IL TAO DEL MOVIMENTO: DAL TAI CHI CHUAN ALLA VITA GUIDATA DAL FLUSSO

di Stefano Bernacchi

Il Tao Te Ching, antica opera di saggezza attribuita a Lao Tzu, offre una visione della vita che trascende il controllo personale e invita a percepire il fluire naturale dell’esistenza. Questo concetto, spesso difficile da afferrare in un mondo ossessionato dalla volontà e dal controllo, trova una straordinaria applicazione nel Tai Chi Chuan, arte marziale e pratica meditativa ispirata al Tao. Attraverso il Tai Chi, il movimento fisico diventa un’eco del movimento della vita stessa, rivelando l’armonia intrinseca tra corpo, mente e universo.

Il paradosso del controllo: lasciare il sedile del conducente

Il Tao Te Ching ci invita a considerare che la vita non ha mai avuto bisogno della nostra volontà personale per fluire. Siamo come viaggiatori seduti al sedile del conducente, convinti di guidare, mentre la vita scorre indipendentemente dalle nostre illusioni di controllo. Quando ci alziamo da quel sedile, qualcosa di straordinario accade: la vita si rivela capace di muoversi con grazia e fluidità, guidata da un’intelligenza innata che possiamo solo intuire.

Questa percezione è un invito a spogliarsi dell’ego e delle aspettative, a rinunciare alla distinzione tra decisioni “giuste” o “sbagliate”. Come un fiume che trova il suo percorso aggirando gli ostacoli, così la vita sa dove andare, sempre. E questo “sapere” non è frutto di analisi razionali, ma di una comprensione intuitiva, istintiva, innata.

Il Tai Chi Chuan come espressione del Tao

Il Tai Chi Chuan, figlio del Tao, incarna questo principio nella sua essenza. Ogni movimento fluido e circolare riflette il modo in cui il Tao opera: senza sforzo, senza resistenza, seguendo la naturalezza del flusso. Attraverso la pratica, si scopre che il corpo non deve “forzare” il movimento, ma lasciarlo emergere.

La famosa espressione taoista “movimento senza movimento” trova nel Tai Chi la sua manifestazione fisica e metafisica. Il movimento nasce dalla quiete, e la quiete si fonde con il movimento. Questa esperienza si traduce in un profondo equilibrio tra azione e non-azione (wu wei), un concetto centrale nel Taoismo. Non si tratta di passività, ma di un’agire in sintonia con il flusso naturale delle cose, proprio come un fiume che scorre senza sforzo, aggirando ogni ostacolo con eleganza.

Oltre il corpo: il Tai Chi nella vita quotidiana

Pochi riescono a raggiungere il livello più profondo del Tai Chi Chuan, quello che trasforma non solo il corpo, ma anche la vita. A questo livello, il praticante non cerca più di “decidere” il movimento, ma permette che il movimento accada attraverso di lui. Questa è la stessa dinamica che possiamo applicare nella vita quotidiana: lasciarci guidare dal flusso degli eventi, fidandoci di un’intuizione che va oltre il pensiero analitico.

Quando smettiamo di forzare, ci accorgiamo che c’è un flusso naturale che guida ogni cosa. Ma per percepirlo, dobbiamo oltrepassare il rumore dei pensieri e l’attaccamento all’ego. È qui che il Tai Chi diventa una metafora per la vita: come il corpo si muove senza sforzo, così la vita si muove quando ci affidiamo al Tao.

Il movimento senza movimento: una pratica di vita

Nel Tai Chi e nella vita, il “movimento senza movimento” è uno stato di armonia. Non è assenza di azione, ma un’azione che scaturisce dalla connessione con il flusso della vita. Questa pratica richiede disciplina, ma soprattutto un’apertura alla percezione del momento presente.

Quando permettiamo alla vita di “guidare da sola”, scopriamo che non abbiamo mai avuto bisogno di controllare nulla. Le decisioni smettono di essere un peso, diventano semplici risposte al fluire degli eventi, come un fiume che sa istintivamente dove andare. Questo è il livello più alto del Tai Chi e del vivere secondo il Tao: un’esistenza che non si oppone, ma si adatta, si muove e fiorisce insieme al flusso naturale della vita.

Conclusione

Il Tai Chi Chuan e il Tao Te Ching ci insegnano a lasciare andare il controllo e a fidarci della saggezza del Tao. Questo non significa abbandonarsi all’inattività, ma vivere in accordo con un’intelligenza più profonda, che guida ogni cosa con naturalezza.

Pochi riescono a raggiungere questo livello nella pratica e nella vita, ma il cammino è aperto a chiunque voglia ascoltare il flusso. E, una volta che ci si lascia andare, la vita smette di essere una lotta e diventa, finalmente, un’esperienza di armonia e magia.

IL TAO DEL MOVIMENTO: DAL TAI CHI CHUAN ALLA VITA GUIDATA DAL FLUSSO
IL TAO DEL MOVIMENTO: DAL TAI CHI CHUAN ALLA VITA GUIDATA DAL FLUSSO

COS’E’ IL VERO FASCISMO? DESTRA? GIAMMAI!

di Vincenzo Vinciguerra

Che cosa è la destra e che cosa è la sinistra? Perché il Fascismo sta a sinistra? O meglio come mai non sta a destra?

