In meditazione concentrati sul sibilo del silenzio ed applicalo come un balsamo ai pensieri, evaporeranno. Respiraci dentro creerai spazio, li diraderai come il vento sparge le nuvole. Una volta sedati, osserva il corpo e manda sibilo e respiro dentro le fibre, lo sentirai espandere, avvertirai sensazioni di rilascio, pizzicore, scioglimento sinché un tuffo nel cuore annuncerà l’entrata nella cava. Lì i suoni ovattati fugheranno la sensazione di avere un corpo e sarai solo coscienza. Permani, non ti stupire, al sopraggiungere di una chiara luce, sullo sfondo buio come l’universo, sarai nello stato della mente naturale (svabhāva) e un sentimento di pace (śāntarasa) si accompagnerà al silenzio (mauna).
Il programma include la cessione ai russi di territori anche non conquistati sul campo e garanzie di sicurezza per Kiev simili alle clausole Nato. Nessun soldato dell’Alleanza Atlantica sarà però ammesso in terra ucraina. Tutti i punti dell’accordo
Un piano di pace in 28 punti per tentare di porre fine alla guerra in Ucraina: il documento preparato dall’amministrazione Trump è stato pubblicato dal portale Axios e conferma molte delle anticipazioni degli scorsi giorni. La bozza prevede infatti la concessione di territori alla Russia, oltre a sottoscrivere l’impegno per Kiev a non aderire alla Nato e a limitare le sue Forze armate. La roadmap, ispirata al recente piano per la pace a Gaza, è stata realizzata dall’inviato statunitense Steve Witkoff con il contributo del Segretario di Stato, Marco Rubio, e del genero di Donald Trump, Jared Kushner.
Ucraina sotto pressione
Che il negoziato per porre fine alla guerra in Ucraina fosse una questione tra Stati Uniti e Russia, con Kiev in secondo piano, era chiaro da tempo. Un funzionario statunitense anonimo ha affermato che gli Usa starebbero premendo sull’Ucraina per fare approvare il piano con una “tempistica aggressiva”. Witkoff ha discusso la proposta anche con Kirill Dmitriev, amministratore delegato del Fondo russo per gli investimenti diretti, che ha espresso “ottimismo” in merito, e successivamente con il consigliere per la Sicurezza nazionale ucraina, Rustem Umerov. I contenuti del documento potrebbero tuttavia cambiare con il proseguimento dei negoziati tra le parti. Ecco di seguito il testo completo.
1. Sovranità ucraina
Il primo punto della proposta “conferma” la sovranità dell’Ucraina.
2. Accordo di non aggressione
Sarà concluso un accordo globale di non aggressione tra Russia, Ucraina ed Europa. Tutte le ambiguità degli ultimi 30 anni saranno considerate risolte.
3. Nessuna invasione russa
Si stabilisce che la Russia non invaderà i Paesi vicini e che la Nato non si espanderà ulteriormente.
4. Dialogo aperto tra Russia e Nato
Si terrà un dialogo aperto tra Russia e Nato, con la mediazione degli Stati Uniti, per risolvere tutte le questioni di sicurezza e creare le condizioni per una de-escalation. L’obiettivo è garantire la sicurezza globale e aumentare le opportunità di cooperazione e di futuro sviluppo economico.
5. Garanzie di sicurezza per l’Ucraina
L’Ucraina riceverà garanzie di sicurezza affidabili. È la prima volta che un documento ufficiale americano riporta questa dicitura in riferimento al Paese invaso. Un funzionario anonimo ha spiegato ad Axios che il passaggio è da intendersi come una “garanzia esplicita” per Kiev da parte degli Stati Uniti. Ad agosto avevamo già anticipato gli scenari possibili su Tgcom24. In particolare una seconda bozza del piano di Trump include una garanzia di sicurezza modellata sull’articolo 5 della Nato, che impegnerebbe gli alleati statunitensi ed europei a trattare un attacco all’Ucraina come un attacco all’intera “comunità transatlantica”. Si afferma infatti che qualsiasi futuro “attacco armato significativo, deliberato e sostenuto” da parte della Russia contro l’Ucraina “sarà considerato un attacco che minaccia la pace e la sicurezza della comunità transatlantica”, e che Usa e alleati risponderanno di conseguenza.
