Bambino per Cristo era chi sa vedere le cose come un BAMBINO, con la stessa meraviglia, riscoprirlo ma ad un livello piu profondo e non manifesto….
Bambino spirituale è colui che capisce di non sapere, che è intriso di menzogna indotta e autogenerata, e RICOMINCIA AD OSSERVARE IL MONDO CON BEN ALTRI OCCHI.
Ci sono anime che giustamente sono molto legate alla dimensione onirica, ma devono mettersi in testa che il piu grande sogno è la nostra vita, l’intero mondo esterno è un sogno condiviso. Ergo come abbiamo uno stato di coscienza là, ne abbiamo un altro qui. Come indaghiamo quel regno, occorre indagare questo.
COME CI SONO SIMBOLISMI INTENSI LI’, L’INTERO MONDO DA SVEGLI è UN OGGETTO SIMBOLICO COLOSSALE
Uscire da questo guscio di carne equivale ad uscire dalla reclusione che lo stato italiano mi impone come regime di sicurezza, e l’uscita sarà l’inizio di una risalita a senso unico verso i cieli di Dio Altissimo per il risveglio multidimensionale della mia anima. Uscire dalla matrice monodimensionale del quotidiano implica un lavoro quotidiano costante su corpo, anima e spirito, al fine di auspicare la venuta del Salvatore Promesso.
L’illuminazione nasce dal risveglio della mente; la mente del risveglio nasce da una pura aspirazione; una pura aspirazione nasce da una grande compassione; una grande compassione nasce dall’amore sconfinato; l’amore nasce dal considerare gli esseri senzienti con affetto; l’affetto nasce da una profonda gratitudine; e la gratitudine nasce dal rendersi conto che tutti gli esseri sono mie madri. Taranatha, Essenza di Ambrosia
Molti individui, anche di vasta cultura, sono fermamente convinti che Dio – qualunque sia il senso che vogliamo dare a questo termine – sia essenzialmente “comprensibile” a partire dagli schemi di una determinata filosofia o teologia. Il termine “comprendere” é significativo: “prendere con” vuol dire che un determinato sistema di pensiero, una determinata appartenenza confessionale o una certa prospettiva “avvolge” totalmente il proprio oggetto, così come potremmo avvolgere con le nostre braccia un bambino o un gattino.
Questo atteggiamento é particolarmente evidente (ma non solo) in una certa teologia tardo-aristotelica occidentale: io ho compreso di Dio (o credo di aver compreso) gli elementi X, Y, Z e se c’é qualcosa che apparentemente contraddice o non è comprensibile all’interno di questo schemino è necessariamente sbagliato perché violerebbe il “principio di non contraddizione”.
Questo atteggiamento è certamente comprensibile ed è anche passabilmente umano, perché rassicura, e non c’é nulla di male in sé che alcuni individui lo considerino l’unico approccio possibile alla Conoscenza, ma nei fatti è terribilmente limitato e, passatemi il termine, anche un po’ ridicolo. Di fatto, è lo stesso atteggiamento che un certo razionalismo materialista, nelle sue forme più grette, applica alla realtà su un piano più limitato (tutto quello che entra nel mio laboratorio non esiste o non mi interessa!)
Di fatto, al netto di tutte le paure umane, negare che la Divinità possa manifestarsi in forme diverse e possa essere percepita da prospettive molto diverse è una pura assurdità. Persino la nostra semplice esistenza individuale ci mostra come prospettive differenti (e persino opposte) non siano affatto “in contraddizione”.
Un determinato individuo di nome Gianluca M. – tanto per fare un esempio – avrà sicuramente un diverso tipo di approccio – si “manifesterà” in forse diverse – con la moglie, la figlia, i figli, gli amici, i colleghi di scuola e il barista che gli prepara il caffè la mattina. Ognuno di questi altri individui può ben dire di conoscere Gianluca M., ma sarebbe non solo assurdo ma anche folle, ingiusto e persino orribile che Gianluca manifesti le stesse “qualità” con la moglie, la figlia, gli amici o il barista. Per essere ancora più espliciti: che la moglie o il barista di Gianluca abbiano due conoscenze diversissime e due approcci divergenti (oltre che un’intimità del tutto differente) con il tal Gianluca non implica la negazione di “alcun principio di non contraddizione”.
