Mosca – L’Ucraina si è trasformata negli ultimi 10 anni in un centro per la diffusione del terrorismo in Europa con l’aiuto dell’Occidente, ha dichiarato questa mattina la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.
Ieri sera si è verificata una sparatoria nella sala concerti Crocus City Hall, appena fuori Mosca, seguita da un enorme incendio. Un corrispondente di Sputnik, che ha assistito all’attacco, ha riferito che almeno tre uomini in mimetica sono entrati nella sala concerti, sparando a bruciapelo e lanciando bombe incendiarie.
Secondo gli ultimi dati del Comitato investigativo russo, nell’attacco terroristico sono morte almeno 143 persone e molte altre sono rimaste ferite. Si teme che il numero delle vittime possa aumentare.
“La cosa principale è che le autorità statunitensi non dimentichino come le loro informazioni e il loro ambiente politico collegassero i terroristi che hanno sparato alle persone nel municipio di Crocus, con l’organizzazione terroristica Isis. Ora sappiamo in quale Paese questi sanguinari criminali intendevano nascondersi dalle persecuzioni: l’Ucraina. Lo stesso Paese che, con l’aiuto dei regimi liberali occidentali, negli ultimi dieci anni si è trasformato in un centro di diffusione del terrorismo in Europa”, ha dichiarato Zakharova su Telegram.
Il presidente russo, Vladimir Putin, ha dichiarato alla stampa che i quattro autori dell’attacco di ieri sono stati arrestati oggi mentre cercavano di lasciare la Russia per l’Ucraina.
Le menzogne israeliane sulla cattura di presunti leader e combattenti della Resistenza palestinese durante il brutale raid all’ospedale Al-Shifa di Gaza sono state smascherate venerdì, con l’esercito di occupazione che ha attribuito le invenzioni ad un “errore umano”.
Il giorno dopo che l’esercito israeliano aveva pubblicato un collage fotografico che mostrava quelli che si diceva fossero agenti della Resistenza catturati, tra cui il comandante senior di Hamas Raad Saad, l’esercito di Tel Aviv e lo Shin Bet hanno riferito che a causa di un “errore umano”, alcuni degli uomini nelle foto non sono stati arrestati.
“A causa di un errore umano, nella grafica sono presenti diverse foto di terroristi che non sono stati ancora catturati ma che, secondo le informazioni in nostro possesso, si trovano nell’area dell’ospedale”, si legge in una dichiarazione congiunta dei servizi segreti e dell’esercito israeliano.
Il direttore dell’Ufficio stampa governativo di Gaza, Ismail Al-Thawabta, ha affermato che il collage fotografico includeva immagini del personale medico e di persone fuori dal Paese. “L’errata identificazione e l’inclusione di immagini di personale medico e persone al di fuori del Paese hanno dimostrato che l’esercito israeliano diffonde false narrazioni per giustificare il suo assalto all’ospedale”.
Giovedì, l’esercito di occupazione ha affermato di aver ucciso centinaia di combattenti e di aver arrestato oltre 500 sospetti, tra cui 358 membri di Hamas e del Jihad Islamico.
Anche questo versetto, che cito spesso in quanto manifesto di una tradizione poi totalmente disattesa da chi dice di esserne l’erede, è indice di una divisione irriducibile delle anime per origine creativo – emanativa
1Giovanni 5,19
Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno.
Lo posso anche volgere in una forma più comprensibile, in quanto è netta la contrapposizione tra quel NOI e TUTTO IL RESTO. È quello che dice nella prima proposizione:
ESMÉN EK TOU TEOU – con la particella DA di derivazione- getta luce anche sulla seconda, a prescindere dalla rivelazione in sé della seconda
1Giovanni 5,19
Noi sappiamo che le nostre anime vengono dal più alto potere della gerarchia, mentre l’intero mondo (cosmo) ilico viene dagli Arconti, dal potere intermedio, dai subcreatori (per cui, inevitabilmente, giace sotto il potere del maligno)
Non siamo lontani da quella testimonianza gnostica, riportata dagli eresiologi IRENEO e EPIFANIO secondo cui GLI ANGELI HANNO FATTO IL MONDO
“Un’altra svolta decisiva una biforcazione della strada il tempo ti afferra per un polso ti indirizza dove devi andare quindi usa al meglio questa prova e non chiedere perchè non è un interrogativo ma una lezione imparata nel corso del tempo.”
Scrittore, saggista, già Professore Ordinario di Genetica all’Università di Perugia.
Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Abstracta n° 38 (Giugno 1989), pp. 90-95, riprodotto per gentile concessione dell’autore. Riproduzione vietata.
EVOLUZIONE VUOL DIRE ENTROPIA.
Il secolo XIX ha assistito all’affermazione di due fondamentali principi scientifici: quello dell’entropia (Carnot 1824), e quello dell’evoluzione biologica (Buffon 1778, Lamarck 1809, Darwin 1859). I due termini hanno lo stesso significato, quello di “svolgimento”, che corrisponde al greco entropè e allatinoevolutio.