6. Le dimensioni dell’esercito ucraino
La dimensione delle Forze armate ucraine sarà limitata a 600mila effettivi. Secondo un funzionario ucraino, l’esercito ucraino conta attualmente 800mila-850mila militari, mentre prima della guerra ne contava circa 250mila.
7. Ucraina mai nella Nato
L’Ucraina accetta di sancire nella propria Costituzione che non aderirà alla Nato. Allo stesso modo la Nato accetta di includere nei propri statuti una disposizione secondo cui l’Ucraina non sarà ammessa in futuro.
8. Nessun soldato della Nato in Ucraina
La Nato accetta di non stazionare truppe in Ucraina. Gli Stati alleati, tra cui Francia e Gran Bretagna, hanno lavorato a proposte separate che includerebbero un piccolo numero di truppe europee sul suolo ucraino dopo la guerra. Il piano di Trump sembra tuttavia ignorare quest’ultima possibilità.
9. Jet europei pronti in Polonia
Gli aerei da combattimento europei saranno di stanza in Polonia, per qualsiasi evenienza di protezione del continente.
10. Le condizioni degli Usa sulla perdita di garanzie
Il decimo punto stabilisce le condizioni secondo cui le garanzie offerte dagli Usa verrebbero meno:
gli Stati Uniti riceveranno un risarcimento per le garanzie offerte;
se l’Ucraina dovesse invadere la Russia, perderebbe le garanzie americane;
se la Russia dovesse invadere (nuovamente) l’Ucraina, oltre a una risposta militare coordinata e decisa, tutte le sanzioni globali verrebbero ripristinate, il riconoscimento dei nuovi territori e tutti gli altri vantaggi del presente accordo verrebbero revocati;
se l’Ucraina dovesse lanciare un missile su Mosca o San Pietroburgo senza motivo, le garanzie di sicurezza stabilite dal piano sarebbero considerate invalide.
11. Ucraina legata all’Ue
L’Ucraina ha i requisiti per entrare a far parte dell’Ue e, mentre la questione viene esaminata, otterrà un accesso preferenziale a breve termine al mercato europeo.
12. La ricostruzione dell’Ucraina
Il piano cita un “potente pacchetto globale” di misure per ricostruire l’Ucraina, tra cui:
la creazione di un Fondo di sviluppo per l’Ucraina per investire in settori in rapida crescita, tra cui tecnologia, data center e intelligenza artificiale;
gli Stati Uniti collaboreranno con l’Ucraina per ricostruire, sviluppare, modernizzare e gestire congiuntamente le infrastrutture del gas ucraino, compresi i gasdotti e gli impianti di stoccaggio;
sforzi congiunti per la riabilitazione delle aree colpite dalla guerra, per il restauro, la ricostruzione e la modernizzazione delle città e delle aree residenziali;
sviluppo delle infrastrutture;
estrazione di minerali e risorse naturali;
la Banca Mondiale elaborerà uno speciale pacchetto di finanziamenti per accelerare questi sforzi.
13. Russia reintegrata nell’economia globale
La Russia sarà reintegrata nell’economia globale:
la revoca delle sanzioni sarà discussa e concordata in più fasi e caso per caso;
gli Stati Uniti stipuleranno un accordo di cooperazione economica a lungo termine per lo sviluppo reciproco nei settori dell’energia, delle risorse naturali, delle infrastrutture, dell’intelligenza artificiale, dei data center, dei progetti di estrazione di terre rare nell’Artico e di altre opportunità aziendali reciprocamente vantaggiose;
la Russia sarà invitata a rientrare nel G8.
