di Corneliu Zelea Codreanu
“L’uomo nuovo non è mai nato da un movimento politico , ma è sempre nato da una rivoluzione spirituale, da un grande cambiamento interiore.”

di Corneliu Zelea Codreanu
“L’uomo nuovo non è mai nato da un movimento politico , ma è sempre nato da una rivoluzione spirituale, da un grande cambiamento interiore.”

di un monaco della Chiesa d’Oriente
Signore, aspettami!
Non andare così in fretta…
Io non posso seguirti.
Tu vai troppo forte per me.
Aspettami, lasciati raggiungere.
Signore, però non devi fermarti,
né rallentare il tuo passo.
Signore, voglio percorrere
la strada verso la tua casa.
Signore, non preoccuparti
di venire verso di me.
Io mi affretto verso di te.
Potremo parlarci lungo la strada,
fare una sosta.
Signore, non sono degno
di accoglierti sotto il mio tetto!
Però tu hai già aperto la porta
e varcato la soglia: Signore,
non ho nulla di pronto,
non ho preparato niente per riceverti!
Ma già l’Amore senza limiti
è entrato nella mia stanza e mi dice:
«Mettiti a tavola, voglio cenare con te».

a cura di Giuseppe Aiello
“Molti giovani mi chiedono un Maestro per l’Irfan (conoscenza iniziatica)….Miei cari, per voi queste cose sono un po’ premature…, alcuni giovani vanno ancora alle “elementari”! Non sanno ancora parlare bene con la propria madre, con la propria moglie e con i colleghi, eppure cercano un Maestro [spirituale]?!
Caro giovanotto, se stai cercando la via dell’Irfan e del viandante [spirituale], allora inizia con le certezze…noi abbiamo molte certezze: per esempio, sappiamo che retrocedere [nella pratica dei doveri religiosi], guardare il non-mahram [uomo/donna fuori dal matrimonio e dalla parentela], togliere l’onore ai credenti, mentire, ecc. sono vietati! La rabbia è un ostacolo alla perfezione. Quindi dobbiamo prima agire partendo da queste certezze!
L’Ayatollah Sheikh Behjat ha detto “inizia con le certezze”. Se segui queste certezze che conosci, otterrai risultati, e la strada davanti a te ti sarà chiara…
Ayatollah Fatemi Niya

di Valeria Robecco
Il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha ribadito l’invito di Putin al leader cinese Xi Jinping a recarsi in Russia in primavera. Ma è un’ipotesi su cui la diplomazia del Dragone nicchia
La missione di Antony Blinken in Medio Oriente si inserisce in un contesto di più ampie dimensioni rispetto alle circoscritte tensioni tra israeliani e palestinesi, e coinvolge l’Iran, la guerra in Ucraina e anche gli equilibri geo-strategici nell’Indo-Pacifico. Sul fronte mediorientale, il segretario di stato dopo le tappe in Egitto e Israele ha incontrato ieri il presidente dell’Anp Abu Mazen a Ramallah, sottolineando che gli Usa si oppongono ad ogni «azione unilaterale» delle due parti che rappresenti un ostacolo alla soluzione dei due stati, e questo «include l’estensione degli insediamenti, la demolizione delle case e la violazione dello status quo nei luoghi santi». Riportare la calma «è l’obiettivo immediato», ha continuato esprimendo cordoglio per «gli innocenti civili palestinesi che hanno perso la vita nelle violenze dell’ultimo anno».
Oltre l’escalation nella regione, a preoccupare Washington è anche il nodo Iran, pure in proiezione del conflitto in Ucraina. «La Russia trasferisce tecnologie sofisticate alla Repubblica islamica, cosa che preoccupa sia noi sia Israele», ha detto Blinken prima di lasciare Gerusalemme: «Restiamo uniti nell’affrontare le azioni destabilizzanti e pericolose che Teheran compie non solo nella regione, ma in maniera crescente anche altrove e fra queste c’è il trasferimento a Mosca della tecnologia dei droni per l’aggressione a Kiev». Il capo della diplomazia americana ha poi confermato che Stati Uniti ed Israele hanno «l’impegno comune» di impedire che Teheran si doti di armi nucleari. Diventa quindi sempre più evidente un legame tra la guerra ombra Iran-Israele e il conflitto russo-ucraino. In tutto questo si va ad innestare la questione dell’Indo-Pacifico, tema cruciale per Washington visto che è la Cina nel medio e lungo periodo la vera sfida strategica degli Usa (e Blinken dovrebbe recarsi a Pechino nei prossimi giorni). Lo dimostra anche il fatto che il capo del Pentagono Lloyd Austin sia volato a Seul per incontrare il suo omologo Lee Jong-sup, sottolineando come il loro impegno «per la difesa della Sud Corea rimanga incrollabile e gli Usa siano fermi nell’impegno di deterrenza estesa» contro le crescenti minacce missilistiche e nucleari del Nord. Seul è molto importante anche sul fronte del conflitto in Ucraina, essendo il luogo dove più di recente gli Stati Uniti sono andati recuperare armamenti da fornire a Kiev, a dimostrazione di come lo scacchiere geopolitico globale sia sempre più interconnesso. Nella sua missione asiatica il segretario alla Difesa ha in programma di recarsi poi nelle Filippine per continuare a tessere la rete di alleanze in funzione di contenimento della Cina. Secondo il Washington Post, gli Usa sono vicini ad un accordo formale per garantirsi un ampio accesso ad alcune basi militari del Paese comprese probabilmente due nell’isola settentrionale di Luzon, che secondo gli analisti darebbe loro la possibilità di gestire operazioni in caso di conflitti a Taiwan o nel Mare cinese meridionale. E l’intesa dovrebbe essere formalizzata proprio in un incontro tra i rispettivi ministri della Difesa.
