“I pensieri non sono vuoti nulla, ma sono formati dalla sostanza che forma l’elemento dell’anima, così come un pezzo di ghiaccio è formato dalla sostanza dell’acqua. La Volontà è il potere che può concentrare l’immagine formata nella mente così come il potere del freddo può far sì che un corpo d’acqua si congeli in solido ghiaccio.”
“Dio non è nei libri, ho imparato questa lezione in prigione, e Dio benedica i comunisti perché mettono in prigione i sacerdoti. I sacerdoti hanno bisogno di una piccola prigione perché è una bellissima esperienza lì…
Sono stato in isolamento per quasi tre anni. Quindi, ero solo da solo nella cella circondata da quattro mura, non avevo niente da guardare.
Per undici anni non ho visto una matita o un pezzo di carta perché la reclusione comunista non è come la prigione americana… con la televisione… e la biblioteca… e lo champagne a Capodanno!
In una prigione comunista volevano che noi – soprattutto la classe intellettuale – fossimo distrutti, diventassimo bestie, come animali e così non ci hanno dato niente da leggere. Ma questo è il mistero: invece di diventare come animali, siamo diventati noi stessi.
Quando sei libero, sei lo schiavo dei libri. Così tanti libri che devi leggerli tutti! Non hai tempo per essere te stesso perché sei fatto di citazioni!
Ma lì… non c’è libro… non c’è niente… nient’altro… e devi andare da qualche parte. Non avevi niente da guardare, le finestre erano molto alte, non potevi nemmeno toccarle… ma devi andare da qualche parte… e così entri dentro… dentro di te.”
Marco 7,5… quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?». 6 Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. 7 Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.8 Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». 9 E aggiungeva: «Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione
Matteo 16,23
Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Quindi prima dice;
1) Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini
Poi dice
2) vattene satana perché pensi non secondo Dio ma secondo gli uomini.
Poi in altro passo dice
LUCA 16,15 ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio.
E ancora
Giovanni 12,43
amavano infatti la gloria degli uomini più della gloria di Dio.
Negli insegnamenti misterici di Cristo, è evidente che non è Israele carnale ad essere il popolo eletto. A prescindere dal perenne conflitto che aveva con la leadership ebraica, egli, parlando loro, li identifica come facenti parte dell’umanità. E dell’umanità egli parla costantemente in termini di contrapposizione con Dio…
Rivelazione di Dio e tradizione degli uomini…
Sapienza di Dio e sapienza degli uomini…
Pensare come Dio e pensare in modo umano…
Ricevere gloria da Dio e ricevere gloria dagli uomini…
Avere un valore per Dio e averlo per gli uomini….
Non c’è nulla in comune tra Dio e gli Uomini. Cristo dice non di amare gli uomini ma di amare il prossimo, che implica un concetto di fratellanza con chi ama Dio in modo esclusivo. In sostanza, finché gli uomini non amano Dio, non lo cercano in sé e non si arrendono alla Sua volontà, essi sono visti in opposizione allo spirito. Prossimo è colui che abbandona quello stato di umanità per intraprendere un serio viaggio verso il Cristo in lui. Solo questo è il prossimo, come si evince dallo Shemà in Deuteronomio 6, ove solo chi ama Dio in modo esclusivo ed intenso (rinunciando ad amare in proprio io fittizio e satanico) può essere considerato Prossimo, ovvero FRATELLO.
Ed infine, se dice agli ebrei VOI TRASCURATE IL DISPOSTO DI DIO PER SEGUIRE LA VOSTRA TRADIZIONE, e poi definisce Pietro un Satana perché PENSA SECONDO GLI UOMINI E NON COME DIO, beh arrivateci voi.
Cristo, di quel Popolo, esaltava solo i tre capostipiti e Mosè, affermando che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe non è il Dio dei morti ma dei vivi, facendo intendere che solo quei tre erano VIVENTI, laddove il resto dell’umanità, compresa quella ebraica, è MORTO.
Sono certo che Cristo, in qualunque tradizione si fosse manifestato, avrebbe ricevuto ostilità, perché la sua è una rivelazione ANTI UMANA, intendendo per umanità quella ilica e non quella pneumatica.
