LA VERA LIBERTA’ E’ DISCIPLINA

a cura di Marco Braccini

“La libertà è una cosa più complicata dei “diritti”, la libertà è una forma di disciplina. C’è un aneddoto che mi è sempre piaciuto: ti prendo, ti butto in mezzo al deserto e ti dico “vai, sei libero”. Tu non sei libero, anche se in apparenza lo sei. Per essere libero dovresti conoscere le oasi più vicine, sapere dove andare, saperti orientare. Oggi l’uomo è disorientato. Ma questo disorientamento lo chiama “libertà”. Bisogna al contrario essere consapevoli di com’è questo mondo, per tracciare un sentiero che è la tua vera, disciplinata libertà.”

Giovanni Lindo Ferretti

LA VERA LIBERTA' E' DISCIPLINA
LA VERA LIBERTA’ E’ DISCIPLINA

IL KARMA DI UN EMPATICO

a cura di Fratellanza Bianca

“Non confondete un empatico con uno sciocco o un credulone! L’empatico è una persona che vi capirà, che vi compiangerà, che sentirà il vostro dolore… che cercherà di aiutarvi…

Se vi comportate male con lui, se lo offendete, cercherà comunque di capirvi, di perdonarvi, di darvi una seconda possibilità.

Non dimenticate mai, però, che nulla di umano è estraneo all’empatico! Egli possiede una grande intelligenza emotiva ed è perfettamente consapevole sia dei suoi angeli che dei suoi demoni.

Ha scelto consapevolmente il cammino della luce, della bontà, dell’umanità… Quando cercate di giocare con persone del genere, è bene sapere che i loro demoni sono tanto potenti quanto i loro angeli.”

*Daniela Dimitrova

IL KARMA DI UN EMPATICO
IL KARMA DI UN EMPATICO

RIFLESSIONI SULLA TRASMISSIONE DEL SAPERE

di Giuseppe Aiello

“Leggi!” è stata la prima parola rivelata al Profeta, e dunque a tutti noi, da Allah. Un imperativo del verbo “karae”.

La parola “karae” ha il significato di “raccogliere il sangue benedetto nel grembo materno e poi espellerlo”, (un significato simile in Baqara 228).

Successivamente la parola cominciò ad essere usata con il significato di “accumulare qualcosa, distribuirlo, trasferirlo in altri luoghi”.

karaet’in-nâqatu è stato usato per le cammelle che rimangono incinte, portano il cucciolo nel grembo materno e lo danno alla luce.

Inoltre, la stessa parola è usata per” riunire lettere, parole, frasi o informazioni e trasmetterle a qualcun altro”. Questo è anche il motivo per cui viene usato nel senso di “lettura”. Tuttavia, sarebbe un torto alla parola “karae” se intenderla solo con “lettura”. ” La traduzione letterale di “leggere” è “tilâvet” in arabo. Ciò potrebbe essere approssimativamente tradotto come “leggere un testo già scritto”. Tuttavia, è chiaro che il Corano non contempla una lettura in questo senso. “

“Iqra” significa che il Profeta deve “far crescere” dentro di se qualcosa (conoscenza) e poi distribuirla, “dare alla luce”questa conoscenza. Questo è il dovere che gli è stato dato da Allah. Ciò è riscontrabile nei versi seguenti: Isrā / 14, 45, 93, 106; Nahl/98; A’ruf / 204; İnşikak / 21; A’la/6 ecc

Il nostro compito in questa vita è dunque di “leggere” la Realtà, con l’Intelletto (attraverso l’intuizione), con la mente (attraverso la ricerca e le argomentazioni razionali e logiche), con il cuore “emotivo” (attraverso la conoscenza, la gestione e il controllo delle nostre emozioni come gioia, tristezza, angoscia, speranza ecc), con il corpo (attraverso i cinque sensi). Dobbiamo ricevere, raccogliere questa conoscenza, farla crescere dentro di noi, e poi “partorirla”, trasmetterla al prossimo.

RIFLESSIONI SULLA TRASMISSIONE DEL SAPERE
RIFLESSIONI SULLA TRASMISSIONE DEL SAPERE

Acqua: l’arma di Israele contro Gaza

a cura della Redazione

18-07-2024

Israele sta usando l’acqua come arma contro i civili palestinesi, riducendo deliberatamente la quantità di acqua a loro disposizione, in particolare le fonti di acqua potabile, causando una devastante carestia, ha rivelato l’Euro-Med Human Rights Monitor in un nuovo comunicato stampa.

Il team sul campo dell’Euro-Med ha osservato danni significativi a un impianto di desalinizzazione nel quartiere di al-Zaytoun, a sud di Gaza City, a seguito di attacchi diretti israeliani. Ciò ha anche causato l’uccisione di un giovane, che stava riempiendo un gallone di acqua, e il ferimento di altre persone, ha riferito il Palestinian Information Center.