Intanto, da Mosca, il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha ribadito l’invito di Putin al leader cinese Xi Jinping a recarsi in Russia in primavera, definendolo «un evento centrale» nelle loro relazioni. Ipotesi su cui la diplomazia del Dragone nicchia, sottolineando di «non aver informazioni da condividere». A ribadire la centralità del continente asiatico è stato anche, in toni decisamente cupi, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg.
«Pechino osserva con attenzione cosa sta accadendo oggiin Ucraina e questo potrà influenzare le sue decisioni future. Ciò che accade in Europa potrà accadere domani in Asia», ha aggiunto dopo l’incontro con il premier giapponese Fumio Kishida. Entrambi concordano che la sicurezza nell’area transatlantica e dell’Indo-Pacifico è «interconnessa» e la guerra in Ucraina non è una sfida «solo europea».
Fonte: Il Giornale

di Gianluca Marletta
Prendiamo spunto da una citazione dello scrittore cristiano-ortodosso Philip Sherrard (tratto da “Considerazioni cristiane d’Oriente”, Ed. Irfan) per mettere i punti su una questione che fa regolarmente tremare le ginocchia ai cristiani d’Occidente – e che ha generato in due secoli ogni sorta di illazioni e deliri.
Scrive Sherrard: “Nei termini della tradizione cristiana è piuttosto chiaro che Adamo nel suo stato paradisiaco, prima della caduta, fosse pienamente incarnato, ed era altrettanto chiaro che il suo corpo era assai diverso, per consistenza, da quello successivo alla caduta, dal momento che non era soggetto a corruzione. Infatti una delle conseguenze della caduta non fu che l’uomo acquisì un corpo, ma che quel corpo venne permeato da elementi più densi, più grossolani, più materiali rispetto a quelli adeguati al suo stato prima della caduta. Il nostro vero corpo, quindi, ovvero il nostro corpo originale, paradisiaco non va identificato con quegli elementi densamente materiali che acquisisce come conseguenza della caduta. È di consistenza assai più fine, una struttura sottile […] Il corpo materiale denso è semplicemente lo strumento adattato alle condizioni di questo mondo – questo mondo decaduto – in cui durante la nostra vita mortale dobbiamo operare”.
La questione della natura e dell’origine dell’Adamo primordiale, che così tanti equivoci ha fatto nascere – in primis generando quella sorta di ‘mitologia atea’ che è il Darwinismo – è infatti un “enigma” solo per chi misconosce ciò che la Tradizione afferma. Un problema che tuttavia è stato favorito in Occidente soprattutto dall’ignoranza secolare delle Scritture ebraiche e greche. Dalla lettura dei testi originari, infatti, è evidente che la “terra” (Adamah) da cui è stato tratto l’Adamo non ha nulla a che vedere con il terriccio che calpestiamo ogni giorno (eretz). Allo stesso tempo, ci vuole una dose sorprendente di incomprensione per tradurre l’espressione di San Paolo ‘sôma psychikón’ (il “corpo psichico” di Adamo) con “corpo animale” (come tutt’ora si fa nelle varie e “bestiali” traduzioni in lingue moderne, anche quelle utilizzate nelle Liturgie). Al tempo stesso, è evidente dal testo di Genesi che il corpo grossolano (basar), le “tuniche di pelle animali”, sono state rivestite dai nostri Antenati solo dopo la Caduta (Genesi 3, 21).
L’incapacità di capire i Testi originari, l’ignoranza della Cosmologia tradizionale, il concetto davvero riduzionistico di “materia” (che per gli antichi era molto più di quello che ricade sotto i cinque sensi) ha portato purtroppo ad aberrazioni di ogni tipo. E qui non parliamo solo del Darwinismo o dell’uguale e contrario letteralismo evangelico o post-cattolico che immagina Adamo ed Eva come due baldanzosi culturisti che passeggiavano in qualche cortile del Vicino Oriente. Le ipotesi pseudo-religiose sulle Origini, infatti, sfondano a volte il delirio conclamato: e se delle tesi extraterrestrialiste alla Biglino-Sitchin ne abbiamo parlato già a lungo, vorrei qui mettere in guardia anche da certe elucubrazioni che si avvalgono di presunte ‘visioni’ come quelle del prete friulano Don Guido Bortoluzzi.
Questo sacerdote – defunto nel 1991 – affermava di aver avuto ‘rivelazioni’ sull’Origine dell’uomo secondo le quali l’Eterno (sic) avrebbe dato origine ad Adamo attraverso l’utilizzo dell’utero di una scimmiona (l’Eva primordiale), la quale, in un cieco impeto ormonale, sarebbe stata a sua volta ingravidata dal figlio concependo Caino. Una pseudo-Genesi dal sapore orgiastico-fantascientifico sulla quale ci sarebbe da sorridere se non fosse che molti cattolici (sic), privi evidentemente di fonti più limpide, hanno finito per abbeverarvisi.
