Qualcosa di molto più serio del realismo

di Alexander Dugin

Abbiamo visto che formalmente, dal punto di vista della teoria delle relazioni internazionali, si parla di un confronto tra due tipi di ordine: unipolare (l’Occidente) e multipolare (la Russia e i suoi alleati cauti e spesso esitanti). Un’analisi più ravvicinata rivela che l’unipolarismo è il trionfo della nuova democrazia e quindi del caos, mentre il multipolarismo basato sul principio delle civiltà sovrane, seppur un ordine, non rivela nulla sull’essenza dell’ordine proposto. Inoltre, la classica nozione di sovranità, intesa dalla scuola realista delle relazioni internazionali, presuppone il caos tra Stati, che mina il fondamento filosofico se consideriamo il confronto con l’unipolarismo e il globalismo come lotta proprio per l’ordine e contro il caos.

Naturalmente, ad una prima approssimazione, la Russia non si aspetta altro che il riconoscimento della sua sovranità come Stato-nazione e la tutela dei suoi interessi nazionali, e il fatto che ha dovuto affrontare il caos moderato dell’istituzione del globalismo per farlo è stata una specie di sorpresa a Mosca, che ha iniziato la Special Military Operation con obiettivi molto più concreti e pragmatici. L’intento della leadership russa era solo quello di contrastare il realismo nelle relazioni internazionali con il liberalismo, e la leadership russa non si aspettava o nemmeno sospettava un serio confronto con l’istituzione del caos – soprattutto nel suo aggravarsi forma votata. Eppure, ci troviamo proprio in questa situazione. La Russia è in guerra con il caos in tutti i sensi di questo fenomeno plurisfaccettato, il che significa che l’intera lotta assume una natura metafisica. Se vogliamo vincere, dobbiamo sconfiggere il caos, e questo significa anche che fin dall’inizio ci posizioniamo come l’antitesi del caos, cioè come l’inizio che lo si oppone.

È un buon momento per rivedere le definizioni fondamentali del caos.

Qualcosa di molto più serio del realismo
Qualcosa di molto più serio del realismo

Unipolarismo vs Multipolarismo: un saggio geopolitico “non asservito”

Roma, 25 dic – Il conflitto russo-ucraino, senza dubbio, ha riportato la geopolitica al centro del dibattito collettivo. Tra mille sfondoni e qualche (dis)informazione di troppo, infatti, gli ultimi mesi sono stati condizionati da un ricorso ricorrente ai temi delle sfere di influenza, degli armamenti, delle sanzioni o delle arterie energetiche. Anche per questo, Salvo Ardizzone – che al tema ha già dedicato vari titoli, molti dei quali incentrati sul Medio Oriente – ha firmato un piccolo saggio, uscito per i tipi di Passaggio al Bosco, che parte da un’antitesi molto interessante: Unipolarismo Vs Multipolarismo. Due parole chiave, che riflettono due diversi modi di interpretare il mondo e le sue dinamiche economiche, politiche, militari e culturali.

Unipolarismo vs Multipolarismo, un saggio politico “non asservito”

Quello tra unipolarismo e multipolarismo – pur tra mille sfumature e molteplici interpretazioni – è infatti uno dei grandi temi del nostro tempo. L’ordine mondiale venutosi a creare dopo la fine della Guerra Fredda – con l’affermarsi di un’egemonia americana che qualcuno ha identificato con la “fine della storia” – è oggi messo in discussione dall’emergere di piccole e grandi potenze che cercano nuovi spazi e diverse prospettive.

Dall’analisi critica del potere statunitense alla “gabbia” dei meccanismi della Ue, passando per la resistenza islamica medio-orientale, per le linee di faglia del fronte russo e per le ambizioni del gigante cinese: un viaggio nei limiti della società liberale e della prassi liberista, ma anche nella storia contemporanea, nel ruolo degli organismi internazionali, nelle scelte strategiche, nelle arterie energetiche, nelle prospettive economiche e nelle dottrine politiche. Un contributo essenziale, coraggioso e diretto, nel solco di un pensiero libero e radicale che non vuole arrendersi ai dogmi di un’egemonia subdola e feroce, avanzando un’analisi geopolitica strutturata, attuale e non asservita.

