PER UN LABORATORIO DI MOBILITAZIONE POLITICA

Videoconferenza del canale YouTube FRATRIA ALTOTIBERINA, trasmessa in live streaming online il giorno 3 febbraio 2024.

Intervista a Guido Taietti ” Progetto Razzia” laboratorio per la mobilitazione politica.

Guido Taietti autore di tre libri, collaboratore del primato nazionale, articolista curiosamente piuttosto tradotto nel mondo anglosassone, ma soprattutto mente dietro al progetto razzia. Progetto Razzia che è canale yuotube, libri, canale telegram, definito una specie di “laboratorio per la mobilitazione politica”.

PER UN LABORATORIO DI MOBILITAZIONE POLITICA
PER UN LABORATORIO DI MOBILITAZIONE POLITICA
PER UN LABORATORIO DI MOBILITAZIONE POLITICA

Breve Nota tra Rivoluzione e Rivelazione. Noi siamo rivoluzionari o apocalittici? 

di René-Henri Manusardi

«La nostra Patria per noi sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra Patria è la nostra fede, la nostra terra, il nostro Re. (…) Loro[1] l’hanno nel cervello; noi la sentiamo sotto i piedi. È vecchio come il diavolo il mondo che essi dicono nuovo e che vogliono fondare senza la presenza di Dio. (…) Ma di fronte a questi demoni che rinascono ogni secolo, noi siamo la giovinezza. Signori! Siamo la giovinezza di Dio!». [2]

Françoise-Athanase Charette de La Contrie (1763-1796)

Comandante dell’esercito cattolico e reale di Francia

Martire al tempo della Rivoluzione francese

Incipit

    La seguente Nota, vuol essere un umile e dimesso contributo allo sviluppo di una riflessione sulla Quarta Teoria Politica radicata nel principio di realtà e innestata su di esso. È un pensiero che viene da lontano, dalle profondità dell’anima (Urgrund), dalla sua memoria genetica nella quale è stabile la connessione con la Stirpe degli Indoeuropei – (a noi, il termine inconscio “suona male” essendo figlio della struttura mentalista pseudo psichica freudiana, che sostituisce utopisticamente con la triade conscio-subconscio-inconscio, la struttura olistica corpo-mente-anima della Tradizione perenne quale riflesso del Divino) –, e in cui l’intuizione del proprio si rende viva per mezzo di archetipi divini, di simboli spirituali, di miti atemporali che si reificano attraverso idee e indissolubili azioni nelle quali si esprime la “realtà”, ossia viene chiarificata la concretezza del Logos indoeuropeo.

    È una riflessione scevra dalla malattia dell’utopia, dal virus di quella Rivoluzione Antimetafisica (Dugin 2021)[3] sorta nel Rinascimento, per cui l’Ego diventa il centro del cosmo sostituendosi a Dio. Un ego stralunato dall’utopia di ciò che passionalmente vuole, e che pur non esistendo vuole che sia, e che dunque devasta la società affinché la sua utopia finalmente sia. Credendo in questo modo di combattere le tremende ingiustizie presenti nella società, ma in realtà favorendo solamente la giustificazione sociale dei vizi capitali, l’annientamento del Sacro e dell’autorità divinamente costituita.

    Questa malattia dell’Ego testé descritta è in sintesi la storia che accomuna le Tre Teorie Politiche della Modernità – liberalismo, comunismo, fascismo – che partendo dalla presunta difesa di giusti principi quali libertà (1TP), giustizia sociale (2TP), stato corporativo (3TP), tuttavia non aderiscono più all’Ordine Divino della società tipicamente sacrale indoeuropeo. Ma denunciandone la totale decadenza, la sua conclamata antistoricità e rinunciando così a rinnovarlo e a ricostruirlo dall’interno, queste tre teorie politiche propongono violentemente in modo antagonista un nuovo ordine del mondo e un uomo nuovo su fondamenti anti-sacrali o pseudo-sacrali le cui radici promanano dal satanico, si concretizzano col peccato personale e con l’accettazione del male sociale, si realizzano con la strutturazione sociale dei vizi capitali, distruggendo così per gradi e definitivamente la Legge naturale e il Diritto divino su cui per lunghi secoli si era appoggiata la vita e la speranza dei popoli europei, quella sacra lex per cui l’ethnos a tutti gli effetti era considerato come il Popolo di Dio, il Popolo che vive davanti al volto di Dio, il Popolo guidato da Dio.

La necessità di una scelta

    Forse, per tutti noi Ordinovisti [con il “noi”, l’Autore si riferisce a se stesso e ad alcuni della sua generazione ed esperienza politica, N.d.R.] che in continuità ideale siamo transitati dalla Terza Teoria Politica alla Quarta Teoria Politica, sotto l’egida dell’Imperium ghibellino evoliano, è giunto il tempo di guardarci in faccia, di dire le cose come stanno, di dare alle cose il loro vero nome, di avere il coraggio di abbandonare il linguaggio o meglio la vulgata rivoluzionaria che da sempre ci accompagna. Abbiamo avuto la forza non comune di andare oltre parole quali camerata, cameratismo, soldato politico, termini molto pregnanti dal punto di vista umano e metapolitico. Li abbiamo a fatica sostituiti con espressioni altrettanto ricche ma ancora poco radicate quali consimile, fratria, soggetto radicale, con uno sforzo esistenzialmente immane ma guidati dalla percezione viva del futuro Imperium che continua ad essere la nostra weltanschauung e che appare ininterrottamente davanti ai nostri occhi come unica realtà futura possibile di pacifica convivenza tra i popoli in un futuro mondo multipolare, e come sogno raggiungibile di una filosofia armata.

