Soros e gli inglesi stanno smantellando il cosiddetto Diritto Internazionale

di Aleksandr Bovdunov 

Il 17 marzo la Corte penale internazionale dell’Aia ha emesso mandati di arresto per il presidente russo Vladimir Putin e per il difensore civico russo per i diritti dei bambini Maria Lvova-Belova. I funzionari russi sono accusati di “rimozione illegale” di bambini dai territori del fronte.

Indubbiamente si tratta di una decisione politica. Se i bambini non fossero stati rimossi dai territori in cui erano in pericolo, la Russia sarebbe stata accusata di aver lasciato i bambini in pericolo. E se i bambini fossero stati mandati in Ucraina (cosa inimmaginabile in una situazione di guerra), si sarebbe parlato di “pulizia etnica”. La Corte penale internazionale ha trovato una scusa comoda, soprattutto perché le speculazioni sui bambini sono un ottimo modo per influenzare l’opinione pubblica mondiale, soprattutto europea, e un altro passo verso la demonizzazione della Russia e della sua leadership.

E chi sono i giudici?

Prima di tutto, è necessario dire che cos’è la Corte penale internazionale. Si confonde con il Tribunale penale internazionale dell’Aia per l’ex Jugoslavia (ICTY) e con la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite. In realtà, l’unica cosa che hanno in comune è la loro ubicazione all’Aia, la capitale de facto dei Paesi Bassi, dove hanno sede il parlamento e il governo olandesi e molte istituzioni internazionali. Sia il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia che la Corte internazionale di giustizia sono stati fondati con l’approvazione delle Nazioni Unite. La Corte penale internazionale, pur avendo firmato un accordo con le Nazioni Unite, non è direttamente collegata ad esse. È un’organizzazione internazionale indipendente dalle Nazioni Unite. Esiste dal 2002, quando è entrato in vigore il suo trattato istitutivo, lo Statuto di Roma. Solo i Paesi che hanno ratificato il trattato istitutivo hanno giurisdizione su di essa. Hanno cioè volontariamente limitato la loro sovranità a favore di questa struttura. Né la Russia né l’Ucraina sono Stati di questo tipo.

Tuttavia, lo strumento della Corte penale internazionale è molto comodo per usare il “diritto” come arma contro la Russia, anche se non c’è una causa reale. Il fatto è che all’interno delle strutture dell’ONU, le accuse di aggressione, genocidio o crimini di guerra sono molto più difficili da applicare. Ad esempio, per riconoscere un’azione come aggressione è necessaria una decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Anche la Corte internazionale di giustizia è solitamente lenta a trattare questo tipo di casi. Soprattutto perché la Russia (come gli Stati Uniti) non riconosce pienamente la sua giurisdizione.

La maggior parte delle indagini della CPI sono state finora condotte contro Paesi africani. In Africa, la Corte penale internazionale si è guadagnata la reputazione di strumento di politica neocoloniale e di grande minaccia per la sovranità, la pace e la stabilità dell’Africa.

La reazione dei liberali

In tutta questa storia del CPI, non è chiaro come un organismo internazionale possa occuparsi di questioni relative a Stati sul cui territorio non si estende la sua giurisdizione. Né la Russia né l’Ucraina hanno ratificato lo Statuto di Roma, l’accordo alla base del CPI. In passato, tuttavia, la CPI ha emesso mandati di arresto per i leader di un Paese che non ha aderito all’accordo. Il leader in questione è Muammar Gheddafi, accusato dal CPI di crimini di guerra nel 2011, quando in Libia scoppiò una ribellione armata. In precedenza, la CPI aveva emesso un mandato di arresto per il presidente sudanese Omar al-Bashir. Tuttavia, in entrambi i casi, la CPI aveva ricevuto l’autorizzazione per le indagini dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ora questa autorizzazione non c’è. Accusando il presidente russo e il difensore civico dei bambini, il CPI sfida la sovranità della Russia e il sistema di diritto internazionale in cui l’ONU ha svolto, almeno formalmente, un ruolo chiave. La classica sostituzione di un ordine mondiale in cui il diritto internazionale, inteso come insieme di regole e procedure chiare, svolgeva almeno un certo ruolo, con un “mondo basato sulle regole” in cui le regole vengono inventate al volo da sedicenti detentori dell’autorità morale – regimi liberali occidentali e ONG liberali.

Il caso della Corte penale internazionale illustra una contraddizione fondamentale tra gli approcci realisti e liberali alle relazioni internazionali e al diritto internazionale. I realisti si appellano alla sovranità nazionale. Se gli Stati hanno accettato di limitarla volontariamente, la decisione spetta a loro, ma la limitazione dovrebbe avvenire solo con il consenso degli Stati. I liberali ritengono che le istituzioni internazionali possano scavalcare questa sovranità. A loro avviso, sono possibili istituzioni con una giurisdizione globale, anche se gli Stati non hanno accettato volontariamente di includersi in questa giurisdizione.

Il percorso britannico

Chi è che detta le regole della Corte penale internazionale? I tre principali finanziatori dell’attuale Corte penale internazionale sono: 1) George Soros; 2) il Regno Unito, attraverso il Foreign and Commonwealth Office britannico; 3) lo Strumento europeo per la democrazia ei diritti umani dell’Unione Europea, le cui iniziative sono legate all’ufficio di Soros. La Corte è finanziata dai contributi degli Stati parte e dai contributi volontari di governi, organizzazioni internazionali, individui, aziende e altri soggetti.

Gli Stati Uniti non versano contributi alla Corte. I presidenti degli Stati Uniti, sia del partito democratico che di quello repubblicano, si sono opposti alla giurisdizione della Corte sugli Stati Uniti ei loro cittadini e sull’alleato statunitense Israele. Il Presidente Trump ha persino imposto sanzioni contro la CPI. L’amministrazione di Joe Biden ha revocato le sanzioni, ma ha annunciato che Washington “continua ad essere fondamentalmente in disaccordo con le azioni del CPI su Afghanistan e Palestina”.

Mentre lo Stato americano (ma non i circoli globalisti) ha sempre avuto un cattivo rapporto con la CPI, i britannici, al contrario, hanno sostenuto l’istituzione. Soprattutto perché si trova in un Paese con cui i Windsor e molti progetti globalisti, dal Bilderberg agli agenti stranieri di Bellingcat banditi in Russia, sono molto legati alla dinastia regnante.

Nel 2007 Mabel, contessa di Orange-Nassau e allo stesso tempo funzionaria di Soros, ha dichiarato: “abbiamo spinto per la creazione della Corte penale internazionale, che ora ha sede all’Aia, rendendo quella città la capitale internazionale della giustizia”.

L’anno scorso è stata la Gran Bretagna a creare una coalizione di donatori per spingere le indagini sui “crimini russi”. Come hanno osservato i media occidentali, “nelle settimane successive al 24 febbraio [2022], il tribunale è stato “inondato di denaro e di distaccati””. I partecipanti occidentali alla CPI non hanno badato a spese per finanziare le “indagini” sull’Ucraina. Tra gli Stati che hanno dato il via a contributi finanziari aggiuntivi alla CPI figurano il Regno Unito (24 marzo 2022 per un “ulteriore” milione di sterline), la Germania (dichiarazioni del 4 e dell’11 aprile per un “ulteriore” milione di sterline) euro), i Paesi Bassi (dichiarazione dell’11 aprile per un “ulteriore contributo olandese” di un milione di euro) e l’Irlanda (dichiarazione del 14 aprile per 3 milioni di euro, di cui un milione di euro “da distribuire immediatamente ”).

In altre parole, i britannici (con o senza il consenso degli americani) stanno facendo una cazzata. È stato il Front Office ad avere l’idea, quasi un anno fa, di strumentalizzare il CPI per trattare con la Russia. E ci sono riusciti.

Traduzione a cura della Redazione

Fonte: Idee&Azione

23 marzo 2023

Soros e gli inglesi stanno smantellando il cosiddetto Diritto Internazionale
Soros e gli inglesi stanno smantellando il cosiddetto Diritto Internazionale

In opposta direzione

di Lorenzo Merlo

Rispetto a dove ci sta portando la politica, dovremmo andare in direzione opposta. Ma la sveglia non ha suonato. Siamo in netto ritardo sullo svolgersi della giornata. Le scelte sono già state prese. Non solo senza di noi, ma molto tempo prima che ci svegliassimo. È un’osservazione distribuibile a tutte le circostanze politiche di quest’epoca che vogliono resettare. Il cui scopo è realizzare il necessario per controllare le persone, in quello che pensano e fanno.

Sirene per un esiziale sortilegio

Uno degli espedienti impiegati allo scopo dell’avanzamento della politica del resettaggio è il diversivo. Così, mentre ci si danna su quisquiglie, vengono portate avanti leggi e scelte che ci riguardano e delle quali non ci avvediamo se non in ritardo.

Tuttavia, anche le quisquiglie sono funzionali allo scopo del controllo.

La questione del genere e, più in generale, del politicamente corretto ne sono campioni degni di encomio.

Non si può dire nano, frocio e spazzino. È un divieto sostanziale per proteggere i deboli, che sono magari felicemente grassi o vanitosamente smilzi. Non si può neanche più dire bruto al violentatore, perché sennò si offende e poi non bisogna escluderlo. Quindi suppongo che non si possa neppure dire che il politicamente corretto sia ripugnante, nonostante lo sia. Non tanto per il culmine di ipocrisia da record del mondo che implica; non tanto per la sua virulenza nei confronti del sistema immunitario della cultura e delle identità, quantomeno pari a quella raggiunta con l’ideologia dell’esportazione della democrazia; ma per la sostanzialità della questione di sostegno ai cosiddetti deboli. Il massimo danno della cancellazione delle culture, della proibizione delle parole, della riscrittura della storia, della ossessiva digitalizzazione e in particolare quella relativa all’id e al denaro, è proprio su di loro che ricade, come una mannaia imposta e voluta da chi crede di poter governare secondo politiche che nulla hanno più a che fare con noi.

Se così non fosse, tra le innumerevoli opzioni disponibili, si può osservare quella delle crescenti stragi di compagni classe, dei mitra scaricati a scuola e al lavoro, delle psicopatologie e delle patologie gravi in endemico crescente numero. Sulla carta bastanti a ripensare dove siamo arrivati, e invece mercato farmaceutico di arricchimento. Emblemi della deriva dell’opulenza, dell’edonismo, dell’individualismo, del positivismo, del liberismo, del materialismo, nei confronti dei quali ulteriori diversivi vengono buttati nella mischia della somma di poveracci che fanno coincidere la vita e la verità con quella che vedono dal divano. O, peggio, con quella che considerano scienza.

Disastri umani e sociali, con un costo che gli stessi poveracci sono obbligati a sostenere, nei confronti dei quali il nulla di valido potrà essere realizzato per il loro bene e tutto sarà fatto per incrementare gli incassi degli speculatori. Rispettabili persone che, protette dalle leggi e dal senso comune, diranno “stavo solo lavorando”. Mi chiedo se anche per questi esisterà, come per i loro originali, una Norimberga che processi e condanni il capitalismo.

Non si tratta di essere contro la protezione dei deboli. Si tratta di ritenere la modalità legale, impositiva e punitiva, del tutto inidonea, sconsiderata e inutile. Di considerarla una ideologia buona per imbambolare, per riempire la saccoccia di autostima fondata sul buonismo e su un altruismo di superficie.

Riferire la responsabilità ad una parte soltanto, sottrarla del tutto all’altra, è cosa spiritualmente vuota, che una volta di più riduce la realtà e l’uomo alle regole del meccanicismo. Assolutamente inadeguate per gestire le dinamiche relazionali.

L’opportuna direzione per prendersi cura delle persone va in senso diametralmente opposto. Come la diffusa azione vittimistica ha generato il diritto per legge del presunto debole, così in direzione opposta, nella consapevolezza che la nostra azione ha un potere immenso di creazione della realtà, operando per la forza interiore, genereremmo un contesto sociale più genuino e sereno. Ci emanciperemmo dal considerare l’altro alla stregua di una terra rappresentabile dalla mappa che usiamo noi per muoverci nella vita.

In direzione opposta

Qual è lo scopo della prima educazione?