La stazione, che forniva servizi ad almeno 50mila persone in diversi quartieri residenziali vicini, ha subito danni significativi dopo essere stata bombardata dall’esercito israeliano con una bomba GBU che ha sfondato diversi piani ed è esploso al primo piano. Con l’aumento delle temperature estive, la popolazione della Striscia di Gaza sta affrontando notevoli difficoltà nell’accesso all’acqua, si legge nella dichiarazione.

Negare l’acqua è un crimine di guerra

Le stime mostrano che da ottobre dell’anno scorso, la quota pro capite di acqua nella Striscia di Gaza è diminuita del 97% a causa della vasta distruzione delle infrastrutture idriche. Come risultato della guerra, la quota pro capite di acqua nella Striscia è diminuita a tre litri al giorno, mentre nel 2022 era di circa 84,6 litri al giorno. La continua distruzione e devastazione da parte dell’esercito israeliano rende la Striscia di Gaza invivibile, in particolare dopo aver distrutto nove cisterne d’acqua su dieci e metà delle reti idriche, ovvero 350 km su 700 km.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, circa il 96 percento della popolazione nella Striscia di Gaza (2,15 milioni di persone) affronta alti livelli di insicurezza alimentare acuta. Mentre l’intero territorio è classificato in emergenza (fase IPC 4), oltre 495mila persone, ovvero il 22 percento della popolazione, stanno ancora affrontando livelli catastrofici di insicurezza alimentare acuta (fase IPC 5). In questa fase, le famiglie patiscono una grave carenza di cibo, la fame e l’esaurimento delle capacità di adattamento.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Acqua: l’arma di Israele contro Gaza
Acqua: l’arma di Israele contro Gaza

Orione: il grande cacciatore

di Luigi Angelino

Nella mitologia classica, sia in ambito greco che romano, Orione era immaginato come un gigante cacciatore, collocato da Zeus fra le stelle, nell’area della volta celeste che avrebbe acquisito il suo nome. Sulle vicende legate alla sua origine, gesta e morte, vi sono diversificate visioni del mito, anche se Orione viene essenzialmente ricordato per la visita nell’isola di Chio, il conseguente accecamento per opera di Enopio ed il successivo recupero della vista nell’isola di Lemno. Come è noto, le imprese del gigante trovarono compimento con la finale ascesa al cielo per dare vita all’omonima costellazione.

Orione: il grande cacciatore
Orione: il grande cacciatore

Cercando di ripercorrere i dati salienti della storia del mito, è forse utile partire dalla versione di Ferecide (1), ripresa da Apollodoro, secondo la quale Orione fosse nato dall’unione del dio del mare Poseidone con Euriale, principessa di Creta, figlia del re Minosse. Come accennato in precedenza, la scena principale della narrazione ha inizio sull’isola di Chio, quando Orione cercò di corteggiare la bella Merope, figlia del re Enopio. Quest’ultimo si adirò non poco per la sfrontatezza del gigante, facendolo accecare ed esiliandolo dall’isola. Orione cercò rifugio nell’isola di Lemno, dove incontrò il favore e la pietà di Efesto che, con l’aiuto di Cedalione, lo fece condurre verso oriente, fino al punto estremo in cui sorgeva il sole. Qui Orione riacquistò la vista grazie alla dea dell’aurora Eos con la quale si unì in matrimonio. Un’altra versione racconta che Orione riacquistò la vista, ma ebbe in dotazione occhi magici costruiti direttamente da Efesto e che per la grande gioia si dedicò alle battute di caccia per lungo tempo senza alcuna sosta, fino ad arrivare alla dimora di Eos, di cui si innamorò follemente (2).

Le vicende amorose di Orione continuarono anche dopo il felice connubio con la dea dell’aurora. Dei suoi occhi celesti e magnetici, si invaghì la dea Artemide, con la quale condivideva molte battute di caccia, a cui partecipava in compagnia anche del suo fedele cane Sirio. Le offerte amorose di Artemide appaiono ancora più significative, se si pensa alla sua proverbiale castità. Il gigante cercò di evitare le iniziative della dea con eleganza e fermezza, affermando di voler rimanere fedele alla sua sposa. All’inizio sembrò che Artemide si rassegnasse alla decisione di Orione, rispettandone  l’alta ispirazione morale. Quando però la dea scoprì che il gigante aveva cominciato a molestare le Pleiadi, le sette figlie di Atlante e di Pleione, la dea non accettò di buon grado il terribile affronto, meditando nei confronti dell’amato una terribile vendetta. Ella, infatti, inviò uno dei suoi servi più micidiali e letali, lo Scorpione, che si nascose nella capanna del gigante nel corso della notte, attendendo il suo ritorno alle primi luci dell’alba. Ritornati stanchi dalla caccia, Orione ed il suo segugio Sirio, ignari della presenza del perfido animale, furono colpiti dal suo pungiglione avvelenato.