14. Gli asset russi congelati
I fondi russi congelati saranno utilizzati come segue:
100 miliardi di dollari di beni russi congelati saranno investiti negli sforzi guidati dagli Stati Uniti per ricostruire e investire in Ucraina;
gli Stati Uniti riceveranno il 50% dei profitti derivanti da questa iniziativa. L’Europa aggiungerà 100 miliardi di dollari per aumentare gli investimenti disponibili per la ricostruzione dell’Ucraina. I fondi europei congelati saranno sbloccati. La parte rimanente dei fondi russi congelati sarà investita in un veicolo di investimento separato tra Stati Uniti e Russia che implementerà progetti congiunti in aree specifiche. Questo fondo sarà finalizzato a rafforzare le relazioni e ad accrescere gli interessi comuni per creare un forte incentivo a non tornare al conflitto.
15. Gruppo di controllo russo-americano
Sarà istituito un gruppo di lavoro congiunto americano e russo sulle questioni di sicurezza per promuovere e garantire il rispetto di tutte le disposizioni del presente accordo.
16. Politica di non aggressione russa
La Russia sancirà per legge la sua politica di non aggressione nei confronti dell’Europa e dell’Ucraina.
17. Pace nucleare tra Usa e Russia
Gli Stati Uniti e la Russia concorderanno di estendere la validità dei trattati sulla non proliferazione e il controllo delle armi nucleari, incluso il trattato Start I, firmato per la prima volta nel 1991 e in scadenza a febbraio 2026.
18. Ucraina non nucleare
L’Ucraina accetta di essere uno Stato non nucleare in conformità con il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari.
19. Condivisione della centrale nucleare di Zaporizhzhia
La centrale nucleare di Zaporizhzhia sarà avviata sotto la supervisione dell’Aiea e l’elettricità prodotta sarà distribuita equamente tra Russia e Ucraina (50 e 50).
20. Distensione e tolleranza tra russi e ucraini
Russia e Ucraina si impegnano a realizzare programmi educativi nelle scuole e nella società volti a promuovere la comprensione e la tolleranza delle diverse culture e a eliminare il razzismo e i pregiudizi. Secondo il seguente schema:
l’Ucraina adotterà le norme dell’Ue sulla tolleranza religiosa e sulla tutela delle minoranze linguistiche;
entrambi i Paesi accetteranno di abolire tutte le misure discriminatorie e di garantire i diritti dei media e dell’istruzione ucraini e russi. Disposizioni simili sono state incorporate anche nel primo piano di pace di Trump proposto per il Medioriente nel 2020.
ogni ideologia e attività nazista deve essere respinta e proibita.
21. La cessione di territori alla Russia
La divisione dei territori avverrà secondo il seguente schema:
la Crimea, Luhansk e Donetsk saranno riconosciute come di fatto russe, anche dagli Stati Uniti;
Kherson e Zaporizhzhia saranno congelate lungo la linea di contatto, il che significa un riconoscimento di fatto lungo la linea del fronte attuale;
la Russia rinuncerà agli altri territori concordati sotto il suo controllo al di fuori delle cinque regioni annesse;
le forze ucraine si ritireranno dalla parte dell’oblast’ di Donetsk attualmente sotto il loro controllo. Questa zona di ritiro sarà considerata una zona cuscinetto neutrale e demilitarizzata, riconosciuta a livello internazionale come territorio appartenente alla Federazione Russa. Le forze di Mosca si impegnano a non entrare in questa zona demilitarizzata.
22. Nessun uso della forza dopo gli accordi
Dopo aver concordato i futuri accordi territoriali, sia la Russia sia l’Ucraina si impegnano a non modificarli con la forza. Eventuali garanzie di sicurezza non saranno applicate in caso di violazione di questo impegno.
23. Libera navigazione nel fiume Dnepr e nel Mar Nero
La Russia non impedirà all’Ucraina di utilizzare il fiume Dnepr per attività commerciali e saranno raggiunti accordi sul libero trasporto di grano attraverso il Mar Nero.
24. Prigionieri, bambini deportati e vittime del conflitto
Sarà istituito un comitato umanitario per risolvere le questioni in sospeso:
tutti i prigionieri e i corpi rimanenti saranno scambiati sulla base del principio “tutti per tutti”;
tutti i civili detenuti e gli ostaggi saranno restituiti, compresi i bambini;
verrà attuato un programma di ricongiungimento familiare;
saranno adottate misure per alleviare le sofferenze delle vittime del conflitto.