L’entropia, o principio di Carnot, anche noto come principio di evoluzione, è conosciuta come il Secondo Principio della Termodinamica, ed ha vari enunciati. Secondo Tait, Perrin e Langevin il principio dichiara che “un sistema isolato non passa due volte dallo stesso stato (irreversibilità)”, quindi un ordine perduto non si ricostituisce più spontaneamente. Altrimenti asserisce che ”è impossibile trasportare calore da un corpo freddo su uno caldo”. Ciò corrisponde all’affermazione che i corpi tendono ad una temperatura uniforme, cioè alla cosiddetta “morte termica”. Più in generale l’entropia esprime la tendenza dei sistemi alla uniformità, al disordine, alla perdita di forma e complessità, alla morte. Per metafora, un castello di sabbia tende ad essere raso al suolo e mai si ricomporrà spontaneamente. L’entropia è principio di scomposizione, di degradazione, di decadenza di ogni sistema isolato.
L’EVOLUZIONE NELLA VULGATA
Un enunciato del principio dell’evoluzione biologica è di difficile reperimento. Nella vulgata, “evoluzione” è “il passaggio lento e graduale degli organismi viventi da forme inferiori a forme sempre più complesse” (Devoto-Oli 1995). Per metafora, dal fango alla vita, dall’ameba all’elefante, dalla scimmia all’uomo. Benché l’evoluzionismo moderno rifiuti una simile enunciazione, in particolare per quel che attiene alla gradualità e alla progressività, esso lascia che la definizione corrente tenga il banco. Insiste però sulla circostanza che il processo è regolato dal Caso e che non è condotto da alcun ordine trascendente od esterno.
Così enunciati, i concetti di entropia e di evoluzione sembrano addirittura contrapposti, come degradazione contro costruzione, come decadenza contro progresso. Questo può forse dar conto della riluttanza di Darwin ad impiegare il termine “evoluzione” nell’opera sull’Origine delle Specie (vi compare solo alla sesta edizione). Confrontato con il problema della “complessità”, Darwin asserisce che la sua teoria (la selezione naturale) la prevede, ma può anche comprendere il regresso. Si dica, per inciso, che la teoria di Buffon contempla un’origine delle specie per degenerazione. Scrive nel 1776: “…se fosse vero che l’asino non è che un cavallo degenerato, non vi sarebbero più limiti alla potenza della natura…” . L’evoluzionismo post-darviniano e quello del XX secolo sono comunque progressisti e gradualisti, almeno per il grosso pubblico.
Se cerchiamo una enunciazione del concetto di evoluzione in un testo scientifico moderno (Helena Curtis, 1968, Biologia, glossario) troviamo questa definizione, sorprendente per un non specialista: “Processo che da una popolazione, in conseguenza di produzione di variazione genetica e dell’emergenza delle varianti per opera della selezione naturale, ne fa discendere un’altra con caratteristiche diverse”. Non si fa cenno di miglioramento o di aumento di complessità (solo di diversità), non si menziona gradualità: si parla solo di variazioni genetiche (mutazioni) e di selezione naturale. Sta di fatto che l’evoluzione ha perduto negli ultimi tempi ogni connotazione progressista, relegando una tale visione ad un’accezione popolare, moralistica e obsoleta della natura. Più che una vicenda, come nella vulgata, essa è divenuta un meccanismo, senza tendenze o obiettivi.
MUTAZIONE E SELEZIONE, DEGRADAZIONE E CENSURA
Consideriamo i due elementi di questo meccanismo: La mutazione – che per definizione è un errore di copiatura del testo genetico, un accidente puramente casuale – è un fenomeno degradativo, tendente al disordine, al caos. In virtù di essa una popolazione non può mai tornare a una condizione precedente: si tratta dunque di un processo “irreversibile”. La selezione è un processo riduttivo, censorio, che tende ad eliminare le novità, la biodiversità, a livellare la popolazione. Liberata da tutti i suoi elementi estranei, romantici e teleonomici, l’evoluzione torna ad assumere l’asciutto volto dell’entropia. Diviene un processo dissolutore, una condanna alla perdita delle forme, una “fine delle specie”, quasi in contrapposizione al titolo darviniano “L’0rigine delle Specie”. Entropia e evoluzione vengono ad identificarsi non solo lessicalmente, ma anche concettualmente, come comune analisi pessimistica dell’esistenza, fisica o vivente. Negli scienziati del novecento si e andata sviluppando, secondo Robert Musil “una preferenza per la delusione, la coercizione, l’inesorabilità, la fredda minaccia o l’asciutta censura…”
LA SESSUALITA’ CONCLUDE L’EVOLUZIONE
I genetisti sono soliti aggiungere un elemento gioioso ai severi meccanismi evolutivi: la sessualità. Essi ragionano che, se la mutazione introduce localmente e a bassissima frequenza le novità, la ricombinazione sessuale è in grado di associare diverse novità in uno stesso ceppo, rendendosi così ricchissima sorgente di innovazioni. La sessualità ha portato un importante contributo alla teoria matematica dell’evoluzione. Nella realtà, essendo di regola la mutazione una perdita di informazione, l’associazione di diverse mutazioni esalta il processo di decadimento della specie. Più importante ancora è la considerazione che essa produce un mescolamento continuo dei genotipi della specie, promuovendo l’uniformità genetica di questa. Per metafora, la sessualità agisce come il mescolamento di un mazzo di carte, che, mescolato, non torna più all’ordine iniziale. Perché si determini una diversificazione nell’ambito di una popolazione è necessario che si stabilisca una barriera riproduttiva, cioè l’isolamento di sottogruppi autonomi, per l’insorgenza di ostacoli fisici o etologici (speciazione allopatrica o simpatrica). La sessualità è quindi freno all’evoluzione. Quando essa inizia, l’evoluzione, intesa come emergenza di diversità, si arresta. La sessualità è un processo di mescolamento, quindi anch’essa, con la mutazione e la selezione, un processo entropico.
