LA LIBERTA’ E’ NELLA COSCIENZA

di Luca Rudra Vincenzini

“Dove un pensiero è passato e l’altro non è ancora sorto, quella è la Coscienza, quella è la Libertà, quello è il tuo luogo interiore, la tua stessa dimora”, Papaji.

Si ha chiara percezione della mente nel flusso delle emozioni (sfera limbica o paleo-encefalo), si ha continua testimonianza della mente nelle fasi logiche (neo-cortex o neo-encefalo) e saltuariamente esperienza della mente negli stati istintuali primari (sfera archi-encefalo), ma molto raramente si ha visione diretta (pratyakṣa) della mente nel suo stato naturale come atto semplice e non composto di presenza a sé stessa, in assenza di pensieri e prima di qualsiasi formulazione secondaria (non si sa ancora se nel parietale o nel talamo o nel tronco encefalico o nel claustrum). È bene comunque farne esperienza attraverso la meditazione, perché lo stato della Mente Naturale è maestro, è rifugio e reset per ogni errore umano.

Praticate la meditazione!

sarvamaṅgala

LA LIBERTA' E' NELLA COSCIENZA
LA LIBERTA’ E’ NELLA COSCIENZA

L’Occidente del 2025 e l’eclissi del maschile

di Lelio Antonio Deganutti

 8 Ottobre 2025

Nell’Occidente del 2025 si osserva un fenomeno che non è più marginale né episodico: il ruolo dell’uomo nella società appare sempre più ridimensionato, quando non apertamente delegittimato. Non si tratta soltanto di una “crisi della mascolinità” come molte analisi degli ultimi decenni hanno sottolineato, ma di un vero e proprio spostamento strutturale che coinvolge simboli, istituzioni e rapporti sociali.

L’uomo senza funzione

Storicamente, l’uomo è stato associato a valori come la protezione, la responsabilità pubblica, l’eroismo e la capacità di sacrificio. Figure che non significavano soltanto forza fisica, ma anche orientamento verso l’esterno, capacità di rischiare per il bene comune e di assumere su di sé il peso della decisione. La cultura contemporanea, invece, ha progressivamente dissolto questa funzione, presentando l’uomo come residuo ingombrante di una storia da dimenticare: patriarcato, guerra, dominio.

In questa lettura, ciò che per secoli era stato ritenuto fondamento dell’ordine sociale è diventato colpa ereditaria. L’uomo, da protagonista, si è trasformato in figura sospetta, da correggere o marginalizzare.

Il mito della ginecocrazia

Al posto di questa presenza maschile, non è emerso un autentico equilibrio tra i sessi, ma un mito rovesciato: quello della ginecocrazia. Una società che esalta il femminile come unico paradigma valido, attribuendogli un potere simbolico e normativo pressoché assoluto. Tuttavia, non si tratta della celebrazione della forza generativa e materna della donna, bensì di una sua caricatura ideologica: una femminilità che, svuotata della sua radice naturale, viene usata come strumento di potere e come retorica di superiorità morale.

Il risultato è un femminile trasformato in maschera di controllo sociale: più giudicante che accogliente, più normativo che generativo.

La promiscuità digitale

Un aspetto emblematico di questa trasformazione è la nuova cultura della promiscuità femminile favorita dai social network. Le piattaforme digitali hanno reso normale per molte donne intrattenere simultaneamente centinaia, talvolta migliaia, di contatti maschili: una sovraesposizione senza precedenti nella storia. Mai, in nessuna epoca, la femminilità era stata posta al centro di un tale mercato di attenzioni, dove l’immagine diventa moneta e la relazione è sostituita dal contatto effimero.

Esporsi costantemente, mostrarsi, accumulare “like” e interazioni non è un gesto innocuo, ma una sovversione dei valori naturali della discrezione, della riservatezza e della sacralità del corpo. Questa promiscuità digitale disgrega i legami autentici, alimenta l’egotismo e distrugge ogni forma di intimità stabile.

Una società senza eroismo

La conseguenza di questo squilibrio è una società che rinuncia a una delle sue dimensioni vitali: l’eroismo. Non l’eroismo retorico o bellicoso, ma quello che si manifesta nel coraggio di affrontare rischi, nell’assumersi responsabilità, nel difendere ciò che merita di essere difeso. Quando il maschile viene delegittimato e il femminile diventa ideologia, l’eroismo non trova più spazio: resta solo la gestione tecnica della vita, il controllo delle emozioni, la sopravvivenza amministrata.

In un simile scenario, le nuove generazioni crescono senza modelli maschili forti e senza una vera dialettica tra i sessi. La complementarità, che per millenni è stata motore della storia e della cultura, viene sostituita da un conflitto silenzioso in cui l’uomo abdica e la donna viene esaltata in forma astratta, perdendo però la propria autenticità.

Un futuro fragile

Questa dinamica produce una società fragile, perché privata del suo equilibrio antropologico. Senza un incontro reale tra maschile e femminile, non vi è possibilità di costruzione duratura. La marginalizzazione dell’uomo e la trasformazione del femminile in strumento di potere non rafforzano la convivenza, ma la rendono instabile.

L’Occidente del 2025, nel proclamare l’inutilità del maschile e l’onnipotenza del femminile, sembra così costruire un mondo senza radici, senza eroi, senza gloria. Un mondo dove il futuro non è progettato ma semplicemente amministrato, e dove la natura stessa della differenza sessuale, fonte di vita e di senso, viene progressivamente cancellato.