25. Elezioni in Ucraina entro cento giorni
Si stabilisce che entro 100 giorni dalla sottoscrizione ufficiale degli accordi, si terranno le elezioni in Ucraina.
26. Amnistia totale per le azioni di guerra
Tutte le parti coinvolte in questo conflitto riceveranno piena amnistia per le loro azioni durante la guerra e si impegnano a non avanzare alcuna richiesta o prendere in considerazione alcuna lamentela in futuro.
27. Accordo garantito dagli Usa
Il presente accordo sarà giuridicamente vincolante. La sua attuazione sarà monitorata e garantita dal Consiglio per la Pace, presieduto da Donald Trump. Saranno imposte sanzioni in caso di violazione. Si tratta della medesima struttura generale proposta da Trump per l’accordo di pace per Gaza.
28. Cessate il fuoco immediato
Una volta che tutte le parti avranno concordato questo memorandum, il cessate il fuoco entrerà in vigore immediatamente dopo che entrambe le parti si saranno ritirate nei punti concordati per iniziare l’attuazione dell’accordo.
Questo femminismo di quinta ondata (ma potrebbe essere anche il sesto, s’è perso il conto) sta compiendo atti infami sulla società e l’umanità in generale.
E mi spiace dirlo ma le donne tutte, anche quelle che non appoggiano minimamente ciò, temo dovranno pagare in futuro un bel debito karmico collettivo. Non che il patriarcato non abbia avuto in passato i suoi limiti e anche i suoi eccessi, ma la donna non ha voluto, o saputo, limitarsi a riequilibrare la bilancia… No, ha voluto squilibrarla di nuovo.
Il mito del Genesi, dell’antico Serpente che parla alla donna, ha un suo senso. Bisogna sempre guardare il mito perché nel mito parlano fatti archetipici, modello del reale.
Videoconferenza del canale YouTube LA CASA DEL SOLE TV, trasmessa in diretta online in live streaming il giorno 20 Novembre 2025.
“Ci hanno insegnato tutto gli americani” recitava Giorgio Gaber qualche decina di anni fa, e purtroppo aveva ragione. L’identità italiana ed europea si è sciolta in un blob privo di cultura e per di più incapace di riconoscere il reale dall’inventato. Tra genocidi, blackout, bolle finanziarie e lavoratori condannati all’oblio. Cosa hanno in mente i giganti del Big Tech? C’è un’alternativa? Ne parliamo con Valentina Ferranti, antropologa e scrittrice, Maurizio Martucci, giornalista e scrittore, Mario Apicella, musicista, agronomo e militante. In studio Jeff Hoffman.
Una delle malattie di questo paese è il feticismo istituzionale che avvolge il concetto di contropotere, una di quelle commedie all’italiana che meriterebbe di essere ridicolizzata senza mezzi termini.
In questo senso, ogni potere non è mai contro o a favore di qualcosa, ma è semplicemente potere e basta. E quando smettiamo di raccontarci favole sui garanti, sui custodi della Costituzione e sui padri della patria, sul giornalismo cane da guardia del potere (il che è vero, ma solo se lo intendiamo nel senso di difesa del potere) iniziamo finalmente a capire come funzionano davvero le cose.
In questo senso, la vicenda di Francesco Saverio Garofani è di una gravità che dovrebbe far tremare le fondamenta del nostro sistema istituzionale ma che sorprende fino ad un certo punto.
La notizia, per chi finora la sta leggendo solo a spizzichi e bocconi, in sintesi è questa: un consigliere del Presidente della Repubblica si è permesso di auspicare pubblicamente uno scossone pur di far cadere il governo Meloni. Non siamo di fronte alla critica politica di un consigliere un po’ chiacchierone (verrebbe da dire “troppo” soprattutto confrontando la sua figura con quella del silenzioso Mattarella) e nemmanco di fronte ad un’opposizione dialettica, ma all’augurio, da parte di un personaggio vicino a quello che dovrebbe essere il “garante dell’unità del paese” che accada qualcosa di terribile al paese per ottenere un risultato politico. E la gravità non sta nemmeno tanto nelle parole di Garofani, ma nel fatto che Mattarella non lo abbia messo al suo posto e di come tutto questo rappresenti perfettamente la mentalità di un’élite che considera il governo democraticamente eletto come un incidente di percorso da correggere con qualsiasi mezzo, in nome della cui caduta, se non bastano le solite manovre di palazzo, allora ben vengano le disgrazie nazionali.