Tutta l’evoluzione, come la immaginò Darwin e come sarà sviluppata dai neo-darvinisti, è un processo degenerativo, che può dar conto della decadenza della vita e delle forme, della irreversibilità delle trasformazioni, della loro scomparsa, mai della creazione, della insorgenza, della formazione di alcunché. Dopo un secolo e mezzo di “evoluzionismo”, abbiamo sviluppata, sotto il nome inappellabile di “evoluzione”, la teoria della involuzione, della regressione verso l’elementare e l’informe, una teoria della decadenza. Con questa pretendiamo di dar conto delle gloriose esplosioni delle forme e della vita, o, per dirla con una poetessa (Karen Blixen), di fronte alla fioritura degli alberi, della natura come “manifestazione di uno spirito universale – inventivo, ottimista e giocondo all’estremo – incapace di trattenere i suoi scherzosi torrenti di felicità.”
SUL “PROGRESSO” SOCIALE
A ben rifletterci, la visione di progresso come dissoluzione appartiene ormai da tempo anche alla nostra cultura sociale. Per descrivere il progresso di un popolo parliamo di emancipazione, di promiscuità, di rimozione di tabù, di deregulation. L’idea di globalizzazione corrisponde a quella di mescolanza universale, di abolizione di ogni barriera, di uniformità, cioè, in termini fisici, di entropia. La caduta delle regole dà un senso di liberazione, di allegria, di carnevale (che nulla ha a che fare con la felicità del poeta). La promiscuità e il livellamento ci offrono la sensazione dell’accessibilità di ogni cosa, di un generale raggiungimento. E cosa è più eccitante di un disvelamento totale che scopre il proibito e il protetto? E’ evidente tuttavia che tutte queste conquiste si consumano rapidamente, sono la dissoluzione dell’energia e della polarità, preludono all’inerzia, al generale appiattimento che corrisponde alla morte termica cui tendono i fenomeni entropici, ad una oscura escatologia.
“L’idea della fine del mondo – ha scritto M. Sgalambro (1982) – nasce nella comunità scientifica come segno ecclesiale. Li unisce nel suo nome l’angelo sterminatore della fisica. Dal dolore della fisica nasce l’eschaton: il promesso annientamento del mondo.” E più avanti: “La condizione scientifica è la condizione di esseri miserabili che sanno la loro miseria… Una sintesi di matematica e disperazione unisce il cielo stellato sopra di noi e l’infinita tristezza in noi.”
SUPERARE L’ENTROPIA
Alcuni fisici, trascurati dal neo-darwinismo imperante, si sono preoccupati del vicolo cieco nel quale si era ridotto l’evoluzionismo entropico e dei problemi che esso creava per la comprensione della forma organica. “ E’ l’opposizione alla decadenza nello stato inerte di‘equilibrio’ – ha scritto Schroedinger (Che cos’è la vita?, 1944) – che rende l‘organismo così enigmatico… Ciò di cui un organismo si nutre è entropia negativa.” Schroedingher creò per questo concetto il termine di ‘neghentropia’. ‘Sintropia’ è il termine che negli stessi anni fu adottato da Luigi Fantappiè, che postulò una realtà occasionalmente procedente dal futuro verso il passato. L. Cuenot (1944) si appella a un Anti-Caso. Altri autori, come Etienne Gilson (1971), adottano le Cause Finali aristoteliche. Scrive Gilson: “Le cause finali sono scomparse dalla scienza, ma sono scomparse dalla mente degli scienziati? … Non si vede come, a dispetto del divieto che le tiene alla porta dei laboratori, non possano continuare a ossessionare le menti degli scienziati.” Françoise Jacob (1970), evoluzionista convinto, ha scritto: “ riconoscere la finalità nei sistemi viventi vuol dire che non si può fare più biologia senza riferirsi costantemente al fine degli organismi, al significatoche la loro esistenza dà anche alle loro strutture e alle loro funzioni”.
Grande assertore dell’importanza del significato (Darstellungwert, valore della presentazione) è lo zoologo Adolf Portmann (Le forme degli Animali, 1960), che cerca di attrarre il nostro sguardo “verso la proprietà più significativa delle forme organiche, che è quella di rendere manifesta, nel linguaggio dei sensi, la peculiare natura dei singoli esseri viventi e di portare, di detta natura, la testimonianza diretta nelle loro forme particolari ”.
