L’EVOLUZIONE CONTROLLATA

Videoconferenza del canale YouTube RADIUS 23 trasmesso in live streaming il giorno 13 aprile 2023.

Se la nostra evoluzione fosse da sempre stata guidata e non libera di fiorire in ogni suo aspetto? Siamo davvero all’apice della nostra evoluzione o stiamo sprofondando nella sua estremità più buia? Quando, storicamente ci sarebbe stato un’intervento che avrebbe guidato la nostra pseudo-evoluzione fino ai giorni nostri? L’evoluzione sociale, le religioni, la medicina, la scienza, quanto hanno inciso nel nostro cammino evolutivo? Di questo molto altro parleremo con la scrittrice, articolista e antropologa Valentina Ferranti.

L’EVOLUZIONE CONTROLLATA

Corpo spirituale e Terra celeste

di Henri Corbin

Al di là comincia una regione
che congloba molte altre città
(un paese bianco come l’argento,
della lunghezza di quaranta giorni di viaggio, abitato da Angeli;
un altro paese d’oro, settanta paesi d’argento, sette paesi di muschio,
ciascuno di una lunghezza e larghezza
di diecimila giornate di viaggio, ecc.).
Insomma, penetrare in quelle Terre
è accedere al clima intermedio
delle «Anime celesti»
che muovono le Sfere,
e che sono dotate per eccellenza dell’Immaginazione pura,
indipendente dai sensi.
È l’«ottavo clima» in cui, come in Erân-Vêj, non si penetra con gli organi
della percezione sensibile,
ma passando per la «Fonte della Vita»,
nel centro psico-cosmico. […]
È questo Mondo di Mezzo,
mundus imaginalis,
mondo della Imaginatio vera,
che non bisogna assolutamente confondere con ciò che in Occidente
si chiama correntemente l’immaginario,
la fantasia, l’irreale, «fantasia»
di cui già Paracelso diceva giustamente
che è un gioco del pensiero,
senza fondamento nella natura,
insomma «la pietra angolare dei folli».
Questo mondo immaginale non ha dunque niente di irreale, di «fantomatico».
Ha però una realtà sui generis di pieno diritto, ed è senza dubbio ciò che noi
abbiamo completamente dimenticato
in Occidente, da quando fu perduto
il «combattimento per
l’Anima del mondo».
Perduta tale battaglia,
l’Immagine è abbandonata
a tutte le degradazioni,
a tutte le licenze di una Immaginazione
che ha perduto il suo asse d’orientamento,
e con questo la sua funzione cognitiva.
Non si conoscono più che le Immagini derivate dal sensibile o percepibili
attraverso i sensi
(la civiltà cosiddetta dell’immagine,
lo schermo del cinema).
Quindi non più Immagini metafisiche,
né metafisica dell’Immagine
e dell’Immaginazione,
poiché il principio di questa
è che attraverso l’organo dell’ANIMA , attraverso la sua funzione immaginante,
è l’universo stesso dell’Essere
che si rivela nelle Forme immaginali
del mundus imaginalis,
che rivelano eo ipso all’anima
la sua propria Immagine,
il suo Alter Ego nel mondo del Malakût.

Corpo spirituale e Terra celeste.
Corpo spirituale e Terra celeste.

Europa colonia americana da depredare. Con l’eccezione francese?

di Giuseppe Masala

12 Aprile 2023

La fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo, mentre si
ricomponeva un nuovo impero coloniale. Nel territorio degli Stati Uniti non c’è nessuna base militare straniera, mentre ci sono basi militari statunitensi in tutto il mondo.

José Saramago

Neanche nelle fasi più concitate della guerra fredda che vide contrapporsi l’URSS agli USA l’Europa occidentale – formalmente alleata con pari dignità degli Stati Uniti – è stata messa in un tale stato di soggezione tale che tutti i leader europei calpestano gli interessi dei popoli amministrati.

Non c’è in questa fase storica, alcun legittimo interesse o diritto sovrano dei popoli europei che non possa – e non debba – essere sacrificato di fronte alla volontà e all’interesse americano. Una situazione inedita per l’Europa sia intesa come stati nazionali che come entità semi-statuale denominata Unione Europea. Per trovare qualcosa di simile bisogna andare in dietro nel tempo fino ai governi fantoccio dei territori occupati dai nazisti. Ecco, siamo governati da degli epigoni di quel Vidkun Quisling fondatore del partito fascista norvegese e posto a capo di un governo fantoccio una volta che la Norvegia fu occupata dalla Germania nazista.

Innumerevoli sono le dichiarazioni di intenti e i provvedimenti dei governanti europei totalmente allineati sugli interessi americani e contrari agli interessi dei popoli del vecchio continente. Pensiamo per esempio al continuo flusso di armi dagli stock presenti negli arsenali europei e diretti verso l’esercito ucraino. Al di là del valore delle armi (che comunque i paesi europei dovranno rimpiazzare, aumentando gli stanziamenti per la difesa) ciò che è maggiormente contrario ai propri interessi è che così si rinfocola un grave conflitto alle porte di casa causando instabilità e insicurezza.

Non parliamo poi delle folli sanzioni imposte dagli USA contro la Russia che hanno di fatto quadruplicato il costo della nostra energia e reso praticamente impossibile lo sviluppo futuro della nostra economia visto che il nostro fornitore più importante è stato estromesso dal mercato europeo su diktat americano. Se qualcuno pensa che riusciremo a mandare avanti le nostre acciaierie, cantieri navali e industrie chimiche con le pale eoliche e con il rivolo di gas algerino credo dovrà fare di nuovo i propri conti.

Pensavamo che questa mossa suicida dell’Europa in materia di politiche energetiche avesse rappresentato l’acme dell’autolesionismo europeo per compiacere i Master di Washington armati di frusta e invece ci siamo sbagliati, il peggio doveva ancora venire. Mi riferisco ovviamente al sabotaggio dei gasdotti NorthStream che dalla Russia facevano affluire il gas alla Germania passando sui fondali del mar Baltico.

E’ stupefacente vedere i leader europei che fanno finta di non capire che a ordinare e programmare il sabotaggio non può che essere stato chi ne trae il maggior profitto magari con l’aiuto di qualche servo zelante. Mi riferisco naturalmente agli USA e alla assai probabile manovalanza norvegese e polacca come autori materiali. E per fortuna che gli stessi dirigenti di Washington (per esempio la Nuland e anche Biden) hanno dichiarato pubblicamente con tanto di registrazione audiovisiva che “il NorthStream 2 in un modo o in un altro sarà stato bloccato”.  

Tutti hanno capito – compreso il giornalista americano Premio Pulitzer Seymour Hersh che in una inchiesta ha accusato apertamente il governo del suo paese di essere stato autore e mandante del sabotaggio (1) – tranne i  Quisling che governano l’Europa, ormai completamente “azzerbinati” sulle posizioni di Sleepy Joe Biden manco fossimo una colonia africana del 1800.

Da notare poi che sulla politica energetica non è finita qui: la Task Force paritetica USA-UE sulla Sicurezza Energetica si è riunita a Washington il 3 di Aprile stabilendo (sono gli americani per la verità a stabilire, gli europei eseguono da buoni camerieri) che i paesi europei dovranno acquistare nel 2023 a “consegna garantita” altri 50 miliardi di metri cubi di gas GNL dagli USA al prezzo degli acquisti del 2022 (2).

Che sono, inutile ricordarlo, quattro o cinque volte più alti di quelli praticati dai russi.

 In buona sostanza gli USA ci stanno trattando come una colonia da depredare ma in prospettiva stanno anche minando la competitività europea: quale area economica può reggere un costo dell’energia quattro o cinque volte superiore rispetto a quelli sostenuti dai propri concorrenti?

In questo panorama francamente desolante l’unica luce di speranza arriva da Emmanuel Macron il presidente francese che al rientro dal suo viaggio diplomatico a Pechino ha dichiarato che “Il grande rischio che corre l’Europa è di essere travolta da crisi che non sono le nostre” sottintendendo chiaramente che ormai l’Europa sta agendo da “truppa cammellata” dei padroni d’oltreatlantico (3).

Parole queste che peraltro vanno appaiate con un’altra dichiarazione di Macron a Pechino sulla necessità che nessun paese tenga armi nucleari fuori dai propri confini. In apparenza – certo – si tratta di una frase che in prima battuta è una critica alla Russia di Putin che sta dislocando armi nucleari tattiche in Bielorussia, ma che in controluce è anche una severa critica agli USA che tengono in Europa centinaia di ordigni nucleari (specificamente in Turchia, Italia, Belgio, Olanda e Germania).

Un’ultima nota di colore ma anche dall’enorme portata simbolica se fosse confermata. Il Berliner Zeitung ha pubblicato la notizia che Xi Jinping avrebbe imposto a Ursula von der Leyen di lasciare la Cina attraverso il normale transito aeroportuale dei passeggeri (4). Una umiliazione che attesterebbe la totale ininfluenza della UE ormai ridotta a semplice dipartimento affari economici della Nato.

NOTE

(1) Seymour Hersh,  How America Took Out The Nord Stream Pipeline, 8 Febbraio 2023 https://seymourhersh.substack.com/p/how-america-took-out-the-nord-stream

(2) The White House, Joint Statement on U.S.-EU Task Force on Energy Security, 3 Aprile 2023. https://www.whitehouse.gov/briefing-room/statements-releases/2023/04/03/joint-statement-on-u-s-eu-task-force-on-energy-security/

(3) Politico, Europe must resist pressure to become ‘America’s followers,’ says Macron, 9 Aprile 2023 https://www.politico.eu/article/emmanuel-macron-china-america-pressure-interview/


(4) Berliner Zeitung, Ursula von der Leyen muss in China durch Ausgang für normale Passagiere, 7 Aprile 2023 https://www.berliner-zeitung.de/wirtschaft-verantwortung/ursula-von-der-leyen-muss-in-china-durch-ausgang-fuer-normale-passagiere-li.336085

Europa colonia americana da depredare. Con l'eccezione francese?
Europa colonia americana da depredare. Con l’eccezione francese?

CHI E’ IL DALAI LAMA?

di Matteo Martini

Protettore della Madyamika e dell’insegnamento di Lama Tzong Khapa, e del Vinaya, ossia i precetti monastici.

La sua pratica fu proibita diversi anni or sono dall’attuale Dalai Lama (che alcuni ritengono, forse non a torto, un falso tulku), creando quasi una guerra di religione, e persecuzioni contro monaci e praticanti che non si sono piegati agli editti del Dalai Lama.

Dorje Shugden, oltre che della moralità monastica, è anche protettore del Mandala della Pace nel mondo, e di coloro che sono perseguitati ingiustamente (per cui la sua azione trae forza dagli attacchi che riceve). Pace e moralità, soprattutto, che potremmo dire stanno riemergendo prepotentemente oggi: la prima in relazione alla situazione mondiale, la seconda nella recente scena in cui il Dalai Lama ha palesemente rotto i voti, e in diversi altri “endorsement” al corrotto potere occidentale…

Ho sempre conosciuto le cause politiche della proscrizione della pratica del Protettore voluta dall’attuale Dalai Lama, ma ecco che l’interdipendenza (tendrel) porta il karma a compimento. E per fortuna c’è il karma, a far capire chi aveva ragione.

Non mi sento di aggiungere altro, vi chiedo però di non stabilire la falsa equazione Dalai Lama : Buddhismo.

Il Dalai Lama, tradizionalmente, era ed è solo il detentore del potere temporale, reggente in nome del Khan (perché il Tibet era vassallo dell’Impero cinese). Il Dalai Lama era il capo politico del Tibet, non del Buddhismo, né del Buddhismo Vajrayana, che ha diversi lingaggi. Non è nemmeno a capo del lignaggio Gelupa (la cui guida è l’abate di Gaden).

Tenzin Gyatso è solo il capo di un governo in esilio. Con questo spero di chiudere ogni polemica che non deve toccare il Buddhadharma.

CHI E' IL DALAI LAMA?
CHI E’ IL DALAI LAMA?

I MANIPOLATORI SERIALI

a cura di Giada Aghi

Oggi voglio mettervi in guardia da alcune persone (per fortuna non sono tutte così) che si presentano come spirituali ma in realtà cercano di essere abili manipolatori.

Potrebbero fare del male a tutte le persone deboli e fragili mentalmente, soprattutto le Donne.

E parlando anche con i miei colleghi, non sono così rare queste situazioni purtroppo.

La maggior parte delle volte sono persone adulte, che prima ci provano o cercano di portarvi nella loro ragnatela e poi se vengono rifiutate o avete dei dubbi, iniziano a manipolarvi, minacciarvi e stolkerarvi di continuo.

Usano la manipolazione travestita da spiritualità: cercano di leggervi dentro, vogliono convincervi di essere infelici nelle vostre vite ed etichettano come oscura la vostra famiglia/partner e lavoro.

Probabilmente il loro obiettivo è quello di allontanarvi da tutti…così hanno più potere su di voi.

Ma a loro dire, sono i liberatori dell’anima.

Arrivano casualmente nella vostra vita per liberarvi dal male, anche se in realtà è la loro vita che va a rotoli. Loro sono soli e ne soffrono.

Purtroppo non possiamo mettere in guardia tutto il mondo, ma avendo riscontrato questi episodi più volte con altre persone e la cosa buffa, hanno tentato recentemente di farlo anche con me, posso solo nel mio piccolo comunicarlo nella mia pagina.

Mi preme dire che mi vergogno per loro. Non è possibile trovare uomini dell’età dei miei genitori che fanno questo. Tra l’altro con una ragazza giovane e sposata. Che schifo.

Quando l’ho raccontato in famiglia e ho fatto leggere tutti i messaggi, sono rimasti sconvolti e giustamente si sono molto arrabbiati.

Ragazzi, La spiritualità è un’altra cosa! E parlatene di questo, non tenetevi tutto dentro.

State attenti a chi ha la presunzione di sapere cosa è giusto o sbagliato per voi, soprattutto se non vi conosce minimamente.

State attenti a tutti gli illuminati che arrivano “casualmente” nel vostro cammino (magari vi stavano stolkerando i profili social da tempo) dicendo di aiutarvi e di proteggervi per liberarvi dall’oscurità intorno a voi…

L’unico modo per proteggersi in questi casi è quello del vaff…! E denunciate subito se continuano!