Tratto da: Paese Roma

L’Occidente del 2025 e l’eclissi del maschile
L’Occidente del 2025 e l’eclissi del maschile

L’INUTILE TELEVISIONE ITALIANA

di Mike Plato

La storia settantennale della tv italiana è la storia di un incantesimo collettivo , un flusso continuo e vorticoso di parole, immagini, volti, dibattiti, scandali, sorrisi di plastica, finti contrasti, melodrammi da salotto, cronache della nera, della rosa e del vuoto. Una cascata incessante che ci ha avvolto come una seconda atmosfera, più fitta dell’aria stessa, un mormorio perenne che non parla mai veramente e non tace mai, una propaganda imperiale 24h su 24. In settant’anni, quel che si è prodotto non è un archivio di cultura, ma un deposito di rumore; un sedativo a lento rilascio spalmato sulla coscienza collettiva. La Tv in Italia non è mai stata un mezzo tra i tanti: è stata la campana di vetro che ha ricoperto l’intero corpo sociale, modellandone pensiero, desideri, paure, aspirazioni, linguaggio, persino il ritmo interiore. È diventata la voce del mondo esteriore, della dimensione morta e mortifera, della realtà già corrotta prima ancora di essere vista, e che proprio grazie allo schermo è riuscita a insinuarsi negli spazi più intimi della vita.

Da questo carrozzone titanico sono passati innumerevoli “maestri del nulla”, opinionisti di ogni risma, tribunali improvvisati, sorrisi contratti nel silicone dell’eterno intrattenimento. Sono passate ideologie travestite da notizie, emozioni preconfezionate travestite da sentimenti autentici, indignazioni a tempo prestabilito travestite da coscienza. La televisione ha insegnato alle masse come ci si deve emozionare, quando ci si deve commuovere, che cosa deve suscitare paura, che cosa deve far ridere: un gigantesco condizionamento collettivo che ha operato non tanto sulle idee, quanto sulla struttura stessa della percezione. È stata un immenso laboratorio psichico, il luogo in cui milioni di persone hanno imparato a reagire prima ancora di pensare, a giudicare prima ancora di comprendere, a desiderare ciò che non hanno mai voluto veramente.

Il paradosso più grande è che tutto questo è sempre stato fatto parlando di cose di morte per i morti di un mondo morto.: Cronaca nera, delitti, catastrofi, malattie, rivalità, crolli, conflitti di ogni tipo, miserie umane esibite come spettacolo, dolore trasformato in consumo. La morte, in televisione, è diventata la materia prima dell’intrattenimento. Non perché la vita sia priva di bellezza, ma perché un mondo già morto dentro ha bisogno di nutrirsi di morte per riconoscersi, per sentirsi vivo almeno nell’emozione passeggera del terrore o dell’indignazione o del piacere o della risatina strappata. La televisione italiana è stata il grande specchio di questo necromondo: lo spazio in cui la mortificazione dell’anima è stata spacciata per normalità, dove l’assenza di profondità è stata presentata come pluralismo, dove l’inconsistenza è stata scambiata per leggerezza.

Settant’anni di trasmissioni non hanno prodotto conoscenza né soprattutto coscienza : hanno prodotto narrazioni ipnotiche, soporifere, le stesse dinamiche porte in salsa diversa. La tv ha funzionato come una gigantesca anestesia spirituale: mentre tutto veniva spettacolarizzato, tutto diventava meno reale. Le tragedie vere venivano ridotte a cornici, gli eventi profondi venivano tritati nella retorica del minuto e mezzo, la complessità veniva schiacciata sotto il peso della battuta ad effetto. Il profondo veniva eclissato costantemente dal superficiale. Il mondo interiore è stato sostituito dal mondo esteriore come unica vera realtà: l’unico orizzonte riconosciuto come “vero” era ciò che appariva nello schermo. E ciò che non veniva mostrato nello schermo era come se non fosse mai esistito.

In questo processo, tutta la dimensione spirituale è stata non solo ignorata, ma scientemente rimossa, resa illecita, ridicolizzata, espulsa dal discorso pubblico come un’imbarazzante superstizione. Non importa di quale spiritualità si tratti: tutto ciò che esula dalla superficie del mondo è stato trattato come un intralcio. La tv non ha solo censurato l’invisibile: ha insegnato a non desiderarlo più. Ha ridotto l’uomo al suo guscio psichico ed emotivo, ha costruito un modello di individuo completamente rivolto all’esterno, completamente dipendente dall’opinione altrui, continuamente affamato di stimoli, incapace di sostare nel silenzio che rivela, nella solitudine che trasforma, nella profondità che libera. L’intrattenimento non è più stato una pausa, ma la struttura stessa dell’esistenza: intrattenere per non pensare, per non ricordare, per non vedere.

Così la tv è diventata un grande apparato per generare forme-pensiero: immagini, concetti, reazioni emotive che non nascono dall’anima, ma vengono installate dall’esterno come un software nella psiche collettiva. Un’operazione lenta, capillare, dolce come una ninna nanna e dura come un dogma invisibile. La tv ha formato mentalità, plasmato desideri, imposto linguaggi, uniformato le coscienze. Ha creato milioni di persone che credono di pensare, ma ripetono ciò che hanno assorbito; che credono di essere indignate, ma vivono indignazioni costruite; che credono di informarsi, ma consumano spettacolo travestito da notizia. L’essere umano televisivo non ha più radici interiori: ha soltanto un flusso che gli scorre dentro e che crede sia suo. E in questo cortocircuito, la tv ha compiuto il suo capolavoro: ha fatto sì che le persone difendessero il proprio stesso addormentamento come fosse libertà.

Alla fine, ciò che resta di settant’anni di televisione italiana è un monumento gigantesco al nulla cosmico: una cattedrale di luce artificiale che ha trasformato l’Italia in una platea perenne, un popolo di spettatori, un esercito di menti sedute davanti a un altare che non dà nulla e chiede tutto. Un altare che non ha un dio, ma ha un potere: il potere di impedire che l’uomo si accorga di essere altro, di essere di più, di appartenere a una realtà superiore, di essere nato per un cammino che non passa dalla superficie dei pixel ma dalla profondità del cuore. La televisione non ha ucciso l’anima: l’ha addormentata. E un’anima addormentata è più utile di un’anima morta: perché non protesta, non si ribella, non cerca la verità, non cerca la luce, non cerca il reale.