    Poi, però, ci siamo fermati lì, e pur essendoci aperti con generosità alla diversità umana e metapolitica di altre persone provenienti da realtà e da ambienti politico-sociali diversi, comunque ci siamo arenati, forse pensando di avere già pagato un prezzo troppo alto in termini esistenziali e psicologici, dovendo sì superare la nozione ma non certo il senso profondo del cameratismo, il quale rimarrà sempre nelle radici profonde della nostra spiritualità guerriera, perché il nostro onore è la fedeltà e la fraternità del sangue è il nostro patto mistico, è la mistica del Santo Graal.

    Se siamo quindi, e lo siamo, i discendenti dei figli del Sole, se in noi pulsa ancora lo spirito (il logos), la legge interiore (il nomos) e il DNA (il bios) degli kshatriya, dei guerrieri indoeuropei, allora dobbiamo continuare in questa lotta di purificazione ideologica al seguito del pensiero di Aleksandr Dugin, secondo cui il «(…) problema (…) che quasi tutto ciò che continuiamo a pensare appartiene al retaggio delle prime tre teorie politiche»[4], e fare una scelta del cuore tra due realtà metapolitiche che la Storia, dalla Modernità in poi, ha visto essere opponenti: Ordine Divino contro Rivoluzione.

    È inutile quindi appellarsi ad una etimologia accomodante – seppur legata ai nobili ricordi del cuore e dell’anima per cui ognuno di noi ha dato il sangue, la vita, l’onore, la fama, la reputazione e ci ha procurato migliaia di morti sul selciato durante tre guerre civili – per cui si vuole a tutti i costi salvare il sostantivo Rivoluzione col significato di un ritorno all’Ordine, quando invece la storia della Modernità ci ha chiarificato senza ombra di dubbio che il vero significato di Rivoluzione (dal tardo latino revolutio, da revolvere), è inequivocabilmente quello di un interminabile rivolgimento dialettico di ordine storico e politico-sociale privo della presenza del Sacro, che porta all’esito finale della liquidità del Postmoderno e della sua opposizione brutale all’Ordine Divino proprio della struttura sociale e politica degli Indoeuropei.

    Certo, pur ricordando la gloriosa insurrezione di Vandea e di Bretagna contro la Rivoluzione francese, non è certo con il sostantivo reazionario demaistriano “Controrivoluzione” come contrario della Rivoluzione e non Rivoluzione di segno contrario, che possiamo reggere davanti all’urto satanico della Rivoluzione; né tanto meno con la compromissoria terminologia di Rivoluzione conservatrice possiamo dare nuovo corso all’Imperium solare.

    Solo concependo la Rivoluzione come il disegno satanico attuato nella Storia per scalzare l’Ordine Divino presente nella Storia, possiamo trovare un sostantivo che gli tenga testa: esso è Rivelazione! Sì! Perché la Rivelazione è l’attuazione nella Storia dell’Ordine Divino e la Rivoluzione è l’anti-Rivelazione. O meglio, per usare termini duginiani, dobbiamo fare un’iniezione di realtà e comprendere che la Rivoluzione è il sosia, il doppio nero della Rivelazione. Infatti, come Lucifero ha tentato di prendere il posto di Dio nella gloria volendo essere uguale a Lui, così nella Storia Lucifero ha operato in modo subdolo e violento per edificare l’anti-Ordine della Rivoluzione che rappresenta il sosia e il doppio nero dell’Ordine Divino, della Rivelazione: quindi Lucifero è la scimmia di Dio e la Rivoluzione è la scimmia della Rivelazione. Chi vuol capire, capisca… Imperium e Rivoluzione sono ontologicamente incompatibili.

    La Rivelazione, in lat. Revelatio, in gr. Αποκαλυψη (Apokàlypsi) è quindi il corrispettivo di Apocalisse. Se sembra giusto chiamare rivoluzionari i seguaci della Rivoluzione, nominare altresì come rivelazionari i fedeli kshatriya della Rivelazione si mostra sinceramente difficile e si presta ad equivoci (anche per le sue eventuali implicazioni teologiche con il fenomeno delle rivelazioni private). L’Apocalisse invece ci rivela la lotta dei tempi ultimi, il Tempo della Fine, il tempo escatologico appunto. Gli ultraguerrieri escatologici e angelologici, gli kshatriya del tempo della fine sono i Soggetti Radicali, quindi nominare i seguaci della Rivelazione come gli “Apocalittici”, risulta a nostro modesto avviso un’affermazione perentoria e un salto quantico che ogni buon Ordinovista che ha scelto la continuità ideale dovrà prima o poi attuare.