Tra i molti, uno è da eleggere. Quello che intenta lo sviluppo creativo, la forza d’animo, l’indipendenza di pensiero, l’autonomia critica. Quello che conduce a credere in sé stessi, la sola modalità per sfruttare al meglio tutti i gradienti di talento che abbiamo in noi. La miglior via per discernere in funzione della propria natura. Il maggior rischio di realizzare una vita storica ricca e serena. La condizione ideale per prevenire incidenti, sofferenze e malattie.

La miglior educazione tende ad affermare l’abitudine prima, e le relative consapevolezze poi, per non cercare fuori, ma dentro di noi le ragioni dello stato delle cose. Per disporre del massimo rischio di arrivare a illuminarle e a trasformare in oro quel piombo che ci aveva afflitti. A non chiedere, ma a dare. A donare e non pretendere. A trarre spunto dagli altri, per scoprire in quali termini a nostra volta abbiamo identicamente fatto. Ovvero a mutare l’esperienza in scuola evolutiva. L’educazione dovrebbe provvedere a formare in noi il necessario per riconoscere la verità della reciprocità e della pari dignità, ovvero l’idea di essere identici a parità di circostanze. A riconoscere che giudicare separa e che la separazione è all’origine di ogni conflitto. Infine, a prendere coscienza della struttura dell’io, della sua logica coercitiva. Un passo che contemporaneamente comporta giungere a riconoscere il proprio sé, plinto dell’armonia.

È una concezione educativa che va in opposta direzione a quella in essere nell’attuale cultura globalista. Sostanzialmente basata nella protezione dei cosiddetti deboli, diversi, esclusi. Nell’interpretazione delle loro istanze, allo scopo di elaborare leggi che sanciscano i loro diritti ad essere, ma che di fatto non sono che imposizioni e condanne nei confronti di un linguaggio voluto offensivo nei loro confronti.

Ma affermare la supremazia della logica del diritto del cosiddetto debole è una consuetudine alla cura che non cura, ma mantiene, cioè alimenta il diritto di restare cosiddetto debole e quindi di mantenere la dipendenza dalla richiesta di aiuto. Nessun debole troverà in questa modalità meccanicistico-fittizia il necessario per un’evoluzione esistenziale che lo renda forte, che renda ridicolo offendersi per un frocio. Se lo sei, lo sei. Se non lo sei, non lo sei. L’offesa non sta nella parola, sta nell’interpretazione. Chi la pronuncia per offendere ottiene il suo scopo per ragioni di dominio sull’altro, non per la parola impiegata.

Per quanto il linguaggio, come i pensieri, facciano la realtà, resta vero che questa, quando è fenomenologicamente vissuta, perde il potere che ha su di noi. Solo in questo modo diviene possibile ridurre la portata di sofferenza di vessazioni, violenze, abusi, lutti, dolori. Gli insulti solo tali in chi reagisce. Ma se reagisci, vuol dire che sei sotto il dominio dell’io, di quell’entità a cui dai tutto te stesso senza avvederti che è all’origine del male che senti e che fai. Se reagisci, dai potere a chi non l’avrebbe senza una stupida reazione.

Nessun regno della storia dei poteri si è mai occupato dei deboli e delle minoranze in quanto tali. Lo hanno fatto altre minoranze, altre congreghe senza portafoglio. Se ora se ne occupano nientemeno che i fuochisti del mondo, come non pensare che il loro interesse di controllo – che implica quello economico e politico – non passi attraverso i luccichini lanciati negli occhi delle masse?

L’educazione è nella forza. Che altro è la fiducia in sé? In che altro modo allenarla? Come altrimenti riconoscere le vie per raggiungerla? Che altro dovrebbe fare l’educazione, se non operare per questo progetto di bellezza?

Quando la direzione educativa si dedica al protezionismo senza occuparsi di ciò che genera il problema, quindi anche dell’educazione di coloro che non sono considerati deboli, ovvero della maggioranza delle persone, non fa altro che dare acqua alla pianta del vittimismo e al suo fiore mai passito della continua richiesta di aiuto, capace di arruolare soltanto insetti felici di trarne linfa.

La strada verso la migliore invulnerabilità va in opposta direzione. Passa attraverso la ricapitolazione di quanto ci ha coinvolto e ferito, al fine di una rivisitazione che ci permetta di osservare come avevamo attribuito la responsabilità del nostro male e la sua sostanziale arbitrarietà, spesso travestita da occulto moralismo, ideologia, dogmi, scientismo, autoreferenzialità. Per poi giungere a chiudere la ferita, ad andare oltre, a tornare liberi e creativi, quando riconosciamo come assumerci la responsabilità che prima senza incertezze attribuivamo all’altro.

Non è una responsabilità limitata al diritto e ai suoi succedanei da proboviri del buon senso, geniale idea per organizzare il sociale, ma anche per impedirne l’evoluzione spirituale. È quella estesa al punto da rendere chiaro che senza noi il mondo non esiste e che, quindi, tutto quello che vi accade è a causa nostra. Quella capace di smantellare l’identificazione con l’io, causa di tutte le interpretazioni guarda caso sempre rispettose della biografia che le esprime.

Un’educazione contiene un’iniziazione. Contiene cioè il necessario affinché si possa fare piena esperienza del fatto che rialzarsi dalle cadute è possibile a chi cerca in sé, ed è difficile a chi cerca fuori da sé le ragioni di quanto accaduto.

Vale lo stesso per la capacità di sofferenza, resilienza, lotta, dedizione, impegno, essenziali per la fiducia in sé, per sapere di potercela fare, per riconoscere il potere della fede, miglior motore per arrivare ovunque. Resilienza, non come lotta con se stesso, o contro gli altri, ma realizzabile a mezzo della contemplazione, la sola modalità che può liberarsi dal chiacchiericcio massacrante dell’io, capace di emettere solo forza momentanea, sterile, slegata dal profondo.

Non abbattersi, o ridurre al minimo l’urto di evento indesiderato, è mantenere o recuperare al più presto la disponibilità della creatività. Al contrario, abbattersi è mortificarla, è mantenere il necessario per non uscire dalla situazione sconveniente. Come si spiega sennò l’handicappato di successo e il ricco, bello e bravo finito suicida?

“I pensieri di ansia e di paura sono spaventose forze che dimorano in noi e che con il loro esiziale effetto, avvelenano alla radice le energie vitali, distruggendo l’armonia, la normale efficienza, la vitalità ed il vigore. Mentre i pensieri di tutt’altra natura, quali i pensieri di contentezza, di gioia e di coraggio recano forti e soavi virtù che accrescono immediatamente la capacità di moltiplicare all’infinito i poteri della mente.” (1).

Di questa direzione si occupa certa psicoterapia e certa pedagogia. E, sebbene modulata per altri scopi ben lontani dal bene comune, se ne occupa con considerevole successo certa modalità formativa di venditori e funzionari.

È di questa educazione ad uso sociale e non privato che dovrebbe occuparsi la politica, se il suo scopo fosse la cura della cittadinanza, se in sé avesse la lungimiranza. In questa direzione è implicata la capacità dell’accettazione, della rinuncia, della sconfitta. Che in nessun modo allude alla remissività. L’accettazione è uno strumento potentissimo per mantenere l’equilibrio, per evitare di precipitare, per scacciare le sirene della falsa autostima fondata sul vincere sempre. L’accettazione è uno strumento per creare il potere dell’assunzione di responsabilità. A sua volta mezzo per trasformare in scuola gli eventi che ci hanno colpito, per cessare di investirli con nostre proiezioni, per perdonare e diffondere la miglior educazione, ovvero il bene e l’amore. Il suo contrario, cioè il rifiuto dell’accettazione e di conseguenza il mantenimento dell’attribuzione di responsabilità, non è invece altro che strumento utile a ripetere quanto ci ha colpiti, a mantenere le premesse per la sofferenza.

E invece no. Niente di tutto questo. Tutto ridotto a un buonismo d’origine ideologica e moralista, fondato su istanze razionali, le meno adatte alla conoscenza.

Conoscere sé, i propri sentimenti, osservare il legame che implicano o sentirne l’indipendenza. Riconoscere le emozioni e la loro forza, aver chiaro cosa comportano in noi e negli altri, non sono temi sul tavolo della politica. Ma sono su quelli delle psicopatologie. Un settore in incremento costante dall’epoca della modernità, quella dell’alienazione sociale. Incremento prevedibilmente da esponenzializzare nell’attuale epoca della digitalizzazione ossessiva. La migliore per diffondere la pandemia di un virus esistenziale, destinato a sottrarre da sotto i piedi il punto di appoggio delle identità individuali, sociali, culturali. 

Crescere persone in grado di amare, distinguerlo dal possedere richiede a gran voce di seguire una direzione opposta a quella dei diritti civili. Solo tra persone compiute si può realizzare la giustizia e l’inclusione. Solo con il contrario dell’affermazione, ovvero con l’ascolto come elemento costitutivo dell’educazione, si può pensare di ridurre i contrasti sociali, si può vedere la pena e l’assurdità di soluzioni quali le quote rosa, il politicamente corretto, l’utero in affitto, le famiglie secondo diritto, il femminismo limitato alla divisione dei poteri e dimentico che il suo vero potere sta nella celebrazione del femminino, non nella colpevolizzazione del mascolino, e il divieto di dire “ciao bella” senza il rischio di essere perseguiti. Arriveremo alle quote azzurre da parte di qualche stupido maschio finito dentro al torbido ciclone del femminismo quantitativo.

La concezione del progresso in essere ci ha portato in uno stato sociale e politico drammatico. La linea da seguire per tentare di sottrarsi a tanta imbecillità va esattamente in opposta direzione.

Il rispetto dell’altro basato sull’imposizione del diritto colpevolizza chi non lo esegue, ma non ha spessore. È quello fondato sull’ascolto che lo prevede, come suo frutto che dovrebbe essere ricercato, promosso, diffuso, fatto cultura. Ma si tratta di una linea contraria all’individualismo, al mors tua vita mea, a gli affari sono affari, formulette bastarde nascoste sotto strati di diritti, in cui l’educazione all’ascolto è esattamente il contrario del cinismo sul quale sono eretti. L’ascolto corrisponde alla conoscenza dell’altro e di sé. Tutti i titoli di giornali, tutte le forme, tutto il cincischiare e il dibattere lo imbrattano. L’ascolto è un’antenna e quell’antenna siamo noi. Puri recettori della verità delle cose, quando appunto non invischiati in misere lotte. L’ascolto permette alla madre di relazionarsi al bimbo senza l’aiuto di dottrine, senza doverlo imparare. L’ascolto è in noi e dedicarsi alla verità del diritto ne è l’assassinio.

C’è un registro di potenza interiore in cui nessuno, se dici frocio, si offenderà. Perché non lo è o perché lo è. L’insulto è in noi, non nel “frocio” che qualcuno può dirci.

Semmai, possiamo essere insultati soltanto da una politica mercantile lontana anni luce dalle ragioni per le quali abbiamo dato il nostro voto. Lontana dalle aspirazioni di un contesto sociale creativo e sereno. Mancare di parola è un insulto, e la politica lo ha fatto. Mancare di rispettare la natura dell’uomo è un insulto, e la politica lo ha fatto.

La trama della debolezza

Ma si tratta di note vuote. Che si uniscono alla considerevole quantità di interventi di filosofi, di psicoanalisti, di giornalisti a-regimici, di intellettuali senza portafoglio, che da anni vanno urlando, criticando, piangendo, pregando, insultando la politica. Entità senza più neppure uno straccio di cordone ombelicale con le persone, con i loro interessi, con la loro cura. Votata alla corta misura dell’interesse personale, genuflessione all’altare del nuovo ordine della vita a punti.

Ma come siamo arrivati a tanto? Una risposta è nell’aver creduto negli uomini, nella democrazia, nel positivismo di fondo della cultura materialista in cui nasce e cresce anche il più spiritualista. Una fede che ha comportato che anche la più lungimirante e critica avanguardia si rivelasse sempre e molto inconsapevolmente in ritardo rispetto a chi detiene le leve del comando. I potentati commerciali, i neocon e loro sodali hanno ben chiaro in quale condizione d’incantesimo le loro fandonie hanno rinchiuso i nostri pensieri. La loro pasturazione arriva da molto lontano, da molto prima che i critici la denunciassero. Ma, nel frattempo, avevano già comprato la libertà di pensiero della maggioranza, quando non acquisita per libera scelta di quelli convinti con un benefit qualunque.