Settant’anni di parole per non dire nulla, e nello stesso tempo per dire tutto ciò che il mondo inferiore voleva si dicesse. Un’intera nazione resa spettatrice della propria vita, del proprio destino, della propria decadenza. Settant’anni in cui l’essenziale è stato taciuto, il superfluo è stato celebrato e il profondo è stato deriso. Ora che l’incantesimo si incrina e gli schermi perdono la forza magnetica, resta soltanto la consapevolezza di quanto potere abbia avuto questo specchio di luce artificiale. E resta la domanda su ciò che potrebbe accadere quando gli uomini torneranno finalmente a guardare non più lo schermo, ma ciò che lo schermo ha sempre nascosto: la realtà vera, quella che vive soltanto nel silenzio, nella verità e nello spirito.

E per tutto ciò, onde farti capire che schiavo sei, devi anche pagare

L'INUTILE TELEVISIONE ITALIANA
L’INUTILE TELEVISIONE ITALIANA

Le linee di vetta: le radici metafisiche dell’Europa

di Giandomenico Casalino

Le tavole pedagogiche dei popoli d’Europa, nel senso di “strumenti” manifestativi dell’universale Tradizione spirituale indoeuropea, sono l’Edda, i canti religiosi della mitopoiesi Germanica, l’Iliade, espressione spirituale della più arcaica Ellenicità nordica, l’Eneide, il poema epico giuridico-religioso della Romanità, i Veda, canti, invocazioni, dottrina del sacrificio ed elegie dedicati agli Dei cosmici della primordiale civiltà dell’India aria. Ora, giunti alla fase terminale della lenta agonia dell’Europa, è d’uopo porre la quaestio in termini quanto più crudi ed espliciti sia possibile: o si costituiscono, mediante il Risveglio dello Spirito, Ordini di uomini e donne che siano capaci di riconquistare la consapevolezza dell’Origine, cioè la serena e forte convinzione che dalla Scandinavia all’India, attraverso Roma e l’Ellade, la realtà storica, culturale, politica e religiosa, nel senso più alto, è la luce della Tradizione Indoeuropea e che quegli Imperi, quelle Poleis, quelle nationes, quelle Civiltà sono non il nostro passato ma l’eterno presente, come Vita e oltre-Vita, della nostra stessa esistenza; sono ciò che noi, come europei, vorremmo essere ma non abbiamo più la virtus (forza, vis, coraggio e nobiltà dell’animo) per essere, sono ciò che noi, nel profondo, sappiamo di dover essere, soffrendo di non poter esserlo più. Sono la nostra salvezza, il nostro “phàrmakon“, l’unica alternativa alla morte che, come una palude nebbiosa, sta ingoiando l’Europa. In mancanza di tutto ciò, dicevamo, senza, cioè, la riconquistata consapevolezza, che è paidéia e quindi conoscenza come formazione dell’animo cioè carattere come forma interna talmente luminosa che traspare all’esterno negli stessi tratti animico-corporei e che fu qualità eccelsa e potenza di quelle immense apparizioni ierofaniche come la Grecia e Roma, il Sacro Romano Impero di nazione germanica, Dante e il Templarismo, quali misteriose irruzioni di originaria spiritualità guerriera indoeuropea; senza una nuova e fanatica[1] lotta per la visione del mondo, che deve essere intesa come Mito e Scienza (epistéme) insieme, come Fede e Conoscenza, come Sangue e Spirito, come la nostra stessa più profonda e vera natura che, svegliatasi, riemerge alla luce della Coscienza e diviene chiarezza della Mente, potenza del Cuore[2] e luminosità della Visione; senza tutto ciò, non resta che conservare quanto più è possibile del nostro patrimonio, come eredità, e tentare di trasmetterlo e/o affidarlo (tràdere) a coloro che verranno dopo di noi.

Questo discorso lo intendiamo quale necessaria premessa al tema che ci accingiamo a trattare. Infatti tale “tema”, per noi, lungi dal dover essere svolto in una più o meno “dotta” o ricercata esposizione di quanto abbiamo indicato nel titolo del presente studio, è e dovrà invece essere sentito e riconosciuto, da colui il quale voglia entrare in sintonia e in sinfonia con detto logos, come possibilità di trovare o ritrovare in noi stessi quel “sistema immunitario” che solo può salvare la nostra esistenza dalla malattia che la sta uccidendo.

Tale Logos non deve essere conosciuto o considerato solo una Filosofia, anche se lo è e lo è attraverso autentici Eroi del pensiero che in quei termini hanno parlato e vissuto, non deve essere visto solo come la nostra Via al Divino e cioè al Sè autentico, anche se lo è, come non è solo l’idea archetipica di Res Publica, quale immagine dell’Impero (Imperium comando) degli Dei nel Mondo e sul Mondo; deve essere visto come tutto questo insieme nell’Unità che viene vissuta, ancora una volta, come carattere, forma interna, quasi naturale modo di essere e di pensare, di vedere e di amare, di lottare e di soffrire, in una parola, come stile di vita in quanto espressione etico-comportamentale, uscita all’esterno, della Forma, dell’eghemònichon, della salute riconquistata. Allora, e solo in questo caso, parlare di paidéia ellenica e di mos majorum romano può avere e deve avere un senso salvifico per noi europei; solo quando si riesca a guardare e considerare l’Iliade e l’Eneide, la Repubblica di Platone e l’intera storia dell’archetipo dell’Ordine luminoso che è la Res Publica Romana, non come fatti o entità “culturali”, secondo la concezione anemica, borghese, cristiana e quindi moderna di cultura, cioè realtà letterarie, filosofiche, filologiche o archeologiche, da studio asettico, come si possono studiare le forme e le specie di insetti rari in un laboratorio… ma per quello che sono: la nostra stessa coscienza, lo specchio della nostra natura più profonda che, essendo stata negata, violentata e negletta per secoli dal dominio straniero esercitato tirannicamente nelle nostre società politiche da altre dottrine e culture venute dall’Asia minore, abbiamo “conquistato” e realizzato quanto di più perverso e malevolo si possa pensare, come è nella fattispecie la tragedia del nichilismo e della tecnocrazia prodotti dall’esangue spirito europeo.

