IL FALSO DOGMA SULLA MADRE DI GESU’

di Mike Plato

È davvero incredibile come si possano generare dogmi privi di ogni supporto scritturistico.
Uno di questi, rilevante, riguarda la madre di Gesù. Il problema è che questa donna non ha alcun rilievo nel cristianesimo primitivo. A parte la narrazione iniziale di Matteo e di Luca, la madre carnale di Gesù non ha praticamente alcun ruolo né nei Vangeli né negli atti né nelle lettere di Paolo. il cristianesimo primitivo semplicemente non la ricorda, la ignora totalmente.
E un motivo fondante c’è. il problema chiave è che le narrazioni iniziali di Matteo e di Luca che riguardano il concepimento miracoloso di Maria non riguardano la madre carnale ma l’intimo di Gesù, la sua anima..la nostra anima, la vera Maria
Quelle rare volte in cui appare la madre di Gesù,, egli se ne dissocia totalmente, spesso ai limiti del disprezzo.
Ne parlerò in un prossimo video perché insieme a Pietro, questa figura è stata esaltata per motivi di svuotamento della vera VIA DI GESÙ e del nascondimento arcontico del vero FEMMININO del cristianesimo primitivo.

IL FALSO DOGMA SULLA MADRE DI GESU'
IL FALSO DOGMA SULLA MADRE DI GESU’

L’AMORE VERO SECONDO ERNST JUNGER

a cura di Valentina De Cicco

Esiste una sola specie di amore,
al di là dello spazio e del tempo;
tutti gli incontri sulla terra sono immagini, sono colori dell’unica e indivisibile luce. L’amore inteso in senso generale,
l’amore nel turbine della temporalità
è terreno, è nettunico;
l’oceano è la culla dalla quale
si erge Afrodite.
Dai suoi abissi sgorga
ciò che nell’amore è onda e ritmo,
tensione e mescolanza,
ciò che è meraviglioso e temibile.
Sulla riva del mare e sugli scogli
noi percepiamo la sua
anonima canzone fatale,
le profonde voci delle sirene che,
emergendo e tuffandosi,
ci attirano per perderci nel loro mare. L’attrazione è irresistibile.

Ernst Jünger, libro Heliopolis da Nel Palazzo, p. 93.

L'AMORE VERO SECONDO ERNST JUNGER
L’AMORE VERO SECONDO ERNST JUNGER

Iran condanna doppi standard occidentali sui crimini israeliani

a cura della Redazione

10 luglio 2023

Iran ha condannato i doppi standard dei Paesi occidentali in materia di diritti umani, esprimendo seri dubbi sulla possibilità che essi formino un comitato di accertamento della verità sui crimini del regime sionista contro i palestinesi.

Iran – Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanaani, ha condannato i doppi standard dei Paesi occidentali in materia di diritti umani, esprimendo seri dubbi sulla possibilità che essi formino un comitato di accertamento della verità sui crimini del regime sionista contro i palestinesi.

In un post pubblicato sui social media, Nasser Kanaani ha condannato i recenti raid del regime sionista contro il campo profughi palestinese di Jenin, nella Cisgiordania occupata.

Almeno 12 morti, tra cui quattro bambini, 140 feriti, completa distruzione delle reti idriche ed elettriche, completa distruzione di 300 case e danni a circa 500, distruzione di strade e negozi, sono il risultato della folle campagna militare sionista contro il campo profughi di Jenin.

L’America e l’Europa chiederanno la formazione di un comitato di accertamento della verità dal Consiglio dei diritti umani? ha chiesto retoricamente il portavoce, prima di rispondere: “Mai!”

Lo scorso lunedì, il regime israeliano ha lanciato una brutale offensiva terrestre e aerea contro Jenin e il suo campo profughi.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Iran condanna doppi standard occidentali sui crimini israeliani
Iran condanna doppi standard occidentali sui crimini israeliani

LE FORZE OCCULTE

a cura di Adriano Forgione

«Chi ammette l’esistenza di “forze occulte” come vere cause di tanti avvenimenti apparenti, troppo spesso le concepisce solo alla stregua di organizzazioni politiche segrete. Tutto ciò è troppo poco. Molto più indietro vanno le fila nel piano della sovversione mondiale – esse ci riportano effettivamente all’“occulto”», ossia a «forze sovraindividuali e non-umane, delle quali molte personalità […] spesso non sono che gli strumenti».
Julius Evola

LE FORZE OCCULTE
LE FORZE OCCULTE

Il mito di Osiride

di Alessandro Di Adamo

19 aprile 2022

Dopo aver celebrato il matrimonio con Iside, Osiride offrì molte cure al popolo degli Egiziani, perché fossero felici, insegnando l’arte dell’agricoltura, in particolare la coltivazione della vite e dell’ulivo, fornendo loro un codice legislativo per ben regolare il vivere civile.

Toth

Non tralasciò d’insegnare la scrittura, invenzione del dio Toth e ordinò che tutti i sudditi fossero devoti verso gli dei.

Iside ordinò che s’edificasse un magnificente tempio in onore dei genitori, Giove e Giunone; quindi fece erigere due piccoli delubri dedicati a Giove celeste ed a Giove terrestre o Ammone. Ogni deità ebbe così il suo tempio e dei sacerdoti, che avrebbero redatto i rituali da compiersi, secondo la volontà di Toth – Ermete, il quale inventò oltremodo la musica, l’astrologia, la medicina, l’arte dei metalli e dispose che il tono acuto della voce umana simboleggiasse l’estate, il grave l’inverno, mentre il medio la Primavera.

Appena fu ordinata l’intera vita spirituale e sociale degli abitanti dell’Egitto, Osiride ordinò di estendere a tutto il mondo conosciuto le sue leggi, perché si trasformasse in un giardino dell’eterna primavera. Affidò pro tempore la reggenza del regno alla moglie Osiride, affiancata da Toth – Mercurio, mentre Ercole fu nominato sovrintendente delle provincie. Al fine di rendere meno disagevole il governo del reame, lo divise in più governatorati:  la Fenicia fu affidata a Busiride, che si dimostrerà uno dei re più sanguinari; la Libia e l’Etiopia ad Anteo.

Anubi

Egli stesso quindi si pose a capo di un esercito, accompagnato dal fratello Apollo, inventore dell’alloro, e dei figli Anubi, che aveva per insegne un cane, e Macedone, che aveva scelto il lupo per simbolo. Fu affidato l’incarico d’insegnare la coltivazione della vite a Marone, ed a Trittolemo quella del grano. Diversi musici e danzatori si aggregarono alla spedizione, sotto la guida di Apollo.

L’operazione si rivelò subito efficace, poiché ogni popolo accettò di buon grado, e senza ricorrere alla sopraffazione, le proposte di Osiride.

Intanto, il Nilo inondò la maggior parte delle terre, cosicché l’intervento fortuito di Ercole evitò che il governatore, Prometeo, disperato perché dichiaratosi incapace di risolvere l’angoscioso evento, si uccidesse. Le acque del Nilo furono reintrodotte all’interno del suo letto.

Osiride si trovava in Etiopia, quando il fiume minacciava di straripare, così ordinò che si costruissero delle imponenti dighe, le quali riuscirono a trattenere la maggior parte delle acque. L’Etiopia rappresenterebbe la fase della nigredo alchemica, chiave dell’Arte ermetica, poiché dopo averla varcata, l’uomo sarebbe arrivato all’albedo, ed ancora vivendo la trasmigrazione verso la Persia, si sarebbe manifestato la rubedo.

L’esercito arrivò in India attraverso l’Arabia, quindi tornò in Europa, dove piantò l’edera. Passando per la Tracia, uccise il re barbaro Licurgo, perché si era opposto al suo transito, insediando sul trono il figlio, Marone, dedicando invece a Macedone il regno della Macedonia, ed a Trittolemo l’Attica, dove avrebbe insegnato l’agricoltura.