Ma ripeto, qui siamo di fronte ad una sorpresa e ad uno scandalo che fanno sorridere per l’ingenuità di chi li solleva. Perché il gigantesco equivoco è quello di considerare il Presidente della Repubblica come il saggio custode delle istituzioni. E vediamo perché.
Il sistema italiano, se lo si legge con attenzione, è praticamente identico al sistema iraniano. Come funziona il sistema iraniano?
Sebbene l’Iran sia, formalmente, una democrazia – teoricamente si può candidare chiunque come presidente dell’Iran e chiunque può far parte della cosiddetta Assemblea degli esperti – nella pratica, il vero potere è detenuto dal clero islamico, composto dal Consiglio dei guardiani della Costituzione, al di sopra del quale vi è la Guida Suprema, la quale può tranquillamente sabotare qualsiasi candidato non gli piaccia.
Se lo confrontiamo col sistema italiano e al Consiglio dei guardiani della Costituzione sostituiamo le lobby dell’informazione e alla Guida Suprema il Presidente della Repubblica, abbiamo rifatto il sistema iraniano tale e quale.
Il Presidente della Repubblica oltre a godere di guarentigie che gli altri politici si sognano, ha un potere enorme che gli consente di bocciare ministri che non gli piacciono, di rimandare le leggi al mittente qualora non gli piacessero, di sciogliere le camere quando gli pare e di nominare senatori a vita per sistemare gli equilibri parlamentari. L’unica differenza con l’Iran è che da noi questo potere si esercita con il sorriso e le buone maniere, condito da qualche citazione di Piero Calamandrei.
I casi di Savona e Previti dovrebbero averci insegnato qualcosa. Nel 2018 Mattarella semplicemente cancellò la volontà degli elettori bocciando Paolo Savona come ministro dell’Economia perché parrebbe che quest’ultimo avesse detto la cosa più banale del mondo: “Se l’Euro crolla dobbiamo avere un piano B per affrontare le conseguenze”. Che è come se licenziassimo il comandante di una nave perché vuole le scialuppe di salvataggio, una roba che nel paese del disastro della Concordia non deve stupire. Ma il punto è che quando un Presidente della Repubblica boccia il ministro di un governo espressione di una chiara maggioranza, di fatto altera la legittimità politica del governo di cui espressione. Nel caso Previti, fu Scalfaro a mettersi di traverso, impedendo che Berlusconi mettesse quello che, piaccia o meno, almeno a quei tempi era un avvocato noto per la sua bravura.
In sintesi, un Presidente della Repubblica può sabotare un governo democraticamente eletto e può premiare chi è stato condannato dalla magistratura. E tutto questo viene venduto come garanzia costituzionale.
Sergio Mattarella, il nostro presidente, è l’incarnazione perfetta di questo sistema. Un politico siciliano che ha attraversato tutti i gangli del potere democristiano, fratello di Piersanti ammazzato dalla mafia, figura che nessuno osa toccare perché protetta dall’aura del dolore e del sacrificio familiare. Ma proprio per questo dovremmo chiederci: può davvero essere garante dell’unità dello Stato uno che rappresenta una precisa parte politica, una specifica visione del mondo, una determinata idea di società? La risposta è ovviamente no. Nessun presidente della Repubblica può essere garante di un bel niente, perché ogni presidente porta con sé la sua storia, le sue convinzioni, i suoi interessi. E quando questi interessi collidono con la volontà popolare, indovinate chi vince?