Esattamente così come era successo con l’islamismo, ideologicamente aizzato dall’impurità dei miscredenti d’Occidente e dalla loro blasfema invasività nella cultura musulmana, che aveva imbrattato di pornografia varia i pilastri della loro civiltà. Il conflitto terroristico con l’Occidente, a parole, era un tentativo per esonerare l’Islam dalla purulenta contaminazione. Di fatto, quell’odio si scatenava in ritardo. Ed era dovuto proprio dalla constatazione che l’infezione aveva già attecchito, che anche l’Islam o il suo ideale erano già stati infettati.

Il potere era avanti, e di un bel pezzo. È avanti di un bel pezzo. La digitalizzazione e la questione dei diritti civili non sono un allarmante segno dei tempi che verranno, ma un’esiziale attestazione che il dominio del pensiero è già stato compiuto.

Il multipolarismo, la riduzione di egemonia atlantica fanno paura agli zerbini europei. Come spiegarsi sennò il razzismo vantato a petto in fuori, come un motto d’orgoglioso dovere, nei confronti di inermi lavoratori e semplici cittadini russi, nei confronti della cultura russa? Hanno paura, fino a emettere sentenze che vanno oltre un’ipotetica moltiplicazione della già orrenda distopia orwelliana in essere. Hanno emesso una condanna contro Putin, come se la Corte penale internazionale dell’Aia fosse un organo super partes. Al quale, tra l’altro, per evitare autogol, Stati Uniti e Ucraina non aderiscono (2).

Siamo nella geopazzia. C’è da sperare in un Tribunale internazionale di San Pietroburgo o Novosibirsk che dir si voglia, che metta in pari le nefandezze della storia americana e quelle di questi anni alla deriva della salubrità umanistica. Lo spessore d’inquinamento politico-culturale con cui l’Occidente ricopre il mondo impedisce alla maggioranza di noi di vedere la natura monda della realtà. Ma non è opera da stupidi, come direbbe certa avanguardia sprovveduta. È un’azione studiata, una strategia, un ultimo appello e tentativo di impedire l’avvento dell’Eurasia, e la conseguente possibile autarchia americana.

Note

  1. Swami Sivananda, La potenza del pensiero, Produzione Babaji, 1973, p. 33.
  2. https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/03/20/travaglio-arresto-di-putin-zelensky-e-biden-esultano-ma-non-riconoscono-la-corte-penale-dellaja-perche-temono-di-finirci-davanti-su-la7/7102728/.

Fonte: Idee&Azione

24 marzo 2023

In opposta direzione
In opposta direzione

KUNDALINI

di Luca Rudra Vincenzini

“Quando c’è completa focalizzazione, la kuṇḍalinī si dispiega” – Svāmī Lakṣmaṇjū.

Cosa è questa fantomatica kuṇḍalinī? Tentiamo una lettura comparata; lettura consigliata per neotantrici ed accademici.

Vengo al sodo portando a supporto dell’argomentazione la psicologia del profondo e le neuroscienze. Il grande superamento fatto il secolo scorso in termini psicoanalitici fu senza dubbio la formulazione da parte di Carl Gustav Jung della “funzione trascendente”. Questa è riassumibile nell’assunto base per il quale per essere sani a livello psicologico non è sufficiente soddisfare i soli bisogni primari (sfera istintuale) né il solo sciogliere i traumi del singolo (inconscio individuale) né l’avere un’adeguata integrazione sociale (l’io e l’altro), bensì mettere la monade in contatto e dialogo, prima, con l’inconscio collettivo (archetipi) e, poi, con quello superiore (funzione trascendente e sede di tutti i sentimenti superiori: amore, compassione, pazienza, temperanza, etc). Dietro allora a tutte le vicissitudini, le esperienze, i dubbi, le paure, i traumi e le aspettative del singolo esiste un richiamo viscerale che, guarendo la psiche dagli accadimenti, la porta a “distogliere lo sguardo dalla terra per alzare gli occhi al cielo” in cerca del suo posto nell’immensa architettura cosmica (ricerca del senso del vivere).

Questa spinta vitale forza gradualmente, da dentro, l’essere umano a scartare vecchie comprensioni, a guarire malattie radicate, a sollevare veli, a mondare anche a livello fisiologico (perché psiche e materia, su questo piano esistenziale, sono una cosa sola) il proprio corpo sede delle sue credenze passate.

È qui, esattamente a questo punto, che arrivano le conferme biochimiche delle neuroscienze. Personaggi quali Reich, Lowen, e le scuole da loro originatesi, hanno intuito e dimostrato che il corpo è la condensazione biochimica di ciò che la mente individuale, per mezzo di ricordi, traumi e credenze, ritiene veri. È così che il compito del terapeuta diviene quello di aiutare il paziente a liberare se stesso dai veli delle cattive comprensioni, cristallizzate nelle fibre biologiche a livello chimico-piezoelettrico, aiutando quel processo naturale riassumibile nell’equazione della funzione trascendente prima descritta. Avviene, allora, ciclicamente, tramite scosse, corrente, brividi, fuoco, vomito, fitte, rilascio di tossine, scioglimento nei blocchi contratturali, febbre, formicolii, sogni etc, che l’organismo elimina parte dei suddetti impedimenti sedimentati, riattiva le funzioni metaboliche, potenzia il sistema endocrino, rallenta i cicli delle Onde Cerebrali. Questo processo naturale, di ciclico reset vitale su base biochimica, è il corrispettivo fisiologico dell’attività sotterranea della funzione trascendente, ovvero l’azione della venerabile Śrī Kuṇḍalinī Śakti.

Ogni volta che il cervello scende nel range delle lentissime Onde Delta, a maggior ragione se lo fa in maniera cosciente più che se avviene nel sonno profondo, viene attivata una cascata di neurotrasmettitori benefici: endorfine, Gh, DMT, diminuzione dell’attività tossicologica delle amigdale, pulizia del liquor spinalis e cerebralis, disintossicazione della barriera encefalica, potenziamento della pineale e della pituitaria, riattivazione del metabolismo e del sistema endocrino, potenziamento di quello immunitario, accelerazione del linfatico. Il tutto si manifesta come una rinascita biologica ed un alleggerimento della memoria del corpo, da tutta una serie di files obsoleti (saṃskāra) al fine di riattivare un vivere spontaneo in sincrono con i bioritmi di Madre Natura, eliminando, di volta in volta, i veli distorsivi sovrappostisi nel tempo (ricerca neuroscientifica denominata ASMR).

Nel mio testo cito diverse ricerche scientifiche a suffragio di tale processo spontaneo di reset che ha il compito di riattivare lo slancio vitale, riprogrammando quello che in fisiologia è detto “corpo del dolore”. La riprogrammazione permette, dunque, una maggiore consapevolezza e potere psichico; la mente non più divisa dalle correnti interne risplende (vedi per esempio come durante un’influenza la mente riduca i suoi interessi a causa dello stato di salute e di come riacquisti forza una volta guarita). Se non ti sei mai sentito rigenerato da un processo vitale così profondo e benefico, chiediti allora quanto è spessa la coltre delle tue credenze che impedisce di favorire tale propensione naturale dell’organismo alla salute ed alla felicità. Ergo leggi un pò di meno e cammina un pò di più in mezzo alla Natura.

KUNDALINI
KUNDALINI

IL PROFESSOR ODAL

di Marco Braccini

Il 5 marzo 1965, muore al Cairo, Omar Amin, militare, politico, filosofo ed esoterista tedesco naturalizzato egiziano, amico di Renè Guenon e di Savriti Devi. Omar Amin, nasce in Germania a Karbow-Vietlübbe, un piccolo comune del Meclemburgo-Pomerania, il 25 gennaio 1902, con il nome di Johann Jakob von Leers. Studiò nelle università di Kiel, Berlino e Rostock, laureandosi in giurisprudenza. Si dedicò soprattutto a studi storici e linguistici, come la slavistica. Divenne un poliglotta, imparò italiano, russo polacco, ungherese arabo e giapponese; scriveva correntemente in latino, ma anche nello yiddish degli ebrei aschenaziti dell’Est Europa. Ernst Jünger (1895-1998) lo definì “un genio linguistico”. Nel mondo intellettuale tedesco von Leers era noto con l’appellativo, “professor”, il professore, anche in virtù della cattedra universitaria presso l’università di Jena.

Fino al 1928, fu collaboratore del Ministero degli Esteri del Reich; abbandonò il servizio nel 1929, per iscriversi alla NSDAP (Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori). Cominciò allora a collaborare con “Der Angriff”. Trasferitosi a Berlino, nel 1933 divenne editore della rivista “Nordische Welt”, organo mensile della Società per la Protostoria e Preistoria Germanica, presieduta da Herman Wirth. Fu von Leers a presentare a Heinrich Himmler l’autore di Der Aufgang, il quale nel 1935 sarebbe stato tra i fondatori della Ahnenerbe.

Nel frattempo iniziò una attiva collaborazione con il periodico di politica agraria “Deutsche Agrarpolitik”, che ben presto cambierà il suo nome in “Odal”, rivista pubblicata da Richard W. Darré, futuro ministro dell’Agricoltura e dell’Alimentazione.

In qualità di funzionario per il Ministero della Propaganda guidato da Joseph Goebbels, Fu un importante ideologo per il Terzo Reich fautore della realpolitik e del movimento “Völkisch”. (Il termine völkisch, significa “etnico”, ed ha la stessa radice di “volgo” e dell’inglese “folk”). “Alter Kämpfer” e “Sturmbannführer” onorario nelle Waffen-SS, si fece notare soprattutto per le proprie idee vicine a quelle di Julius Evola, il forte antisemitismo, e mai celate simpatie verso la Russia e l’Islam. Già nel dicembre 1942 von Leers pubblicò un articolo sulla rivista “Die Judenfrage” intitolato “Giudaismo e Islam come opposti”, presentando ebraismo e islam in termini di tesi e antitesi.

“L’ostilità di Maometto verso gli ebrei ha avuto una conseguenza: gli ebrei orientali (sefarditi) sono stati totalmente paralizzati.(..) Il giudaismo orientale non ha partecipato alla straordinaria ascesa in potenza del giudaismo europeo nel corso degli ultimi due secoli. (..) Questi ebrei hanno vissuto sotto una legge speciale, quella di una minoranza protetta che contrariamente all’Europa non permette loro di praticare usura (..) Se il resto del mondo avesse adottato una politica simile, noi non avremmo la questione ebraica.”

Avversario del pessimismo storico di Spengler, vicino all’etenismo politeista e alla religione solare classica collaborò anche con Savriti Devi, l’agente segreto e scrittrice greca di religione induista, fautrice fra l’altro di politiche ecologiste e futuro tratto di unione con i leader della Beat Generation Statunitense. Von Leers, è stato uno dei primi ricercatori tedeschi fautori di un progetto Euroasiatista, all’annuncio dell’Operazione Barbarossa, condannerà apertamente l’attacco alla Russia, pronosticandone l’insuccesso, durante una lezione presso l’università di Berlino, attirando su di sé pesanti provvedimenti disciplinari. Il suo rivolgersi verso la Russia, più come alleato che come nemico, non si basava tanto su considerazioni razionali o strategiche, quanto invece sulla fede in una “razza nordica”. Le sue radici ideologiche affondavano nella dottrina geopolitica esposta da uno scienziato con il quale era in relazione, e che, come lui, era esperto di storia e cultura giapponese, Karl Haushofer (1869-1946), fautore dell’alleanza delle potenze continentali eurasiatiche (Germania e Russia) con l’Impero nipponico, contro le talassocrazie britannica e statunitense.

Pur non avendo “colpe” dirette, alla fine del secondo conflitto mondiale, per evitare la cattura ed una possibile imputazione al processo di Norimberga, riparò prima in Italia, (dal 1945 al 1950), poi in Argentina, dove si mise a disposizione del governo guidato da Juan Domingo Perón, ed infine in Egitto, divenendo stretto collaboratore di Gamal Abd el-Nasser, che gli offrì un ruolo nei neonati servizi segreti. (Dipartimento egiziano per le informazioni, fondato nel 1954). In Egitto si convertì all’Islam sunnita, nel cui monoteismo aniconico, al pari di Guenon, vedeva un baluardo anti-giudaico. Col nome da converso di Omar Amin, condusse trasmissioni radiofoniche di intonazione nazionalista araba sull’emittente statale del regime nasseriano. Nasser è considerato figura centrale nella storia moderna del vicino oriente. Nazionalizzò il Canale di Suez, respinse le pretese di Francia e Regno Unito, fu un grande sostenitore dell’anticolonialismo e del panarabismo, e fu fra i fondatori del “Movimento dei paesi non allineati”.