La domanda del perché molta gente vada appresso a qualsivoglia ‘rivelazione’ invece di studiarsi il greco, l’ebraico o i Padri Nisseni è d’altronde il vero problema di gran parte dei cosiddetti “credenti” moderni. La questione dell’Origini, d’altronde, è tutt’altro che ignorabile, perché ci dice chi siamo; e chi si trova a suo agio nel percepirsi non come figlio di Adamo ma come sottoprodotto scimmiesco ha evidentemente una percezione del suo essere uomo molto problematica (e qui mi taccio).

a cura di Andrea Terenzi
tratto da Alessandro Zanconato, Il morso che spezza. I Ching: figure della Tradizione per sopravvivere alla modernità (Passaggio al Bosco, aprile 2018)
Tempo di perdere; devi avere fiducia; grande è la fortuna e nessuna colpa. Si può essere risoluti, utile avere qualcosa da fare. Che fare? Usare due ciotole per il sacrificio
“Un tempo per cercare e un tempo per perdere” (Ecclesiaste 3:6)
SACRIFICIO
“Sacrificio” è una parola che il nostro tempo non ama affatto: la sua etimologia latina deriva da sacrum e facere, ovvero “rendere sacro”. Il sacrificio, da sempre, è un atto religioso attraverso il quale l’uomo rinuncia ad un oggetto che gli è caro o addirittura ad una persona, per consacrarlo alla divinità: l’esempio più nobile e sublime del “dono”. Per questo la civiltà liberal-plutocratica del XXI secolo rifugge dall’educare i suoi figli al senso del sacrificio: avendo oscurato – dopo l’Illuminismo – la dimensione trascendente e sacrale dell’esistenza, soffocata dai ritmi e dalle pretese tiranniche di un mondo laicizzato, essa obnubila piuttosto le giovani generazioni – e non solo – mediante l’assuefazione edonistica e consumistica, che non accetta dilazioni al piacere e vuole “tutto e subito”. La dimensione mercantile dell’esistenza sotto il liberal-capitalismo non tollera la gratuità e il disinteresse del dono, ma unicamente la transazione della compravendita, estesa dal mondo delle merci a quello dei rapporti umani, dei sentimenti e delle aspirazioni individuali e collettive. Tutto è acquistabile sul mercato, persino la verginità di una diciottenne.
Le “due ciotole per il sacrificio” del testo di Suén contenevano un’offerta di riso, il cereale più tradizionale, ma anche il più prezioso per il nutrimento dei contadini cinesi: un dono apprezzato dagli dei, perché simboleggia l’offerta della propria vita, mediante ciò che ne garantisce la prosecuzione. Si tratta certamente di una “diminuzione”, di una “perdita”, ma essa è funzionale al mantenimento di un rapporto di venerazione e di rispetto nei confronti della divinità: è un “perdere per mantenere”! Inoltre, quest’aspetto della perdita risulta in forte contrasto con la mentalità attuale, tesa all’accumulo e allo spreco ingiustificati.
Molto interessante è il commento di Confucio alla sentenza: il tempo di Suén è un’epoca nella quale i subalterni perdono e i superiori guadagnano, proprio come la nostra, nella quale una minoranza di oligarchi della Borsa possiede la grande maggioranza delle ricchezze globali. Le disuguaglianze tra sudditi e dominatori sembrano destinate ad acuirsi, ma Confucio suggerisce – nel commento all’immagine – un’attitudine calma e misurata: il Saggio è capace di dominare la collera e limitare i desideri (messaggio suggerito dal trigramma superiore Chen, l’Arresto, il Monte). Nella consapevolezza che pieno e vuoto, povertà e ricchezza, si alternano l’un l’altro, e che – quindi – quest’età di diminuzione e di perdita è destinata a trasformarsi in un’altra di accrescimento e di pienezza. Occorre, dunque, coltivare la nobiltà d’animo ed il dominio dell’ira, quest’ultima risultando finalmente improduttiva ed inefficace contro le ingiustizie. Ciò non equivale – però – alla rassegnazione fatalistica, estranea al Libro dei Mutamenti, il quale non crede in un destino ineluttabile, ma alla costanza del cambiamento, regolato da una Legge superiore (il Tao), nei limiti della quale è possibile all’uomo comprendere il presente per progettare concretamente l’avvenire. Vi sono fasi cosmico-storiche nelle quali la perdita e la diminuzione preparano e preludono a vantaggi e compensazioni future: si tratta di perdere per guadagnare, cedere per avanzare, ritirarsi per procedere: “Ciò che è piegato, diventa intero; (…) Colui che possiede poco, acquista”.
Fonte: Azione Tradizionale

di Augusto Bianconi (Fratria Altotiberina)
ricordiamo ancora una volta quanto abbiamo già detto a riguardo del duplice rimando del termine aigle sia allo ‘splendore, luce’ che all’‘aquila’ stessa.
Volendo concludere queste necessariamente rapide osservazioni, dobbiamo ricordare che il Giebel, il ‘frontone’, è quell’elemento architettonico che incornicia il ‘timpano’, entro il cui ambito nei templi antichi si usava apporre l’immagine della divinità a cui lo stesso edificio sacro era dedicato. Volendo dunque riconoscere alla S. Vergine la dignità di incarnare l’immagine prototipica della S. Chiesa, non è improprio accostare Lei al Giebel dell’edificio templare della Sancta Ecclesia. Tale accostamento è emblematico alla luce anche del fatto che il frontone corona il portale d’ingresso al tempio, e la S. Vergine, da parte Sua, è onorata con l’epiteto di Ianua Coeli, ‘Porta del Cielo’.