IL VERO POPOLO DI ISRAELE E’ L’UMANITA’ PNEUMATICA
Nel Cristianesimo delle origini, e successivamente nella chiesa orientale, con il termine ‘preghiera’ si intendeva, prima ancora che una richiesta di aiuto, un modo di comunicare con Dio, concepito non come un’entità astratta ma come una realtà accessibile a chi la cerca veramente; il racconto di questo libro inizia con l’ascolto da parte del pellegrino dell’Epistola ai Tessalonicesi (1Ts. 5,17) nel passo che recita: ‘Pregate incessantemente’. Ne rimase colpito profondamente, e si chiedeva come fosse possibile pregare senza posa quando ogni uomo deve occuparsi di tante cose durante la propria vita.
Di seguito possiamo trovare una risposta a questo quesito, espressa con linguaggi diversi, prima da un maestro indù e poi da un monaco cristiano d’oriente.
‘La recitazione di un mantra, o di una preghiera espressa con una formula breve, si chiama japa in sanscrito. C’è poi una pratica detta a-japa, cioè non-recitazione, quando il mantra, dopo una lunga pratica di japa, diventa un mormorio continuo che si alimenta da solo, e non nasce dalla volontà del praticante: si tratta di un mormorio che lo accompagna così per tutta la giornata, e non solo durante la meditazione.’ (Tratta dal libro ‘Il dottor Rukmani’ pag.180)
‘Quando lo Spirito pone la sua dimora in un uomo, costui non cessa di pregare perché lo Spirito prega costantemente in lui. Allora la preghiera non si separerà dalla sua anima né quando dorme né quando è sveglio.’ (Isacco il Siro – VII° secolo d.C.)
Chissà se Asimov ha mai letto il libro del padre della robotica Ismail Al-Jazari.
Ismail Al-Jazari era un uomo di vasta cultura: studioso, inventore, ingegnere meccanico, artigiano, artista e matematico della dinastia Artuqid di Jazira, in Mesopotamia. “Il Libro della conoscenza dei dispositivi meccanici ingegnosi” (The Book of Knowledge of Ingenious Mechanical Devices) è un libro arabo medievale scritto da Ismail al-Jazari nel XII secolo. Descrive oltre cinquanta dispositivi meccanici e automi, tra cui orologi, macchine per sollevare l’acqua, automi musicali e robot umanoidi. Al-Jazari fornisce istruzioni dettagliate per la costruzione di ogni dispositivo e include aneddoti e riferimenti storici. Il libro ha avuto un’influenza significativa sullo sviluppo dell’orologeria e degli automi europei e offre una visione della vita quotidiana e delle innovazioni tecnologiche nel mondo islamico durante il periodo medievale. È il suo libro che ha influenzato i concetti chiave della robotica moderna.
Porsi al Centro vuol dire sapere agire bene, con distacco e controllo, in ogni circostanza.
Makki racconta un episodio della vita di Ibrāhīm b. Adham (morto nel 778-9 d.C.) dove un principe che aveva abbandonato il suo regno per dedicarsi a una vita di rinuncia, preghiera e guadagno legittimo, una volta diede molto denaro a un compagno e gli ordinò: “prendi del burro Ḥarrānī, miele e pane”.
Rispose sorpreso: “O Abū Isḥāq, con tutto questo denaro?”
“Guai a te!” ribatté scherzoso Ibrāhīm, “quando è il momento di mangiare, mangiamo come uomini, e quando siamo privati del cibo o digiuniamo, sopportiamo pazientemente come uomini”.
L’incontro fraterno di coloro che sono legati dall’amore per Dio giustificava l’apparente stravaganza.
Ed è per questo che Makkī in altro contesto scrive che «nel mangiare con i fratelli ci sono […molte…] virtù. È stato riferito da Ja‘far b. Muḥammad – che Dio sia soddisfatto di entrambi – ‘quando ti siedi con i tuoi fratelli davanti alla tavola imbandita, prolunga la tua seduta, perché è un tempo durante il quale non si terrà conto di te (dei tuoi eventuali peccati).”
Troviamo anche un resoconto di Bishr al-Ḥāfī (morto nell’841 d.C.) in cui un amico venne a trovarlo mentre stava digiunando. “Mi mise in mano una manciata di soldi”, racconta Ḥusayn al-Maghāzilī, “e disse: ‘acquista per noi il cibo, i dolci e i profumi migliori che trovi al mercato’”. “Non mi aveva mai parlato così”. ”, ricorda Maghāzilī. “Ho fatto come mi aveva detto e ho messo il cibo davanti a loro. Cominciò a mangiare con il suo ospite, anche se non l’avevo mai visto mangiare con nessuno prima.”