Sotto il governo di Gamāl ʿAbd al-Nāṣser, banche e imprese furono nazionalizzate, la proprietà terriera frammentata per essere redistribuita tra braccianti e contadini. Vennero introdotte riforme per creare un sistema di assistenza sanitaria, rafforzare i diritti delle donne, assicurare un salario minimo garantito, una riduzione dell’orario di lavoro e istituire un sistema d’istruzione gratuita per tutti. L’Egitto di Nasser ebbe un ruolo di primo piano in seno alla Lega araba, per la creazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

La presenza e l’attività di Leers/ Omar Amin in Egitto, contribuì al tentativo di Nasser, alla testa di una coalizione militare che comprendeva , oltre all’Egitto, Siria e Giordania di muovere guerra all’ stato di Israele, la tristemente famosa “guerra dei sei giorni”, (giugno 1967), risoltasi con la vittoria degli israeliani e la conquista da parte di quest’ultimi della penisola del Sinai, della Striscia di Gaza, della Cisgiordania, delle alture del Golan, ed il relativo problema dei rifugiati che influenzano pesantemente ancora oggi la situazione geopolitica del Medio oriente.

Secondo Jorge Camarasa, un membro del Centro Simon Wiesenthal, Leers sarebbe stato inserito fra le persone da “eliminare” da parte del Mossad. Omar Amin morì (sembra per cause naturali), al Cairo nel marzo 1965, all’età di 63 anni. Per proprio volere la salma fu trasportata a spese del governo egiziano a Schutterwald, in Germania, sua terra di origine, dove fu sepolto con rito islamico. L’autore di “Odal”, è quasi del tutto sconosciuto nel nostro paese, (non mi risultano sue opere tradotte nella nostra lingua) mentre per fortuna è studiato sia in Russia che nel mondo Islamico, lo stesso pensiero Duginiano, non è esente da suoi, influssi, spero che nella galassia dell’editoria non conforme, vi sia qualche coraggioso disposto a farci riscoprire l’ennesimo personaggio “Maledetto”.

“Non possiamo più differire una meditazione sul fatto che ci troviamo dinanzi ad una scelta che concerne la vita spirituale (..) o ricominciare a far affluire verso di essa forze radicate ed educatori autentici, oppure abbandonarla definitivamente alla giudaizzazione crescente.”

Martin Heidegger

Fonte: Il Pensiero Forte

IL PROFESSOR ODAL
IL PROFESSOR ODAL

Soggetto radicale e fenomenologia della trascendenza

di René-Henri Manusardi

La percezione della Trascendenza

Nel precedente articolo Soggetto Radicale e fenomenologia dell’Immanenza , abbiamo delineato l’Immanenza come prima forma di presenza diretta del Divino , all’interno della Via della Mano Vuota , che si manifesta antropologicamente come praticale abituale della Consapevolezza, la quale col tempo e la tenacia si trasforma in habitus esistenziale vissuto anche al di fuori dei limiti dello stesso evento meditativo. Abbiamo anche affermato che la Consapevolezza, superato l’ humus della fase negativa di percezione di Assenza del Divino , di a-teismo spirituale e di finitezza di ogni relazione umana, fiorisce e si trasforma in positiva Presenza del Divino nonta , dove l’anima cosciente in modo diretto e immediato intuisce spiritualmente e percepisce sensorialmente come esperienza dell’Essere , uno stato di non separazione, di unità e di identità con ciò che lo differenzia , un’energia invisibile che tutto lega ed unisce.

Ossia, un’esperienza dell’Essere in radice , un vivo esperire fenomenologico del non-altro-da-sé che coincide con la presenza dell’Essere in tutte le cose come loro fondamento, ma che essendo appunto immanente ad esse non può essere ancora percepito come Altro-da-sé . Abbiamo infine denotato i limiti di questa esperienza attraverso una crisi, un corto circuito che predispone l’anima cosciente alla maturazione finale della sua Consapevolezza immanente che consiste nello schiudersi all’ Altro-da-sé , ossia l’apertura al Totalmente Altro, nel tentativo antropologico di superare i limiti della propria condizione spirituale, l’arido e asciutto limite dell’Immanenza, in quanto la stessa anima cosciente non può vivere la condizione incessante di identità simbiotica con il reale circostante, ma alterna momenti di quieta beatitudine a momenti di totale Assenza con questa identità. ( Link dell’Articolo ).

Il passaggio dalla Consapevolezza immanente ossia dal non-altro-da-sé , alla percezione della Trascendenza nell’Immanenza, ovvero alla conoscenza dell’ Altro-da sé , con tutto ciò che tale passaggio comporta nella sua offerta frase di transizione, quando la siccità dell’Immanenza con il suo arido e asciutto limite si rivela in tutta la sua sostanza, viene ben rappresentato dalla dinamica esistenziale di ricerca del Divino ( desiderium Dei ) espressa dal salmista nella tematica dell’avere sete ( sitio ), unita al ricordo di Dio ( memento ) e al Suo abbandono ( solitudo ):

«Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Le lacrime sono il mio pane giorno e notte, mentre mi dicono sempre: “Dov’è il tuo Dio?”. Questo io ricordo e l’anima mia si strugge: avanzavo tra la folla, la precedevo fino alla casa di Dio, fra canti di gioia e di lode di una moltitudine in festa. Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio. In me si rattrista l’anima mia; perciò di te mi ricordo dalla terra del Giordano e dell’Ermon, dal monte Misar. Un abisso chiama l’abisso al fragore delle tue cascate; tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati. Di giorno il Signore mi dona il suo amore e di notte il suo canto è con me, preghiera al Dio della mia vita. Dirò a Dio: “Mia roccia! Perché mi hai dimenticato? Perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?”. Mi insultano i miei avversari quando rompono le mie ossa, mentre mi dicono sempre: “Dov’è il tuo Dio?”. Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio» . (Salmo 42[41], 2-12)

La Trascendenza , quindi, nel contesto peculiare della Via della Mano Vuota , è la seconda forma di presenza diretta del Divino nell’anima cosciente, dopo l’ Immanenza , dopo che la Consapevolezza immanente raggiunge la sua piena maturità come apertura al Divino . Il tema della Trascendenza, nella antropologia mistica e nella sua esposizione fenomenologica, non è un tema trattato in-sé come nella metafisica che si addentra nella conoscenza speculativa dell’Essere e della sua aseità. Ma, diversamente, è una conoscenza della Trascendenza per quello che essa vuole manifestarsi nel contatto con l’anima cosciente, nei contorni di unaImmanenza antropologica che si apre alla Trascendenza del Divino , rendendosi ricettiva ad essa e permettendo la sua manifestazione.

Chiarifichiamo qui che per Trascendenza del Divino , intendiamo quale manifestazione dell’ Altro-da-sé solo ed esclusivamente il Totalmente Altro , origine di tutta la creazione. Inteso sia in modalità teistica sia in modalità non teistica ovvero in modo personale oppure impersonale – a seconda della propria formazione spirituale –, in ogni caso vogliamo affermare solamente e assolutamente la realtà del Primo Principio e non presenze di altro genere, siano esse soprannaturali di natura angelica oppure preternaturali di origine diabolica. Questa distinzione è importante per evitare quella manipolazione del Divino, di cui abbiamo parlato in un articolo precedente, in quanto il Soggetto Radicale nella sua lotta metapolitica e nella sua certezza di vittoria deve essere guidato dal Divino, dallo Spirito Santo per una nuova edificazione dell’Ordine Divino, per l’instaurazione appunto della Tradizione che di questo Ordine Divino è piena espressione, e non deve invece lasciarsi divorare dalla pericolosa scia dell’occultismo, ponendosi come demiurgo e ricettacolo di possessione da parte di spiriti ed energie in realtà incontrollabili, surrogati preternaturali dello stesso Divino e manifestazioni di origine infernale. Come ci insegna infatti il ​​magistero di Aleksandr Dugin: «Quando l’uomo perde la relazione con la trascendenza, perde sé stesso» . (Aleksandr Dugin, Il Sole di Mezzanotte. Aurora del Soggetto Radicale, AGA Editrice, Milano 2019, pag. 16)

Fenomenologia del Totalmente Altro

Nella manifestazione della Trascendenza, dell’Altro -da-sé , l’anima cosciente impara a poco a poco a fidarsi del Divino che si rivela a lei attraverso un percorso spirituale unico e irreplicabile. Ogni anima cosciente e, a maggior ragione, ogni Soggetto Radicale che si dischiude al Divino ha un percorso proprio, inimitabile, dato dalla sua particolare ed irripetibile storia individuale, la quale mette in condizione il Divino stesso ad approntare un opus interiore peculiare ed esclusivo . All’interno di questa unicità, possiamo tuttavia stabilire più dinamica che un percorso, diciamo, una comune che si palesa nel rivelarsi della Trascendenza, del Totalmente Altroall’anima cosciente, una manifestazione d’amore perché d’Amore Divino si tratta:

«E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» . (Prima Lettera di Giovanni Apostolo 4,16).

Questa dinamica d’Amore del Divino, che si manifesta come Trascendenza nell’Immanenza dell’anima cosciente , può essere espressa fenomenologicamente con alcune fasi temporali in successione, capaci di coinvolgere l’integralità della natura umana corpo-mente-anima cosciente , fino alla maturità di una Presenza stabile del Divino nell’anima. Queste fasi di rivelazione del Totalmente Altro , in progressione, sono le seguenti: Stupore, Tenerezza, Abbandono, che cercheremo di descrivere da un punto di vista fenomenologico con la povertà del nostro linguaggio, consci della loro non esaustività e della diversità di percezione in ogni singola anima cosciente che si apre alla ricezione della manifestazione del Divino in lei.

Tuttavia, come nella Consapevolezza immanente la percezione indifferenziata del Divino da parte dell’anima cosciente si alterna temporalmente a periodi di aridità spirituale e di Assenza del Divino , il medesimo problema si rende noto e si presenta anche nella manifestazione della Trascendenza, del Totalmente altro . Ma tale Assenza Divina , ora – tranne che nel tempo successivo della fase di Abbandono – è meno turbante, più sopportabile e identificabile fenomenologicamente come solitudine dell’Attesa , dove l’anima cosciente già consolata dalla Tenerezza del Divino, resta aperta e ricettiva ad accogliere in sé successive manifestazioni delTotalmente Altro .

Stupore. La prima fase temporale dello svelamento della Trascendenza è data dalla percezione e dalla sensazione dello stupore . L’anima cosciente, la quale durante la Consapevolezza immanente s’era abituata a percepire il Divino in modo indifferenziato, non-altro-da-sè , resta ora meravigliata e autenticamente sbalordita dalla presenza dell’ Altro-da-sé , del Totalmente Altro , che comunica la sua alterità in modo così netto, in modo differenziato anche se fortemente unitivo . Questa manifestazione di Trascendenza nella prossimità, assume i caratteri di una piena manifestazione di Amore Divino, nel quale l’anima cosciente dopo il turbamento e lo stupore iniziali si sente invasa, riempita e colmata dalle radici all’apice della sua forma spirituale. Giunge quindi in un successivo momento temporale dell’Esser-ci, un secondo grado della fase di stupore molto più intenso ed intimo del primo, in cui la stessa anima cosciente così gratificata e sazia dell’Amor Divino, per la prima volta nella vita percepisce di essere veramente e totalmente amata dal Totalmente Altro , cogliendo in pienezza la paternità del Divino che la ama qual vero figlio. Questo infinito Amore, spinge l’anima cosciente creata nel desiderium Dei , ad un’intima adesione a questaVolontà Divina d’Amore attraverso una sua volontà personale di totale appartenenza al Divino , da noi descritto in articoli precedenti come fase di superamento, nel Soggetto Radicale, della volontà di potenza dello Zarathustra nietzschiano e la conseguente acquisizione della filiazione angelologica come messaggero del desiderio di Dio :

«O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua. Così nel santuario ti ho contemplato, guardando la tua potenza e la tua gloria. Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode. Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani. Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca. Quando nel mio letto di te mi ricordo e penso a te nelle veglie notturne, a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali. A te si string l’anima mia: la tua destra mi sostiene. Ma quelli che cercano di rovinarmi sprofondino sotto terra, siano evidenti in mano alla spada, divengano preda di sciacalli. Il re troverò in Dio la sua gioia; si glorierà chi giura per lui,. (Salmo 63[62], 2-12).