Occhi aperti!

Solo voi potete sapere chi siete realmente e cosa sia giusto o sbagliato nella vostra vita.

Non lasciatevi ingannare e non temete nulla.

Purtroppo di persone con cattive intenzioni ne è pieno il mondo, ma non importa, non ci dobbiamo focalizzare su questo perché esistono altrettante persone meravigliose piene di gioia e amore.

L’importante è saperle riconoscere subito e allontanarsi, altrimenti diventano peggio delle zecche… E lo sapete che le zecche vi succhiano il sangue e portano infezioni.

Possiamo paragonarli ai vampiri psichici ma se siamo forti mentalmente e soprattutto se siamo in contatto con il nostro essere, sappiamo chi siamo e cosa fa bene per noi, non troveranno nessun appiglio né sul piano materiale, né tanto meno sul piano energetico.

Alzate le vostre vibrazioni con l’amore per voi stessi e dubitate sempre di chi pretende di aiutarvi, non ascolta e non aiuta prima se stesso. ✨

Con amore sempre, in primis per noi stessi
11.05.2023

I MANIPOLATORI SERIALI
I MANIPOLATORI SERIALI

La fabbrica della maternità

di Valentina Ferranti

In questo tempo secolarizzato la riflessione costante nonché l’osservazione continua di ciò che accade intorno a noi, diviene uno strumento di difesa affilato come lama di spada. Non è concessa nessuna distrazione. A ben vedere, l’origine etimologica del termine lo spiega: dal Lat. Distrahere (trahere), ovvero separare, disgiungere, lacerare per scomporre. L’essere integri impone lavorio continuo. E proprio nell’istante in cui tutt’attorno si sgretola ed il perfetto cerchio dell’esistenza – così come il piano divino l’ha stabilita – viene letteralmente spezzata da forze terrene ed incorporee dedite al disgregamento, l’attenzione deve sempre rinnovarsi.

Nessun momento storico ha richiesto, a tutti gli uomini di buona volontà, maggior attenzione. Si cammina sui pezzi di vetro avvelenati. Non un passo falso, nessuna suggestione riguardo al mondo mondano. Tale distrazione comporterebbe seppur minima e rettificata subito dopo, la caduta in un vortice inebriante che trae in basso, allontanandoci dalla giusta azione e dal giusto pensiero. Essere roccia in un mondo di vantaggio morbido in cui la mollezza del vivere senza scopo e allietati dalla pillola della soddisfazione immediata ed effimera, è quantomai un compito arduo ma essenziale. Prendere posizione quindi spesse volte rifiutando il dialogo con chi, stordito dai tranelli, rende quel dialogo trappola. Sperimentiamo questa situazione ogni giorno. È in atto l’inversione del bene. L’accondiscendenza di fronte al male, che assume le sembianze del possibilismo buonista, è la distrazione in cui l’umanità è caduta. Tutto può quindi essere giustificato. Tutto deve essere inclusivo e accettabile. Non cedere di un passo, non assecondare, non respirare la stessa aria di chi, ormai perso, insinua che la libertà sia relativismo.  Vi è invece una morale universale che al di là delle norme religiose e/o d’appartenenza culturale, non è sindacabile poiché incisa nel mondo creato e nelle creature tutte. Per questo il dialogo con chi si dice orientato dalla ricerca scientifica che tende a modificare il corso naturale della vita, è un invito che dovremmo declinare. La trappola di cui prima scrivevo è questa. Nella sacralità del parto si è incistato il male. Non ora. È stato un lento rigonfiamento che vide, in seno all’illuminismo, l’inizio di una corsa inarrestabile giunta oggi ad epiloghi senza fine. Una linea retta che i molti chiamano evoluzione, progresso. Fu un italiano a dare avvio alla corsa: il gesuita Lazzaro Spallanzani, biologo specializzato in zoologia e botanica. Padre della fecondazione artificiale testata dapprima su una rana e poi su una cagnetta. Da quei primi esperimenti riusciti (non conosciamo quelli falliti a danno di altre creature animali), la corsa al ‘gioco della vita’ non si è più arrestata. Sappiamo per certo che a fine ‘800, a causa degli studi e delle sperimentazioni di   Louis Girault, James Marion Sims, Joseph Gerard ed altri meno noti, giungiamo ad un altro italiano: Paolo Mantegazza – uno dei principali divulgatori delle teorie di Charles Darwin – progressista dalle molteplici specializzazioni che per primo nel 1886 parlò del congelamento del seme maschile relativo alla fecondazione post mortem. Da quel giorno giungiamo velocemente al secolo scorso quando, il 25 luglio 1978 al Royal Oldham di Manchester, venne alla luce Luise Brown, la ‘prima nata’ in provetta grazie al futuro premio Nobel Robert Edwards ed al collega Patrick C. Steptoe, ginecologo pioniere della laparoscopia. Dal quel momento, nonostante non possiamo conoscere la storia non-gloriosa della procreazione assistita e dei giochi alla Frankenstein a danno di indifese creature, veniamo catapultati nel nostro presente. Distrazione dopo distrazione ci ritroviamo ad osservare come fossero ormai normali, problemi di infertilità di coppia e medicalizzazione coatta del concepimento. Difficoltà dovute a stili di vita forsennati; a problemi economici che impongono un’età sempre più avanzata per divenire padri e madri, e molte altre questioni che ci pongono dinnanzi ad un mutamento antropologico epocale per cui la maternità naturale appare come una sfida rivoluzionaria rispetto ai paradigmi egoistici e consumistici, imposti dai modelli economici e culturali dominanti. 

Questa è solo una osservazione veloce e poco articolata, una traccia, poiché il discorso che qui si dipana riguarda ‘il limite’. Se come società umana abbiamo accettato che il desiderio di avere un figlio possa trovare soluzione tramite forme di fecondazione assistita, senza chiederci o trovare i motivi socio-economici al problema, nonché riflettere sui significati profondi di tale tematica, (la separazione della maternità dal corpo), siamo andati oltre ed abbiamo normalizzato una anomalia che si sviluppa in molteplici sfaccettature. Mi riferisco alla pratica della maternità surrogata, già sistematizzata da anni. La legislazione in merito cambia da paese a paese ed in Italia è vietata (Legge 40 del 2004). La pratica si può presentare come ‘altruistica’ ovvero senza passaggio di denaro come ad esempio nel Regno Unito, o come maternità surrogata commerciale legalmente praticata in paesi come l’Ucraina, la Russia, l’India ed ovviamente alcuni stati americani, solo per citarne alcuni e senza sottolineare le differenze giuridiche. I fautori del relativismo-possibilista-arcobaleno inneggiano alla ritrovata gioia per quelle coppie etero, omosessuali o altro, che non avrebbero potuto gioire della maternità/paternità. Tale pratica viene anche richiesta da donne che per carriera o pigrizia non possono permettersi la gestazione ma desiderano un figlio… Molti altri esempi si potrebbero fare ma il cuore del discorso resta ‘il limite’. Un confine che riguarda una invalicabile linea, quella della sacralità della maternità e dell’amore per il nascituro, nonché la consapevolezza che molte madri surrogate accettano l’abominio per poter mantenere altri figli…  In questo quadro patologicamente disfunzionale, la donna (la surrogata) si impegna per denaro a portare a termine una gravidanza. Una vera e propria commissione, in cui la madre diviene un mero contenitore ed il bambino l’oggetto desiderato. Lo strappo che si verificherà tra madre gestante e neonato sarà insanabile per l’una e per l’altro. L’indifeso, il cucciolo che andrebbe protetto e salvaguardato diventa così carne in transizione e l’utero che lo ha alimentato diviene luogo di transito e non d’amore. La donna partoriente è ridotta a fucina…   

Ma questo è solo all’inizio. Sbocciano come fiori mortiferi, cliniche private in cui, individui abbienti affetti da infantilismo-egoistico-narcisista, possono decidere, se ‘difettoso’, di restituire il bambino imperfetto e cambiarlo con un altro più adatto al modello desiderato. Adulti che giocano a cullare quello che loro pensano essere un Cicciobello e che in realtà è un bambino cui tutti, se complici, neghiamo il diritto d’amore. 

È in seno a questo abominio che non possiamo distrarci. Non dovremmo assecondare nessun ‘possibilismo’. Stiamo assistendo alla manipolazione della nascita, alla desacralizzazione della vita. Cosa diremmo a quei figli concepiti come prodotto quando chiederanno il motivo per cui sono nati, o come sono stati concepiti?

Il desiderio, a tutti i costi, d’esser madre o padre è ormai insindacabile. Il diritto del nascituro pare non esserlo. Eppure l’amore si regola su leggi differenti e divine.

Fonte: Idee&Azione

11 aprile 2023

La fabbrica della maternità
La fabbrica della maternità

La bolla immobiliare sta ufficialmente scoppiando: si parte dalla Svezia e Case Green è il colpo di grazia

di Salvatore Di Maggio

La bolla immobiliare inizia la sua fase di scoppio e la nuova direttiva europea può aggiungere ulteriori problemi.

I prezzi delle abitazioni in Svezia stanno continuando a scendere. E’ il nono mese consecutivo di flessione perché l’inflazione è elevata e i mutui sono sempre più cari. Potrebbe apparire che i problemi del mercato immobiliare svedese non ci riguardino ma non è così. Sul mondo immobiliare pesa una grossa bolla che secondo gli esperti potrebbe già aver iniziato la sua fase di scoppio.

Una bolla non è altro che il gonfiarsi di valori in maniera irrazionale. Questi valori salgono in modo regolare e poi crollano di colpo. La fase del crollo è denominata “scoppio”. Gli esperti del mercato immobiliare globale sanno da tempo che la bolla ad un certo punto scoppierà. I problemi del mercato immobiliare svedese e di quello degli Stati Uniti segnalano che l’inizio dello scoppio della bolla può essere già partito.

Dati preoccupanti su mutui e compravendite

I mutui sono sempre più costosi da chiedere a causa dell’aumento dei tassi delle banche centrali. Il mondo dei mutui connette tra loro l’immobiliare e le banche. Lo scoppio della bolla immobiliare travolge il valore degli immobili e gli asset bancari. Si ricorderà che la grande crisi economica del 2008 è nata dallo scoppio della bolla sui mutui. Oggi a pesare sui mutui non è soltanto l’aumento dei tassi ma anche la Direttiva Case Green.

Questa direttiva impone costosi lavori di efficientamento energetico che molte famiglie non possono permettersi. Tali opere così costose possono bloccare l’erogazione dei mutui e congestionare il mercato immobiliare.

Tanti proprietari di immobili hanno già affermato che se questa norma dovesse passare si affretterebbero a vendere la propria casa pur di non effettuare questi costosi lavori.

Case Green può peggiorare la situazione anche per gli asset detenuti dalle banche

La flessione del mercato immobiliare e di quello dei mutui registrati in Svezia e negli Stati Uniti non c’entra niente con la Direttiva Case Green e l’arrivo di questa normativa potrebbe far precipitare una situazione già fragilissima. Attualmente il mercato immobiliare e quello dei mutui in Italia appaiono relativamente solidi. Tuttavia lo scoppio della bolla globale sul mondo dell’immobiliare su quello dei mutui può arrivare a contagiare anche il nostro paese.

Gli effetti possono essere sistemici e coinvolgere anche le borse. La crisi bancaria internazionale ha indebolito il sistema bancario e se gli asset immobiliari delle banche dovessero deprezzarsi di colpo a causa dello scoppio della bolla o della direttiva sull’efficientamento energetico si profilerebbe una crisi economica globale dalle proporzioni preoccupanti. La Direttiva Case Green secondo esponenti del settore immobiliare va bloccata poiché l’impatto sul delicato comparto può essere ingestibile.

Fonte: ilovetrading.it

La bolla immobiliare sta ufficialmente scoppiando: si parte dalla Svezia e Case Green è il colpo di grazia
La bolla immobiliare sta ufficialmente scoppiando: si parte dalla Svezia e Case Green è il colpo di grazia

L’impero latino: il conservatorismo europeo di Alexandre Kojève

di Jonathan Culbreath

La sua filosofia della storia era senza dubbio rivoluzionaria, ma Kojève era un conservatore. L’essenza della sua ricetta per l’Europa rimane rilevante per le odierne lotte geopolitiche, economiche e culturali.

Forse il più famoso espositore e divulgatore della filosofia hegeliana nel XX secolo è stato il filosofo francese nato in Russia, Alexandre Kojève. La sua reputazione di interprete di Hegel fu rafforzata da una serie di conferenze che tenne a Parigi dal 1933 al 1939 – pubblicate in inglese nel 1947 come Introduzione alla lettura di Hegel – a cui parteciparono personaggi influenti come Jean Paul Sartre, Jacques Lacan , Maurice Merleau-Ponty, Georges Bataille, Louis Althusser e altri della “sinistra”. Eppure la sua influenza si estese anche a figure importanti della “destra”, come il suo amico Leo Strauss e uno dei più noti studenti di Strauss, il filosofo conservatore americano Allan Bloom. Attraverso questo strano miscuglio di famosi discepoli, l’interpretazione di Kojève della Fenomenologia dello spirito di Hegelsarebbe diventato centrale per la storia e lo sviluppo della filosofia nel XX secolo.

Eppure Kojève non era solo un filosofo, ma un politico attivo. In effetti, ha trascorso un totale di sei anni come accademico, e da allora in poi ha dedicato il resto della sua carriera al servizio civile. Come burocrate del governo francese, fu profondamente coinvolto nella ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale e capì di portare avanti la filosofia di Hegel nell’azione politica. Sebbene Kojève sia spesso liquidato dai conservatori come un altro marxista, la sua peculiare comprensione della storia e il suo ruolo nella ricostruzione dell’Europa sono contrassegnati da un istinto sorprendentemente conservatore, anche se è anche innegabilmente rivoluzionario. 

Questo istinto conservatore trova riscontro concreto nella sua famosa ricetta per l’Europa del dopoguerra, che getta ancora molta luce sulle lotte geopolitiche, economiche e culturali di oggi. Quella ricetta era quello che Kojève chiamava l’«Impero latino»: una federazione dei paesi cattolici dell’Europa meridionale. Ma per comprendere il significato dell’Impero latino, il suo conservatorismo intrinseco e la sua costante rilevanza per oggi, è necessario prima rivedere i rudimenti fondamentali della filosofia della storia di Kojève.

