Sapevi che il miele contiene una sostanza che aiuta il cervello umano a funzionare meglio? Sapevi che il miele è l’UNICO cibo sulla terra che da solo può sostenere la vita umana? Sapevi che un cucchiaino di miele è sufficiente per sostenere la vita umana per 24 ore? Sapevi che la propoli prodotta dalle api è il più potente ANTIBIOTICO naturale? Sapevi che il miele non ha una data di scadenza? Sapevi che per guadagnare 1 kg. di tesoro, hai bisogno del nettare di più di 1.000.000 di fiori? Sapevi che c’è un cucchiaio di legno speciale per il miele, e non uno di metallo? Sapevi che i pascoli di api sono il cibo più salutare del mondo? Sapevi che Il polline può avere più di 1500 colori e sfumature? Sapevi che i corpi dei grandi imperatori del mondo sono stati sepolti in bare d’oro e poi ricoperti di miele per evitare il marcimento? Sapevi che le api sono gli UNICI insetti che producono cibo per l’uomo? Sapevi che mamma (regina) depone il doppio del suo peso nelle uova in un giorno? Sapevi che le api battono le ali più di 11.000 volte al minuto? Sapevi che l’unico miele che può essere apprezzato da persone allergiche ai prodotti dell’apicoltura è il miele di manna (manuka). Sapevi che il miele manuka è il miglior miele per le donne? Sapevi che il miele di acacia non è dolcificato? Lo sai questo? Un’ape vive meno di 40 giorni, visita almeno 1000 fiori e produce meno di un cucchiaino di miele, ma per lei è tutta la vita!
Noi non abbiamo alcuna idea della METASTORIA, ossia la VERA STORIA DEI FATTI REALI DEL COSMO E DI QUESTO SISTEMA DI REALTA’..
Non abbiamo idea SE CI SIANO STATI ALTRI UNIVERSI E CREAZIONI PRIMA DI QUESTO, SE QUESTO SIA UN AMBIENTE REALE O MENO, CHI LO ABBIA VOLUTO, CHI LO ABBIA REALIZZATO SE DIVERSO DA CHI L’HA VOLUTO, COME CI SIAMO CADUTI e PERCHE’…SE SIA ETERNO O MENO, QUALE SCOPO ABBIA, COME SE NE POSSA USCIRE.
Direi che una Filosofia ESISTENZIALISTA SERISSIMA non può prescindere da codeste domande e dal rispondergli prima o poi…
Intanto il Mondo ci dice quel che più gli conviene dire per celare ogni virgola e punto.
Se questo mondo ha una speranza, viene dai FIGLI DELLA LUCE, I FUTURI SIGNORI DEL PNEUMA
No all’idealismo straccione. Mi sembra che Qualcuno che era tutto fuorché nessuno, abbia detto un giorno che la comunità armoniosa fosse più un punto d’arrivo piuttosto che di partenza.
Pare persino che l’Iniziazione sia ‘più facile’ dell’accordo tra esseri diversi (il Dottore comunicò qualcosa circa notevoli divergenze tra i Reggenti delle sfere planetarie).
Insomma, l’armonia, l’accordo, la pacificazione, che comunque potrebbe essere almeno tentata in ogni ora del giorno, nel concreto è solo un germe sulla terra (e persino nei Cieli).
La “Sacra Fraternitas” esiste ma fuori dalla sua magica realtà sovrasensibile sembra che il silenzio dei meditanti ed il mormorio degli oranti sia continuamente coperto dal coro di cacofonici stridii e clangore di ferro crudele.
Certamente va tolta la spina crudele della critica ma si eviti il facile abbraccio: è nella solitudine che l’anima può aprire il varco alla Forza.
Pietà verso tutti ma gli incontri aurei hanno ben poco di sensibile. L’Amore è spirituale oppure è burla.
GESU è il VECCHIO ADAMO DECADUTO CHE DEVE TORNARE AL SUO STATO PRIMORDIALE
LA CORONA DI SPINE SI LEGA AL ROVETO E QUESTO ALLA CADUTA CON LA MALEDIZIONE DELL’ADAMAH..
Leggere per favore Genesi e poi Esodo
Genesi 3: 17 All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. 18 Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre.
Esodo 3:2 L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3 Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». 4 Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». 5 Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!».
per poi legarlo a questo
Marco 15,17 Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo.