Tenerezza. La seconda fase, in ordine temporale, di manifestazione della Trascendenza nell’anima cosciente consiste nella percezione e nella fruizione della tenerezza del Divino. Il Divino, qual sommo pedagogo, usa nei confronti dell’anima una tenerezza virile, forte, agli antipodi di qualsiasi tipo di lascivo diletto. Il cui effetto è simile a quello di un padre che per far crescere sani e robusti i propri figli li alimenta con un affetto sincero che dà loro sicurezza. La certezza di essere amati dai propri genitori e il sentire anche sensibilmente il loro amore, rappresentano infatti la base sicura di una crescita equilibrata, forte, priva di quegli scompensi affettivi che portano i figli in fase adolescenziale a perdersi nella violenza, nella droga, nell ‘inedia, nella pornografia e nel sesso esasperato. La percezione di questa tenerezza trascendente e la sua fruizione avvengono principalmente su base emotiva in due direzioni: il senso dell’essere figlio del Divino, il senso della crescita interiore . Sentire il Divino come proprio vero Padre, racchiude il senso dell’essere figlio del Divino come coscienza di appartenenza irrevocabile, circondato dal suo affetto e dalla sua tenerezza che curano le ferite dell’anima e il danno forza nelle asperità della lotta interiore ed esteriore, nella Grande Guerra Santa e nella Piccola Guerra Santa, come viene bene espresso nel Salmo per mezzo del Re Davide:

«Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio ​​liberatore, mio ​​Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo. Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici. Mi circondavano flutti di morte, mi travolgevano torrenti infernali; già mivano avvolge i lacci degli inferi, già mi stringevano agguati mortali. Nell’angoscia invocai il Signore, nell’angoscia gridai al mio Dio: dal suo tempio ascoltò la mia voce, a lui, ai suoi orecchi, giunse il mio grido. La terra tremò e si scosse; vacillarono le fondamenta dei monti, si scossero perché egli era adirato. Dalle sue narici saliva fumo, dalla sua bocca un fuoco divorante; da lui sprizzavano carboni ardenti. Abbassò i cieli e discese, una nube oscura sotto i suoi piedi. Cavalcava un cherubino e volava, si librava sulle ali del vento. Siva di tenebre come di un velo, di acque oscure e di nubi come di una tenda. Davanti al suo fulgore passarono le nubi, con grandine e carboni ardenti. Il Signore tuonò dal cielo, l’Altissimo fece udire la sua voce: grandine e carboni ardenti. Scagliò saette e li disperse, fulminò con folgori e li sconfisse. Allora apparve il fondo del mare, si scoprirono le fondamenta del mondo, per la tua minaccia, Signore, per lo spirare del tuo furore. Stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque, mi libererò da nemici potenti, da coloro che mi odiavano ed erano più forti di me. Mi assalirono nel giorno della mia sventura, ma il Signore fu il mio sostegno; mi portò al largo, mi libererò perché mi vuol bene. Il Signore mi tratta secondo la mia giustizia, mi ripaga secondo l’innocenza delle mie mani, perché ho custodito le vie del Signore, non ho abbandonato come un empio il mio Dio. I suoi giudizi mi stanno tutti davanti, non ho respinto da me la sua legge; ma integro sono stato con lui e mi sono guardato dalla colpa. Il Signore mi ha ripagato secondo la mia giustizia, secondo l’innocenza delle mie mani davanti ai suoi occhi. Con l’uomo buono tu sei buono, con l’uomo integro tu sei integro, con l’uomo puro tu sei puro e dal perverso non ti fai ingannare. Perché tu salvi il popolo dei poveri, ma abbassi gli occhi dei superbi. Signore, tu dai luce alla mia lampada; il mio Dio rischiara le mie tenebre. Con te mi getterò nella mischia, con il mio Dio scavalcherò le mura. La via di Dio è perfetta, la parola del Signore è purificata nel fuoco; egli è scudo per chi in lui si rifugia. Infatti, chi è Dio, se non il Signore? O chi è roccia, se non il nostro Dio? Il Dio che mi ha cinto di vigore e ha reso integro il mio cammino, mi ha dato agilità come di cerve e sulle alture mi ha fatto stare saldo, ha addestrato le mie mani alla battaglia, le mie braccia a tenere l’arco di bronzo . Tu mi hai dato il tuo scudo di salvezza, la tua destra mi ha sostenuto, mi hai esaudito e mi hai fatto crescere. Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato. Ho inseguito i miei nemici e li ho raggiunti, non sono tornato senza averli annientati. Li ho colpiti e non si sono rialzati, sono caduti sotto i miei piedi. Tu mi hai cinto di forza per la guerra, hai piegato sotto di me gli avversari. Dei nemici mi hai mostrato le spalle: quelli che mi odiavano, li ho distrutti. Hanno gridato e nessuno li ha salvati, hanno gridato al Signore, ma non ha risposto. Come polvere al vento li ho dispersi, calpestati come fango delle strade. Mi hai scampato dal popolo in rivolta, mi hai posto a capo di nazioni. Un popolo che non conoscevo mi ha servito; all’udirmi, subito mi obbedivano, stranieri cercavano il mio favore, impallidivano uomini stranieri e uscivano tremanti dai loro nascondigli. Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza. Dio, tu mi accordi la rivincita e sottometti i popoli al mio giogo, mi salvi dai nemici furenti, dei miei avversari mi fai trionfare e mi liberi dall’uomo violento. Per questo, Signore, ti loderò tra le genti e canterò inni al tuo nome. Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato, a Davide e alla sua discendenza per sempre» mi hai posto a capo di nazioni. Un popolo che non conoscevo mi ha servito; all’udirmi, subito mi obbedivano, stranieri cercavano il mio favore, impallidivano uomini stranieri e uscivano tremanti dai loro nascondigli. Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza. Dio, tu mi accordi la rivincita e sottometti i popoli al mio giogo, mi salvi dai nemici furenti, dei miei avversari mi fai trionfare e mi liberi dall’uomo violento. Per questo, Signore, ti loderò tra le genti e canterò inni al tuo nome. Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato, a Davide e alla sua discendenza per sempre» mi hai posto a capo di nazioni. Un popolo che non conoscevo mi ha servito; all’udirmi, subito mi obbedivano, stranieri cercavano il mio favore, impallidivano uomini stranieri e uscivano tremanti dai loro nascondigli. Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza. Dio, tu mi accordi la rivincita e sottometti i popoli al mio giogo, mi salvi dai nemici furenti, dei miei avversari mi fai trionfare e mi liberi dall’uomo violento. Per questo, Signore, ti loderò tra le genti e canterò inni al tuo nome. Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato, a Davide e alla sua discendenza per sempre» impallidivano uomini stranieri e uscivano tremanti dai loro nascondigli. Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza. Dio, tu mi accordi la rivincita e sottometti i popoli al mio giogo, mi salvi dai nemici furenti, dei miei avversari mi fai trionfare e mi liberi dall’uomo violento. Per questo, Signore, ti loderò tra le genti e canterò inni al tuo nome. Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato, a Davide e alla sua discendenza per sempre» impallidivano uomini stranieri e uscivano tremanti dai loro nascondigli. Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza. Dio, tu mi accordi la rivincita e sottometti i popoli al mio giogo, mi salvi dai nemici furenti, dei miei avversari mi fai trionfare e mi liberi dall’uomo violento. Per questo, Signore, ti loderò tra le genti e canterò inni al tuo nome. Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato, a Davide e alla sua discendenza per sempre». (Salmo 18 [17] 1-51)

Questo stesso Salmo permette di descrivere anche la seconda direzione della tenerezza trascendente ossia il senso della crescita interiore . L’anima cosciente del Soggetto Radicale, prova infatti la consolazione del sentire la crescita interiore del Totalmente Altro in sé stessa nel crisma dell’amicizia, della vicinanza, di una manifestazione della Trascendenza sempre più frequente e profonda. Questa crescita interiore rappresenta un primo irrobustimento dell’anima cosciente e una sua conferma nella sequela del Divino, che presto dovrà entrare con maggiore intensità rispetto al passato nelle asperità della purificazione ( katharsis ) e dello svuotamento di sé ( kenosis ), proprie dellafase di Abbandono che andiamo testé a descrivere, in quanto i vizi capitali e l’egocentrismo narcisista non solo avviluppano corpo e mente, ma hanno le loro radici nell’anima cosciente che per divenire imago Dei deve entrare in una condizione di nemesi totale.

Abbandono. La manifestazione della terza fase della Trascendenza, in realtà è una nuova fase di Assenza del Divino detta fase di Abbandono . Abbiamo già molte volte descritto che il lavoro di purificazione e di svuotamento di sé è terribilmente duro e molte anime coscienti sono fortemente tentate di arretrare, cedere e ritirarsi da questa immane lotta spirituale. Nella rivelazione negativa della Trascendenza come Assenza, il gioco si fa più duro e la pena maggiore che l’anima cosciente deve subire, l’essenza di questa prova consiste nella sua morte spirituale per infine rinascere a vita nuova. Abbiamo già parlato diffusamente in un precedente articolo Dall’Arcangelo Michele al Soggetto Radicale: la filiazione del desiderio, di questa morte spirituale, delineando tre tappe di manifestazione tanatologica conseguenti ma non necessariamente esperibili da parte di ogni Soggetto Radicale, il quale ha una esperienza di purificazione e di svuotamento di sé singolare, legata alla sua storia personale e ai disegni del Divino che non sono identici per tutti. Queste tappe sono: il senso crepuscolare della vita, la presenza oscura, la presenza manifesta. Link dell’Articolo ). Qui, ci limitiamo soltanto ad aggiungere che il senso ultimo di questa morte spirituale, è un’azione di influenza diretta del Totalmente Altro , tesa a far uscire completamente l’anima cosciente dal suo “io” corrotto per risvegliarla alla terza forma di presenza diretta del Divinoche è la Presenza . Il Re Davide ci può descrivere la terribile crudità di questa esperienza di morte, nella profezia che egli preannuncia circa le sofferenze del Cristo, insite nel presente componimento:

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido! Mio Dio, grido di giorno e non rispondi; di notte, e non c’è tregua per me. Eppure tu sei il Santo, tu siedi in trono fra le lodi d’Israele. In te confidarono i nostri padri, confidarono e tu li liberasti; a te gridarono e furono salvati, in te confidarono e non rimasero delusi. Ma io sono un verme e non un uomo, rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente. Si fanno beffe di me quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: “Si rivolga al Signore; lui lo liberi, lo porti in salvo, se davvero lo ama!”. Sei proprio tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai affidato al seno di mia madre. Al mio nascere, a te fui consegnato; dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio. Non stare lontano da me, perché l’angoscia è vicina e non c’è chi mi aiuta. Mi indicano tori numerosi, mi accerchiano grossi tori di Basan. Spalancano contro di me le loro fauci: un leone che sbrana e ruggisce. Io sono come acqua versata, sono slogate tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera, si scioglie in mezzo alle mie viscere. Arido come un coccio è il mio vigore, la mia lingua si è incollata al palato, mi deponi su polvere di morte. Un branco di cani mi circonda, mi accerchia una banda di malfattori; hanno scavato le mie mani ei miei piedi. Posso contare tutte le mie ossa. Essi stanno a guardare e mi osservano: si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte. Ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, vieni presto in mio aiuto. Libera dalla spada la mia vita, dalle zampe del cane l’unico mio bene. Salvami dalle fauci del leone e dalle corna dei bufali. Tu mi hai risposto! Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea. Lodate il Signore, voi suoi fedeli, gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe, lo tema tutta la discendenza d’Israele; perché egli non ha disprezzato né disdegnato l’afflizione del povero, il proprio volto non gli ha nascosto ma ha ascoltato il suo grido di aiuto. Da te la mia lode nella grande assemblea; scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli. I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano; il vostro cuore viva per sempre! Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli. Perché del Signore è il regno: è lui che domina sui popoli! A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere; ma io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: “Ecco l’opera del Signore!”». (Salmo 22[21], 2-32).

