistervi senza addentrarci in argomentazioni troppo circostanziate ed estranee al problema che ora stiamo trattando.”.
René Guénon ha anche indicato il superiore valore della Massoneria operativa antecedente alla deviazione di Anderson dove si sarebbe generato un appiattimento dei gradi che in origine erano sette. Tutti temi che meritano una grande attenzione e che non ci permettiamo di sviluppare ora.
Un altro tema che solo accenniamo è il rapporto di Guénon con l’Islam e il Sufismo. E’ palesemente una distorsione parlare di una sua conversione.
La prospettiva è invece di chi dal Centro metafisico può fare sue le parole del grande Maestro indicato da Guénon come vertice del Sufismo ovvero di Ibn Arabi.
Il mio cuore e’ ormai capace di qualunque forma
chiostro per il monaco, tempio per gli idoli.
pascolo per le gazzelle, Ka’ba dei fedeli,
tavole della Thora, Corano.
L’amore e’ il credo che sostengo e ovunque giri
la sua cavalcatura l’Amore e’ sempre la mia religione
e la mia fede.
Ibn Al -Arabi
Nei tempi ultimi mentre si avvicina inesorabile il Giorno del Giudizio, con un ampiezza ed una esaltazione che non hanno uguali, Renè Guénon ha riaperto l’orizzonte metafisico di Shankara, di Ibn Arabi, del Taoismo della Kabala, come pure ha ricordato a noi italiani che:
“possiamo nondimeno considerare che, senza dubbio alcuno, da Pitagora a Virgilio e da Virgilio a Dante la «catena della tradizione» non fu mai interrotta in terra d’Italia.”.
Nel testo sull’Esoterismo di Dante si fa strada una lettura in profondità del poeta fiorentino unica che trova similitudini in un Rossetti, in un Perez, in un Pascoli e in un Valli, ma che solo in Guénon trova la comprensione iniziatica doverosa.
Con l’occasione appare opportuno rammentare qualche utile approfondimento, oltre alla Rivista studi tradizionali di Torino, ad Harmonia Mundi di Torino, alle edizioni Logos, alle edizioni Luni e e alla editrice Casadei libri. Come pure due testi: uno di Dario Roman, Uno sguardo dall’alto La perdita della «qualità» nell’Occidente moderno secondo René Guénon, l’altro del giovane Ivan Siani: L’ESSERE E IL NON-ESSERE NELLE OPERE DI RENÉ GUÉNON.

Altri importanti libri utili possono essere considerati:
“L’iniziazione massonica: Dalle origini alle possibilità attuali” di Vittorio Parodi;
René Guénon e la Libera Muratoria di Sergio Castellino;
La Libera muratoria una visione tradizionale di Natale Di Luca;
Simboli della massoneria tradizionale di Mariano Bizzarri.

Tratto da: Nuovo Giornale Nazionale

RENE' GUENON E IL SUO LASCITO TRADIZIONALE
RENE’ GUENON E IL SUO LASCITO TRADIZIONALE

I RIMASTI

a cura di Sandro Consolato

“20 Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21 Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?». 22 Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi». 23 Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?».” (Giovanni 21,20-23)

“che prima Enoch, il patriarca, v’era; eravi insieme il gran profeta Elia, che non han vista ancor l’ultima sera… »

(Ariosto, Orlando Furioso, XXXIV, 59)

“Per quanto ne so io, ci sono quattro o cinque grandi santi che non sono mai morti. Non possiamo vederli, ma, in casi speciali, persone che hanno una connessione karmica con loro possono incontrarli, anche oggi. Vimalamitra è ancora vivo in Cina, Mitrasugi vive in India e i tre fratelli del Vajra, della tradizione Gelug, risiedono ancora in Tibet.” (S.S. il XIV Dalai Lama)

Imago: Vimalamitra.

I RIMASTI
I RIMASTI

La matrioska europea dell’irrilevanza

di Pepe Escobar

26 Novembre 2025

La combo UE/NATO non può che svolgere il ruolo di patetici chihuahua che uggiolano. È il prezzo che si paga per una matrioska di suprema stupidità.

Nessuno ha mai perso soldi scommettendo sugli istinti politicamente suicidi della post-orwelliana UE – quell’acronimo per un’Europa virtuale.

Chiamiamoli psicopatici bipolari minori o un branco di chihuahua uggiolanti: nessuna voce gioviteriana o mercuriale della ragione è stata in grado di trasmettere alla “leadership” di Bruxelles e ai loro vassalli nella maggior parte delle capitali europee – sì, ci sono sane eccezioni – che i perdenti nelle guerre non dettano i termini.

Eppure quei luminari del Consiglio di Guerra – con un ruolo speciale da protagonista per la tossica Medusa Pfizer e il suo portaborse estone, incapace persino di gestire una bancarella di aringhe nei Baltici – insistono che, in sostanza, la banda mega-corrotta di Kiev debba prevalere, fino all’ultimo morto ucraino, e oltre a questo dettare i termini finali della loro non resa.

La realtà si permette di dissentire. Il piano A non è mai stato quello di parlare, tanto meno di negoziare con la Russia. E ancora non c’è un piano B.