Notate come il Suolo ADAMAH in gesi sia maledetto, laddove è ADAMAH SANTA nella visione di Mosè…
ORA, VI PREGHEREI DI ANDARE OLTRE, MOLTO OLTRE IL RACCONTO LETTERALE…
Qui abbiamo un RE UNIVERSALE, UN RE COSMICO CHE VIENE PRESO PER I FONDELLI DALLE POTENZE SUE NEMICHE, CHE ALLE ORIGINI NON VOLLERO CHE IL NUOVO RE DELLA NUOVA CREAZIONE LI SOSTITUISSE….
Avete presente il MEROVINGIO in MATRIX? è ottima metafora di una simile dinamica primordiale. Avete presente quando il Merovingio dice ai suoi di Neo: VISTO? IT’S JUST A MAN-E’ SOLTANTO UN UOMO
Rimane molto alta la tensione sul Mar Rosso. Ali al-Qahoum, un alto funzionario del movimento Houthi Ansarullah al potere nelloYemen, ha affermato che gli Stati Uniti hanno aperto a se stessi “le porte dell’inferno” aggredendo lo Yemen.
“Diciamo agli americani che le vostre azioni contro lo Yemen saranno inutili e che vi affronteremo con tutta la nostra forza. Dopo questa aggressione, lo Yemen si trasformerà nel cimitero degli americani e lasceranno la regione umiliati”, ha dichiarato lunedì Al-Qahoum, membro dell’Ufficio politico Ansarullah, in un’intervista all’IRNA International Desk.
Il funzionario ha fatto questi commenti mentre le tensioni sono alle stelle a seguito degli attacchi aerei occidentali guidati dagli Stati Uniti che hanno preso di mira diverse aree dello Yemen negli ultimi giorni, per ciò che Washington e i suoi alleati hanno descritto come minacce alla navigazione internazionale nel Mar Rosso.
Lo Yemen ha respinto le accuse e ha affermato che i suoi attacchi hanno preso di mira solo navi legate a Israele nel tentativo di costringere il regime a fermare la sua aggressione militare a Gaza.
Il funzionario di Ansarullah ha affermato che gli attacchi aerei guidati dagli Stati Uniti violano il diritto internazionale e la sovranità dello Yemen e mirano a opporsi alla posizione nazionale del Paese arabo sul sostegno agli abitanti di Gaza e sull’operazione strategica nel Mar Rosso.
Il funzionario di Ansarullah ha ribadito che le operazioni contro le navi legate a Israele continueranno fino alla fine dell’aggressione contro Gaza.
L’inizio dell’anno è stato oscurato dall’omicidio di Saleh al-Arouri, figura di spicco di Hamas e uno dei fondatori delle Brigate al-Qassam. Gli esperti interpretano questo atto terroristico israeliano in modi diversi, alcuni sostengono che l’obiettivo dei sionisti sia trascinare il Libano in una guerra su vasta scala (Shahid al-Arouri è stato ucciso nella periferia sud di Beirut), dopo di che i repubblicani neoconservatori, con il sostegno della lobby sionista, inizieranno a chiedere a Biden di unirsi alla guerra al fianco di Israele.
Altri sostengono che l’obiettivo degli occupanti sia fermare gli attacchi dei combattenti di Hamas dal Libano e indebolire la Resistenza della Cisgiordania. Altri ancora parlano di vendetta per l’organizzazione di al-Aqsa Storm. Proviamo ad analizzare alcuni aspetti:
1 – Biden ha dichiarato due mesi fa che gli Stati Uniti non avrebbero combattuto contro Hezbollah, e i funzionari iraniani sottolineano costantemente che l’amministrazione americana invia regolarmente messaggi in cui afferma di non voler espandere il conflitto e le guerre regionali. 2 – Hamas dispone di forze e personale sufficienti per effettuare rotazioni e sostituzioni e allo stesso tempo non perdere il suo potenziale di combattimento. 3 – La vendetta causata dall’isteria dei sionisti non influenzerà in alcun modo la Resistenza palestinese, dal momento che la pianificazione dell’operazione “Al-Aqsa Storm” prevedeva principalmente azioni di risposta rapida da parte del Consiglio della Shura di Hamas e di altre fazioni della Resistenza, in caso di perdita di alti funzionari dei movimenti di Resistenza Islamica.
Il ruolo strategico di Saleh al-Arouri
Cosa succederebbe se dietro l’omicidio di Saleh al-Arouri ci fosse il desiderio dei sionisti di influenzare alcune persone in Giordania e il loro legame con la Siria e la Cisgiordania?
Il fatto è che il defunto vice capo del Politburo di Hamas era in buoni rapporti con il Fronte d’Azione Islamica (l’ala politica dei Fratelli Musulmani di Giordania) e allo stesso tempo rappresentava un anello importante all’interno dell’Asse della Resistenza. Inoltre, era uno dei pochi leader di Hamas con cui i rappresentanti di Assad intrattenevano personalmente rapporti.