Conservatorismo idiosincratico

La fitta scrittura di Kojève non dovrebbe intimidire i lettori alle prime armi, poiché le componenti più centrali della sua filosofia sono piuttosto semplici. Come Hegel, Kojève credeva che lo svolgersi della storia fosse guidato da certe leggi razionali che possono essere comprese filosoficamente. Secondo Kojève, la storia è spinta dalla lotta tra “padroni” e “schiavi”, concetti tratti da una sezione breve ma fondamentale della Fenomenologia dello spirito di Hegel. Sia i padroni che gli schiavi perseguono ciò che Kojève chiama “riconoscimento universale”: cercano di essere conosciuti e rispettati da tutti, compresi loro stessi, come pienamente umani piuttosto che semplici animali. Questa ricerca della conoscenza di sé è identificata con la filosofia o la ricerca della saggezza. 

I padroni raggiungono questo scopo in modo parziale mediante il dominio degli schiavi, ma rimangono insoddisfatti del riconoscimento che ottengono da uomini inferiori, cioè da schiavi che, in un certo senso, rimangono come animali. Al contrario, gli schiavi possono raggiungere questo obiettivo lavorando per creare un mondo in cui la schiavitù stessa sia diventata obsoleta, mediante un processo che riecheggia la descrizione di Marx del potenziale di emancipazione del progresso tecnologico sotto il capitalismo. Di conseguenza, gli schiavi possono vincere i loro padroni attraverso la lotta senza bisogno di renderli schiavi a loro volta. 

Kojève credeva che l’intero processo storico sarebbe culminato nel raggiungimento di una “fine della storia” e nella costruzione di uno “Stato universale e omogeneo” – una versione secolarizzata della teocrazia cattolica universale del teologo russo Vladimir Solovyov, ma anche con risonanze di Il comunismo di Marx. In questo stato, le condizioni per la realizzazione del riconoscimento universale saranno state stabilite dall’eliminazione della schiavitù disumanizzante e dalla fine di ogni lotta. Kojève ha identificato il protagonista principale di questa fine della storia nientemeno che il saggio . Questo è il filosofo, cioè lo schiavo che era alla ricerca del riconoscimento e della conoscenza di sé, che è finalmente diventato un uomo saggio, perché finalmente conosce se stesso ed è conosciuto da tutti come pienamente umano. 

A questa fine della storia, non ci sarà più causa giustificabile per le forme dell’azione umana che un tempo spingevano in avanti la storia, vale a dire la lotta e il lavoro , gli atti dei padroni e degli schiavi. Non ci sarà più motivo di rivoluzione e nemmeno di progresso, poiché saranno state poste le condizioni per il riconoscimento universale di tutta l’umanità. In linea con il comunismo di Marx, l’oppressione di un sottoinsieme dell’umanità non sarà più necessaria per il benessere di un altro. Il tempo dell’uomo sarà veramente suo; dovrà solo imparare ad usarlo nel modo più degno della sua umanità. Il suo stile di vita sarà quindi necessariamente ‘conservatore’. 

Allo stesso modo, non ci sarà più motivo di fare filosofia, intesa come ricerca della saggezza. Perché la saggezza e la conoscenza di sé saranno state realizzate nella figura del saggio. L’attività dell’uomo post-storico assomiglierà a qualcosa di più simile alla contemplazione, all’arte o persino al rito: le attività “inutili” proprie di un saggio. La vita umana sarà caratterizzata più dalla ripetizione formale e dalla commemorazione drammatica piuttosto che da atti che possiedono un significato storico proprio. Tutto ciò che rimarrà è che gli uomini trascorrano il loro tempo godendosi liberamente i prodotti della creazione culturale e artistica che sono stati sparsi come semi di post-storia attraverso la storia stessa. Tradizione, memoria e conservazione culturale saranno la modalità predefinita della coscienza poststorica. 

Pertanto, sebbene la sua filosofia della storia fosse indiscutibilmente rivoluzionaria, Kojève era un conservatore del tipo più aristocratico e di principio. Ha insistito sul fatto che la rivoluzione non poteva durare per sempre: l’idea di una “rivoluzione permanente” era una forma di nichilismo storico. La rivoluzione, per essere veramente rivoluzione, deve essere completa: deve essere definitiva. Deve porre fine alla storia. E secondo Kojève, la storia era già giunta al suo termine con la Rivoluzione francese e il suo culmine nell’impero napoleonico. Dopo questo punto di arrivo, è stato necessario solo costruire le istituzioni necessarie per l’amministrazione e la conservazione di questo mondo post-storico, lo stato universale e omogeneo. 

Come burocrate impegnato nella ricostruzione postbellica dell’Europa, Kojève si considera impegnato proprio in questo lavoro di costruzione delle istituzioni dello Stato universale e omogeneo. Dimostrò anche una viva preoccupazione per le condizioni materiali dei poveri globali in Asia e in Africa, che riconosceva essere ancora – inutilmente – mantenuti in una condizione di povertà proletaria, in soggezione alle civiltà più sviluppate dell’Occidente. Così, nella sua qualità di statista, ha capito di intraprendere il progetto poststorico di preservare ed estendere a tutta l’umanitàsia i guadagni materiali che culturali della storia stessa. Se Kojève era un conservatore, era anche un comunista nel suo conservatorismo: ciò che cercava di preservare delle conquiste materiali e culturali dell’umanità, cercava anche di universalizzare. 

L’idea di un ‘impero latino’

È normale che hegeliani e marxisti vengano criticati per essere semplici idealisti e utopisti, ea volte questo è giusto. Ci sono certamente filosofi di questo genere il cui pensiero è eccessivamente astratto dalla realtà della vita umana. Tuttavia, in qualità di statista che si confrontava regolarmente con gli affari pragmatici della politica, Kojève era in grado di evitare questa trappola e considerò attentamente come la sua visione elevata della costruzione di istituzioni poststoriche potesse allinearsi con la realtà sul campo. 

Forse il miglior esempio di questo pragmatismo è un lungo promemoria che Kojève inviò al generale Charles de Gaulle nel 1945, intitolato Schema di una dottrina della politica francese . È un testo tanto ricco di lungimiranza geopolitica quanto di erudizione culturale, storica e filosofica. È anche un esempio caratteristico della sua peculiare miscela di diverse mentalità filosofiche, che mostra il rigore con cui ha riunito disposizioni rivoluzionarie e conservatrici in un’unità coerente. 

Il testo inizia con l’affermazione che la Francia nel 1945 rischiava di essere ridotta a una mera potenza secondaria in Europa dal crescente primato economico della Germania. Con questa affermazione, Kojève non si riferiva semplicemente all’emarginazione politica della Francia. Piuttosto, intendeva anche comunicare che il patrimonio culturale della Francia, che condivideva con gli altri paesi “meridionali” dell’Europa (principalmente Spagna e Italia), rischiava di essere soppiantato dai calcoli principalmente “economici” che sarebbero venuti a dominare Europa se la Germania dovesse essere incorporata nel sistema europeo. Per evitare un esito così tragico, Kojève ha proposto che la Francia espanda la sua base politica e il suo apparato di governo oltre i confini del suo status tradizionale di stato nazionale ,e diventare invece il capo di un impero, l ‘”Impero latino”, i cui stati membri includerebbero anche la Spagna e l’Italia. Se la Francia rimanesse uno stato nazionale subordinato a interessi principalmente economici, sarebbe in pericolo di emarginazione politica e la cultura della “civiltà latino-cattolica” sarebbe in pericolo di estinzione. 

La spiegazione di un tale risultato, secondo la stima di Kojève, era che la cultura della Germania era prevalentemente una cultura protestante che apprezzava uno stile di vita governato dall’economia rispetto ad altri modi di vivere. In questo, Kojève fa eco al famoso studio sul protestante di Max Weberorigini dell’etica del lavoro capitalista. Fondamentalmente, la Germania condivideva questa cultura con uno dei due maggiori imperi in cui era diviso l’ordine mondiale contemporaneo, vale a dire l’impero anglosassone che era (ed è tuttora) presieduto dagli Stati Uniti d’America. Di conseguenza, se la Germania, il cui potenziale economico superava qualsiasi altra nazione europea, fosse entrata a far parte del sistema europeo nel suo insieme, Kojève temeva che l’Europa sarebbe diventata effettivamente un vassallo dell’impero anglosassone: una mera unità economica, un mero sottoinsieme di ingranaggi nella macchina in crescita del capitalismo globale. Se ciò dovesse accadere, le culture uniche d’Europa, in particolare la cultura “latina” a cui la Francia aveva contribuito così tanto nel corso dei secoli, sarebbero calpestate da un calcolo puramente economico al servizio dell’espansione della ricchezza materiale. 

L’essenza della civiltà latina, secondo Kojève, è una cultura che premia l’ozio e la contemplazione, la “dolcezza di vivere” – ciò che in Italia è noto come dolce far niente – a una vita di lavoro e preoccupazione per le mere comodità materiali. Kojève identifica questa cultura come la fonte delle ricche tradizioni europee di arte, letteratura, musica, ecc., in breve, gli elementi della culturasi. E non esita ad attribuire questa cultura in gran parte all’influenza del cattolicesimo. Al contrario, un’egemonia capitalistica protestante, tedesco-anglosassone non tollererebbe l’apparente pigrizia e lo stile di vita indulgente di artisti e contemplativi. “Non dimentichiamo inoltre che il cattolicesimo cercava soprattutto – spesso facendo appello all’arte – di organizzare e umanizzare la vita ‘contemplativa’, o addirittura inattiva, dell’uomo, mentre il protestantesimo, ostile ai metodi della pedagogia artistica, si preoccupava soprattutto di l’operaio». Si potrebbe ribadire ciò dicendo che il cattolicesimo si è preoccupato della vita dei saggi, mentre il protestante si è preoccupato della vita degli schiavi che non riescono a trascendere la loro schiavitù.  

Come porre fine alla storia 

La descrizione filosofica di Kojève del saggio traspare dalla sua preoccupazione di preservare la cultura dei paesi latini, e la sua difesa della costruzione di un impero latino non ha altro scopo che rendere possibile a una parte più ampia dell’umanità lo stile di vita saggio che era coltivato e incubato nel seno dell’Europa cattolica. Ma questa intenzione straordinariamente conservatrice è giustificata anche da un richiamo al più grande pensatore rivoluzionario, cioè Karl Marx: «Marx stesso non disse, ripetendo, senza rendersene conto, un detto di Aristotele: che il motivo ultimo del progresso, e quindi socialismo, è il desiderio di assicurare all’uomo il massimo del tempo libero?

Allo stesso modo, anche la filosofia della storia di Kojève sta sullo sfondo della sua proposta, in vari modi. In primo luogo, poiché la storia è guidata dal conflitto e dalla lotta (e dal lavoro), quando giungerà al suo compimento sarà necessario che gli uomini imparino come impiegare altrimenti il ​​loro tempo, il tempo che sono abituati a trascorrere in guerra (o in lavoro). Così, nello Schema di una dottrina della politica francese,Kojève scrive che “è proprio all’organizzazione e all'”umanizzazione” del suo tempo libero che l’umanità futura dovrà dedicare i suoi sforzi”. In termini vagamente marxisti, quando gli uomini saranno liberati dalle condizioni alienanti e quindi disumanizzanti del capitalismo, si troveranno di fronte al nuovo progetto di determinare come vivere in modo veramente umano e non alienato. Kojève era fiducioso che la mera esistenza dell’Impero latino come unità politica, economica e culturale avrebbe garantito l’esistenza di uno “spazio sicuro” in cui avrebbe avuto luogo proprio questa umanizzazione del tempo libero. Al contrario, l’estensione di un impero tedesco-anglosassone in tutta Europa precluderebbe di fatto questa possibilità: l’uomo poststorico sarebbe condannato a continuare a sprecare il suo tempo libero nella lotta e nel lavoro disumanizzanti. 

In secondo luogo, la storia nel senso di Kojève è una progressione inesorabile verso l’universale, l’assorbimento o l’espansione di ex stati nazionali (come la Francia o la Germania) in unità “imperiali” sempre più grandi in rotta verso il livello internazionale era una necessità storica . Per essere chiari, quali unità imperiali dominino questo processo è una questione abbastanza contingente: o la Francia dovrebbe presiedere un impero piuttosto che un mero stato-nazione, oppure l’Europa nel suo insieme verrebbe assorbita (seguendo il percorso della Germania) nell’Anglosassone (cioè , americano) impero. 

A un livello ancora più ampio, Kojève vedeva il mondo intero come diviso prevalentemente tra l’impero anglosassone e quello slavo-sovietico, uno dei quali sarebbe probabilmente la principale incarnazione dello stato universale e omogeneo. In una delle sue lettere a Leo Strauss (pubblicata insieme alle riflessioni di Strauss sulla tirannia ), citava l’antico detto “Tutte le strade portano a Roma” e scriveva: “Se gli occidentali rimangono capitalisti (vale a dire, anche nazionalisti) , saranno sconfitti dalla Russia, ed è così che si realizzerà lo Stato finale. Se, tuttavia, riescono a “integrare” le loro economie e politiche… allora possono sconfiggere la Russia. Ed è così che si raggiungerà lo Stato Finale.”

Per inciso, così come identificava la cultura dei paesi latini come cattolica, e quella dei paesi tedesco-anglosassoni come protestante, Kojève identificava anche la cultura della Russia sovietica come ancora fondamentalmente ortodossa. In effetti, proprio mentre Kojève scriveva, Josef Stalin stava orchestrando la reintegrazione della Chiesa ortodossa russa nella società sovietica, non solo legalizzandola ( con i vincoli), ma ripristinandola come pubblico religione della Russia. Con questi eventi in mente, Kojève ha predetto qualcosa di straordinario. La formazione di un impero latino in Europa non solo proteggerebbe la Francia e i paesi latini dall’invasione dell’America anglosassone, ma potrebbe anche potenzialmente costituire la base per una cooperazione politica pacifica con l’URSS, nella comune resistenza al capitalismo anglosassone . Ciò a sua volta fornirebbe la base per una comprensione reciproca tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, potenzialmente anche “rendendo [ing] inutile l’indipendenza canonica di quest’ultima”. In altre parole, Kojève vedeva niente di meno che la guarigione del Grande Scisma come una caratteristica centrale di una solida strategia geopolitica per il futuro dell’umanità. 