Fonte: Il Primato Nazionale

Unipolarismo vs Multipolarismo: un saggio geopolitico “non asservito”
Unipolarismo vs Multipolarismo: un saggio geopolitico “non asservito”

Fuori dal labirinto degli specchi: come non essere occidentali

di Adriano Scianca

Roma, 25 dic – La guerra in Ucraina ha riportato d’attualità una categoria politica e geopolitica che sembrava confinata nel gergo degli anni Settanta: quella di Occidente. Se, da una parte, la stampa mainstream ha chiamato a raccolta dietro il vessillo dei «valori dell’Occidente», dall’altro i settori radicali hanno lanciato speculari richiami della foresta contro di esso. Nell’uno e nell’altro campo, non sono mancate polemiche da parte degli esponenti più zelanti contro chi è sembrato non aderire abbastanza prontamente ed entusiasticamente all’una o all’altra causa.

Che cos’è l’Occidente

Ma cosa si intende, innanzitutto, per Occidente? Senza rifare l’intera storia del concetto, e parlandone in modo avalutativo, possiamo osservare che, nel linguaggio odierno, Occidente sta a indicare quella sfera caratterizzata da:

a) Un ordine geopolitico egemonico a guida americana.

b) Una ben precisa genealogia, che passa dal giudeocristianesimo alla Riforma, fino all’Illuminismo e all’antifascismo. In questa filiazione vengono talvolta inseriti riferimenti al mondo classico, ma in modo abbastanza problematico e solo nella misura in cui questi possono essere letti come «anticipazioni» dei momenti successivi: affermazione della «ragione», «nascita della democrazia» etc.

c) Un insieme di valori, che sono poi sostanzialmente i valori del liberalismo classico: libertà d’impresa, libertà politiche, libertà civili, diritti umani, democrazia etc.

d) Un certo tenore di vita, stile di vita e immaginario.

Ora, tutto questo delinea un «essere» o un «dover essere»? Un dato di fatto o un programma da attuare? In realtà entrambe le cose. Sarebbe sciocco fingere di non vedere che chiunque di noi, quali che siano le sue opinioni sull’Occidente, è già dentro una rete di relazioni, immaginari, memorie, linguaggi, simboli, narrazioni, rapporti di potere condizionata dal fatto di vivere in Paesi che sono classificati come occidentali. Anche il più indefesso nemico dell’America tra noi ha visto più film americani che cinesi. Ma l’Occidente non è solo una descrizione, è anche una prescrizione.

Cosa si frappone tra l’essere e il dover essere? Perché non siamo ancora del tutto occidentalizzati?

Le differenze e chi vuole annullarle
Intanto perché ci sono tuttora una serie di caratteristiche della società americana che risultano incomprensibili a un europeo. Poter comprare un fucile da guerra online, accendere la tv e vedere un telepredicatore religioso che inneggia al creazionismo, spendere 17.000 euro per un’appendicectomia, avere una fetta consistente della popolazione che non saprebbe indicare il Giappone su una cartina geografica – sono tutti aspetti della vita pubblica statunitense tuttora indecifrabili per un italiano, uno spagnolo, un ungherese o un lituano.

Giova tuttavia ricordare che, proprio su questo tipo di argomenti, è la destra a impegnarsi per colmare il gap e per portare avanti una maggiore americanizzazione sociale dei nostri Paesi. E non parliamo solo della destra liberale. Spesso, paradossalmente, sono proprio i settori più radicali o radicalizzati, magari attestati su posizioni «anti-americane», a chiedere una legislazione più libertaria sulle armi da fuoco o a pendere dalle labbra dei vari monsignor Viganò, trasformati in punti di riferimento politico.