    Revelatio sed non Revolutio. Apocalypsis sed non Revolutio. Non “rivoluzionari” quindi, ma “apocalittici”. Apocalittico è l’Uomo in piedi in mezzo alle rovine, è l’ultraguerriero escatologico del tempo della fine, colui e coloro che una volta finito per sempre il tempo del Kathécon si troveranno davanti al drago satanico, all’Anticristo – il falso profeta – e alla Bestia per scatenare contro di loro una guerra cosmica, metafisica, angelologica e teologica.

    “Apocalittico”, diventa così un aristocratico aggettivo della nuova casta guerriera del futuro Imperium, che inteso dal punto di vista metapolitico è capace di sostanziare e di esprimere con più vigore la realtà metafisica e spirituale del Soggetto Radicale.

    «I cieli devastati da giudici plebei

dall’odio degli uomini dal pianto degli dei

Nasce un bel fiore che i cavalieri

portano sui mantelli è il bianco giglio

che ha profumato il campo dei ribelli

    Siamo di Francia ladri e cavalieri

Nella notte noi andiamo

Il vento freddo del terrore

non ci potrà fermare

Se un bianco fiore nasce in petto a noi

è sangue di chi crede ancora

come il bel simbolo d’amor che al Trono ci legò». [5]

Pino Tosca

[1] “Loro…”, sono i rivoluzionari francesi, che non hanno un’idea concreta di Patria basata sul principio di realtà come nella visione di Tradizione degli insorti controrivoluzionari Vandeani e Bretoni, ma ne hanno una idea “astratta”, un “culto” ideologico, una nuova “religione”, che prende il posto di Dio. Questo nuovo concetto di Patria, istituzionalizzato da Napoleone è presente poi in tutti i nazionalismi, in particolar modo nel Risorgimento italiano e nella conseguente dottrina del Fascismo, che nel pensiero di Giovanni Gentile realizza il compimento del Risorgimento e arriva a far coincidere questa idea di Patria con l’idea di Stato, coniugando così libertà e autorità. (N.d.R.).

[2] Cit. in M. de Saint Pierre, Monsieur de Charette chevalier du Roi, La Table Ronde, Parigi 1977, p. 15.

[3] Intervento di Aleksandr Dugin alla Conferenza online POLIS E IMPERO. Con la partecipazione di Lorenzo Maria Pacini, Direttore editoriale di Idee&Azione, Referente italiano del MIE – Movimento Internazionale Eurasiatista, e con Giacomo Maria Prati, valente scrittore e collaboratore di Idee&Azione. Evento registrato in data 16 luglio 2021, sul Canale YouTube di Idee&Azione: https://www.youtube.com/@ideeazione5559.

[4] Dall’Intervista di Andrea Scarabelli ad Aleksandr Dugin del 25 giugno 2018: «Evola, il populismo e la Quarta Teoria Politica», Il blog di Andrea Scarabelli, https://blog.ilgiornale.it/scarabelli/2018/06/25/aleksandr-dugin-evola-il-populismo-e-la-quarta-teoria-politica/.

[5] Ritornello tratto da La Vandeana, Inno di Ordine Nuovo. 

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Tratto da: Telegra.ph

Breve Nota tra Rivoluzione e Rivelazione. Noi siamo rivoluzionari o apocalittici? 
Breve Nota tra Rivoluzione e Rivelazione. Noi siamo rivoluzionari o apocalittici? 

IL PENSARE PURO DELLA VOLONTA’ DI POTENZA

di Franco Giovi

Il “segreto” della disciplina è null’altro che il Volere: volere che mai si accende nella vita comune: che per la vita comune nemmeno esiste.

Noi conosciamo il volere in quanto riflesso nella corporeità e nel soggetto che è frutto della corporeità, del corpo sensibile che ci è stato dato e che ci sarà tolto.

Solo il pensiero è virtualmente “altro” rispetto alle categorie psicosomatiche: insistere nella concentrazione è il tentativo di ripristinare la natura del pensiero: portare il virtuale ad atto, anche se per pochi istanti (istanti in cui il tempo non ha importanza oppure non c’è).

La concentrazione, in essenza, è atto volitivo ripetuto. Che non venga percepita direttamente la volizione immessa nell’esercizio (tentare ciò è far naufragare l’esercizio) mostra solo che essa è impercepita dalla coscienza ordinaria.

Come immagine può valere il mito della “spada immersa nella roccia”: essendo il corpo la roccia che cela la spada. E come nessuno può trarla da lì, nessun sforzo personale potrà mai svellerla..

Il pensare liberato dai sensi invece sì, poiché esso non è somatico, non è personale: il pensiero puro di pensieri è l’eroe che può impugnare ciò che fu sepolto: ciò che dorme attendendo la liberazione.

Non v’è sforzo o fatica: il pensare puro, liberato, permette al volere di fluire con tutta la sua potenza. Allora non è più pensiero ma un più che pensiero: non più astratto ma REALE: più reale della realtà sensoria, più reale del senso ordinario di sé.

In questa esperienza il soggetto passa dall’immane inganno sensibile al cosmo eterico o spirituale.