E’ possibile, legittimo e auspicabile che ognuno di questi individui possa dire che il suo rapporto con Gianluca sia “unico”, positivo, appagante e costruttivo, ma al tempo stesso, é impossibile che ognuno di questi individui, foss’anche i più prossimi, abbiano davvero una visione e una conoscenza totale e perfetta del signor Gianluca M. …e se questo vale per un semplice individuo umano, figuriamoci per la Divinità.
Un detto cinese afferma che il Cielo è quello che vedo dalla finestra di casa mia, ma che è ridicolo immaginare che dalla mia finestra si veda tutto il Cielo. Per onestà intellettuale, ognuno dovrebbe approfondire lo spicchio di Cielo che vede sperando un giorno di poterlo vedere tutto… però dovrebbe evitare, a mio parere, di oltraggiare chi ha semplicemente una finestra aperta da un’altra parte. Tutto questo, con buona pace del barista che prepara il caffè la mattina al signor Gianluca, che ha anche una certa confidenza con lui perchè ci parla di calcio (cosa impossibile da fare con la moglie di Gianluca che non sa nemmeno cos’é un rigore o un corner), ma che cionondimeno la sera non dorme nello stesso letto di Gianluca (e per fortuna, aggiungerei).
Poi, per carità, ognuno faccia quello che crede…
DIO E’ SOLO QUELLO CHE VEDO DALLA FINESTRA DI CASA MIA?
“Può darsi che un mondo tramonti, che i cieli definitivamente si chiudano sopra i destini delle genti d’Occidente. Ma può darsi anche che la trasfigurazione avvenga. Allora l’aver tenuto vivo oggi, fra le grandi, fantomatiche masse in moto dell’età oscura, il segno di quella Sapienza e il contatto con quelle Forze, avrà un significato universale.
La sottile e invisibile catena di pochi uomini sparsi e sconosciuti, sarà quella stessa che sboccherà nel filone centrale e regale di una grande corrente di visioni e di potenze, di una grande tradizione di liberi e di liberatori”.
(Anonimo [ma scritto da Julius Evola], «Epilogo», in «Krur», 1929, p. 388).
“Tutto è basato sulla mente, è guidato dalla mente, è modellato dalla mente. Se parli e agisci con a mente inquinata, la sofferenza ti seguirà, come le ruote del carro dei buoi seguono le orme del bue.”
Con il termine zen (禅) ci si riferisce a un insieme di scuole buddhiste giapponesi . Talvolta si definisce zen anche la tradizione cinese Chan, da cui storicamente deriva, e quella Sòn coreana. Zen è la pronuncia nipponica della parola cinese Chan. Questo termine, un prestito linguistico dalla lingua classica, fin dalla prima introduzione del buddhismo in Cina fu utilizzato per rendere foneticamente il termine sanscrito Dhyāna che nell’insegnamento del Buddha indicava i graduali stati di coscienza caratterizzati da profonda comprensione che scaturiscono dall’esercizio del Samadhi, ossia la concentrazione meditativa. In seguito, in diverse forme composte come Chanseng, Chanshi (Monaco meditante, Maestro della meditazione), divenne una definizione generica per una categoria di religiosi che si dedicavano specialmente alla meditazione. Sembra che in questo ambito sia nata la tradizione e che adotterà questo termine come vera e propria denominazione specifica del proprio lignaggio (cinese: Chánzōng, giapponese: Zenshū 禅宗, la cosiddetta setta zen). Nonostante non ci siano testimonianze storiche della presenza di una scuola zen in India, questa tradizione del buddhismo Mahayana si fa risalire a Bodhidharma, ventottesimo patriarca buddista del ramo originale indiano (che vede al primo posto Siddharta Shakyamuni, il primo Buddha e primo patriarca del buddhismo in Cina).