Un ulteriore elemento di complicazione è dovuto al fatto che l’appiattimento sulle posizioni di politica estera dettate da Washington è tutt’altro che unanime e uniforme anche all’interno dell’Occidente stesso. Certo, si tratta di frizioni interne a uno stesso paradigma, per di più animate fra soggetti che hanno poteri e posizioni gerarchiche diseguali in esso. Ma questo non basta a definire queste divergenze come delle mere finzioni. Il compito di ogni buon europeo, dovrebbe essere quello di inserirsi in queste contraddizioni. Anche in questo caso, tuttavia, è stata per lo più la destra – anche quella radicale – ad aver teorizzato e incarnato in questi anni il ruolo di «cuneo americano» contro le pur timide e contraddittorie velleità di emancipazione dell’Europa.

Ecco quindi almeno due temi in cui molti «anti occidentalisti» sembrano essersi impegnati per avvicinare, anziché allontanare le due sponde dell’Atlantico.

Errori dell’odierno anti occidentalismo
Il punto cruciale, tuttavia, è un altro ancora. Ed è che non basta dirsi anti occidentalisti. Bisogna vedere in che senso lo si è, in che direzione, in nome di cosa, come «gira» questo dispositivo concettuale, quali appartenenze evoca, verso dove ci porta. L’anti occidentalismo che va per la maggiore in una certa destra radicale, in particolar modo, sconta cinque errori fondamentali. Esso è infatti anti occidentale per reazione, sottrazione, confusione, ossessione o alienazione. Vediamoli nel dettaglio.

– Anti occidentalisti per reazione: sono quelli che sono contro l’Occidente in modo primario, cioè che definiscono se stessi in modo negativo. Essi hanno senso solo pensandosi come il contrario dell’Occidente. Se l’Occidente non esistesse, non avrebbero niente da dire. Nietzscheanemente, questa posizione è reattiva, non attiva. Ovviamente, come ogni negazione, essa finisce per restare imprigionata nella dialettica di ciò che nega, diventandone il doppio speculare. Se si è prima di tutto europei, l’anti occidentalismo è una posizione derivata, che ruota attorno a un centro ben preciso. Se si è prima di tutto anti occidentali, si potrà tranquillamente finire con l’essere anti europei, se l’odio per l’Occidente lo richiede.

– Anti occidentalisti per sottrazione: Alain de Benoist dice di non essersi mai messo un paio di jeans. Ora, chi impone a se stesso una disciplina per ragioni identitarie merita sempre un plauso, ma la cosa – rapportata all’oggi – implica che la nostra identità occidentale sia un orpello superficiale che si può dismettere, quel che c’è sotto sarà la nostra identità europea. Non è così. Se eliminiamo i jeans, non abbiamo una djellaba o un kimono da «tornare» a indossare per «essere noi stessi». Fuor di metafora: l’Occidente è figlio dell’Europa, discende dall’Europa e per molti aspetti si fonde con essa. Separare l’europeità dall’occidentalità è imperativo, ma si tratta di un compito, di un percorso fondativo. Il nostro essere europei va ricreato. Heidegger e Locchi hanno scritto pagine profondissime sul punto. Certo, si dirà che è una problematica intellettualistica. La cosa, però, ha delle ricadute concrete. Chi crede che si possa essere anti occidentali per sottrazione, semplicemente eliminando Coca Cola e sneakers, finisce con l’aderire a un modello che è ugualmente occidentale, solo un po’ più arretrato, un po’ più sfigato. Proprio perché non c’è un modello bello e pronto da usare, si userà il modello dominante, ma nella versione non aggiornata. O nella sua brutta copia, tipo la Mecca Cola che spuntò fuori qualche anno fa nei Paesi arabi.