IL PENSARE PURO DELLA VOLONTA' DI POTENZA
IL PENSARE PURO DELLA VOLONTA’ DI POTENZA

Sulla dottrina della Tradizione

a cura di Giandomenico Casalino

“La prima parola, dottrina, in virtù del suo etimo che viene dal verbo latino doceo e che significa insegnamento, manifesta il suo semantema, quale radicale differenziazione dalla parola illuministica, e quindi moderna, ideologia che, in termini storico-culturali, esprime invece il concetto del parto mentale di “qualcosa” di astratto dalla vita e dallo spirito stesso, quindi antiumana, aliena e contrapposta al concetto stesso di Tradizione che invece non può che coniugarsi felicemente con la parola dottrina in quanto così vuole il suo etimo che è il verbo latino tràdere che ha il significato della consegna, dell’affidare l’insegnamento che deve essere curato e conservato, data la sua preziosità ai fini della vita stessa sia fisica che metafisica dell’uomo, della donna, e della Comunità in quanto nutrimento trasmesso, consegnato dagli Avi che sono i più vicini al Divino (come affermava Cicerone…!)”.

Sulla dottrina della Tradizione
Sulla dottrina della Tradizione

Siamo stati sempre fermamente convinti che tre sono le scienze propedeutiche al Sapere: l’etimologia, la semantica e la filologia. Per la semplice ragione che, al fine di comprendere ciò di cui si intende trattare, è necessario acquisire la conoscenza dell’etimo, cioè l’origine (nonché la verità: “natura delle cose è loro nascimento”, insegna Vico) delle parole basali del discorso, oltre che il loro significato (il semèion greco, cioè il segno, il seme… che è la semantica) che hanno e conservano nel testo e nel con-testo che è la filologia. Se si pone mente, è sufficiente svolgere tale indagine propedeutica affinché si squaderni dinanzi alla vista dello spirito, l’orizzonte luminoso della verità dell’essenza stessa delle cose. Le parole che è d’uopo sottoporre a tale indagine, prima di entrare nel merito della quaestio, e proprio al fine di rispondere in maniera inoppugnabile ed incontestabile ad essa, sono, nell’ordine che abbiamo dato alle nostre riflessioni: dottrinaTradizione, cultura e destra. Esse sono, come appare evidente, a fondamento assiomatico del concetto che qui intendiamo esprimere.

La prima parola, dottrina, in virtù del suo etimo che viene dal verbo latino doceo e che significa insegnamento, manifesta il suo semantema, quale radicale differenziazione dalla parola illuministica, e quindi moderna, ideologia che, in termini storico-culturali, esprime invece il concetto del parto mentale di “qualcosa” di astratto dalla vita e dallo spirito stesso, quindi antiumana, aliena e contrapposta al concetto stesso di Tradizione che invece non può che coniugarsi felicemente con la parola dottrina  in quanto così vuole il suo etimo che è il verbo latino tràdere che ha il significato della consegna, dell’affidare l’insegnamento che deve essere curato conservato, data la sua preziosità ai fini della vita stessa sia fisica che metafisica dell’uomo, della donna, e della Comunità in quanto nutrimento trasmesso, consegnato dagli Avi che sono i più vicini al Divino (come affermava Cicerone…!). Sicché la dottrina della Tradizione non è frutto cerebrale dell’uomo ma è la Scienza del Divino, della Realtà metafisica, fine ultimo dell’uomo: il Destino dell’uomo è infatti oltre lo stesso come lo è per il Mondo ed è, pertanto, insegnamento che proviene dall’Anima divina del Mondo e per tale ragione è presente in tutti i Miti, i Simboli e le teologie delle religioni e delle scienze iniziatiche di tutti i popoli dell’intero pianeta. Infatti, è sufficiente anche uno studio non eccessivamente approfondito delle varie antropologie religiose delle civiltà, per acquisire l’evidenza, probatoriamente vincolante, che esse pongono a fondamento del loro essere nel Mondo e come sua finalità, tutto sommato, il medesimo Mito, cioè Parola in quanto Logos sacro che proviene dall’Alto, dal Cielo, e pertanto è la Verità e quindi il senso stesso della loro vita, da quella spirituale a quella sessuale, da quella mercantile a quella guerriera, tanto nell’uomo quanto nella donna nella loro necessaria, complementare ed archetipica differenza.

La Tradizione è, pertanto, il tràdere, in quanto consegna della Dottrina, del Sapere sia nella forma del racconto mitico-simbolico che in quella della Visione della Idea quale sintesi sapienziale della stessa Dottrina però nella sua dimensione esoterica, ed è il Sapere dei Templi dai quali mosse i primi passi la stessa Filosofia nel suo significato magico-arcaico. Appare evidente, da quanto dedotto, che in tale fattispecie spirituale non vi è nulla che sia umano sia nel senso di “prodotto” dallo stesso uomo, sia come sua “proprietà”, altrimenti, se così fosse, entrerebbe nella Cosa consegnata il concetto del “mio” e quindi dell’individuo, e pertanto dell’antropocentrismo e dell’egoismo che sono l’essenza della Modernità, quindi dell’anti-tradizione che, a determinati livelli, diviene contro-tradizione satanica, come insegna Guénon.