La saggezza di Kojève per oggi 

Nel 2013, il filosofo italiano Giorgio Agamben ha pubblicato un breve ma provocatorio articolo in cui sosteneva che l’idea originale di Kojève di “Impero latino” fosse ancora una buona idea quasi 70 anni dopo. In effetti, anche ora nell’anno 2023, lo svolgersi degli eventi in Europa e in tutto il mondo ha dimostrato la straordinaria lungimiranza geopolitica che era alla base della proposta unica di Kojève. Come osserva Agamben, è ormai ovvio che la Germania è davvero diventata la principale potenza economica dell’Unione Europea. Oggi, gli effetti economici della guerra in Ucraina hanno dimostrato fin troppo bene la dipendenza dell’Europa dalla Germania. 

Ma non solo: nella forma dell’Ue, l’Europa stessa si è decisamente trasformata in una mera entità economica, uno spazio per l’efficiente flusso di capitali, e poco più. L’unità dell’UE non si fonda, come Kojève auspicava per l’Impero latino, su un patrimonio culturale comune; al contrario, come sanno fin troppo bene i conservatori di tutta Europa, la cultura e la tradizione in quanto tali difficilmente entrano nei calcoli di una forma di amministrazione puramente economica. In effetti, cultura e tradizione sono praticamente soppresse, costrette a non esistere, da una tale forma di amministrazione. Secondo Agamben, le previsioni di Kojève sul motivo per cui ciò sarebbe accaduto si sono rivelate esattamente giuste: in considerazione del primato economico che la Germania ha facilmente assunto tra tutti gli Stati membri dell’UE, 

Infatti, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, sembrava che l’impero anglosassone governato dall’America avesse davvero trionfato su tutti gli sfidanti. Ciò ha portato a quell’altra famigerata tesi della “fine della storia”, quella proposta da Francis Fukuyama, che ha tentato di sostenere che lo stato finale di Kojève era stato effettivamente raggiunto nel momento unipolare americano. A dire il vero, Kojève aveva predetto qualcosa di simile a un mondo del genere, anche se non gli piaceva molto. Data una situazione del genere, si sarebbe perdonati se si pensasse che fosse troppo tardi per un impero latino. La vecchia Europa è stata definitivamente inghiottita dall’impero americano, le sue culture originarie spiazzate dalla cultura globale del consumismo, e l’Europa non può più sperare e nemmeno desiderare di trovare un alleato in Russia contro l’imperialismo americano. 

Ma da allora, è diventato evidente che c’è stato un nascosto “trasferimento di potere” dalle mani dell’Unione Sovietica caduta nelle mani del Partito Comunista Cinese, che è gradualmente emerso come il nuovo sfidante globale del capitalismo anglosassone. – e per molti aspetti più formidabile di quanto sia mai stata l’URSS. Inoltre, la stessa Russia ha conosciuto un sorprendente risveglio politico; sebbene la sua precedente potenza economica sia stata quasi distrutta dalla commercializzazione dall’oggi al domani, la Russia ha acquisito una leva geopolitica come uno dei maggiori esportatori mondiali di petrolio. L’approfondimento dei legami tra i due paesi fa presagire l’ascesa di un “impero eurasiatico” per sostituire l’ex impero slavo-sovietico. Inoltre, il modo in cui gli Stati Uniti ha apertamente sfruttato la guerra in Ucraina per i propri interessi economici ha indubbiamente influenzato la percezione di molti europei dell’ex “faro di libertà”. La possibilità di coltivare legami più profondi tra Europa e Cina – e persino, per paesi come l’Ungheria, di mantenere legami con la Russia – è improvvisamente diventata così allettante che persino il cancelliere della Germania, Olaf Scholz,non può escluderlo . Se non altro perché la Cina rappresenta ormai una plausibile alternativa all’egemonia americana, forse l’ora non è troppo tardi per l’Europa dopo tutto. 

Oltre a queste considerazioni, vale la pena osservare la posizione della Chiesa cattolica nella politica e nella geopolitica contemporanee, che è stata più volte emarginata e neutralizzata. Ad esempio, la controversa Ostpolitik di Papa Paolo VInei confronti dell’Unione Sovietica avrebbe potuto avere un impatto maggiore se la Chiesa avesse goduto del sostegno politico di un impero latino. Più di recente, anche gli attuali modesti sforzi della Santa Sede per portare la pace nel conflitto della guerra in Ucraina sarebbero più promettenti, non solo per le relazioni cattolico-ortodosse, ma anche per le relazioni Europa-Russia, se la Chiesa godesse ancora dei privilegi della politica potere sotto forma di impero. Simili speculazioni potrebbero essere applicate ai recenti tentativi della Chiesa di qualsiasi tipo di diplomazia con la Cina. È innegabile, da un punto di vista cattolico, che la capacità della Chiesa di agire come entità politica nel mondo moderno è stata gravemente ostacolata dalla perdita dello Stato Pontificio nel 1870. 

Conclusione

L’essenza della ricetta di Kojève per l’Europa rimane evidentemente rilevante nel contesto delle odierne lotte geopolitiche, economiche e culturali. Ha anche il pregio di trascendere gli stretti confini delle ideologie politiche di “sinistra” e “destra”, contenendo consigli che tutti i lati dello spettro politico dominante farebbero bene a seguire. Per quelli di sinistra, la filosofia di Kojève nel suo insieme serve a ricordare che la rivoluzione non può andare avanti per sempre: deve avere il proprio completamento sempre in vista. Inoltre, in qualunque misura il movimento rivoluzionario della storia sia stato completato, diventa compito dell’umanità capire come conservare il mondo che è stato costruito. Tradizione e memoria storica sono l’eredità della fine della storia. 

Per i conservatori della “destra”, la proposta di Kojève contiene l’intuizione cruciale che lo stato nazionale non è più attrezzato per svolgere il lavoro di conservazione dell’identità culturale. Nel caso della Francia, la forma obsoleta dello stato-nazione non poteva sperare di reggere il maggior peso del potere imperiale americano, soprattutto una volta che avesse infuso la sua essenza culturale nelle vene della stessa Europa con la formazione dell’UE. Per preservare le autentiche tradizioni dell’Europa latina, sarebbe stato necessario un impero: perché all’impero si può resistere solo con l’impero. Il mondo multipolare emergente è un mondo di imperi, non più un mondo di nazioni. I “conservatori nazionali” di oggi farebbero bene a prendere in considerazione questo consiglio.

Infine, Kojève mette in guardia contro un abbraccio troppo volontario del modello capitalista, in particolare per come è stato modellato dall’egemonia americana (anglosassone). Proprio perché hanno a cuore il loro ricco patrimonio culturale e desiderano conservarlo nella memoria, i conservatori europei devono resistere al paradigma americano. Kojève ricorda loro che l’“americanizzazione” dell’Europa è all’origine della stessa perdita di memoria storica che giustamente denunciano. L’americanizzazione dello stesso conservatorismo europeo non farebbe altro che indebolire ulteriormente la loro preoccupazione. I conservatori sono quindi obbligati a trovare un delicato equilibrio: né il modello obsoleto del nazionalismo né l’universalismo sfruttatore del capitalismo americano, ma un nuovo universalismo che preservi e offra i beni della cultura e della saggia contemplazione per il godimento di tutta l’umanità.

Fonte: European Conservative

L'impero latino: il conservatorismo europeo di Alexandre Kojève
L’impero latino: il conservatorismo europeo di Alexandre Kojève

Le proposte della Cina per un ordine internazionale alternativo a quello occidentale

di Alessandro Scassellati

La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore […] il nuovo non può nascere e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.
Antonio Gramsci

Grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è dunque eccellente.
Mao Zedong

Negli ultimi mesi la Repubblica Popolare di Cina si è segnalata per uno spiccato attivismo per cercare di ridefinire una propria visione di un ordine internazionale alternativo a quello offerto dall’Occidente – il cosiddetto “rules-based international order” (anche se le «regole» non sono state mai veramente scritte da nessuna parte ad eccezione della Carta delle Nazioni Unite, un’organizzazione di cui fanno parte 193 Stati che però vede le risoluzioni della sua Assemblea Generale sistematicamente ignorate dagli USA e dalle altre grandi potenze1), la Pax Americana2 -, avanzando proposte sulla sicurezza globale e sulla risoluzione del conflitto ucraino.

A fine febbraio, il Ministero degli Esteri cinese ha pubblicato tre fondamentali documenti che definiscono la visione cinese del mondo e della comunità internazionale. Il concept paper della Global Security Initiative (GSI), il documento US Hegemony and its Perils e il documento che illustra la proposta cinese per una soluzione politica alla guerra in Ucraina.

Documenti che hanno l’ambizione di presentare la Cina come forza per la stabilità e la prosperità globali, che vuole ispirare una “modernizzazione” post-occidentale in tutto il mondo, in particolare nel Sud del mondo, non perseguita attraverso la guerra, il colonialismo o l’espropriazione.

La narrazione ufficiale in Cina (ma anche nel Sud globale e nei paesi europei che sono scettici sulle politiche statunitensi per contenere la Cina) è che gli Stati Uniti rispondono ai problemi militarmente, mentre la Cina usa il dialogo e la cooperazione pacifica3. “Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità”, sosteneva Sun Tzu.

Proviamo ad analizzare i contenuti di queste proposte e a ragionare sulle possibili evoluzioni e prospettive, ritenendo che esse offrano diversi spunti utili sulla percezione della Cina circa il suo ruolo nell’arena internazionale e sul suo posizionamento rispetto alle dinamiche globali del potere.

Contesto geopolitico: USA verso Cina

Sappiamo che la Cina è impegnata almeno dal 2018 in una competizione a tutto campo (sebbene al momento non un conflitto bellico) con gli Stati Uniti, la potenza ancora egemone, seppure investita da uno strisciante e progressivo declino che cerca di contrastare attraverso interventi unilaterali (sanzioni, protezionismo/decoupling/politiche industriali, esclusione di imprese dei paesi non graditi dall’accesso al mercato e alle tecnologie del mondo digitale; riarmo proprio e dei paesi amici, “guerre per procura”, ecc.), nonché un rilancio delle alleanze politico-militari occidentali (via Nato, Aukus, Quad, Five Eyes, ecc.), utilizzando la retorica della lotta tra il fronte delle democrazie e quello delle autocrazie. Nell’ultimo anno le tensioni tra USA e Cina sono cresciute, alimentate da posizioni divergenti su sanzioni economiche americane, Taiwan4, guerra tra Russia e Ucraina5, e l’incidente del pallone meteorologico/spia.

Negli Stati Uniti si è consolidato un forte consenso bipartisan sul “contenimento” della Repubblica Popolare Cinese6 sia in chiave militare, attraverso la mobilitazione del military-industrial complex7 e delle alleanze asiatiche a guida americana, sia in chiave tecnologica, con copyright (brevettazione monopolistica), restrizioni e sanzioni (oltre mille imprese cinesi sono state messe nella “lista nera” e gli USA affermano che la Cina potrebbe utilizzare l’app TikTok per lo spionaggio di massa dei cittadini americani, mentre loro utilizzano Google per spiare a livello globale), sia in chiave economica con una maggiore selettività nel gestire i rapporti commerciali.

Gli Stati Uniti (e la UE?) stanno cercando di ricostruire la globalizzazione escludendo la Cina dai settori strategici del nuovo ciclo di accumulazione (green e digitale). Utilizzando strumenti come politiche industriali, protezionismo, decouplingre-shoring friend-shoring stanno scommettendo sulla possibilità di dare vita a nuove catene globali del valore che siano capaci di tenere fuori le imprese cinesi (soprattutto nei semiconduttori avanzati, terre rare e batterie elettriche), anche se questo potrebbe significare che il tempo dell’elettronica di consumo a basso costo e della fast fashion sia finito.

La Cina sta rispondendo a questa strategia statunitense a tutto campo con una rinnovata iniziativa in politica estera, partecipando a esercitazioni militari congiunte con forze russe, sudafricane e di altri paesi, e soprattutto rilanciando il gruppo dei BRICS, allargandolo ad altri paesi del Sud globale e prevedendo la nascita di una moneta globale alternativa al dollaro8, lanciando la GSI, l’Iniziativa per lo sviluppo globale (GDI), collegata all’Agenda 2030 dell’ONU, e l’Iniziativa per la civiltà globale (GCI, intesa a promuovere il dialogo, l’inclusività, il rispetto reciproco e il mutuo apprendimento in seno alla comunità internazionale), investendo nel piano “Made in China 2025” (per sviluppare 10 settori strategici del prossimo round di accumulazione) e nella Belt and Road Initiative (BRI) per realizzare infrastrutture fisiche, logistiche e digitali per connettere la Cina con l’Eurasia, l’Africa, l’Asia orientale e il Sud America9, e rafforzando la Shangai Cooperation Organization (SCO) e la Eurasia Economic Union (EAEU) per costruire nuove piattaforme produttive e catene di approvvigionamento e valore legate a Pechino, in modo da mantenere e rafforzare la posizione centrale della Cina nelle catene del valore manifatturiere globali, sia che si tratti di beni ad alta intensità di lavoro o di tecnologia10.

Sul piano politico, la Cina si presenta come l’alfiere dei paesi in via di sviluppo del Sud globale (la popolazione combinata rappresenta l’80% della popolazione mondiale e contribuisce al 70% della produzione economica globale), cercando di trasformare la sua potenza economica in influenza politica internazionale, sostenendo che dovrebbero avere maggiore voce negli affari internazionali (con una nuova governance globale11) e che le persone di questi paesi dovrebbero avere il diritto di godere di una vita migliore (di uno sviluppo autopropulsivo).

Xi sta anche cercando di posizionarsi come statista globale per rivaleggiare con Biden. La Cina ha recentemente mediato un accordo tra Arabia Saudita e Iran (firmato a Pechino il 10 marzo 2023) per ripristinare le relazioni diplomatiche (entrambi i paesi hanno concordato di rispettare i principi della Carta delle Nazioni Unite, risolvere le loro controversie attraverso il dialogo, rispettare la sovranità reciproca e non interferire negli affari interni di altri paesi), una mossa salutata in Cina come una vittoria contro l’egemonia statunitense in Medio Oriente12.