Benito Mussolini, il 28 ottobre 1922, portò a Vittorio Emanuele III l’«Italia proletaria e fascista», la camicia nera era mutuata da quella che gli zolfatari usavano nel lavoro, la guerra contro le potenze anglo-sassoni fu presentata come quella del “sangue contro l’oro”, il 19 aprile 1945 il socialista Carlo Silvestri informava Lelio Basso che il Duce chiedeva al Partito socialista di accogliere i fascisti. La rivoluzione fascista si rappresentava come quella della sintesi: dopo la rivoluzione borghese del 1789, quella comunista del 1848, in antitesi fra loro, quella fascista del 28 ottobre chiudeva il ciclo delle rivoluzioni, conciliando il meglio di quanto avevano espresso le altre due e proiettandolo nel futuro dell’ umanità. Rispetto per la proprietà privata, rifiuto del dominio di una classe sull’altra, pari dignità fra lavoro e capitale. Non avremmo mai dovuti essere chiamati a definirci di destra e di sinistra, perché il fascismo era andato oltre.

Ma se dobbiamo adottare il linguaggio corrente, siamo a sinistra, mai a destra. A destra si colloca la borghesia («la borghesia -disse Mussolini negli ultimi giorni- è stata la rovina dell’Italia»), il capitale, le banche, la difesa dei privilegi acquisiti non per nobiltà ma per denaro, la conservazione ad ogni costo dello status quo, la diseguaglianza sociale prodotta dall’ingiusta ed iniqua distribuzione della ricchezza.

Quando, dopo il 18 aprile 1948, i deputati missini si collocarono all’estrema destra dell’aula di Montecitorio, la base missina insorse e pretese spiegazioni. Almirante si giustificò dicendo che erano stati i comunisti ad occupare i posti all’estrema sinistra e che, di conseguenza, i missini non avevano potuto fare altro che sedersi al lato opposto. Non si può portare avanti la legge sulla socializzazione delle imprese, imporre il controllo dello Stato sulle aziende con più di 100 dipendenti, introdurre impiegati ed operai nei consigli di amministrazione perché lavoro e capitale devono stare sullo stesso piano e condividere le responsabilità e la gestione delle imprese, ed essere di destra che vuol dire capitalismo selvaggio, libero da ogni vincolo, insofferente ad ogni controllo, con il padrone che comanda e l’operaio che obbedisce, con una distribuzione della ricchezza basata sul salario ai dipendenti e i dividendi agli azionisti, mille lire a te e un miliardo a me.

È la destra che decreta la fine del fascismo. È la grande industria che lavora per le potenze anglo-sassoni, che boicotta la produzione bellica; è il potere bancario che mantiene i contatti con gli alleati; sono gli aristocratici, i monarchici, i ricchi che temono che la sconfitta militare possa travolgerli a fare il 25 luglio. Dino Grandi, che ne fu, ufficialmente, l’artefice aveva due poli: la Chiesa e Casa Savoia. Nel dopoguerra, lo voleva il Partito liberale. La destra fu grata al fascismo perché riportò ordine nel Paese, bloccò l’avanzata socialista, aiutò la grande industria, ecc. ma, quando, il fascismo si schierò contro le potenze anglo-sassoni ne decretò la fine.

La destra non ha Patria. È nazionalista nella misura in cui guadagna. Non si può essere ideologicamente fascisti e proclamarsi di destra. Non si può essere storicamente fascisti e politicamente di destra. A destra, al massimo, si collocano i profittatori del fascismo, coloro cioè che durante il regime hanno tratto beneficio dall’ordine sociale, dalla sicurezza pubblica e dagli interventi statali a favore delle banche e dell’industria, e dopo il fascismo hanno strumentalizzato gli aderenti al MSI, tramite la disonestà dei capi, per farne carne da cannone ancora contro i comunisti.

Ma non credo che i profittatori del fascismo possano essere definiti fascisti!DESTRA? GIAMMAI! TUTTO CIÒ CHE PUZZA LONTANO UN MIGLIO DI DESTRA, È DA ELIMINARE!

Che cosa è la destra e che cosa è la sinistra? Perché il Fascismo sta a sinistra? O meglio come mai non sta a destra?

Benito Mussolini, il 28 ottobre 1922, portò a Vittorio Emanuele III l’«Italia proletaria e fascista», la camicia nera era mutuata da quella che gli zolfatari usavano nel lavoro, la guerra contro le potenze anglo-sassoni fu presentata come quella del “sangue contro l’oro”, il 19 aprile 1945 il socialista Carlo Silvestri informava Lelio Basso che il Duce chiedeva al Partito socialista di accogliere i fascisti. La rivoluzione fascista si rappresentava come quella della sintesi: dopo la rivoluzione borghese del 1789, quella comunista del 1848, in antitesi fra loro, quella fascista del 28 ottobre chiudeva il ciclo delle rivoluzioni, conciliando il meglio di quanto avevano espresso le altre due e proiettandolo nel futuro dell’ umanità. Rispetto per la proprietà privata, rifiuto del dominio di una classe sull’altra, pari dignità fra lavoro e capitale. Non avremmo mai dovuti essere chiamati a definirci di destra e di sinistra, perché il fascismo era andato oltre.

Ma se dobbiamo adottare il linguaggio corrente, siamo a sinistra, mai a destra. A destra si colloca la borghesia («la borghesia -disse Mussolini negli ultimi giorni- è stata la rovina dell’Italia»), il capitale, le banche, la difesa dei privilegi acquisiti non per nobiltà ma per denaro, la conservazione ad ogni costo dello status quo, la diseguaglianza sociale prodotta dall’ingiusta ed iniqua distribuzione della ricchezza.

Quando, dopo il 18 aprile 1948, i deputati missini si collocarono all’estrema destra dell’aula di Montecitorio, la base missina insorse e pretese spiegazioni. Almirante si giustificò dicendo che erano stati i comunisti ad occupare i posti all’estrema sinistra e che, di conseguenza, i missini non avevano potuto fare altro che sedersi al lato opposto. Non si può portare avanti la legge sulla socializzazione delle imprese, imporre il controllo dello Stato sulle aziende con più di 100 dipendenti, introdurre impiegati ed operai nei consigli di amministrazione perché lavoro e capitale devono stare sullo stesso piano e condividere le responsabilità e la gestione delle imprese, ed essere di destra che vuol dire capitalismo selvaggio, libero da ogni vincolo, insofferente ad ogni controllo, con il padrone che comanda e l’operaio che obbedisce, con una distribuzione della ricchezza basata sul salario ai dipendenti e i dividendi agli azionisti, mille lire a te e un miliardo a me.