Esaminando, infine, le parole cultura destra, è necessario dimostrare la necessaria identità, sotto il profilo sia metafisico che storico-culturale, fra la dottrina della Tradizione e la cultura di “destra”. In maniera quanto più sintetica possibile, possiamo verificare che la parola cultura, come etimo, deriva dal verbo latino colo-colui-cultum-còlere, che ha il significato, come semantema, del coltivare, del curare; e tale verbo e l’azione che esprime, sono a fondamento della agri-cultura, come coltivazione cura rituale del campo; della cultura, come coltivazione e cura rituale dell’animo; del culto, come coltivazione  e cura rituale del Divino (tanto che i Romani per definire la loro religione, dicevano: “còlere deos”!). E tutto ciò, poiché non è casuale bensì causale, in quanto proprio ragione, causa, di tali sapienziali convergenze, risiede nella analogia e quindi nella simile natura che hanno il campo, l’animo e il Divino, poiché per la vita sia biologica che spirituale dell’uomo, egli deve aver cura coltivare queste tre dimensioni del Mondo, vale a dire il corpo (il campo), l’animo (cultura) e lo spirito (religione-culto degli Dei) ed è qui che è situata la tradizionale tripartizione o, meglio, tridimensionalità gerarchica sia dell’uomo (corpo, anima, spirito) che della Comunità (produttori, guerrieri, sapienti) in quanto Res Publica; qui è manifesta anche e soprattutto la fondamentale presenza del Rito in relazione alle società tradizionali: il Rito della coltivazione e cura  del campo perché nasca il nutrimento del corpo; il Rito della coltivazione e cura dell’animo perché nasca il nutrimento dello spirito; il Rito della coltivazione e cura degli Dei affinché ad essi, mediante il Rito, sia rinnovato perennemente il frutto della loro stessa natura divina e, per tale effetto, siano e continuino ad essere salvezza e fondamento della Comunità.

La parola destra infine è ancor più manifestamente straordinaria, nella sua eloquente essenza, tanto etimologica quanto semantica. Infatti in tutte le lingue europee e quindi indoeuropee, la parola destra coincide con la parola diritto: spagnolo: derechoderecha; francese: droit, droite; inglese: rightright; tedesco: recht, rechte. Questo perché la parola diritto viene dal tardo latino directum, che è un calco medievale dal germanico recht e derivando, a sua volta directum, dal verbo latino rego, regi, rectum, regere, che è l’azione spirituale del Re come Indicatore supremo della Via che è sostanzialmente la “diritta via” smarrita da Dante, questa è, pertanto, la Via giusta secondo l’Ordine cosmico = rtà, parola sanscrita presente nei Veda, avente lo stesso etimo e lo stesso significato del latino ritus.

Pertanto, l’Insegnamento-consegna del Sapere intorno al Principio metafisico è la cura-coltivazione della diritta Via: questo è in sintesi il concetto espresso nel presente scritto.

Ad ulteriore conferma, rammentiamo al colto ed all’inclita che la mano destra, nella cultura indoeuropea, è quella del giuramento, del saluto e dell’atto magico nel rito giuridico-religioso romano ed è anche la Via della mano Destra nell’Induismo, quale adesione alla bachti, cioè alla Fede quale osservanza rituale della Legge; ed è infine la collocazione dei Giusti alla “destra del Padre” in contrapposizione a quella dei malvagi che sono destinati alla “sinistra del Padre”; “…Ma non appena l’anima abbandona la luce del sole, a destra lei conosce tutto assieme. Rallegrati… da uomo sei nato Dio…” (Laminetta orfica di Turi, Kern, fr. 32f.).

Per concludere, evidenziamo che persino nel lessico giudiziario, la parola “sinistro” significa “incidente”, “disgrazia”, “evento disastroso” et de hoc satis! E tutto ciò non solo non è casuale, ma ha un profondo significato cosmico, su cui qui, per evidenti ragioni di spazio, non possiamo diffonderci.

Giunti a questo punto è necessario chiederci quale è la consegna, la “traditio” che a noi Europei è pervenuta dai nostri Avi? In che cosa essa è consistita? Tale insegnamento dottrina, è nella sostanza, una Visione del mondo che non si apprende sui libri, non essendo “cultura libresca”, poiché essa è presente in un essere umano sin dalla nascita, come potenzialità da sviluppare, come forma interna, come carattere, essa è, infatti, viva come la vita, è anima e sangue, è sesso e passione, è intelletto e sentimento, è quindi il senso reale del Mondo; è, pertanto, “qualcosa” che è necessario ricordare, nel significato dell’Anamnesi platonica, ed è ciò che l’uomo moderno ha dimenticato. È necessario allora ricordare ciò che le droghe ideologiche moderne (da Cartesio in poi…) hanno impedito di vedere alla nostra mente, al nostro occhio, quale finestra dell’anima sul mondo, ricordare che “…Vi è un ordine fisico e vi è un ordine metafisico. Vi è la natura mortale e vi è la natura degli immortali. Vi è la regione superiore dell’ “Essere” e vi è quella infera del “divenire”. Più in generale, vi è un visibile e un tangibile e, prima di esso, vi è un Invisibile e un non tangibile quale sovramondo, principio e vera vita…”[1]Questa limpida professione di fede platonica è posta da Julius Evola, a fondamento della comprensione dello spirito tradizionale, nel capitolo I della parte I di Rivolta contro il mondo moderno, sua opera archetipica.