La realtà di cui non si vuol prendere atto è che il sistema presidenziale italiano è stato congegnato per essere un freno alla democrazia, non una sua garanzia. È l’ultimo baluardo di un’élite che non si fida del popolo e che ha bisogno di mantenere il controllo anche quando perde le elezioni. Per questo i presidenti vengono scelti sempre tra i soliti noti, tra chi ha dato garanzie di affidabilità al sistema, tra chi non farà mai il passo più lungo della gamba. E per questo i loro consiglieri si permettono di auspicare disgrazie nazionali pur di liberarsi di un governo sgradito.
Così, mentre noi ci raccontiamo la favola del presidente padre di tutti, la realtà è che l’unico vero contropotere in una democrazia dovrebbe essere il popolo. Non i giudici, non i presidenti, non le autorità indipendenti, non i garanti di questo o di quello. Il popolo. Quello stesso popolo che però viene considerato troppo ignorante per capire, troppo emotivo per decidere, troppo manipolabile per governare. Allora ecco che servono i contropoteri, i pesi e i contrappesi, le autorità super partes. Tutte scuse per legittimare un sistema che di democratico ha solo la facciata.
Quando finalmente smetteremo di credere alle favole istituzionali e riconosceremo che il potere è potere – né buono né cattivo, semplicemente potere – forse inizieremo a costruire davvero una democrazia. Ma fino a quando continueremo a venerare presidenti, giudici e autorità varie come se fossero entità superiori al gioco politico, resteremo sudditi travestiti da cittadini. E i consiglieri presidenziali continueranno a auspicare sciagure nazionali per i loro giochi di palazzo.
“Ora che cosa vuol dire Roma? (…) Se noi vediamo la Roma di Costantino e la confrontiamo con quella di Numa Pompilio ci accorgiamo che sono diverse. Quindi non è quello, non è il sistema politico. Non è una razza, almeno nel senso fisico del termine. Voi sapete quante razze ci siano state in Roma. In Roma c’erano gli Etruschi, in Roma c’erano i Latini, in Roma c’erano i Cimbri e il resto delle popolazioni italiche che poi sono diventate tutte romane. E poi sono diventati romani anche i Galli e i Dalmati anche perché Roma si estendeva. Non si estendeva come dominio politico, si estendeva come Civiltà. Diventavano romani. I romeni si chiamo ancora così perché erano romani, e parlano una lingua latina. Quindi non é una razza, non ne ha nulla a che fare. Roma non ha nulla di nazionalistico. Non è una religione: certamente, Roma aveva la sua religione, ma aveva una religione estremamente tollerante. Voi sapete che a Roma c’è il Pantheon, che è un grande tempio, non è mica una chiesuola. Costruito apposta dai romani, da Menenio Agrippa, per quei popoli che avevano religioni poco rappresentate a Roma, non potendo in quindici persone farsi un tempio, allora i romani fecero un tempio buono per tutti. Il tempio per tutte le religioni, tutte accolte, tutte per la romanità, che era più grande di loro. E allora cos’è Roma? Roma è un modo di essere. Romano è anzitutto il senso del sacro.”
La rinascita nella consapevolezza che il potere di influenzare un ambiente contestuale può mutare i rapporti di forza è il fondamento del nuovo e vorticoso caos placido che si sta diffondendo all’interno dell’Occidente oramai al tramonto.
Siamo apocalitticamente nell’anticamera di fenomenologie che investono sempre più il senso di una verticalità vitale che sfida la sfera relazionale della vita pubblica.
La violenza sulle donne e la diffusione della violenza in generale, in tutte le sue forme, è soltanto un aspetto che richiama ad una rivincita nella centralità della Tradizione Primordiale, al fine di arginare questi fenomeni in nome di valori etici, morali e spirituali che nella loro eternità, ci permetteranno di risalire la china per ritrovare l’origine della vita nella divinità della creazione continua di Dio Altissimo Sommo Creatore.
Striscia di Gaza – Nelle ultime settimane è emersa la questione dei combattenti dellaResistenza palestineseintrappolati nella città di Rafah, che è diventata una condizione fondamentale prima di passare alla fase successiva degli accordi proposti riguardanti il settore.
Chi sono le persone bloccate a Rafah?