È la destra che decreta la fine del fascismo. È la grande industria che lavora per le potenze anglo-sassoni, che boicotta la produzione bellica; è il potere bancario che mantiene i contatti con gli alleati; sono gli aristocratici, i monarchici, i ricchi che temono che la sconfitta militare possa travolgerli a fare il 25 luglio. Dino Grandi, che ne fu, ufficialmente, l’artefice aveva due poli: la Chiesa e Casa Savoia. Nel dopoguerra, lo voleva il Partito liberale. La destra fu grata al fascismo perché riportò ordine nel Paese, bloccò l’avanzata socialista, aiutò la grande industria, ecc. ma, quando, il fascismo si schierò contro le potenze anglo-sassoni ne decretò la fine.

La destra non ha Patria. È nazionalista nella misura in cui guadagna. Non si può essere ideologicamente fascisti e proclamarsi di destra. Non si può essere storicamente fascisti e politicamente di destra. A destra, al massimo, si collocano i profittatori del fascismo, coloro cioè che durante il regime hanno tratto beneficio dall’ordine sociale, dalla sicurezza pubblica e dagli interventi statali a favore delle banche e dell’industria, e dopo il fascismo hanno strumentalizzato gli aderenti al MSI, tramite la disonestà dei capi, per farne carne da cannone ancora contro i comunisti.

Ma non credo che i profittatori del fascismo possano essere definiti fascisti!

COS'E' IL VERO FASCISMO? DESTRA? GIAMMAI!
COS’E’ IL VERO FASCISMO? DESTRA? GIAMMAI!

IL FEZ OTTOMANO E IL FEZ FASCISTA: DUE COPRICAPI E DUE MONDI

di Luciano Tovaglieri

Il copricapo che oggi conosciamo col nome “fez” (in turco fes, in arabo ṭarbūš) ha una storia lunga, complessa e sorprendentemente piena di significati politici, sociali e simbolici. Nato forse in Nord Africa e poi assorbito dall’abbigliamento ufficiale dell’Impero Ottomano, il fez divenne un simbolo di modernizzazione e allo stesso tempo di identità imperiale. Più tardi, nella prima metà del Novecento, fu ripreso in Europa – in particolare in Italia – dal regime fascista con una reinterpretazione tutta interna al mito dell’Impero e della milizia. Confrontare il fez ottomano con il fez fascista significa dunque osservare non solo due cappelli, ma due progetti politici, due immaginari e due visioni del mondo.

Origini e funzione del fez ottomano

Le origini del fez sono in parte oscure: secondo alcune ricerche, il nome deriverebbe dalla città di Fes in Marocco, dove si estraeva un colorante rosso-crimson utilizzato per tingere il feltro dei cappelli.  Verso il XIX secolo, nell’Impero Ottomano sotto il sultano Mahmud II, il fez fu introdotto come copricapo ufficiale per esercito e funzionari: intorno al 1826 egli riformò l’esercito, soppresse i giannizzeri e impose uniformi più «moderne», tra cui il fez che sostituiva il turbante.  In quel contesto, il fez divenne segno visibile di appartenenza all’impero, di modernità – almeno secondo l’ottica della corte – e simbolo di uniformità del suddito ottomano.  Nel suo uso quotidiano, il fez era spesso di colore rosso, senza tesa, con o senza nappa/tassello sulla sommità; era fatto in feltro (o panno di feltro), e la forma relativamente semplice permetteva anche di pregare (dato che non vi era tesa sporgente). 

Esteticamente, il fez tradizionale aveva una calotta cilindrica, piuttosto breve, talvolta leggermente conica verso l’alto o con corona piatta. Il materiale era panno o feltro colorato (rosso tipicamente), la nappa era spesso in stoffa o seta, di colore scuro. In alcuni casi – specialmente nell’esercito ottomano – lo si vedeva con decorazioni, come stemmi, oppure in varianti di colore (bianco per gli Albanesi, ad esempio).  Le ragioni per cui fu scelto come uniforme: simbolo di «riforma», di differenziazione dal turbante tradizionale, e insieme segno di modernizzazione che però paradossalmente serviva per imporsi su tradizioni più locali. 

Il fez fascista: appropriazione simbolica e nuovi significati

In Italia del ventennio fascista, il fez comparve come parte delle uniformi della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N., le “camicie nere”) e di altre organizzazioni paramilitari del regime.  Il fez fascista aveva caratteristiche visive e materiali diverse: era spesso nero (o di panno nero), con nappa/tassello nera, con fascia al bordo, e decorazioni quali l’aquila littoria o fasci italiani ricamati in filo dorato, distintivi di grado e appartenenza fascista. Ad esempio, esistono esemplari in feltro nero, fodera in seta o panno interno, e marchi di fabbrica romani iscritti all’interno.  Il fez nero non fu una scelta casuale: richiamava la camicia nera, simbolo della milizia fascista, e serviva a marcare visivamente l’appartenenza al regime, la disciplina e la militanza. Inoltre, rileva il fatto che l’Italia aveva contatti coloniali in Nord Africa (Libia, Eritrea) dove il fez e simili copricapi orientali già erano noti all’interno delle uniformi coloniali italiane e come emblemi dell’Impero. In quel senso, il fez di terra italiana assumeva anche un valore “coloniale” e un richiamo all’espansione mediterranea.

Differenze tecniche e materiali

Le differenze principali tra fez ottomano e fez fascista riguardano colori, materiali, decorazioni e contesto d’uso.