E la Forma, Idea, cioè l’ordine metafisico, è il Paradigma celeste dell’Ordine dell’Universo (versus Unum = che va verso l’Uno…), dei Pianeti, degli Astri e delle Galassie; e la Comunità politica, come microcosmo terrestre, deve imitare, per quanto sia possibile, afferma la dottrina della Tradizione, quell’Ordine del Cielo, per la semplice ragione che, quanto più il mondo degli uomini si avvicina all’Ordine cosmico che è eterno da sé e per sé, tanto più la Comunità stessa degli uomini si avvicinerà all’Eternità e quindi al Divino, essendo questo il supremo fine dell’Ordine politico. Pertanto i principi su cui si regge la società tradizionale sono: Autorità, Ordine, Giustizia, Gerarchia, che sono gli stessi che governano il Cielo luminoso, mediante “Amor che move il Sole e le altre stelle”, come insegna Dante.

Julius Evola, filosofo sapienziale di profonda natura iniziatico-speculativa, con quel “introibo” platonico alla sua opera maggiore, ci consegna e affida il compito di ricordare e quindi vivere la realtà spirituale della Tradizione indoeuropea e quindi europea, cioè la nostra, che coincide con il Platonismo nella dimensione filosofico-religiosa (Grecia) e con la Romanità nella dimensione giuridico-religiosa. Ciò per la palese ragione che l’essenza spirituale, come radice, sia della Teologia che della Mistica dell’Occidente, è rappresentata dal divino Platone quale sublime sintesi di arcaiche conoscenze e pratiche religiose ed iniziatiche allo stesso precedenti; ma Platone è anche il Padre nobile della Res Publica romana (come ben comprese Cicerone…) quale modello molto simile alla sua Politèia, che i Romani realizzarono nei secoli, senza aver mai conosciuto o letto le sue opere ma solo in virtù di quella “forma interna”, quel “carattere” platonici e stoici che solo Evola, nel 900, ha individuato nell’anima medesima degli Eneadi e cioè nella Tradizione di Roma.

Romanità ed Ellenicità sono, di conseguenza, le due colonne su cui si erge l’architrave dell’essere europei e, in difetto o nell’oscuramento delle stesse  come loro oblio, l’Europa non è, come ci è dato con sofferenza constatare, che palude melmosa immersa nelle Tenebre. Evola non solo ha insegnato, rammentato ed indicato la diritta Via a tutti i popoli europei, ma ci ha donato pagine straordinariamente profetiche quanto attuali, con le sue intuizioni, le sue visioni, il suo comparativismo tra le Civiltà, nonché le sue disamine e conclusioni in tema di storia dei Miti e delle Religioni, che hanno trovato puntuali conferme e condivisioni, nei tempi recenti, in studiosi che non solo non hanno mai letto o studiato una sola pagina delle sue opere ma ignorano addirittura la sua esistenza.

Il nostro discorso è, ovviamente, lontanissimo da qualsiasi finalità apologetica o agiografica, di cui, comunque, non vi sarebbe alcun bisogno: Evola e la sua opera, la sua centrale e simbolica presenza nel Novecento politico e culturale sia italiano che europeo, tutto ciò che ci ha lasciato come “traditio”, è talmente attuale, è sentita tanto efficace, sotto il profilo spirituale e politico, da tutti i movimenti cosiddetti sovranisti o nazionalpopulisti nonché dalle varie correnti culturali tradizionaliste che li fiancheggiano, da essere riconosciuto a livello mondiale, dagli Stati Uniti (Steve Bannon…) alla Russia (Alexandr Dugin…), passando per l’Europa, come il pensiero maggiore e più potente in quanto é il più radicalmente alternativo alla fase terminale della presente ed opprimente Età Oscura. Tutto ciò è conseguenza della virtus magico-evocativa delle sue parole, delle immagini che è riuscito a consegnare, non solo con i suoi scritti ma anche e, forse, soprattutto con lo stile di vita che ha condotto a tutti i livelli ed in ogni circostanza: ciò è nella più pura Tradizione politico-spirituale della cultura greco-romana ed è proprio la dimensione del Politico, come fondato dall’Alto e tendente verso l’Alto, nel senso platonico del termine, che, differenziando profondamente la visione di Evola da quella del Guénon, orientata verso una spiritualità asiatico-sacerdotale, ha consentito a Julius Evola di incarnare, quale esempio vivente, sia il Paradigma celeste dello Stato organico platonico che la sua realtà storica, manifestatasi nel terribile furor bellico, quale Via guerriera al Sacro, della universale Res Publica romana e della sua eternità.

Nota:

[1] P. DI VONA, Metafisica e politica in  Julius Evola, Padova 2000, pp. 56 ss.

