PIENA SOLIDARIETA’ AL PROFESSOR D’ORSI

a cura di Resistenza Popolare

Esprimiamo piena solidarietà a professor D’Orsi vittima della censura che il nostro Paese riserva a chiunque osi pensarla diversamente dalla propaganda NATO e USA.

La conferenza “Russofobia, russofilia, verità” prevista il 12 novembre a Torino nei locali del Polo del ‘900 è stata cancellata con la stessa scusa che ha impedito al direttore d’orchestra russo Gergiev e al baritono Abdrazaov di esibirsi, cioè quella di fare propaganda filo-russa.

La notizia dell’annullamento è stata rilanciata con gioia dalla Picierno, la quale ricopre il ruolo di vice Presidente del Parlamento UE, che si è dichiarata molto contenta che questi atti di censura vengano attuati.

Noi invece troviamo vergognoso che la libertà di parola e di espressione sia costantemente osteggiata e limitata., per questo rinnoviamo la nostra piesa vicinanza e solidarietà al professor D’Orsi.

PIENA SOLIDARIETA' AL PROFESSOR D'ORSI
PIENA SOLIDARIETA’ AL PROFESSOR D’ORSI

OUTSIDER: ESSERE FUORI DAGLI SCHEMI IMPOSTI

di Mike Plato

Tertulliano, nel tardo antico, ha sempre promosso ideologie tipicamente cattoliche. Fu il primo a parlare di TRINITA, DIO IN TRE PERSONE, idea che trovo assurda ma comunque pionieristica e a tutt’oggi pienamente avallata dalla pretaglia vescovile per i suoi biechi fini arcontici. Eppure non gli bastò per avere la santità, in quanto nel periodo tardo della sua esistenza entrò nei Montanisti. Il montanismo fu un movimento cristiano del II secolo, fondato da Montano in Frigia, caratterizzato da un profetismo estatico e da un ritorno alla radicalità evangelica. I seguaci credevano che lo Spirito Santo parlasse attraverso profeti (tra cui le donne Priscilla e Massimilla) e attendevano la fine dei tempi e la venuta di Cristo, praticando un moralismo severo, il digiuno e la castità. Questo lo portò a uno scontro con la Chiesa ufficiale, che lo etichettò come eresia. In sostanza IRENEO fu santo perché fedele alla chiesa, TERTULLIANO fu bollato come eretico….

Badate che oggi questo meccanismo è adottato dall’accademia scientifica. Il santo oggi è lo scienziato che, se fedele al dogma imperante, viene ritenuto tale, se non un LUMINARE, altrimenti fa la stessa fine di MONTAIGNER che, pur avendo conseguito il nobel a suo tempo, è stato considerato un eretico o, peggio, un rincretinito per la sua posizione vaccinale, dato che il BUSINESS MONDIALE DEL FARMACO aveva imposto quell’idea da cui nessun uomo di scienza doveva derogare perchè si continuasse a considerarlo scienziato.

COLIN WILSON dedicò uno splendido saggio all’archetipo degli OUTSIDER…

E TU CHI DIAMINE VUOI ESSERE? UN OUTSIDER O UN ALLINEATO CONFORMISTA? UN APOCALITTICO O UN INTEGRATO? VUOI FAR FUNZIONARE LA TUA TESTA O VUOI DELEGARE QUESTA FUNZIONE AD ALTRI MORTI COME TE?

OUTSIDER: ESSERE FUORI DAGLI SCHEMI IMPOSTI
OUTSIDER: ESSERE FUORI DAGLI SCHEMI IMPOSTI

IN OGNI RELAZIONE SPERIMENTIAMO NOI STESSI

di Ottava di Bingen

Ogni relazione è un laboratorio silenzioso in cui l’anima sperimenta se stessa.
Non importa se si tratta di amore,
amicizia, famiglia o un incontro fugace:
ogni volta che entriamo in contatto con un altro essere umano,
qualcosa di profondo in noi viene messo alla prova.
Nelle relazioni emergono le parti che da soli non possiamo vedere
le nostre ferite,
le nostre paure,
ma anche la capacità di amare,
di perdonare,
di restare presenti.
L’altro diventa uno specchio che riflette ciò che abbiamo dentro,
nel bene e nel male.
A volte ci mostra la luce che abbiamo dimenticato,
altre volte ci costringe a guardare le ombre da cui fuggiamo.
Per questo le relazioni non sono solo un luogo di conforto o di compagnia,
ma un vero e proprio cammino iniziatico:
ci insegnano la vulnerabilità,
la responsabilità e la libertà.
Ci spingono a superare l’ego,
a riconoscere che la crescita non avviene nel possesso,
ma nell’incontro.
Amare davvero significa lasciarsi trasformare dal contatto con l’altro,
accettando che ogni incontro,
anche il più difficile,
può essere un’occasione per conoscere meglio se stessi
e avanzare un passo nel viaggio dell’anima.
(Ottava)

IN OGNI RELAZIONE SPERIMENTIAMO NOI STESSI
IN OGNI RELAZIONE SPERIMENTIAMO NOI STESSI

PERCHE’ SONO TAOISTA

di Vincenzo Di Ieso
Rev. Li Xuanzong – Chiesa Taoista d’Italia

Il Taoismo è una Via indefinibile
ed è indefinibile perché si percorre e si vive
nel proprio cuore.

Il cuore non parla ma “sente”.
Nessuno può descrivere con le parole esattamente il proprio sentire.
Ma ciascuno sa ciò che sente.

Il Taoismo usa questo sottile, impalpabile filo di seta interiore
per camminare a ritroso dal differenziato all’indifferenziato.
Così facendo, la realtà cambia.

In sostanza, cambia la percezione della realtà e, di conseguenza, il nostro modo di viverla.
Il punto di partenza è il proprio Sé.
Il punto di arrivo è indefinibile.

Per questo lo chiamiamo “Tao”.
La Via.
L’Unica Via.