Così, dopo il Teatro dell’Assurdo a 28 punti  – che non è nemmeno il piano di Trump, ma un pasticcio ideato dalla coppia Witkoff-Dmitriev più “intuizioni” del neocon Rubio e del tossico agente sionista Jared Kushner – il crosstalk degli uggiolanti è degenerato, portando a un “contro-piano” d’emergenza che è, cos’altro, un Manifesto dei Perdenti Sfigati.

Perfino Rubio si concesse un momento di luce: “Ma quale piano?” Tanto vale chiamarlo Il Bacio europeo della Morte.

La Russia, nel frattempo, si comporta come Lao Tzu circondata da cani randagi rabbiosi. Le condizioni per una negoziazione sono state definite nei dettagli da Putin dal giugno 2024. Questi sono non negoziabili e permetterebbero l’inizio della negoziazione: Kiev si ritira dalle quattro regioni e si impegna formalmente a non entrare mai nella NATO.

Uno dei punti di “contro-piano” dell’UE è un cessate il fuoco di 30 giorni, con tutte le dispute territoriali che saranno discusse successivamente. Quindi tutto è congelato sulla linea attuale del fronte, e nessun ritiro dell’Ucraina dalle parti del Donbass che occupa ancora.

Niente di tutto ciò – e molto di più – è minimamente accettabile per il vero vincitore della guerra, la Russia. Non sarebbe accettabile nemmeno se le truppe NATO entrassero a Mosca domani.

Quindi il “contro-piano”, elaborato insieme alla inimmaginabilmente corrotta combo di Kiev, è essenzialmente un’operazione di sabotaggio per guadagnare un po’ di tempo extra e acquistare circa 6 trilioni di dollari in armi – americane – per la loro ampiamente dichiarata Guerra Eterna. Va bene per Mosca – dato che l’OMS continuerà ad andare avanti, modalità tuono rotolante.

Perdenti sfigati che bombardano un piano di pace

Il piano di contro-bilancio in 24 punti dell’UE contiene dettagli come l’Ucraina che riceve garanzie di sicurezza legalmente vincolanti dall’Impero del Caos e dai suoi vassalli: una truffa de facto secondo l’Articolo 5 della NATO con una terminologia diversa.

Inoltre, nessuna restrizione sulle forze armate ucraine e sull’industria della difesa; il controllo della centrale nucleare di Zaporozhye (con l’Impero del Caos nel mix) e della diga di Kakhovka; accesso senza ostacoli al fiume Dnepr e controllo della Kinburn Spit.

E la ciliegina sulla torta: l’Ucraina “risarcita finanziariamente” – anche attraverso i beni sovrani russi finora rubati, che rimarranno rubati finché Mosca non pagherà il risarcimento.

Per quanto riguarda le sanzioni, esse “potrebbero” – questa è la parola chiave – essere “parzialmente” – un’altra parola operativa – allentate solo dopo una “pace sostenibile”, con risposta automatica se l’accordo viene violato. Traduzione: l’Occidente può sanzionare nuovamente la Russia quando lo ritiene opportuno. Nessuna menzione sulle provocazioni dell’UE/NATO che hanno usato l’Ucraina – la vera montatura che ha portato all’OMS.

Quindi ciò che propone il “contro-piano” – ovviamente oscurato da una banda di eurocrati che non sanno nemmeno sparare correttamente con una pistola – è una replica esatta del progetto che ha portato all’apertura del campo di battaglia nel febbraio 2022.

La Russia lo sta ancora una volta giocando con una pazienza sconfinata. Il piano di Trump, che in realtà non è quello di Trump, è considerato diplomaticamente una “buona base” per ulteriori negoziati seri – con la folla uggiolante senza accesso al tavolo. Ecco tutto – nel migliore dei casi.

Dopotutto la Russia gode di una serie di vantaggi asimmetrici sovrapposti sul campo di battaglia: adattamento sistemico e tattico; enorme vantaggio nelle operazioni con droni (droni FPV con fibra ottica); Uso di bombe plananti a lungo raggio.

Il “contro-piano” chihuahua prevede essenzialmente una guerra congelata; un’Ucraina rimilitarizzata; una NATO rimilitarizzata; e infine una Guerra Eterna contro la Russia. Ha già bombardato, metaforicamente, il piano originale di Trump che non è esattamente quello di Trump.

Il “contro-piano” dovrebbe essere visto anche come una tattica diversiva ora che il pozzo oscuro della corruzione a Kiev inizia a essere indagato dall’indagine NABU – anche se il rappresentante russo all’ONU Nebenzya avvertiva da sempre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU che “state trattando con una banda corrotta che trae profitto dalla guerra”.

Nebenzya ha inoltre osservato correttamente che nessun paese occidentale ha detto una parola sullo scandalo di corruzione a Kiev. Certo: perché un’indagine adeguata seguirà inevitabilmente la catena di comando della corruzione fino ai circoli decisionali di Washington e Bruxelles.

Il vuoto metafisico delle “élite” dell’UE

Emmanuel Todd, nel suo rivoluzionario libro The Defeat of the West, pubblicato in Francia all’inizio dello scorso anno (la prima recensione in inglese è qui), è stato il primo analista europeo a approfondire il malessere dell’UE, fianco a fianco con la sua analisi completa della guerra per procura in Ucraina.