Tali occasioni conviviali favoriscono la gratitudine per le benedizioni divine, garantendo così che i primi e fondamentali insegnamenti mistici rimangano in stretta conformità all’etica sottostante del Corano, e che le tendenze ascetiche dei viandanti spirituali siano tenute sotto controllo e non estremizzate. “Il consumo di cibo sano (ṭayyibāt)”, come direbbe Dārānī, “produce piacere (riḍā) presso Dio”.
Interrompere un digiuno volontario quando le circostanze lo richiedono – un tema non infrequente nella letteratura – sottolinea la necessità di liberarsi dall’attaccamento al digiuno o ad altre pratiche ascetiche e, più in generale, di coltivare zuhd al-zuhd, “rinuncia alla rinuncia” o forse più precisamente , “distacco dal distacco”, che è la vera, suprema Libertà in Dio.
Una volta Abū Isḥāq al-Fazārī († 804 d.C.) pose una ciotola di khabīṣ davanti a Sufyān al-Thawrī († 778 d.C.) che era venuto a trovarlo. “Se non fosse che stessi digiunando”, rispose l’ospite, “mi unirei a te”. “Tuo fratello Ibrāhīm b. Adham è venuto a trovarmi prima”, ha detto Fāzārī, “e si è seduto dove sei seduto tu adesso. Gli ho messo davanti i khabīṣ in questa ciotola e lui ha mangiato. Quando stava per partire, disse ‘sebbene stessi digiunando, sono stato spinto dall’amore a unirmi a voi, per rallegrare il vostro cuore.'” “Sufyan abbassò la mano e cominciò a mangiare”, racconta Fazārī, “avendo imparato una lezione di pratica spirituale da parte di Ibrāhīm”.
E di Junayd si diceva che sebbene digiunasse regolarmente, quando arrivavano gli ospiti si univa a loro nel pasto per non creare disagi, dichiarando che tale virtù non era inferiore al digiuno stesso, purché fosse gestita dalla volontà e controllata.
Ma tali atti andavano oltre la semplice occasione che poteva richiedere la rottura di un digiuno: se mai fosse stato posto davanti a Ma’rūf al-Karkhī (morto nell’815 d.C.) del cibo gradevole, egli si sarebbe servito dell’offerta. Una volta, essendo stato informato che Bishr al-Ḥāfī si sarebbe trattenuto dal mangiare esercitando moderazione, rispose: “tuo fratello Bishr è nella giusta fase della scrupolosa pietà (wara’), mentre io sono allo stato dalla gnosi (ma’rifa)”. aggiungendo: “Sono ospite nella dimora del mio Maestro. Se Lui mi nutre, mangio, e se Lui mi ordina il digiuno, lo pratico con pazienza. Cosa ho a che fare con la scelta e la preferenza dell’ego?”
L’implicazione di tutto ciò è che qui gli gnostici o ‘ārifūn, i coloro che seguono il cammino spirituale, devono andare oltre l’attaccamento o l’abitudine alla fame e al digiuno così come al cibo e alle bevande, alla castità così come alla sessualità, ecc, rispondendo semplicemente con controllo e autodisciplina alle circostanze in cui Dio li pone, rinunciando all’ostinazione ascetica così come al desiderio incontrollato, e dando a ogni momento ciò che gli è dovuto.
Essi sono al Centro, in perfetto equilibrio nella Bilancia, hanno raggiunto la riva della Pace dell’Essere oltre le onde del mare del Divenire.