Attraversando il Mar Rosso, rimpatriò osannato dal suo popolo.

Quando passò nelle Valli Celesti, Iside e Mercurio gli decretarono solenni onorificenze, istituendo un culto a lui dedicato.

Plutarco scrisse a proposito della morte di Osiride, che il fratello Tifone lo invitò ad un banchetto e quindi, alla fine del pranzo, introdusse un magnifico cofano assai prezioso, chiedendo ai convitati a sdraiarsi all’interno, promettendo di regalarlo a colui che si fosse adagiato comodamente. Quando fu la volta di Osiride, scattò repentina la congiura, ed egli vi trovò la morte; quindi il sarcofago fu gettato nelle acque del Nilo.

Iside, appresa la terribile notizia, si pose in cerca del corpo di Osiride e, saputo che si trovasse in Fenicia, si portò in quella regione, per porsi al servizio del re Astarte. Riuscì a rinvenire il corpo ed ottenne il permesso di portarlo con sé in Egitto. Giunse la notizia a Tifone, che organizzò una spedizione, per rapire il corpo. Dopo essersi impadronito del corpo, ordinò ai suoi complici di distribuire le parti mozzate in diverse regioni del regno. Iside allora si dedicò con cura al recupero di ogni singolo pezzo e ricompose dignitosamente la salma, che fu interrata ad Abido, città ad occidente del Nilo. Quindi ordinò al figlio di Horus di far strage dello zio Tifone e dei suoi complici.

Anche in questa leggenda, potremmo trarre un’interpretazione alchemica; poiché il sarcofago rappresenterebbe il Vaso filosofico sigillato ermeticamente, in cui è contenuta la dissoluzione della materia. Gli assassini interpreterebbero gli agenti dell’atto dissolutivo; così la successiva dispersione del corpo primitivo configurerebbe la volatizzazione dell’oro filosofico, mentre il ritrovamento la fissazione. Iside è la Terra, la quale attirerebbe le parti volatizzate; ed ella, alla sua morte, si sarebbe riunita al suo sposo, perché la materia dissolta, finalmente si coaguli fissandosi

Molto composita la genealogia del dio.

Per giustificare la nascita da Saturno, Osiride fu associato dai Filosofi all’opera alchemica, la quale è composta di due sostanze: fissa e mobile, terra e acqua, maschio e femmina, dalla cui unione nasce il figlio, che racchiude in sé le sostanze genitoriali. La materia così ottenuta è posta nel vaso di Vulcano, perché si dissolva putrefacendosi, diventando di color nero: essa rappresenterà il Saturno dei Filosofi, figlio di Vulcano. Il colore scomparirà, lasciando sostanza al bianco ed al rosso; la materia si fissa, formando il fuoco nascosto di Osiride, giustificando Saturno quale padre del dio.

Tratto da: Alessandro Di Adamo Blog

Il mito di Osiride
Il mito di Osiride

Platone: la conoscenza che supera il tempo

di Luigi Angelino

E’ superfluo ricordare che parlando di Platone, ci troviamo di fronte ad uno dei più grandi fondatori del pensiero occidentale. Le sue dottrine sono state in grado di proiettare una luce, capace di superare le barriere dello spazio e del tempo, suscitando innumerevoli dibattiti in merito alle problematiche affrontate dal filosofo e creando le premesse per i successivi approfondimenti sviluppati dai posteri. Platone fu senza dubbio un genio originale se rapportato al suo periodo storico, dal quale fu naturalmente influenzato. Ricordiamo molto brevemente le vicende politiche della Grecia tra il V ed il IV secolo a.C. che lasciarono un’impronta indelebile nella formazione giovanile del filosofo. Atene, che per decenni era vissuta nel più fulgido splendore culturale ed istituzionale, ora si vedeva afflitta e assediata dalle temibili truppe spartane. Ciò che, tuttavia, angosciava maggiormente la classe dirigente degli Ateniesi era il timore di perdere l’egemonia  culturale nell’ambito del mondo ellenico. Platone aveva circa diciotto anni, quando le mura della sua città furono rase al suolo ed un’orda di rivoluzione e di sangue divampò rovinosamente (1). Andava profilandosi un panorama politico che evidenziava ancora di più le contraddizioni del sistema politico ellenico: da un lato la cultura che appariva molto vivace ed alquanto omogenea, esperienza unica forse fra tutte le civiltà antiche, dall’altra la costante rivalità fra le “poleis” che non consentiva una progressiva unificazione nazionale. Qualche speranza di rinascita la fece intravedere il governo dei Trenta Tiranni, ma ben presto dal punto di vista pratico deluse anche di più dei regimi precedenti (2).

Pur essendo stato invitato ad entrare nella vita pubblica, Platone rimase consapevolmente estraneo  ad una partecipazione politica attiva, allo scopo di non contaminarsi con la dilagante corruzione che abbracciava l’intero sistema governativo del tempo. Si trattava, possiamo dire, di una situazione paradigmatica, comune a tutte le epoche storiche, con le dovute differenziazioni, e quanto mai attuale. Nella sua formazione culturale, Platone familiarizzò dapprima con Cratilo, allievo di Eraclito, dal quale ricevette il suo primo indottrinamento filosofico.  Ma l’esperienza più importante fu di certo il suo avvicinamento a Socrate, che aveva ormai raggiunto l’apice della notorietà quando Platone era appena ventenne. Alla notizia dell’ingiusta condanna che colpì il suo amico e maestro, Platone si rese ancora più conto della corruzione che dilagava nello stato ateniese: una corruzione che, con linguaggio moderno, non aveva soltanto implicazioni “penalistiche” ma che investiva l’intero costume delle varie stratificazioni sociali. Si potevano intravedere già i sintomi di una decadenza generale che investirà tutta la Grecia e che avrà un momento di gloria solo con l’effimero impero di Alessandro Magno.  Con la morte di Socrate, si va delineando il dramma giovanile che accompagnerà Platone per tutta la vita: un dramma sentito, sofferto, e perfino studiato, che provocherà l’inizio di un intero e ben strutturato programma filosofico e che si intreccerà con altri grandi interrogativi, quasi prendendo la forma di un mosaico che va gradualmente completandosi (3). Ed è proprio Platone a costituire la testimonianza scritta del pensiero di Socrate, non avendo quest’ultimo lasciato alcunché di redatto di proprio pugno (4).

La scelta di Socrate, di prendere la cicuta e di rifiutare la fuga offerta dagli amici, sarà risolta ed interpretata come “scelta etica”, quale obbedienza della legge fino in fondo, nonostante fosse viziata da ingiustizia in maniera manifesta.  Alcuni pensatori cristiani, nell’ottica di dare continuità al pensiero classico, vedranno in Socrate, con le necessarie distinzioni, una sorta di prefigurazione del Cristo che, per attuare il progetto di salvezza a favore dell’umanità, obbedì al volere del Padre fino alla morte in croce (5).

L’intento principale del pensiero del programma platonico sarà sempre l’edificazione di una società giusta mediante l’ausilio della filosofia. Nonostante non abbia mai partecipato attivamente alla vita politica ateniese, Platone fu l’unico discepolo di Socrate che giunse al convincimento della necessità per il cittadino di avere rapporti sociali e politici attivi e proficui. Gli altri discepoli di Socrate, invece, giunsero a conclusioni diametralmente opposte, cioè scegliendo la strada di chiudersi in un atteggiamento di solitaria saggezza, tipico modo di fare che adotteranno gli esponenti delle scuole filosofiche post-aristoteliche. Il programma politico di Platone, pur essendo per molti aspetti utopistico, è stato proiettato attraverso i secoli, assumendo sfumature diverse a seconda dei vari contesti sociali e culturali di riferimento. Esso si è rivelato pietra miliare sia per i sistemi teologici che per quelli materialisti, come ad esempio il comunismo. Dal punto di vista epistemologico, Platone ha dato un significato completamente diverso alla filosofia. Questa particolare disciplina fino a Socrate era considerata una ricerca come unico mezzo per rendere nobile la propria esistenza. A partire da Platone, invece, la filosofia viene messa a servizio della comunità, al fine di conseguire risultati utili e positivi per la stessa. Ed ecco che lo schema filosofico caro a Platone non si perde nei giochi di parole tipici della sofistica e nemmeno nell’analisi di problematiche esclusivamente speculative, seppure non ne siano mancate nella sua copiosa letteratura.