A differenza della rivalità della guerra fredda tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, lo scontro tra USA e Cina coinvolge due superpotenze nucleari che sono le maggiori economie del mondo e sono profondamente intrecciate sul piano economico. Il commercio di merci tra Stati Uniti e Cina valeva 690,6 miliardi di dollari nel 2022, con il dollaro e l’euro che costituiscono parti sostanziali delle riserve monetarie cinesi, e i tentativi su entrambe le sponde del Pacifico di districare il rapporto sono stati ostacolati da legami nel commercio, nella ricerca, nella tecnologia e nella cultura.

Si è aperta apparentemente una nuova fase storica, quella della globalizzazione selettiva basata su una frammentazione dell’economia-mondo in blocchi geopolitici e geoeconomici in via di «disaccoppiamento» (che secondo la managing director del Fondo monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, sarebbe “una ‘divisione pericolosa’ che lascerebbe tutti più poveri e meno sicuri”) – un blocco euro-atlantico con i suoi satelliti in Asia orientale e Oceania e un blocco euro-asiatico in formazione – che esprimono diversi modelli di sviluppo capitalistico e di rapporti strutturali tra sistema tecnologico e finanziario e sistema sociale e politico, e sono in forte competizione tra loro per la supremazia economica (integrazione e controllo di risorse strategiche, supply chains e mercati), politico-militare (sfere di influenza) e culturale (egemonia ideologica e soft power).

Al tempo stesso, come sostiene la maggioranza degli osservatori occidentali, negli ultimi mesi la Cina è diventata più “assertiva” nel rivendicare i propri interessi (allontanandosi forse definitivamente dal mantra “mantieni un basso profilo” di Deng).

Nella prima conferenza stampa da ministro degli Esteri (ex ambasciatore cinese a Washington), tenuta durante il congresso delle “Due Sessioni”, Qin Gang ha illustrato le linee di politica estera cinese per i prossimi 5 anni con un tono che i media mainstream occidentali hanno giudicato particolarmente bellicoso, soprattutto nei confronti degli Stati Uniti.

L’avvertimento a Washington è di abbandonare al più presto l’approccio competitivo a somma zero, “la cosiddetta competizione della parte statunitense è il contenimento e la soppressione a tutto campo, un gioco a somma zero in cui tu muori e io vivo” spinto da quello che ha definito un “neo-maccartismo isterico” che sta infliggendo gravi danni alle relazioni bilaterali, ha detto13.

Altrimenti, sarà inevitabile un “conflitto e scontro” tra le due potenze che mette a rischio “il futuro dell’umanità”. Al tempo stesso, ha difeso il rafforzamento delle relazioni del suo Paese con la Russia (che “costituiscono un esempio per le relazioni estere globali“), diventato un partner importante per la Cina da quando i due paesi hanno posto fine a una storica disputa sul confine nel 200514.

Un tono più aggressivo rispetto al passato che, secondo il Financial Times, sarebbe motivato dalla necessità di spostare l’attenzione dal ribasso delle aspettative di crescita del PIL cinese (ma, in realtà, con una stima di una crescita al 5,2%, un aumento di 2 punti percentuali rispetto al tasso 2022, il che significa che la Cina rappresenterà circa un terzo della crescita globale nel 2023) reduce da tre anni di politica zero-Covid15 e dall’ansia di Pechino per una realtà economico-politica globale in cui il rallentamento della crescita (prevista al 3% dal FMI) e il caos crescente – incarnato dalla guerra in Ucraina, ma anche dalla crisi del debito di decine di paesi poveri e da un’ondata inflazionistica che spinge le banche centrali dei paesi occidentali ad un rapido rialzo dei tassi di interesse, provocando deprezzamenti delle valute e deflussi di capitali dai paesi poveri – finisce per nuocere agli interessi cinesi. Non a caso, Qin Gang ha presentato la Cina e le sue relazioni con la Russia come un faro di forza e stabilità, e gli Stati Uniti e i suoi alleati come una fonte di tensione e conflitto.

In questo difficile e contrastato scenario geopolitico e geoeconomico, la Cina si sente pronta ad accreditarsi e ad essere riconosciuta dalla comunità internazionale (a cominciare da USA e UE) come una grande potenza responsabile. Un tentativo di rivendicare ed assumere apertamente un ruolo attivo di leadership globale che evidenzia il desiderio di individuare il vero terreno su cui deve essere misurata la crescente competizione con gli Stati Uniti.

La proposta cinese per una soluzione alla guerra in Ucraina

La Cina ha cercato di presentarsi come un pacificatore nel conflitto tra Russia e Ucraina (di “svolgere un ruolo costruttivo in questo senso” in quanto “grande paese responsabile”), ma la proposta cinese (un “position paper”) è stata molto rapidamente cestinata dagli USA (“è un inganno”) e UE (senza però presentare alcuna proposta alternativa), ma non da Kyiv né da Mosca16.

La posizione ufficiale degli Stati Uniti rimane invariata: la guerra deve continuare per indebolire gravemente la Russia17.

Il piano cinese per l’Ucraina, che, come tanti hanno scritto, non è un vero e proprio piano di pace (non offre misure specifiche), quanto un framework generale per arrivarci (“creare condizioni e piattaforme” per la ripresa dei negoziati): chiede colloqui di pace esortando tutte le parti a evitare l’escalation nucleare e porre fine agli attacchi ai civili.

Il documento è stato pubblicato il 24 febbraio, nel primo anniversario dell’invasione della Russia e contiene 12 punti:

1. rispetto della sovranità di tutti i paesi18; 2. abbandonare la mentalità della Guerra Fredda19; 3. cessazione delle ostilità20; 4. ripresa dei colloqui di pace; 5. risoluzione della crisi umanitaria; 6. protezione dei civili e dei prigionieri di guerra; 7. mantenimento della sicurezza delle centrali nucleari; 8. riduzione dei rischi strategici (non uso delle armi nucleari); 9. facilitazione delle esportazioni di grano (con la Black Sea Grain Initiative firmata da Russia, Turchia, Ucraina e ONU); 10. fermare le sanzioni unilaterali (non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che oggi rappresentano il principale strumento messo in campo da USA e UE per ostacolare lo sforzo bellico russo); 11. mantenere stabili le catene industriali e di approvvigionamento; 12. promuovere la ricostruzione postbellica.

Il documento non rivolge i suoi suggerimenti a una particolare parte del conflitto (il governo cinese ci tiene a presentarsi come “una parte neutrale attiva”), chiedendo invece a tutte le parti di “rimanere razionali ed esercitare moderazione” e di “rispettare rigorosamente il diritto internazionale umanitario, evitare di attaccare civili o strutture civili, proteggere donne, bambini e altre vittime del conflitto”.

Dal documento traspare che la Cina appare preoccupata dell’impatto negativo diretto e forte della crisi ucraina sul vasto numero di paesi in via di sviluppo che hanno urgente bisogno di raggiungere i propri obiettivi di sviluppo (si pensi ai punti che riguardano la facilitazione delle esportazioni di grano e il mantenimento stabile delle catene industriali e di approvvigionamento). Ritiene che sia proprio per questo che questi paesi non vogliono essere costretti a scegliere da che parte stare nel conflitto, ma sperano ardentemente che tutte le parti possano trovare una soluzione pacifica.

Il documento US Hegemony and its Perils

Il documento US Hegemony and its Perils  prende la forma di un rapporto che, “presentando fatti rilevanti”, espone l’abuso della propria posizione egemonica da parte degli Stati Uniti dalla politica alla cultura, passando per l’egemonia militare, economica e tecnologica.

Il documento sostiene che da quando sono diventati il paese più potente del mondo dopo le due guerre mondiali e la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno agito con sempre maggiore intensità per interferire negli affari interni di altri paesi, perseguire, mantenere e abusare dell’egemonia, promuovere la sovversione e l’infiltrazione e condurre volontariamente guerre, arrecare danno alla comunità internazionale.

La tesi è che gli Stati Uniti hanno sviluppato un manuale egemonico per inscenare “rivoluzioni colorate” (inclusa la “Primavera Araba”, ma in particolare in Georgia, Ucraina e Kyrgyzstan) con l’obiettivo di promuovere il “cambio di regime”, istigare controversie regionali e persino lanciare direttamente guerre con il pretesto di promuovere la democrazia, la libertà e i diritti umani.

Aggrappandosi alla mentalità della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno intensificato la politica dei blocchi e alimentato conflitti e scontri.

Hanno esagerato con il concetto di ‘sicurezza nazionale’, hanno abusato dei controlli sulle esportazioni e imposto sanzioni economiche unilaterali agli altri (le sanzioni statunitensi contro entità straniere sono aumentate del 933% dal 2000 al 2021 e colpiscono quasi 40 paesi in tutto il mondo, tra cui Cuba, Cina, Russia, Repubblica Popolare di Corea, Iran e Venezuela, colpendo quasi la metà della popolazione mondiale).

Hanno adottato un approccio selettivo al diritto e alle regole internazionali, utilizzandole o scartandole a loro piacimento, e hanno cercato di imporre regole che servano i propri interessi in nome del mantenimento di un “ordine internazionale basato su regole“.

Tuttavia, più che effettivamente smascherare gli specifici tratti dell’egemonia statunitense, l’obiettivo del saggio sembra essere quello, certamente non nuovo, di accattivarsi una audience tanto globale quanto specifica: quel gruppo più o meno ampio di Paesi, soprattutto del Global South, insofferenti verso Washington (molti dei quali si sono astenuti nelle votazioni nell’Assemblea Generale dell’ONU sulla risoluzione rispetto alla guerra in Ucraina).

Infatti, la conclusione del documento afferma che “I paesi devono rispettarsi a vicenda e trattarsi da pari a pari. I grandi Paesi dovrebbero comportarsi in modo consono al loro status e prendere l’iniziativa nel perseguire un nuovo modello di relazioni tra Stato e Stato caratterizzato dal dialogo e dalla partnership, non dallo scontro o dall’alleanza. La Cina si oppone a tutte le forme di egemonismo e politica di potere e rifiuta l’ingerenza negli affari interni di altri paesi. Gli Stati Uniti devono condurre un serio esame di coscienza. Devono esaminare criticamente ciò che hanno fatto, abbandonare la loro arroganza e il loro pregiudizio e abbandonare le loro pratiche egemoniche, di dominio e prepotenti”.

La Global Security Initiative

La GSI  è stata presentata come articolazione diretta del pensiero di Xi Jinping (eletto per un terzo mandato segretario del PCC, ma anche presidente della Commissione militare centrale e presidente della RPC ad ottobre 2022)21 e costituisce una sorta di documento paradigmatico, filosofico-fondativo, della visone cinese delle relazioni internazionali.

La GSI vuole essere il “piano” del governo cinese volto a garantire la sicurezza globale davanti alle molteplici sfide e ai grandi rischi che la comunità internazionale si trova da affrontare.

La GSI mira a eliminare le cause profonde dei conflitti internazionali, migliorare la governance della sicurezza globale, incoraggiare sforzi internazionali congiunti per portare maggiore stabilità e certezza in un’era instabile e mutevole e promuovere una pace e uno sviluppo durevoli nel mondo.

Nel documento si dichiara che il cardine del sistema deve essere il rispetto e l’implementazione dei dettami della Carta delle Nazioni Unite (1945) e dei dieci principi della Conferenza di Bandung degli Stati africani e asiatici tenutasi nel 1955.

L’ONU è l’organismo multilaterale su cui avrebbe dovuto strutturarsi l’ordine post-Seconda guerra mondiale in alternativa all’unilateralismo e alle sue manifestazioni (come il protezionismo) che la Cina oggi imputa agli Stati Uniti.

Il tema della mentalità “win-win”, centrale nella narrazione legata alla cooperazione nel contesto della Belt and Road Initiative, viene declinato nel documento come risposta necessaria a quella che è la diagnosi di Pechino sulle fonti profonde di (in)sicurezza della comunità internazionale: una serie di sfide comuni che si intersecano richiedendo non solo soluzioni concertate, ma anche e soprattutto rispetto delle preoccupazioni di sicurezza di tutti i membri della comunità, della sovranità e integrità territoriale, e della non interferenza come principi fondativi delle relazioni internazionali.

Ma l’aspetto forse più interessante è quello che la Cina sottolinei come preoccupazione principale della sicurezza internazionale la necessità di evitare una mentalità da guerra fredda.

L’idea di un sistema diviso in blocchi di potenza in cui, secondo il documento cinese, viene necessariamente meno il riconoscimento delle legittime preoccupazioni altrui e comporta una perdita netta per la comunità internazionale (“La mentalità della guerra fredda, l’unilateralismo, il confronto dei blocchi e l’egemonismo contraddicono lo spirito della Carta delle Nazioni Unite e devono essere contrastati e respinti”.).

In sostanza, l’approccio cinese propone “un nuovo modello di relazioni tra Stati basato su dialogo e partnership”, non-interferenza e rifiuto della politica di egemonia direttamente contrapposto al modello di “scontro e alleanze” e politica di potenza degli Stati Uniti.

Sei sono i concetti e principi fondamentali interconnessi della GSI:

1. Rimanere impegnati nella visione di una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile22;

2. Restare impegnati a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i paesi (uguaglianza sovrana e non interferenza negli affari interni come principi fondamentali del diritto e delle relazioni internazionali)23; 3.

Restare impegnati a rispettare e attuare gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite (“praticare un vero multilateralismo” e “sostenere fermamente il sistema internazionale con l’ONU al centro … e il suo status di piattaforma principale per la governance della sicurezza globale”.);

4. Restare impegnati a prendere sul serio le legittime preoccupazioni di sicurezza di tutti i paesi24;

5. Rimanere impegnati a risolvere pacificamente le differenze e le controversie tra i paesi attraverso il dialogo e la consultazione25;

6. Rimanere impegnati a mantenere la sicurezza sia nei domini tradizionali che in quelli non tradizionali (“lavorare insieme per affrontare le controversie regionali e le sfide globali come il terrorismo, i cambiamenti climatici, la sicurezza informatica e la biosicurezza”).