Nessuna azione umana viene posta in essere senza un traguardo.
La Via taoista, invece, ti chiede di seguire
ma senza un “traguardo” definito né definibile
perché meta-fisico.

Questo si chiama: FEDE.
Ecco perché il Taoismo è una Via religiosa.
Una Via non facile, direi impervia come un sentiero di montagna.

Un sentiero che non tutti hanno la volontà o la forza per percorrerla.
Ma è la Via che ti porta sulla vetta più alta raggiungibile da un essere umano.
Il primo limite da superare è che siamo esseri racchiusi nello spazio-tempo.

Questa dualità include la nostra esistenza.
Se il Tao è di là dello spazio-tempo, allora, per raggiungerlo (de dao)
dobbiamo dissolverci in quanto esseri esistenti.

D’altra parte è indubbio che siamo esseri che esistono.
Questa certezza deriva dall’auto percezione di sé.
La morte comporta la nostra fine come esseri esistenti.

Ma è anche vero che oltre a essere esistenti, esistiamo.
E se esistiamo, siamo fuori dallo spazio-tempo.
Quindi siamo Esseri Eterni.

La religione Taoista è la Via Mistica
che consente di unificare e espandere la propria coscienza
e avere consapevolezza dell’eternità da cui proveniamo.

Dopo, tutto cambia!
Ci si trova di fronte alla divinità.
In totale consapevolezza di esseri divini noi stessi.

(Tratto dal mio intervento al Consiglio Mondiale Taoista 2025)

PERCHE' SONO TAOISTA
PERCHE’ SONO TAOISTA

Sudan al centro di un nuovo scenario geopolitico

a cura della Redazione

10 Novembre 2025

Sta diventando chiaro che la guerra in Sudan non è semplicemente un conflitto civile interno, ma fa parte di un più ampio scontro geopolitico. Il Sudan offre a Tel Aviv notevoli vantaggi in termini di sicurezza, in particolare nel monitoraggio delle spedizioni di armi e nell’intercettazione delle reti della Resistenza che si estendono verso Gaza e lo Yemen.

Nel settembre 2025, gli analisti di politica estera descrivono l’approccio di Israele come una “strategia a lungo termine”, studiata per garantire profondità regionale prima di affrontare sfide regionali interne o dirette. In questo contesto, le coste del Sudan e dello Yemen formano una zona cuscinetto marittima unificata, rafforzando l’architettura di deterrenza di Israele contro l’Asse della Resistenza. 

Controllando, o almeno sorvegliando, questi corridoi, Tel Aviv garantisce capacità di allerta precoce e di contenimento contro qualsiasi escalation. Tutto lascia supporre che Israele consideri il conflitto sudanese come una rara opportunità strategica per rimodellare l’equilibrio di potere lungo il Mar Rosso. 

Mentre l’attenzione mondiale è ancora concentrata sulle guerre a Gaza e in Ucraina, Tel Aviv continua silenziosamente a costruire un’infrastruttura di sicurezza che si estende dal Mediterraneo al Golfo di Aden, passando per Sudan, Eritrea ed Etiopia.

Il caos in Sudan potrebbe alla fine ritorcersi contro Israele

Tuttavia, questa espansione comporta seri rischi. Il caos sempre più profondo in Sudan potrebbe alla fine ritorcersi contro Israele, offrendo a Teheran o Sana’a nuovi punti d’appoggio per linee di rifornimento alternative o per ritorsioni asimmetriche. Con l’intensificarsi delle operazioni del movimento Ansarullah nel Mar Rosso, cresce l’ansia di Israele per la potenziale fusione dei fronti yemenita e sudanese in un unico teatro di Resistenza.

Oggi il Sudan è più di un semplice campo di battaglia per lotte di potere locali: è il fulcro geopolitico di un conflitto più ampio che si estende da Gaza a Sana’a, dove gli obiettivi di sicurezza israeliani si intersecano con l’instabilità africana.

La lotta per il Mar Rosso si è trasformata in una contesa non solo per il controllo marittimo, ma anche per chi definirà la geografia strategica del prossimo decennio.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Sudan al centro di un nuovo scenario geopolitico
Sudan al centro di un nuovo scenario geopolitico

IL SOGNO DELLA RUSSIA NEL XXI SECOLO

di Daniele Perra

Riporto il mio ultimo articolo, pubblicato su Strategic Culture, in cui analizzo il pensiero del politologo russo Sergej Karaganov, anche alla luce del percorso ideologico russo dell’ultimo secolo.

Lo scorso luglio è stato pubblicato, sotto il patrocinio del Consiglio per la Difesa e la Politica Estera della Federazione Russa, il saggio “L’idea-sogno vivente della Russia. Il codice dei russi nel XXI secolo”. Questo è parte di un’iniziativa lanciata dal politologo Sergej Karaganov per riscoprire e rinnovare l’ideologia russa. Qui verrà analizzato in dettaglio.

Quando si parla di Russia, di pensiero russo o di ideologia russa (che molti associano alla trinità ortodossia-autocrazia-narodnost elaborata dal ministro dell’istruzione di Nicola I Sergeij Uvarov negli anni ’30 del XIX secolo – col termine narodnost si intendeva nel senso più ampio possibile il carattere nazional-popolare della cultura russa ben raccontato nei romanzi di Tolstoj e Dostoevskij) non si può prescindere dal tenere a mente che nella storia russa la dimensione spaziale ha storicamente avuto una rilevanza eccezionale. L’essere russi, infatti, significa in primo luogo appartenere ad una precisa categoria spaziale. E lo stesso spazio si trasforma in dato identitario, culturale e politico di primaria importanza. In altri termini, il rapporto con lo spazio è costitutivo della collocazione dei russi nella storia. Così, la Russia, a differenza di altri contesti nazionali (ad esempio, i nazionalismi europei-occidentali a cavallo tra XIX e XX secolo), non ha conosciuto una mistica del “sangue” (esclusivamente razziale) ma piuttosto una mistica dello spazio e della terra. Uno spazio (vastissimo) che ha reso la Russia (sin dai primordi della Rus’ di Kiev) inevitabilmente esposta all’influsso asiatico. Questa natura parzialmente “asiatica” della Russia ha spesso spinto gli europei occidentali a guardare con disprezzo l’Impero russo, nonostante gli sforzi verso un tipo di omologazione occidentale portati avanti da Pietro il Grande in primo luogo (comunque interessato all’Occidente solo in modo da accrescere la potenza statale russa) e da Caterina II, in misura minore. Ancora sul finire dell’Ottocento, il britannico Lord Curzon definiva l’espansione russa in Asia centrale e nell’Estremo Oriente come “una conquista di orientali da parte di orientali” dalla quale l’Europa non avrebbe tratto alcun vantaggio, nonostante i tentativi di parte della élite russa di presentare la stessa come parte della missione civilizzatrice degli europei bianchi nei confronti di popoli arretrati.