Prima di cominciare, nel 396 a.C., la propria fiorente carriera letteraria, Platone viaggiò molto, soprattutto in Egitto, dove conobbe il famoso matematico Teodoro, nonché nell’Italia meridionale, quell’area geografica che i Romani non a caso denomineranno Magna Graecia, dove si fermò per lungo tempo a Taranto , per apprendere le dottrine pitagoriche. E’ opportuno ribadire che in epoca antica non vi era una vera e propria distinzione classificatoria tra le varie discipline: i filosofi molto spesso erano anche matematici e viceversa.

L’intento generale che guida la ricerca di Platone si avverte già nelle prime opere, l’Apologia (6) ed il Critone (7), nelle quali richiama i concetti primari dell’insegnamento socratico, come la necessità di prendersi cura della propria anima. Le opere di Platone, come è ben noto, sono espresse sotto forma di “dialoghi”, esigenza forse nata inizialmente dalla volontà di spiegare meglio il Socrate storico, del quale, come si diceva in precedenza, non abbiamo nessuna diretta eredità scritta. Nel “Protagora” e nel “Gorgia” (8), Platone delinea in maniera esauriente ed esaustiva il grande programma di rieducazione della società attraverso la filosofia.  Il linguaggio adoperato dall’abile scrittore è colorito e vivace, al punto che in alcuni passi sembra di leggere “una penna” di alcuni secoli più matura. Ma ciò che rende maggiormente interessante le sue opere, è la carica drammatica e dialettica che anima le scene e la scelta dei soggetti molto spesso contrapposti. La profondità della filosofia greca raggiunge in Platone vette insormontabili, in alcuni campi “razionalizzate” meglio soltanto da Aristotele, ma forse con minore vis poietica (9).

Già in alcuni dei suoi predecessori vi era stata l’aspirazione alla ricerca della “verità”, a spiegare il perché delle cose e della loro esistenza. Ma in Platone questa aspirazione si impone in una dimensione nuova, una dimensione che potremmo definire “più umana”: la sua visione complessiva è di carattere antropocentrico, anche quando affronta interrogativi di natura cosmologica.  Platone, tuttavia, rovescia il famoso motto attribuito a Socrate “so di non sapere” in “non sapere di sapere”. La conoscenza dell’uomo, nella riflessione platonica, rimarrebbe imprigionata in una miriade di opinioni poco chiare, di cui avrebbe solo un vago ricordo. E da qui che il filosofo parte per formulare la teoria della “reminiscenza” o della “anamnesi”, che darà vita alle numerose osservazioni sul “mondo delle idee”.

Quando acquistò un appezzamento di terra vicino al parco dedicato ad Academo (10), donde deriva il nome di “Accademia” attribuito alla scuola fondata da lui stesso, Platone si dedicò all’attività di insegnamento orale, nel corso della quale ebbe modo di chiarire meglio le proprie idee, di ampliarle e di correggerle. Nel “Menessemo” (11) illustrò i fondamenti della “paidea” ( nella nostra lingua potremmo tentare di renderla con il termine di “formazione”), che la sua scuola mirava a raggiungere, non mancando di esprimere giudizi e paragoni con altre scuole dell’epoca. Il problema principale che si trovò ad affrontare fu soprattutto di carattere gnoseologico, cercando di sciogliere il dilemma se la conoscenza sia oggettiva oppure soggettiva. Platone si trovò davanti a due teorie in contrapposizione: da un lato il divenire eracliteo, dall’altro l’essere immutevole ed eterno di Parmenide di Elea. Il suo genio filosofico cercò di individuare una giusta posizione intermedia, valorizzando in maniera originale sia il “divenire” eracliteo che l’ “essere” di Parmenide.  Con la stesura del “Fedro” (12), Platone riesce ad ampliare il discorso iniziato nel “Menone”(13), recuperando la distinzione operata dalla famosa scuola eleatica tra “doxa” (opinione) ed “aletheia” (verità). La verità, nello specifico, non diventa più ciò che l’uomo avverte con il semplice intervento dei sensi, ma qualcosa che è possibile raggiungere soltanto con il pensiero, attraverso un processo di vera e propria astrazione rispetto al “mondo sensibile”. Le “idee”, presenti nell’iperuranio, il mondo ideale, diventano, secondo Platone, anche la causa del mondo del divenire, rappresentando quindi gli “archetipi” della nostra realtà materiale. L’occasione per esplicitare meglio il suo concetto, si presenta a Platone, in una scena vivace e dinamica del “Simposio” (14), una riunione conviviale immaginaria tra i personaggi più illustri dell’antica Atene, come Socrate, il retore Fedro, il commediografo Cristofane, il politico Pausania et cetera.  Dopo aver ascoltato con attenzione le opinioni degli altri commensali, Socrate individua nel personaggio  mitologico di “Eros”, l’essenza stessa della filosofia: egli, infatti, è povero e ricco nello stesso tempo e possiede uno slancio nell’anima rivolto alla ricerca del “bello”(15) . Questa immagine didascalica vuole far comprendere come l’uomo comune, con la forza della filosofia, possa riuscire a cogliere le essenze immutabili delle cose; l’anima umana assume un forma intermedia e “demoniaca” (nell’accezione ellenica), in quanto si colloca a metà strada tra il mondo divino e quello materiale.  Si tratta di posizioni che saranno estremizzate dai filosofi della cosiddetta “scuola neoplatonica” a partire dal I secolo d.C., soprattutto da Plotino e successivamente dagli esponenti dello gnosticismo cristiano.

L’insieme del mondo delle idee costituisce, per Platone, il già citato “iperuranio”, dove risiede un’idea che è in grado di sovrastare tutte le altre, possedendo una luce più sfolgorante ed accecante delle altre: l’idea del bene. Quest’ultima rappresenta la vetta più alta a cui possa pervenire il filosofo, la maggiore aspirazione che deve animare coloro che si accingono a ricercare la verità. L’idea del bene, in quest’ottica, diventa per Platone quasi il “destino” verso il quale si devono dirigere tutti gli elementi naturali, una concezione che sarà ripresa ed adattata ai propri schemi dottrinali da parte di Agostino di Ippona.

La “Repubblica” (16)  rappresenta il compendio del pensiero politico di Platone, pur presentando alcuni aspetti del tutto utopistici ed eticamente inaccettabili secondo i canoni del pensiero contemporaneo predominante, come ad esempio l’adozione di modelli eugenetici, che prevedano l’eliminazione di persone non utili alla società, oppure l’impossibilità di scegliere il proprio coniuge imposto invece dalle istituzioni statali. A ciò si aggiunge una visione di una forma di comunismo estremo con l’eliminazione dei gruppi familiari e gentilizi, nonché della  proprietà privata, istituti considerati dal filosofo come “nemici” dello sviluppo completo della poleis. Nell’ambito delle teorizzazioni politiche, forse la lacuna più notevole di Platone è quella di aver identificato la stessa politica con la filosofia, distinzione che, invece, sarà ampiamente esplicitata da Aristotele.