“S.P.Q.R.. In queste quattro lettere, in guisa essenzialmente sintetica e quindi romana, che, come è noto, sono le iniziali delle parole Senatus Populusque Romanus, vi è impresso, quasi come scolpito nel marmo, proprio il miracolo a cui facevamo cenno innanzi: la coniugazione, mai pensata né voluta e né istituzionalmente mai realizzata da nessuna civiltà, della Maestà e della Gloria dello Stato con la Libertà del Popolo! Ed è la Res Publica Romana che tanto entusiasma Polibio, riscontrando in essa la realizzazione della miktè politèia (Costituzione mista) di cui aveva parlato Aristotele”:
Roma: archetipo eterno della gloria e della libertà
Il miracolo di Roma, ciò che inauditamente, per tutta la vicenda dell’intera umanità, sia prima che dopo la sua irruzione in quella che si è convenuto chiamare “storia”, ha realizzato e, per oltre un millennio, consolidato, esteso e donato a migliaia di Popoli, Nazioni e Culture tra loro alquanto differenti, facendo una Città di ciò che prima era Mondo (vedi Rutilio Namaziano, De Reditu), è tutto racchiuso ed espresso nell’acronimo S.P.Q.R.. In queste quattro lettere, in guisa essenzialmente sintetica e quindi romana, che, come è noto, sono le iniziali delle parole Senatus Populusque Romanus, vi è impresso, quasi come scolpito nel marmo, proprio il miracolo a cui facevamo cenno innanzi: la coniugazione, mai pensata né voluta e né istituzionalmente mai realizzata da nessuna civiltà, della Maestà e della Gloria dello Stato con la Libertà del Popolo! Ed è la Res Publica Romana che tanto entusiasma Polibio, riscontrando in essa la realizzazione della miktè politèia (Costituzione mista) di cui aveva parlato Aristotele.
In Roma infatti tali due poli dello spirito, quello della Gloria che pertiene alla Luce ed al fulgore Divino dell’Auctoritas Patrum, proprii del Senato, Ordine dei Pari, “consesso di Re”, come affermò stupito Cinna ambasciatore del Re Pirro, signori della Guerra, della Terra e del Rito, titolari esclusivi, poiché Gentes habent cioè per tradizione di sangue e spirito che è conoscenza magico-giuridico-religiosa, del Jus cum Diis agendi mediante gli Auspicia, condizione sine qua non per l’accesso alle magistrature superiori cioè quelle cum imperio e quello della Majestas Populi Romani che è la dignitosa e grandiosa Libertà del Popolo Romano, sono due dimensioni della medesima unitaria realtà; e poiché il Popolo coincide con il Pubblico e quest’ultimo con il Sacro, è Sacro esso medesimo, atteso che, come precisa Cicerone (De Re Publica, I, XXV), la Res Publica è Res Populi. In altre parole quello che impropriamente noi moderni chiamiamo “Stato” si identifica, nella continuità millenaria della cultura romana, con il Popolo nella sua concreta e vivente realtà: è la Cosa di tutti, dell’intera Comunità, legata da un fortissimo coniugio religioso, sussistente ab urbe condita tra i componenti della stessa e tra questa e il Mondo dell’Invisibile che è quello degli Dei, e il legame è un contrarre, termine che deriva da cum trahere che significa mettere insieme, unire in un contratto: ed infatti è il Patto primordiale stipulato dal Popolo Romano con gli Dei che è la Pax Deorum.
Sicché Roma, proprio come archetipo del Bene e della Felicità e quindi come una straordinaria forma di iniziazione collettiva, con quell’acronimo afferma, dichiara e proclama a tutti i secoli nella perennità del Mondo, che non solo è possibile ma necessaria, per intrinseca virtus divina, affinché vi sia Giustizia, Ordine, Autorità e Gerarchia mediante il Jus ed il Mos (che sono il Rito) e la Legge che è il Jussus (comando) del Popolo, deliberato dai Comizi, la unione, che è identificazione (Res Publica è Res Populi!…) dello Stato con il Popolo e che, per lo effetto, la Gloria divina del primo (come insegna Hegel) è la stessa del Popolo come la Libertà di questo è quella dello stesso Stato: mai più, dopo il ritrarsi di Roma nei Cieli quale Paradigma celeste, è apparso nel mondo tale inno alla Vita e quindi alla organicità del Vivente (vedi apologo di Menenio Agrippa) poiché l’organismo è l’insieme degli strumenti (òrganon in greco è lo strumento…) legati (da re-legere da cui religio) tra loro da un rapporto funzionale ed organico finalizzato alla realizzazione (entelècheia aristotelica) del Bene dell’organismo medesimo nel suo Intero e quindi in tutte le sue parti, cioè la sua Virtus che è la SalusPopuli Romani. Tale è la concezione organica dello Stato e dell’Animo, che devono essere simili all’ordine divino e quindi eterno dell’Universo, di cui parlano Platone ed Evola, ed è l’Idea indoeuropea del Principio giuridico-religioso che è tutt’uno con il Politico e che, avendo origine da una spiritualità guerriera, è fondato sull’elemento communis, che è il cum munus = con l’obbligo, officium che si nutre della visione unitaria del Fato della medesima Res Publica che la Comunità tutta degli uomini e delle donne vive ed incarna, in uno stato di fedeltà assoluta sempre pronta al sacrificio supremo, estendendolo e diffondendolo (Civitas Augēscens) in quanto Fatum è da Fas che è la Parola divina, base e fondamento mistico (Dumezil) della Romanità.