Per lungo tempo, gli stessi russi hanno patito questa forma di discriminazione eurocentrica che li collocava nella periferia del continente (a prescindere alla partecipazione attiva e determinante alla storia europea). Nella sua celebre Prima lettera filosofica del 1836, ad esempio, Pëtr Jàkovlevič Čàadaev scriveva: “Il punto è che noi non abbiamo mai camminato con gli altri popoli; non apparteniamo a nessuna delle grandi famiglie del genere umano; non siamo né Occidente né Oriente e non abbiamo le tradizioni né dell’uno né dell’altro. Situati come al di fuori del tempo, l’educazione universale del genere umano non ci hai mai toccato”.

Lo scritto di Čàadaev ebbe una notevole risonanza nei circoli culturali russi dell’epoca. Molti lo considerano come la prima manifestazione dell’autocoscienza russa moderna. Di fatto, questo diede lo slancio per la costruzione di una completa ideologia russa che tenesse presente le particolari condizioni storiche e sociali della Russia e non aspirasse in alcun modo alla mera ed acritica imitazione dei modelli occidentali.

Ora, all’interno di questa “ideologia russa” può facilmente essere inserito tutto quell’insieme di tendenze ed orientamenti filosofici caratterizzati dalla volontà di indirizzare la Russia su un cammino autonomo, fondato sulle basi sociali e culturali del Paese. All’interno di questo contenitore ideologico si possono trovare sia forme di pensiero nazionale-conservatore (lo slavofilismo, ad esempio) che “progressista” o pseudo tale (il del tutto particolare populismo russo, oppure il socialismo, che include anche la particolare interpretazione stalinista del marxismo-leninismo). Anche l’eurasismo non è estraneo a questa dinamica. E questo merita un particolare approfondimento, perché la Nuova Idea russa che propone Sergej Karaganov attinge a pieni mani da esso, riproponendo una forma di eurasismo più vicina ai suoi autori classici, o alle tesi dell’antropologo Lev Gumilëv, e liberato dalle più recenti incrostazioni duginiane.

Il testo che meglio di tutti incarna lo spirito eurasista è sicuramente L’Europa e l’umanità del principe Nikolaj Trubeckoj (1890-1938), linguista di fama internazionale e figura tra le più influenti dell’emigrazione russa a cavallo tra le due guerre mondiali. In questo testo, il pensatore russo elaborò una pungente critica della decadente cultura europea e cercò di individuare i germi culturali che avevano portato alla profonda crisi della coscienza russa.

La critica principale è rivolta naturalmente all’egocentrismo della cultura europea ed alla sua presunzione di universalità. Un aspetto che trasforma Trubeckoj in una sorta di precursore del pensiero multipolare in quanto individua il carattere interscambiabile delle due principali correnti di pensiero della filosofia politica europea e occidentale che, ancora oggi, ne monopolizzano il dibattito: lo sciovinismo piccolo-nazionalista e quel cosmopolitismo che in realtà altro non è che un “supernazionalismo” volto all’occidentalizzazione globale. A questo stato di cose, Trubeckoj oppone l’idea che ogni cultura, seguendo un proprio cammino particolare, si fonda su ben determinati valori. Tuttavia, in questo percorso può essere spinta all’imitazione di modelli stranieri o per costrizione esterna determinata, ad esempio, da una sconfitta militare (il caso emblematico è quello dell’Europa continentale-occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale) o per una sorta di complesso di inferiorità nei confronti di un modello esterno percepito come superiore. In questo secondo caso, si possono prendere ad esempio sia quei pensatori musulmani che di fronte all’incontro con la Modernità occidentale pensarono di modernizzare l’Islam come necessaria risposta alla superiorità tecnologica dei colonizzatori, sia la Russia che a partire dal XVII secolo cercò di copiare “in maniera indecorosa e superficiale l’Europa”, afferma proprio Trubeckoj.

I punti programmatici del movimento eurasista vennero definiti all’interno della raccolta Esodo verso Oriente (1921): a) opposizione più o meno netta al bolscevismo accompagnata dalla necessità di coglierne il significato preciso all’interno della storia russa e, più in generale, eurasiatica (cosa che portò alla scissione tra la corrente parigina, percepita come troppo vicina all’URSS, e quella oltranzista praghese); b) ritorno ai fondamenti dell’autentica cultura russa (un’idea assai simile alla successiva costruzione filosofica del pensiero heideggeriano per ciò che concerne l’Europa occidentale).

Dunque, il movimento si proponeva di costruire un’onnicomprensiva ed organica visione del mondo e dello spazio eurasiatico attraverso una costruzione teorica interdisciplinare garantita dai contributi al dibattito dei migliori esperti in diversi settori presenti tra i circoli dell’emigrazione russa, dalla storia alla geografia, fino alla linguistica.