Si tratta di combattenti delle Brigate Al-Qassam, l’ala militare di Hamas, rimasti nelle zone di Rafah controllate da Israele e asserragliati nei tunnel situati all’interno della cosiddetta “Linea Gialla”. Secondo stime israeliane, il loro numero sarebbe compreso tra 150 e 200.
La questione è esplosa il 29 del mese scorso, in seguito all’annuncio da parte dell’occupazione israeliana della morte di uno dei suoi soldati durante uno scontro armato a Rafah, che ha riportato con forza il dossier in primo piano.
I media hanno discusso diverse proposte per risolvere la questione, tra cui quella di consentire a questi combattenti della Resistenza di entrare in sicurezza nella Striscia di Gaza in cambio della consegna delle armi, ed è stata anche sollevata l’idea di trasferirli in un Paese terzo.
Hamas, da parte sua, ha ritenuto l’occupazione israeliana pienamente responsabile della sicurezza e della vita di questi combattenti, sottolineando che “non c’è spazio per la resa o la rinuncia” e mettendo in guardia allo stesso tempo contro ogni possibile scontro con le forze di occupazione.
D’altro canto, la Reuters ha citato un alto funzionario turco che avrebbe affermato che Ankara aveva precedentemente facilitato il ritorno del corpo del soldato israeliano Hadar Goldin, sottolineando che la Turchia sta attualmente cercando di fornire un passaggio sicuro ai combattenti assediati.
Resta da vedere quanto successo avranno le attuali iniziative per trovare una soluzione, nel timore che l’occupazione sfrutti questa questione per continuare la sua aggressione contro la Striscia di Gaza.
Questo post è dedicato ai soldati di entrambi i fronti che ogni giorno muoiono nella guerra in Ucraina. Loro, più dei civili, sono le vere vittime di un conflitto di cui non hanno colpa. Il soldato combatte e muore per la sua Patria, ma è mandato a morire da cinici governanti mossi da brama di potere e arrivismo personale. Nessuno ha interesse a terminare la mattanza di quei poveri soldati. Non ce l’ha Zelensky e il suo codazzo che continuano ad arricchirsi con la pioggia di miliardi che gli arrivano da mezzo mondo. Non ce l’hanno gli scellerati leader europei come Meloni, Macron, Merz che da tre anni raccontano menzogne ai rispettivi popoli vaneggiando che l’Ucraina vincerà contro la Russia. Non ce l’ha il buzzurro americano che non vuole certo arrestare l’ondata di ordinazioni alle sue industrie belliche dopo anni e anni di crisi industriale. Non ce l’ha nemmeno Putin che, seppur lentamente, sta rosicchiando terreno per conquistare il Donbass. Non hanno interesse le lobby finanziarie e i grandi fondi avvezzi nella corruzione di viscidi colletti bianchi che risiedono nelle istituzioni UE. Tutti, nessuno escluso, sono vigliacchi carnefici di quei poveri soldati che ogni giorno muoiono per nutrire il perverso sistema.
L’articolo seguente è tratto dall’intervento che Daniele Scalea, presidente della Fondazione Machiavelli, ha tenuto all’evento “The Essence of Life“, svoltosi a Révfülöp, in Ungheria, sotto l’egida dello Scruton Hub.
Identità nazionale e democrazia
L’identità nazionale è uno dei maggiori tesori nel capitale sociale d’Europa. Roger Scruton ricordava come la lealtà verso la nazione garantisca la coesione sociale anche in presenza di grandi disaccordi. Ma Scruton non fu il primo a porre in risalto questo prezioso dono della nostra storia occidentale.
John Stuart Mill, nell’Ottocento, scriveva che è quasi impossibile avere “istituzioni libere” (ossia una democrazia liberale) in un paese composto da differenti nazionalità, poiché verrebbe a mancare la reciproca simpatia necessaria a tali istituzioni per sopravvivere. Al contrario, vi sarebbe mutua sfiducia e l’esercito non sarebbe leale verso l’intera popolazione, percependo una parte di essa come straniera e avversaria.
Nel Novecento toccò a Joseph Schumpeter sottolineare che la società democratica necessita di un qualche livello d’accordo sulle norme e i princìpi basilari, sulle “regole del gioco”, affinché la minoranza non si senta minacciata dalla maggioranza e ne accetti il governo.