Vediamo quindi un certo triangolo in cui Saleh al-Arouri è stato scelto dall’Irgc come simbolo dell’alleanza nascosta da occhi indiscreti. Lo schema dell’alleanza si presenta così: la Siria sotto la supervisione degli iraniani, come punto di spedizione delle armi – la Giordania, il corridoio di transito – la Resistenza palestinese della Cisgiordania, la rotta finale delle armi siriane. Il leggendario al-Arouri era un collegamento tra i nemici ideologici nella persona dei baathisti siriani e degli Ikhwan giordani. Pertanto, per il sionismo era importante uccidere una figura politica associata ai partiti esterni della Resistenza della Cisgiordania, poiché la fornitura di armi viene ancora effettuatada terzie da “contrabbandieri” nascosti.
L’improvvisa lotta alla droga della Giordania
La dichiarazione dell’autocrazia hashemita sulla presunta campagna militare contro il “traffico di droga siriano” è progettata per ingannare l’opinione pubblica giordana. La cosiddetta “lotta contro i cartelli” è ostentata, e i veri obiettivi del regno sono ridurre la fornitura di armi alla Resistenza in Cisgiordania. Per il bene della sicurezza del sionismo, Amman è persino pronta a rischiare la vita dei suoi soldati, che spesso subiscono perdite negli scontri con i “trafficanti siriani”. Gli osservatori esterni si pongono la domanda: perché l’autocrazia giordana ha avviato una “guerra alla droga” al momento dell’inizio del genocidio da parte dei sionisti nella Striscia di Gaza?
Lanciando una guerra contro il corridoio degli armamenti dalla Siria, il regime di Abdullah si è creato problemi non solo al confine con la Repubblica siriana, ma anche interni al regno. Ora i giordani, solidali con i palestinesi, penseranno non solo a come aiutare la Cisgiordania, ma anche alla propria autodifesa contro la dittatura del regno filosionista. I disperati tentativi della monarchia hashemita di impedire il rafforzamento della Resistenza palestinese mirano non solo a compiacere i sionisti, ma anche a inviare un segnale alle forze di opposizione all’interno dell’autocrazia.
A prevederla, e con un profondo impatto sui mercati finanziari, è l’esperto Daniel Hartmann, secondo il quale dovrebbe ormai manifestarsi nella prima parte del 2024
Una recessione planetaria, con un sensibile impatto sui mercati finanziari e una caduta dei corsi azionari del 20-30%; magari anche di più. È lo scenario ormai alle porte, secondo le previsioni di Daniel Hartmann, economista capo di Bantleon, società zurighese di gestione patrimoniale.
Benché l’economia USA abbia retto bene nel primo semestre dell’anno, e gli effetti di recupero del periodo postpandemico siano stati più incisivi del previsto, è solo questione di tempo prima che l’economia arretri, afferma quest’esperto in un’intervista rilasciata a Cash. “Continuiamo a ritenere che sia in arrivo una recessione globale”, afferma Hartmann sulle colonne del portale di informazione finanziaria, sottolineando che la gran parte degli investitori sta confidando erroneamente in un atterraggio “morbido” dell’economia statunitense.
Sono poi esagerate, sempre a detta di questo specialista, le speranze riposte in una crescita stimolata dalle applicazioni di intelligenza artificiale (IA). “Non è ancora possibile stimare l’impatto” che essa “avrà sullo sviluppo della produttività”, osserva, ribadendo che “la crescita della produttività sul lavoro” è ormai in diminuzione “da anni nei Paesi industrializzati e che sul breve termine “le imprese stanno tagliando i budget per gli investimenti”.
La contrazione dell’economia dovrebbe quindi manifestarsi nella prima parte del 2024, per poi durare almeno tre trimestri. La recessione si diffonderà quindi “dagli investimenti alla spesa dei consumatori, passando per il mercato del lavoro”. Senza poi contare l’eventualità di “uno shock del mercato finanziario che amplificherà il tutto”. E in una fase del genere, rammenta Hartmann, “le insolvenze sui prestiti aumentano, e questo mette le banche sotto pressione”. Gli investitori debbono quindi prepararsi a forti turbolenze.
L’argomento che nei giorni scorsi è impazzato sui mezzi di informazione è quello della “sostituzione etnica” invocata dall’onorevole Lollobrigida. Come nel caso della legge sulla lingua italiana di Rampelli il dibattito che si è visto è superficiale, avvilente e ideologizzato, più che lucido e critico.