Per ciò che concerne l’aspetto storico, la storia della Russia veniva inserita nella più complessa storia dell’Eurasia (continente autonomo rispetto alla penisola europea ed all’Asia meridionale che si estende dai Carpazi al Pacifico) che veniva interpretata come un susseguirsi continuo di tentativi di instaurare su questo “mondo di mezzo” un impero unitario (Savickij, uno dei principali esponenti della corrente, era infatti convinto che l’Eurasia avesse assai più diritto della Cina al titolo di “impero di mezzo” in quanto, parafrasando un precursore dell’eurasismo, l’etnologo Nikolaij Danilevskij, lo spazio russo rappresentava un “mondo intermedio” – srednij mir – tra due continenti). Dapprima, questo tentativo è stato portato avanti dalle popolazioni nomadi; successivamente, il popolo stanziale russo è riuscito ad occupare stabilmente questa immensa superficie continentale. La storia dell’Eurasia veniva dunque suddivisa in sette ere distinte; a) le migrazioni indoeuropee verso Occidente; b) le migrazioni delle popolazioni ugro-finniche; c) il tentativo di sintesi tra steppa e foresta (la Rus’ di Kiev, il cui ruolo storico veniva ridimensionato dagli eurasisti alla luce della sua incapacità di costruire una struttura politica centrale unitaria e forte); d) il confronto tra due tendenze che mirano ad una sorta di reciproca assimilazione/integrazione; e) la vittoria dei popoli nomadi; f) la vittoria della componente stanziale russa; g) l’unificazione finale del continente.

A questo proposito, è importante anche sottolineare il fatto che per l’eurasismo classico il mito (più o meno sotterraneo) di Mosca come Terza Roma investita di una missione universale aveva un’importanza piuttosto ridotta. L’unica translatio imperii che essi riconoscevano era infatti quella tra l’Orda d’Oro ed il Granducato di Mosca (tra Gengis Khan ed i suoi eredi e gli Zar di tutte le Russie). La stessa partecipazione della Russia alla storia ed alle guerre europee era da loro considerata in termini assolutamente negativi, come dispersione inutile di forze o come allontanamento dagli interessi reali del popolo russo.

La convinzione che lo spazio eurasiatico fosse una superficie autonoma rispetto sia all’Europa che all’Asia, portò il movimento anche a demitizzare la presunta unità culturale dei popoli slavi partendo, paradossalmente, proprio dalla sfera linguistica. Sulla base delle teorie di Trubeckoj sull’esistenza di aree linguistiche all’interno delle quali lingue di origine differente hanno un’evoluzione comune, Roman Jakobson (1896-1982) formulò una tesi che riconosceva l’affinità fonetica delle lingue eurasiatiche indipendentemente dalla loro collocazione. Così, l’area linguistica eurasiatica, “un immenso continente fondato sul principio monotonale e circondato da isole politonali”, si imponeva come un insieme comprendente il ramo russo delle lingue slave, lingue ugro-finniche e lingue turche.

Sul piano prettamente politico e geopolitico, l’Eurasia, uno schmittiano “grande spazio” continentale, doveva necessariamente risolvere i propri problemi di sviluppo rifiutando il pregiudizio eurocentrico e puntando all’interconnessione interna ed all’autarchia. Per gli eurasisti, infatti, la corsa verso i “mari caldi” (sostenuta con forza dal padre della geopolitica russa Andrej Snesarev, 1865-1937, fautore della necessità di uno sbocco russo sull’Oceano Indiano) rientrava nel novero di quelle iniziative geopolitiche che non corrispondevano affatto con gli interessi dell’Impero russo. Savickij, ad esempio, in un’ottica vicina a quella di altri geopolitici europei più o meno contemporanei (Friedrich Ratzel, Rudolf Kjellen e Karl Haushofer) delineava la Russia come un’entità storica, geografica e culturale incentrata sugli spazi continentali e quindi inevitabilmente in contrasto con le prospettive oceaniche delle potenze occidentali. La Rivoluzione, inoltre, veniva considerata come un evento di passaggio, sebbene inserito nel processo di negazione dell’influenza occidentale da parte del popolo russo. L’eurasismo, in questo senso, era una corrente di pensiero postrivoluzionaria e non controrivoluzionaria; il suo obiettivo era quello di superare il bolscevismo e non di restaurare lo zarismo. La lotta dei Bianchi, aiutati da forze straniere, non era condivisa da un movimento che si poneva come obiettivo la ricostruzione dopo la “positiva” distruzione rivoluzionaria operata dal marxismo “orientalizzato” dei bolscevichi. A questo proposito, sempre Savickij sosteneva che la Rivoluzione bolscevica fosse “europea come ideologia ma antieuropea di fatto”, tanto che lo storico americano Alfred J. Rieber è arrivato a parlare dello stalinismo come di una versione marxista (non riconosciuta) di eurasismo (da non tralasciare il fatto che lo stesso stalinismo si è nutrito a piene mani da un’altra corrente di pensiero nata a cavallo tra le due guerre mondiali, sebbene ampiamente ostracizzata: il nazional-bolscevismo di Nikolaj Ustrjalov, Aleksandr L’vov e Aleksej Tolstoj).

Al movimento eurasista, in conclusione, come già sostenuto in riferimento al solo Trubeckoj, spetta il titolo di precursore teorico del multipolarismo. Dal loro punto di vista, infatti, la catastrofe postbellica, determinando la fine degli Stati europei e lo sviluppo di grandi potenze dal carattere continentale, aveva favorito il superamento dei ristretti concetti di Nazione e classe (o quello più generale di umanità) sostituendoli progressivamente con le idee organiche ed integrate di osobye miry (mondi particolari) e sovokupnost narodov (insieme di popoli). Non a caso, Trubeckoj si augurava una rinascita della Russia, né comunista né capitalista, ma comunque realizzata per mezzo di un approccio ideocratico in cui un sistema economico misto veniva disciplinato da uno Stato attivo e presente. Ciò che, con palesi contraddizioni, evidenti limiti e tanta difficoltà, sta cercando di portare attualmente a compimento Vladimir Putin. Difficoltà derivate soprattutto dalla presenza di una parte di élite politico-economica russa, liberale e filo-occidentale (indicata da Sergej Karaganov come un vero ostacolo interno), che ancora oggi farebbe carte false per ricucire con l’Europa e gli Stati Uniti e vedere i propri fondi e investimenti in questa parte di mondo scongelati.