Per realizzare la visione contenuta nella GSI, la Cina è pronta ad impegnarsi nella cooperazione sulla sicurezza bilaterale e multilaterale con tutti i paesi e le organizzazioni internazionali (soprattutto in sede ONU) e regionali e nel promuovere attivamente il coordinamento dei concetti di sicurezza e la convergenza degli interessi.

Con la GSI, seguendo il principio di apertura e inclusività, la Cina accoglie con favore e si attende la partecipazione di tutte le parti per arricchire congiuntamente la sua sostanza ed esplorare attivamente nuove forme e aree di cooperazione. “La Cina è pronta a lavorare con tutti i paesi e i popoli che amano la pace e aspirano alla felicità per affrontare tutti i tipi di sfide alla sicurezza tradizionali e non tradizionali, proteggere la pace e la tranquillità della terra e creare insieme un futuro migliore per l’umanità, in modo che la fiaccola della pace sarà trasmessa di generazione in generazione e risplenderà in tutto il mondo”.

Un nuovo ordine mondiale post-occidentale?

Mentre alcuni dei più grandi paesi in via di sviluppo, come Cina, Brasile, India, Messico, Indonesia e Sud Africa, si allontanano dalla dipendenza dagli Stati Uniti e dai suoi alleati occidentali, hanno iniziato a discutere una nuova architettura per un nuovo ordine mondiale.

Ciò che è abbastanza chiaro è che la maggior parte di questi paesi, nonostante le grandi differenze nelle tradizioni politiche dei rispettivi governi, ora riconoscono che l’”ordine internazionale basato sulle regole” degli Stati Uniti non è più in grado di esercitare l’autorità che aveva una volta.

L’effettivo movimento della storia mostra che l’ordine mondiale si sta spostando da uno ancorato all’egemonia degli Stati Uniti a uno di carattere molto più regionale. I politici statunitensi, come parte del loro allarmismo, suggeriscono che la Cina voglia conquistare il mondo, sulla falsariga dell’argomento della “Trappola di Tucidide“, secondo cui quando un nuovo aspirante all’egemonia appare sulla scena, tende a sfociare in una guerra tra i paesi emergenti e la grande potenza esistente.

Tuttavia, questa argomentazione non si basa sui fatti. Nessuno Stato-nazione è oggi in grado di organizzare l’ordine globale e mantenerne il controllo in maniera unilaterale.

Piuttosto che cercare di generare ulteriori poli di potere – sulla scia degli Stati Uniti – e costruire un mondo “multipolare“, la Cina e i paesi in via di sviluppo chiedono un ordine mondiale “multilaterale” radicato nella Carta delle Nazioni Unite, nonché forti sistemi di sviluppo e commercio regionale (BRICS, SCO, CELAC, ecc.).

Un nuovo internazionalismo che può essere creato – evitando un periodo di balcanizzazione globale – solo costruendo sulle fondamenta del rispetto reciproco e della forza dei sistemi commerciali regionali, delle organizzazioni di sicurezza e delle formazioni politiche.

Indicatori di questo nuovo atteggiamento sono presenti nelle discussioni in corso nel Sud del mondo sulla guerra in Ucraina e si riflettono nella GSI e nel piano cinese per la pace in Ucraina.

Un partner strategico della Cina di Xi in questo percorso è destinato ad essere il Brasile di Lula26 che potrebbe raggruppare una serie di paesi latino-americani (di una regione tradizionalmente sotto l’influenza degli Stati Uniti, in linea con la “dottrina Monroe” del 182327 per svolgere sulla scena globale quel ruolo di mediazione/accompagnamento di un nuovo ordine globale per il quale l’Unione Europea ha completamente abdicato.

Il 26-31 marzo Lula avrebbe dovuto essere a Pechino con una foltissima delegazione di ministri, governatori, deputati, senatori e oltre 250 imprenditori (molti dei quali dell’agrobusiness e dell’allevamento da carne), ma ha rinviato il viaggio per un attacco di polmonite. In ogni caso, Lula ha confermato la volontà di mantenere ottimi rapporti con la Cina.

D’altra parte le relazioni economiche tra i due paesi si sono notevolmente intensificate negli ultimi anni e la Cina è già il più grande mercato di esportazione del Brasile, con un commercio bilaterale che ha superato i 155 miliardi di dollari nel 2022 (contro gli 88 con gli USA), con il Brasile che principalmente esporta in Cina prodotti come soia, ferro e suoi derivati, petroliferi e carni bovine.

Il Brasile è oggi il maggior destinatario di investimenti cinesi in America Latina, trainati dalla spesa per linee di trasmissione elettrica ad alta tensione e per l’estrazione di petrolio28. Lula (come Xi) ha bisogno di contare su un’economia in buona salute per riprendere quelle politiche sociali e di attenuazione della povertà che avevano rappresentato la parte più significativa dei suoi due precedenti mandati (2003-2011).

Politiche interne completamente abbandonate, come quelle contro la deforestazione in Amazzonia e nel Cerrado, e il cambiamento climatico, con la disastrosa presidenza di Bolsonaro. È quindi possibile un asse Brasile-Cina29, attorno al quale possano aggregarsi altri paesi come Sudafrica e Colombia o dell’Africa (Nigeria), Medio Oriente (Turchia, Iran e paesi del Golfo), dell’Asia (Indonesia, Malaysia, Filippine e Vietnam) e delle isole del Pacifico.

Gli Stati Uniti rimangono un paese potente, ma non hanno fatto (e sembrano non volerlo fare) i conti con gli immensi cambiamenti in atto nell’ordine mondiale. Persiste la loro ricerca del primato globale (il progetto suprematista neoconservatore ideato da Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Colin Powell, Paul Wolfowitz, Scooter Libby e Zalmay Khalilzad, secondo cui non ci deve più essere una potenza straniera che possa competere con gli Stati Uniti), di essere il poliziotto del mondo, e come ha scritto lo storico Daniel Bessner sulla rivista Harper’s Magazine l’anno scorso, decenni di egemonia militare globale statunitense hanno conferito agli Stati Uniti “una cultura politica militarizzata, razzismo e xenofobia, forze di polizia armate fino ai denti con armi di qualità, un budget per la difesa gonfio e guerre senza fine”.

Il potere degli Stati Uniti sta incontrando una resistenza crescente in tutto il mondo e Washington desidera contrastarla quasi tutta, ovunque, continuando a confondere la proiezione del potere degli Stati Uniti con gli interessi americani, cercando ancora di sopraffare i rivali ed evitare di frenare le loro ambizioni.

I risultati sono stati abbastanza disastrosi durante il “momento unipolare” degli Stati Uniti. Ora, contro le grandi potenze armate di armi nucleari come Russia e Cina, potrebbero essere molto peggiori e mettere a rischio la vita umana sul pianeta. Inquadrando la guerra in Ucraina come una lotta tra democrazia e autocrazia, Biden mostra che gli Stati Uniti non hanno imparato la lezione dell’Iraq.

Dovrebbero temperare la loro fede nel loro “destino manifesto30 e finalmente riconoscere che gli Stati Uniti non sono altro che un altro paese tra i 193 Stati membri delle Nazioni Unite. Nel nuovo mondo multipolare e multilaterale, le grandi potenze, a cominciare dagli Stati Uniti, o troveranno modi per adattarsi e cooperare per il bene comune dell’umanità e un futuro condiviso, o rischieranno la marginalizzazione e un innalzamento della conflittualità, polarizzazione e frammentazione politica interna31.

Quello che appare certo è che la Cina sta cercando di dare una risposta ai cambiamenti del mondo, dei nostri tempi e dei processi storici in atto. I suoi detrattori sostengono che sia tutta propaganda ad esclusivo vantaggio della Cina, del governo comunista e del suo leader.

La Cina da sola non è in grado di bloccare e invertire la spinta verso una nuova conflittualità globale, anche per il carattere autoritario del proprio regime e per il mantenimento di rapporti anche con regimi di dubbia legittimità (una scelta conseguente al rifiuto di ingerenze nelle vicende interne dei singoli paesi, ma che rischia di essere vista, come ha notato a ragione Franco Ferrari, come una difesa assoluta dello status quo).

In ogni caso, solo il tempo dirà se e come la Cina di Xi sarà davvero in grado di promuovere praticamente un nuovo ordine internazionale alternativo “democratico” (“l’altro mondo possibile” di cui aveva parlato il movimento per la giustizia globale all’inizio del millennio?), e un nuovo tipo di relazioni con il Sud globale.