Non si trascuri di osservare ancora che il ‘timpano’, così chiamato perché era usualmente schermato con membrane animali, rimanderebbe allora proprio all’‘orecchio’ della S. Vergine. Ciò mantiene la sua significatività, in quanto la tradizione patristica afferma che la fecondazione da parte del Logos sia effettivamente avvenuta attraverso l’organo dell’udito di Maria.
Non da ultimo, per completare questa disamina sui rapporti tra Nostra Signora ed il Giebel, si ricordi che quest’ultimo si presenta sempre come la giustapposizione di due triangoli rettangoli cosiddetti ‘sacri’. Con ‘triangolo sacro’ si intende quello base adoperato da Pitagora per stabilire l’omonimo teorema, e costruito su una relazione tra cateti ed ipotenusa pari a 3 : 4 : 5.
Non casualmente dunque tali stessi numeri, secondo la medesima successione, sono quelli che tradizionalmente stabiliscono i rintocchi per annunciare l’Angelus mariano, a ricordo del momento in cui il Logos ha fecondato la S. Vergine attraverso il Suo ascolto del saluto angelico.
Per finire, val la pena ricordare l’esistenza su territorio libanese dell’antichissima città di Gubla (oggi Jubayl), che dai Greci fu rinominata in Byblos. Se risulta sorprendente che una città posta in riva al mare debba esser stata nominata Gebal, ossia ‘cresta montana’, risulta tuttavia coerente con le precedenti osservazioni che essa fu famosa per lo speciale culto riservato ad una divinità femminile di amore e fertilità: la dea Baalat Gebal, il cui nome significa ‘Signora, Regina, Padrona della Montagna’. E sappiamo che le valenze di tutte le divinità femminili, delle tradizioni precedenti il Cristo, sono provvidenzialmente confluite nella S. Vergine Maria.
In base a tutto ciò non solo traspare in maniera più che evidente l’attinenza che, attraverso la simbologia della ‘montagna’, sussiste tra S. Vergine e l’‘Ideale Ghibellino’; ma di quest’ultimo viene altresì ribadita e confermata la forte incidenza archetipica e metastorica!
Accanto all’Autorità Sacerdotale, in quanto funzione del Papato, il Potere Regale detenuto dal Sacro Romano Impero Ghibellino fa dunque parte, in maniera altrettanto necessaria e fondamentale, della S. Chiesa di Cristo Signore (cfr. Prov 8,15; Rm 13,1).
Forse che l’odierna crisi della Chiesa sia collegata con la latenza dell’Impero?
Noi riteniamo di sì!

di Arianne Ghersi
Qassem Soleimani viene presentato nei principali siti di ricerca online come parte dei Pasdaran, comandante della Forza Quds. Quali sono i passi salienti della sua carriera.
Il generale Qassem Soleimani nacque l’11 marzo 1957 in un paesino nella regione di Kerman, visse una vita molto semplice. Le sue attività rivoluzionarie iniziarono verso la fine degli anni Settanta, fu infatti uno dei principali organizzatori delle manifestazioni e degli scioperi nella città di Kerman durante il periodo che portò alla vittoria della Rivoluzione islamica. Nel 1980 entrò a far parte dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) e, con l’inizio della Guerra imposta all’Iran da parte dell’Iraq, quest’ultimo sostenuto dalle superpotenze, comandò le operazioni Wal-fajr 8, Karbala 4 e Karbala 5, quest’ultima è considerata la più importante operazione della Guerra imposta.
La guerra terminò nel 1988 e per Soleimani iniziò l’impegno in un nuovo campo di battaglia; quell’anno tornò a Kerman e si dedicò alla lotta ai contrabbandieri e agli spacciatori che esercitavano ai confini orientali. Nell’anno 2000, l’ayatollah Khamenei, Guida suprema dell’Iran, lo nominò comandante della Forza Qods. Tra le sue importanti imprese ricordiamo il rafforzamento di Hezbollah e dei gruppi di resistenza palestinesi, le cui capacità si manifestarono nella guerra dei 33 giorni di Hezbollah contro Israele e nella vittoria dei miliziani palestinesi nella guerra dei 22 giorni contro il ben equipaggiato esercito israeliano. All’epoca il generale Soleimani era praticamente sconosciuto a livello internazionale, comincerà ad essere noto per il suo ruolo nella lotta al terrorismo, nonché per il ruolo chiave nel rafforzare il sostegno iraniano ai gruppi di resistenza e liberazione presenti nel Medioriente, soprattutto in Siria, Iraq e Yemen. Il generale Soleimani ebbe un ruolo determinante nella lotta all’Isis in Siria e in Iraq: infatti i governi iracheno e siriano chiesero all’Iran di intervenire e di aiutarli nella lotta ai gruppi terroristici. Il generale Soleimani incoraggiò la formazione di milizie popolari – composte da volontari sunniti, sciiti e cristiani – in Siria e in Iraq. Grazie alla stretta collaborazione tra queste milizie, l’Esercito siriano e i Guardiani della Rivoluzione, la minaccia terroristica fu completamente ridimensionata, evitando la caduta di Damasco e di Baghdad. Il generale Soleimani inoltre si recò a Mosca e favorì l’intervento russo in Siria a fianco delle forze della resistenza contro il terrorismo. Proprio il ruolo avuto dall’Iran e dai Pasdaran nella lotta al terrorismo è il motivo per cui in questi giorni vediamo l’Unione Europea e gli Stati Uniti prendere in considerazione l’inserimento del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche. D’altronde non dimentichiamo che Stati Uniti e Unione Europea, attraverso la propaganda mediatica e politica, hanno sostenuto in Siria quelli che definivano “ribelli moderati”, anche se costoro si comportavano allo stesso modo dei tagliagole dell’Isis.