Il tramonto del mondo classico elleno-romano equivalse alla scomparsa della Civiltà urbana, quella che i Romani chiamavano orgogliosamente humanitas degli uomini togati, cioè modo di pensare, stile di vita del Civis dove il suo luogo culturale è la Città nella quale, neCives ad arma ruant, vige il comando della Legge, che è la dimensione di Juppiter Optimus Maximus. Migliaia di Città, collegate dalla Britannia alla Persia e dalla Germania all’Africa da circa 130.000 Km di strade romane, che, in tutto l’immenso Impero di Roma, sono altrettante piccole Rome (vedi Encomio a Roma di Elio Aristide), con i loro Consoli, (Curiones), i loro Senati e le loro Assemblee popolari, istituzioni tutte frutto di libere elezioni, unico esempio, nella storia dell’umanità, di un’autentica sovranità dei Popoli a livello universale, nella pace sociale e nella certezza del diritto, dove si ripete e si moltiplica, come in una gioiosa sinfonia, quell’abbraccio tra il Senato ed il Popolo, dove le loro sovranità religiose, politiche, giuridiche ed economiche sono esercitate in guisa autonoma e senza alcun impedimento, dove proprio sotto il profilo religioso si instaura e si diffonde spontaneamente una sorta di feudalesimo degli Dei e degli Eroi delle varie culture e tradizioni dei Popoli, tutelate tutte e protette dal Principe che, quale Pontifex Maximus, è il ponte tra le stesse ed il Mondo degli Dei. Talchè i Cives romani di tutto l’Ecumene elleno-romano (Constitutio antoniniana del 212 d.C.) sono indotti, per un sentimento di gratitudine e devozione, a pregare e sacrificare, ognuno ai propri Dei e secondo le loro varie ritualità, per la Salus del Genio del Principe che è Augustus in occidente e Sebastòs in oriente, che vuol dire Santo in quanto carico di augurale forza divina, in uno con il Senato, venerando e antichissimo consesso della miglior parte del genere umano, composto dai più nobili esponenti di tutte le sterminate etnie e culture dell’Impero, dalle quali provengono i migliori tra gli stessi Principi, come quelli cosiddetti adottivi del II secolo o i soldatenkaiser del III secolo dall’elitè militari.
La fine delle Città e della loro cultura si accompagnò quindi alla fine del concetto stesso di Civis poiché il Popolo, come realtà unitaria, si diluì nelle campagne e nei piccoli centri abitati, scomparve, per lo effetto, la stessa fanteria, che è il Popolo in armi, ricomparendo la cavalleria, privilegio della nobiltà che dimora in manieri fortificati e governa il territorio ivi esteso. Pertanto è iniziata così in tutto l’occidente la scissione, la frattura definitiva tra la Gloria e la Libertà, dove la prima appartiene ormai solo a quello che si chiamò il Sacro Romano Impero e della Libertà del Popolo non se ne parlò più, atteso che la stessa non era più nemmeno un ricordo. Nella modernità, iniziata con i cosiddetti Umanesimo e Rinascimento, i due poli dello Spirito, ormai separati, iniziano gradualmente a confliggere, atteso che l’individualismo della borghesia mercantile e bancaria, che settariamente osa spacciarsi per il Popolo (vedi la vera natura socio-economica e culturale dei Comuni e delle Signorie…), non tollera più alcuna autorità che sia universale e sacrale, come l’Impero, il quale, essendo ormai in irreversibile crisi, è aggredito e oltraggiato sia dal mercantilismo avanzante che dalla teocrazia lunare del Papato; nel contempo inizia a svilupparsi il concetto di nazione ed intorno alla stessa ed alla sua origine etnica, si costituisce la forma moderna dello Stato (Grozio, Hobbes) che immediatamente si palesa, in forma Leviatanica, quale entità astratta, meccanica e staccata dal Popolo, in una realtà istituzionale dove i più basilari elementi della sovranità dello stesso non sono nemmeno immaginati.