 * da Transform Italia

  1. Ad esempio, il 3 novembre 2022 l’Assemblea Generale ha espresso una forte condanna per l’embargo degli Stati Uniti su Cuba (185 paesi hanno votato a favore di una risoluzione che condanna l’embargo, con il voto contrario di USA e Israele e l’astensione di Brasile e Ucraina). È stata la trentesima volta che l’Assemblea ha votato per condannare la politica statunitense in vigore dal 1960, dopo la rivoluzione cubana guidata da Fidel Castro e la nazionalizzazione delle proprietà di cittadini e aziende statunitensi. È bene ricordare che la Carta sancisce il principio della sovrana uguaglianza di tutte le nazioni che ne fanno parte. Le vere sfide all’ordine delle relazioni tra Stati, quindi, vanno ricercate nelle prove di forza che mettono a repentaglio questo principio di equità. Ne sono esempi l’ordine orientato alla supremazia di un’unica superpotenza, la ricerca dell’egemonia e la politica di potenza. A ottobre 2022, il Consiglio per i diritti umani dell’ONU ha adottato un progetto di risoluzione contro il razzismo, la xenofobia e l’intolleranza. La risoluzione descriveva il colonialismo e la schiavitù come «gravi violazioni del diritto internazionale». Ha chiesto agli ex Stati coloniali e mercanti di schiavi, tra le altre cose, di pagare risarcimenti «proporzionati ai danni [che] hanno commesso». In tutto hanno votato a favore 32 paesi su 47, per lo più latinoamericani, africani e asiatici. Nove paesi hanno votato contro la risoluzione: Repubblica Ceca, Francia, Germania, Montenegro, Paesi Bassi, Polonia, Ucraina, Regno Unito e Stati Uniti. Il voto contrario dei paesi euro-americani evidenzia che non sono ancora disponibili a riconoscere il ruolo che razzismo, colonialismo e imperialismo hanno giocato nel plasmare l’attuale ordine globale. Doversi impegnare in un’azione riparatrice per questi crimini del passato potrebbe minacciare la posizione privilegiata dell’Occidente sulla scena globale. Il rifiuto di riflettere in modo critico sulla propria storia e di riconoscere il razzismo e la xenofobia di oggi come eredità del colonialismo e dell’imperialismo è una scelta politica e morale miope. Senza affrontare la responsabilità diretta di questa storia, non sarà possibile pacificare l’odierna società globale; senza una radicale messa in discussione del pensiero occidentale ereditato dal passato, non sarà possibile affrontare i problemi esistenziali del futuro come la crisi climatico-ambientale. Tra l’altro questo rifiuto offre l’opportunità ai governi dei paesi del sud del mondo (molti dei quali effettivamente violano i diritti umani e le libertà fondamentali dei loro cittadini) di accusare i paesi occidentali di ipocrisia e di utilizzare la retorica dei diritti umani come mero pretesto per intervenire nei loro affari interni, diffamarli e ricattarli di fronte alle opinioni pubbliche nazionali e globali.
  2. Si tratta di un ordine internazionale a guida USA che è venuto consolidandosi a partire dalla seconda metà del XX secolo sulla scia prima della dissoluzione degli imperi britannico, francese e di altri paesi europei, e poi del collasso dell’Unione Sovietica nel 1991. È bene ricordare che 20 anni fa l’America di Bush jr invase l’Iraq (così come un anno fa Putin ha invaso l’Ucraina), innescando un’opposizione globale senza precedenti, mentre calpestava il diritto internazionale, il multilateralismo e le “norme” in cui ora i funzionari statunitensi si avvolgono in modo poco convincente. Se gli Stati Uniti erano la potenza globale indiscussa, si erano improvvisamente rivelati profondamente irresponsabili e pericolosi, contribuendo poi a destabilizzare anche Libia, Siria e Yemen. Il fallimento ventennale di Washington in Afghanistan ha lasciato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden umiliato quando ha ritirato precipitosamente tutte le truppe statunitensi, dichiarando nell’agosto 2021 che stava ponendo fine agli sforzi statunitensi “per rifare altri paesi“.
  3. Un punto ampiamente ribadito da Xi nel corso dell’incontro on-line del 15 marzo “Il Partito Comunista Cinese in dialogo con i partiti politici del mondo” organizzato dal PCC, al quale erano presenti quasi 500 partiti di diverso orientamento di tutti i continenti.
  4. La questione di Taiwan è il fondamento delle basi politiche delle relazioni USA-Cina e la prima linea rossa che non deve essere oltrepassata nelle relazioni USA-Cina“, ha affermato il neoministro degli Esteri cinese Qin Gang. La costituzione della Repubblica Popolare di Cina rivendica Taiwan come una parte “sacra” della Cina. Joe Biden ha ripetutamente promesso di rispondere militarmente se la Cina tenta di prendere Taiwan con la forza, un allontanamento dalla retorica più cauta delle precedenti amministrazioni.
  5. Secondo Qin Gang il conflitto sembra essere stato guidato da “una mano invisibile… che usa la crisi ucraina per servire determinati programmi geopolitici“, spingendo per il protrarsi e l’escalation della guerra.
  6. L’identificazione della Cina come “avversario strategico” è uno dei pochi punti su cui concordano sia Democratici sia Repubblicani che infatti sono impegnati in un rilancio continuo su chi è più fermo nei confronti di Pechino. La stessa campagna presidenziale del 2024 proseguirà su questo binario. In queste condizioni, alcuni osservatori auspicano che si possa stabilire almeno un terreno di “rivalità cooperativa” tra USA e Cina per affrontare alcuni temi che riguardano il bene comune globale (una risposta efficace al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità, alle pandemie e ad altre sfide globali).
  7. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali presumono ancora, come oltre 20 anni fa nel pieno del “momento unipolare” con le invasioni di Afghanistan e Iraq (vedi nostro articolo), che una schiacciante superiorità tecnologico-militare sostenuta da un apparente super-potente military-industrial complex sia tutto ciò di cui hanno bisogno per controllare una nazione lontana e la sua popolazione. L’industria bellica dei paesi occidentali costituisce una sorta di global military-industrial complex, cioè una formidabile concentrazione di interessi capace di esercitare una influenza determinante sulla politica internazionale, come evoluzione di quell’oligopolio privato nazionale intrecciato all’establishment militare governativo sorto negli USA nel corso della Seconda Guerra Mondiale, consolidatosi con la guerra di Corea (fino ad allora gli USA non avevano avuto truppe permanentemente di stanza nei Paesi alleati) e successivamente criticato dal sociologo Charles Wright Mills negli anni ’50 e dal presidente Dwight D. Eisenhower (nel farewell address del 17 gennaio 1961): “Dobbiamo stare in guardia contro l’acquisizione di un’ingiustificata influenza, sia cercata sia non cercata, da parte del complesso industriale militare [military-industrial complex]. Il potenziale per il disastroso aumento di un potere errato esiste e persisterà“. Purtroppo gli eventi dei decenni successivi hanno dimostrato che questa formidabile concentrazione di interessi è stata in grado di dare vita ad una forma di “capitalismo politico” che prospera grazie ad una militarizzazione permanente, condizionando fortemente la politica estera e interna americana e occidentale. Per salvaguardare “l’interesse nazionale” e prevenire la perdita di una superiorità tecnologica ritenuta il cardine del rapporto tra difesa, tecnologia e organizzazione, il Pentagono è sempre intervenuto pesantemente sui processi economici, orientando con miliardi di dollari di appalti la capacità innovativa e produttiva di una parte rilevante delle grandi corporations. Gran parte del cambiamento tecnologico è avvenuto e continua ad avvenire nell’orbita militare. L’informatica, l’aeronautica e l’attività spaziale sono gli epicentri di questa sperimentazione. Lo sviluppo del capitalismo digitale nell’ultimo decennio è una continuazione della precedente produzione militare ed è congruente con l’uso delle armi all’interno del Paese. I grandi fornitori del Pentagono approfittano della protezione del bilancio statale per produrre dispositivi venti volte più costosi dei loro equivalenti civili. Operano con grosse somme in un settore autonomo dalle restrizioni concorrenziali del mercato. Il compito della politica estera USA è diventato quello di usare cronicamente il potere militare (il cosiddetto hard power) come “garante dell’ordine mondiale” e combattere ogni tipo di guerra (arrivando a teorizzare la “guerra infinita”, una sorta di orwelliana “guerra permanente”), senza essere in grado di vincerle o di mettervi fine in modo onorevole. Ciò è in gran parte dovuto al fatto che il Pentagono ha finora impiegato il suo ampio budget nell’acquisto di armi ad alta tecnologia sempre più complesse e costose (sulle quali gli appaltatori industriali hanno grandi margini di profitto), progettate per combattere guerre contro Unione Sovietica/Russia e Cina, piuttosto che in armi più economiche e più semplici, e nell’addestramento delle truppe nelle tattiche necessarie per le guerre anti-insurrezione e anti-guerriglia che di fatto gli Stati Uniti hanno combattuto (in Vietnam, Afghanistan e nel Medio Oriente). Ad esempio, dopo le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, con grave ritardo le forze militari sul terreno sono state dotate di veicoli corazzati e di giubbotti antiproiettile. Il Dipartimento della Difesa americano è il più grande datore di lavoro del mondo, impiegando 3,2 milioni di persone, di cui 1,3 milioni di militari, donne e uomini in servizio attivo, 742 mila civili, 826 mila nella Guardia Nazionale e nelle forze di riserva. Ha centinaia di migliaia di edifici e strutture sparse in oltre 5 mila siti, beni stimati in oltre 2.400 miliardi di dollari, circa 800 basi militari con 173.000 soldati dispiegati in 159 paesi, e gestisce un budget che per il 2023 è di circa 858 miliardi di dollari e rappresenta il 40% del totale mondiale, più dei 15 successivi paesi messi insieme. Secondo un rapporto della Tufts University, “Introducing the Military Intervention Project: A new Dataset on U.S. Military Interventions, 1776-2019“, gli Stati Uniti hanno intrapreso quasi 400 interventi militari a livello globale tra quegli anni, il 34% dei quali in America Latina e nei Caraibi, il 23% in Asia orientale e Pacifico, il 14% in Medio Oriente e Nord Africa e il 13% in Europa. Si veda anche qui.
  8. L’egemonia del dollaro consente agli USA, che rappresentano poco più del 20% del PIL mondiale, di finanziare un deficit persistente della bilancia commerciale con l’afflusso di capitali dall’estero: in sostanza, gli americani vivono al di sopra dei propri mezzi, acquistando sui mercati internazionali più beni e servizi di quelli che sono in grado di vendere, cedendo in cambio titoli (il debito ha raggiunto i 31,4 trilioni di dollari). Nella divisione internazionale del lavoro, gli USA hanno il privilegio di potersi specializzare nella produzione di debiti, anche se a questo privilegio corrisponde il pericolo di sacrificare gli interessi industriali (in ogni caso protetti da protezionismo, sussidi e regole Buy America) e commerciali agli interessi finanziari.
  9. Mentre da anni gli USA accusano Pechino di creare deliberatamente una “trappola del debito” attraverso i progetti della BRI, la Cina ha speso 240 miliardi di dollari per evitare che 22 paesi in via di sviluppo in difficoltà debitorie andassero in default tra il 2008 e il 2021, con un importo che è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni poiché altri hanno faticato a rimborsare i prestiti spesi per costruire infrastrutture BRI. Quasi l’80% dei prestiti di salvataggio è stato concesso tra il 2016 e il 2021, principalmente a paesi a medio reddito tra cui Argentina, Egitto, Mongolia, Sri Lanka, Suriname e Pakistan, secondo il rapporto dei ricercatori di Banca Mondiale, Harvard Kennedy School, AidData e Kiel Institute for the World Economy. Pechino è entrata nel rischioso business dei prestiti internazionali di salvataggio per cercare di salvare le proprie banche.
  10. Nel 2022, il valore aggiunto industriale totale e il valore totale del commercio di beni della Cina hanno entrambi superato i $ 5,81 trilioni. Il valore aggiunto dell’industria manifatturiera cinese rappresenta quasi il 30% del mercato globale e la quota di mercato internazionale delle esportazioni di merci è vicina al 15%. Tuttavia, la forza della Cina è costruita su una base di tecnologie di base straniere e la guerra commerciale lanciata dagli Stati Uniti contro la Cina potrebbe avere un enorme impatto negativo sulla catena del valore globale, con la Cina come punto di produzione e assemblaggio e gli Stati Uniti come mercato e potrebbe influenzare la posizione della Cina nella catena di approvvigionamento globale. Per questo il governo cinese spinge le aziende a cogliere l’opportunità della ristrutturazione della catena industriale globale per investire all’estero e accelerare il ritmo dell’internazionalizzazione. La Cina ha bisogno di più multinazionali con i propri marchi e tecnologie di base indipendenti, in modo che abbiano più voce in capitolo nel modello delle catene del valore globali.
  11. Un esempio di questa tendenza è la disputa in corso tra i Paesi del G20, molti dei quali si sono rifiutati di schierarsi contro Mosca nonostante le pressioni degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei per condannare fermamente la Russia per la guerra in Ucraina.
  12. Tra gli analisti si parla di una trasformazione della regione e di una potenziale espulsione degli Stati Uniti dalla regione mediorientale da parte della Cina, diventata il mediatore del riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita e leader di un blocco (politico, economico-finanziario e militare) euroasiatico e globale in formazione, alternativo a quello occidentale. Il successo attuale della Cina mette in luce i difetti della politica di sicurezza nazionale americana, in particolare la politica del non riconoscimento e delle sanzioni, insieme alla dipendenza dall’uso della forza militare per ottenere guadagni nella politica internazionale. In precedenza Pechino era stata attenta a evitare coinvolgimenti in Medio Oriente. Ma i suoi fiorenti interessi economici hanno reso necessario assumere anche un ruolo diplomatico. La regione è importante per la Belt and Road Initiative cinese; il governo cinese ha dovuto garantire, ad esempio, che i suoi investimenti nel settore energetico saudita non fossero minacciati dai missili degli Houthi dello Yemen. Inoltre, la Cina ha costantemente ampliato la propria impronta economica in Iran ed è interessata a sostenere il piano di Mosca per sviluppare un corridoio di transito attraverso l’Iran che consentirebbe al commercio russo di raggiungere i mercati globali senza utilizzare il Canale di Suez. Lo sviluppo di questo corridoio consentirebbe anche alla Cina di aggirare lo Stretto di Malacca di fronte alla formidabile armata navale e missilistica che Stati Uniti e alleati stanno costruendo. Per portare avanti queste priorità strategiche, Pechino si sta ora preparando a sfidare Washington per l’influenza in Medio Oriente, una regione che gli Stati Uniti dominano sin dalla Seconda Guerra Mondiale e che i pianificatori statunitensi del secondo dopoguerra consideravano l’area strategicamente più importante del mondo. Washington non può più semplicemente esigere che i suoi alleati arabi si separino dalla Cina e si uniscano dietro la sua leadership per combattere l’Iran. Questo approccio è obsoleto e non è al passo con le attuali esigenze dei suoi alleati.
  13. Nel suo discorso di apertura al congresso delle “Due Sessioni”, Xi Jinping ha denunciato quella che ha definito la “soppressione” della Cina guidata dagli Stati Uniti. “I paesi occidentali guidati dagli Stati Uniti hanno implementato il contenimento, l’accerchiamento e la repressione della Cina a tutto tondo, il che ha comportato gravi sfide senza precedenti per lo sviluppo del nostro paese“.
  14. La Russia è una fonte di energia a basso costo e sostiene l’ampliamento del ruolo della Cina nell’Asia centrale (in Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan). È stata anche una fonte di armi: tra il 2017 e il 2021, l’81% delle importazioni di armi cinesi proveniva dalla Russia, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Ancora più importante, la Russia è un alleato nel contrastare gli Stati Uniti. Xi ha fatto visita a Putin a Mosca il 20-22 marzo. Xi e Putin parlano entrambi di un mondo “multipolare“, che secondo loro è un rifiuto dei tentativi degli Stati Uniti di dominare l’ordine globale. Cina e Russia rifiutano l’idea che gli affari interni siano influenzati dalle norme internazionali, promuovendo invece la sovranità territoriale in tutto, dai diritti umani all’accesso a Internet. Sulla questione Ucraina, la Cina non condivide la via militare scelta dalla Russia. Sebbene Xi e Putin hanno brindato all’”approfondimento del partenariato russo-cinese” e firmato 14 accordi, la retorica dell’alleanza “sconfinata, senza vincoli e illimitata” usata per descrivere la relazione sino-russa è scomparsa dai discorsi ufficiali cinesi. Verranno ampliati i collegamenti stradali e ferroviari, e Putin ha garantito che la Russia è “pronta a soddisfare la crescente domanda di energia” della Cina, assicurando che sono stati concordati “praticamente tutti i parametri” del gasdotto Power to Siberia 2 che trasporterà gas dalla Siberia alla Cina (ma un accordo non è stato siglato e la Cina può sempre accedere a gas e petrolio di paesi “amici” come Arabia Saudita, Qatar e Iran). Il volume di scambi tra i due paesi, che ha già raggiunto cifre record lo scorso anno, dovrebbe salire nei prossimi mesi fino a 200 miliardi di dollari. Ma se Mosca non ha alternative a questa torsione, la Cina ritiene che con la guerra in Ucraina la Russia l’abbia costretta in una posizione difficile con l’Occidente, proprio mentre sta cercando di riprendersi dalla propria recessione economica.