Le uscite che ammiccano alla sostituzione etnica non sono nuove – come ha ricordato su il Manifesto Roberto Ciccarelli (19/4/23) – hanno precedenti in dichiarazioni di Salvini del 2015 e in altre del 2016 di Giorgia Meloni che accusò il governo Renzi di prove tecniche “generali di sostituzione etnica in Italia”. Questa espressione infelice si lega alla teoria del complotto di un presunto “piano Kalergi” che favorirebbe l’immigrazione in Europa dall’Africa e dall’Asia con lo scopo di rimpiazzarne la popolazione. Una teoria che è sostenuta negli ambienti più estremi nella destra e tra i negazionisti dell’olocausto, ma che Lollobrigida dice di non conoscere.
Personalmente sono convinto che una sostituzione etnica sia in atto e sia innegabile, ma questa sostituzione non ha a che fare con gli immigrati dai Paesi poveri, bensì con l’importazione dei modelli culturali e linguistici dei Paesi dominanti e cioè quelli dell’anglosfera.
Razzismo, etnicismo e linguicismo
I gruppi etnici sono caratterizzati dal possedere una cultura e una lingua comune, che non hanno a che fare né con il colore della pelle né con il concetto sempre più messo in discussione di “razza”. La parola “razza” compare nella Costituzione italiana (art. 3: “Senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”) e in quasi tutte le dichiarazioni dei diritti umani introdotte da analoghi principi. Da qualche tempo, un ampio movimento di opinione vorrebbe mettere al bando questa parola, e questo modo di pensare è sostenuto anche da un gruppo di biologi riduzionisti che abbandonando le storiche distinzioni tra fenotipo e genotipo, preferiscono ricondurre tutto ai geni, e sostengono che le “razze” non esistono dal punto di vista genetico. Ma non è negando o risemantizzando la parola “razza” che si possono eliminare le diversità o il razzismo. E per quello che mi riguarda le razze (e le diversità) esistono – comunque le si voglia chiamare – ed è per questo che bisogna gridare forte che sono una ricchezza, sono tutte sullo stesso piano, che bisogna tutelare quelle discriminate e condannare chiunque pensi che alcune siano superiori o inferiori. E lo stesso vale per le culture e le lingue, che sono fenomeni completamente slegati dalla questione dei geni o dell’aspetto fisico, ma spesso ugualmente discriminate e gerarchizzate in una visione che le pone su piani diversi. Oggi l’espressione “Terzo mondo” è considerata politicamente scorretta e si tende a sostituirla con “Paesi in via di sviluppo”, un’espressione decisamente peggiore e totalitaria, perché lo “sviluppo” a cui li si vuole condurre è quello occidentale, dunque tutto conduce a un modo di pensare che utilizza delle categorie di stampo colonialista, dove dietro la parola “Occidente” c’è il modello culturale ed economico degli Stati Uniti e dietro il politicamente corretto c’è il politicamente americano. Questa visione etnicista è stata apertamente sostenuta in più occasioni, per esempio dalla consigliera per gli affari esteri di George W. Bush Condoleezza Rice che aveva dichiarato: “Il resto del mondo trarrà un vantaggio migliore dagli Stati Uniti che perseguono i propri interessi, poiché i valori americani sono universali” [cfr. Robert Phillipson, English-Only Europe?: Challenging Language Policy, Routledge, Londra 2003]. Ma questo atteggiamento neocolonialista non è confinabile all’interno di una visione conservatrice, appare al contrario molto più esteso, radicato e trasversale. Si ritrova anche all’epoca del democratico Bill Clinton e nelle parole di un ex funzionario della sua amministrazione, David Rothkopf: “Gli Americani non devono negare il fatto che, tra tutte le nazioni della storia del mondo, la loro è la più giusta, la più tollerante, la più desiderosa di rimettersi in discussione e di migliorarsi continuamente, il miglior modello per l’avvenire”[“In Praise of Cultural Imperialism?”, in Foreign Policy, n. 107, estate 1997, citato in Serge Latouche, Mondializzazione e decrescita. L’alternativa africana, Dedalo 2009, pp.73-74]. È la stessa concezione espressa nel 2001 da Berlusconi: ”Io credo che noi dobbiamo essere consapevoli della superiorità della nostra civiltà. Una civiltà che costituisce un sistema di valori e principi che ha dato luogo ad un largo benessere nelle popolazioni dei paesi che la praticano. Una civiltà che garantisce il rispetto dei diritti umani, religiosi e politici. Rispetto che certamente non esiste nei Paesi islamici”.