Il capolavoro iconografico di Platone, forse più conosciuto ed impresso nell’immaginario collettivo, è il cosiddetto “mito della caverna”, raccontato all’inizio del libro settimo della “Repubblica”, in cui il filosofo analizza i vari gradi che l’uomo deve compiere per arrivare alla conoscenza, distinguendoli in quattro: due dei quali relativi alla conoscenza sensibile ed altri due alla conoscenza intellegibile.  Nel compendio del racconto, gli uomini sono immaginati come schiavi incatenati nel fondo di una caverna e scorgono delle ombre che ritengono siano le parti dell’unica vera realtà (l’immaginazione). Al contrario, uno sguardo d’insieme ci mostra come le ombre siano proiettate dalle statue (l’opinione) ed all’esterno c’è il sole che potrebbe abbagliare, nonche alcuni oggetti reali riflessi nell’acqua (elementi matematici). Sollevando gli occhi verso l’alto, gli uomini relegati in fondo alla caverna potrebbero arrivare, comunque, a scorgere lo stesso sole splendente (simbolo della apoteosi filosofica e della stessa idea del bene). A partire soprattutto dal ventesimo secolo, il mito della caverna è diventato una metafora utilizzata per indicare l’incessante manipolazione dei mass-media nei confronti degli individui, perdendo l’originalità della visione platonica. Molteplici, infatti, sono state le pellicole cinematografiche prodotte con l’intento di evidenziare una fantomatica realtà olografica di cui sarebbe vittima l’umanità attuale oppure del futuro, come la fortunata trilogia di Matrix, che raffigura la razza umana sfruttata e controllata dalle macchine. Gli esseri umani credono di vivere liberamente nel XX secolo, mentre in realtà sono imprigionati dagli automi, allo scopo di fornire costantemente energia necessaria alla sopravvivenza meccanica degli androidi. Si tratta di una rilettura transumanista poco felice del mito di Platone, il cui intento, partendo dal problema gnoseologico, era proprio quello di mettere l’essere umano al centro dell’intera realtà.

Note:

1 – La cosiddetta “guerra del Peloponneso” terminò con la definitiva sconfitta di Atene, culminata nella battaglia di Egospotami nel 405 a.C. Atene fu occupata dal generale spartano Lisandro, che originò una breve rivincita del partito oligarchico e filo-spartano;

2 – Nel 404 a.C. ad Atene fu instaurato il regime dei “Trenta Tiranni”, ossia un governo capeggiato da trenta oligarchi, ma l’anno successivo visse l’esperienza del governo democratico guidato da Trasibulo;

3 – Francesco Adorno, Introduzione a Platone, Ed. Laterza, Bari 2008;

4 – Nonostante la fama acquisita, Socrate non ha lasciato nessun documento scritto di proprio pugno. Alcuni suoi famosi motti sono riportati nei dialoghi platonici e, pertanto, è molto difficile comprendere quanto ci sia di veramente genuino;

5 – Sul tema l’articolo di Paul Ricoeur, pubblicato su Avvenire il 27 gennaio 2013;

6 – L’Apologia è un’opera in difesa di Socrate, elaborata tra il 399 ed il 388 a.C. e costituisce la più credibile fonte di informazioni sul processo a Socrate;

7 – Nel Critone, composto intorno al 390 a.C., Platone tende ad evidenziare il pensiero del maestro Socrate;

8 – Nel Protagora e nel Gorgia, Platone polemizza con i filosofi sofisti;

9 – Franco Trabattoni, La filosofia di Platone. Verità e ragione umana, Ed. Carocci, Roma 2020;

10 – Academo fu un eroe della mitologia greca che, secondo la tradizione, rivelò ai fratelli Dioscuri, Castore e Polluce, il luogo dove era tenuta prigioniera la sorella Elena. Quando morì, la sua tomba fu collocata alla periferia di Atene, circondata da un fitto bosco, che finì per dare il nome ad una zona della città;

11 – Si tratta di uno dei dialoghi più brevi di Platone, composto dopo il 387, nel quale il filosofo si rivolge soprattutto ai giovani;

12 – Nel Fedro, composto intorno al 370 a.C., Socrate e Fedro discutono sull’amore, in tre discorsi che servono come metafora per il corretto uso della retorica;

13 – Il Menone è un dialogo composto intorno al 375 a.C., sul rapporto fra le virtù, che viene identificata come “conoscenza”, attraverso la “teoria delle idee”;

14 – Il Simposio è forse il più conosciuto dei dialoghi di Platone, concepito quasi come una “gara retorica” tra i partecipanti;

15 – G. Reale, Eros demone mediatore, Ed. Bompiani, Milano 1997;

16 – La Repubblica è anch’essa redatta sotto forma di dialogo, più volte rimaneggiata dal filosofo in un arco temporale che va più o meno dal 390 al 360 a.C..

Luigi Angelino, nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale, conseguendo anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2022 ha pubblicato con la Stamperia del Valentino 8 volumi: Caccia alle streghe, Divagazioni sul mito, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, L’epopea assiro-babilonese, Campania felix, Il diluvio e Sulla fine dei tempi. Con altre case editrici ha pubblicato vari libri, tra cui il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la raccolta di saggi “I miti: luci e ombre”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana” (Apocatastasi-Apostasia-Apocalisse); il saggio teologico/artistico “L’arazzo dell’apocalisse di Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; un viaggio onirico nel sistema solare “Nel braccio di Orione”ed una trattazione antologica di argomenti religiosi “La ricerca del divino”. Con auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei più affascinanti luoghi d’Europa” ed ha collaborato al “Sipario strappato”. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica italiana.

Tratto da: Pagine Filosofali

Platone: la conoscenza che supera il tempo
Platone: la conoscenza che supera il tempo

PREPARARSI AL PEGGIO!

di Francesco Artesi

Quali sono le strategie che ci permetteranno di superare la bufera che si abbatterà su di noi? E che già si sta abbattendo?

10 punti e obiettivi da raggiungere:

1) autoproduzione alimentare almeno di frutta e verdura, uova, se possibile attrezzarsi anche per un’autosussistenza energetica e idrica;

2) rivolgersi alle economie locali extra-cittadine evitando la Grande Distribuzione Organizzata;

3) concentrarsi sull’essenziale e non il superfluo;

4) non lasciare soldi sui conti correnti se non il minimo e smobilitare capitali (anche piccole somme) verso investimenti terrieri;

5) creare dei centri di aggregazione fisica favorendo la socializzazione, lo scambio, la cooperazione e la crescita interiore;

6) ridurre l’uso dei mezzi tecnologici al minimo essenziale;

7) riappacificarsi con la natura, ritrovare un contatto totale con essa uscendo dalle città e favorire questo anche nei bambini e nei ragazzi;

8) pensare un’educazione scolastica alternativa;

9) preservare la salute attraverso il perseguimento dell’equilibrio energetico;

10) non nutrire mai emozioni come la paura o il panico.

PREPARARSI AL PEGGIO!
PREPARARSI AL PEGGIO!

Cosa succede in Germania? La crisi in 5 grafici

di Violetta Silvestri

7 luglio 2023

La Germania frena e mostra segnali di crisi in diversi settori: cosa succede alla locomotiva d’Europa in 5 grafici. Quali sono i fattori più preoccupanti per lo sviluppo della nazione.
Cosa succede in Germania? La crisi in 5 grafici
Cosa succede in Germania? La crisi in 5 grafici

Germania osservata speciale: perché il motore economico dell’Europa si sta inceppando?

Con la locomotiva europea già in una recessione tecnica, gli economisti prevedono che la crescita del Pil ristagnerà per il resto dell’anno e hanno dipinto un quadro cupo per la più grande economia europea.

Gli ultimi dati non fanno che confermare le difficoltà della potenza. La produzione industriale tedesca, infatti, è diminuita inaspettatamente a maggio, scendendo dello 0,2% da aprile. La previsione mediana in un sondaggio Bloomberg degli economisti prevedeva la stagnazione. Rispetto all’anno precedente, la produzione è aumentata dello 0,7%.

Il rapporto suggerisce che la crisi manifatturiera tedesca potrebbe essere duratura, continuando a pesare sulla crescita dopo aver già trascinato l’economia in una recessione che è durata nei primi tre mesi dell’anno. In contrasto con un rapporto di giovedì che ha mostrato un rimbalzo degli ordini di fabbrica, i dati indicano segnali di continuo deterioramento che suonano con una recente litania di terribili notizie dalle imprese tedesche.