È infatti l’atto puro, l’azione diretta che lo zen predilige, assieme a tutti quei modi di rapportarsi all’esperienza senza troppi vincoli culturali e dunque all’intuizione. Degna di nota è la particolare concezione del vuoto, che si distacca totalmente dal nichilismo occidentale. Se per l’Occidente infatti esso si presenta per lo più come morte, cessazione, mancanza, privazione e negazione, il “mu”, l’indicibile nulla dello zen, è qualcosa di estremamente dinamico, stato germinale di tutte le cose, condizione di ogni possibilità, contenitore del tutto. Uno dei modi di indicarlo è l’enso, un ideogramma dalla forma circolare che è tra i simboli più significativi dello zen. Collegate a tale dottrina è possibile trovare numerose pratiche appartenenti a campi eterogenei. Origine e fondamento delle arti e della cultura, lo zen ispirò la poesia (haiku), la cerimonia del tè (cha no yu o chadō), l’arte di disporre i fiori (ikebana), l’arte della calligrafia (shodō), la pittura (zen-ga), il teatro (Nō), l’arte culinaria (zen-ryōri, shojin ryōri, fucha ryōri) ed è alla base delle arti marziali (es. aikido, karate, judo), dell’arte della spada (kendo) e del tiro con l’arco (kyudo).Obiettivo dello zen è pervenire al satori, l’illuminazione che porta a un più alto livello di coscienza. Satori e vuoto sono due concetti complementari che si sostengono l’un l’altro, e proprio dalla concezione zen del vuoto è possibile capire la differenza tra il Nirvāna della tradizione buddhista e il satori. Se il primo si presenta infatti fondamentalmente come rinuncia al mondo e distacco da esso, proprio come nell’ascetica noluntas di Arthur Schopenhauer, il satori si propone una partecipazione attiva e consapevole al mondo e non una fuga da esso.Lo zen preferisce l’attività alla speculazione intellettuale e si distingue dalle altre scuole buddhiste per aver reso essenziale e centrale la cosiddetta pratica nel raggiungimento del satori. Tra le pratiche zen si distingue in modo particolare lo zazen, la meditazione stando seduti. Il termine deriva da “za”, seduto e “zen”, meditare e indica proprio la meditazione da seduti, su un cuscino detto “zafu”, accompagnata da determinate posizioni delle mani e determinati ritmi respiratori, con l’obiettivo di portare la mente a un vuoto produttivo. Un’altra pratica è il kin-hin (let. “marciare in linea retta nel verso della trama di un tessuto”), la meditazione camminando. Il Chan fu una scuola buddhista cinese che fiorì sotto la dinastia Tang (618-907). Questa dottrina, grazie all’impulso dei suoi maestri, si diffuse in tutta la Cina e soppiantò rapidamente le altre sette buddhiste. Dopo la grande repressione che colpì il buddhismo nell’845, il Chán s’indebolì sempre più; il suo insegnamento originario, diretto, aspro, spontaneo, finì per ottenere una nuova istituzionalizzazione sotto la dinastia Song (960 – 1279).Nell’VIII secolo in Cina sorsero cinque “scuole” del Chan, delle quali oggi ne sopravvivono due, note con le denominazioni giapponesi di Sōtō e Rinzai. La prima incentra la ricerca del satori unicamente sulla pratica: possiamo dire che l’essenza della scuola Sōtō è il principio dello Shikantaza (let.shikan, dedicarsi unicamente, ta, toccare, za, sedersi), vale a dire “toccare la natura originaria solamente con la giusta postura” e dunque senza prefiggersi alcuno scopo. La pratica Sōtō infatti equivale all’abbandono del modo di concepire le azioni umane secondo scopi da perseguire, e dato che si affida solo alla postura (l’atteggiamento unificato e attivo del corpo, della mente e dello spirito) è anche detta mokushō-zen (let.moku, in silenzio, shō, illuminarsi) “lo zen del risveglio silenzioso”. La pratica della scuola Rinzai, invece, è chiamata kan-na-zen (“lo zen della contemplazione della parola”), perché allo za-zen e al kin-hin aggiunge l’uso dei kōan o kung-an, problemi irrisolvibili razionalmente che il Maestro pone al discepolo per condurlo al satori attraverso un opprimente “senso del dubbio”. Il kōan è una sorta di paradosso logico che trascende la coscienza e il senso comune, creando così uno stato di vuoto mentale adatto alla meditazione. Il