UNO SPLASH DI LATTE
Se ogni argomentazione finisce con un punto nero, io preferisco adottare in conclusione una gocciola bianca. Una goccia di latte cade su una superficie di latte e determina, nel luogo dell’impatto, una turbolenza, uno splash, che si evolve in una deliziosa coroncina, formata da un cercine da cui emergono una ventina di goccioline, e si disfa (D’Arcy W. Thompson, 1917). Sempre eguale, c’è da presumerlo, da che latte è latte, sempre la stessa in qualunque punto della terra (e dell’Universo), non ha richiesto tentativi ed errori, non ha conosciuto selezione naturale, non contiene DNA, non ha finalità, non serve a nulla, non è neppure ‘viva’. Eppure nessuno può negarle una distinta complessità, una forma elegante. Che cosa ha prodotto quella forma? Dove era nascosta l’informazione che si è resa manifesta? Non nella goccia di latte (che può essere sostituita da una perla o da un sassolino), non nella superficie del latte, che è piana e uniforme. Si direbbe nelle proprietà dello spazio, che accoglie solo alcune configurazioni preferite, o forse nelle leggi della geometria e in quelle della dinamica dei fluidi. Certo non è al lavoro il Caso, certo l’entropia è sconfitta ed è all’opera una immissione d’ordine nella materia, che ci dovremo un giorno dar cura di approfondire, rendendola l’oggetto primo degli studi sulla generazione delle forme, e abbandonando le oziose spiegazioni fondate sui giochi del Caso.
Paolo scrisse in Romani 2,29: “ma Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito e non nella lettera; la sua gloria non viene dagli uomini ma da Dio.”
2Corinzi 3,6: “ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito dà vita”
GRAMMA VS PNEUMA.
Eppure la dominante dei dogmi è la LETTERA
Il letteralismo islamico si basa sulla riflessione fatta da una parte della teologia secondo cui quanto è rivelato da Allah va interpretato senza ricorrere a particolari strumenti interpretativi che concedono uno spazio potenzialmente fuorviante all’allegoria e alle deduzioni basate sulla ragione umana (bi-lā kayfa). Tale espressione (in arabo بلا كيف?) è tradotta “senza [chiedersi] il come”, o “senza [conoscere] il perché”. Si tratta quindi di una via per risolvere problemi di fede teologica (ʿaqīda) islamica senza entrare in apparente contraddizione coi versetti coranici, accettando questi alla lettera, senza porsi ulteriori interrogativi.
La Zahiriyya (in arabo ﻇﺎﻫﺮﻳـة?, Ẓāhiriyya) o Zahirismo è stata una scuola teologica e giuridica islamica caratterizzata da un accentuato letteralismo,[ manifestatasi per la prima volta in modo ufficiale nel IX secolo a Isfahan (Persia). Il suo fondatore fu Dāwūd b. ʿAlī al-Iṣfahānī (815-884) (Abū Dāwūd Sulaymān al-Ẓāhirī). Tale scuola era una scuola teologica e costituiva anche un madhhab specialmente in al-Andalus, sotto l’autorevole guida di Ibn HAZM. La scuola giuridica, che non lasciava altro spazio di riferimento al giudice al di fuori di Corano e Sunna, scomparve senza lasciare tracce nel sunnismo.
L’innovazione essenziale portata da Rashi nell’ebraismo sta nel fatto che, anziché continuare solo nel solco della tradizione del Midrash (esegesi, ricerca, spiegazione), egli inizia un commento delle Scritture più aderente al significato letterale delle parole. Acclamato per la sua capacità di presentare il significato basilare del testo in modo sintetico e lucido, Rashi attrae sia gli studiosi eruditi che gli studenti novelli, e le sue opere rimangono il fulcro dello studio ebraico contemporaneo.
Il fondamentalismo protestante si caratterizza per una adesione letteralista alla Scrittura (insistendo sul principio originario del protestantesimo, «Sola Scriptura») in contrapposizione alle nuove interpretazioni che i teologi andavano elaborando con un approccio storico-critico attinto dalla modernità, in particolare dallo sviluppo delle scienze umane, sensibile anche alle teorie evoluzioniste.
“Hanno chiesto al Maestro quale fosse la differenza tra chimica e alchimia nelle relazioni di coppia e rispondo a queste belle e sagge parole:
Le persone che cercano “Chimica” sono scienziati dell’amore. sono abituati all’azione e alla reazione. Le persone che trovano l’Alchimia sono artisti dell’amore, creano costantemente nuovi modi di amare. I Chimici amano per necessità. Gli Alchimisti per scelta. La chimica muore col tempo. L’alchimia nasce attraverso il tempo… La chimica ama il contenitore. Alchimia gode del contenuto. La chimica succede. Alchimia si costruisce. Tutti cercano chimica, Solo alcuni trovano l’Alchimia. La chimica attrae e distrae maschilisti e femministe. Alchimia integra il principio maschile e femminile, per questo si trasforma in una relazione di individui liberi e con le proprie ali, e non su un’attrazione che è soggetta ai capricci dell’ego. In conclusione, il Maestro ha detto guardando i suoi alunni: L’Alchimia raccoglie ciò che la chimica separa. Alchimia è il matrimonio reale, chimica il divorzio che vediamo ogni giorno nella maggior parte delle coppie. “Iniziamo a costruire relazioni consapevoli, perché la chimica ci farà sempre invecchiare il corpo mentre l’alchimia ci accarezzerà sempre dall’interno”.