La base manifatturiera della Germania, la spina dorsale del più ampio complesso industriale del continente, deve affrontare continui venti contrari, che vanno dalla debole domanda cinese all’abbassamento del livello delle acque del fiume Reno, un’importante arteria di trasporto per le merci pesanti, fino all’aumento dei tassi.

Per capire l’entità della crisi tedesca possono essere utili 5 grafici, nei quali emergono tutti i fattori di cambiamento (e di allerta).

1. Inflazione elevata

Il tasso di inflazione della Germania dovrebbe raggiungere il 6,4% per giugno, secondo i dati provvisori dell’ufficio statistico tedesco, con un aumento rispetto al 6,1% registrato per maggio.

Nonostante questo rialzo previsto, il dato è ancora in calo significativo rispetto al massimo di quasi 50 anni dell′8,8% di ottobre, ma rimane ben al di sopra dell’obiettivo del 2% del Paese, come evidente nel grafico elaborato da Cnbc.

Cosa succede in Germania? La crisi in 5 grafici
Cosa succede in Germania? La crisi in 5 grafici

“Sembra che, almeno per i prossimi due mesi, l’inflazione rimarrà su livelli molto alti. Aspettatevi forse per la seconda metà che possa scendere fino a un certo punto”, ha detto a marzo alla Cnbc Joachim Nagel, presidente della banca centrale tedesca, la Bundesbank.

Mentre l’inflazione potrebbe iniziare a diminuire, la banca centrale tedesca stima che non raggiungerà il 2% almeno fino al 2025. I consumatori tedeschi hanno già avvertito l’impatto dell’inflazione elevata di lunga durata, ma la pressione finanziaria sulle famiglie non sembra destinata ad allentarsi tanto presto.

Sebbene il governo non possa necessariamente controllare l’inflazione, può mitigare l’impatto che ha sulla popolazione tedesca, ha detto alla CNBC Sylvain Broyer, capo economista EMEA di S&P Global Ratings.

“Ciò che l’autorità fiscale può fare di fronte all’inflazione elevata è alleviare il dolore dell’inflazione sui cittadini più fragili”, ha affermato. Il governo ha introdotto molteplici pacchetti di aiuti nel 2022, progettati per aiutare i tedeschi a far fronte all’aumento del costo della vita causato dall’elevata inflazione, compresi maggiori assegni familiari e pagamenti una tantum per studenti e pensionati.

Tuttavia, il messaggio adesso è di alleggerire gli stimoli per non alimentare l’inflazione e per riordinare i conti pubblici. Il rapporto tra debito e Pil in Germania è salito dal 60% al 68% negli ultimi tre anni e nella bozza della legge di bilancio 2024 l’imperativo è stato chiaro: stop al deficit e ritorno al tetto al debito come prevede la Costituzione.

La spesa pubblica tedesca l’anno prossimo subirà importanti tagli, almeno di 30 miliardi, intaccando settori delicati come la sanità (ma non la difesa).

2. Prezzi energia

L’attuale ondata di inflazione può essere in gran parte attribuita agli alti prezzi globali dell’energia. L’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia ha portato un’enorme incertezza sul mercato e ha causato un’ulteriore impennata dei prezzi, dopo quella del post-pandemia.

Mentre alcune fonti energetiche stanno iniziando a stabilizzarsi sui prezzi prebellici, come il gas, la crisi energetica continua a impattare su alcune delle più grandi industrie tedesche.

La Germania è stata fortemente colpita dalla bomba innescata dalla guerra in Russia, quando l’Europa si è affrettata a eliminare ogni legame con il gas di Putin. Per la nazione tedesca, fortemente dipendente da Mosca a livello energetico, è stato uno shock, come mostra il grafico:

Cosa succede in Germania? La crisi in 5 grafici
Cosa succede in Germania? La crisi in 5 grafici

“La produzione industriale ad alta intensità energetica è ridotta in modo sostanziale. Anche il settore automobilistico [stava] incontrando difficoltà da tempo e una sostanziale ristrutturazione è ancora in vista”, ha detto alla CNBC Volker Wieland, Endowed Chair of Monetary Economics presso la Goethe University di Francoforte.

I costi delle utenze dovrebbero ancora aumentare nel 2023, secondo un rapporto di gennaio di Allianz. Si prevede che le bollette dell’elettricità aumenteranno di circa il 35% quest’anno, mentre i prezzi dell’energia elettrica industriale dovrebbero aumentare di circa il 75%, afferma il rapporto.

3. Commercio e nodo Cina

Le esportazioni tedesche sono inaspettatamente diminuite a maggio, arrivando a un totale di 130,5 miliardi di euro, che rappresenta un calo dello 0,1% rispetto ad aprile, secondo i dati provvisori dell’ufficio statistico tedesco. Gli analisti intervistati da Reuters avevano previsto un aumento dello 0,3% su base mensile dopo che i dati sulle esportazioni di aprile hanno sorpreso al rialzo.

Cosa succede in Germania? La crisi in 5 grafici
Cosa succede in Germania? La crisi in 5 grafici

“Gli aumenti dei tassi di interesse globali stanno naturalmente anche attenuando la domanda di prodotti dalla Germania”, ha detto alla Cnbc Veronika Grimm, professore di economia alla Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nürnberg.

Tuttavia, il calo dell’export potrebbe non essere così grave come suggeriscono i numeri principali, ha affermato Broyer di S&P Global Ratings.“I dati sul commercio estero di maggio mostrano che le ragioni di scambio continuano a riprendersi. L’economia tedesca ha già recuperato la metà delle perdite in termini di scambio subite negli ultimi due anni e dalla crisi energetica”, ha aggiunto.

C’è però il nodo Cina. Il dragone è il principale partner commerciale della Germania, con i Paesi che hanno scambiato merci per un valore di 298,9 miliardi di euro tra loro nel 2022.

Ma la più grande economia europea ha mostrato esitazione nel rafforzare ulteriormente le sue relazioni commerciali con Pechino nel clima di generale tensione che si è venuto a creare tra Cina, Usa ed Europa. Il de-risking, ma non il disaccoppiamento, è la strategia dell’Ue nei confronti del dragone, che spinge però Berlino a rivoluzionare la sua strategia commerciale soprattutto per le materie prime.

4. Debolezza manifatturiera

Un indice che misura le prospettive delle aziende compilato dall’istituto Ifo di Monaco è sceso il mese scorso al minimo registrato quest’anno, mentre le case automobilistiche in particolare sono le più pessimiste dal 2008. La debole domanda globale persiste, secondo la principale lobby dell’industria meccanica del paese.

Finora, un grande arretrato di lavoro accumulato quando i colli di bottiglia ostacolavano le catene di approvvigionamento globali ha sostenuto la produzione nelle fabbriche tedesche. Ma quel cuscinetto si sta riducendo, sollevando dubbi sulla possibilità di sostenere gli attuali livelli di attività.

Il settore manifatturiero è chiaramente in crisi in Germania, come dimostra il grafico Ispi:

Cosa succede in Germania? La crisi in 5 grafici
Cosa succede in Germania? La crisi in 5 grafici

La debolezza della produzione sarebbe coerente con la valutazione del mese scorso della Bundesbank, quando ha affermato che l’economia sarebbe probabilmente tornata a crescere nel trimestre in corso, espandendosi leggermente, anche se in un contesto difficile per le fabbriche.

5. Sfida demografica

La Germania ha la più grande popolazione anziana in Europa, con una percentuale crescente di tedeschi in pensione e tale andamento demografico è destinato a crescere solo nei prossimi decenni.