Chan fu importato in Giappone nel XII secolo. All’inizio del XX secolo i primi missionari giapponesi propagarono lo zen nell’America del Nord (soprattutto in California); ad esempio uno studioso giapponese e buddista, Suzuki Daisetsu Teitaro, ha scritto dei libri in inglese riguardanti lo zen. Negli anni 1950 il movimento beatnik contribuì a renderlo popolare, tanto da farlo diventare la “filosofia” dei giovani della New Age, in lotta contro la società industriale.In seguito lo zen giunse in Europa, ma rimase appannaggio degli intellettuali e degli studiosi. Nella cultura occidentale lo zen esercita un fascino sempre maggiore, anche grazie a grandi personalità che si sono impegnate ad introdurlo in America ed Europa, quali lo psicoanalista-filosofo Jung e il giapponese Suzuki.Secondo la tradizione, Bodhidharma, ventottesimo patriarca buddhista, alla fine del Quinti o all’inizio del Sesto secolo dopo Cristo si sarebbe recato dall’India in Cina, dando inizio alla serie dei patriarchi cinesi.In Giappone le dottrine zen furono introdotte già nel Settimo secolo ma solo nel Tredicesimo secolo Eisai Zenji e Dogen Zenji, due monaci, fondarono le due scuole fondamentali dello zen, la Rinzai e la Soto. Nel Diciasettesimo secolo il monaco cinese Yin-yuan fondò la scuola Obaku che però mantenne caratteri più marcatamente cinesi.In Giappone le dottrine zen furono introdotte già nel Settimo secolo Sayan Nath/Unsplash
Buddhismo zen cos’è?L’ideogramma “zen” deriva dal cinese ch’an che è a sua volta una trascrizione della parola sanscrita dhyana. Tutti e tre questi termini significano “meditazione” e richiamano i passaggi storici del buddhismo: dalle sue origini in India, alla diffusione in Cina inaugurata dal maestro buddhista indiano Bodhidharma (520 dopo Cristo), al suo approdo in Giappone.Tutto ha origine quel lontano giorno di venticinque secoli fa quando Buddha Shakyamuni, di fronte a cinquemila uditori, senza proferire parola, solleva davanti a sé un fiore. Solo uno tra i molti comprende il significato di quel semplice gesto e sorride. È Mahakashapa, il discepolo a lui più vicino. Inizia così ciò che nello zen si chiama il tramandamento, la trasmissione e l’originalità di questo episodio sta proprio nell’assenza di ciò che ordinariamente noi crediamo sia lo strumento fondamentale per la trasmissione di un insegnamento: la parola. Si dice che il Buddha spesso non proferisse parola, lasciando che si stabilisse tra lui e chi lo ascoltava una profonda e sottile corrente di pensiero, un pensiero originale e originario non concettuale. Solo uno tra i cinquemila uditori comprese quel pensiero, Mahakashapa, che divenne così il primo patriarca dello zen. Nella tradizione zen questo tipo di comunicazione è elemento essenziale per la comprensione dell’insegnamento di un Maestro.
Il buddhismo proveniente dall’India si incontrò in Cina con il taoismo e, innestandosi e fondendosi con questa tradizione, sviluppò delle caratteristiche diverse dal buddhismo originario indiano, in particolare un carattere di antidogmatismo e anti-intellettualismo. Il buddhismo ch’an giunse poi in Giappone attraverso due maestri, Dogen (1200-1253) e Eisai (1141-1215): entrambi avevano soggiornato in Cina e, tornando nel loro paese d’origine, portarono ciò di cui si erano arricchiti e fondarono a loro volta due scuole. La scuola Soto fondata da Dogen nel 1227 ritiene l’illuminazione risultato di un processo graduale basato sulla meditazione profonda. La scuola Rinzai, fondata da Eisai nel 1191 circa, ritiene l’illuminazione un evento improvviso che si può raggiungere sia mediante la meditazione seduta (zazen) sia mediante forme di colloquio paradossale (koan e mondo). Il carattere antidogmatico del buddhismo cinese venne mantenuto nello zen e venne data grande attenzione alla quotidianità e alla spontaneità.