Come è noto, i Dioscuri, ossia Castore e Polluce, sono due importanti personaggi della mitologia greca, entrati poi nella vita religiosa e culturale anche del popolo degli Etruschi e della civiltà romana. I due giovani sono conosciuti anche con la denominazione di “Càstori”, “Gemini” e “Tindaridi” (1), fermo restando che il loro appellativo più usato è rimasto nel tempo proprio quello di “Dioscuri” che, dal punto di vista etimologico vuol dire “figli di Zeus” e, pertanto, “di natura divina”. Non tutti i racconti mitologici che ricordano i due fratelli, tuttavia, concordano sulla loro “paternità divina”, in quanto alcune citazioni li riportano come figli di Tindaro, mentre le narrazioni sono quasi del tutto concordanti nell’attribuire loro la maternità di Leda. Vi sono anche versioni ulteriormente articolate, secondo le quali Zeus avrebbe generato Polluce, mentre Tindaro sarebbe stato il genitore di Castore. Trattando la versione più conosciuta del mito, Leda partorì due coppie di uova, dopo che il padre degli dei l’ebbe fecondata nelle sembianze di un maestoso cigno. Da una delle due coppie sarebbero nati appunto Castore e Polluce, mentre dall’altra le sorelle Elena e Clitemnestra (2). A memoria delle loro origini, infatti, i due fratelli furono già dall’antichità, raffigurati con un copricapo che richiama in maniera inequivocabile la forma dell’uovo. Nell’ambito letterario ellenico, Castore e Polluce furono annoverati tra gli Argonauti, impegnati nell’avventuroso viaggio verso la Colchide alla ricerca del vello d’oro e del cinghiale calidonio. Non dobbiamo pensare a due gemelli simili in tutto, ma ciascuno dei due fratelli era descritto con attitudini particolari: Castore era un formidabile domatore di cavalli, mentre Polluce brillava negli scontri pugilistici. Tra le sue più importanti imprese, si ricorda il memorabile incontro di pugilato con il forte e temibile re dei Bebrici, Amico (3).
I due “gemelli diversi” furono, comunque, protagonisti insieme di gesta eroiche celebrate in tanti scritti, come la fondazione della città eponima di “Dioscuria”, fondata nella già citata Colchide, e la distruzione della città di Iolco, con la collaborazione di altri eroi, come Giasone e Pelea, allo scopo di infliggere una dura lezione al re Pelia che li aveva traditi. Nella vicenda dei Dioscuri, entrò in gioco anche la famosa Elena, così contesa nella guerra di Troia, tanto da diventarne il simbolo più emblematico. I due fratelli invasero l’Attica per salvarla dalle mani di Teseo e per ritorsione rapirono Etra che condussero a Sparta, dove la fecero diventare schiava della stessa Elena. Risulta abbastanza chiaro come sia facile leggere in questa trasfigurazione mitologica, i riferimenti alla secolare rivalità politica, sociale e culturale tra Atene e Sparta.
Di grande rilevanza simbolica sono le circostanze relative alla morte di Castore e Polluce, che offrono la possibilità di intraprendere diversi filoni interpretativi. Secondo il racconto di Apollodoro (4), i Dioscuri avrebbero razziato del bestiame accordandosi con i fratelli Idas e Linceo. Tuttavia, ad impresa compiuta, insorse una grave lite al momento della spartizione del bottino, a causa di uno stratagemma poco trasparente utilizzato da uno dei sue soci, Idas. Per questo motivo, Castore e Polluce attaccarono la città di Messene, tendendo un’imboscata ai perfidi compari. Nello scontro Castore fu ucciso per mano di Idas, ma Polluce li inseguì per vendicare il fratello, trafiggendo Linceo con la sua lancia. Questi, però, nell’atto di cadere lo avrebbe colpito con un masso determinandone la morte. Tale versione è interessante, perché accordandosi con la versione che ricorda il solo Polluce come figlio di Zeus, riporta l’evento finale dell’ira e della vendetta del dio che, per completare il quadro di morte già di per sé drammatico, avrebbe giustiziato Idas superstite con una sua tremenda saetta. Le narrazioni di Igino (5) e di Teocrito (6), invece, sono incentrate sul matrimonio che i Dioscuri avrebbero contratto con le due sorelle Febe ed Ileria, su disposizione del loro padre Leucippo, blandito dai generosi doni offerti da Castore e Polluce. Si dà il caso, però, che l’avido Leucippo avesse già promesso le due fanciulle in moglie ai soliti antagonisti, Idas e Linceo che, dopo aver appreso la violazione unilaterale del patto di nozze, non esitarono a marciare verso Sparta per farsi giustizia. Il prosieguo del racconto incarna il tipico esempio di religiosità ellenica in tema di defunti. Castore avrebbe ucciso Linceo, rifiutando ad Idas la possibilità di seppellire la vittima, onoranza alla quale i Greci davano molta importanza, per assicurare al caro defunto un regolare trapasso dalla dimensione mortale a quella immortale. Il fratello deluso dalla mancanza di pietas da parte dell’avversario, colpì mortalmente Castore alla coscia, ma fu, a sua volta, ucciso da Polluce. Appare molto poetica una delle varianti di quest’ultima versione, secondo la quale Polluce avrebbe implorato di rendere immortale anche il fratello Castore, riuscendo ad ottenere soltanto una sorta di “soluzione condizionata”. Egli ottenne, infatti, che potessero vivere, a fasi alternate, un giorno nell’Olimpo, simbolo della luce, ed un giorno nell’Ade, simbolo dell’oscurità. Il grande Euripide (7) innestò l’interpretazione astrologica ed astronomica nel mito, peraltro in sintonia con il fenomeno della precessione degli equinozi, per la quale il magnanimo Zeus, commosso dal dolore di Polluce, avrebbe permesso che i due fratelli vivessero sempre insieme ed inseparabili nel Cielo, trasfigurati nella forma della costellazione dei Gemelli. In fondo i due fratelli rappresentavano le due facce della stessa medaglia ontologica, sulla quale si interrogavano gli autori dei miti ellenici: la mortalità e la immortalità.