Il numero di persone in età pensionabile (67 anni o più) aumenterà di circa 4 milioni entro la metà degli anni ’30, secondo l’ ufficio statistico tedesco, portando il numero totale di pensionati ad almeno 20 milioni. Il grafico è eloquente:

Cosa succede in Germania? La crisi in 5 grafici
Cosa succede in Germania? La crisi in 5 grafici

L’aumento della popolazione anziana ha esacerbato le preoccupazioni per il sistema pensionistico del paese, che è “sull’orlo del collasso” secondo Rainer Dulger, presidente della Confederazione delle associazioni tedesche dei datori di lavoro.

I contributi ai piani pensionistici pubblici della Germania dovrebbero rappresentare il 12,2% del Pil della nazione entro il 2070 con il sistema attuale, secondo The 2021 Aging Report pubblicato dalla Commissione europea. Si tratta di un aumento di 2 punti percentuali rispetto alla cifra del 2019 e uno dei più forti cambiamenti previsti nello Spazio economico europeo.

In combinazione con una crisi di carenza di manodopera che ha spinto il Paese a rivedere le sue regole sull’immigrazione per portare più lavoratori e un impegno entusiasta con la digitalizzazione, la popolazione tedesca che invecchia rapidamente sta avendo effetti a catena in tutta l’economia della nazione.

Tratto da: Money.it

Donne e giovani i più svantaggiati in Italia: il nuovo rapporto Istat

a cura della Redazione

7 luglio 2023

L’Italia si butta alle spalle lo stato di emergenza e riparte a progettare il futuro, su cui pesano però nuovi elementi di criticità. È la fotografia scattata dall’Istat nel suo rapporto annuale 2023, in cui è evidente l’alternanza di incertezze e segnali favorevoli. 

L’ultimo Rapporto Annuale dell’Ufficio di Statistica ha evidenziato dati incoraggianti sull’occupazione che è in ripresa, ma le donne e i giovani restano svantaggiati. Quest’anno il Pil è visto in rialzo dell’1,2%

I dati nel primo trimestre 2023

Nel primo trimestre 2023, si è registrata una dinamica congiunturale positiva per il Pil, superiore a quella delle maggiori economie dell’Unione europea, trainata soprattutto dal settore dei servizi. La manifattura mostra invece segnali di rallentamento. Sul fronte demografico, gli effetti dell’invecchiamento della popolazione si fanno sempre piu’ evidenti: il consistente calo delle nascite registrato nel 2022, rispetto al 2019, è dovuto per l’80 per cento alla diminuzione delle donne tra 15 e 49 anni di età e per il restante 20 per cento al calo della fecondità. L’invecchiamento è destinato ad accentuarsi nei prossimi anni, con effetti negativi sul tasso di crescita del Pil pro capite.

Valorizzare le nuove generazioni

Investendo sulle nuove generazioni, rimarca l‘Istat, si può fare in modo che l’insufficiente ricambio generazionale sia in parte compensato dalla loro maggiore valorizzazione. Gli indicatori che riguardano il benessere dei giovani in Italia sono ai livelli più bassi in Europa. Le notevoli risorse finanziarie messe in campo per uscire dalla crisi dovrebbero supportare, secondo l’Istat, investimenti che accompagnino e rafforzino il benessere e le competenze dei giovani nelle diverse fasi dei loro percorsi, intervenendo fin dai primi anni di vita.

Neet un giovane su 5, 7 punti oltre media Ue

In Italia, nel 2022 quasi un quinto dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studia, non lavora e non è inserito in percorsi di formazione, sono i cosiddetti Neet. Il tasso italiano di Neet è di oltre 7 punti percentuali superiore a quello medio europeo e, nell’Unione europea, secondo solo alla Romania. Il fenomeno interessa in misura maggiore le ragazze (20,5 per cento) e, soprattutto, i residenti nelle regioni del Mezzogiorno (27,9 per cento) e gli stranieri, che presentano un tasso (28,8 per cento) superiore a quello degli italiani di quasi 11 punti percentuali; questa distanza raddoppia nel caso delle ragazze straniere, per le quali il tasso sfiora il 38 per cento.

Occupare più donne e giovani

L’aumento dei tassi di occupazione, in particolare per i giovani e le donne, potrebbe compensare la perdita prevista nel numero di occupati per effetto della dinamica demografica e ridurre la disuguaglianza di genere nei redditi. Gli effetti delle tendenze demografiche sul mercato del lavoro non vanno intese dunque come un destino ineluttabile. Il nostro Paese può conseguire ampi margini di contenimento degli effetti sfavorevoli della dinamica demografica agendo sul recupero dei ritardi strutturali. In questa prospettiva, per competere nella società della conoscenza, è fondamentale l’investimento in capitale umano e l’impiego di professionalità qualificate, unitamente alla modernizzazione del sistema produttivo.

Record di ultracentenari in Italia

Il numero stimato di ultracentenari raggiunge il suo più alto livello storico, sfiorando, al 1 gennaio 2023, la soglia delle 22 mila unità, oltre duemila in più rispetto all’anno precedente. Gli ultracentenari sono in grande maggioranza donne, con percentuali superiori all’80% dal 2000 a oggi. Ma anche gli scenari demografici prevedono un consistente aumento dei cosiddetti “grandi anziani”. Nel 2041 la popolazione ultraottantenne supererà i sei milioni; quella degli ultranovantenni arriverà addirittura a 1,4 milioni. Nel 2022 la stima della speranza di vita alla nascita è di 80,5 anni per gli uomini e 84,8 anni per le donne, solo per i primi si nota, rispetto al 2021, un recupero quantificabile in circa due mesi e mezzo di vita in più. I livelli di sopravvivenza del 2022 risultano ancora al di sotto di quelli del periodo pre pandemico, registrando valori di oltre sette mesi inferiori rispetto al 2019, sia tra gli uomini, sia tra le donne. Risultano in diminuzione tanto gli individui in età attiva, quanto i più giovani: i 15-64enni scendono a 37 milioni 339mila (il 63,4% della popolazione totale), mentre i ragazzi fino a 14 anni sono 7 milioni 334mila (12,5%).

Chelli, crisi ha aggravato disuguaglianze

“Il Paese è stato messo a dura prova dall’emergenza sanitaria e dalla crisi economica che ne è seguita. Molte disuguaglianze a livello economico, sociale e territoriale si sono aggravate. Nell’ultimo biennio, altri fronti di crisi si sono sovrapposti: la guerra in Ucraina, le tensioni a livello internazionale, la crisi energetica e il ritorno dell’inflazione. Si tratta di fattori che hanno condizionato la ripresa dell’economia e accresciuto il disorientamento delle famiglie e l’incertezza per le imprese. Eppure, l’Italia ha mostrato una considerevole capacità di resilienza e reazione”. Lo ha detto il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, presentando il Rapporto Annuale 2023 alla Camera. 