In Giappone lo zen ha influenzato gran parte della produzione letteraria e artistica: dalla poesia alla pittura, dal teatro No all’architettura di templi e giardini, dalla disposizione dei fiori al rapporto con molte arti e discipline anche marziali. Stabilì ad esempio un forte legame con la casta militare dei samurai. Questo può sembrare paradossale visto che lo zen ha delle premesse antimondane e non violente, ma il samurai trovò nell’insegnamento zen una guida al distacco interiore e alla concentrazione, attitudini che lo rendevano forte in battaglia e imperturbabile di fronte alla morte.
Dopo cinque anni di assenza, la missione di Xi in Europa è carica di significato. La due giorni francese, la prima di tre tappe nel Vecchio Continente, ne è la plastica rappresentazione. Macron e Von der Leyen hanno chiesto soprattutto reciprocità sul fronte commerciale, dal momento che il deficit con la Cina è infatti praticamente raddoppiato negli ultimi cinque anni. Xi Jinping, dal canto suo, ha evidenziato la miopia insita nelle probabili misure protezionistiche dell’UE in virtù della capacità cinese di approvvigionare il Vecchio Continente con prodotti (necessari) a basso costo. Letti in questa prospettiva, gli incontri di ieri appaiono rappresentativi di un “dialogo tra sordi”. Da un lato, infatti, i vertici dell’Europa sono preoccupati dell’invasione di materie prime e prodotti cinesi a elevato valore aggiunto: litio, batterie, impianti fotovoltaici, auto elettriche conseguente a vari fattori. Il primo è sicuramente l’enorme esubero di capacità produttiva presente nell’ex Impero di Centro. A cui si aggiunge la debole domanda interna e l’eccesso di risparmio (è stato pari al 47% del PIL nel 2022, un valore doppio rispetto alla media). Dall’altro lato, vi è l’imperatore Xi, portatore di una visione ideologica, il cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi”, focalizzata su una visione tecno-centrica. Il mantra del Partito è che l’innovazione e la tecnologia risolveranno tutti i problemi della Cina, secondo cui investimenti e politiche di stimolo dell’offerta sono prioritari, a discapito dei consumi personali.
Come va la Cina? Viaggia sempre più a propulsione nucleare. Soprattutto nel Mar meridionale di Cina e al di fuori delle sue acque territoriali. Per chiarire la vicenda: l’ultima trovata di Pechino, tanto per creare ulteriore inquietudine in Occidente e in Asia, è quella dello sviluppo e l’installazione di una costellazione di piattaforme nucleari flottanti, da disseminare nel prossimo quinquennio nelle acque antistanti alle frontiere marine cinesi, anche (e, forse, soprattutto) a fini militari. E, come al solito, per la realizzazione dei suoi piani, da buon “Confucio atomico”Xi Jinping approfitta del vuoto legislativo esistente in materia, non essendo a tutt’oggi fissati gli standard internazionali per l’utilizzo in sicurezza delle centrali nucleari flottanti. Del resto, da quando ha rialzato la testa, dopo aver per decenni finto un ossequioso appeasement con l’Occidente, Pechino va rivendicando, ai fini della sua sicurezza nazionale, la sua giurisdizione sull’intera estensione del Mar meridionale di Cina. E questo tipo di pretesa è destabilizzante per l’intera regione e giuridicamente infondata dal punto di vista del diritto internazionale. Quest’ultimo, sarà bene ricordarlo, per Confucio e l’Islam rappresenta il frutto e lo strumento di dominio, rispettivamente, del pensiero coloniale del Global West e del Satana occidentale.