Questo, ovviamente, ci riporta proprio al saggio di Karaganov ed all’idea di riscoprire/rinnovare l’ideologia russa. In primo luogo, il politologo afferma senza mezzi termini che ogni grande Stato ha bisogno di una propria ideologia. E la Russia, in qualità di Stato-civiltà (anzi di civiltà con più civiltà al suo interno – ortodossa, ebraica, musulmana, buddista – concetto ripreso dal già citato Gumilëv che parlava di superethnos con diversi subethnoi al suo interno che si sviluppano ma rimangono uniti in un singolo spirito), ha bisogno di una ideologia che la guidi verso il futuro. Senza di essa, il Paese è destinato al declino. Tale ideologia deve essere riscoperta perché il crollo dell’URSS ha portato ad una grave crisi esistenziale tra i popoli della Russia che, di fronte ad una grande sfida senza precedenti, devono ritrovare il loro posto nel mondo. La stessa Russia, in questo senso, dovrebbe smettere di agire in termini postideologici sul piano geopolitico ed accettare la sfida posta dall’Occidente. Il riferimento, naturalmente, è al conflitto in Ucraina. Qui, secondo Karaganov, la Russia dovrebbe superare le fisime dell’Operazione Militare Speciale ed accettare il fatto che si tratta a tutti gli effetti di una guerra su vasta scala dell’Occidente per distruggerla. Una guerra che la Russia non può vincere se non accetta il fatto che deve investire tutto per il fronte e per la vittoria, visto che si tratta di una “nuova guerra patriottica” (la quarta), alla pari di quelle del 1812 (contro Napoleone), del 1917 (fallita a causa del tradimento interno) e del 1941 (quando Stalin, abbandonando momentaneamente l’ideologia comunista e ritrovando lo spirito di Nevskij e Kutuzov, comprese che in gioco vi era la sopravvivenza stessa della Russia). A dimostrazione del ruolo che può giocare l’ideologia nella formazione di una identità statale, basti pensare che l’Ucraina (sebbene in modo eterodiretto) se ne è costruita una in meno di trent’anni fondata essenzialmente sull’odio verso Mosca. Un qualcosa che li ha portati ad un insensato sacrificio per la difesa di interessi altrui (sebbene il regime di Kiev stia iniziando a scricchiolare dall’interno, tra palese corruzione e rovina dell’esercito tra diserzioni e coscrizioni forzate).

In altri termini, la Russia, riprendendo il pensiero eurasista, dovrebbe essere capace di sviluppare un’idea, o un sogno russo (il termine “ideologia di Stato”, secondo Karaganov, corre il rischio di ricordare ai russi i tempi bui del bolscevismo), che si opponga alla civiltà dell’Occidente. Una “civiltà” che minaccia l’essenza stessa dell’essere umano, riducendo al minimo la sua capacità di pensiero ed imponendo il culto del consumo senza fine e della licenziosità esasperata. Si tratta di una moralità postumana che si nutre sul vuoto abissale, sull’assenza di valori e sull’assunzione di disvalori a modello di riferimento. Ancora, alla pari di Trubeckoj, Karaganov, riconosce come il liberal-globalismo occidentale non sia altro che una forma velata di neocolonialismo che vede in un governo mondiale dove gli Stati vengono superati dalle corporazioni multinazionali il destino terminale del globo.

A fondamento del pensiero di Karaganov si trova dunque l’idea che le grandi Nazioni non si costruiscono senza grandi idee. E quando queste perdono tali idee sono destinate al declino ed alla loro fine. L’esempio più emblematico, in questo senso, Karaganov lo ritrova nella Francia: una grande potenza morta che si comporta come uno “zombie geopolitico” avvolta in un vuoto ideologico colmato con la decadenza. Ma un discorso simile [aggiunge chi scrive] si potrebbe fare anche per altri Paesi europei come Regno Unito, Germania e Italia.

L’assenza di una idea, inoltre, prosegue Karaganov, comporta anche l’assenza di sovranità (ancora una volta, gli esempi più evidenti sono la Russia negli anni ’90, periodo le cui “ferite si stanno cicatrizzando solo oggi” e paragonato al “periodo dei torbidi” del XVII secolo, oppure l’Italia odierna, nuovamente). A questo proposito, il politologo russo introduce l’idea che la democrazia liberal-capitalista occidentale non possa in alcun modo gestire una società complessa come quella russa. Questa [la democrazia], inoltre, è il meccanismo/modello di governo più efficiente per consentire la penetrazione di élite transnazionali nei gangli politico-economici di uno Stato. La democrazia viene imposta ai sottoposti (si scusi il gioco si parole). Gli Stati Uniti (difficilmente considerabili una “democrazia”, visto che vennero fondati da una élite oligarchica che aveva in mente l’instaurazione di una “repubblica aristocratica”) usano la democrazia sugli (e contro) gli altri, sfruttando il fatto di essere un’“isola-Stato” circondata da Stati deboli ed “alleati” che dipendono dalla loro benevolenza. In tal senso, è anche utile ricordare che, a differenza di quanto sostenuto su molti mezzi di informazione occidentali, Karaganov non odia l’Europa, odia ciò che essa è divenuta per imposizione esterna e per la collaborazione delle sue élite filo-atlantiste alla sua stessa distruzione.