Fonte Agi

Tratto da: UPDAY

Donne e giovani i più svantaggiati in Italia: il nuovo rapporto Istat
Donne e giovani i più svantaggiati in Italia: il nuovo rapporto Istat

COLUI CHE IL MONDO ALLUMA

di Rita Remagnino

Caro lettore, scrive Dante, alza idealmente gli occhi al cielo e osserva insieme a me l’opera ineffabile del sommo Artefice. Fissa lo sguardo sul punto in cui l’Equatore celeste e l’eclittica si intersecano, da questo snodo “si dirama / l’oblico cerchio [lo zodiaco] che i pianeti porta, / per sodisfare al mondo che li chiama” (Pd X 13-15). Qualora la divergenza tra le due linee fosse maggiore o minore, come già è accaduto in passato, l’ordine della Terra muterebbe influendo sul ciclo delle stagioni. Sappi inoltre che a partire da questo momento il nostro rapporto cambierà: finora ti ho imboccato con pazienza, ora però devi mangiare da solo perché io non potrò seguire te e contemporaneamente occuparmi dell’alta materia dei miei versi.
E’ il prologo di quella poetica dell’«inesprimibile» che tanta parte avrà nella Cantica, e qui in modo particolare. Il Paradiso vero e proprio inizia dal Quarto Cielo, sufficientemente lontano dall’ombra della Terra per non subirne gli effetti e libero d’irradiarsi attraverso la luce solare, che, secondo Platone, dà l’idea del Bene, principio in sé inconoscibile ma di cui si può intuire la capacità fecondante (La Repubblica, VI 1260-1270).
Sul Sole i beati non appaiono più sotto forma di immagini astratte che si muovono in ordine sparso ma compongono come tanti piccoli nuclei lucenti una formazione quasi metafisica. Ruotando e cantando essi disegnano dapprima la figura di un cerchio intorno a Dante e Beatrice, poi diventano due cerchi concentrici, ciascuno costituito da 12 spiriti. Totale 24.
Fondato sul rapporto con il sistema di calcolo sessagesimale derivato dai 360° della Circonferenza, il 12 con i suoi multipli ha rappresentato a lungo in Eurasia il numero della «buona armonia cosmica» capace di coniugare lo Spirito alla Tecnica. Diffuso nei vari sub-continenti (Europa inclusa) dalle migrazioni dei popoli Ari, esso era inoltre il numero-chiave del nuovo Zodiaco che rimpiazzò la primordiale simbologia cosmica di matrice polare, basata su una più antica serie settenaria legata alle Pleiadi.
Emblema di perfezione e sapienza la ruota zodiacale girava sulla testa dell’umanità preistorica come adesso gira attorno a Dante e Beatrice la danza solare degli Spiriti Sapienti, paragonati dal poeta alle stelle che ruotano accanto al Polo celeste. “Poi, sì cantando, quelli ardenti soli / si fuor girati intorno a noi tre volte, / come stelle vicine a’ fermi poli” (Pd X 76-78).

All’improvviso i lumi danzanti si fermano, come se fossero rimasti momentaneamente senza musica, ma si tratta di una «pausa tecnica» creata per dare la parola a Tommaso d’Aquino, che aumentando ad ogni frase il suo splendore racconta anche le vite di altri due autorevoli «soli»: san Francesco e san Domenico.
Quando Tommaso s’interrompe la corona ricomincia a ruotare e cantare, ricordando a Dante il ticchettio dell’orologio che invita i frati di un convento a partecipare al Mattutino. Vivificato dal contesto il poeta si lascia attraversare da un’emozione indescrivibile. Il cosmo è davvero l’opera perfetta del supremo architetto che in virtù di un disegno preciso ha fatto del Sole il “ministro maggior de la natura” (Pd X 28), il “padre d’ogne mortal vita” (Pd XXII 116), il «misuratore» cosmico che “del valor del ciel lo mondo imprenta” (Pd X 29).
Fonte astrale primigenia della temperatio mundi l’astro d’oro è il principale agente dell’ordine mondano, l’exemplum sensibile del procedere della ruota celeste che vivifica e riconduce a sé ogni creatura terrena attraverso una doppia azione energizzante: l’una naturale (calore), l’altra spirituale (bontà e magnificenza). Qualora l’equilibrio dovesse cessare, regnerebbero corruzione e malignità; difatti il Paradiso è pervaso dalla luce intellettuale piena d’amore che emana da dio (Pd XXX 41) mentre l’Inferno appare come il luogo “dove ‘l sol tace” (If I 60).
Dando origine a effetti caleidoscopici il Sole genera dunque la Luce che crea i colori, produce innumerevoli sfumature e tinge le nubi, cioè dà “quel color che per lo sole avverso / nube dipigne da sera o da mane” (Pd XXVII 28). Direttamente connesso al dono della Grazia divina il Sole rappresenta inoltre lo Spirito, come rivelano gli esseri superiori presenti nel Quarto Cielo, i quali, avendo dedicato la propria vita alla comprensione delle cose, appaiono al poeta come ardenti soli “per lo splendore della dottrina” (Pd X 76).
Beatrice precisa che il sole dei soli, dio, crea “sfavillando” (al verso 74 si legge addirittura “raggia”) e “sanza mezzo”, cioè senza l’intermediazione della materia, tutto ciò che è libero spiritualmente in quanto non soggiace alle virtù delle “cose nove”, ovvero le influenze ondivaghe delle stelle (Pd VII 64-72). E’ interessante notare come il paragone dell’atto creativo con le faville che sprizzano dal fuoco sia presente anche nella Mundaka Upanishad (2,1,1): “Come da un fuoco ben acceso a migliaia si dipartono scintille che hanno la stessa natura, così dall’Indistruttibile diverse creature nascono”. Ne consegue che oltre ad essere Luce e Spirito, l’astro solare è Fuoco.

Uscito dal mondo vedico per entrare nello zoroastrismo come principale agente di purezza rituale, prima d’intrufolarsi in tutte le altre religioni del continente, il Sole /Fuoco ha dato luogo nel tempo a celebrazioni rituali che lungi dall’essere una sequela di offerte e gesti meccanici, sacrifici e preghiere, hanno rappresentato l’intelligenza e l’anima. Ed è proprio questo il «taglio» che Dante sceglie di dare al suo canto, dove il Sole sotto forma di Fuoco è definito l’appagatore di ogni desiderio (Pd IX 8), la luce che illumina di sapienza e accende di carità l’intero consesso celeste (XV 76, XXV 54, XVIII 105), il calore benefico che permette il perpetuo fiorire della rosa sempiterna dei beati in un’aria d’immutabile primavera (XXX 126).
Una delle massime espressioni di questa forza positiva è l’Angelo/Beatrice, che s’infiamma più d’una volta rivolgendosi a Dante e risponde alle sue sorelle “colorata come foco” (Pg XXXIII 9). Più in generale la fiamma rappresenta in Paradiso lo splendore spirituale dei beati, degli angeli, di dio stesso. Persino il cerchio trinitario raffigurante lo Spirito Santo è paragonato al “foco / che quinci e quindi igualmente si spiri” (Pd XXXIII 119).
Sfrecciano tra queste immagini di rovente poesia i fulmini tonanti degli «dèi tempestari» dell’Eurasia arcaica, che, punendo, purificavano. In tutta evidenza i monoteismi successivi hanno rispolverato l’esistente senza inventare nulla di nuovo, a partire dalla nascita del Salvatore da una vergine per finire alla visione astrale, virtualmente latente in ogni essere umano e risvegliabile in chiunque intenda riscoprire la propria divinità attraverso un serio addestramento.
Ma non finisce qui: l’emanazione della luce/calore solare nella Commedia è legata all’irradiamento della divinità. Questo elemento della comune cultura è presente in tutte le tradizioni dell’Eurasia e nel corso dei millenni è stato raffigurato sotto forma di cerchi ruotanti, semplici o con un puntino al centro, raggiati o squadrati. Tutti simboli riconducibili alla swastica (solare, non polare), il cui nome deriva dal termine sanscrito svastica a cui viene dato il significato generico di «oggetto di buon auspicio».