(Saggio già apparso in Nazione Futura, n. 22, anno VIII, 2023)

Tratto da: Pagine Filosofali

DODICI ARCHETIPI DI DONNA

a cura di Alexandra Blanc

Carina questa interpretazione che riportai anni fa da un sito di cui non ricordo il nome. Secondo questa visione ogni donna incarnerebbe un archetipo, insieme a tutte le altre sfaccettature espresse dagli altri archetipi, seppur in misura minore. A mio avviso è una rappresentazione che parallelamente, puo’ essere estesa anche alla personalità maschile, anche se non condivido totalmente le descrizioni in dettaglio, solo a grandi linee. Comunque riporto i 12 archetipi fondamentali che erano riportati su quel sito:

1) Donna Cosmica – Dea

(Urano – Ratziel)

Donna che ha totalmente consacrato la sua vita al Divino ed ha risvegliato nel suo essere le più elevate qualità spirituali, ha ritrovato in sé l’androginia originaria.

Caratteristiche: trascendenza, saggezza, consapevolezza superiore, conoscenza della Verità, spiritualità

Aspetti negativi: superbia, eccesso di eccentricità, irriverenza, ostinazione.

2) Sacerdotessa – Vestale – Iniziata (Mercurio lunare – Raphael)

L’illusione della quotidianità non la toccano più, ogni giorno è una tappa alla riscoperta della sua vera Essenza di Donna.

Caratteristiche : intelligenza, saggezza, conoscenza, guarigione, verità, tipo mentale, trasmutazione, insegnamento

Aspetti negativi: criticismo, pignoleria, puntigliosità, scarsa autostima, impazienza

3) Imperatrice – Papessa – Centralizzatrice (Sole – Michael)

In questa sfaccettatura di donna emerge la struttura yang, colei che la incarna si trova a guidare, vegliare, istruire le anime che la seguono.

Caratteristiche: successo, volontà, forza interiore, autorevolezza, nobiltà d’animo, autodeterminazione

Aspetti negativi: narcisismo, dominare gli altri, prevaricare

4) Profetessa – Sensitiva – Sciamana (Nettuno – Asariel)

In questa donna emerge l’aspetto mistico, misterioso e trascendente dell’universo femminile: la sua capacità di contatto con le dimensioni invisibili (vedi la Pizia nell’Antica Grecia)

Caratteristiche: sensitività, estasi, misticismo, capacità extra-sensoriali, occulto

Aspetti negativi: dipendenza da droghe, suggestionabilità, fuga dalla realtà, indecisione, alimenta le illusioni

5) Fata – Principessa – Amante romantica (Venere – Haniel)

In questo archetipo emerge il piano della Bellezza, della Bontà e dell’Amore, tipicamente femminili; qui la donna incarna le qualità sottili dell’essere umano.

Caratteristiche: bellezza, armonia, amore, sottilità d’anima, sensibilità, luminosità

Aspetti negativi: falsità, manipolazione, vanità, egocentrismo

6) Grande Madre – Matrona – Protettrice (Giove – Hesediel)

Archetipo tradizionale tellurico della donna dispensatrice di vita e d’abbondanza, gestisce ed avvolge il nucleo familiare.

Caratteristiche: abbondanza, prosperità, nutrimento, fecondità, protezione

Aspetti negativi: possessività, scorretta gestione del denaro, sarcasmo, ama la vita facile

7) Musa Ispiratrice – Artista (Luna – Gabriel)

Guidata dalla sua fluidità e sensibilità interiore, questa donna incarna la dimensione artistica e creativa dell’anima umana; al punto da divenire fonte d’ispirazione.

Caratteristiche: ispirazione, emozioni, intuizione, creatività, sensibilità, fluidità

Aspetti negativi: ansiosa, depressiva, fluttuazioni emotive

8)Adulta integrata(Terra – Uriel)

Questo archetipo incarna l’equilibrio emozionale e relazionale, ha integrato in una personalità coerente la sua dimensione infantile e quella genitoriale.

Caratteristiche: equilibrio, coerenza, fiducia, centratura emozionale, appagamento

Aspetti negativi: pigrizia, immobilità, scetticismo, troppo radicamento, staticità

9) Fanciulla – Figlia (Mercurio – Raphael solare)

Questo aspetto della donna mantiene viva la parte più istintuale e fanciullesca di sé, diventando così simbolo di innocenza e semplicità.

Caratteristiche: comunicazione, esteriorizzazione, contatto con gli altri, spontaneità

Aspetti negativi: suggestionabilità, incostanza, impazienza, gelosia

10) Amazzone – Guerriera – Donna manager (Marte – Camael)

La dimensione istintuale della donna unita alla sua natura fiera e competitiva, manifesta in questo archetipo tutta la sua potenza e forza interiore.

Caratteristiche: dinamismo, energia, vitalità, intraprendenza, audacia, determinazione

Aspetti negativi: eccesso di mascolinità, aggressività, durezza caratteriale

11) Donna Fatale – Seduttrice – Manipolatrice (Plutone – Azrael)

In questa sfaccettatura di donna l’energia sessuale e sensuale femminile viene utilizzata a fini egoici ed orizzontali.

Caratteristiche: sessualità, istintualità, potere, mistero, piano di potenza

Aspetti negativi: distruttività, estremismo, cinismo, manipolazione

12) Distruttrice- Materializzante (Saturno – Binael)

In questo archetipo domina la pesantezza dell’elemento terra, grazie anche ad un intelletto fine e cinico, è capace di “rimettere alla massa” – incessantemente – tutti gli elementi che arrivano a lei dall’esterno.