Il culto dei Dioscuri ebbe molta fortuna e si diffuse soprattutto fra i naviganti, in quanto una leggenda sosteneva che Poseidone aveva affidato a loro il potere di dominare il vento ed i flutti del mare. Dalla Grecia continentale, in particolare dall’area spartana, il mito dei due fratelli fu esportato nell’Italia meridionale, nel territorio geografico-culturale che i Romani chiameranno “Magna Graecia”. Nel V secolo a.C. la venerazione dei Dioscuri iniziò a diffondersi anche in area latino-italica, diventando progressivamente parte integrante della religiosità propria della “Res publica” romana. In tale ambito i due gemelli erano maggiormente conosciuti con l’appellativo di “Castori”. A Roma il tempio dedicato ai Dioscuri era situato all’interno del Foro, non lontano dal tempio di Vesta (8). L’edificio sacro sarebbe stato edificato per volontà del dittatore Aulo Postumio nel 495 a.C. durante la battaglia del lago Regillo, quando un indomito Tarquinio il Superbo cercò di riprendere il controllo di Roma da cui era stato scacciato. La credenza popolare attribuì la vittoria considerata miracolosa, in uno scontro iniziato in maniera del tutto sfavorevole, all’apparizione dei Dioscuri che avrebbero guidato l’esercito romano contro i nemici. Lo storico Tito Livio afferma che, nel momento più tormentato della battaglia, Aulo Postumio fece voto di erigere un tempio ai due fratelli nel caso avesse conseguito una ormai insperata vittoria. In epoca repubblicana fu fissata anche una ricorrenza annuale per onorare i Dioscuri, il 15 luglio, quando un gran numero di cavalieri (equites) sfilava per le strade dell’Urbe, in una forma molto simile ad una moderna parata militare. L’immagine di Castore e di Polluce fu anche rappresentata nel Circo Massimo, in segno di protezione degli atleti ed anche perché le uova, uno dei principali simboli associati ai due fratelli, erano usate come “contagiri” nel corso delle varie esercitazioni. Gli studiosi ritengono che a Roma vi fosse anche un altro tempio dedicato ai Dioscuri che, probabilmente, sorgeva nella zona del Circo Flaminio. I Dioscuri furono presenti anche nella cultura etrusca con i nomi di Kastur e Pultuce, considerati come i figli di Tinia, cioè il corrispondente italico di Zeus. Anche gli Etruschi raffiguravano i due fratelli in maniera simbolica, come testimoniano alcuni dipinti ritrovati nelle tombe. In particolare, si ricordano i dipinti della tomba “del Triclinio” scoperta presso l’acropoli di Tarquinia, in cui i due gemelli sono immaginati con un copricapo a forma di pileo a punta e coronati di alloro, alla maniera dei berretti diffusi soprattutto in Frigia.
Nel periodo medievale, quando la Chiesa cercò di sostituire le decadute istituzioni politiche dell’impero romano d’occidente, il culto dei Dioscuri continuò a sopravvivere nella tradizione popolare, al punto che le immagini di Castore e di Polluce furono riprodotte nelle ceramiche e nelle sculture, soprattutto in area nord-africana, accanto ai dodici apostoli, con alcuni santi e perfino nelle rappresentazioni della resurrezione di Lazzaro, come simbolo di immortalità, o più semplicemente di vittoria della vita sulla morte. Per ovviare a questa credenza, malamente definita “pagana”, papa Gelasio (9) nel V secolo con acume strategico e cinico opportunismo sancì la definitiva assimilazione del culto dei Dioscuri nella dottrina cristiana, sostituendoli con coppie di santi di diversa provenienza (vedasi i santi Pietro e Paolo, non a caso indicati come i patroni dei viaggi ed i santi Cosma e Damiano, suggeriti come protettori dei medici).
La presenza dei “gemelli diversi” è attestata in altre civiltà di origine indoeuropea e ciò costituisce l’ennesimo segnale di un archetipo evolutivo nato da un unico ceppo culturale. Lo stesso Tacito, uno dei padri della storiografia moderna, associa i Dioscuri agli “Alcis” considerati altrettanto semidivini nella mitologia germanica, Nell’antica cultura baltica si attesta la presenza di Autrympus e di Potrympus, corrispondenti a Castore e a Polluce e, andando più lontano, nella penisola indiana troviamo gli Ashvin (10), menzionati nel libro sacro dei Veda, esplicitamente collegati alla costellazione dei Gemelli.