Nonostante ciò, anche gli Stati Uniti si stanno lentamente ritirando dal loro ruolo di “impero globale”: un processo inesorabile, che continuerà sotto qualsiasi amministrazione, e che non potrà essere arrestato a meno che non distruggano la Russia e contengano l’espansione cinese. Per questo motivo, una vittoria parziale in Ucraina non serve; mentre un conflitto lungo potrebbe generare una crisi interna simile a quella del 1917. Ciò che serve è una sconfitta totale della NATO. Un qualcosa che potrebbe spingere gli USA a ritirarsi nel loro emisfero e risvegliare l’Europa dal suo decadente torpore impregnato di cultura postumana.

Ma cosa prevede questo “sogno russo”? Qui, Karaganov pensa in primo luogo a quello che dovrebbe essere il sistema politico a fondamento della Nuova Russia. Afferma che questo dovrebbe essere “democratico” alla base (a livello locale e regionale, ovvero dove la democrazia funziona) ma autoritario nei suoi vertici politici sui quali deve ergersi un leader forte e carismatico. La struttura da lui pensata è quello di un vero e proprio “impero” in cui l’autocrazia è massimamente effettiva. Perché la struttura imperiale tradizionale è il solo modo di sopravvivenza della Russia. Una struttura politica che deve essere assistita da una sovrastruttura ideologica fondata su un nuovo codice comportamentale russo radicato nella storia e nella cultura ma che, al contempo, guardi verso il futuro, anche e soprattutto per superare l’inverno demografico della Federazione.

A questo proposito, inoltre, si domanda chi possa essere considerato realmente “russo”. É russo, secondo il teorico della “distruzione creatrice” come metodo di disarticolazione della NATO, colui che, a prescindere dall’etnia e dalla religione, si riconosce nella storia della Russia (nella sua unità nella molteplicità), nella sua cultura, nella sua lingua, ed è pronto a sacrificarsi per la Madrepatria (in questo senso, il leader ceceno Ahmat Kadyrov (padre di Ramzan), per Karaganov, è molto più russo dei “russi etnici” che hanno depredato il Paese negli anni ’90, di alcuni bolscevichi del 1917, della élite burocratica comunista degli anni ’80, o di chi ancora oggi opera contro l’interesse nazionale della Federazione).

Obiettivo di questa nuova/antica idea guida deve essere quello di educare il popolo intellettualmente, fisicamente, ma soprattutto spiritualmente e moralmente. Deve insegnare come servire la comunità, la famiglia, la Patria e Dio (l’idea è quella di uno sviluppo umano attraverso il servizio alla Patria). Perché non vi è Russia senza la fede in Dio (in tutte le sue forme, sebbene anche Karaganov riconosca un certo primato dell’Ortodossia) del suo popolo. Questo conduce anche a ciò che dovrebbe essere il sistema economico della Russia. Karaganov pensa, in questo caso, sempre sulla scia dell’eurasismo classico, ad una sorta di collettivismo che sotto certi aspetti ricorda il modello cinese, con una economia di mercato in cui il capitale è sottoposto alla politica e non viceversa, ed in cui l’ostentazione della ricchezza viene considerato come un atteggiamento antipatriottico.

Il piano geopolitico è altrettanto interessante, visto che si possono indicare alcune idee-concetti di riferimento. Il primo è quello di un rafforzamento multidimensionale dello Stato (militare, culturale, economico e spirituale). L’idea guida della Russia non può avere alcun significato senza tale rafforzamento. La Russia, infatti, deve ergersi a “polo geopolitico” capace di espansione sul piano sia verticale che orizzontale per sostenere una sforzo globale verso la giustizia nelle relazioni internazionali ed il multipolarismo. Perché la Russia ha una missione civilizzatrice, sebbene Karaganov le neghi un afflato messianico che si autoattribuiscono altre Nazioni (Stati Uniti, Israele) e che alcuni pensatori russi volevano per il gigante eurasiatico.

Altro concetto fondamentale è quello dell’“espansione della sicurezza”, che riprende l’idea di Caterina II secondo cui la Russia può difendere i suoi confini solo espandendoli. Karaganov, infatti, vede nei russi un popolo di guerrieri per il semplice fatto che sono stati sempre costretti alla guerra e ad aggressioni senza fine. Un popolo che si è lanciato in operazioni offensive solo per espandere la propria sicurezza. Una sicurezza che, a sua volta, sarebbe impossibile senza quegli immensi spazi siberiani che garantiscono risorse naturali infinite (non solo minerarie, ma anche idriche o di legnami) ed una profondità strategica che nessun altra Nazione al mondo possiede. La potenza stessa della Russia dipende dalla Siberia; è un patrimonio da difendere ad ogni costo. E, per questo motivo, Karaganov propone l’idea di “siberizzazione della Russia”, perché nella conquista passata della Siberia, l’uomo russo ha scoperto la sua forza. Una forza derivata dalla connessione con la natura e l’amore per la natura. Amare la natura significa amare la Madrepatria, e l’unione tra l’uomo e la natura indica le direttrici geopolitiche lungo le quali muoversi. Non a caso, non sono pochi quelli che in Russia hanno suggerito il trasferimento della capitale da Mosca a Vladivostock per avere il centro politico della Nazione vicina ai centri emergenti del potere globale.

IL SOGNO DELLA RUSSIA NEL XXI SECOLO
IL SOGNO DELLA RUSSIA NEL XXI SECOLO

LATINO: UNA LINGUA IMMORTALE

a cura di Guendalina Maddei

Sono fuori moda: amo il latino e odio l’inglese. Per me, il latino non è una lingua morta ma una lingua immortale. I nostri figli, invece, non so perché, non riescono a finire una frase se non c’infilano dentro almeno un paio di vocaboli inglesi, o per meglio dire americani. Sarà colpa della globalizzazione, di Internet o delle canzoni di successo… Ma perché mi piace tanto il latino? Perché è sintetico.

Perché va diritto al cuore del problema. Detto in altre parole, adoro la brevitas. Prendiamo Tacito per esempio, lì dove dice «Germani fingunt et credunt» Tre parole per esprimere un concetto che in italiano ha bisogno di almeno otto parole. Una frase come «I tedeschi prima si inventano le cose e poi finiscono col credere che siano vere» lui la riassume dicendo: “fingunt et credunt”. Eccezionale!” Forse alla fine è per questo che mi piace tanto il latino: di gente che parla e parla e parla per ore senza dire nulla oggi ce ne sono anche troppi.