La sovranità, infatti, è del sovrano (dal francese souverain = che stà sopra…) ed appartiene solo a lui, così anche la “gloria”, tanto che ormai si circonda di giullari di corte in quanto residui inutili dell’antica nobiltà: è lo Stato cosiddetto assoluto che prepara il terreno per la fioritura dell’ideologia giacobina del 1789 e cioè la sua distruzione per mano di quella stessa borghesia mercantile che, non avendo più bisogno né di Re né di nobiltà, intende gestire il potere, (e non il governo, ignorando per deficenza genetica, il concetto stesso della categoria del Politico), senza più intermediari ed in guisa arrogantemente diretta. Così quella frazione del Popolo, che si può avvicinare all’ordine degli Equites della Romanità e cioè la borghesia affaristica ed imprenditrice che, peraltro, nella società romana, per ragioni profondamente culturali e spirituali, su cui qui non ci si può diffondere, non ebbe mai il sopravvento politico né la primazia culturale (tanto che nel mondo antico il capitalismo non è esistito, essendo una iattura frutto della sola modernità) ma, anzi, fu sempre vista con un non celato disprezzo e quasi come estranea poiché non confacente ai valori fondamentali della cultura romana, valori antimercantilistici ed aristocratici e del pensiero e della spada (vedi la Lex Claudia de Senatoribus del 218 a.C. che fa divieto ai componenti del Senato ed all’Ordine senatorio di esercitare il commercio!…) sui quali si fondava l’Ordine senatoriale che era il primo nella gerarchia sociale; quella frazione, quindi, quale secta, si erse rivendicando la piena e totale sovranità in conflitto con quello che ormai era un relitto di qualsiasi Idea di Gloria o di Stato, atteso che il liberalismo, la nuova religione della borghesia, si fonda sulla teologia dell’individuo e sulla sola “gloria” del suo profitto infinito ed assoluto.
E qui è tutta la contemporanea tragedia dell’Europa e, possiamo dire, dell’intera modernità ormai terminale: quei due poli dello spirito si sono talmente degradati che, pur continuando a confliggere uno contro l’altro (vedi il feroce imperialismo dei potentati finanziari globali che si scaglia contro ciò che resta ancora dell’Idea di Stato) non avranno mai la capacità di ricostruire, in una vera Rivoluzione tradizionale, quel connubio, quella comunione salvifica in quanto identificatrice tra la Gloria e la Libertà, che solo Roma ha realizzato e che è, quale modello platonico nei Cieli, la sua Tradizione vivente e quindi presente.
“Cristo è la più alta manifestazione di Dio. Fino ad ora non è apparsa una persona con un tale amore, con una tale larghezza d’animo, da cui respirare un così completo altruismo, con un tale oblio di sé, come in Cristo. È proprio questo che distingue Cristo. Quando parlo di Cristo, intendo una persona la cui anima è completamente assorbita in Dio e Dio si manifesta pienamente attraverso di Lui. Amare Dio significa che Dio si manifesta in noi e noi siamo assorbiti da Lui. Allora non avremo paura di nessuna malattia, di nessuna povertà, e in ogni momento saremo pronti a sopportare con gioia tutte le sofferenze, tutte le disgrazie. Qualunque cosa ci venga a dire: “Signore, sia fatta la tua volontà”, allora, sia che siamo all’inferno o in paradiso, sapremo che siamo con Lui ed Egli ci libererà e ci risusciterà.”
“Nulla può esistere senza il suo contrario. Non si può conoscere l’opposto senza il suo opposto; dentro a una sofferenza c’è sempre una benevolenza. Nessuna cosa è assolutamente buona, nè alcuna è assolutamente cattiva. Ogni particella di questo mondo, a una a una, è una catena per lo stolto e un mezzo di liberazione per il saggio. Il contrario è incluso segretamente nel contrario: il fuoco è incluso nell’acqua bollente; lo sterco diventa un alimento per la terra; e grazie a questo nutrimento sulla terra nasce un frutto. Solo nell’Essenza del Sovrano incomparabile non sussiste contrario alcuno.” (Rumi)