Nel fez ottomano tradizionale: materiale di feltro/panno colorato (rosso rosso-crimson come “fez di Fes”), nappa spesso semplice, occasionali stemmi o simboli ottomani, uso sia civile che militare, forma cilindrica o leggermente conica. Nel fez fascista: panno nero, nappa nera, fascia perimetrale (bordo) spesso in gros-grain, stemma fascista (aquila littoria, fascio) ricamato, uso esclusivamente paramilitare, simbolo di militanza attiva. I feltro o panno erano di provenienza italiana, spesso fabricati a Roma o in stabilimenti italiani, come indicato dai marchi interni. Un’esemplare in asta recita “Francesco Zingone, Via Cola di Rienzo, Roma” sul sweatband interno. Il fez fascista era dunque più “decorato”, più distintivo, meno legato all’uso quotidiano che a un simbolo di cerimonia o uniforme.

Note di colore e aneddoti

Una curiosità: il fez ottomano fu considerato per decenni un simbolo dell’impero stesso, tanto che nel 1925 lo stato turco repubblicano guidato da Mustafa Kemal Atatürk lo proibì come parte della politica di occidentalizzazione: fu visto come “simbolo della monarchia e del passato imperiale” che andava superato.  In modo speculare, il regime fascista italiano lo riutilizzò come strumento di identità militare, appropriandosene e trasformandolo in segno di autorità. Un esemplare raro del fez della MVSN è stato messo all’asta negli Stati Uniti come “Italian High Fascist Leader’s Fez” – testimonianza di quanto il copricapo sia divenuto oggetto anche da collezione militare. Un’altra nota curiosa: benché il fez fascista richiami l’orientale “tarbush” nero usato a volte nelle uniformi coloniali italiane in Libia, la scelta del colore nero vuole chiaramente evocare la camicia nera e non un richiamo islamico. È una “romanizzazione” del copricapo orientale.

Il significato politico e simbolico

Il fez tradizionale era simbolo di appartenenza e modernizzazione all’interno dell’Impero Ottomano. Era visibile, riconoscibile, e indicava che chi lo portava aderiva – almeno esteriormente – al modello statale ottomano. Quando invece il fez fu adottato dal regime fascista, fu svuotato del suo significato originario e usato come emblema di milizia, di appartenenza ideologica e di dominio coloniale. Il cambiamento di colore, decorazione e contesto d’uso sono una testimonianza visiva di questa trasformazione simbolica. In questo senso, un semplice copricapo racchiude in sé una storia di potere, identità e trasformazione culturale.

IL FEZ OTTOMANO E IL FEZ FASCISTA: DUE COPRICAPI E DUE MONDI
IL FEZ OTTOMANO E IL FEZ FASCISTA: DUE COPRICAPI E DUE MONDI

Halloween è solo dolcetto o scherzetto?

a cura della Redazione

01-11-2025

Grandi zucche forate illuminate dall’interno, scheletri e cupe figure incappucciate, risate agghiaccianti e un ritornello ossessivo: “Dolcetto o scherzetto”? È questo Halloween? Solo una moda, una festa, una nuova consuetudine che si è imposta negli ultimi anni, grazie anche alla persuasività di cinema e televisione?

Ormai la festa di Halloween è entrata nel mondo della scuola. Molti sono gli istituti scolastici, dalla scuola primaria a quella superiore, dove gli insegnanti fanno festa insieme ai bambini, tra giochi e disegni. È entrata perfino nelle chiese, durante la messa, negli anni permissivi aperti al modernismo, in cui anche l’agenzia cattolica Zenit, confondendo il capodanno celtico con la festa di Ognissanti, proclamava: “Non bisogna temere l’Halloween cattivo, e per questo bisogna conoscerlo bene. Si può far festa ad Halloween, ricordando che cosa questo giorno abbia significato per secoli e cosa voglia ancora oggi testimoniarci. Halloween va salvata: le va ridato tutto il suo antico significato, liberandola dalla dimensione puramente consumistica e commerciale e soprattutto estirpando la patina di occultismo cupo dal quale è stata rivestita”.

Halloween e devianze religiose

Poi qualcuno ha cominciato a porsi qualche dubbio, a parlare di “devianze religiose” e di “derive spiritualistiche”, di “una festa importante per i satanisti”, “anticamera verso percorsi esoterici” “c’è stata una palese modificazione della verità. Da festa religiosa, Halloween è diventata un prodotto commerciale basato sull’horror banalizzando argomenti sacrali come la vita, la morte e il rapporto con l’Aldilà” in un osceno sincretismo massonico, dove si esalta il “Signore della morte Samhain” per mettere al bando le celebrazioni di santi, martiri e defunti. Al punto che si arriva al divieto di festeggiare Halloween, e si parla di scomunica del vescovo, almeno in Emilia Romagna.

Intanto se in Italia, Paese cattolico, le zucche vuote continueranno anche quest’anno a festeggiare streghe e diavoli (covid permettendo), viene da chiedersi: perché le facce sono tinte di nero nelle feste di Halloween, in particolare negli Usa, dove questa festa si è particolarmente sviluppata?

La cultura dominante

La blackface è semplicemente appropriazione culturale che accade quando la cultura dominante travisa elementi di un gruppo soggiogato. Così i neri sono stati presentati come ignoranti, impertinenti e pigri nel corso della storia americana. I cantanti sono stati ampiamente utilizzati per presentare stereotipi negativi degli afroamericani per un pubblico prevalentemente bianco. Interpreti bianchi con la “faccia nera”, per l’intrattenimento. Appena gli afro-americani sono stati in grado di ottenere l’accesso al settore dello spettacolo, anche loro si vestono in blackface, ma con minore retribuzione delle loro controparti bianche. Esempio lampante di oggi: Trinidad James, il rapper nero superimitato.