Ed il mito dei Dioscuri lo possiamo considerare, in maniera figurata, nato proprio sotto il segno zodiacale dei Gemelli. La lettura psicologico-astrale di questo mito simbolico è di grande suggestione, portando in sé un principio dualistico che lo stesso precitato segno zodiacale accentua. I gemelli, come Castore e Polluce, solo in apparenza potrebbero essere scambiati l’uno con l’altro, ma in realtà ciascuno dei due conserva la propria individualità, tanto da risultare profondamente diversi e per certi versi complementari. Inseparabili nella vita è, tuttavia, nel momento della morte di Castore che emerge l’impossibilità della loro definitiva separazione, come espressione tangibile del più puro amore fraterno, ma anche come simbolo dell’indivisibilità tra corpo e anima, materia e spirito, poli entrambi indispensabili affinché le potenzialità umane possano raggiungere il loro massimo livello (11).
Se alziamo lo sguardo verso lo spazio siderale, notiamo che la costellazione dei Gemelli non è difficile da rintracciare, grazie alla coppia di stelle brillanti, che appunto sono associate ai due protagonisti della nostra trattazione, mentre le altre stelle appaiono più deboli, presentandosi allineate su due tratti paralleli che disegnano i margini di una figura quasi geometrica simile ad un rettangolo. Ricondotto alla dimensione astrologica, il mito dei Dioscuri abbraccia i vorticosi cambiamenti dell’essere umano che oscilla di continuo tra i richiami dell’istinto e le aspirazioni dell’intelletto, nonché, come già accennato, rievoca il significato della dualità contrapposta tra Ade ed Olimpo, tra vita e morte, tra luce ed oscurità. Il mortale Castore rappresenta la materia, mentre il divino Polluce si identifica con lo spirito. E non può sfuggire come il segno dei Gemelli sia successivo a quello dell’Ariete, associato al principio maschile, ed a quello del Toro legato, invece, al principio femminile. Sotto questo profilo, si può leggere lo stesso significato etimologico del termine “gemelli” (gemini in latino) affine al greco gamos, traducibile in italiano con la parole “unione”, o in maniera più traslata “matrimonio”. In questa breve rassegna sul valore emblematico del mito dei Dioscuri, è anche opportuno ricordare come gli alchimisti, nell’ambito delle loro operazioni ermetiche mercuriali, procedessero ad unire come “fratello” e “sorella” quegli elementi opposti indicati come contenitori della lapis, detta anche “pietra filosofale” (12).
Nella vicenda dei Dioscuri assume un’importanza fondamentale anche la simbologia dell’uovo dal quale, secondo il mito, i due fratelli hanno origine. Se ci soffermiamo alla nostra alimentazione quotidiana, salta subito alla mente come le uova siano importanti, soprattutto come fonte di proteine alternativa alla carne. Il significato simbolico dell’uovo è solidamente radicato in tutte le culture del mondo ed in tutte le epoche. Basti pensare a concetti così significativi e sincretici come l’uovo cosmico, chiamato anche “uovo del mondo”, diffusi presso tutte le civiltà antiche e che poi hanno trovato una certa corrispondenza semantica nella teoria scientifica del “Big Bang” che descriverebbe l’origine dell’universo. L’uovo è stato da sempre rappresentato nelle raffigurazioni artistiche, come simbolo di fecondità e di immortalità. Nell’arte sacra cristiana si trovano statue della Madonna con l’uovo fra le mani, fino ad arrivare al sincretismo emblematico sintetizzato nell’icona dell’uovo pasquale, come segno tangibile della presenza divina e della resurrezione di Cristo. In ambito alchemico, l’uovo era considerato il contenitore di quel tipo di trasformazione da materia grezza ad oro filosofale, denominata “Grande Opera”. L’idea dell’uovo, come origine del mondo, è anche fondamentale per lo sviluppo ideale della cosmogonia dei Misteri Orfici. Seguendo una tradizione che risale a Damascio, prima della fondazione della nascita del cosmo, esistevano tre forze primordiali: Chronos, il tempo, Aither, il soffio vitale e Chaos, il disordine. La creazione dell’universo avrebbe avuto inizio quando Chronos formò all’interno dell’Aria un uovo, dal quale si formò Phanes, la luce. Lo stesso Phanes si sarebbe accoppiato poi con la Notte, dando origine al Cielo e alla Terra. Viene da chiederci con stupore se si possa trattare di una descrizione paradigmatica di un fenomeno che tanti secoli dopo, come detto in precedenza, sarebbe stato conosciuto con l’espressione di “Big Bang”. E non è detto che nel futuro la scienza non ci riservi ancora molte sorprese, avvicinandoci ulteriormente alle conoscenze degli antichi, soltanto in apparenza ingenue e primitive. Per questo, Castore e Polluce, simboli dell’unione inseparabile tra la vita e la morte, non potevano che nascere da un uovo, allo scopo di ben incarnare il ciclo dell’esistenza e della continua rigenerazione.
A memoria del mito dei Dioscuri, a Sparta presso il tempio chiamato “delle Leucippidi” (13), si rendeva un culto di venerazione al guscio spezzato di un uovo gigante, appeso con un filo alla volta. Ed allora ai fedeli presenti, in una trasfigurazione quasi onirica, sembrava che Leda si unisse di nuovo a Zeus nelle sembianze del cigno divino: il mondo poteva, quindi, rigenerarsi un suo perpetuo susseguirsi di vita e di morte. Non a caso l’uovo stesso è stato di frequente associato al serpente, come nella raffigurazione del simbolo del caduceo, dove i serpenti attorcigliati sembrano formare uova di dimensioni crescenti dal basso verso l’alto. Il disegno dell’Ouroboros, il serpente divino che si morde la coda, senza né un inizio e nemmeno una fine, non evoca forse l’immagine di un uovo?