Talché, a questo punto, noi dobbiamo riuscire a vedere, che è come dire a riscoprire, qualcosa di unitario, pur tra le dovute distinzioni, che accomuna tutto l’intero universo spirituale indoeuropeo ed è quindi necessario, in termini strettamente pedagogici, che si riconquisti la “visione” di quella che, un tempo, si definiva concezione della vita e del mondo. Solo dopo aver riacquisito questo stato di coscienza che è il livello esistenziale emergente di una intera consapevolezza e conoscente convinzione, solo dopo essere quasi rinati ed essere divenuti, in un Ricordo che è il Ritorno, ciò che si è sempre stati, avendolo dimenticato; solo allora possiamo e dobbiamo accostarci con pietas religiosa alla paidèia ellenica e al mos majorum romano. E si conoscerà che la prima è la Via dell’Ascesi della Contemplazione e la seconda è quella dell’Ascesi dell’Azione e che sono queste le due facce della nostra stessa natura spirituale, quale genuino essere nel Mondo dell’uomo e della donna indoeuropei.

È bene immediatamente chiarire che, essendo il mondo indoeuropeo qualificato, nella sua complessità, da una visione cosmica di natura attivo-virile e cioè eroico-guerriera con finalità regali (stato quest’ultimo inteso e sentito come riconquista di un essere dello Spirito che è andato perduto…) non possono le due Vie essere mai in un rapporto conflittuale tra loro, essendoci, anzi, la presenza della natura dell’una nell’altra e viceversa; atteso il fatto che esse sono accomunate proprio da quella natura magica nel senso di attiva dello Spirito che le rende radicalmente differenti dalla realtà spirituale sacerdotale, intimamente asiatica e quindi femminile, pertanto lunare ed estranea al mondo solare indoeuropeo che è, non dimentichiamo, di diretta provenienza Primordiale e, come derivazione genetica, quindi dall’Unità androginica del Principio. L’Ascesi della Contemplazione, infatti, non ha assolutamente alcun carattere passivo o statico, rinunciatario o dualistico nel senso di impotenza dello spirito a varcare… la Soglia, ma anzi essa ha la natura, pur se nella Contemplazione (vedi ad esempio il “percorso” di Plotino…), di voler partire dal Mondo, amando il Mondo e non negandolorestando nel Mondo, anche quando, alla fine del viaggio, ci si identifica attivamente (e non ci si annulla… femminilmente) con Lui, con l’Uno, mediante un atto dello Spirito di natura  apollinea che, essendo tale, è Azione eroica nella via contemplativa, ed è quindi l’Atto, l’Atto puro per eccellenza, che è il Ricordo e quindi il riconoscere, l’affermare: «Io sono Te!»; esso non è la scoperta di una nuova esistenza ma è il Risveglio, la riconquistata conoscenza di ciò che si è da sempre e che non si sapeva di essere…! E la natura eroica di tale atto dello Spirito nella Ascesi della Contemplazione è confermata dal fatto che, secondo qualsiasi via o natura o dottrina asiatico-femminile o sacerdotale, esso è sentito e giudicato intrinsecamente luciferico, come accade infatti nella cultura giudeo-cristiana; vedendo essa in quell’atto, invece che la conquista eroica della Conoscenza, il Potere dello Spirito che restaura l’Unità, l’orgoglio e la rivolta nei confronti di ciò che deve restare Altro, esercitando così sull’Io, che deve restare tale, una funzione di primazia e di comando, di irraggiungibile assolutezza, di inavvicinabile potenza, talché il rapporto, per l’Io (umile creatura), sarà e dovrà essere di subalternità che potrà avere solo due aspetti: officiante nella cerimoniale ritualità sacerdotale o annullante nell’esperienza orfico-dionisiaca. Nel mondo indoeuropeo anche l’Ascesi dell’Azione, in tutte le sue forme, ha in sè la contemplazione, cioè la conoscenza, che è visione, non solo come fine ultimo della stessa ma come natura epistemica, fondata cioè sull’incontrovertibile Sapere che la Guerra è azione sacra impersonale, evocante forze tanto profonde e pericolose che, se “trasportano” la coscienza oltre il sensibile, devono essere però invertite e sublimate sì da superarle (dopo averle conosciute, che vuol dire esperimentate…) nella qualità aurea e solare; quando l’Ascesi eroica è ben riuscita il Mondo viene di nuovo illuminato dalla Luce e ordinato dal Bene ed è, quindi, l’Impero come specchio mondano dell’Ordine cosmico.