Recentemente, in una lezione eccezionale a Hiroshima, Todd ha fatto una sorprendente correlazione tra russofobia e protestantesimo. Alcuni passaggi meritano di essere citati a lungo:

“Quello che abbiamo visto emergere recentemente in Europa è una russofobia specificamente europea, un guerrafondaio specificamente europeo, centrato sull’Europa settentrionale, sull’Europa protestante. L’Europa protestante è il Regno Unito, la maggior parte della Germania, è la Scandinavia, sono due dei tre paesi baltici.”

Allo stesso tempo, Todd ha osservato che “Spagna, Italia, paesi cattolici in generale, non sono né russofobi né bellicosi.”

L’argomento chiave di Todd è che il protestantesimo “è più pericoloso nel suo stato zero rispetto al cattolicesimo”: “Il protestantesimo è più capace di lasciare una società nichilista. Il protestantesimo, e lo stesso si poteva dire dell’ebraismo, era una religione molto esigente. C’era Dio, c’erano i fedeli e il mondo era secondario. La bellezza del mondo in particolare fu rifiutata con, tra le altre cose, un rifiuto delle immagini, un rifiuto delle arti visive. Quando tali religioni, ossessionate dalla trascendenza, scompaiono, non rimane nulla. Il mondo in sé non è interessante, vuoto. Questo vuoto intenso apre una particolare possibilità di nichilismo. Il cattolicesimo è una religione meno esigente, più umana, che può accettare l’idea che il mondo sia, di per sé, bello. Le immagini non sono state rifiutate nel mondo cattolico, e il mondo cattolico è pieno di meraviglie artistiche. In un paese cattolico, se perdi Dio, ti rimane la sensazione di questa bellezza del mondo. Se sei francese, hai ancora la sensazione di vivere — un’illusione senza dubbio — nel paese più bello del mondo.”

Beh, la cosa è un po’ più sfumata. E le – feroci – Crociate e l’Inquisizione spagnola? La Germania fu infatti costretta da una massiccia campagna delle relazioni popolari a diventare russofoba, a differenza dei chihuahua baltici. La maggior parte dell’Europa protestante è infatti atea – e il passo successivo rispetto all’ateismo è il nichilismo. La Romania è per lo più cristiana ortodossa – dove l’odio verso la Russia è come uno sport nazionale. E il protestantesimo era essenzialmente un cristianesimo turboalimentato fino all’Età del Capitale. Quindi il conflitto principale è in realtà il turbo-neoliberismo occidentale contro la Russia ortodossa cristiana.

Torniamo alle basi. Chiunque abbia un QI superiore alla temperatura ambiente sa che il regime NATO a Kiev si basa sul furto e sul saccheggio diretto. Le luci ora sono spente. Il riscaldamento è per lo più spento. L’esercito sta collassando costantemente lungo tutta la linea del fronte di 1.200+ km.

Eppure le élite dell’UE – l’organizzazione di Bruxelles segue semplicemente i loro ordini – non hanno mai avuto alcun controllo nell’inevitabile (nei loro sogni) crollo e saccheggio della Russia. Ecco perché non c’è mai stato un Piano B.

Se l’UE crollasse ora, se ammettessero di essere i perdenti irrimediabili in questa avventura assurda, il collasso economico sarebbe epico. La combo UE/NATO non può fare altro che svolgere il ruolo di patetici chihuahua uggiolanti. È il prezzo che si paga per una matrioska di suprema stupidità: provocare e minacciare una superpotenza con l’arsenale nucleare e ipersonico più avanzato del pianeta. La loro attuale “vittoria” è bombardare il già friabile piano di “pace” di Trump.

Così tanti orrori, così poco tempo. Su una nota più propizia, diamo a Todd l’ultima parola:

“Se sei italiano, in realtà vivi nel paese del mondo dove ci sono le cose più belle, dato che l’Italia stessa è diventata un oggetto d’arte. In tali contesti, la paura del vuoto metafisico è meno intensa, e quindi il rischio di nichilismo è minore. Secondo me, il paese europeo meno minacciato dal nichilismo è l’Italia, perché in Italia tutto è bello.”

Quindi lascia il tuo vuoto metafisico, abbandona quei chihuahua della guerra e abbraccia la bellezza dell’Italia come opera d’arte vivente. È esattamente quello che farò prossimamente.

Tratto da: L’Antidiplomatico

La matrioska europea dell'irrilevanza
La matrioska europea dell’irrilevanza

Il cosiddetto piano di pace di Gaza: fase due del genocidio?

di Davide Malacaria

26 Novembre 2025

Secondo uno studio del Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR) sintetizzato da Antiwar, a Gaza sono state uccise oltre 100mila persone. Una constatazione alquanto ovvia, dal momento che le 78.318 vittime registrate finora sono quelle accertate in un territorio in cui domina un caos che rende oltremodo difficile le verifiche. Ma ora è ufficiale.