Coloro che avevano creato e sostenuto i gruppi terroristici, non ne potevano più di vedere i suoi successi nello sconfiggere e distruggere i loro burattini, per questo alla fine lo uccisero in un attentato il 3 gennaio 2020 nei pressi dell’aeroporto di Baghdad.
Quali sono le principali critiche dei detrattori al suo operato? Quali gli elogi dei sostenitori?
Sia in Iran sia all’estero molti criticarono il suo operato quando, su richiesta dei legittimi governi di Iraq e Siria, intervenne nella lotta al terrorismo e diede il suo sostegno alla resistenza palestinese e a Hezbollah; alcuni affermarono che avrebbe dovuto concentrare le energie sue e dell’Iran sulla soluzione dei problemi interni. Addirittura personalità importanti della Rivoluzione biasimarono Soleimani e gli dissero che essendo una persona onorevole, se si fosse recato in Siria, si sarebbe disonorato. Gli dissero che in quel campo di battaglia non solo non vi sarebbe stata speranza di una vittoria, ma che, al contrario, la sconfitta sarebbe stata certa. Egli stesso rispose in varie occasioni a queste accuse, prima di tutto evidenziando come Palestina, Libano e Siria fossero la prima linea del fronte della resistenza contro le forze nemiche, e se loro fossero cadute, sarebbe caduto tutto l’Asse della Resistenza (Asse della Resistenza è come vengono definiti i gruppi e gli Stati che lottano contro le ingerenze esterne e i tentativi di destabilizzazione nella regione), inoltre se la minaccia terroristica e l’estremismo ideologico dei gruppi terroristici, definiti da Soleimani stesso una peste, non fossero stati fermati, presto sarebbe stato l’Iran ad essere travolto dalla loro furia. Quindi difendere Siria, Palestina e Iran per Soleimani corrispondeva al difendere l’Iran e gli interessi nazionali, in questo modo inoltre si sarebbe mantenuta la stabilità della regione, e questo è il motivo per cui era particolarmente apprezzato sia in Iran che all’estero: era stato in grado di ridimensionare la minaccia terroristica, di unire le forze di vari battaglioni, composti da sunniti, sciiti e cristiani, e da varie nazionalità, siriani, iraniani, libanesi, afghani, azeri, pakistani che combattevano fianco a fianco contro i gruppi terroristici, nonché di aprire ponti diplomatici e di incoraggiare la presenza della Russia nella lotta al terrorismo. Diede speranza ai popoli e alle minoranze come quelle cristiana e yazidi, salvaguardando le loro comunità. Inoltre Soleimani era apprezzato perché era un individuo semplice, incontrava la gente, scherzava e parlava con giovani e bambini, si recava spesso in visita alle famiglie dei martiri, non si considerava affiliato a nessun gruppo politico, sosteneva che tutti erano “figli della nazione”.
Sembra che Soleimani avesse stretto fortissimi legami, anche personali, con Bashar Al Assad e che abbia avuto un ruolo determinante nella sconfitta dell’Isis; ciò non sembra emergere nelle notizie internazionali. Nel libro ovviamente descrivi dettagliatamente questo aspetto poco conosciuto, come potremmo descrivere il suo operato?
Soleimani e Assad sono uomini dell’Asse della Resistenza, essere uomini dell’Asse della Resistenza significa essere sempre in prima linea. Vi è un estratto del libro da me curato che mi colpì molto quando lo tradussi e che può chiarire bene come la forza dell’alleanza e dell’amicizia tra due persone sia determinata da vari fattori, in questo caso il coraggio della presenza nella prima linea del fronte: “Probabilmente mancavano poche ore e, forse, neppure quelle, e la città sarebbe caduta in mano ai takfiri. Damasco era circondata e stava per capitolare. In qualsiasi momento avrebbero potuto conquistare la città e poi arrivare al centro della capitale. Bashar al-Assad aveva inviato un messaggio dal palazzo presidenziale all’ambasciata iraniana invitando il personale a salvare subito le proprie vite tornando in Iran. In quella confusione, tra paura, terrore e ansia che avevano soverchiato tutto e lasciato i più senza speranze, atterrò l’aereo Teheran-Damasco. Era un volo che avrebbe portato via gli iraniani da Damasco. Tutti tornavano in Iran, solo uno era appena arrivato. Là all’aeroporto molti videro il generale Soleimani con i propri occhi. Haj Qassem [Soleimani] era venuto per incontrare Bashar al-Assad. Dissero che non era il momento adatto, che non era possibile. Lui insistette e nonostante tutti i pericoli si diresse verso il palazzo di Assad. Si sedettero insieme per parlare. Prima di tutto chiese della situazione a Damasco e delle ultime novità dalla città. Poi disse: ‘Lei vuole rimanere oppure no? Se rimane, anche noi saremo con lei e resisteremo, altrimenti lasceremo Damasco’. Bashar era lui stesso uomo della Resistenza. ‘Voglio rimanere’, ‘Allora lascia che la tua famiglia vada’, ‘Anche la mia famiglia rimane con me’. I media continuavano ad affermare che Damasco stava per cadere completamente, tuttavia sia Assad sia Haj Qassem Soleimani rimasero”.