Luciano De Crescenzo, Il caffe sospeso

LATINO: UNA LINGUA IMMORTALE
LATINO: UNA LINGUA IMMORTALE

LA RIVOLUZIONE IRANIANA DEL 1979

a cura di Olga Melody

Iran, novembre 1979. Il 10 novembre 1979, sei giorni dopo che un gruppo di studenti iraniani autodefinitisi seguaci della linea dell’Imam aveva occupato la sede diplomatica statunitense a Teheran, la rivoluzione iraniana entrava nella fase più esplicita di confronto con gli Stati Uniti. L’azione dei militanti khomeinisti trasformò il processo rivoluzionario da vicenda interna a questione internazionale. L’episodio segnò la rottura dall’influenza statunitense e aprì una lunga fase di contrapposizione politica e diplomatica destinata a ridefinire gli equilibri regionali e, più in generale, il rapporto tra i paesi del Sud del mondo e le potenze occidentali.

Le radici di quella rottura affondavano in un processo di lunga durata. Dal colpo di Stato del 1953, che pose fine all’esperienza riformatrice del premier Mohammad Mossadeq e restituì pieni poteri allo Shah Mohammad Reza Pahlavi, l’Iran era diventato uno dei principali avamposti della strategia statunitense nel Medio Oriente. Il regime monarchico aveva avviato una modernizzazione accelerata fondata su un’idea di sviluppo interamente dipendente dall’Occidente: apertura ai capitali stranieri, centralità del petrolio come leva politica, concentrazione della ricchezza nelle mani di una borghesia urbana legata alla corte, all’esercito e alle compagnie petrolifere occidentali.

La cosiddetta “Rivoluzione Bianca”, lanciata dallo Shah negli anni Sessanta, rafforzò questa dipendenza. Dietro la retorica della modernità e della riforma agraria, il potere si concentrò ulteriormente, mentre le disuguaglianze sociali si ampliarono e la polizia segreta (SAVAK) divenne strumento di controllo e repressione capillare.

Nel corso degli anni settanta, la modernizzazione imposta dallo Shah mostrò i propri limiti. La crescita economica non si tradusse in inclusione sociale e il divario tra città e campagne divenne strutturale. Le classi popolari e i ceti medi impoveriti iniziarono a percepire il regime come una forma di dominio esterno, più che come autorità nazionale. In questo contesto maturò la convergenza di forze diverse: movimenti religiosi, gruppi studenteschi, intellettuali laici e organizzazioni di sinistra.

La figura di Ruhollah Khomeini, esiliato dal 1964 per la sua opposizione alla monarchia, divenne progressivamente il punto di riferimento simbolico di questa opposizione plurale. La sua capacità di tradurre le rivendicazioni sociali in un linguaggio religioso e politico accessibile alle masse fece della rivoluzione iraniana un fenomeno unico: non una semplice insurrezione contro il potere, ma un tentativo di ridefinire la modernità fuori dai modelli occidentali.

Nel gennaio 1979 lo Shah lasciò il Paese, aprendo una fase di transizione che nessuna delle forze in campo riusciva ancora a controllare pienamente. Il ritorno di Khomeini dall’esilio, il 1° febbraio, trasformò quella crisi in un evento politico di portata mondiale. Milioni di persone scesero in strada per accoglierlo, ma soprattutto per affermare la fine di un ordine percepito come imposto dall’esterno. La monarchia crollò senza resistenza significativa, segno di un potere ormai delegittimato.

Nel marzo si tenne il referendum che sancì la nascita della Repubblica Islamica, nuovo assetto istituzionale fondato sul principio della velayat-e faqih, il governo del giureconsulto. In pochi mesi il Paese passò da un regime filo-occidentale a una forma di sovranità politica che si proponeva come alternativa tanto al liberalismo quanto al socialismo.

Nel novembre 1979 la rivoluzione iraniana attraversò il suo primo vero banco di prova internazionale. Pochi giorni prima, il 4 novembre, un gruppo di studenti che si definivano seguaci della linea dell’Imam aveva occupato la sede diplomatica statunitense a Teheran, prendendo in ostaggio il personale presente. L’azione, nata come protesta contro l’ingerenza americana e contro la decisione di Washington di accogliere lo Shah negli Stati Uniti, si trasformò rapidamente in un evento politico di portata mondiale.

Il 10 novembre, quando la guida rivoluzionaria assunse ufficialmente la responsabilità dell’accaduto e Khomeini definì l’occupazione “la seconda rivoluzione”, l’Iran dichiarò nei fatti la propria indipendenza dal sistema di alleanze occidentali. Da quel momento il confronto con gli Stati Uniti divenne una costante della politica iraniana e contribuì a definire la Repubblica Islamica come soggetto non allineato, capace di sottrarsi alle logiche bipolari della Guerra fredda.

Fin dai primi anni successivi alla rivoluzione, la Repubblica Islamica è stata bersaglio di una campagna di delegittimazione sistematica che ha sostituito l’analisi con la propaganda. I media occidentali, incapaci o non disposti a leggere la rivoluzione come fenomeno politico complesso, l’hanno ridotta a un caso di fanatismo religioso, oscurandone la componente sociale e anti-imperialista. Nel corso dei decenni, la costruzione dell’Iran come minaccia ha giustificato sanzioni, guerre per procura e isolamento diplomatico. L’Iran è stato trasformato in un paradigma utile: il “nemico necessario” attraverso cui l’Occidente riafferma la propria superiorità morale e giustifica le proprie strategie di dominio.