A tale analisi vanno aggiunte due considerazioni. La prima è che alle vittime dirette vanno aggiunte quelle indirette. Lo spiega Ana C. Gómez-Ugarte, che ha partecipato allo studio: “Gli effetti indiretti della guerra, che sono spesso più gravi e duraturi, non sono quantificati nelle nostre considerazioni”. Stime conservative, cioè minimaliste, sui conflitti indicano che nelle guerre a ogni vittima diretta se ne devono aggiungere 4 indirette.

Peraltro, parliamo di conflitti in cui esisteva un qualche servizio sanitario, non venivano imposte restrizioni draconiane agli aiuti né la Forza era usata in maniera tanto massiva e ingegnerizzata, cose che hanno reso l’aggressione di Gaza un unicum. A causa di questa mortalità, conclude lo studio, l’aspettativa di vita dei palestinesi di Gaza si è quasi dimezzata.

Non solo, il MPIDR ha accertato che ““la distribuzione per età e genere delle morti violente a Gaza […] è molto simile ai modelli demografici osservati in diversi genocidi documentati dal Gruppo interagenzia delle Nazioni Unite per la stima della mortalità infantile (UN IGME)”.

Questa la tragica situazione della Striscia, mentre incombe un futuro ancora cupo. Infatti, Hamas ha restituito quasi tutti i corpi degli ostaggi deceduti – ne mancano due – e ciò dovrebbe aprire alla fase due dei negoziati, che dovrebbe vedere Israele ritirarsi dai territori di Gaza occupati, ma non sembra che ciò sia all’orizzonte.

Lo dimostra il fatto che la Commissione israeliana che dovrebbe supervisionare la seconda fase comprende il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e quello per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, i più accaniti sostenitori dell’annessione. Come mettere due volpi a guardia di un pollaio. Peraltro, Tel Aviv da sempre ha usato l’occupazione provvisoria per acquisire in via definitiva nuovi territori palestinesi.

Su quanto sta accadendo, un articolo di Ramzy Baroud su Arab news. Secondo il cronista, Israele ha fallito nel suo tentativo di espellere i palestinesi e occupare la Striscia, da cui il cosiddetto piano di pace made in Usa, che servirebbe a evitare che l’insuccesso militare israeliano possa avviare processo involutivo in Israele che potrebbe concludersi con la sua “implosione”. Tanto che il tema della dissoluzione di Israele, in precedenza marginale, è ora parte cruciale del dibattito culturale dell’ebraismo.

In parole povere, annota Baroud, il cosiddetto piano di pace serve “a salvare Israele da se stesso”, per dargli cioè “la possibilità di manovrare. Invece di occupare tutta Gaza e cacciare i palestinesi, Israele ora userà l’ingegneria sociale e politica per raggiungere lo stesso obiettivo”.

Infatti, il cessate il fuoco “ha di fatto imposto un nuovo meccanismo che consente a Israele di condurre una guerra unilaterale – con ulteriore espansione territoriale, distruzione, assassinii e occasionali massacri – con i palestinesi che non vedono altro che il mero rallentamento della macchina di morte israeliana”. Peraltro, anche violazione del “principio più basilare dell’immaginario cessate il fuoco: consentire l’ingresso di aiuti vitali a Gaza”.

La risoluzione Onu su Gaza, inoltre, impone ai palestinesi una nuova realtà, ma non prevede nessun vincolo per Israele e “istituisce un’amministrazione transitoria che esclude completamente i palestinesi” e ha come ramo esecutivo “la Forza internazionale di stabilizzazione, il cui unico compito è ‘stabilizzare il contesto di sicurezza a Gaza’ per conto di Israele, in particolare disarmando i gruppi palestinesi”.

“La Forza, secondo la risoluzione, deve operare ‘in stretta cooperazione” con Israele, il che significa che avrà il compito di conseguire gli obiettivi militari di Tel Aviv, consentendo così a Israele di determinare i tempi e la natura del suo presunto ritiro graduale” (non c’è da stupirsi che i Paesi arabo-islamici che si sono detti disponibili a inviare truppe ora nicchiano).

“Dal momento che i palestinesi si rifiutano di disarmarsi – perché un disarmo incondizionato senza garanzie internazionali significative porterebbe sicuramente alla ripresa in grande stile del genocidio – Israele si rifiuterà di lasciare Gaza”.

Da qui la divisione di Gaza in due zone, che rappresenta “un tentativo guidato dagli Stati Uniti di cambiare la natura della sfida di Tel Aviv, pur mirando in ultima analisi a raggiungere gli stessi obiettivi. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite serve pienamente gli interessi di Israele, da qui l’entusiasmo di Netanyahu, eppure Tel Aviv si rifiuta ancora di rispettarla, rendendo chiaro che non ci sarà alcuna fase due del piano originale di Trump”.

“L’intero schema politico, tuttavia, è destinato a fallire. Sebbene le sofferenze palestinesi peggioreranno sicuramente nei prossimi mesi, la strategia USA-Israele è fondamentalmente sbagliata: si basa su inganni e coercizione e si fonda sul falso presupposto che i palestinesi, temendo il genocidio, accetteranno qualsiasi piano sia loro imposto”. La storia, annota invece Baroud, parla di resilienza palestinese.