La presenza qualificante dell’elemento “Sapere” in ambedue le Vie non può e non deve destare sorpresa, per la ragione, geneticamente spirituale, che la caratteristica distintiva dell’anima indoeuropea non è di natura fideistica e cioè irrazionalmente passiva innanzi al Mondo e agli Dei; il che vuole significare che l’uomo indoeuropeo, anche quando sembra credere, in sostanza sa e quindi crede e non crede e quindi sa! La sua razionalità è quella omerica, dorica, apollinea e pertanto geometricamente ordinatrice e limitatrice delle passioni e degli straripamenti psichici oltre il limite, ed è quella di tutta la Grecità vera, da Platone ad Aristotele, dagli Stoici a Plotino sino a Proclo; essa non è la razionalità moderna e quindi astratta e cioè lontana dal Mondo, che è come dire individualistica e pertanto chiusa nella sua arrogante ed illuministica solitudine, ma è la Ragione che, nel processo di conoscenza (la cui natura iniziatica è evidente e della quale tratteremo), viene sublimata, e cioè sollevata dalla individualità del soggetto e, riconoscendo il Nous in se medesima quale governo di essa stessa e Atto oggettivo e universale al di là dell’Io, attraverso e per mezzo di questo, si identifica e si riconosce simile alle Essenze, alle Forme, alle Idee degli enti e quindi al Divino del Mondo ed è così risvegliata quale essa è nella sua vera natura: realtà metarazionale, come potenza interna alla ragione, ed è l’Intelletto, il Nous, il Divino in essa presente e ad essa superiore ma da attuare sicché sia in atto quale Forma della Ragione, Fiore dell’Intelletto, Apex Mentis (Proclo).

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Come accennavamo all’inizio del presente saggio, a proposito delle tavole pedagogiche su cui e con cui aprire gli occhi della mente, è d’uopo, ora, entrando nel merito, evidenziare che, tanto l’Iliade quanto la Repubblica di Platone come l’Eneide di Virgilio non devono essere pensati come libri da leggere o studiare con l’animo dell’erudito curioso e vezzoso; sono, essi, invece, l’esempio emergente del sistema educativo, che è meglio definire formativo, della cultura del mondo indoeuropeo, ellenico e romano. In una parola, i Canti del poema di Omero devono per noi essere lo stesso specchio in cui si è riflettuta la gioventù ellenica per secoli, ivi vedendo ciò che essa doveva divenire, nel senso di ricordare di essere come provenienza e come Destino; nell’accettazione attiva e consapevole da parte dell’Eroe omerico dell’Ordine del Mondo che è come dire dell’Ordine degli Dei, il giovane, il pais greco, precedente la crisi dell’età di Platone, ha riconosciuto, doveva riconoscere il suo stesso essere profondo e lo ha visto, identificandovisi, in quella religiosa amicizia con il Mondo, con il Fato e con la Guerra, amicizia che è sovrano e libero connubio con il Divino, supremo dispensatore di gioie e dolori, nello stato d’animo dell’aidòs, quale religiosa venerazione e austero pudore nei confronti della sacralità della Vita in tutti i suoi aspetti che è la finitezza dignitosa dell’umanità di fronte all’infinita compiutezza (perfezione) degli Dei che sono gli eternamente beati, gli immortali. Anche qui, nell’Iliade, gli Eroi, nel vivere l’etica superiore dell’Onore e della Gloria, nell’accettare con serena consapevolezza il Destino come moira (porzione, parte, luogo cosmico in cui è collocato il ciclo eroico e il suo grande tentativo di restaurazione dell’Unità primordiale), nell’agirecontemplano il Mondo, la Vita e la Morte, i Re e gli Àristoi (i migliori) che governano i popoli, gli animali per il nutrimento e per il sacrificio, gli Dei e la loro evidente costante presenza; talché gli Eroi conoscono; come accade ad Enea che, pregno di pietas e di sapientia, di gravitas e di clementia, dall’animo religiosissimo, sa ciò che deve compiere poiché il suo agire non è mai cieco ed inconsapevolmente irrazionale o fideisticamente passivo. I modelli, gli archetipi spirituali della formazione dell’uomo omerico e romano indicano certamente la Via dell’Azione ma nella stessa vi è presupposta, come natura in divenire, la conoscenza, come accadrà per la paidéia platonica che, pur avendo la natura dell’Ascesi della Contemplazione, nella Via, quale percorso iniziatico, in sostanza, ha i caratteri, dopo la caduta del mondo omerico e quindi in piena crisi della civiltà ellenica, della Grande Opera eroica di ricostruzione interiore, animica, dell’uomo antico, dell’uomo omerico-indoeuropeo.

(Platone)