  15. Va sempre ricordato che il Partito Comunista cinese basa tuttora la propria legittimità sulla promessa di una duratura crescita economica e dunque del benessere dei suoi cittadini. Nonostante un aumento dei consumi interni e un aumento del 2,4% della produzione industriale nei primi mesi del 2023, la Cina è ancora alle prese con una disoccupazione giovanile al 18% e un debito totale pari al 273,2% del PIL. La Cina di oggi ha ancora bisogno degli Stati Uniti e della UE per perseguire il “sogno” di “una società moderatamente prospera” e di “un socialismo con caratteristiche cinesi”, come nei prossimi anni avrà molto bisogno di un sistema globale degli scambi relativamente aperto. Non a caso, le dichiarazioni di Xi e dei suoi portavoce nei consessi internazionali come l’Assemblea dell’ONU, G20 o Davos difendono la globalizzazione, il libero scambio, nonché la giustizia nel mondo.
  16. Nella dichiarazione ufficiale congiunta del loro incontro del 21 marzo, Xi e Putin hanno affermato: “La parte russa accoglie con favore la volontà della Cina di svolgere un ruolo positivo per la soluzione politica e diplomatica della crisi ucraina e accoglie con favore le proposte costruttive contenute nella posizione cinese sulla soluzione politica della crisi ucraina”. Zelensky ha detto di aver invitato la Cina al dialogo e di aspettare una risposta. I leader occidentali hanno in gran parte respinto un piano di pace per l’Ucraina presentato dal governo cinese, sostenendo che Pechino non ha la credibilità internazionale per agire come mediatore nel conflitto Russia-Ucraina, non essendo “stata in grado di condannare l’invasione illegale dell’Ucraina” (come ha detto Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato). In una intervista alla CNN, subito dopo la pubblicazione del documento, il consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense Jake Sullivan ha respinto gran parte del contenuto della proposta, dicendo che avrebbe potuto fermarsi “al punto uno”. Il documento, per il quale l’Ucraina non è stata consultata, è stato accolto con cautela da Kiev, ma è stato aspramente criticato da funzionari statunitensi e da analisti occidentali che hanno sottolineato i crescenti legami tra Cina e Russia, sostenendo che privilegia gli interessi della Cina, contraria al perdurare indefinito della campagna militare, a scapito di quelli di Ucraina e Russia. Da un lato, Stati Uniti e Occidente attaccano le relazioni amichevoli della Cina con la Russia, mentre dall’altro chiedono alla Cina di utilizzare queste relazioni per svolgere il ruolo che si aspettano nella crisi ucraina, esercitando pressioni sulla Russia. La Cina sostiene di essere neutrale, mentre il governo degli Stati Uniti l’accusa (da mesi) di essere pronta a fornire armi alla Russia (a cominciare da grandi quantità di droni d’attacco), un’accusa sdegnosamente smentita da Pechino. Inoltre, il 23 febbraio la Cina si è astenuta – per la quarta volta – nel voto di una risoluzione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in cui si chiedeva il ritiro immediato delle forze russe dall’Ucraina. La Cina e gli altri 38 paesi che non hanno sostenuto la risoluzione rappresentavano circa il 62% della popolazione del Sud globale.
  17. Facendo ricorso solo a una piccola porzione del proprio colossale bilancio militare e utilizzando militari e civili ucraini come volontari sacrificabili di una “guerra per procura”, gli Stati Uniti sono in grado di deteriorare pesantemente le forze di uno dei loro principali avversari in campo militare, generando peraltro un’impennata negli utili e nelle vendite dell’industria militare. Inoltre, bloccando il flusso di gas e petrolio russo verso l’Europa, hanno messo in ginocchio i settori industriali della Germania, uno dei principali competitor economici degli USA, indebolendo anche l’intera Unione Europea.
  18. Questo in considerazione del fatto che “tutti i paesi sono uguali, indipendentemente dalle loro dimensioni, forza o ricchezza” (è il concetto di “democratizzazione delle relazioni internazionali” che Pechino sostiene da decenni). Al contempo viene indicata la necessità di “un’applicazione identica e uniforme del diritto internazionale” e il rifiuto dell’uso di doppi standard.
  19. Questa parte del documento è diretta all’Occidente, contro il suo unilateralismo, egemonia e continuo utilizzo di “doppi standard”. Il documento mette in guardia contro “l’espansione dei blocchi militari“, un apparente riferimento alla NATO, e esorta tutte le parti a “evitare di alimentare il fuoco e aggravare le tensioni“, rispecchiando il linguaggio che i funzionari di Pechino hanno ripetutamente utilizzato per criticare il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina. Pechino sottolinea che la sicurezza regionale “non possa essere garantita rafforzando ed espandendo i blocchi militari”, ma tenendo “in debita considerazione i legittimi interessi e le preoccupazioni di sicurezza di tutti i paesi”. È questo il concetto di “sicurezza indivisibile”, un concetto certamente non nuovo, essendo incluso negli accordi di Helsinki del 1975, e caro sia a Mosca sia a Pechino.
  20. Si sottolinea come “i conflitti e le guerre non giovino a nessuno” e pertanto tutte le parti dovrebbero mantenere la moderazione, non aggiungere benzina sul fuoco e prevenire un’ulteriore escalation, lanciando un forte appello affinché si favorisca la ripresa del dialogo diretto tra la Russia e l’Ucraina. Questo punto, in particolare, sembra mettere i due paesi sullo stesso piano, dimenticando il fatto che uno è l’aggressore e l’altro è l’aggredito, che l’uno ha violato i principi base del diritto internazionale e della Carta dell’ONU.
  21. Di fatto, la GSI era stata lanciata nell’aprile 2022 da Xi Jinping, in occasione del Boao Forum for Asia (la Davos asiatica), il quale aveva auspicato la costituzione di un ordine internazionale alternativo a quello istituito a Bretton Woods al termine del secondo conflitto mondiale e guidato dagli Stati Uniti d’America.
  22. L’essenza di questa nuova visione della sicurezza è sostenere un concetto di sicurezza comune, rispettando e salvaguardando la sicurezza di ogni paese; un approccio olistico, mantenendo la sicurezza nei domini tradizionali e non tradizionali e migliorando la governance della sicurezza in modo coordinato; un impegno alla cooperazione, portando sicurezza attraverso il dialogo politico e il negoziato pacifico; e ricerca di una sicurezza sostenibile, risolvendo i conflitti attraverso lo sviluppo ed eliminando il terreno fertile per l’insicurezza. Riteniamo che la sicurezza sarà saldamente stabilita e sostenibile solo quando sarà sostenuta dalla moralità, dalla giustizia e dalle idee giuste”.
  23. Crediamo che tutti i paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, ricchi o poveri, siano membri uguali della comunità internazionale. I loro affari interni non tollerano interferenze esterne, la loro sovranità e dignità devono essere rispettate e il loro diritto di scegliere autonomamente sistemi sociali e percorsi di sviluppo deve essere rispettato. L’indipendenza e l’uguaglianza sovrane devono essere sostenute e dovrebbero essere compiuti sforzi affinché tutti i paesi godano dell’uguaglianza in termini di diritti, regole e opportunità”.
  24. L’umanità è una comunità di sicurezza indivisibile. La sicurezza di un paese non dovrebbe andare a scapito di quella degli altri. Riteniamo che tutti i paesi siano uguali in termini di interessi di sicurezza. Le preoccupazioni di sicurezza legittime e ragionevoli di tutti i paesi dovrebbero essere prese sul serio e affrontate adeguatamente, non costantemente ignorate o contestate sistematicamente. Qualsiasi paese, pur perseguendo la propria sicurezza, dovrebbe tener conto delle ragionevoli preoccupazioni di sicurezza degli altri. Sosteniamo il principio della sicurezza indivisibile, sostenendo l’indivisibilità tra sicurezza individuale e sicurezza comune, tra sicurezza tradizionale e sicurezza non tradizionale, tra diritti e obblighi di sicurezza e tra sicurezza e sviluppo. Ci dovrebbe essere un’architettura di sicurezza equilibrata, efficace e sostenibile, in modo da realizzare la sicurezza universale e la sicurezza comune”.
  25. La guerra e le sanzioni non sono una soluzione fondamentale alle controversie; solo il dialogo e la consultazione sono efficaci per risolvere le divergenze. Chiediamo ai paesi di rafforzare la comunicazione strategica, rafforzare la fiducia reciproca nella sicurezza, attenuare le tensioni, gestire le differenze ed eliminare le cause profonde delle crisi. I Paesi più importanti devono difendere la giustizia, adempiere alle proprie responsabilità, sostenere la consultazione su un piano di parità e facilitare i colloqui per la pace, svolgere buoni uffici e mediare alla luce dei bisogni e della volontà dei Paesi interessati. La comunità internazionale dovrebbe sostenere tutti gli sforzi che favoriscono la risoluzione pacifica delle crisi e incoraggiare le parti in conflitto a creare fiducia, risolvere le controversie e promuovere la sicurezza attraverso il dialogo. Abusare delle sanzioni unilaterali e della giurisdizione a braccio lungo non risolve un problema, ma crea solo maggiori difficoltà e complicazioni”.
  26. Appena eletto Lula ha proclamato che “il Brasile è tornato” e che si impegnerà per riparare la reputazione all’estero del suo paese dopo l’era di antagonismo e isolamento di Jair Bolsonaro. Il nuovo governo brasiliano si è associato alla condanna dell’invasione russa all’ONU, ma ha seccamente respinto le pressioni USA e tedesche per fornire armi all’Ucraina. Lula Ha dichiarato che non andrà né a Mosca né a Kiev fino a che continuerà il conflitto. Lula ha da tempo lanciato l’idea della creazione di un gruppo di paesi neutrali ed equidistanti, che possano fare da mediatori per la pace. Già durante la campagna elettorale e poi dopo il suo insediamento, attraverso il nuovo ministro degli esteri, ha rifiutato la lettura manichea del conflitto sulla quale sono allineati la quasi totalità dei mezzi d’informazione dei paesi NATO.
  27. Basta pensare che nel 2023 ricorre mezzo secolo dal colpo di Stato in Uruguay (27 giugno 1973) e dal golpe fascista di Augusto Pinochet e dall’assassinio di Salvador Allende in Cile (11 settembre 1973). Un periodo, quello degli anni ’70 del secolo scorso, in cui il continente si riempì di governi militari, sotto il ferreo controllo degli Stati Uniti.
  28. Vent’anni fa, la crescita della Cina era visibile, ma ora è senza dubbio una superpotenza“, ha detto il ministro degli Esteri brasiliano Mauro Vieira. “In meno di 20 anni, la Cina è diventata il principale partner commerciale del Brasile, e non solo del Brasile, ma di molti paesi latinoamericani. Quindi questo ha cambiato molto lo scenario e la geopolitica è cambiata”.
  29. Questo anche se è probabile che Lula cercherà, per quanto possibile, di bilanciare il rapporto con la Cina con quello con gli USA nel breve-medio periodo, seguendo la strategia legittima di mettere le due maggiori potenze economiche del mondo l’una contro l’altra per cercare di rafforzare i legami commerciali e ottenere maggiori flussi di investimenti. Lula andrà in Cina per cercare di ottenere più concessioni anche dagli Stati Uniti e viceversa. Lula Ha insistito sul fatto che non prende posizione nella competizione rancorosa tra Washington e Pechino. “Non ho intenzione di entrare in una guerra fredda con nessuno“, ha detto il mese scorso, affermando di volere relazioni “splendide” con entrambi. Una posizione confermata da Vieira: “Non abbiamo un allineamento automatico su entrambi i lati. Abbiamo invece ottimi rapporti con gli Stati Uniti, infatti il prossimo anno festeggeremo i 200 anni di relazioni diplomatiche con gli ambasciatori in ogni Paese. E abbiamo rapporti importanti anche con la Cina. Ciò che ci guida è l’interesse nazionale in un quadro di multilateralismo, di diritto internazionale. Gli allineamenti automatici non portano risultati positivi e vantaggiosi per l’interesse nazionale. Ci possono essere perdite quando c’è un allineamento automatico e ingiustificabile. In effetti, come negli ultimi quattro anni”.
  30. L’intervento globale degli Stati Uniti viene giustificato sulla base del mito dell’“eccezionalismo americano”, ossia del fatto che gli Stati Uniti si sono auto-assegnati il “destino speciale” (che si dice sia voluto dalla Provvidenza divina e per questo considerato “manifesto” e plasmato da ideali universali) di trasformare il mondo promuovendo la democrazia attraverso la guerra (insieme alla tortura ad Abu Ghraib e altrove, all’eliminazione fisica dei nemici con bombardamenti di aerei e droni e all’incarcerazione senza processi nel centro di detenzione di Guantánamo Bay dei sospettati). La dottrina dell’eccezionalismo, forgiata nel corso della conquista del territorio continentale che va dalla costa orientale atlantica a quella occidentale pacifica, condotta con continue guerre contro i popoli nativi, gli inglesi, gli spagnoli e i messicani, sostiene che gli Stati Uniti sono intrinsecamente diversi e superiori alle altre nazioni. Questa superiorità significa che gli Stati Uniti sono soggetti a uno standard diverso (mettono al primo posto il proprio interesse nazionale, si allontanano dai trattati e dalle organizzazioni internazionali, ponendo il proprio diritto interno al di sopra del diritto internazionale). Si dice che le sue azioni siano benevole e al di sopra del diritto internazionale, e gli Stati Uniti hanno il diritto di intervenire a loro piacimento in tutto il mondo, inclusa la costruzione di una rete globale di basi militari e guarnigioni che non permetterebbero mai a un altro potere di avere. Ma, “eccezionalismo”, “internazionalismo” e “leadership globale“, altro non sono stati e sono che degli eufemismi escogitati da politici, giornalisti e storici per mascherare ambizioni e comportamenti imperiali dell’America. I neoconservatori, basandosi sulla convinzione di una superiorità politica e anche morale (“la più grande democrazia del mondo“) che va affermata e difesa, identificano gli interessi americani in modo espansivo, sostenendo che gli Stati Uniti possano e debbano applicare il proprio potere politico-economico e militare – unilateralmente e universalmente – per preservare la loro posizione dominante, proteggere i loro interessi e promuovere i loro ideali conservatori in tutto e su tutto il mondo. Molte di queste posizioni neocon – a cominciare dalla visione della Cina come “avversario strategico” – sono ormai condivise sia dai Repubblicani sia dai Democratici sia dall’establishment che gestisce la politica estera americana nell’amministrazione Biden. Le maggiori differenze riguardano l’enfasi retorica. Biden parla di multilateralismo in relazione alla coalizione occidentale delle “democrazie”, ma nei fatti si tratta di un multilateralismo ristretto (ai paesi a maggioranza di pelle bianca, oltre a Corea del Sud e Giappone), sotto lo stretto dominio americano e gestito attraverso la NATO e altre alleanze a guida USA. L’Unione Europea è stata e si è sacrificata sul piano politico ed economico sull’altare dell’obiettivo di indebolire la Russia (che prima della guerra in Ucraina era il suo principale fornitore di combustibili fossili – gas e petrolio – e altre materie prime a basso costo, ora in parte sostituiti dal gas liquefatto statunitense comprato a prezzi ben più alti), cercando anche di spingerla contro la Cina (il principale partner economico del blocco). Biden usa la retorica dei diritti umani, ma in modo molto selettivo per quanto riguarda i paesi target, mentre continua ad adottare la politica di Trump dei respingimenti in materia di immigrazione e di accoglienza dei richiedenti asilo.
  31. Da questo punto di vista, è emblematico il caso degli Stati Uniti. Come dimostra la frustrazione dell’amministrazione Biden, le forze politiche che animano la gigantesca macchina. Stato sono diventate faziose ed incoerenti all’interno di una battaglia tra il pluralismo della liberal-democrazia e il fascismo autoritario proposto dal Partito Repubblicano dominato da Trump. Potrebbe essere solo questione di tempo prima che quell’incoerenza politica cominci a colpire le maggiori leve del potere economico e militare. Ora che gli Stati Uniti sono entrati nel lungo ciclo elettorale che porta al 2024 dovremmo aspettarci che le disfunzioni diventino ancora più evidenti. L’enigma che devono affrontare gli alleati dell’America – a cominciare dagli europei che fanno parte della NATO, un’alleanza difensiva rilanciata dagli USA come strumento per restaurare il proprio dominio globale – è come far fronte al declino (e alla possibile implosione) di una grande potenza imperiale che è ancora una grande potenza imperiale, il garante dell’ordine mondiale che è la più grande fonte potenziale del suo disordine. Cfr. T. McTagu, What America’s great unwinding would mean for the world, «The Atlantic», 8 August 2022; C. McGreal, US political violence is surging, but talk of a civil war is exaggerated – isn’t it?, «The Guardian», 20 August 2022,; B. Tannehill, Preparing for the Worst, «The New Republic», 12 December 2022.

Fonte: ControPiano.org

Le proposte della Cina per un ordine internazionale alternativo a quello occidentale
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