Nella fase di Abbandono , inoltre l’anima cosciente impara ad abbandonarsi all’azione del Divino, il quale attraverso la sua apparente Assenza, la rende forte nella fede e pronta ad essere docile alle mozioni del suo Spirito.

«Quando Dio vive nell’anima, essa non ha più niente che le venga da sé stessa. Non ha che quello che le dà, in ogni momento, il principio che la sorregge: nessuna provvista, non più vie tracciate; è come un bambino che viene condotto dove si vuole e che ha solo il sentimento per distinguere le cose che gli si presentano. Non ci sono più libri indicati per quest’anima; molto spesso essa è priva di un direttore fisso (guida spirituale NdR)e Dio la lascia senz’altro appoggio che Lui solo. La sua dimora è nelle tenebre, nell’oblio, nell’abbandono, nella morte e nel nulla. Sente i suoi bisogni e le sue miserie senza sapere da dove né quando le verrà il soccorso. Attende in pace e senza inquietudine che venga chi l’assisterà, i suoi occhi guardano soltanto il cielo. E Dio, che non potrebbe trovare nella sua sposa disposizioni più pure di questa totale rinuncia a tutto quello che essa è, per non essere che per grazia e per operazione divina, le fornisce al momento opportuno i libri, i pensieri, la conoscenza di sé stessa, gli avvertimenti, i consigli, gli esempi dei giusti. Tutto quello che le altre anime si trovano con la loro iniziativa, quest’anima lo riceve nel suo abbandono, e ci che le altre si conservano con precauzione per ritrovarlo al momento opportuno,. (Jean-Pierre de Caussade, L’Abbandono alla Divina Provvidenza, Cap. II, edizione Web).

Così la pratica costante dell’Abbandono nell’Assenza , conduce l’anima cosciente in cammino sulla Via della Mano Vuota , alla terza forma di presenza diretta del Divino che è la Presenza , la Shekina e che sarà il tema del prossimo articolo:

«Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita. Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi: la mia eredità è stupenda. Benedetto il Signore che mi ha dato consiglio; anche di notte il mio animo mi istruisce. Io pongo sempre davanti a me il Signore, sta alla mia destra, non potrò vacillare. Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» . (Salmo 16,5-11).

Fonte: Idee&Azione

23 marzo 2023

Soggetto radicale e fenomenologia della trascendenza
Soggetto radicale e fenomenologia della trascendenza

Il liberalismo è più pericoloso del nazismo ucraino

di Aleksandr Dugin

Noi siamo l’Impero, sia come eredi della monarchia che come successori dell’URSS.

Non esiste e non può esistere una posizione neutrale in questa guerra, ci sono solo due campi. Questo è tutto. Chiunque esiti o sia indeciso, prima o poi (credo molto prima di quanto sembri) sarà costretto a prendere le armi e ad andare semplicemente al fronte, e il fronte oggi è ovunque. È impossibile riportare questa lunga, difficile e terribile guerra al punto in cui si trovava prima del 24 febbraio 2022, né si può fermare, può solo essere vinta. Oppure può ancora essere archiviata nella storia dell’umanità. Allora non ci sono vincitori. La morte vincerà.

Per ora, la guerra. Il che significa che siamo ancora vivi.

Se non siete per la SMO, non siete per la Russia, non siete per lo Stato, non siete per il nostro popolo, allora arriverà il momento in cui dovrete uccidere i russi, distruggere la Russia come Stato, far saltare in aria auto, case e binari ferroviari, nascondere i terroristi nelle vostre case, essere un artigliere. Non c’è più sicurezza.

Quindi è meglio prendere una decisione adesso, questo vale per tutti i russi, ma vale anche per il resto dei Paesi.

Se si vuole preservare la sovranità, è consapevolmente impossibile sotto l’egida dell’Occidente collettivo, il liberalismo nelle Relazioni Internazionali nega la sovranità e riconosce solo il Governo Mondiale, cioè l’egemonia occidentale e per un mondo multipolare, dove la sovranità è possibile, è necessario combattere con l’Occidente, ed è quello che sta facendo ora la Russia. Lo sta facendo per tutti.

È questo il senso della Terza Guerra Mondiale. Chiunque abbia veramente a cuore la sovranità deve schierarsi dalla nostra parte, oppure rinunciarvi deliberatamente e per sempre e sottomettersi completamente all’Occidente e l’Occidente è ora in guerra con la Russia ecostringerà gli altri a fare lo stesso.

Questo è il significato di ciò che è accaduto all’Ucraina, di ciò che sta accadendo alla Georgia e alla Moldavia, di ciò che minaccia la Turchia e persino la Cina.

Noi e loro.

Negli ultimi 30 anni agli ucraini è stato insegnato in modo massiccio, attivo, ossessivo e continuo a odiare i russi e tutto ciò che è russo. Intere generazioni sono state allevate con la russofobia.

Dal 2014, gli ucraini sono stati addestrati a uccidere, bruciare, smembrare, friggere e cancellare i russi dalla faccia della terra. Tutti, uomini, donne e bambini. È così che è stata creata l’immagine del nemico, il “Moskal”. È stato presentato come un crudele “subumano”, un “mostro”, uno “stupido”, uno “spietato”, un “maleducato”, una sorta di ammasso di materiali, desideroso di piombare sul pacifico paradiso ucraino e di trasformarlo in una distesa di sangue e, per evitare questo, l’ucraino doveva essere pronto ad attaccare per primo, a portare la guerra nel territorio del nemico. Per ridurlo in poltiglia sanguinosa, in modo che non trasformasse l’Ucraina. E così è andata avanti per anni, per decenni.

Molti si chiedono perché gli ucraini resistono così ferocemente? Perché non sono in guerra con noi, ma con l’immagine che vive nella loro mente. Nella serie televisiva “Black Mirror” c’è stato un episodio in cui la gente combatteva con terribili mostri, ma si scopriva che erano mostri resi tali da speciali dispositivi ottici, che le persone stesse dovevano indossare (per non essere punite) e quelli che sembravano “mostri” erano le stesse persone.

Gli ucraini ci vedono come mostri, sono in guerra con una chimera che è stata loro imposta. E questa chimera è terribile, ma non vedono altro.

Non ci siamo preparati per questa guerra. Non abbiamo capito con cosa abbiamo a che fare. Non abbiamo creato un’immagine simile del nemico. Pertanto, non comprendiamo appieno ciò che sta accadendo. Forse è giusto che non abbiamo intrapreso questa strada, ma è chiaro che non abbiamo capito la gravità di ciò che stava accadendo.

Più feroci sono le battaglie, più grande è la furia del nostro popolo. Allo stesso tempo, l’immagine del nemico si è relativamente formata sui fronti. Sul fronte interno, siamo ancora in uno stato di perplessità. Come possono fare una cosa del genere? Al fronte non ci si pone più questa domanda: la questione è un’altra: come sconfiggere il nemico e, francamente, come distruggerlo. Si può distruggere solo ciò che si odia, e chi odia di più, combatte ferocemente e ottiene di più in questa guerra.

Sono convinto che la Russia non debba lasciare che questo processo vada avanti da solo. Se lo lasciamo fare, l’odio dal fronte si riverserà gradualmente nelle retrovie e noi diventeremo più simili al nemico. Cioè l’odio entrerà nei nostri cuori. È entrato nei cuori degli ucraini molto tempo fa. Ora dipende da noi. Non si può non notare che nel processo di guerra adottiamo gradualmente le caratteristiche del nemico. Con riluttanza e ritardo, ma comunque…

In questo momento le autorità stanno solo cercando di frenare il processo, ma è come un fiume. A un certo punto la “diga umanistica” scoppierà e l’intera società ricorderà i versi di Simonov: “Tutte le volte che lo incontri, uccidilo”. Nessuno si curerà di ciò che le autorità permettono o proibiscono.

Abbiamo bisogno di un percorso diverso, di una vera e propria ideologizzazione della guerra, completa e sistematica, non frammentaria e spezzettata come è ora.

In primo luogo, la guerra si combatte con l’Occidente, quindi il nemico principale è l’Occidente. Gli ucraini non sono il nemico principale. Pertanto, è l’Occidente che dovrebbe essere veramente ripudiato. Qui Simonov è rilevante: significa che dobbiamo espellere l’Occidente da noi stessi, altrimenti abbiamo un doppio standard, lui ci uccide e noi lo veneriamo. Il liberalismo è più pericoloso del nazismo ucraino, perché sono stati i liberali occidentali a lanciare, creare e armare il nazismo ucraino. È necessaria una de-liberalizzazione coerente (in quanto più importante della denazificazione in corso nel Paese). Anche la denazificazione è necessaria ma è una conseguenza, non una causa, è un sintomo, non l’essenza della malattia.

Inoltre, stiamo lottando contro il nazionalismo ma non dobbiamo trasformarci in nazionalisti noi stessi. Noi siamo l’Impero, come eredi della monarchia e come successori dell’URSS, siamo più di una nazione. La nostra ideologia deve essere imperiale, aperta, chiara e aggressiva. L’Impero deve essere rappresentato in modo carismatico. Il nostro Impero, Roma, sta combattendo una battaglia mortale con l’opposto “Impero”, e in sostanza l’Anti-Impero, con Cartagine.

Solo quando l’esercito, il popolo, lo Stato e la società combatteranno Cartagine, l’Occidente liberale, sconfiggeremo il nazismo ucraino. Non ci resta che calpestare il nemico. Di fronte a quel nemico temibile e serio, questa folle meschinità ossessiva sembrerà insignificante.

Se dite a un russo “la Russia non esiste”, scrollerà le spalle. Se dite a un americano “l’America non esiste”, scrollerà le spalle. Se dite a un ucraino “l’Ucraina non esiste”, andrà su tutte le furie e farà i capricci, perché l’Ucraina non esiste, ma non esiste quando noi siamo un impero e la nostra coscienza è imperiale. Una coscienza ferma, forte, sicura di sé, determinata.

La forte identità del nemico può essere sopraffatta non da un’identità altrettanto forte (il nazionalismo russo), ma da un’identità più forte: l’identità imperiale.

Questa trasformazione ideologica della società è inevitabile. Può essere rimandata ancora per qualche tempo, ma non può essere impedita.

Sono convinto che il nostro governo non volesse questa guerra. Ha cercato in tutti i modi di rimandarla. Era possibile rinviarla, ma impossibile evitarla. E ora non si può fermare. O la si vince o si scompare. È chiaro che una parte dell’élite è in preda al panico. Non riesce ad accettare la fatalità di ciò che sta accadendo, sperando contro ogni buon senso di poter in qualche modo riportare la situazione al passato. Impossibile. Rimandare e procrastinare sì, è possibile, ma fermarsi e tornare al punto di partenza no. Ci aspetta solo la guerra e una vittoria difficile, incredibilmente difficile. Il nostro Paese sarà irreversibilmente cambiato durante il cammino. Lo Stato sarà cambiato, la società sarà cambiata.

Nessuno vuole disperatamente cambiare da solo, ma è già impossibile. È il destino. Il cambiamento sarà imposto da una necessità ferrea. A tutti e in tutto.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: Idee&Azione

23 marzo 2023

Il liberalismo è più pericoloso del nazismo ucraino
Il liberalismo è più pericoloso del nazismo ucraino

IL GOVERNO DEL MONDO

Videoconferenza del canale YouTube FACCIAMOFINTACHE, trasmessa in live streaming il giorno 22 marzo 2023

Intervista a Massimiliano Caranzano, nato a Loano nel 1968, laureato in Ingegneria Elettronica, esperto di Information Technologies, Intelligenza Artificiale e speaker in eventi di livello mondiale. Autore di libri sulle tematiche energetiche e la salvaguardia ambientale, coltiva da oltre quarant’anni un interesse particolare per la ricerca delle vere origini dell’umanità.