E allora la vera “sostituzione etnica” che si vuole realizzare non è affatto un complotto, ma esiste, anche se non ha nulla a che fare con il piano Kalergi, ma con un piano di stampo neocolonialista che punta a esportare i valori “occidentali” in tutto il mondo. E passando dalle razze e dalle etnie alle lingue, voler fare dell’inglese la lingua planetaria è un pezzo importante di questo disegno. Ma per citare le parole della finlandese Tove Skutnabb-Kangas, tutto ciò si può riassumere con la parola “linguicismo”. Come il razzismo e l’etnicismo discriminano sulla base delle differenze biologiche oppure etnico-culturali, il linguicismo è la discriminazione in base alla lingua madre, che porta a giudizi sulla competenza o non competenza nelle lingue ufficiali o internazionali. Questo riduzionismo monolinguistico, secondo la studiosa, non è solo ingiusto, ma è un “cancro” a cui va contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici. L’autrice si scaglia soprattutto contro le associazioni che proclamano i diritti fondamentali dell’uomo, dove i diritti della lingua sono assenti o poco considerati (a parte le belle dichiarazioni d’intenti), in particolare quello di ricevere un’istruzione nella propria lingua madre. Mentre i Paesi occidentali si presentano come paladini dei diritti umani e delle minoranze e hanno creato il mito per cui loro stessi li rispettano, “in relazione ai diritti all’istruzione linguistica, questo è semplicemente falso, l’Occidente e responsabile del genocidio linguistico e culturale nel mondo” [“I diritti umani e le ingiustizie linguistiche. Un futuro per la diversita? Teorie, esperienze e strumenti”, in Come si e ristretto il mondo, a cura di Francesco Susi, Amando Editore, Roma 1999 (pp. 85-114), p. 99].
La sostituzione delle lingue etniche con l’inglese, la lingua madre dei popoli dominanti, porta alla morte delle lingue minori, come è avvenuto e avviene in Africa e come ha denunciato lo scrittore Ngũgĩ wa Thiong’o raccontando la storia dell’imposizione dell’inglese nelle scuole coloniali africane [Decolonizzare la mente, Jaka Book, Milano 2015]. Nel 1992 l’Unesco aveva stimato che il 90% delle quasi 6.000 lingue parlate nel mondo erano a rischio estinzione nell’arco di un paio di generazioni [Cfr. Joe Lo Bianco, “Language, Place and Learning”, pascal International Observatory 2007], e come ha scritto il tunisino Claude Hagège, in questo “olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale” la principale minaccia è proprio l’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”[Morte e rinascita delle lingue. Diversita linguistica come patrimonio dell’umanita, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7]. Ma mentre le lingue minori rischiano l’estinzione, anche quelle più forti regrediscono. La strada aperta dal Politecnico di Milano di insegnare in inglese e di estromettere la lingua italiana dalla formazione universitaria – una via perseguita anche da altri atenei – va in questa direzione. Come il disegno che striscia in modo silenzioso e surrettizio di fare dell’inglese la lingua dell’Ue, invece di promuovere il plurilinguismo che vive solo sulla carta, ma non nella prassi. L’imposizione del globalese che si fa strada nel lavoro, nella scienza e in sempre più realtà entra però in conflitto con le lingue etniche locali, e gli anglicismi che esplodono in ogni idioma, e che in Italia raggiungono l’apoteosi, sono gli effetti collaterali di questa sostituzione che non è più solo lessicale, ma culturale: dunque è questa la vera sostituzione “etnica” in atto.
La sostituzione linguistica
Tra le ultime voci aggiunte sul Dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi) ci sono lemmi come service learning, overconfidence o jumpscare. L’approccio pedagogico alla formazione civile, che potemmo chiamare educazione civica, esaltato persino dalle scuole cattoliche è chiamato in inglese, service learning, mentre l’eccessiva sicurezza di sé (la sicumera che porta a giudizi e comportamenti improvvidi) è l’overconfidence, e la tecnica cinematografica dello spaventare all’improvviso è il jumpascare. Queste parole astruse diventano la terminologia preferita e diffusa dagli addetti ai lavori e dai giornali. E di esempi di questo tipo se ne possono fare a bizzeffe.
L’altro giorno leggevo che il fenomeno di dormire con il proprio animale è detto co-sleeping, una riconcettualizzazione che ripete le categorie in inglese, dove l’unica cosa che mi ha stupito è che non sia stata usata la parola “pet”, visto che dilaga (a quando il prestito di “necessità” con inversione sintattica del pet co-sleeping?). Invece di parlare di “prestiti linguistici”, sarebbe ora di chiamare le cose con il loro nome. Questi non sono “prestiti” sono trapianti lessicali che spesso si affermano e fanno piazza pulita dell’italiano.