Per comprendere tali concetti teorici, basta immaginarsi il seguente scenario, non così remoto o irrealistico. Poniamo che, nel 2050, i Fratelli Musulmani o qualche gruppo politico similare siano un serio contendente al potere in uno o più paesi d’Europa. Un ebreo, una donna, un omosessuale, o in generale chiunque non sia musulmano, potrebbe accettare il loro governo, anche conseguito democraticamente, per mezzo del voto, avendo la sicurezza che i suoi diritti fondamentali non saranno conculcati? Difficilmente ciò potrà avvenire, nel momento in cui per i Fratelli Musulmani altri sono i diritti fondamentali: la libertà di predicare l’islam e l’applicazione della sharia.
Il parto travagliato delle nazioni
Le democrazie liberali sono storicamente, strutturalmente connesse agli Stati-nazione. È in questi contesti che si sono sviluppate e quasi solo in società simili le abbiamo trovate in grado di consolidarsi e funzionare completamente. La storia ci mostra che gli Stati multiculturali tendono all’autocrazia, con rare eccezioni (come la Svizzera, comunque composta di sole comunità europee e cristiane e comunque basata sul modello cantonale, dove ogni cantone è a base etnolinguistica e religiosa).
La nascita degli Stati nazione non è però stata indolore. Essa è passata per la difesa dalle invasioni, per guerre civili, per pulizie etniche e purghe religiose. Eventi sanguinosi che hanno creato quella relativa omogeneità sufficiente a suscitare fiducia e senso di identità diffusi – precondizioni, come si è visto, della democrazia.
Non dovremmo gettar via, così a cuor leggero, tale identità conquistata a sì caro prezzo. Il rischio è che, con la sua sparizione, si ritorni a ciò che vi era prima: i conflitti etnici e religiosi.
Chi minaccia oggi nazioni e democrazia
Ma perché l’identità nazionale è oggi in crisi in Europa? Vi è una causa esterna e una interna. Quella esterna è la più ovvia ed evidente: l’immigrazione di massa, impossibile da integrare con questi numeri, e in presenza di un establishment che da decenni ritiene indesiderabile l’obiettivo dell’assimilazione, ha ricreato società multiculturali. Società simili a quelle del passato, in cui vi erano conflitti etno-religiosi, ma ancora più instabili perché le comunità non sono accomunate nemmeno dall’essere tutte europee e cristiane.
Ciò ci conduce alla causa interna. L’Europa non avrebbe mai accettato di tornare alle fragili e litigiose società multiculturali se non avesse ceduto, negli ultimi due secoli, alle seduzioni intellettuali del relativismo culturale.
Nell’Ottocento, proprio quando il processo di costruzione nazionale raggiungeva il suo picco, alcune élites cominciarono a divergere dal resto della società. In nome del progresso decisero di tagliare ogni legame col passato, visto non più come un modello e una guida, ma come un fardello e un “paese straniero” (L.P. Hartley).
Se il passato è qualcosa di negativo, allora non vi sono più costumi, valori e tradizioni che si possano prendere automaticamente per buoni. Ecco l’origine del relativismo: la nostra cultura è solo una tra tante. Ciò ch’è buono e ciò ch’è giusto, è meramente soggettivo. In quegli anni si diffuse la fascinazione per l’esotico, come visibile nel mito del “buon selvaggio” e ancor più nel primitivismo nell’arte – l’imitazione delle arretrate arti africani o polinesiane, momento fondativo dell’arte cosiddetta “contemporanea”, col rigetto di tutti i canoni estetici occidentali.
Il relativismo culturale non fu però il solo a rompere col passato, in quegli anni. Lo fece anche il marxismo, basato sull’idea che la società sia troppo difettosa e vada rimpiazzata da una totalmente nuova. Questi due filoni, di rigetto della nostra storia e della nostra tradizione, si sono mossi negli anni, frequentemente intrecciandosi, come è successo anche di recente, quando neo-marxismo e post-modernismo si sono incontrati per creare l’assurda e venefica ideologia woke.