IL GOVERNO DEL MONDO
IL GOVERNO DEL MONDO
IL GOVERNO DEL MONDO

Xi Jinping tende la mano a Putin, ma nessun asse Cina-Russia

di Francesco Petronella

La missione del presidente cinese Xi Jinping a Mosca, dove ha incontrato l’omologo Vladimir Putin, certifica che le relazioni fra Cina e Russia sono solide, profonde, ma certamente non bilanciate. Dalle dichiarazioni dei due leader e dagli accordi siglati, inoltre, è chiaro che le aspettative per una qualche svolta pacifica per il conflitto in Ucraina sono rimaste disattese. Facciamo il punto.

La Russia e la Cina collaborano, hanno interessi convergenti, sanno definirli e lavorano per tutelarli. Ma non sono Paesi alleati, nétantomeno formano alcun ‘asse anti-Occidente’. Questo è lo scenario al termine della visita a Mosca del presidente cinese, Xi Jinping: la prima dall’invasione russa in Ucraina e dopo la conferma del leader cinese al suo terzo mandato.

Per capire la situazione bisogna partire da due presupposti. Gli incontri internazionali di alto livello, come quelli che Xi ha avuto in questi giorni con l’omologo russo Vladimir Putin e altre autorità del governo di Mosca, sono spesso molto caotici: densi, cioè, di immagini, dichiarazioni commenti e video. Il loro contenuto più vero e più significativo sotto il profilo politico va rintracciato invece nei dettagli e anche tra le righe delle dichiarazioni ufficiali.

Non esistono alleati, per entrambi

Il secondo elemento da tener presente è che nella grammatica e nella dottrina diplomatica cinese semplicemente non esistono alleati, almeno per come li si può intendere in altri contesti come quello della Nato. Lo stesso discorso vale per i russi, sebbene Putin abbia parlato ripetutamente del suo “caro amico” e “compagno Xi” (che invece è stato molto più sobrio in questo senso). Un vecchio detto russo, attribuito allo zar Alessandro III, diceva che gli alleati di Mosca sono solo due: l’esercito russo e la flotta russa. Da qui il concetto di “parnership globale e strategica”, il più utilizzato da entrambe le parti nei documenti ufficiali e nelle dichiarazioni dei leader.

Stesso spazio geografico, diverse agende

La ragione principale per cui Mosca e Pechino non sono e non possono essere alleate in senso stretto è data dal fatto che insistono sullo stesso spazio geografico. Entrambe considerano l’Asia centrale come il proprio “estero vicino” e i Paesi che lo compongono – dal Kazakhstan al Turkmenistan, fino alla Mongolia – come parte della propria area di proiezione. A questo si aggiungono rivalità storiche, presenti anche durante la Guerra fredda.

Differenze storiche

Mao Zedong aveva capito perfettamente la necessità di trovare una via marcatamente cinese al comunismo, per non restare schiacciato sulle posizioni dell’Unione sovietica. Vale la pena ricordare che le due parti sono state vicinissime allo scontro militare in tempi relativamente recenti.

Nel 1969, per una contesa riguardante territori di confine, ci fu il conflitto di frontiera sino-sovietico: vari scontri con tanto di dispiegamento di carri armati e mezzi corazzati, senza mai una formale dichiarazione di guerra. È stata praticamente l’unica volta che le forze armate Repubblica popolare cinese hanno imbracciato le armi contro un altro Paese dopo la rivoluzione maoista. Non è un caso, poi, se negli anni Settanta gli Usa di Richard Nixon e Henry Kissinger decisero di normalizzare le relazioni con Pechino, in modo da mettere un cuneo fra Cina e Urss e spaccare il fronte comunista.

Xi da Putin: grande accoglienza

Il presidente cinese e la sua delegazione di alto livello sono stati accolti a Mosca con tutti gli onori. Putin, nella mattinata di lunedì 20 marzo, non è andato all’aeroporto per ricevere Xi, cosa che è assolutamente conforme al protocollo. Tuttavia, durante la visita al Cremlino, il leader cinese ha ricevuto un’accoglienza di tutto rispetto, con tanto di ingresso enfatico dalla monumentale porta dorata da cui il pubblico è abituato a vedere entrare Putin. Il capo dello Stato russo ha persino accompagnato l’omologo cinese all’automobile che doveva trasportarlo in albergo, un’azione piuttosto inconsueta per il leader russo.

Rapporto sbilanciato in favore di Pechino

Al netto di questi simbolismi, occorre guardare con attenzione alle dichiarazioni e ai documenti siglati dai due leader. Da questi elementi emerge chiaramente chi fra i due interlocutori è il partner di minoranza e chi, invece, guida le operazioni. È la Russia a giocare il ruolo del vaso di coccio, la Cina quello del vaso di ferro. Si tratta praticamente di una situazione invertita rispetto alla Guerra fredda, quando era la Pechino a giocare il ruolo di partner minore e più povero di risorse.

Cosa ha ottenuto Xi: energia a prezzo di costo

Il pendere della bilancia a favore della Cina è chiaro anche da quanto scritto nel comunicato congiunto finale, pubblicato sul sito del Cremlino e dall’agenzia ufficiale cinese Xinhua. Insieme a una serie di accordi economici in vari ambiti – che dovrebbero inaugurare “una nuova era” nelle relazioni – per dirla con Xi – le parti hanno concordato di raddoppiare il gasdotto Power of Siberia.

Dovrebbe entrare in funzione nel 2030, quando Mosca fornirà a Pechino almeno 98 milioni di metri cubi di gas e 100 milioni di tonnellate di gas nauturale liquefatto. La Russia trova così un mercato alternativo a quello europeo, messo in crisi dalla guerra in Ucraina e dall’isolamento internazionale in cui Mosca si è ritrovata. Con una differenza, però, sostanziale: Pechino è nelle condizioni per ottenere energia a costi più contenuti.

La questione artica

Russia e Cina, ha annunciato Putin, sono pronte a creare un organismo di lavoro congiunto per sviluppare la rotta settentrionale artica. L’estremità a Nord del pianeta, vale la pena ricordarlo, è un obiettivo ambito sia per i vastissimi giacimenti di minerali nascosti nel sottosuolo – tra cui gaspetroliopalladionichelfosfato e bauxite – sia perché lo scioglimento dei ghiacci apre potenzialmente una rotta marittima tutto sommato nuova e libera, sganciata cioè dalla cosiddetta ‘politica degli Stretti’ che consente agli Stati Uniti il dominio delle principali rotte marittime globali (ad esempio lo Stretto di Malacca o lo Stretto di Hormuz nel Golfo).

La sovranità territoriale dell’Artico è divisa tra i Paesi che si affacciano sull’area: RussiaCanadaUsa (tramite l’Alaska), SveziaDanimarca (tramite la Groenlandia), FinlandiaIslanda e Norvegia, che costituiscono il Consiglio Artico. La Cina, che non è affatto un Paese artico, è osservatore ufficiale del Consiglio dal 2013 – anche se l’organismo ha sospeso le sue attività dall’inizio della guerra in Ucraina – e nutre crescenti ambizioni artiche. L’intesa con la Russia – che di fatto cede un pezzo delle sue rivendicazioni sull’Artico – potrebbe essere il lasciapassare definitivo per Pechino, che entra in una partita cruciale per il futuro (complice anche il cambiamento climatico e lo scioglimento dei ghiacci).

Lo Yuan come moneta per gli scambi

Putin ha annunciato che l’economia russa, limitata dalle sanzioni sulle reti finanziarie occidentali e dal dollaro Usa, apprezza l’utilizzo dello Yuan cinese come alternativa. Soprattutto negli scambi commerciali con Paesi terzi “in Asia, Africa e America Latina”, ha dichiarato Putin. Questa decisione, che per la Cina rappresenta un guadagno sia in termini finanziari che di prestigio, contiene però alcune controindicazioni per Mosca. Come evidenzia un’analisi del Carnegie Endowement for Peace and Justice, se le relazioni con la Cina dovessero deteriorarsi, la Russia potrebbe dover affrontare enormi perdite di riserve e interruzioni dei pagamenti.

Cosa ha ottenuto Putin: gli auguri di Xi per il 2024

Durante il primo faccia a faccia con il presidente russo, Xi ha fatto una dichiarazione molto importante, dicendosi “sicuro” che il popolo russo sosterrà il leader del Cremlino alle elezioni presidenziali che si terranno nel 2024. Il sottotesto è molto chiaro: dal punto di vista di Pechino la leadership di Putin non è in discussione. Quella cinese è una risposta sia al mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale nei confronti del leader russo, sia alle speranze di chi ipotizza un cambio di regime a Mosca. Questo, sia chiaro, non vuol dire che Xi ritenga Putin un ‘amico imprescindibile’. Si tratta di semplice pragmatismo, per cui Pechino al momento non vede alternative rispetto a Putin.

Ucraina: ok al piano di Pechino, ma senza impegni

Per quanto riguarda la guerra, Putin ha affermato che la Russia può considerare il piano cinese in 12 punti come possibile base negoziale per la pace. In realtà, il piano cinese non fornisce indicazioni pratiche quanto piuttosto dichiarazioni di intenti generiche. È quindi una pezza d’appoggio utile per Mosca per dirsi dirsi pronta ai negoziati, ma senza intraprendere iniziative concrete. A livello d’immagine, Xi tende chiaramente una mano a Putin. È sufficiente il fatto che il leader cinese abbia confermato il viaggio a Mosca – invitando anche Putin a Pechino – e che non abbia ancora condannato apertamente l’invasione dell’Ucraina (che a Pechino definiscono come “crisi”).

Da Kiev, dove si attende ancora la prima telefonata di Xi all’omologo Volodymyr Zelensky dall’inizio della guerra, arrivano segnali di cautela: l’Ucraina non può inimicarsi completamente il Dragone, che potrebbe nutrire interesse per il futuro business della ricostruzione pos-bellica ed è già un partner economico di primaria grandezza.

22 marzo 2023

Xi Jinping tende la mano a Putin, ma nessun asse Cina-Russia
Xi Jinping tende la mano a Putin, ma nessun asse Cina-Russia

Asse Mosca-Pechino 2.0

di Aleksandr Dugin

La visita del capo della Repubblica Popolare Cinese a Mosca è percepita in tutto il mondo come simbolica. Non è un caso che i leader di Cina e Russia abbiano preceduto questo incontro con articoli di programma. Putin ha descritto come vede le relazioni con la Cina, Xi Jinping ha dato la sua valutazione. In generale, le posizioni dei due leader mondiali coincidono: Cina e Russia sono partner strategici stretti che rifiutano l’egemonia dell’Occidente moderno e sostengono coerentemente un mondo multipolare. Sia Xi Jinping che Putin danno nei loro testi un quadro completo del mondo: il mondo è già multipolare, con la Cina, la Russia e l’Occidente collettivo come poli più consolidati; allo stesso tempo, entrambi i leader sottolineano che né la Cina né la Russia cercano di imporre il proprio modello agli altri popoli, riconoscendo il diritto di ogni civiltà di svilupparsi secondo la propria logica, cioè di diventare un polo a pieno titolo con un sistema di valori sovrano. L’Occidente aderisce all’atteggiamento esattamente opposto e non rinuncia alla speranza di salvare il modello unipolare, che si è completamente screditato – con un’unica ideologia (liberale), con il sistema delle politiche di genere, le migrazioni illimitate, la totale mescolanza delle società e il postumanesimo. Russia e Cina rifiutano unanimemente l’egemonia occidentale e dichiarano la loro incrollabile volontà di costruire un mondo multipolare democratico e veramente libero.

Lo stesso incontro tra Xi Jinping e Putin a Mosca sarà una sorta di sigillo, che suggella un documento sull’era del multipolarismo.

Entrambi i leader hanno sottolineato il significato positivo del piano proposto da Pechino per risolvere il conflitto ucraino e Xi Jinping ha ricordato ancora una volta la necessità della pace e Putin ha riconosciuto le proposte cinesi come ragionevoli e razionali. Un’altra cosa è che l’Occidente e il regime nazista di Kiev hanno rifiutato categoricamente il piano di Xi Jinping senza nemmeno iniziare a discuterlo o a prenderlo in considerazione. Pertanto, è improbabile che abbia una grande importanza, ma la sua stessa esistenza e l’accordo di principio da parte delle due grandi potenze è già un grosso problema.