Note:
(1) Tindaridi deriva ovviamente dalla presunta paternità di Tindaro;
(2) Clitemnestra, moglie di Agamennone, lo tradì col cugino Egisto e lo uccise quando tornò vittorioso da Troia. A sua volta fu uccisa, insieme all’amante, dal figlio Oreste;
(3) Era considerato fglio di Poseidone e della ninfa Melia;
(4) Apollodoro (Pseudoapollodor), Biblioteca, libro III;
(5) Igino, Fabulae, 80;
(6) Teocrito, Idilli, XXII;
(7)I Dioscuri sono inseriti nella tragedia di Euripide, Elena;
(8) Cfr. Elisa Marroni, Il culto dei Dioscuri in Italia, Edizioni ETS, Pisa 2019;
(9) Papa Gelasio era di origine africana e fu vescovo di Roma dal 492 al 496;
(10) Gli Asvin, chiamati anche “domatori di cavalli” sono i gemelli divini della religione induista;
(11) Cfr. I Dioscuri, Castore e Polluce. Psicologia del mito, filosofia ed astri su https://ilchaos.com consultato in data 13 marzo 2024;
(12) Cfr. La costellazione dei Gemelli:il mito dei Dioscuri su https://lastland.org consultato in data 14 marzo 2024;
(13) Il tempio fu edificato a Sparta in onore delle figlie di Leucippo, presunte mogli dei Dioscuri. Nel tempio si tenevano veri e propri rituali di guerra.
La guerra in Ucraina, in corso da ormai due anni, ha cambiato il profilo non solo geografico ma anche morale dell’Europa che, messa dinnanzi al dato di fatto e incapace di tentare una strada del dialogo, ha pensato bene di accarezzare gli istinti più beceri della popolazione, grazie anche allo squallore politico e alla bassezza dei loro rappresentanti, ultimo in ordine di tempo Emmanuel Macron. Il presidente francese, in piena fregola da campagna elettorale, ha pensato bene di gettare altra benzina sul fuoco.
A giugno si voterà per il rinnovo del parlamento europeo, con quella che pare essere una vittoria del campo popolare a discapito dei socialisti che stanno vivendo una crisi infinita. A quanto pare, la vittoria non sarà poi tanto ampia, andando incontro ad un governo formato da una accozzaglia con qualche figura sbiadita a fare da presidente come Ursula von der Leyen.
Le parole di Macron vanno lette in quest’ottica più ampia e soprattutto come una retorica da guerra che pare ormai aver invaso l’Europa. Il premier transalpino ha specificato ed ha rassicurato Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, che “non siamo in guerra con la Russia”. Affermazione ipocrita visto il numero di armi che parte in direzione Kiev.
Lo spauracchio Trump e l’asse di Weimar
È la paura di tutti i governi: la probabile vittoria del Tycoon alle prossime elezioni americane lascerebbe, nei fatti, l’Europa, da sola ad armare l’Ucraina, viste le tendenze isolazioniste e l’odio nei confronti della Nato che il multimiliardario ha sempre manifestato. Allora si alza il Pil per la corsa agli armamenti, si ricompongono triangoli, assi di alleanze, si parla con tutta tranquillità di attacchi nucleari con la stessa nonchalance con la quale si parla di vacanze. Si è persa del tutto la “recta ratio”, non si accenna a sedersi ad un tavolo e discutere.
Europa tra follia e miopia
Si parla, nuovamente, di “ombrello atomico” con Polonia e Finlandia che parlano, in tutta serenità, di armi nucleari. In risposta, Putin ammassa truppe ai confini, in quell’eterno paradosso della sicurezza che porta allo sfacelo.
Non si parla di “Boots on the ground”, ma l’idea di fondo è quella di ingaggiare con la Russia una corsa agli armamenti in un revival della Guerra Fredda. Questo ha già comportato un impatto devastante sul welfare che manda all’aria sistemi sanitari già allo sbando, togliendo soldi dove servirebbero per incanalarli verso la Difesa.
Putin ha già attuato un’economia da guerra, per lui lo scontro non è ipotetico e la Russia produce più missili e munizioni dell’intera Europa. Dall’altra parte c’è Zelensky, “l’amico dell’Occidente” che ormai è allo stremo, non riesce a reclutare militari, ha finito gli armamenti e punta solo a quelli che arrivano dagli Usa e dall’Unione Europea. Lo scontro è in una fase di stallo e “gli amici” iniziano a pensare ad altro, a puntare gli occhi sui Paesi Baltici con quell’enclave di Kaliningrand che potrebbe essere l’oggetto del contendere prossimo futuro come il corridoio di Suwalki. Si ripropone il motto “Si vis pacem para bellum” che trova nuovi apologeti e adepti, pronti a deridere chi parla di pace ma non sappiamo quanto pronti ad armarsi e partire.
“Una persona amata che delude. Gli ho scritto. Impossibile che non mi risponda quel che ho detto a me stessa in nome suo. Gli uomini ci debbono quel che noi immaginiamo ci daranno. Rimetter loro questo debito. Accettare che essi siano diversi dalle creature della nostra immaginazione, vuol dire imitare la rinuncia di Dio.
Anch’io sono altra da quella che m’immagino essere.