“La guerra israeliana a Gaza – conclude lo scritto – non si è fermata. Ha semplicemente cambiato forma” e il piano di pace rappresenta “una manovra diplomatica progettata per facilitare il piano israeliano per il controllo della Striscia di Gaza e la pulizia etnica della sua popolazione”.

Resta da capire perché l’Occidente e la comunità ebraica internazionale abbiano imposto a Netanyahu un freno che né lui né i suoi colleghi messianici volevano. Il fatto è che il genocidio trasmesso in diretta streaming era insostenibile a livello di immagine.

Non solo, stava logorando la stessa Israele. Yedioth ahronoth, citiamo a mo’ di esempio, riporta l’allarme delle autorità preposte alla salute mentale della popolazione: due milioni di cittadini necessitano di cure psicologiche-psichiatriche, un quinto della popolazione… Tanto che si segnala un vero e proprio “tsunami mentale”. Il genocidio ha un costo, anche per i carnefici.

Tratto da: Piccole Note

Il cosiddetto piano di pace di Gaza: fase due del genocidio?
Il cosiddetto piano di pace di Gaza: fase due del genocidio?

SI FA PRESTO A DIRE PACE

a cura di Elio Lannutti

Fabio Mini, ex Generale della NATO: “L’Ucraina ha perso la guerra e chiunque non vuole un tavolo negoziale o lo ritarda è un folle che non si rende conto che ogni secondo che passa tante vite umane ucraine e russe vengono perse. Giovani con famiglie, padri, madri, fratelli e sorelle e magari anche figli. E muoiono anche i civili che la guerra la subiscono perché sono i “geni” politici a determinare le scelte mentre loro la subiscono”.