A volte l’appropriazione culturale passa attraverso prestazioni stravaganti o pornografiche come nel caso di Lady Gaga o di Miley Cyrus, con i suoi ballerini neri, caricature culturali alimentate dall’ignoranza giovanile. È questo il significato delle facce tinte di nero di Halloween, festa che negli Stati Uniti si veste di arancione, in linea con la serie televisiva Orange is the new black, niente altro che un mix vincente di carcere, sesso, omosessualità e violenza. I costumi arancione come la divisa delle carceri e le facce nere sono pronti per l’esibizione delle star nei party faraonici di Halloween per essere divulgati e imitati dalla Millennium Generation.

Cosa abbiamo a che fare con questa tradizione americana?

Le nostre Celebrazioni di Ognissanti e dei Defunti – al di là del significato puramente religioso – poggiano su un diverso substrato culturale, legato al mondo etrusco e romano dei Lares e dei Manes, gli spiriti protettori degli antenati defunti celebrati nelle Feste delle Lemurie di maggio, spiriti che vegliavano sul buon andamento della famiglia, della proprietà o delle attività in generale. Per loro il pater familias compiva dei riti con nove semi di fava, legume considerato sacro per suoi fiori bianchi segnati dalle impronte dei morti e che serviva nei banchetti funebri, rimasto ancora oggi nelle tradizioni locali  legate ai defunti come “zuppa dei morti” o “le fave dei morti”.

Forse che un progetto perverso ci spinge lentamente ad abbandonare la positività delle nostre tradizioni per abbracciare la negatività di tradizioni importate nel nome di un modernismo sincretistico?

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Halloween è solo dolcetto o scherzetto?
Halloween è solo dolcetto o scherzetto?

L’ARTE DEL GUERRIERO: AGIRE CON NECESSITA’ E NON PER SUPREMAZIA

a cura di Stefano Bernacchi

Introduzione

Lao Tze, il grande maestro del Taoismo, ci ha lasciato insegnamenti profondi sulla vita, la natura e l’armonia. La frase:

“Un guerriero sferra un attacco e poi si ferma. Non continua ad attaccare per dimostrare la propria superiorità. Colpisce e rimane in guardia senza alterigia, poiché colpisce per necessità e non per desiderio di supremazia”

non è solo un precetto di strategia, ma un vero e proprio manifesto etico per affrontare le sfide della vita con saggezza.

In questo articolo, esploreremo il significato di questa lezione e il modo in cui può guidarci nella nostra quotidianità.

1. L’attacco come necessità, non come dimostrazione

Lao Tze ci ricorda che il guerriero agisce solo quando necessario. Non cerca il conflitto per dimostrare il proprio valore, né si lascia guidare dall’ego.

La necessità dell’azione: Il guerriero sferra un attacco per difendere, proteggere o ripristinare l’equilibrio, non per affermare la propria superiorità. Questo principio sottolinea l’importanza di agire con consapevolezza e moderazione, evitando lo spreco di energie in battaglie inutili.

Applicazione quotidiana: Nella vita, possiamo interpretare questo insegnamento come un invito a scegliere le nostre battaglie con saggezza. Non ogni provocazione merita una risposta; non ogni conflitto deve essere affrontato con aggressività.

2. La superiorità è un’illusione

Continuare ad attaccare per dimostrare la propria forza non è un atto di coraggio, ma un segno di insicurezza.

L’alterigia come debolezza: Lao Tze ci avverte che l’arroganza è il primo passo verso la rovina. Il vero guerriero non ha bisogno di esibire il proprio valore, perché lo dimostra attraverso l’equilibrio e la calma.

Esempi di vita: Pensiamo alle relazioni personali o professionali. Insistere per avere l’ultima parola o per dimostrare di avere ragione spesso danneggia più che aiutare. A volte, il silenzio o il passo indietro sono le azioni più forti.

3. Agire senza desiderio di supremazia

Il desiderio di dominare sugli altri è contrario alla via del Tao. Un guerriero agisce con umiltà, consapevole che il vero potere risiede nell’equilibrio interiore, non nel controllo esterno.

Il distacco dal desiderio: Lao Tze ci insegna che l’attaccamento alla vittoria o alla superiorità alimenta il nostro ego e ci allontana dall’armonia con il mondo.

Pratica quotidiana: Quando affrontiamo un problema o un conflitto, dovremmo chiederci: “Sto agendo per necessità o per dimostrare qualcosa?” Questa semplice riflessione può trasformare il modo in cui affrontiamo le difficoltà.

4. Il valore della guardia

Dopo aver colpito, il guerriero rimane in guardia. Questo non è un segno di paura, ma di saggezza.

La vigilanza come equilibrio: Il guerriero sa che ogni azione ha conseguenze. Restare in guardia significa essere pronti ad affrontare eventuali ripercussioni senza lasciarsi sorprendere.

La calma dopo l’azione: Una volta intrapresa un’azione, è importante non farsi sopraffare dall’impulso di continuare. Il guerriero del Tao è consapevole che spesso è nel momento di quiete che si manifesta il vero potere.

5. L’attualità dell’insegnamento di Lao Tze

Anche se scritto migliaia di anni fa, questo insegnamento è più rilevante che mai. In un mondo che spesso ci spinge alla competizione e all’affermazione a tutti i costi, Lao Tze ci invita a riscoprire la forza della moderazione, dell’umiltà e della consapevolezza.

Conflitti moderni: Che si tratti di sfide lavorative, diatribe sui social media o tensioni personali, possiamo applicare i principi del guerriero: agire solo quando necessario, evitare l’arroganza e rimanere in equilibrio.