Nella mitologia romana, così come emerge dagli scritti di Ovidio (3) ed Igino (4), Orione era stato generato dall’urina di Giove, Nettuno e Mercurio. Proprio per questa particolarità, gli era attribuito l’appellativo di Tripater. Le tre divinità, apparse inizialmente ad un contadino della Beozia sotto mentite spoglie, lo avrebbero ricompensato fecondando con l’urina la pelle di un toro immolato per onorarli. Il contadino aveva, infatti, espresso il desiderio di avere un figlio che lo potesse aiutare, nonostante sua moglie fosse morta da poco. Secondo la narrazione romana, Orione era un gigante imponente e di straordinaria bellezza, talmente alto che mentre scendeva da un’altura, la sua testa era ricoperta dalle nuvole. Diodoro Siculo riporta un elemento in più: Orione avrebbe coordinato i progetti per la costruzione della città di Zancle, che poi avrebbe preso il nome di Messina. Ancora oggi nella città siciliana, il mito conserva un segno tangibile: nella Piazza del Duomo ad Orione è dedicata l’omonima fontana marmorea eseguita a metà del sedicesimo secolo da Giovanni Angelo Montorsoli (5).

Anche sulle circostanze della morte del gigante ci sono diverse versioni. Ci si potrebbe immaginare che Orione muoia colpito dal pungiglione dello Scorpione inviato da Artemide (per altri mandato da suo fratello Apollo) ed, invece, la fantasia degli autori ci presenta altre possibilità. Omero ci dice che, a compiere l’omicidio, sia stata la stessa Artemide nell’isola di Ortigia animata dalla gelosia, mentre Igino, ribaltando il gioco delle parti, afferma che la dea lo avrebbe ucciso per non subìre le sue violenze. Un altro racconto vuole che Orione sia morto sì colpito da una freccia di Artemide, ma per un inganno orchestrato da suo fratello Apollo che temeva che la passione potesse distoglierla dai suoi doveri divini. Alla vista del corpo esanime del gigante, Diana sarebbe caduta in un pianto inconsolabile mentre il fedele cane Sirio avrebbe cominciato ad ululare al vento. Giove, provando pietà per quell’indicibile dolore, avrebbe accolto Orione e Sirio fra le stelle, regalando loro una porzione importante della volta celeste. Da allora la costellazione di Orione brilla nell’emisfero boreale mentre sembra che affronti l’attacco del Toro. Il gigante è di solito raffigurato armato di clava nella mano destra e di scudo in quella sinistra; altre immagini lo descrivono come armato di clava e di una pelle di leone. Non lontano luccica il Cane Maggiore, fedelissimo compagno della fugace esistenza del gigante. Con questi elementi si può tratteggiare una linea immaginaria che, partendo dalle stelle della cintura di Orione vada a prolungarsi in direzione sud-orientale, fino ad incontrare la stella Sirio. La costellazione dello Scorpione, al contrario, punita dal padre degli dèi con una tremenda folgore, si vede sorgere proprio quando quella di Orione tramonta, ad indicare, come nella simbolica trasfigurazione celeste, il terribile mostro non possa più ingannare il grande cacciatore (6).

Analizzando con una certa attenzione il mito di Orione, al di là delle diversificazioni contenutistiche, si può notare come sia la mitologia greca che quella romana, appaiano in qualche modo debitrici rispetto a racconti tramandati da civiltà ancora più antiche. Nell’ambito culturale dei Sumeri, i sacerdoti astronomi erano soliti chiamare Ur-an-na (Orione) “la luce del cielo”. Proprio in quella costellazione, Gilgamesh, il re di Uruk, protagonista dell’omonimo poema, redatto in epoca babilonese, si scontrava con Gud- an-na, il toro del cielo, dopo aver rifiutato le offerte amorose della dea Isthar, grosso modo corrispondente all’Afrodite/Venere del pantheon greco-romano (7). Alcuni studiosi, a giusta ragione, ritengono che Gilgamesh, presso i Sumeri corrispondeva alla figura di Eracle, l’eroe delle dodici fatiche della successiva mitologia greca, al quale però è stata assegnata, almeno di nome, una porzione del cielo molto meno importante e brillante. Pertanto, è lecito chiedersi se il mito di Orione non sia strettamente legato alle vicende di Eracle, o addirittura se il gigante non sia lo stesso Eracle presentato in altra forma. A sostegno di tale ipotesi, vi è il significativo elemento che una delle fatiche di Eracle consistette proprio nella cattura del toro di Creta. Tolomeo, inoltre, diede una descrizione di Orione, come provvisto di un bastone e di una pelle di leone, armi notoriamente attribuite ad Eracle nelle antiche carte astrali. A onor del vero, tuttavia, il mondo accademico rigetta il valore di questa sorprendente coincidenza, spiegandola come una postuma commistione fra diversi elementi.