SI FA PRESTO A DIRE PACE – FABIO MINI – Fatto Quotidiano 27.11.2025

I piani sono cose serie, sono l’articolazione delle strategie e della politica. Il presunto piano per l’Ucraina di 28 punti di Trump e quello di 18 degli europei non sono piani. Sebbene siano attribuiti alla mente maligna di Putin, a quella rapace di Trump e ai geni europei sono solo i prodotti maldestri, ingenui e raffazzonati che qualche burocrate statunitense o europeo ha tratto da una cosa seria: l’elenco delle quattro o cinque priorità e condizioni che Trump e Putin concordarono in Alaska, a voce ma opportunamente registrate, stenografate e verbalizzato. Una lista di ciò che Putin aveva sempre e pubblicamente dichiarato e che Trump sembrava aver capito. I punti che lo stesso Putin aveva illustrato ai leader dei Paesi amici della Russia che nel frattempo, durante la guerra, sono aumentati. La Russia non ha mai fatto mistero dei propri interessi e principi fondamentali riguardanti l’Ucraina: neutralità, denazificazione demilitarizzazione e cessione dei suoi territori acquisiti con le operazioni militari e con i referendum popolari. Tutto il resto apparso nei 28+18 punti era fuffa, che però eccitava in particolare gli europei votati a sostenere il martirio ucraino come altrettanti politici americani ed europei. L’ex generale Kellogg e il repubblicano Lindsay Graham sobillano ancora gli ucraini e gli europei blaterando di vittoria ucraina e questi ultimi fingono di crederci arrivando al paradossale impegno a proseguire l’aiuto all’Ucraina anche sapendo che ha già perduto la guerra e che lo stesso aiuto non sarà sufficiente a ribaltare le sorti. In pratica questi “maschi” europei che incitano alla guerra si comportano nei riguardi dell’Ucraina come il mitico Achille che continuò a stuprare l’amazzone Pentesilea anche dopo morta. D’altra parte le vergini (si fa per dire) amazzoni europee, inclusa l’Ucraina, la Germania, la Francia, la Gran Bretagna e tutta la serie di bellicisti che si aggirano per i corridoi dell’Unione europea, della Nato e dei vari governi nazionali tra cui l’Italia brandiscono la spada contro l’Achille russo bramando proprio di essere stuprate anche da morte. Oggi ci troviamo nello stesso schema già visto in precedenza: i russi e gli americani si parlano per concordare, gli europei e l’Ucraina si parlano per discordare dagli uni e dagli altri. Trump propone e gli europei fanno controproposte che annullando le proposte stesse diventano inaccettabili per la controparte. Il tutto solo per poter affermare che la Russia non vuole la pace e scaricare su di essa la responsabilità del fallimento. Gioco terribilmente infantile che però funziona perché Trump ogni volta ritorna sui suoi passi e abbraccia la macabra linea degli europei e dell’Ucraina. In Alaska fu proprio Trump a proporre a Putin una soluzione. Putin si disse d’accordo sul considerarla un base per un futuro piano di pace e sollecitò la formalizzazione della proposta. Trump promise di darla, ma non è mai arrivata. Anzi di fronte alle rimostranze degli europei e della stessa Ucraina venivano introdotte nuove misure contro la Russia, sanzioni secondarie sugli importatori di petrolio russo e si avanzò l’idea di dare all’Ucraina i missili a lunga gittata Tomahawk. Una telefonata di Putin fece riflettere su questo e allora Kirill Dmitriev per conto russo e Steve Witkoff per conto Usa, s’incaricarono di fornire ulteriori dettagli. Ad esempio: per la Russia non è necessario e nemmeno opportuno cessare le operazioni militari prima di un accordo, la priorità è la normalizzazione delle relazioni fra Russia e Usa nella consapevolezza che solo tale presupposto può favorire la costruzione della sicurezza internazionale. L’ancora di salvezza in extremis dell’Ucraina è la sopravvivenza dello Stato in una forma che garantisca la pace in Europa. Un altro dettaglio è la fretta di Trump di concludere o far saltare un accordo prima che la russofobia e l’eurofobia americane non lo scalzino dal potere. D’altronde i russi non hanno fretta di perdere a tavolino ciò che hanno guadagnato sul terreno. Gli americani non hanno bisogno dei pizzini russi per capire come sia la situazione in Ucraina. Da 11 anni la controllano accertandosi che i governanti facciano ciò che loro dicono e pagano; da 10 gestiscono la guerra per procura contro Mosca e da 3 anni dirigono anche le operazioni sul terreno. La sconfitta ucraina è in sostanza la loro sconfitta che Trump sta cercando disperatamente di scaricare sull’amministrazione Biden, pur sapendo che è di tutta l’America rappresentata da quanti hanno puntato solo sull’uso della forza per mantenere l’egemonia globale. È la politica americana degli ultimi trent’anni a esser sconfitta. E ciò né i Democratici né i Repubblicani son disposti a riconoscere qualunque cosa dica o faccia Trump. L’Ucraina sta perdendo ogni giorno di più territori, risorse e motivazione, e non da ieri gli americani hanno iniziato la revisione dei conti e delle relative corruzioni: due anni fa la Cia presentò a Zelensky una lista di 33 politici e funzionari statali da rimuovere perché corrotti. Lui ne rimosse solo 11, lasciando che gli altri facessero anche peggio perché incoraggiati dalla copertura e perché conoscevano anche il coinvolgimento dello stesso presidente nei loro affari. Oggi sono sempre gli stessi americani e l’Fbi a sostenere il lavoro del Nabu (il Bureau anti-corruzione) e il Sapo (la Procura anti-corruzione) che lo stesso Zelensky ha cercato più volte di chiudere. Con le ultime inchieste si sono dileguati altri oligarchi e ministri, ma il cerchio si stringe proprio attorno al presidente e lo stesso Yermak, suo stretto collaboratore, non vive notti serene. Eppure è lui che ancora rappresenta l’Ucraina ai colloqui con gli europei e detta loro le sue condizioni. Da parte sua la Russia non si preoccupa molto delle posizioni altalenanti di Trump e nemmeno delle minacce e degli insulti europei. Qualche giorno fa al Consiglio di sicurezza russo che sollecitava una soluzione militare, Putin rispose che per quanto lo riguardava era d’accordo e avrebbe preferito la soluzione militare, ma aveva illustrato agli “alleati”dei Brics e altri il piano proposto da Trump in Alaska e aveva chiesto il loro parere. Essi avevano approvato l’approccio diplomatico sulla base di quella proposta. Ora, se il giochetto europeo riesce ancora una volta a far fallire i negoziati la Russia potrà dimostrare ai propri alleati che non è colpa sua. E avrà il loro consenso per passare all’opzione militare. Ma c’è di più: in pratica con tale consultazione Putin ha voluto dimostrare che la visione russa del futuro non è né unipolare né bipolare. È multilaterale ed è questa idea che tiene insieme i Brics e che alletta altri paesi a volerne far parte. Se la diplomazia fallisce, e le probabilità che ciò accada sono sempre più alte, la Russia si concentrerà sui risultati militari che, come in tutte le guerre, sono quelli che contano ai tavoli della pace prevalendo perfino sui tavoli del diritto internazionale. È una questione di giorni o al massimo qualche mese e l’Europa dovrà decidere se e come entrare in guerra contro la Russia. In tv giornalisti, politici e generali sostengono cose rassicuranti: la Russia è un nano economico e un bluff militare, rimane da spiegare perché sia una minaccia per l’intero continente. L’Europa oggi ha capacità militari in grado di far fuori per sempre la Russia, ma rimane da spiegare perché ci dobbiamo riarmare. L’Ucraina deve vincere, anche se per farlo dovrà perdere sovranità, persone e risorse. L’Europa deve aiutare l’Ucraina a difendersi, anche se si esclude che possa farcela mentre aumentano i dubbi che gli europei, dopo essersi dissanguati con i ricatti americani, abbiano ancora qualcosa da dare. Però bisogna fare in fretta perché il “nemico è alle porte”. Non avremo tempo per costruire i robot da mandare allo sfascio e allora dovranno partire le cartoline di mobilitazione per mandare uomini e donne al macello. Sperando che questa volta l’onore di morire in guerra non tocchi solo agli ignari ma anche ai figli e nipoti di quelli che la guerra l’hanno voluta e costruita con tanto impegno e chiacchiere.