Tutta la “fatica” del divino Platone, la sua rivoluzione conservatrice, è dedicata alla pedagogia, all’educazione, alla paidéia, alla restaurazione dell’anér, dell’uomo nobile che ha ricostruito il Signore interiore: l’eghemònichon, dell’àristos (il migliore) che possa e debba riconiugare il Sapere intorno al Divino con la natura regale e guerriera, onde governare secondo giustizia se stesso affinché possa governare e difendere la Polis. L’opera platonica Repubblica è, in buona sostanza, il più grande e completo trattato della Tradizione greco-romana sull’educazione e formazione del buon pàis alla conoscenza e quindi al culto della Giustizia affinché possa poi esercitare la missione divina, quale arte regale, del governo delle anime e cioè dei cittadini della Polis. Intorno alla Romanità è necessario evidenziare, nei confronti del discorso portato avanti sopra, la presenza di una differenza radicale nella natura dell’atto con cui lo Spirito si pone dinanzi al Mondo: dopo aver, nei nostri libri, individuato e tematizzato quanto per il Romano, a differenza del Greco, il voluto è come dato, e ciò vuole dire che, lungi dall’accettare e conoscere un Mondo che esiste a priori e per cui vale il principio opposto del dato come voluto (principio ellenico), il Romano non solo accentua la potenza magico-attiva dell’agire, in quanto azione eroico-guerriera, ma, non preesistendo per lui alcun “mondo” anteriore o che prescinda dalla sua azione (sacra), egli, identificando il mondo come cosmos, cioè ordine, con la Res Publica, che è come il paradigma nei Cieli di Platone, realizza il voluto, cioè edifica (Rito di fondazione) e diffonde (civitas augèscensqui nel Mondo la Res Publica, fa discendere dal Cielo sulla Terra il Modello (che è lo stesso Juppiter Optimus Maximus come Idea) e lo sente, lo considera, lo giudica come dato, come fatto storico (e non più mitico) divino, indiscutibile, immodificabile, poiché la sua creatio rituale, che è tanto dei Magistrati quanto della Civitas, avviene nella Pax Deorum, cioè con il consenso attivo degli Dei che si manifesta e si rende visibile nei Riti e nella stessa Fortuna imperiale del Popolo Romano. Questa Idea è il cuore della Tradizione Romana: il Mos Majorum; essa è indissolubilmente unita al Pensiero vivente che costituisce la Filosofia platonica e neoplatonica come Rito sacrificale interiore e stile di vita spirituale e, quindi, esercizio di Ascesi per l’assimilazione al Divino (omòiosis Theò); Ascesi che è la Via Secca anagogico-epistrofica dell’Anima votata alla purificazione (termine che nell’etimo significa: farsi fuoco!); Pensiero che è l’essenza Ignea che arde dagli inizi alla tarda Grecità: da Parmenide a Platone, da Aristotele agli Stoici, da Plotino a Proclo sino agli ultimi bagliori di Damascio; talché il mos majorum dei Romani e la Vita filosofica, che è Teologia teosofica, degli Elleni, sono la Luce che il Mondo Classico lascia in eredità all’Europa: ultimi grandi exempla del primo sono, emblematicamente, l’Augusto Marco Aurelio Antonino, il senatore Quinto Aurelio Simmaco e il prefetto Vettio Agorio Pretestato, mentre i filosofi neoplatonici Proclo e Damascio unitamente all’Augusto Flavio Claudio Giuliano lo sono della seconda.

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Se la formazione dell’uomo, sia greco che romano, consiste nel dare la forma al suo essere secondo i principi fondamentali della Tradizione Classica, principi che sono gerarchici ed aristocratici sotto il profilo spirituale, in buona sostanza, va detto, però, per colui che sa, che nessuno “dà” la forma, il carattere, il Signore interiore se non lo stesso uomo che lo edifica, lo costruisce con fatica; nel senso che chi opera in tale guisa deve consentire che una natura dormiente si svegli, un “ricordo” diventi presenza viva e con essa egli si identifichi, cioè divenga ciò che è, che deve essere e che non è possibile che non sia. Non sono la Res Publica o la Polis, il filosofo, come maestro spirituale, o gli exempla, cioè le grandi figure di coloro i quali hanno dedicato la vita e l’animo agli officia come magistrati e condottieri di legioni vittoriose, effigiati in maschere di cera, quali libri della “biblioteca” della propria famiglia, che il puer romano vede e conosce sin dalla nascita e che in ogni cerimonia funebre della propria gens, egli vede sfilare ed essere punto di riferimento e di onore per tutta la Civitas; non sono “queste” realtà esterne all’uomo Ellenico e Romano a “dare” a lui “qualcosa” che ancora non ha. Ciò può apparire vero a livello politico-essoterico ma non nella dimensione dello Spirito, cioè nell’esoterico: sotto tale profilo l’intera Paidéia ellenica ed il Mos Majorum romano sono percorsi di realizzazione iniziatica, sarebbe a dire, stadi di conquista dell’Essere interiore in cui è lo stesso uomo della Tradizione ellenico-romana che dà a se stesso in atto ciò che potenzialmente egli è, per la semplice ragione che la virtualità ad essere ciò che egli deve essere è veicolata dal sangue e, quando tale elemento è o sarà difettoso, sarà la potenza dello Spirito in termini oggettivi, per usare il lessico hegeliano, cioè sarà la Tradizione come Via dal Divino e verso il Divino e quindi come complesso di Istituzioni, Riti, Leggi, Cultura, come visione degli Dei e del Mondo, come stile di vita e cioè l’Impero, nel tempo, che daranno nuova forma ad un altro sangue, facendolo divenire, in quanto razza dello Spirito, veicolo di nuova Romanità, che è la vittoria formatrice del jus civile (il dato culturale dello Spirito) sullo jus gentium che è il dato biologico del sangue, il che vuol dire fare di quello che era il Mondo (Orbis) la Città (Urbs)!. Ecco che, a questo punto, appare chiaro il senso del concetto che Evola esprime in guisa ricorrente in tutta la sua opera: il dato esperienziale della coscienza e dei suoi stati ha, per necessità del mondo dello Spirito che ha la stessa forza cogente delle leggi della macrofisica, come corrispondenti altrettanti stati di conoscenza che sono differenti livelli ontologici del Mondo, sia nell’Infero che nel Supero. Gli Dei non esistono… a priori… per fede …. se non si conoscono… e non si conoscono se non si esperimentano! Se l’”Inferno” e il “Paradiso”, esotericamente, sono stati della coscienza dove lo stesso “luogo” dello Spirito, una natura luminosa conoscerà come quest’ultimo ed una tenebrosa come il primo, nei quali ed attraverso i quali, pertanto ci si identifica, essendo ed apparendo l’oscurità o la luminosità, la causa risiede nel principio che si conosce ciò che si è e si è ciò che si conosce! È la ragione in virtù della quale, sul piano oggettivo, cioè sovraindividuale, nell’Agire, nell’Azione della spiritualità indoeuropea, si possa e si debba edificare l’Ordine della Res Publica o della Polis, proiettando e creando fuori dal Sé, ormai realizzato, il Sé medesimo. Tale è il significato profondo della Paidéia e del Mos Majorum: la Tradizione è “consegna” non passiva, non è un dono, né una scoperta, anzi deve essere, poiché è, conquista eroicaricostruzione laboriosa, risveglio sofferto e lungo, marcia di avvicinamento alla meta che è, in essenza, lo stato della coscienza che coincide con il Sapere, fermo ed incontrovertibile, intorno agli Dei ed al Mondo, intorno alla Res Publica ed alla sua potenza universalizzante; Sapere che è Azione e Azione che è Sapere in quanto essendo Forma vede la Forma e per l’effetto edifica e crea l’Ordine uni-formato, cioè conforme all’Uno nei Molti. Solo così, in tale guisa, la Tradizione Greco-Romana può e deve essere intesa per quello che è nella sua essenza, cioè Forma vivente, potenza della Vita nella quale alberga l’Anima dell’Europa che, essendo (in quanto Anima) il sonno dello Spirito, attende il Risveglio.