Non è questa una sostituzione lessicale – e prima ancora concettuale – che spazza via le nostre parole etniche per rimpiazzarle con le parole-concetti in inglese? Possibile che la nostra classe dirigente non se ne renda conto e anzi non faccia altro che favorire questi fenomeni ogni giorno più diffusi? Possibile che non veda che è questa l’unica sostituzione “etnica” in atto?
Vivo a Milano, in una strada al confine tra la zona densamente popolata di musulmani di via Padova e un altro quartiere a forte presenza ispanica, non distante dalle vie dietro Porta Venezia, dove si sono concentrati molti immigrati africani. Avevo un ufficio nella Chinatown meneghina, come è soprannominato il quartiere intorno a via Paolo Sarpi, e mi sposto prevalentemente con i mezzi pubblici dove, soprattutto la sera, la percentuale di stranieri è molto alta. Spesso si sentono parlate arabe, orientali, e poi altre di difficile collocazione, andando a orecchio, ma a occhio sembrerebbero di albanesi, rumeni, turchi e altri ancora. Penso alla babele delle lingue che si ascoltano in metropolitana e per la città, e mi domando quale impatto abbia sull’italiano tutto questo pullulare di stranieri. Nessuno. Gli italiani non conoscono una parola di arabo o di cinese. L’unico terreno di scambio linguistico è quello gastronomico.
Wanton fritti, kebap, sushi e sashimi, falafel, lo zighinì degli eritrei. Cose così, c’è poco altro. L’italiano è impermeabile alle lingue degli immigrati, risente invece dei modelli culturali ed economici statunitensi (ugualmente extracomunitari), che non sono presenti sul territorio a questo modo, ci arrivano in altre forme.
L’inglese e ormai usato per marcare il territorio milanese, dove in questi giorni si svolge la design week, e sul Corriere, sotto l’etichetta “Style”, si può leggere degli “eventi Audi alla design week per capire cos’è la circular economy”, della “concept car Groundsphere”, del “full electric”, e dell’”automotive” che cambia pelle. Ma a cambiare la pelle è la nostra lingua.
L’itanglese è una realtà che si assorbe attraverso la comunicazione cittadina fatta dei gate delle stazioni, del biglietto contactless dei mezzi pubblici, del bike sharing, degli open day delle scuole prima del back to school… Queste sostituzioni lessicali sono diffuse dai giornali, dalla pubblicità, dal mondo del lavoro, della scienza e della tecnica… e si riverberano inevitabilmente nelle bocche della gente negli uffici, in metropolitana, nei locali. Sulle insegne dei negozi sempre più raramente si leggono denominazioni come barbiere o parrucchiere, come se ci si vergognasse dell’italiano, e ormai tutti scrivono Hair Style. La messa in piega e qualcosa da vecchie signore cotonate, per essere moderni i nuovi parrucchieri che si sentono Hair Style Artistla chiamano brushing; il trucco è make-up, le truccatrici make up artiste chi fa le unghie nail artist.
Se vogliano fare un parallelo tra l’immigrazione delle persone e quello delle parole (ma è un accostamento pericoloso e poco calzante) dovremmo tenere a mente una cosa molto importante, che la nostra intellighenzia di collaborazionisti dell’inglese dalla mente colonizzata non sembra in grado di capire.
Nessuna parola o persona è “straniera” per la sua origine o provenienza, ma per non essere integrata. Dal punto di vista lessicale le parole straniere sono quelle non adattate, che non si amalgamano con il tessuto linguistico del nostro idioma, con i nostri suoni e il nostro modo di scrivere, e dunque rimangono dei “corpi estranei” per dirla con Arrigo Castellani. Ben venga l’interferenza di ogni lingua, se passa per l’adattamento e ci arricchisce. Ma quando il numero degli anglicismi crudi – e solo quelli – diventa abnorme per numero, frequenza d’uso e profondità, anche la nostra lingua va in frantumi. Allo stesso modo ben vengano gli emigrati di ogni Paese, etnia e colore. Sono una ricchezza e una risorsa che ci arricchisce, proprio perché si integrano, imparano l’italiano e dunque sono italiani, al contrario di troppi intellettuali colonizzati che sono nativi, come provenienza, ma hanno in testa solo l’angloamericano e preferiscono trasformare la nostra lingua in qualcosa d’altro, attraverso una sostituzione lessicale che fa dell’anglosfera l’etnia superiore.