I soldati in una battaglia sono fortemente influenzati dal comportamento dei loro comandanti e leader, se questi ultimi sono coraggiosi e mantengono la posizione, anche i soldati lo faranno, pensiamo alla notevole differenza tra questo approccio e quello che invece hanno i comandanti nelle guerre moderne, dove guidano le operazioni militari lontano da rischi e pericoli.
È morto a causa di un attacco di un drone per mano degli Usa. Perché eliminarlo e quali sono state le conseguenze?
Considerato che l’assassinio di Soleimani non ha fatto altro che rendere ancora più apprezzata e conosciuta la sua figura, non posso che pensare a un errore strategico, ossia la necessità di un’azione veloce e poco dispendiosa per indebolire l’Iran e i suoi alleati, tipico dell’approccio americano dei repubblicani (l’ordine fu dato direttamente da Trump), che vogliono mantenere l’egemonia americana – ma senza troppi sforzi e costi – in politica estera, come avvenne anche nel momento in cui venne stracciato l’accordo sul nucleare. Probabilmente questo errore strategico è stato causato anche da una conoscenza e da una comprensione limitata dei fondamenti ideologici delle nazioni e dei gruppi legati all’Asse della Resistenza: la morte non è la fine, bensì un nuovo inizio, il martirio non è la fine di una rivoluzione o di un movimento, ma il rafforzamento dello stesso. Quando viene ucciso un eroe che difende degli ideali, non si fa altro che incoraggiare i suoi seguaci a imitarne l’esempio. Questi concetti non possono essere compresi da chi ha una visione limitata e materialistica della vita. Il generale Soleimani stesso, parlando del fatto che presto sarebbe potuto cadere martire, affermò: “L’influenza che ha oggi il mio sangue non l’avrà in futuro, l’influenza che ha oggi il mio sangue tra i giovani, non l’avrà in futuro”.
Fonte: Il Talebano

a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS
Non dobbiamo confondere lo scientismo con la ricerca scientifica. Il primo è un ideologia che orienta le ricerche secondo i calcoli e gli interessi di ricchi investitori che sono a capo di fondazioni internazionali finanziate da cosiddetti filantropi multimiliardari mentre la seconda opzione è il frutto dell’anelito divenire di sognatori che non hanno accettato il diktat dell’economia, e che orientano realmente le proprie ricerche per il bene dell’umanità. Questa è la vera scienza. Fidiamoci di essa e diffidiamo dello scientismo dei filantropi.

di Aleksandr Dugin
Nella terza parte del suo studio, il filosofo russo confronta il mondo spirituale con quello fisico, concentrandosi sulla divisione dell’umanità dopo il Giudizio Universale. Chi è destinato a vivere per sempre e chi è destinato a perire nell’abisso è una domanda che preoccupa gli uomini fin dalla loro nascita.
Questo dualismo antropologico lo ritroviamo in un contesto prettamente cristiano con l’apostolo Paolo. Nella prima lettera ai Tessalonicesi scrive:
(Prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi, cap. 5, 5-8)
Nel Vangelo di Giovanni, Cristo stesso dice quanto segue sui “figli della luce”:
Finché la luce è con voi, credete nella luce, affinché possiate essere figli della luce. Detto questo, Gesù si ritirò e si nascose da loro.
(Giovanni Cap. 12:36)
ἕως τὸ φῶς ἔχετε, πιστεύετε εἰς τὸ φῶς ἵνα υἱοὶ φωτὸς γένησθε. Ταῦτα ἐλάλησεν Ἰησοῦς, καὶ ἀπελθὼν ἐκρύβη ἀπ’ αὐτῶν.
La divisione dell’apostolo Paolo in “figli della luce” (υἱοὶ φωτός) e “figli delle tenebre” (υἱοὶ σκότους) richiama la nostra attenzione sullo stesso dualismo antropologico. Coloro che sono con Dio, con Cristo, che credono nella luce sono l’umanità di Abele, di Noè, degli antenati, dei santi e dei martiri. Essi, essendo nel tempo, preparano con il loro essere gli animali sacrificali del Giudizio Universale – le pecore, gli agnelli. Questa è un’umanità di luce.
Ma le persone non diventano tali per predestinazione, per nascita o per rigide condizioni meccaniche, bensì per libera scelta. Solo chi è assolutamente libero può scegliere tra luce e tenebre. Per questo l’apostolo Paolo invita i cristiani a “diventare” figli della luce: a essere svegli, a non dormire, a svegliarsi dall’inerzia della vita quotidiana.
Essere “figli della luce” significa mettersi nella posizione dei “figli della luce”
Cristo dice la stessa cosa nel Vangelo di Giovanni: “Credete nella luce, perché siate figli della luce”. Se credete, diventerete figli della luce. Nessuno nasce deliberatamente figlio della luce. L’uomo definisce sempre la propria natura, ponendola o al di sopra di sé – nel regno degli angeli fedeli – o al di sotto di sé – cedendo all’attrazione di Dennika, sprofondando nello sheol, scivolando nell’abisso di Avaddon.
E se un uomo cade, si allontana dalla luce, diventa un “figlio delle tenebre”, un “figlio della notte”. E ancora: non nasce, ma diviene, costituendo il proprio essere con il supporto della libertà – mente e volontà. Nessuno può essere costretto a diventare un “figlio della luce” o un “figlio delle tenebre”. C’è sempre una scelta. L’uomo è la vera scelta. Questo, infatti, è ciò che ci dicono i Salmi e i Vangeli, la Bibbia nel suo complesso.