Il mos majorum romano e la paidéia ellenica, a questo punto, non possono non essere amati e vissuti come esperienze spirituali, a seconda della propria equazione personale, come percorsi di autoiniziazione e quindi di trascendimento consapevole e lucido, nella eroica solitudine che è purezza ed incontaminata distanza sia da Congreghe che da Chiese, cioè dalle “strutture” della modernità antieuropea, individualistica e quindi astratta. Davanti a tale discorso sta in piedi la solitaria presenza eroica del ghibellino Dante che, a quasi mille anni dalla fine storica della Civiltà Classica, indica all’Europa le sue Vie: «fatti non foste a viver come bruti ma  per seguir virtute e canoscenza…»; dove appare luminosamente chiaro che la “virtute” è l’Ascesi dell’Azione e la “canoscenza” è l’Ascesi della Contemplazione, che è come dire Roma e Atene!

Note:

[1] Da “fanum”: altare o lungo sacro primordiale e quindi precedente il manifestarsi della Civitas.

[2] “Cuore” è da intendere nel significato ermetico-arcaico del termine: centro dell’Opera anamnestica della natura degli Elementi nel microcosmo….

Tratto da: Pagine Filosofali

Le linee di vetta: le radici metafisiche dell’Europa
Le linee di vetta: le radici metafisiche dell’Europa

IL CORAGGIO DI UN SAMURAI

a cura di La Via dell’Acqua che scorre

Di fronte a una disgrazia non è sufficiente rimanere calmi.

Quando sopraggiunge la sventura, il samurai deve rallegrarsene e andare avanti con coraggio.

Un’attitudine simile differisce radicalmente dalla rassegnazione. Questo è ciò che afferma il detto: “Quando le acque salgono, la barca fa altrettanto”.—

Yamamoto Tsunetomo, Hagakure. Il codice segreto dei samurai

IL CORAGGIO DI UN SAMURAI
IL CORAGGIO DI UN SAMURAI

BENVENUTI NEL 1984

di Federico Fringuel Federici

Guardatevi attorno, ascoltate i dialoghi che ci avvolgono, ascoltate cosa si dice e cosa ci viene detto e soprattutto come ci viene detto. Siamo dentro una narrazione che usa una logica illogica, che ribalta i concetti ed il loro vero significato, di continuo, senza sosta e senza soluzione di continuità.

Questo scenario è già stato immaginato, se ne è parlato tanto, si sono fatti film su quello scenario immaginato dopo la seconda guerra mondiale e immortalato in un celebre romanzo.

In quel libro c’erano tre slogan utilizzati dal potere, slogan illogici utilizzati per far capire quale fosse il livello di “bispensiero” nella fantasiosa società descritta nel romanzo e veniva spiegato anche il perché, questo modo di ragionare venisse propagato e ampiamente utilizzato.

Sembrava impossibile ipotizzare un mondo del genere, troppo lontano dalla realtà vissuta dalle popolazioni, si pensava che gli anticorpi del totalitarismo fossero ormai ben radicati nella collettività occidentale ma, ascoltando i deliri giornalieri dei “notiziari”, sembra che sia proprio quello il mondo verso cui stiamo andando a grandi passi.

C’è anche il cartello che sembra avvisarci, ma noi non ci facciamo caso, siamo troppo impegnati a fare altro.

Benvenuti nel mondo “libero”…

BENVENUTI NEL 1984
BENVENUTI NEL 1984

L’ANTICRISTO: IDENTIKIT DELL’UOMO PIU’ MALVAGIO DELLA STORIA

Videoconferenza del canale YouTube ESKATON di Gianluca Marletta, trasmessa in diretta online in live streaming il giorno 3 Dicembre 2025.

L’ANTICRISTO: tutto quello che volevate sapere sulla figura del “figlio della perdizione” in una sola puntata! SOPRATTUTTO: l’anticristo nella tradizione cristiana, nelle Scritture, nella Patristica. L’anticristo come ante-Cristo. Il grande inganno universale. 666. Il marchio della Bestia. Quali sono i segni dell’avvento dell’Ingannatore? La grande apostasia nella società umana. Lo sconvolgimento nell’ordine della natura. I “prodigi” ingannevoli dell’antimessia. La questione della Terra Santa e del Tempio di Gerusalemme. La battagli finale o Armagheddon. E POI… Come interpretano le attuali confessioni cristiane l’annuncio la questione dell’anticristo? Soloviev, Padre Paisios e San Gabriel Urgebadze: anticristo e fine dei tempi nella Tradizione Ortodossa. L’apocalittica degli Evangelici protestanti e la sua ricaduta nella geopolitica odierna. Tantissima roba …buona visione!

L’ANTICRISTO: IDENTIKIT DELL’UOMO PIU’ MALVAGIO DELLA STORIA

DUE DIVERSE ORIGINI DEGLI ARCONTI

di Mike Plato

Cosa fare quando ti trovi innanzi a due origini degli Arconti completamente diverse?