Dal nostro pianeta, Orione risulta la più splendente fra le costellazioni, soprattutto per la sua prossimità all’equatore celeste e, per questo motivo, si capisce il suo legame con un personaggio mitologico così imponente e famoso per la sua straordinaria avvenenza. Manilio, forse esagerando, diceva che quando Orione si leva la notte simula la luminosità del giorno e ripiega le sue ali scure (8). La costellazione comprende circa 130 stelle che sono visibili anche ad occhio nudo, distinguendosi per l’allineamento di tre astri che danno vita alla singola configurazione che prende il nome di “Cintura di Orione”. I tre astri, a loro volta, sembrano inseriti nella cornice rettangolare di quattro stelle ancora più splendenti.  Alle tre stelle principali della “cintura” sono dati nomi diversi, a seconda della tradizione culturale di provenienza: “I tre re” o “i Re Magi”; il rastrello; i tre mercanti; i bastoni. In particolare, nella tradizione popolare dell’Italia centro-settentrionale, le tre stelle della “cintura”, sono chiamate “i Re Magi” non per caso. Nel periodo natalizio per i Cristiani, del solstizio invernale per la tradizione esoterica, infatti, i tre astri oltre ad orientarsi maggiormente vero Sirio, si allineano ad est con il Sole, simbolo di luce e di rinascita. Secondo un’antica leggenda, i Magi avrebbero calcolato la levata eliaca della stella Sirio, la stella Maestra, cioè il punto in cui l’astro appariva all’orizzonte nel momento di sorgere. La circostanza che la levata fosse in allineamento con il Sole e le tre stelle della cintura di Orione poteva far pensare all’inizio di una nuova era astrologica, trasfigurata dalla dottrina cristiana nel Logos, Gesù Cristo figlio di Dio. In quel periodo, seguendo il fenomeno della precessione degli Equinozi, si stava inaugurando l’era dei Pesci.

Al di sopra delle tre stelle che formano la”cintura”, si nota una grande stella dalle sfumature arancioni, Betelgeuse (la seconda per luminosità dell’intera costellazione dopo la supergigante blu Rigel), che in maniera figurativa rappresenta la spalla del gigante greco. Sotto la cintura, invece, si nota la cosiddetta “spada di Orione”, costituita da altre tre stelle che, nella rispettiva disposizione, ricordano il braccio ed il bastone dell’eroe. La figura complessiva del gigante Orione si ricava dalla traiettoria immaginaria di ben nove stelle, nell’atto di fronteggiare il “Toro”, o anche una preda alternativa, la “Lepre”,formata da un altro gruppo stellare collocato a poca distanza.

Abbiamo già accennato a come la costellazione di Orione fosse conosciuta fin dall’antichità, in particolare dall’evoluto popolo dei Sumeri. Ma la sua posizione strategica, ben osservabile dal nostro pianeta, ha consentito a tale costellazione di svolgere un ruolo importante nell’immaginario mitologico, religioso e culturale di tutte le antiche civiltà. In Cina, Orione era conosciuta come “Shen” (Tre), con riferimento alle tre stelle principali della “cintura”. Nei Veda, redatti in sanscrito, si parla di Mrigashirsha, che significa “testa d’antilope”, un ammasso stellare situato sulla spalla destra della costellazione di Orione, come sede di provenienza di alcune creature divine responsabili dell’accelerazione del progresso evolutivo umano sulla Terra. Analoghe interpretazioni sono state elaborate in merito agli Elohim, entità presenti nella Genesi, il primo libro dell’Antico Testamento biblico. Gli Egizi associavano le stelle del sistema di Orione ad Osiride, dio dei morti e dell’oltretomba. A ciò si aggiunge l’ipotesi, peraltro non verificata e generalmente non accolta dal mondo accademico, secondo la quale le stesse piramidi di Giza sarebbero state costruite in base all’allineamento delle tre stelle della cintura di Orione, spostando indietro di alcuni millenni l’edificazione dei monumenti rispetto al periodo considerato ufficiale. Ciò troverebbe conforto nel fenomeno astronomico della precessione degli equinozi (9). Perfino la posizione del nostro pianeta, all’interno della Via lattea, si ispira a questa nobile costellazione. Per convenzione, infatti, si dice che il sistema solare si trovi “nel braccio di Orione”,  ossia una vasta porzione della nostra galassia, il cui appellativo deriva dal fatto che la sua zona più ricca ed intensa visibile dalla Terra, è collocata proprio in direzione della costellazione di Orione (10).