Antropologia e fisica della resurrezione
Il Giudizio Universale ha luogo dopo la resurrezione dei morti. L’insegnamento cristiano specifica che “non tutti moriranno, ma tutti saranno cambiati”. L’apostolo Paolo scrive:
(Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, cap. 15, 51-52).
Il dualismo dell’antropologia escatologica si rivelerà pienamente dopo questa fondamentale metamorfosi dell’umanità, quando i morti risorti coesisteranno con i vivi mutati – rivestiti di carne incorruttibile -.
Per comprendere meglio il significato della risurrezione dei morti, la cui attesa è inclusa nel Credo del cristiano ed è quindi parte integrante di tutta la dottrina, dobbiamo guardare alle fasi della creazione. I processi escatologici ripetono in parte le fasi della creazione in ordine inverso. La creazione viene da Dio ed è diretta verso l’esterno (verso di Lui). La fine dei tempi riporta la creazione a Dio, la mette di fronte a Dio – portandola al suo giudizio. Questo ritorno è la resurrezione universale, quando l’intero contenuto della storia del mondo viene ricreato istantaneamente e simultaneamente.
Tuttavia, l’umanità risorta richiede condizioni ontologiche diverse rispetto al mondo in cui ci troviamo. Queste condizioni possono essere riassunte come la fisica della resurrezione. Ci sono altre leggi in gioco, al di là del tempo e dello spazio. L’apostolo Paolo dice questo a proposito della fisica della risurrezione:
(Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, cap. 15, 39-44).
Queste sono le proprietà del corpo risorto. Lo è:
Così anche la seconda venuta di Cristo avverrà in potenza e in gloria. Da qui l’espressione Salvatore in potenza, che si riferisce alla figura di Cristo, l’Onnipotente, seduto sul trono del cielo. Qui l’impermeabilità e la natura spirituale del mondo si rivelano direttamente, come un’area di esperienza diretta. Il momento del Giudizio Universale rivela una speciale dimensione ontologica.
Creazione eterna
La fisica della resurrezione ci sarà più chiara se ripercorriamo attentamente le tappe del processo cosmogonico.
La principale differenza ontologica nella religione è la coppia creatore-creazione, Dio e il mondo. Dio è eterno, immutabile, primordiale, increato. Il mondo è collocato nel tempo, cioè finito, limitato e creato. Questa è la base della teologia e dell’intera tradizione della Chiesa.
Tuttavia, oltre a questa distinzione di base, già nella creazione stessa si dovrebbero distinguere almeno due livelli, due fette – corporea e spirituale. Questo si riferisce allo spirito creato, non allo Spirito Santo che è Dio e la Terza Persona della Santissima Trinità. A questa area dello spirito appartengono il paradiso celeste e le schiere degli angeli, nonché la congregazione di quei santi che, grazie alla loro fede, alle loro opere e al loro lavoro, hanno raggiunto lo spirito e sono stati trasformati nella nuova natura – sono diventati, nel pieno senso della parola, “figli della luce”.
L’altra area del mondo creato è il regno della carne, che è più denso e grossolano dei mondi spirituali
Le leggi del tempo e dello spazio si applicano alla creazione corporea e determinano la vita, le forme e i tempi dei corpi e dei fenomeni corporei. I mondi spirituali sono governati da altre leggi. Nel mondo dei corpi non esiste ciò che intendiamo per “tempo” e “spazio”. I mondi spirituali sono la creazione, non Dio. Perciò sono in parte simili al mondo corporeo (creato e finito), ma anche più vicini a Dio stesso (non ci sono tempo e spazio).
Per questo Cristo stesso dice: “Il regno di Dio è dentro di voi” (Vangelo di Luca, cap. 17, 21). Questo regno dello spirito, come già detto, non è soggetto alle leggi del tempo e dello spazio (quindi, essendo onnicomprensivo, è in grado di adattarsi al cuore umano). Rispetto alla totalità della storia del mondo corporeo, il regno spirituale è eterno.
Tali sono gli angeli, gli spiriti intelligenti, la “seconda luce”. Appartengono a questa dimensione spirituale – verticale rispetto al cosmo corporeo. Possono essere ovunque e in qualsiasi momento. Non sono soggetti a morte e decadimento. Ma allo stesso tempo sono fondamentalmente finiti, una volta non erano e una volta non saranno. Si dice che “i cieli passeranno” (Vangelo di Matteo, cap. 24:35). Allo stesso modo la creazione spirituale passerà. Rispetto alla creazione corporea è eterna. Rispetto alla vera eternità di Dio, essa è finita e relativa.
Nel processo di creazione il mondo spirituale occupa il primo posto, inizia con esso. Gli esseri spirituali – gli angeli – sono stati creati per primi e aiutano Dio a ordinare la creazione. Il mondo corporeo – con tempo e spazio – si forma nella fase successiva. Nella croce della creazione, prima viene tracciata la verticale dell’eternità e solo successivamente l’orizzontale del mondo corporeo. L’uomo è al centro di questa croce – si trova al centro del mondo corporeo e al centro della verticale della creazione eterna – tra gli angeli buoni e cattivi.
Alla fine del tempo questo processo si svolge in direzione opposta. In primo luogo, il mondo corporeo viene elevato al mondo celeste-spirituale, e questo è il momento della resurrezione dei morti. E poi questa creazione risorta – eterna – viene portata davanti al Giudizio Universale. Il tempo orizzontale ascende all’eternità verticale.