Del resto, dobbiamo ringraziare il nostro basso profilo e la postura remissiva che abbiano mantenuto per lungo tempo nei confronti della sempre più marcata aggressività cinese, dato che Pechino non fa mistero – fin dalla fine della Guerra fredda – di volersi riarmare per sfidare la supremazia Usa e occidentale. Da allora, la minaccia cinese si è fatta sempre più concreta e pressante nei confronti di Taiwan, Filippine e Giappone, fino a sfiorare lo scontro navale diretto in più di un’occasione, come lo si è visto con manovre navali in grande stile e sorvolo minaccioso e intimidatorio dei cieli di Taiwan. Finora, solo la Russia ha ufficialmente ammesso di aver realizzato fin dal dicembre 2019 una centrale atomica flottante, l’Akademik Lomonosov, un impianto di co-generazione multilivello (due reattori nucleari ad acqua pressurizzata, sul tipo di quelli impiegati nei rompighiaccio nucleari, abbinati a due impianti per la produzione di vapore), montato su di una chiatta flottante non motorizzata. Dal 2010 anche la Cina ha iniziato a sviluppare lo stesso tipo di impianti sul modello dell’Akademik Lomonosov, e 20 di questi (secondo quanto riportato nel 2016 dal quotidiano governativo in lingua inglese, Global Times) dovrebbero essere installati nel Mar meridionale di Cina a sostegno dello sviluppo commerciale e delle attività civili di esplorazione petrolifera e desalinizzazione dell’acqua marina.
Sennonché, sempre nel corpo del citato articolo, non si fa mistero che isole e barriere coralline, dotate di una corrispondente piattaforma flottante nucleare, rappresentino in pratica altrettante portaerei armate con sistemi missilistici e aerei da combattimento. Il loro vantaggio militare è chiaro, in quanto surclasserebbero per potenza di fuoco e logistica qualunque altra flotta statunitense che dovesse in futuro operare in prossimità delle acque internazionali cinesi, dato che questo tipo di reattori garantisce un impiego più flessibile nelle esercitazioni militari. Sarà bene ricordare in proposito che la Cina ha iniziato almeno un decennio fa a costruire isole artificiali in atolli e barriere coralline remoti nel Mar meridionale di Cina, in cui sono stati realizzati porti, strade, baraccamenti e hangar. Malgrado le promesse fatte da Xi Jinping nel 2015 di non militarizzare le isole, da allora Pechino ha continuato sistematicamente a posizionare batterie missilistiche antiaeree e antinave su tre delle isole maggiori: Subi, Mischier e Fiery Cross Reef. Facendo per di più attraccare nei rispettivi porti le sue navi da guerra, cosa che ha creato allarme sia negli Usa che nei Paesi alleati con l’Occidente. E tutto ciò ignorando la decisione dell’Alta corte dell’Aia, che aveva negato il diritto di sovranità rivendicato da Pechino rispetto all’occupazione delle barriere coralline di pertinenza della zona economica esclusiva delle Filippine, che si estende per 200 miglia marine. Ma l’iniziativa delle piattaforme flottanti nucleari cinesi investe anche, e soprattutto, questioni delicate di sicurezza nella gestione degli impianti stessi.
Infatti, mentre, ad esempio, un sommergibile nucleare Usa disattiva in pratica il proprio reattore una volta attraccato, facendolo funzionare a basso regime una volta in porto, al contrario gli impianti nucleari flottanti funzionano a pieno regime per tutto il tempo di operatività, dovendo assicurare le forniture elettriche alla base. E un incidente nucleare sul tipo di Fukushima potrebbe creare un disastro ambientale per l’intero ecosistema marino oceanico. I reattori del tipo Akademik Lomonosov presentano una vulnerabilità maggiore di quelli terrestri, perché non possono essere dotati di cilindri di contenimento di cemento e acciaio spessi più di un metro e mezzo, con il rischio intollerabile, in caso di fusione, che il carburante nucleare si riversi nell’oceano. Per di più un impianto nucleare flottante sarebbe assai vulnerabile agli attacchi sottomarini o a sabotaggi da parte di commando subacquei, per non parlare di eventi catastrofici come tsunami o tempeste estreme. Molte di queste idee, a proposito di centrali flottanti, si fondano su aspettative tutte da dimostrare, a proposito della sicurezza di simili impianti che, per essere installati, necessitano di particolari navi da trasporto per essere collocati dove servono, a quanto pare senza starsi tanto a preoccupare delle conseguenze sull’ambiente naturale. Classico, come si vede, della mentalità confuciana, che privilegia l’utilità e l’efficienza rispetto a tutto il resto!