Un modello di vita: Il guerriero taoista non è solo una figura mitica, ma un modello di comportamento che possiamo adottare ogni giorno per vivere in armonia con noi stessi e con gli altri.

Conclusione

Lao Tze ci insegna che la vera forza non risiede nella violenza o nella dimostrazione di superiorità, ma nell’agire con saggezza, umiltà e consapevolezza. Il guerriero sferra un attacco per necessità, non per vanità, e rimane in guardia, rispettando il ciclo naturale degli eventi.

Nella nostra vita quotidiana, possiamo ispirarci a questo modello per affrontare le sfide con equilibrio, scegliendo le nostre battaglie con attenzione e vivendo con l’umiltà di chi sa che il vero potere non sta nel dominio sugli altri, ma nella pace interiore.

L'ARTE DEL GUERRIERO: AGIRE CON NECESSITA' E NON PER SUPREMAZIA
L’ARTE DEL GUERRIERO: AGIRE CON NECESSITA’ E NON PER SUPREMAZIA

DIVENTARE INDIVIDUI

a cura di Alessia Piccinni

“Per avere rapporti genuini, costruttivi con gli altri, è necessario diventare individui. Si diviene individui approfondendo la conoscenza di sè e mantenendosi fedeli alle proprie regole interne, al proprio codice personale di valori, al proprio stile. Bisogna lasciare che la propria singolarità emerga, anche a costo di apparire degli eccentrici. È questa la via per sfuggire al conformismo dilagante, alla massificazione, all’accettazione di modelli di comportamento predefiniti.”

Italo Calvino

DIVENTARE INDIVIDUI
DIVENTARE INDIVIDUI

I NON MORTI NEL MEDIOEVO

a cura di Tania Perfetti

Il Medioevo europeo non considerava la morte come un confine netto e impenetrabile, bensì come uno spazio poroso, attraversato da presenze ambigue e inquietanti. Il tema dei non morti, cadaveri che ritornano dalla tomba per tormentare i vivi, non appartiene soltanto al folklore popolare, ma emerge in fonti letterarie, cronachistiche, teologiche e persino archeologiche, dimostrando come la società medievale abbia realmente elaborato la possibilità di un ritorno dei defunti. In questo senso, il non morto non era soltanto una figura mostruosa, ma un dispositivo culturale: un segno della colpa individuale, un ammonimento per la comunità e, in alcuni casi, una conferma della potenza salvifica della Chiesa.

REVENANT E CRONACHE ANGLONORMANNE

Già nel XII secolo lo storico inglese Guglielmo di Newburgh raccontava, con un tono che mescolava cronaca e interpretazione morale, di uomini sepolti che uscivano dalle tombe per infestare i villaggi. In un passo celebre della sua Historia rerum Anglicarum, descrive un cadavere riesumato che, quando trafitto al petto, sprigionò un torrente di sangue fresco, segno della sua vitalità innaturale: solo in quel momento le sue persecuzioni cessarono (Guglielmo di Newburgh, Historia rerum Anglicarum, V, 22). Allo stesso modo, Walter Map, nel De Nugis Curialium, narra di un uomo empio che, non avendo ricevuto confessione, tornava ogni notte dalla sepoltura fino a quando, su ordine del vescovo, il corpo non venne dissepolto e bruciato. Entrambi i casi testimoniano come la credenza nei revenant fosse radicata anche tra i chierici colti, che non la riducevano a superstizione, ma la inserivano in una cornice morale: il ritorno dei morti era la punizione per il peccato e la negazione dei sacramenti.

LE “ARMATE DEI MORTI” E LA DIMENSIONE COLLETTIVA

Non meno impressionante è la testimonianza di Orderico Vitale, monaco anglonormanno del XII secolo, che descrive l’apparizione di una vera e propria “milizia dei morti” (militia mortuorum) nelle campagne della Normandia. Uomini e donne defunti marciavano in processione, tormentati e deformi, come se la terra stessa fosse incapace di trattenere il loro riposo. Orderico non presenta questa visione come un’allucinazione individuale, ma come un fenomeno collettivo, un presagio divino della colpa e della penitenza mancata (Orderico Vitale, Historia Ecclesiastica, VIII, 17). Qui la figura del non morto assume una dimensione apocalittica e comunitaria: non più solo un cadavere ribelle, ma una folla di anime che ricordano agli uomini la fragilità dell’ordine cristiano.

ARCHEOLOGIA DELLA PAURA

Le testimonianze scritte trovano un sorprendente riscontro nell’archeologia funeraria. Gli scavi condotti a Wharram Percy, nello Yorkshire, hanno restituito resti umani del XIV secolo che mostrano segni di smembramento e bruciatura post-mortem. Roberts e colleghi hanno interpretato questi dati come pratiche apotropaiche per impedire ai defunti di ritornare, poiché la distruzione del corpo era considerata un mezzo sicuro per bloccarne l’eventuale inquietudine (Roberts et al., 2017). In Polonia, a Drawsko, sono state ritrovate tombe in cui i corpi erano stati schiacciati da pietre o immobilizzati da falci poste sul collo, strumenti pensati per decapitare il morto qualora avesse tentato di rialzarsi (Wrzesińska & Wrzesiński, 2015). Anche in Irlanda, come ha dimostrato Eileen Murphy, si trovano sepolture anomale in cui i defunti avevano pietre infilate in bocca, chiaro segno di rituali di contenimento (Murphy, 2008). Lungi dall’essere soltanto narrazioni letterarie, i non morti medievali erano dunque una realtà sociale e culturale, capace di modellare persino la gestione materiale della morte.