Sarebbe ora di riflettere su queste cose e di cominciare a raccontare una storia che non è ancora stata raccontata, forse perché non si ha il coraggio di affrontarla. E visto che nessuno lo fa, ho provato a farlo in un lavoro uscito oggi (Lo tsunami degli anglicismi, edizioni goWare disponibile in formato digitale e cartaceo).
Fare dell’inglese la lingua planetaria della scienza, dell’università o dell’Europa implica alti costi e gravi effetti collaterali. Il globalese rappresenta un enorme giro d’affari per i Paesi anglofoni e si impone a scapito delle identità locali considerate un ostacolo alla comunicazione e ai mercati internazionali. Le altre lingue rischiano di diventare i dialetti di un “anglomondo” che pensa e parla in inglese, e si anglicizzano travolte da uno “tsunami degli anglicismi” che in Italia è particolarmente devastante. Sedotti da tutto ciò che è a stelle e strisce, incuranti che il plurilinguismo e l’ecologia linguistica sono una ricchezza, agevoliamo dall’interno questo processo cannibale. Dietro la nevrosi compulsiva con cui ricorriamo agli anglicismi c’è un cambio di paradigma sociale e una storia che non è ancora stata raccontata, ma che sarebbe ora di affrontare.
Il movimento della Resistenza Islamica palestinese Hamas ha svelato in un documento le molteplici ragioni dell’operazione Al-Aqsa Storm, facendo un tuffo nel secolo di Resistenza contro gli occupanti sionisti. Il rapporto dettagliato fornisce approfondimenti sul contesto storico che ha alimentato la determinazione del popolo palestinese, culminato nell’importante operazione del 7 ottobre 2023.
Nel suo rapporto analitico intitolato “Questa è la nostra narrazione… Perché la tempesta di Al-Aqsa”, Hamas ha elencato le ragioni giuste e legittime che hanno portato il popolo palestinese e la sua Resistenza all’operazione Al-Aqsa Storm dopo decenni di occupazione, crimini, violazioni e abusi israeliani.
In questo rapporto, Hamas spiega che gli eventi del 7 ottobre 2023 dovrebbero essere discussi in un quadro più ampio poiché servono a ricordare esempi di lotte per la libertà nel mondo e nella storia contemporanea.
La lotta contro gli occupanti ha una storia di oltre un secolo. In questo rapporto Hamas, riferendosi alla storia dell’occupazione della Palestina, afferma che la lotta del popolo palestinese contro gli occupanti non è iniziata il 7 ottobre. Questa operazione è iniziata 105 anni fa, quando il popolo palestinese ha sopportato 30 anni di Colonizzazione britannica e 75 anni di occupazione israeliana. Gaza, in particolare, è sotto un blocco soffocante da oltre 17 anni, trasformandola nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, sperimentando cinque guerre devastanti iniziate da Israele.
Hamas: il popolo palestinese non può fare affidamento sulle Nazioni Unite
Hamas ha sottolineato che dal 2000 al settembre 2023, il regime occupante ha causato la morte di 11.299 palestinesi e il ferimento di altri 156.768, la maggior parte dei quali non combattenti. Il movimento di Hamas si è chiesto se il popolo palestinese debba continuare ad aspettare e fare affidamento sulle Nazioni Unite e sulle sue istituzioni inefficaci.
Per quanto riguarda gli obiettivi della Resistenza nell’operazione del 7 ottobre, Hamas ha sottolineato che l’operazione Al-Aqsa Storm ha preso di mira i centri militari israeliani, con l’obiettivo di catturare soldati israeliani ai fini dello scambio e della libertà dei prigionieri palestinesi. Hamas ha sottolineato che l’operazione si è concentrata su obiettivi militari a Gaza, in particolare unità militari e basi israeliane che circondano Gaza, evitando di prendere di mira i non combattenti, in particolare donne, bambini e anziani.
Hamas ha affermato che la sua Resistenza si basa su genuini principi islamici e che la sua ala militare prende di mira solo gli occupanti e coloro che imbracciano le armi contro il loro popolo. Per quanto riguarda i non combattenti catturati a Gaza, Hamas ha affermato di averli trattati umanamente fin dal primo giorno e di aver chiesto il loro immediato rilascio.
Hamas ha sottolineato che le affermazioni degli occupanti di aver preso di mira i civili israeliani nell’attacco del 7 ottobre sono pure bugie. Il movimento ha chiarito che le forze israeliane hanno deliberatamente promosso falsità, come l’affermazione secondo cui le Brigate Al-Qassam avrebbero decapitato 40 bambini israeliani, cosa che fonti israeliane hanno categoricamente negato. Inoltre, le accuse secondo cui le forze della Resistenza avrebbero aggredito le donne israeliane si sono rivelate false e Hamas ha negato con veemenza tali accuse.