La risurrezione non è quindi un ritorno alla vita corporea terrena, ma alle strutture della creazione spirituale. Da qui le seguenti caratteristiche della fisica della risurrezione: impermeabilità, potenza, gloria, spirito. Questi stessi attributi sono propri degli angeli. Cristo rispose ai Sadducei che negavano la risurrezione:
(Vangelo di Marco, cap. 12, 25).
Questo paragone non implica l’immortalità, ma lo stesso corpo della risurrezione cambierà la sua natura, diventando spirituale, celeste e imperituro (anche se finito) rispetto ai normali corpi terreni.
Risurrezione eterna
Se la risurrezione dei morti o il cambiamento dei viventi che saranno catturati sulla terra dalla Seconda Venuta ricreano cioè una creazione spirituale eterna, allora bisogna notare che il momento della risurrezione non può essere associato in modo univoco alla struttura del tempo. Il tempo della resurrezione non è un tempo ordinario. In un certo senso è un tempo speciale e di conseguenza il mondo spirituale dell’eternità creata è sempre presente, dall’inizio del mondo alla fine.
Allo stesso modo, ci sono sempre gli angeli, entità spirituali. Non vengono al mondo come le persone corporee e non lo lasciano. Sono solo visibili o invisibili. Allo stesso modo, ci sono persone che risorgeranno. Perché possano risorgere, devono già esserlo – in un certo senso sempre. Non necessariamente nel tempo e nel corpo, ma necessariamente nella concezione, nel loro senso. Per poter risorgere qualche volta, bisogna risorgere sempre – in questa dimensione verticale, risorgere nello spirito.
Questo è esattamente ciò che sostiene il cristianesimo. Cristo non risusciterà tutti semplicemente risorgendo dai morti, ma ha già risuscitato tutti perché ha ricreato, rinnovato la creazione, restaurato la sua struttura spirituale.
In ogni essere umano, sotto la fisica ordinaria, si nasconde la fisica della resurrezione. Al di sotto dell’uomo corporeo c’è l’uomo spirituale, che appartiene al mondo della resurrezione, al regno dei cieli.
La risurrezione, non essendo un evento nel tempo, è un evento nell’eternità, cioè è sempre attiva. E così è ora.
La linea di demarcazione tra i vivi e i morti nell’ottica della resurrezione è stata cancellata. Tutti si trovano ugualmente di fronte al problema fondamentale della scelta. La vita corporea, proprio per la sua estrema distanza da Dio, offre opportunità uniche per dimostrare la devozione a Dio – nonostante le condizioni stesse dell’esistenza terrena costringano a negare il Suo essere.
Ma l’uomo non può essere totalmente privato della mente e della volontà, cioè del coinvolgimento nel mondo dello spirito. Altrimenti sarebbe una macchina o un animale. Pertanto, nel profondo di ogni anima umana c’è un’area di scelta fondamentale.
Questo è il territorio del corpo di gloria, il corpo di risurrezione. Non esiste solo dopo, ma ora, sempre. Si trova – come l’Adamo originale – sulla verticale tra l’arcangelo Michele (che è come Dio) e l’angelo caduto, il diavolo, il Dennitz, il “figlio dell’alba”. È questa collocazione ontologica del suo cuore – sulla linea della creazione eterna e, di conseguenza, nel regno della risurrezione – che rende l’uomo umano.
L’antropologia escatologica non si riferisce al futuro in senso ordinario, ma all’eterno presente.
È importante che il Credo dica della seconda venuta di Cristo:
Colui che tornerà con gloria giudicherà i vivi e i morti.
Καὶ πάλιν ἐρχόμενον μετὰ δόξης κρῖναι ζῶντας καὶ νεκρούς
Qui va sottolineato che Cristo giudicherà anche i “vivi”, non solo i morti risorti. Ma questi saranno “viventi” speciali – già “cambiati” (ἀλλαγγησόμεθα – dal verbo ἀλλάσσω), secondo l’apostolo. Che cos’è questo cambiamento?
Essa restituisce all’uomo il “corpo di gloria”, il “corpo di spiritualità” senza che egli debba passare attraverso le tre fasi successive – nascita nel corpo, morte, resurrezione. Un tale cambiamento – anche se come caso estremo – è possibile proprio per la natura intrinseca dell’uomo di “eternità creaturale”. Al livello più profondo del suo essere è già risorto, e questa “resurrezione” può avvenire sia attraverso la morte che aggirandola.
I santi, i martiri e quei cristiani che hanno sviluppato pienamente la loro identità cristiana sono in grado di raggiungere lo stato di “risorti” prima del Giudizio Universale. Il fenomeno delle reliquie imperiture e delle altre reliquie è collegato a questo. I corpi stessi dei santi si trasformano, uscendo dalle condizioni materiali del tempo.
Questo significa che l’uomo spirituale, uomo potente, corpo di gloria, è già in ognuno di noi, e questo è il modo del cristiano di cambiare se stesso già durante la sua vita, per essere il più vicino possibile alle condizioni ontologiche del Giudizio Universale. Dobbiamo cercare di arrivare a questa Corte il prima possibile, senza aspettare la fine dei tempi, e proprio la volontà di operare un cambiamento corrispondente nella natura umana porta alla seconda venuta del Salvatore.
Un tale cambiamento di vita significa diventare “figlio della luce”, risvegliarsi e condividere irrimediabilmente il proprio destino con i “figli delle tenebre”, che versano in uno stato di sonno insensato e insensibile.
Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini
Fonte: Idee&Azione
25 gennaio 2023