Sia il conflitto in Ucraina che l’escalation intorno a Taiwan sono generalmente interpretati dai leader di Russia e Cina allo stesso modo, attribuendo la colpa alla politica aggressiva e provocatoria dell’Occidente.

Ora è opportuno spendere qualche parola su come la visita viene percepita a Mosca. Il punto di vista prevalente è generalmente coerente con le affermazioni programmatiche dei nostri leader. Si tratta di una dichiarazione di un mondo multipolare, basato sulla più stretta alleanza geopolitica e di civiltà tra Cina e Russia, pronta a respingere le pressioni dell’Occidente egemone e che offre l’ingresso nel club multipolare alle altre civiltà – islamica, indiana, africana, latinoamericana e, in futuro, allo stesso Occidente – se le élite occidentali rinunceranno al globalismo e all’unipolarismo.

Anche l’accordo su un piano per la risoluzione pacifica del conflitto in Ucraina sottolinea la vicinanza delle nostre posizioni, anche se, dato che l’Occidente e il regime di Zelensky ignorano completamente il progetto cinese, è improbabile che esso abbia una dimensione reale nel prossimo futuro.

Per Mosca, la visita del presidente Xi in un momento così difficile è molto importante. Dimostra che la grande potenza cinese non è affatto solidale con i tentativi di isolare la Russia sulla scena internazionale, come cerca di fare l’Occidente, e che le relazioni tra Paesi e popoli sono a un picco storico.

Questo è più o meno il modo in cui la comunità di esperti russi responsabili vede la visita di Xi Jinping. Si tratta di un gesto simbolico dell’affermata multipolarità rappresentata da due leader mondiali che concordano pienamente tra loro sui principali parametri del futuro.

Tuttavia, in Russia si sentono anche altre voci si sente l’opinione che la Cina stia facendo il proprio gioco, che non abbia intenzione di aiutare la Russia nel suo confronto frontale con l’Occidente e che sia pronta ad avviare negoziati separati con Washington. Ciò è tanto più possibile in quanto l’economia cinese è troppo dipendente dai mercati occidentali e la Cina stessa non è ancora pronta per un conflitto frontale con l’Occidente e cercherà di rimandarlo il più possibile o di evitarlo del tutto, ma nel frattempo la Russia potrebbe essere caduta in difficoltà. L’argomento principale di questi timori è la mancanza di disponibilità della Cina a fornire assistenza militare alla Russia.

Dal mio punto di vista, questi timori si spiegano con il fatto che molti in Russia non comprendono la peculiarità della politica cinese, che consiste in un calcolo deliberato di molte opzioni diverse e si basa principalmente sulla protezione degli interessi nazionali della Cina come Stato. Gli osservatori russi, che temono un tradimento da parte della Cina, non comprendono la strategia cinese stessa, il sogno cinese, che mira alla prosperità del sistema socialista, all’impero confuciano e alla costruzione di un sistema armonioso di relazioni internazionali. La Russia si trova oggi in un confronto più diretto con l’Occidente. La Cina è ben consapevole che la Russia si fa pagare il contraccolpo da se stessa, cioè che la nostra guerra è la sua guerra, o meglio l’assenza di guerra, il suo rinvio. Il sogno cinese è possibile solo con la piena sovranità geopolitica e civile della Cina, e quindi è incompatibile con l’egemonia occidentale e la dittatura liberale. Pertanto, la Cina sarà dalla parte della Russia non solo per ragioni opportunistiche, dalle quali potrebbe ritirarsi in qualsiasi momento se la situazione dovesse cambiare, ma per il suo orientamento strategico verso la piena indipendenza. Allo stesso tempo non ci si deve aspettare che la Cina compia passi troppo drastici nel sostenere militarmente la Russia. Sarebbe del tutto anti-cinese, ma ci sono molti altri modi per aiutare l’amico in una situazione difficile.

Il secondo tipo di critica alle relazioni Russia-Cina deriva dal fatto che la Cina è un gigante economico e demografico. Un riavvicinamento con la Russia la trasformerebbe automaticamente in un partner minore e dipendente, le cui terre e risorse potrebbero sembrare una facile preda per la Cina in rapido sviluppo. Questo timore è logico, ma in pratica si riduce al fatto che insieme la Cina farebbe meglio a preferire l’Occidente. E qui finisce la logica. Siamo in guerra con l’Occidente, ma siamo amici della Cina e l’Occidente nelle sue relazioni con la Russia insiste sulla sua completa subordinazione alle élite liberali occidentali e ai loro rappresentanti russi. La Cina, invece, non impone nulla e la sua strategia è completamente trasparente e razionale.

La risposta a questo timore sarebbe quella di rafforzare la propria identità russa, di compiere una netta svolta nell’economia e nell’industria e di perseguire una politica demografica intelligente. La Russia rischia di diventare un vassallo della Cina solo se si indebolisce completamente e perde la propria sovranità; tuttavia Putin, al contrario, sta cercando di rafforzare la sua sovranità. Pertanto, tutte le proporzioni di uguaglianza e mutuo vantaggio nelle relazioni russo-cinesi saranno rispettate. Il resto dipende solo dalla Russia: la Cina si comporta in modo coerente, prevedibile e aperto. Non ha piani imperialistici nei confronti della Russia (e di altre nazioni).

In ogni caso, la visita di Xi Jinping a Mosca apre una nuova pagina nelle relazioni internazionali. Si tratta di un punto cruciale nello sviluppo del dialogo e della cooperazione non solo tra due grandi Stati, ma anche tra due Civiltà, non è un caso che sia Xi Jinping che Putin abbiano menzionato la necessità di sviluppare la cooperazione umanitaria, progetti educativi, culturali e scientifici comuni. Per conoscersi meglio, è importante che cinesi e russi non si limitino a commerciare ma siano anche amici, proprio come lo sono i popoli e le culture, interessati l’uno all’altro e impegnati a capirsi. L’amicizia personale tra Xi Jinping e Putin è un modello, un archetipo, ma è importante che l’asse Mosca-Pechino 2.0 non si limiti alla comunicazione dei leader di Stato, ma coinvolga anche l’élite intellettuale, i creatori, gli artisti, gli scienziati e la gente comune. Per molti versi, l’Occidente si è chiuso alla Russia. D’altro canto, la Cina, che sta uscendo da una pandemia, sta aprendo le porte ai russi.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: Idee&Azione

22 marzo 2023

Asse Mosca-Pechino 2.0
Asse Mosca-Pechino 2.0

L’eterno dualismo a comando

di Belinda Bruni

Tommaso Zorzi in lacrime sui social: sono omosessuale e voglio diventare padre, ma in Italia non posso. Prontamente ripreso e rilanciato dalle pagine dei giornali mainstream.

La Stampa titola: Figli delle coppie LGBT, il PD va in piazza. “Questa destra ce l’ha con i bambini”.

“Non è accettabile che i figli di Meloni, Salvini e Piantedosi siano di serie A e questi di serie B”, ha dichiarato il deputato del Partito Democratico Alessandro Zan.

Hanno il coraggio di parlare di bambini di serie B quando un anno fa i minori non vaccinati non potevano salire sugli autobus e ancora oggi sono esclusi dai nidi e dalle scuole d’infanzia i bambini non in regola con le vaccinazioni pediatriche.

Dal 2017 con la legge Lorenzin, al 2020 con la narrazione covid 19, ancora a pochissimi è venuto il dubbio che fossero due tasselli di uno stesso percorso: la medicalizzazione della società e dell’uomo, soggiogato ad un paradigma scientifico materialista.

E su queste discriminazioni sono d’accordo progressisti e conservatori.

Perfettamente d’accordo sullo scientismo vaccinista, le due parti giocano a litigare su questioni “fintamente solo morali”. Perché è chiaro a chi ha lucidità intellettuale che anche l’utero in affitto è figlio dello scientismo. Purtroppo sono più coerenti i progressisti che lo propugnano in ogni sua forma: lo scientismo è una fede e non ammette eccezioni e discussioni.

Quello che la scienza permette è buono, è progresso, metterlo in discussione è oscurantismo. Quello che la scienza dice è vero, in barba al principio che la scienza è tale solo se si nutre di dibattito.

L’era della narrazione pandemica, del vaccinismo come unica via di salute, del greenpass come stile di vita sicuro, è servita a dare un’accelerazione alla deriva transumana che sarebbe stata impensabile in soli tre anni, in condizioni ante 2020.

Ma il gioco delle parti serve a reggere la sceneggiata della democrazia.

Porre la questione utero in affitto come una battaglia contro le coppie LGBT è un’operazione menzognera e perdente. Sappiamo benissimo che vi ricorrono anche coppie eterosessuali che non possono procreare per impedimenti fisici o ricche donne famose per non dover portare loro la gravidanza. Ma anche questo fa comodo, ad una parte per poter alimentare vittimismo, all’altra per non dover pensare e collegare la questione al contesto.

Insomma è partita la campagna strappalacrime per i diritti dei figli nati all’estero tramite utero in affitto. Guarda caso in concomitanza con la Festa del Papà, figura da abbattere e relegare in un angolo.

Due padri con figlio ordinato con contratto commerciale sì, un padre naturale che ama la madre dei suoi figli no, è patriarcato violento. Lo schema è il solito, come solite sono le modalità. Quelle in uso da oltre 50 anni nella meravigliosa democrazia liberale: il piagnisteo dei diritti.

Viviamo in un mondo dove se una donna vuole felicemente accogliere 5 vite con suo marito, un esercito di femmine isteriche grida che il patriarcato vuole le donne fattrici di figli. In barba al principio di autodeterminazione e del chiedere alla donna se è felice e libera.

Ma se una donna povera affitta il proprio corpo per fabbricare un bambino a ricche coppie occidentali e liberali, per fame e necessità di sostentare la famiglia, quello è progresso. Perché la donna lo sceglie.

Pure un bambino noterebbe la dissonanza e l’ipocrisia. Senza contare che un neonato è un essere umano e in nessun modo può essere cosificato, prodotto su ordinazione, venduto secondo un contratto e nemmeno regalato.

Ma non è questo il punto. Nella società aperta, voluta e inventata per giustificare l’assenza di regole e la legge del più forte, non c’è spazio per la ferrea logica; sono tollerabili solo le opinioni che accettano di essere falsificabili e non pretendono un ancoraggio metafisico.

Il punto è che non c’è e non ci sarà nessuna opposizione credibile alla marcia verso il riconoscimento dell’utero in affitto.

Purtroppo, su un piano di immanenza, hanno ragione le anime belle progressiste: la società attuale è fatta “ontologicamente” per i diritti civili (che servono a soppiantare quelli sociali).

Chi si oppone ad aborto, eutanasia, matrimonio egualitario, utero in affitto, blocco della pubertà, cambio di sesso, solo da un punto di vista moralistico, senza mettere in discussione la società che è fondamento di queste ideologie, non fa solo un’opera inutile, ma alimenta la falsa contrapposizione destra contro sinistra. Teatro delle parti che sostiene il dualismo imposto dall’alto ma tanto agognato in basso, da quella popolazione che ha bisogno di un recinto in cui riconoscersi, di una battaglia su cui fondare la propria identità. Purché non venga chiesto di mettere in discussione il “loro” mondo.

E mentre le due parti litigano, il progetto di demolizione controllata della nostra società e la marcia verso il totalitarismo va avanti, nella beata ignoranza dei più.

Non è possibile tenere la democrazia liberale e asportare chirurgicamente le derive antropologiche come fossero un tumore staccato dal resto. Non è possibile sostenere (di fatto, magari a parole non hanno nemmeno il coraggio) il darwinismo sociale e non volere aborto e eutanasia. Non è possibile sostenere una medicina materialista e non volere il ricatto vaccinale.

Se vogliamo mettere in discussione l’utero in affitto e tutte le derive antropologiche, dobbiamo mettere in discussione, dalle sue fondamenta, la società in cui viviamo da decenni che ne è culla e alimento.

Il resto è piagnisteo delle anime belle e inutili medaglie sul petto delle anime candide bigotte.

Con vittoria annunciata delle prime.

Come avviene da oltre 50 anni, con il benestare del democratismo cattolico.

Deviare questo percorso sta a noi, a ciascuno di noi, ma è una chiamata al cambiamento, personale e sociale.

Fonte: Idee&Azione

22 marzo 2023

L’eterno dualismo a comando
L’eterno dualismo a comando