Lo gnosticismo parte dal mito della Sophia decaduta che crea un aborto, il Demiurgo, senza compagno sigiziale e, da quest’ultimo, emergono i suoi agenti del controllo…

Il testo biblico suggerisce una precedente creazione a Genesi 1, poi collassata, causa ribellione degli Elohim, esseri di luce, poi esiliati in un regno inferiore dove si son fatti dominatori (gr. Arconti), imitando in quella cellula Dio e il suo dominio superiore….

Del modello gnostico non c’è traccia nella Bibbia, e del modello biblico non v’è traccia nei miti cosmogonici gnostici. Appare ovvio che gli gnostici volessero rottamare l’intero Antico Testamento, ma non mi sembra prendessero in considerazione quello Nuovo, se non di rado.

Quindi cosa fare quando ti trovi innanzi ad una questione interpretata in modo completamente diverso da due sorgenti diverse?

Personalmente privilegio il TESTO BIBLICO come stella polare per le verità occulte. Il resto o va in contraddizione (e lo scarto o tento di interpretarlo se dietro c’è un esoterismo ancor piu nascosto) o va in integrazione. Altrimenti è il CAOS.

Peraltro si ritiene erroneamente che gli ARCONTI sono un fatto gnostico, ma Gesù, e soprattutto Paolo in modo aperto, ne parlano…e Paolo anticipa il fenomeno GNOSTICO CRISTIANO….

Mi accusano di essere gnostico e mi definiscono tale, ma non comprendono cosa significhi davvero GNOSTICO, perchè associano tale qualifica a chi aderisce allo gnosticismo tout court. E a parte il merito di aver rivelato la verità degli Arconti, dello gnosticismo propriamente detto c’è ben poco da salvare, anche se qui e là, soprattutto nelle testimonianze eresiologiche appare qualche perla, ovvero buone intuizioni, tanto su Valentino che su Baslide

DUE DIVERSE ORIGINI DEGLI ARCONTI
DUE DIVERSE ORIGINI DEGLI ARCONTI

L’ACQUA NEL CORANO

a cura di Etna Da Roma

L’acqua, accanto ad aria, terra e fuoco, è uno degli elementi fondanti della natura ed è riscontrabile nel suo valore materiale e simbolico-rituale in tutte le tradizioni religiose.

Nelle società secolarizzate è sottoposta ad un costante processo di desacralizzazione, dal momento che è percepita quasi esclusivamente nel suo aspetto utilitaristico. Ma come dispositivo simbolico continua ad avere molte accezioni, generalmente raggruppate in: vita, morte, rinascita e purificazione.

L’acqua, per le popolazioni arabe tra cui si è diffusa la religione islamica, non presenta soltanto la funzione materiale di sussistenza ma costituisce soprattutto un fondamento di ordine spirituale e simbolico che sostanzia il ciclo vitale degli individui.

Nel Corano il termine “acqua” ( ماء ), ricorre più di 60 volte, presentandosi nella sue svariate forme (pioggia, rugiada, sorgente, mare, fiume, ecc.): i riferimenti dunque sono numerosi. Anzitutto è posta come uno tra gli innumerevoli e straordinari elementi di cui Iddio ha fornito l’universo. È un “segno” su cui è chiamata a riflettere la gente “dotata d’intelletto”.

Il Corano si riferisce a un uditorio costituito da genti prevalentemente nomadi, dedite alla pastorizia transumante, ma forse proprio per questo maggiormente abituate ad un contatto diretto con la natura.

“Ma guardi dunque l’uomo il suo cibo! Versammo l’acqua a fiumi dal cielo, spaccammo in solchi la terra e dentro facemmo germinare il grano e uve e verdure e ulivi e palme e orti folti di piante e frutti e pascoli a godimento vostro e de’ greggi.” [Cor 80:24-32]

“Iddio ha creato tutti gli animali dall’acqua, e ve ne sono di quelli che camminano sul ventre e di quelli che camminano su due zampe e di quelli che camminano su quattro zampe. Iddio crea quel che vuole e Dio è su tutte le cose potente.” [Cor 24:45]

“Ed è Lui che ha creato l’uomo dall’acqua traendone discendenza maschile e femminile: il tuo Signore è potente.” [Cor 25:54]

“Guardi dunque l’uomo di che cosa fu creato: fu creato di liquido effuso ch’esce di fra i lombi e le costole.” [Cor 86:5-7]

L'ACQUA NEL CORANO
L’ACQUA NEL CORANO

AL DI LA’ DEGLI OCCHI

di Luca Rudra Vincenzini

“Parokṣapriyāḥ iva devāḥ”, “gli Dèi hanno caro, in vero, ciò che è aldilà degli occhi”, Aitareya Upaniṣad, Ṛgveda Saṃhitā (Rudra).

Ora questo riferimento a ciò che è oltre lo sguardo, indi: oscuro, velato, indiretto, non percepibile attraverso i sensi, è reso anche dal termine idandra, epiteto di Indra il re degli Dèi, ossia: colui che ha visto quello (idam-dṛś). Il sunto è che non solo gli Dèi amano e vivono ciò che per gli esseri umani è oltre il normale orizzonte visibile, idam nella metafisica indiana richiama anche l’esperienza dello stato trascendente, ma altresì il fatto che i deva, dalla radice dīv-risplendere/illuminare, rischiarano la visione del divino (darśana), anche nei “labirinti” semantici ed interpretativi dei passi oracolari contenuti nei testi sacri. Se uniamo questa sfumatura di significato al fatto che i mantra seminali (devabīja) sono la divinità in forma sonora, se ne evince tutta la potenza magica delle formule sacre: i mantra sono porte sulla realtà trascendente, mezzi per accedere alla visione del mistero che appare davanti agli occhi ma che il più delle volte sfugge…

AL DI LA' DEGLI OCCHI
AL DI LA’ DEGLI OCCHI