Come tutti i miti classici, anche quello di Orione contiene un importante significato morale e didascalico. Il gigante costituisce l’emblema delle passioni materiali, di colui che si sente invincibile ed immortale, sfidando gli dèi ed il fato. La sua forza fisica gli infonde fiducia e consapevolezza nelle proprie capacità, facendogli credere di poter prevalere sulla natura e sui suoi stessi simili. Tutto però ha un prezzo. Il gigante è destinato a soccombere quando deve affrontare i desideri ed i sentimenti di esseri più potenti di lui, come Artemide o Apollo, oppure quando vene lasciato alla mercè di forze primordiali della natura, simboleggiate dalla puntura dello scorpione. Il racconto ci  insegna a non credere troppo nella consistenza dei beni materiali, che con il passare del tempo vanno incontro ad un’inesorabile disfatta. E’ lo spirito che conta: solo le qualità intellettuali ed etiche dell’essere umano sono destinate a sopravvivere. Il grande cacciatore, a riprova dell’importanza dello spirito, viene assunto in cielo, trasfigurandosi in una splendente costellazione immortale, solo grazie all’intervento del padre degli dèi, Zeus.

 Orione diventa, pertanto, uno dei grandi protagonisti del processo di “catasterismo”, secondo il quale, nei racconti mitologici greci e romani, un eroe, una divinità, un animale o perfino un oggetto poteva essere assunto in cielo e trasformato in un semplice astro od in una costellazione. Nel contesto mitologico romano, Orione, concepito come Tripater,  figlio di Giove, Nettuno e Mercurio, può essere considerato un chiaro esempio di  “filius philosophorum”, come archetipo junghiano del giovane che funge da congiunzione tra il mondo “superiore” e quello “inferiore”. Carl Gustav Jung cita il gigante come simbolo del “mysterium coniuctionis”, diretta emanazione della natura e differenziandolo dalla matrice divina del Cristo confessionale (11). In ambito alchemico, il mito di Orione viene inserito nel concetto di “lapis philosophorum” (pietra filosofale), potendosi esprimere nelle fasi e nelle relative risultanze della “Grande Opera”.

Note:

1 – Lo scrittore greco Ferecide di Siro, vissuto nel VI secolo a.C., è indicato da alcuni autori antichi come uno dei “sette sapienti”;

2 – Ian Ridpath, traduzione Melani Traini, Mitologia delle costellazioni, Ed. Franco Muzzio Editore, Padova 2020;

3 – Ovidio, Fasti V, 493-546;

4 – Igino, Fabulae 195;

5 – L’opera fu realizzata con la collaborazione del messinese Domenico Vanello. La fontana ha un aspetto piramidale che vede in cima la figura di Orione ed in basso, ai suoi piedi, il suo fedele segugio Sirio;

6 – Igino, Miti, a cura di Giulio Guidorizzi, Ed. Adelphi, Milano 2000;

7 – Luigi Angelino, L’epopea assiro-babilonese da Gilgamesh alla Torre di Babele, Stamperia del Valentino, Napoli 2022;

8 – Marco Manilio, Il poema degli astri, a cura di Feraboli/Flores/Scarcia, 2 volume, Edizione Mondadori- Fondazione Lorenzo Valla, Milano 1996-2001;

9 – Adrian Gilbert e Robert Bauval,  Il mistero di Orione, edizione italiana TEA, Milano 2005;

10 – Luigi Angelino, Nel Braccio di Orione, Ed. Cavinato International, Brescia 2021;

11 – Carl Gustav Jung, Opere-Vol. 14.2- Mysterium coniuctionis, Ed. Boringhieri, Torino 1990.

Tratto da: Pagine Filosofali

LE COSE CHE AIUTANO IL MONDO

a cura di Giovanni Turchetti

Nel medioevo uno studioso che fosse arrivato a Granada, allora ISLAMica, avrebbe trovato sulla porta dell’università questa scritta:

Quattro cose aiutano il mondo:

la Cultura del saggio,

la Giustizia del grande,

la Preghiera del buono

il Valore del coraggioso”.

Yusuf Jabbar Naqshbandi

LE COSE CHE AIUTANO IL MONDO
LE COSE CHE AIUTANO IL MONDO

Moti di civiltà

di Rita Remagnino

14 Luglio 2024

In genere i nostri libri di storia sono piuttosto sbrigativi nel trattare i primi passi del genere umano, forse perché non riguardano direttamente il cosiddetto «mondo occidentale», se si escludono casi isolati come ad esempio l’Homo Heidelbergensis che cacciava nella Bassa Sassonia orientale attorno ai 320.000 anni fa.
Ma altrove, chi/cosa c’era? Negli ultimi secoli la storia in usum serenissimi Delphini, come si usava dire ai tempi di Luigi XIV, ha preferito trattare vicende più spendibili nell’immediato, sorvolando sull’umanità appartenuta all’ultima delle quattro glaciazioni del Quaternario, quella di Würm, conosciuta come «ultimo periodo glaciale» (dal 110.000 al 10.000 a.C.). A volte, è meglio non sapere.
Al contrario i popoli del passato presso i quali la trasmissione della memoria era sacra tenevano in palmo di mano l’Origine, e, probabilmente, raccontando le gesta divine dei propri civilizzatori erano anche consapevoli di non riferirsi più ai Rossi boreali che inaugurarono il Ciclo presente bensì ai loro discendenti.
Poco male; in fondo l’«essere polo» non era molto lontano dall’«essere centro», perno, perfetto mondo in miniatura. In mancanza dell’originaria luce uranica, insomma, ci si poteva accontentare della sua emanazione terrestre che era pur sempre un prezioso tesoro sacrale e spirituale da custodire e tramandare. Forse gli dèi-civilizzatori non erano stati gli artefici delle proprie conoscenze, però si erano dimostrati capaci di perpetuarle proiettandone i riflessi in varie direzioni, e tanto bastava.