IL DRAUGR E LA PERSISTENZA CORPOREA

Nelle tradizioni nordiche, la figura del draugr esprime ancor più chiaramente il timore per un corpo che rifiuta la corruzione e mantiene una presenza tangibile. Nella Grettis saga, l’eroe affronta il draugr Kárr in un duello violento che fa tremare il tumulo: solo decapitandolo e ponendo la testa tra le gambe del cadavere Grettir riesce a vincere (Grettis saga, cap. 18). La Eyrbyggja saga racconta invece di Thorolf il Zoppo, che, dopo la morte, continuava a diffondere morte e malattia nel villaggio fino alla sua riesumazione e distruzione. A differenza dei revenant anglonormanni, che si muovono come ombre minacciose, i draugar conservano una fisicità spaventosa: sono cadaveri reali, dotati di forza sovrumana e di coscienza, custodi del tumulo e dei suoi tesori. La loro esistenza riflette la continuità tra il mondo pagano e quello cristiano: corpi corrotti che non trovano pace, e che incarnano la tensione tra memoria ancestrale e nuova fede.

TEOLOGIA DEL RITORNO E NASCITA DEL PURGATORIO

La Chiesa non poté ignorare queste esperienze. Con l’elaborazione della dottrina del Purgatorio tra XII e XIII secolo, descritta magistralmente da Jacques Le Goff (La nascita del Purgatorio, 1981), molti casi di defunti che ritornavano vennero reinterpretati non più come maledizioni corporee, ma come apparizioni di anime in attesa di suffragio. Così Gregorio Magno, nei Dialoghi, già nel VI secolo raccontava visioni di morti che imploravano preghiere e messe per abbreviare le loro pene. In epoca più tarda, Tommaso di Cantimpré nel Bonum universale de apibus accumulava storie di defunti che ritornavano non per nuocere, ma per ammonire i vivi e ricordare la necessità della penitenza. In questa prospettiva, il non morto diventa una pedagogia della morte: non tanto un corpo ribelle, quanto un’anima che ricorda ai vivi i pericoli della trascuratezza spirituale.

CONCLUSIONE

Il Medioevo europeo conosceva e temeva i non morti in forme molteplici: corpi putrefatti che camminavano, armate di defunti che attraversavano le campagne, cadaveri nordici che difendevano i loro tumuli, anime che imploravano suffragi. Tutte queste figure non sono da considerare fantasie marginali, ma parte integrante di un sistema culturale complesso. Essi incarnavano ansie profonde: il timore della morte senza sacramenti, l’angoscia della peste e della guerra, la paura della marginalità sociale. Allo stesso tempo, erano strumenti narrativi ed educativi attraverso cui la Chiesa consolidava il proprio ruolo di mediatrice tra vivi e morti. La “morte inquieta” non era dunque solo una leggenda, ma un’esperienza che toccava il cuore della società medievale: ricordava ai vivi che la frontiera tra il sepolcro e la vita restava, pericolosamente, permeabile.

BIBLIOGRAFIA:

• Barber, P., Vampires, Burial, and Death: Folklore and Reality, Yale University Press, 1988.

• Caciola, A.E., Discerning Spirits: Divine and Demonic Possession in the Middle Ages, Cornell University Press, 2003.

• Guglielmo di Newburgh, Historia rerum Anglicarum, ed. R. Howlett, Rolls Series, 1884–1889.

• Gregorio Magno, Dialogi, a cura di A. de Vogüé, Sources Chrétiennes, Parigi, 1979.

• Jónsson, G. (a cura di), Grettis saga Ásmundarsonar, Íslenzk Fornrit, Reykjavík, 1936.

• Le Goff, J., La nascita del Purgatorio, Torino, Einaudi, 1981. • Map, W., De Nugis Curialium, ed. M.R. James, Oxford, 1914.

• Murphy, E., Deviant Burial in Medieval Ireland, BAR International Series, Oxford, 2008.

• Orderico Vitale, Historia Ecclesiastica, in Patrologia Latina, vol. 188.

• Roberts, C., McCullagh, R. et al., “Burnt human remains from Wharram Percy”, Journal of Archaeological Science, 2017.

• Summers, M., The Vampire in Europe, London, 1929. • Sveinsson, E.O. (a cura di), Eyrbyggja saga, Íslenzk Fornrit, Reykjavík, 1935.

• Tommaso di Cantimpré, Bonum universale de apibus, ed. G. Colvenere, Douai, 1627.

• Van Gennep, A., Les rites de passage, Paris, 1909.

• Wrzesińska, A. & Wrzesiński, J., “Apotropaic practices in medieval Polish burials”, Antiquity, 2015.

IMMAGINI:

1 – Heidelberger Totentanz (autore sconosciuto, stampato da Heinrich Knoblochtzer in 1488).

2 – Hans Holbein il Giovane, danza della morte, incisione, 1538.

I NON MORTI NEL MEDIOEVO
I NON MORTI NEL MEDIOEVO

RISVEGLIATI E DORMIENTI

a cura di Dr. Mario Martucci

NON SEI MIGLIORE DI LORO, SEI SOLO PIÙ AVANTI DI LORO

Come i Risvegliati vedono i Dormienti e come i Dormienti vedono i Risvegliati

In un mondo in cui la verità è sepolta sotto strati di bugie, si sta combattendo una guerra silenziosa tra coloro che sono svegli e coloro che sono ancora addormentati. Ma questa guerra non è una guerra di odio. È una guerra di vibrazione. Un gruppo vede con la vista interiore. L’altro è ancora bendato dall’illusione. E ognuno vede l’altro in un modo che rivela esattamente dove si trova nell’evoluzione della propria anima.

Come i Dormienti vedono i Risvegliati

La maggior parte delle persone ancora intrappolate nella matrice guarda i risvegliati e scuote la testa. Pensano che stiamo pensando troppo a tutto. Che stiamo rendendo la vita più difficile del necessario. Ossessionati da cospirazioni e sfiducia. Ci vedono come paranoici, deliranti, disconnessi da quella che chiamano realtà. Ma la loro realtà è un’illusione attentamente programmata, progettata per tenerli obbedienti.