Fin dagli anni sessanta l’Iran aveva partecipato al Movimento dei Paesi non allineati, nato per affermare l’autonomia dei popoli rispetto alla logica dei blocchi. Dopo la rivoluzione del 1979, questa posizione si è consolidata: la Repubblica Islamica non ha mai accettato la subordinazione all’Occidente e ha scelto di mantenere la propria indipendenza anche nei confronti dell’Unione Sovietica, senza mai collocarsi in una posizione di ostilità ideologica.

La scelta era un’altra: costruire un percorso nazionale fondato sull’autodeterminazione e sul rifiuto di ogni forma di ingerenza. Un rifiuto maturato dopo decenni di condizionamenti esterni, quando il Paese, piegato alla monarchia di Mohammad Reza Pahlavi e alla sua dipendenza dall’Occidente, era ormai saturo di ingerenze politiche, economiche e culturali. In questa prospettiva, l’ingresso nei BRICS non rappresenta un gesto tattico, ma l’esito coerente di una lunga ricerca di equilibrio. L’Iran si colloca oggi in continuità con lo spirito dei non allineati, come attore consapevole di un ordine multipolare che riconosce la sovranità come fondamento della dignità politica.

LA RIVOLUZIONE IRANIANA DEL 1979
LA RIVOLUZIONE IRANIANA DEL 1979

I RITUALI TANTRICI

di Luca Rudra Vincenzini

I rituali tantrici sono molto complessi e, ovviamente, non sono per tutti, o meglio non sono strettamente necessari, dipende sempre dal cammino che ognuno di noi deve percorrere. C’è infatti distinzione tra il tantrismo duale (dvaita) e duale-non duale (dvaitādvaita), nei quali sono obbligatori (Śaivasiddhānta), e quello non duale (advaita o meglio ancora paramādvaita) che è scettico nei confronti dei rituali. Per quest’ultimo lo stato naturale (samarasa/ekarasa/śāntarasa) in parte sottrae la necessità del rito (saṃskāra) che, invece, è centrale nei primi. È perciò necessario, a mio avviso, focalizzare alcuni punti.

Nella costruzione del corpo yogico i rituali, i mantra, le divinità e le visualizzazioni differiscono da famiglia a famiglia (kula o gotra) ed è necessario ricevere un’iniziazione (dīkṣā) per far sì che il cammino iniziatico abbia luogo. Sapendo che ad oggi è molto difficile contattare un lignaggio serio, si può ugualmente coltivare un’attitudine tantrica senza rischiare di incorrere in errori grossolani. Come procedere allora in assenza di un Guru realizzato?

Rituale semplificato, non segreto e praticabile da tutti (via destra).

Innanzitutto è necessario individuare la divinità verso la quale si prova una devozione spontanea (iṣṭa devatā), meglio se mite (saumya), perché con le terrifiche (ghora) si rischia sempre di farsi del male. Scelta la divinità si prende il mantra introduttivo della stessa, quello con il quale è conosciuta ed invocata nelle cerimonie ortodosse della mano destra (dakṣiṇa-mārga), ossia quelle senza rischi. Per capirsi nel caso di Śiva: oṁ namaḥ Śivāya, e, dopo una bella doccia, indossando comodi vestiti profumati di bucato, si può dare inizio all’istallazione (io ho praticato questa cerimonia guidata dalla mia Śrī Gurvī, installando nel mio corpo sia Śiva che il Mahāsiddha Bhagavān Nityānanda. Il Guru è tra le iṣṭa devatā).

Ci si procura del bhasman, cenere bianca risultante da precedenti cerimonie del fuoco, e, in cinmudrā, lo si applica sul corpo. Disegnando, sempre nel caso di Śiva, tre strisce orizzontali con medio, anulare e mignolo, per arto: piedi, tibia, coscia, bacino, etc, etc, etc sino a risalire al cranio. Per altre divinità si esegue il loro tilaka (simbolo rituale identificativo) specifico di appartenenza.

Durante l’applicazione indice e pollice rimangono uniti e si ripete mentalmente il mantra, ossia ne si evoca il potere (saṃsmaret) mentre lo si istalla negli arti (nyāsa). Una volta terminato con il bhasman, si fa un secondo giro applicando con il dito medio, sempre nel caso di Śiva, il rosso kunkun. Il punto rosso rappresenta il trascendimento dei tre mondi (loka), delle tre limitazioni (mala), delle tre qualità contratte (guṇa), dei tre corpi (śarīra) a favore del quarto (caturtha/turīya). Per le Dee consorti di Śiva va bene il tilaka di Śiva, per quelle di Viṣṇu quello di Viṣṇu. Ovviamente se si utilizzano mantra segreti la responsabilità è esclusivamente di chi li usa, se invece si usano mantra essoterici, ovvero per le masse, non essendoci segreti violati, non si corrono rischi e ci saranno solo benefici. A questo punto è fondamentale il respiro: con l’inspirazione (prāṇa) si estrae potere dal mantra e con l’espirazione (apāna) lo si istalla nel corpo, e ciò per ciascuna applicazione sugli arti (terzo giro solo ripetizione mentale del mantra e poi si scivola in meditazione). Per attivare il mantra è fondamentale l’uccāra, termine che significa sia pronuncia sia ascesa. È dunque l’esatta pronuncia che fa risalire la Dea dei fonemi: Varṇakuṇḍalī. Terminata l’operazione, lo scudo (kavac) è completo e l’iniziato è consacrato alla divinità e al suo potere vibratorio racchiuso nel mantra. Ovviamente l’istallazione (nyāsa) ha valore in funzione della devozione (bhakti), della volontà (icchā) e del potere del lignaggio di appartenenza (paraṃparā); il trasferimento della potenza (saṅkramaṇa) è tanto più potente quanto è forte il maestro con il quale lo si è praticato e, fino alla realizzazione finale, va ripetuto ciclicamente perché la mente tende sempre a ricadere nel sonno dell’ignoranza. La pratica umile attirerà la benevolenza del lignaggio.

sarvamaṅgala

I RITUALI TANTRICI
I RITUALI TANTRICI