SI FA PRESTO A DIRE PACE
SI FA PRESTO A DIRE PACE

Un accordo che nessuna delle parti può accettare

di Aleksandr Dugin

25.11.2025

Perché il “piano di pace” proposto non serve a nessuno e non risolve nulla

Il progetto proposto dagli Stati Uniti – sebbene la sua versione definitiva non sia ancora stata definita – è del tutto inaccettabile per Zelensky e l’UE. Per loro equivale a una capitolazione e a una sconfitta. I globalisti sono in preda al panico e, ovviamente, cercheranno di sabotare questo piano.

Ma il punto è che anche per noi si tratta piuttosto di una trappola. Non è solo che Kiev non è stata conquistata; nemmeno i nostri territori costituzionali sono stati liberati. Allo stesso tempo, l’Occidente intende semplicemente sfruttare la pausa per prepararsi a una nuova guerra in modo più accurato e tranquillo e per fermare la nostra avanzata. Per quanto ci riguarda, per ragioni che sembrano assolutamente insormontabili, siamo del tutto incapaci di sfruttare il tempo di pace per prepararci alla guerra. Non siamo mai stati in grado di farlo. I russi si preparano alla guerra solo quando è già in corso. In questo momento, infatti, è esattamente quello che stiamo facendo. Nel momento in cui verrà annunciata la fine della guerra, tutti i preparativi cesseranno immediatamente.

C’è un detto: “Un uomo non si fa il segno della croce finché non tuona”. E anche quando tuona, non lo fa subito.

Ecco perché abbiamo qualcosa in comune con l’UE e persino – che Dio ci perdoni – con l’Ucraina. Il piano di Trump è assolutamente inutile per noi. Loro vogliono morire, noi vogliamo vincere. Questo è un approccio sensato. Ed è esattamente così che le cose dovrebbero continuare.

Tratto da: Geopolitika.ru

Un accordo che nessuna delle parti può accettare
Un accordo che nessuna delle parti può accettare

Lezioni dall’Occidente distrutto dall’immigrazione

di Aleksandr Dugin

26.11.2025

Aleksandr Dugin mostra come il collasso dell’Occidente causato dall’immigrazione metta a nudo il destino di qualsiasi sistema politico che si allontani dalla tradizione e sprofondi nella corruzione della propria ideologia secolare.

Il mondo occidentale sta crollando. Mentre l’Unione Europea e i globalisti cercano di operare all’interno di un “meccanismo di cricca degenerativa”, gli elettori americani si sono ribellati. E ora anche gli europei si stanno ribellando. A cosa porterà tutto questo e cosa dovrebbe fare la Russia?

Il governo britannico di Starmer e i liberali dell’Unione Europea rappresentano il nucleo ideologico liberale, insistendo sulle loro opinioni nonostante l’effettiva situazione mondiale. In questo senso, assomigliano alla defunta Unione Sovietica, quando l’élite del partito e il governo sovietico continuavano a fare affidamento su modelli teorici che contraddicevano completamente la realtà. Invece di cercare di conciliare le loro nozioni, forse in parte corrette, con la realtà – una realtà che cambia secondo le proprie leggi e i propri ritmi, richiedendo nuove soluzioni – hanno iniziato a insistere sulle loro idee come verità assoluta. E alla fine, tutto è crollato.

Il filosofo Nick Land ha introdotto il termine “cricca degenerativo”. Io lo chiamo “la repubblica”: sistemi politici e sociali che, una volta autonomi e lasciati a sé stessi, senza impulsi esterni, inevitabilmente arrivano a un unico risultato: declino, collasso, crisi e degrado. Qualsiasi sistema di questo tipo, basato su un algoritmo ideologico che ha perso il contatto con la realtà, ciò che viene chiamato “reality check” – qualsiasi sistema chiuso, qualsiasi repubblica, qualsiasi ideologia politica secolare o apparato amministrativo – finisce per finire in un meccanismo a cricchetto di degenerazione.

Alla fine, rimane solo una strada: l’accumulo di una massa critica di errori. Una decisione sbagliata è seguita da un’altra; dopo la terza arriva la quarta, la quinta e la sesta. Ogni decisione sbagliata è seguita da una ancora più sbagliata. Tutto questo si adatta ai concetti ideologici, ma entra in conflitto assoluto con la realtà. L’Unione Sovietica è crollata proprio per questo motivo: il meccanismo a cricca dell’ideologia sovietica ha raggiunto un punto critico, rifiutandosi in ogni modo di adattarsi alla realtà o di rispondere alle sue sfide. Con questa repubblica degenerata, purtroppo, anche il nostro Paese è crollato.

La stessa cosa sta accadendo ora all’Unione Europea e ai globalisti. Credono che più immigrazione ci sia, meglio sia; che l’immigrazione debba essere trattata con più immigrazione, la stupidità con più stupidità e le perversioni con più perversioni. Trattano la degenerazione della loro attività mentale con una protesi sotto forma di intelligenza artificiale. Questo è il meccanismo a cricchetto della repubblica. Qualsiasi modello politico secolare prima o poi finisce proprio in un collasso del genere.

Questo collasso sta avvenendo proprio ora nel mondo occidentale. Gli elettori americani si sono ribellati e ora anche quelli europei si stanno ribellando. Eppure i leader politici europei, i liberali, insisteranno fino alla fine sui loro modelli completamente inefficaci. Nomineranno gli immigrati curatori dell’immigrazione, incoraggeranno gli immigrati clandestini, accoglieranno i musulmani e metteranno da parte i cristiani. In altre parole, qualsiasi azione assurda che possiamo immaginare sarà sicuramente portata avanti dall’Unione Europea.