A proposito di tali irradiazioni, o spazi geografici generati dalla Patria polare primordiale, Herman Wirth individuò ben quindici possibili sedi (o direttrici) risparmiate dalla calotta di ghiaccio durante la fase più calda dell’Interpleniglaciale di Kharga, la quale raggiunse il picco tra i 36.000 e i 22.000 anni fa, separando le fasi più acute delle due glaciazioni wurmiane dette «Zyrianka» e «Sartan».
Quindici è un numero consistente e impegnativo per la memoria collettiva, che relativamente alla fascia sub-artica ha trattenuto il ricordo di due soli Centri Sacrali Secondari: il primo si trovava nella Siberia orientale mentre il secondo era situato nel quadrante posto tra Groenlandia, Islanda, Fær Øer e Scandinavia, oltre il 62° parallelo nord.
Da queste radici sarebbe rispuntata nell’emisfero settentrionale la civiltà, etimologicamente intesa come manifestazione della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo, o di più popoli uniti in stretta relazione.

Chiaramente le connessioni e le corrispondenze essenziali e/o accidentali dell’uno più uno, cioè del due, presuppongono una fitta rete di viaggi, incontri, contatti, vagabondaggi e scoperte. Per l’appunto la fase antropogeografica che ci accingiamo a raccontare, il Treta Yuga, o Età dell’Argento (dal 36.850 al 17.410, a.C. circa), fu un’epoca di grandi esplorazioni marittime e di significativi riposizionamenti terrestri.
Secondo il fisiologo tedesco Hermann Munk che ha seguito l’evoluzione e la diffusione del gruppo genetico Cro-magnon da nord a sud, le migrazioni del periodo in questione furono talmente intense, estese nello spazio e prolungate nel tempo, da far fare al proto gruppo sanguigno 0 il giro del mondo.
Dalla Siberia i nomadi di terra si spostarono in Cina, Giappone, Isole Curili e Aleutine, per poi attraversare il ponte-Beringia e continuare il cammino verso l’Alaska e il Nordamerica. Da un’area che oggi potrebbe essere definita «scandinava» i nomadi di mare partirono invece da Islanda e Groenlandia verso il Canada e raggiunsero il Mesoamerica, ma senza dimenticare l’Europa e la penisola arabica (H. Munk, Kilmes, llave de la primera cultura mundial, Dunken, 2001).

Com’era prevedibile ambienti diversi generarono accomodamenti diversi e perciò i due rami, quello centro-orientale e l’altro centro-occidentale, per ragioni prevalentemente spaziali e geografiche si separarono, capitalizzando l’eredità polare in modo originale, ossia disuguale.
Ad ogni modo il processo di crescita e sviluppo si svolse per entrambi gli attori nel rispetto della naturale alternanza tra il «Principio Contrattivo» (lunare, intimo, interiore) e il «Principio Espansivo» (solare, estroverso, volitivo). Ecco perché la Storia dell’Uomo viene spesso paragonata a un tessuto vivente e autorigenerante, cioè a un organismo che respira cercando di non perdere il ritmo.
Battere e levare. Ora il diaframma si contrae e «condensa» ed ora si espande e «dilata», procedendo con passo gattopardesco dietro al miraggio del cambiamento che non cambia mai nulla. Ogni tanto si verifica un’aritmia di sistema, come nel XXI secolo, e allora il caos fa piazza pulita di ogni cosa al fine di permettere la rigenerazione, cioè l’avanzata di un nuovo Inizio. Dopo di che, si ricomincia.

Dettato dalla necessità di trovare nuove patrie, cioè ambienti più vivibili in cui stabilirsi e svilupparsi, il nomadismo preistorico non fu perseguitato dal desiderio di conquista. A furia di macinare chilometri, però, la vita si fece più materiale e alla fine l’antropogeografia spirituale dovette cedere il passo a «geografie» più potenti e promettenti.
Da qui la storica rivalità tra due protagonisti distinti ma sinergici: il liquido e il solido, ossia il Mare e la Terra. Bisogna risalire a prima della Creazione per trovare la presenza di un unico elemento: l’Acqua; e comunque anche nel liquido amniotico della civiltà, stando ai racconti dei Sumeri, la convivenza tra i due draghi primordiali Apsû e Tiāmat (gli oceani?) finì in una lotta cosmica. Finché il progressivo raffreddamento del pianeta portò a galla la crosta solida da cui presero forma i continenti, e allora le contese si spostarono nella sfera Mare vs Terra.
Rivisitando alcune fonti accadiche la Bibbia intrecciò la trama di Beemot e Leviatano, il mostro terreno e il mostro marino, ognuno dei quali era incapace di battere l’altro, salvo sconfiggere prima se stesso, sacrificandosi. Ne consegue che affondano nel Paleolitico Superiore le radici del secondo postulato della geopolitica topica di sir Halford Mackinder (1861-1947), il quale divise il mondo in tre macro-aree:

  • l’area perno, pienamente continentale
  • la mezzaluna esterna, pienamente oceanica
  • la mezzaluna interna, in parte oceanica e in parte continentale

Indubbiamente a Mackinder va riconosciuto il merito di avere conferito una dignità scientifica alle azioni/reazioni mai casuali dei gruppi umani, la cui varietà di posizione ha confermato nel corso del tempo l’unità della specie. Ma disegnare segni su una carta geografica non basta ad ottenere il controllo dell’insieme, né a mantenerlo.

Dopo centovent’anni dalla presentazione alla Royal Geographical Society del discorso che fece del mondo a fette un esempio da manuale (1904), continua l’«attaccamento» della politica anglo-statunitense ai suoi dettami. Perché tanta ostinazione? Non è abbastanza evidente che il mondo nel frattempo è radicalmente cambiato?
La nave della marittima Inghilterra è naufragata, il carro della tellurica Germania ha perso le ruote, la Grande Russia è uscita dalla depressione post-comunista diventando la quarta potenza economica mondiale, preceduta dalla Cina e seguita dai Brics. Quanto all’agognata egemonia planetaria del blocco anglo-americano, come da copione la questione si è risolta come da copione con una toccata e fuga.
C’è poco da fare, parlano i fatti: qualsiasi sogno imperiale nasce già sveglio, come impararono a proprie spese imperi di ben altra levatura, l’ultimo dei quali fu il potentissimo khanato dell’Orda d’Oro di Genghis Khan. Ad essere ingovernabile è lo stesso caleidoscopio di «imprevisti» che costituisce la realtà e non sopporta il giogo, se non per brevi periodi.

Come tutte le scienze anche la geopolitica è dunque la mappatura di un certo sapere in un determinato momento. Ai tempi di Mackinder, per esempio, nessuno poteva immaginare per la marittima Inghilterra un nemico diverso da un ente tellurico (l’Eurasia), invece i problemi sono nati dalla City di Londra, cioè da una plutocrazia finanziaria imbevuta di esoterismi maldestri e distruttivi.
E qui si torna all’enunciato di Carl Schmitt secondo cui “tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati” (C. Schmitt, Le categorie del «politico». Saggi di teoria politica, Il Mulino, 2013). Come mai, allora, quasi tutte le Costituzioni europee dichiarano i propri Stati «laici e aconfessionali»?
Si tratta di frasi fatte, persino la geopolitica interpretando i «movimenti di civiltà» in relazione alla minore o maggiore agibilità geografica e geologica scandita dall’alternanza Terra-Mare, si avvicina alla «geografia sacra» di René Guénon. Una mappatura a sua volta facente parte della geografia visionaria, inadatta alla materialità della politica ma percepibile/intuibile in presenza di avanzate conoscenze metafisiche.

Aspetti religiosi a parte, va detto comunque che la geopolitica è “figlia della geografia” e perciò non può prescindere dall’aspetto morfologico della crosta terrestre e dalle sue continue modificazioni, né dal corso della Storia con i mutamenti socio-economici che ne scandiscono il cammino (Pascal Lorot, Storia della geopolitica, 1995).
A prescindere dunque dai rapporti di forza tra il Mare e la Terra, è evidente chi ha deciso cosa e perché: in pieno periodo glaciale le acque basse hanno favorito gli spostamenti navali, ovvero l’ascesa delle «civiltà del mare», mentre il rialzo delle temperature è stato determinante per l’affermazione delle «civiltà della terra».
Liquido e solido. Immensi oceani e vaste pianure. Per millenni la commedia dell’uomo è stata rappresentata in questi teatri naturali, esprimendo le visioni talvolta inconciliabili dei «nomadi della civiltà della Terra» (società tellurocratiche) e dei «nomadi della civiltà del Mare» (società talassocratiche).
Può darsi che all’inizio i contrasti siano stati irrilevanti, o forse nulli, ma a partire dalle prime contese territoriali tra i Bianchi (protoindoeuropei provenienti dall’area siberiana) e i Rossi (scandinavi ormai orfani del loro riferimento groelandese-nordoccidentale) le guerre si sono susseguite ad oltranza.