Ai dormienti, i risvegliati sembrano pericolosi. Perché sfidiamo le istituzioni di cui si fidano. Mettiamo in discussione i dottori a cui obbediscono. Ci rifiutiamo di seguire senza riserve i programmi che sono stati addestrati ad accettare. Ci prendono in giro non perché ci capiscono, ma perché non capiscono se stessi. E in fondo, questo li terrorizza.

Come i Risvegliati vedono i Dormienti

Da uno stato di risveglio inferiore, alcuni vedono i dormienti come ignoranti, plagiati o addirittura senza speranza. Ma con l’aumentare della consapevolezza, il giudizio svanisce. Iniziamo a vederli come semi che non sono ancora sbocciati. Come anime in attesa del loro momento divino. Vediamo la loro paura. Il loro aggrapparsi ai sistemi. La loro resistenza alla verità. E ricordiamo che un tempo eravamo loro.

Il vero risveglio arriva con una profonda compassione. Non significa tollerare abusi o rimanere in silenzio. Significa capire che non si può forzare un fiore a sbocciare prima del tempo. Si può solo far risplendere la propria luce e continuare a camminare. Alcuni seguiranno. Altri no. E va bene così. Ogni anima si risveglia quando la sua vibrazione lo permette. Non un attimo prima.

Noi siamo il Ponte

Coloro che sono svegli non sono stati scelti perché sono migliori. Sono stati mandati avanti come esploratori. Pionieri. Fari. Il loro dolore, il loro isolamento e il loro scherno non erano punizioni. Erano addestramento. Perché i risvegliati attraversano per primi il fuoco. Così che quando i dormienti inizieranno a muoversi, ci sarà qualcuno ad aspettarli per guidarli a casa.

Non c’è battaglia tra noi e loro. C’è solo frequenza. I dormienti non sono nemici. Sono fratelli e sorelle persi in un sogno. Ed è l’amore, non la rabbia, che li riporterà indietro.

Un giorno, vedranno.

E quando lo faranno, proprio le persone che un tempo consideravano pazze diventeranno i loro più grandi maestri.

RISVEGLIATI E DORMIENTI
RISVEGLIATI E DORMIENTI

CROSETTO DIMETTITI

di Alessandro Orsini

31 Ottobre 2025

“Crosetto, dimettiti. Ucraini accerchiati. Oggi Crosetto ripete le mie stesse analisi del 2022: “L’Ucraina non può riconquistare i territori perduti”. “L’Italia non può difendersi da nessun attacco per mancanza di mezzi”. “Bisogna trattare con la Russia”. Però tre anni fa, quando dicevo queste cose, Crosetto mi cannoneggiava. Il 17 luglio 2022, Crosetto si scagliava contro il Giffoni Festival per avermi invitato a parlare. Crosetto, dovresti dimetterti per la tua incapacità di analisi e di valutazione e per tutti i disastri che hai contribuito a creare in Ucraina. Io mi sono sempre preoccupato di proteggere la vita degli ucraini. Tu e il tuo ridicolo governo fantoccio della Casa Bianca avete usato gli ucraini come cose. Ecco il risultato: un popolo massacrato, un Paese distrutto. Tutto il fango che avete lanciato sta ricadendo su di voi. Volevate la dittatura della propaganda della Casa Bianca e ho combattuto contro il vostro assalto alla libertà di informazione e alla società libera.

Oggi l’Ucraina è un Paese disperato anche per colpa delle politiche di Crosetto e del governo-fantoccio Meloni. Sono un esponente del movimento pacifista italiano e posso camminare a testa alta. Avanzi l’Italia, avanzi la pace. Risorga il movimento pacifista”.

CROSETTO DIMETTITI
CROSETTO DIMETTITI

IO COME CHAVEZ

di Fabio Filomeni

1 Novembre 2025

Gli USA di Trump annunciano l’aggressione militare contro il Venezuela. Da sempre, gli USA considerano l’America Latina il loro giardino di casa, così pretendono che a curare le loro piante ci sia un giardiniere di loro fiducia. La scusa è combattere il narcotraffico ma le intenzioni reali sono quelle di rovesciare il legittimo governo di Nicolas Maduro per poi insediarci la neopremiata “pacifista” signora Machado che ha promesso di regalare alle multinazionali USA il petrolio che Maduro ha nazionalizzato. Così, come in passato capitato a Nasser, Mossadegh, Saddam e Gheddafi, adesso la CIA sta preparando il terreno per un bel colpo di Stato. Il Venezuela, sin dai tempi di Hugo Chávez, è stato sempre un osso duro, un vero baluardo contro lo strapotere del complesso militare-industriale-politico di Washington. Il colonnello Chávez lottò per l’indipendenza e la sovranità del suo popolo. Il mio ultimo libro che uscirà a novembre è intitolato in onore al Presidente venezuelano che sognava un’America Latina unita e forte contro l’egemonia degli Stati Uniti. È quello che auspicherei io in Italia e in Europa. Ovviamente nella mia opera non parlo del Venezuela ma della nostra Patria e del contesto geopolitico nel quale si trova. E lo faccio alla mia maniera, senza peli sulla lingua, preannunciando una “rivolta ideale” contro un sistema corrotto dalle grandi lobby finanziarie americanocentriche e sioniste. Più che un libro, ho cercato di alzare una bandiera per un profondo cambiamento politico. “Rivolta ideale” – titolo di un’opera del grande scrittore e storico italiano Alfredo Oriani – è un progetto per l’indipendenza e la sovranità italiana ed europea. Buon fine settimana, che per noi patrioti amanti della nostra lingua non sarà mai “weekend”.

IO COME CHAVEZ
IO COME CHAVEZ