Stiamo assistendo a una chiara dimostrazione del meccanismo a cricchetto della degenerazione. E se non ravviviamo il nostro Stato, il nostro sistema politico, con significati più elevati, obiettivi più alti, sacralità e spirito, arriveremo allo stesso punto. Lasciare un sistema politico a sé stesso porta inevitabilmente proprio qui. Tanto più perché, purtroppo, siamo formalmente una repubblica, il che significa che siamo condannati alla stessa degenerazione dei paesi occidentali. Anche se, naturalmente, loro hanno percorso questa strada molto più di noi.

In questo contesto, è importante capire cosa sta succedendo con l’immigrazione islamica nei paesi occidentali. I globalisti distinguono nettamente tra l’Islam nei suoi paesi tradizionali e l’immigrazione islamica. Muovono guerra agli Stati islamici, invadendoli, bombardandoli e demonizzandoli sulla scena internazionale. Ma le diaspore islamiche nei paesi occidentali, al contrario, sono accolte a braccia aperte, specialmente i gruppi più radicali, sradicati e fortemente criminalizzati che hanno trasformato l’Islam in una parodia di sé stesso.

In altre parole, i globalisti hanno due pesi e due misure. I musulmani che vivono nei propri paesi sono “cattivi”. I musulmani che arrivano nei paesi occidentali sono “buoni”. Perché distorcono la propria tradizione, che è preservata nelle loro terre d’origine, e distruggono le tradizioni degli altri popoli tra cui si stabiliscono. I paesi musulmani sono nemici; le diaspore musulmane sono amiche dei globalisti.

L’Inghilterra è un esempio classico. Starmer, il cui indice di gradimento è ormai vicino allo zero, persegue politiche che molti considerano acceleranti del declino dell’Inghilterra, e sospetto che il suo destino politico ne risentirà. I leader come lui potrebbero alla fine dover affrontare un duro giudizio da parte dei propri cittadini: figure come l’attivista di destra Tommy Robinson incarnano già questa crescente reazione negativa. Questa traiettoria è prevedibile e le comunità musulmane coinvolte nel progetto globalista non faranno che amplificare il tumulto, dato il ruolo dirompente loro assegnato all’interno di tale agenda.

Ma cosa dovremmo imparare noi russi da tutto questo? In primo luogo, i paesi musulmani dovrebbero essere nostri amici, e i musulmani che vivono nei loro territori, nelle loro aree di insediamento tradizionali, sono persone meravigliose, portatrici di tradizione. In secondo luogo, quando iniziano a diffondersi in modo eccessivo e senza motivi seri in altre società, come una sorta di micelio fungino, bisogna opporsi. In altre parole, dovremmo essere amici e alleati dei musulmani e dei paesi islamici, mentre l’immigrazione islamica deve essere ridotta il più possibile.

Per quanto riguarda i nostri musulmani tradizionali e autoctoni, come i tartari, i ceceni e altri popoli caucasici, questi sono interamente il nostro popolo. È una questione diversa: sono semplicemente nostri. Ma gli stranieri musulmani che vengono nel nostro Paese devono adottare i nostri costumi o tornare nei loro Paesi amici.

Non dovremmo temere di offendere qualcuno come Emomali Rahmon [1] quando espelliamo dalla Russia tutti gli immigrati tagiki illegali. Tutto deve essere il più rigoroso possibile. Coloro che diventano come noi sono nostri amici. Coloro che non vogliono diventare come noi, che vogliono indossare ogni sorta di copricapo strano, per favore tornino a casa. A casa vostra potete fare tutto ciò che volete. Indossate quello che volete. Vi tratteremo con grande rispetto, amore, amicizia, riverenza e partnership strategica, ma solo quando tornerete al vostro posto. Se siete qui, diventate come noi.

Quindi il nostro compito è fare esattamente l’opposto di ciò che stanno facendo Starmer in Gran Bretagna e altri globalisti nell’Unione Europea: stringere amicizia con i paesi islamici, sostenerli e semplicemente fermare l’immigrazione islamica, ridurla a zero. Naturalmente, questo esclude i nostri musulmani, che vivono nella loro patria e che, ovviamente, rispettano le nostre leggi.

[1] Emomali Rahmon è il presidente del Tagikistan, in carica dal 1994. Negli ultimi anni ha denunciato pubblicamente il trattamento riservato ai lavoratori migranti tagiki in Russia.

Tratto da: Geopolitika.ru

Lezioni dall'Occidente distrutto dall'Immigrazione
Lezioni dall’Occidente distrutto dall’Immigrazione

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di Chiara Rovigatti

In giro ci sono esseri portatori di Luce: sono pochissimi, e loro non sanno di esserlo, anzi scavano tantissimo in loro stessi alla sua ricerca per ravvivarla.

Compito improbo, perchè privo di qualsiasi certezza: è la giusta punizione per uno sgarro antico altrimenti imperdonabile.

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