“Fuoco amico”
Riguardo a Gaza, Hamas ha sottolineato che alcuni israeliani sono stati uccisi dal fuoco dell’artiglieria del proprio esercito, rivelando l’indifferenza degli occupanti verso la vita dei prigionieri e la loro disponibilità a sacrificarli. Hamas ha concluso che indagini trasparenti ed eque avrebbero senza dubbio sostenuto la sua narrazione e avrebbero smascherato le bugie e le false affermazioni degli occupanti.
Il popolo palestinese determinerà il proprio destino. Oltre a quanto menzionato, Hamas ha esortato i Paesi e le maggiori potenze, tra cui Stati Uniti, Germania, Canada e Regno Unito, a dichiarare il proprio sostegno alle indagini sui crimini commessi in Palestina. Hamas ha inoltre chiesto alla Corte Penale Internazionale di affrontare tempestivamente i crimini e le violazioni commesse nella Palestina occupata.
Hamas ha sottolineato in questo rapporto che i popoli della regione e del mondo si sono resi conto dell’inganno e della disinformazione diffusa dai governi che sostengono questa aggressione. Questi governi cercano scuse per giustificare i loro pregiudizi nei confronti degli occupanti, mentre non vogliono riconoscere che la causa principale dei problemi risiede nell’occupazione, nell’usurpazione dei diritti dei palestinesi e nella negazione del loro diritto a vivere liberamente.
Hamas si appella ai Paesi liberi
Nel rapporto, Hamas chiede una punizione legale e giudiziaria per il regime occupante di Israele a causa della sua continua occupazione, delle vittime che ne derivano, delle sofferenze e dei danni causati dall’occupazione, e chiede il sostegno alla Resistenza contro gli occupanti con tutti i mezzi disponibili come azione legittima e legale.
Rivolgendosi ai Paesi liberi di tutto il mondo, Hamas li ha esortati ad assumere una posizione seria contro i doppi standard delle potenze che sostengono l’occupazione. Il movimento ha sottolineato che le maggiori potenze dovrebbero astenersi dal fornire copertura al regime sionista.
Hamas ha anche chiesto la cessazione immediata delle aggressioni israeliane a Gaza, la fine dei crimini e del genocidio commessi dagli occupanti, la revoca del blocco e seri sforzi per costringere gli occupanti a ritirarsi dalla Striscia di Gaza.
Il rapporto sottolinea l’opposizione agli sforzi volti a costringere i palestinesi a entrare, a prevenire qualsiasi nuova catastrofe e a resistere a qualsiasi tentativo di trasferire i palestinesi nel deserto del Sinai, in Giordania o in qualsiasi altro luogo.
Popolo palestinese ha il potere e la competenza per decidere il proprio futuro
Questo rapporto dettagliato e analitico si oppone fermamente a qualsiasi piano o progetto internazionale e israeliano che miri a determinare il futuro della Striscia di Gaza in conformità con gli standard degli occupanti o a istituzionalizzare l’occupazione in qualsiasi forma. Ha sottolineato che il popolo palestinese ha il potere e la competenza necessari per decidere il proprio futuro e modellare i propri affari interni, rifiutando qualsiasi tentativo di imporgli autorità.
Hamas ha sottolineato di essere un movimento di liberazione nazionale con obiettivi legittimi, affermando la sua legittimità nella Resistenza all’occupazione e il diritto del popolo palestinese a difendersi con ogni mezzo, inclusa la Resistenza armata, riconosciuto in varie religioni, credenze e leggi internazionali.
L’operazione Al-Aqsa Storm è descritta da Hamas come un passo necessario e una risposta naturale alle cospirazioni e ai piani volti a cancellare la Palestina, a contrastare i piani di Israele nei territori palestinesi, ai tentativi di giudaizzarla e determinarne il destino, e di governare la moschea di Al-Aqsa.
Il rapporto evidenzia che l’operazione Al-Aqsa Storm mira a porre fine all’ingiusto blocco della Striscia di Gaza, fungendo da passo naturale verso il raggiungimento dell’indipendenza e della libertà, simile ad altre nazioni libere in tutto il mondo. Inoltre, mira a determinare il destino di uno Stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme, cosa ritenuta essenziale. L’operazione è stata un passo naturale nel quadro della liberazione dall’occupazione del regime israeliano, eliminando praticamente la possibilità di creare uno Stato palestinese indipendente attraverso estesi insediamenti e la giudaizzazione della regione costiera occidentale.