I testi sacri dell’India hanno associato questi eventi ad altrettante manifestazioni della divinità: all’inizio del Dvapara Yuga, o Età dell’Ascia, circa 20.000 anni fa, apparve il sesto avatara di Vishnu, Parashurama, l’uomo con l’ascia, una figura dai connotati eroici e virili (G. Acerbi, Introduzione al Ciclo Avatarico, parte I, in Heliodromos, n. 16, 2000); il susseguirsi degli incontri/scontri tra Rossi e Bianchi diede vita a Ramachandra, il settimo Avatara di Vishnu (e progenitore dei popoli Ari), l’uomo con l’arco e le frecce che scorrazzava con il sole in fronte nelle pianure eurasiatiche verso la metà del Dvapara Yuga, attorno ai 13.000 anni fa (R. Guénon, L’archeometra, Atanòr, 1995).
Sotto l’aspetto antropogeografico l’ascia e l’arco corrispondono rispettivamente ad una prima fase della civilizzazione più settentrionale e per così dire «tellurica», cioè imperniata su un tipo di società patriarcale fondata sulla caccia e la costruzione di nuovi villaggi, e ad una seconda fase «talassica», più meridionale ed incline alle guerre di conquista.
Riguardo a quest’ultima non sfugge il triplice significato dell’arco: arma di offesa, bacchette cosmologiche per accendere il fuoco (dello spirito), zangola per mescolare liquidi e strumento musicale; non è un caso che in molte tradizioni il torneo degli arcieri fosse sostanzialmente una danza guerresca. Arte e corpo. In una parola: movimento.

Fino ad oggi si può dire che il «continente orizzontale» (l’Eurasia) sia stato l’espressione del modello tellurocratico imperniato su un potere terrestre perpetuante un universo valoriale «antico» e sostanzialmente conservatore (principio contrattivo), mentre il «continente verticale» (le Americhe) abbia ospitato il modello talassocratico, più incline all’innovazione e alla tecnica (principio espansivo).
Non si creda che certi argomenti siano estranei ai piani alti, interessati da sempre agli «antichi segreti» del passato, al potere delle parole, al significato nascosto dei simboli, alle geografie dimenticate e alla Storia che deve essere taciuta. Ai piani bassi è vietato l’accesso alle fonti originarie, in compenso da almeno un decennio si sta assistendo al «risveglio della geopolitica classica», che in un certo qual modo esprime la voglia di conoscenza in alternativa ai cibi precotti.
Secondo alcuni il motivo del rientro dalla finestra di ciò che era uscito dalla porta dipenderebbe dal fatto che viviamo in un mondo di guerre e le «mappature», come si sa, servono “alla preparazione e alla conduzione della guerra” (Y. Lacoste, Crisi della geografia, geografia della crisi, 1980). Altri invece ammiccano ai neo-eurasiatisti, i quali avrebbero volontariamente riesumato gli studi strategici del Novecento con l’intento di «aprire gli occhi all’Europa», emancipandola dal giogo statunitense.
È ora che la Terra esca dalle grinfie del Mare? Se lo augurano autori come Carlo Terracciano, il quale attraverso la «dottrina della liberazione» individua nella talassocrazia il nemico oggettivo della tellurocrazia e confida nella scoperta di un antidoto contro i «veleni anglo-americani della finanza mondialista» (C. Terracciano, Pensiero armato, Aga, 2020).

Va nella stessa direzione il piano di Vladimir Putin per una nuova architettura di sicurezza (New Security Architecture), che significa nuove strutture politiche, finanziarie, sociali, morali e inter-relazionali. In parole povere la proposta può essere così riassunta: cari Capi di Stato e colleghi, questo non è il momento di perdersi nei punti di vista né di litigare fra di noi bensì di unire le forze contro il nemico comune (l’oligarchia apolide della finanza), il cui tracollo sta producendo enormi sofferenze ai popoli.
Significa che la contesa millenaria Mare vs Terra ha i giorni contati? In ogni caso la legge immutabile dell’Eterno Ritorno farà la propria parte poiché da sempre quando la potenza del Mare diventa insopportabile interviene la Terra, poi i ruoli s’invertono e tutto ricomincia daccapo. Per quanto lo riguarda l’uomo può agire all’interno dell’uroboro della Storia creando architetture inedite al fine di garantire la sopravvivenza del mondo umano, ben più importante dell’immagine illusoria che lo riproduce.

Tratto da: Ereticamente.net

Moti di civiltà
Moti di civiltà

VIVA LA VITA!

a cura di Felipe Guerra

Confucio diceva:

“Studiare una regola di vita per poi applicarla al momento opportuno è fonte di grande felicità.”

“Non è veramente importante essere conosciuti quanto conoscere gli altri.”

“Essere esigenti verso sé stessi e rispettosi verso gli altri.”

“Sii padrone di te stesso e commetterai pochi errori.”

In questo mondo le sofferenze sono molte, ma per i Tibetani esistono altri regni dove il dolore è nettamente superiore, quindi vale la pena sfruttare nel modo giusto questa stessa vita.

VIVA LA VITA!
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