Beatrice esorta il suo protetto a ringraziare il Sole degli angeli (dio) che lo ha sollevato fino al regno della luce. Una tappa spirituale di epica importanza. Dante la prende in parola, distoglie il suo amore da lei e si dedica interamente alla meraviglia che lo circonda.
Nel complesso gli spunti offerti dalla rodata simbologia solare camminano nella terza cantica sul doppio binario tracciato dalla Tradizione: da un lato c’è l’aspetto naturale (il rigeneratore del mondo) e dall’altro si trova quello soprannaturale (il rinnovamento interiore). La prima causa che vede il Sole accendere nel cielo stellato “le migliaia di lucerne” è chiaramente Cristo (Pd XXIII 29), mentre il Sole spirituale che motiva il cammino del pellegrino e “largisce la sua grazia appagando ogni desiderio” è dio (Pg VII 26, Pd IX 8, Pd X 53).
Ma neanche in Paradiso è tutto oro ciò che luccica poiché i fasci luminosi generano le ombre che agitano il cuore dell’uomo fino a fargli smarrire se stesso. Puntuali e immancabili, infatti, le ombre si stanno affollando in questo momento nei pensieri di Dante. Se ciò che dio ha creato è immortale, chiede, significa che il Sole fatto di una mistura elementare (il fuoco) può morire? La risposta di Beatrice è una ripetizione di cose già dette in precedenza: solo gli esseri del cielo, come gli angeli, mantengono la loro integrità originaria mentre la materia di cui sono fatti le stelle e gli astri è mortale.
Tommaso d’Aquino aggiunge che entrambi, il mortale e l’immortale, esprimono comunque ciò che il Signore iddio può generare amando. “Ciò che non more e ciò che può morire / non è se non splendor di quella idea / che partorisce, amando, il nostro Sire” (Pd XIII 52-54). Attraverso un sapiente gioco di parole il poeta attribuisce dunque all’azione di dio il verbo creare, che è diverso dal facere (fare, plasmare, modellare), l’azione di Satana.
Come sai, continua Beatrice, il mondo terreno è da millenni teatro della battaglia dei due principi, dio e anti-dio. Ma la «fine dei tempi» è prossima, perciò l’ordine primigenio verrà presto restaurato. Ad ogni modo tu non hai nulla da temere: se pensi a come venne modellato il corpo umano quando furono creati Adamo ed Eva, puoi dedurre logicamente la vostra resurrezione (spirituale, non della carne). “E quinci puoi argomentare ancora / vostra resurrezion, se tu ripensi / come l’umana carne fessi allora / che li primi parenti intrambo fensi” (Pd VII 145-148).

In accordo con la visione cattolica il Maestro aveva detto all’Inferno che nel giorno del Giudizio Universale “ciascun (…) ripiglierà sua carne e sua figura” (If VI 95-98), ma quello era Virgilio, non l’Angelo/Beatrice. Nel Quarto Cielo del Paradiso il poeta alza il tiro mostrando le anime sotto forma di scintille, cioè di punti luminosi; il messaggio è chiaro: se costoro si sono smaterializzati, come potrebbero riprendere le antiche sembianze?
In modo assai significativo Dante chiama il corpo “vesta”, cioè veste, rivelando implicitamente la sua convinzione che la vera essenza dell’uomo risieda in ciò che sta sotto: lo Spirito. Per il momento gli uomini sono ancora «vestiti», cioè infagottati nei panni della guerra tra opposti principi ereditata dal monoteismo dualistico di Zarathustra e di Mani (Spirito/Materia, Luce/Tenebre, Bene/Male, eccetera), ma siccome in precedenza il mondo non era apparso ai ragionamenti umani né buono né cattivo, solo imperfetto, non si può escludere un «superamento» di questa fase, ovvero il ritorno all’Unità primigenia.
Leggendo nella mente di dio Tommaso d’Aquino conosce i pensieri di Dante, sa di non essere creduto fino in fondo, e, massimamente, vede quanto l’altro sia riluttante ad accettare l’affermazione secondo cui Salomone sarebbe stato il più sapiente tra i sapienti.
Ma come, dio non infuse la massima sapienza consentita a un essere umano in Adamo, e poi in Cristo che è morto per noi sulla croce? Tommaso gli ricorda allora il sogno del re, che avendo la possibilità di chiedere al Signore qualsiasi cosa si limitò a desiderare la saggezza necessaria a governare con giustizia il suo regno. Avrebbe potuto reclamare per sé la sapienza in quanto tale, ma non lo fece. Quindi la sua affermazione precedente è fondata, oltre ad essere compatibile con quanto Dante crede riguardo alla sapienza di Adamo e Cristo.
Sarà comunque Salomone in persona a dissipare le ultime ombre (canto XIV 34-60). Vuoi sapere se le anime dei beati continueranno ad essere luminose dopo essersi riappropriate dei loro vecchi corpi? Sappi allora che essi saranno avvolti dall’aura luminosa fino a quando durerà la loro beatitudine, cioè per l’eternità. Però … c’è un però: siccome alla fine dei tempi i loro organi risulteranno rafforzati dall’accresciuto ardore di carità, le antiche fattezze non potranno mostrarsi tali e quali a prima; immagina dunque di poterle intravvedere in controluce come scorgi i carboni incandescenti dentro la fiamma di un focolare (Pd XIV 34-60).

Ricapitolando: l’uomo è stato fatto in due tempi poiché dio prima «plasmò» e poi «soffiò»; se ne deduce che la creazione dell’umana carne riguarda la prima fase, solo in seconda battuta appare la carne gloriosa e santa (Pd XIV 43) che alla fine dei tempi vedrà crescere ulteriormente la grazia divina, la visione di dio, l’amore e il proprio splendore. Trattandosi di «carni» differenti, appare dunque vana la speranza di poter rivedere con i propri occhi le persone care, non tutte le anime potranno trovarsi nello stesso momento allo stesso punto del percorso, né giungeranno contemporaneamente al medesimo livello di beatitudine.
A ciascuno la sua strada, per tutti c’è una sola certezza: vita-morte-rinascita. Torna il numero «tre» con i suoi multipli che s’impongono nel Quarto Cielo con maggiore forza perché il Sole è l’agente propulsore, il motore uno e trino. La cosa è oltremodo evidente in quello che sorge in congiunzione con l’Ariete, il quale imprime in modo ineguagliabile la virtù generante sulla Terra, regolandone l’ordinato sviluppo.
Il suo culmine è l’equinozio di primavera, scelto per questo motivo dagli Antichi come momento-simbolo per dare inizio all’anno calendariale. Nel massimo della potenza rigenerativa della Natura l’antenato arcaico vide la Terra come un punto su una linea retta mentre le sue sorgenti di luce, il Sole e la Luna, celebravano l’equilibrio perfetto del Cosmo, e, ammirato, pensò che niente avrebbe potuto esprimere con uguale intensità l’ordine perfetto del Tutto a dispetto del caos che lo aveva originato.
Non è escluso che l’importanza astronomica assunta delle Pleiadi attorno al 2.500 a.C. derivasse proprio dall’osservazione del loro sorgere in corrispondenza dell’equinozio di primavera. Fatto sta che il Sole in Ariete, cioè nel pieno della sua significazione sacrale, divenne uno dei capisaldi della cultura solare eurasiatica.
In esso la tradizione cristiana collocò la cosiddetta «Pasqua dei Fiori» dedicandola alla resurrezione di Cristo. Nel medesimo periodo il poeta-viator inizia il suo viaggio oltremondano (If I 38-40) e fa tappa nel cielo del Sole (Pd X 31-32), la cui immagine è il simbolo di dio unitrino, ovvero la meta del pellegrino devoto al quale dio concede la sua grazia (Pg VII 26, Pd X 53).
Non è del tutto chiaro come faccia il Fiorentino ancora vivo a mantenersi in equilibrio tra il sol oriens (che feconda la terra e rinnova i tempi) e il sol occidens (che conclude i tempi). Finora solo il Cristo risorto è stato figurato nel duplice aspetto di sol oriens e occidens, ma non sarebbe la prima volta che Dante si paragona al Salvatore.
Difficilmente, comunque, queste rodate alchimie funzionerebbero un domani; qualora una catastrofe atomica oscurasse per un lungo periodo il Sole, agli uomini mancherebbero gli strumenti spirituali necessari ad aggrapparsi all’energia seminale per fare poi uso del potere illuminante che scalda e rincuora. Sballottata tra gli influssi guerreschi di Marte e quelli giustizialisti di Giove l’ultima umanità del Ciclo presente vagherebbe nel nulla per un bel po’, prima di trovare rifugio nella vita contemplativa del Settimo Cielo, Saturno, in cerca di quiete.

Tratto da: Ereticamente

COLUI CHE IL MONDO ALLUMA
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