Caratteristiche: radicamento, concretizzazione

Aspetti negativi: tristezza, solitudine, distruzione, pessimismo, inflessibilità, ostinazione, intellettualismo

DODICI ARCHETIPI DI DONNA
DODICI ARCHETIPI DI DONNA

TRADIZIONE VERSUS MODERNITA’

di Cesare Carlo Torella

Io ritengo che i vecchi Gesuiti fossero diversi e che quelli ri-fondati, dopo oltre trent’anni, siano stati infiltrati dai cosiddetti güelfi o maghi neri. Del resto, i güelfi neri esistevano dal Medioevo e i Maghi Neri sono sempre esistiti. Questi ultimi c’erano già al tempo dei Patriarchi biblici e ancòra prima. La differenza tra il “Mondo della Tradizione” e il “Mondo Moderno” – per usare la terminología evoliana – è semplicemente che, fino al 1700, erano più forti i bianchi, i buoni, rossi, ghibellini, desposýnici et cétera …. I nomi erano molti, ma la Tradizione è UNA, come sempre Julius Évola insegna.

TRADIZIONE VERSUS MODERNITA'
TRADIZIONE VERSUS MODERNITA’

I CAVALLI DI DIO ALTISSIMO

di Giuseppe Aiello

“Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete [raccogliere] e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro e altri ancora che voi non conoscete, ma che Allah conosce. Tutto quello che spenderete per la causa di Allah vi sarà restituito e non sarete danneggiati (Corano 8, 60).

Analizzando questo versetto, quasi sempre ci si sofferma solo sul suo significato più esteriore, comunitario, politico-militare se vogliamo, del jihad asghar (sforzo minore), secondo cui i musulmani per dissuadere e financo terririzzare i nemici per evitare che essi li attacchino, devono prepararsi nel migliore modo possibile.

Ovviamente ciò è vero. Ma vi è anche l’aspetto interiore, individuale, del jihad akbar (sforzo maggiore), secondo cui l’individuo deve rafforzare le proprie difese spirituali per respingere e terrorizzare i nemici della sua anima. In particolare, nel versetto vengono menzionati i cavalli, quali simbolo di forza militare ecc…ma a livello interiore i cavalli sono le forze e le energie del nostro essere.

Ad esempio, nel mito della biga alata, tramandato da Platone, ci sono due cavalli – uno bianco che rappresenta l’anima spirituale, e uno nero che rappresenta l’anima sensibile, legata alla materialità – e l’auriga, che guida il cocchio al quale i due animali sono imbrigliati…

I CAVALLI DI DIO ALTISSIMO
I CAVALLI DI DIO ALTISSIMO

Guerre e business: I colossi delle armi

a cura della Redazione

01/02/2024

Guerre e business: I colossi delle armi
Guerre e business: I colossi delle armi

Le guerre non risolvono le crisi, piuttosto, servono a far arricchire i mercanti di armi e i loro soci in affari. Il 75% della spesa militare globale riguarda appena 10 Paesi e gli Stati Uniti guidano la classifica con il 43% di tale introito.

Guerre e business: I colossi delle armi
Guerre e business: I colossi delle armi

SULLA NATURA LUMINOSA DEL PROFETA MUHAMMAD

di Giuseppe Aiello

Ibn Ishāq (morto nel 768 d.C.), autore di una delle prime biografie del Profeta, riferì che una volta una donna cercò di sedurre Abdullah, il futuro padre di Muhammad, poco prima del concepimento di quest’ultimo.

Quando Abdullah vide la donna dopo il suo matrimonio con Amina, la donna si voltò. “La luce che era su di te ieri”, lo informò, “ora ti ha lasciato”. Ibn Ishaq riferisce che la donna vide in lui “la luce della profezia” sotto forma di un segno bianco radioso tra i suoi occhi.

Una delle prime e più esplicite formulazioni della natura luminosa del Profeta fu offerta dall’Imam Ja’far al-Sādiq († 765 d.C.), che interpretò il versetto coranico: “Tu (o Muhammad) sei dotato di una natura sublime (68:4) nel senso di “dotato, cioè di ricevere questa luce che hai avuto il privilegio di ricevere nella pre-eternità”.

Sahl al-Tustarī (morto nell’896 d.C.), il mistico del IX secolo, andò ancora oltre. Avendo ricevuto istruzioni direttamente dal Khidr / Elia), insegnò, secondo Ibn `Arabī, che “Dio creò la Luce di Muhammad dalla Sua stessa Luce… Questa Luce dimorò davanti a Dio per centomila anni. Egli dirigeva verso di essa il suo sguardo settantamila volte ogni giorno e ogni notte, aggiungendo ad esso una nuova luce ad ogni sguardo.

(Sotto: Porta della Tomba del Profeta a Medina sulla quale è inciso “Muhammad il Messaggero di Dio” in calligrafia araba).

SULLA NATURA LUMINOSA DEL PROFETA MUHAMMAD
SULLA NATURA LUMINOSA DEL PROFETA MUHAMMAD