– Anti occidentalisti per alienazione: da tutto questo discende la tendenza a identificarsi con qualsiasi causa esotica che sia anti occidentale. O che appaia come tale. Se quel che ci definisce è il fatto di essere anti occidentali, e se il popolo X viene abitualmente qualificato come anti occidentale, allora noi siamo X, ci identifichiamo con le sue battaglie, i suoi valori, le sue parole d’ordine, con buona pace dei concetti di prossimità etnica e culturale. E con buona pace anche di qualsiasi logica della complessità, alla luce della quale si potrebbe dimostrare che non tutto ciò che brilla di luce anti occidentale è realmente eversivo dell’attuale ordine internazionale.

– Anti occidentalisti per confusione: sono coloro che sotto l’ombrello dell’Occidente mettono la modernità, la tecnica, la scienza, ma anche qualsiasi modello sociale che garantisca un minimo di benessere sociale diffuso e qualsiasi forma di libertà politica e civile. L’Occidente è quindi un magma confusionario in cui tutto si confonde. Ne consegue che, in questa visione, anti occidentalismo, anti modernità, luddismo, bigottismo, spirito reazionario etc sono tutti sinonimi. E siccome molte di queste cose sono tipicamente europee, molto più che occidentali, di nuovo l’anti occidentalismo è un cavallo di Troia per introdurre posizioni sostanzialmente anti europee. Questa catena di falsi rimandi va invece spezzata.

– Anti occidentalisti per ossessione: nella misura in cui ci identifichiamo con l’anti occidentalismo degli altri, mutuiamo anche le loro categorie, che spesso sono ispirate a fondamentalismi manichei, moralistici e apocalittici. L’Occidente diventa quindi il «Grande Satana». Un Satana peraltro ubiquitario, che si cela dietro ogni attività anche banale, per cui – come in una grottesca deriva gnostica – bisogna restare vigili affinché il male onnipresente non ci contagi.

L’occidentalismo speculare e come superarlo

Poiché le disgrazie non vengono mai da sole, accade inoltre negli ultimi tempi – in Italia poco, in verità, molto più in Francia – che la polarizzazione dialettica generi per reazione un neo occidentalismo «identitario» di ritorno, che fa proprio lo schema ideologico appena illustrato (da una parte l’Occidente, la tecnica, la modernità, la libertà, dall’altra il bigottismo, la reazione, l’autoritarismo triviale etc) ma vi si colloca agli antipodi degli anti occidentalisti. Insomma, è l’idea che se l’alternativa all’Occidente è la polizia morale iraniana o gli oligarchi russi, tutto sommato i valori occidentali non siano così male. Una posizione, questa, doppiamente sbagliata, perché doppiamente derivativa: essa, infatti, fa propria, ribaltata di senso, la visione degli anti occidentalisti triviali, che a sua volta facevano propria, ribaltandola di senso, la retorica degli occidentalisti liberali. Un rompicapo, un labirinto, un gioco di specchi, opposte retoriche che inseguono l’una l’eco dell’altra.

Ma dalla logica binaria e dal gioco delle parti si esce solo evocando la logica del terzo incluso. Né occidentalismo «identitario», né anti occidentalismo triviale, ma Europa potenza. Curiosamente, questo schema è stato un’ovvietà unanimemente condivisa nel mondo non conformista per tutto il periodo in cui non aveva alcuna possibilità di tradursi in realtà a causa della logica dei blocchi contrapposti, mentre è stato liquidato come un relitto del passato ideologico e sorpassato nel momento in cui ha cominciato ad avere qualche possibilità di influenzare il reale. Ad ogni modo, è solo essendo «buoni europei» che possiamo evitare le trappole dialettiche e politiche del nemico, l’alienazione spirituale che porta a identificarsi in un altro da sé. La posizione europea è peraltro la sola che possa dare un senso alle formule propagandistiche oggi in voga, come quella del «multipolarismo», che non ha per noi alcun senso né alcuna attrattiva senza la creazione di un polo europeo.

Nelle sue riflessioni sulla grecità aurorale, Martin Heidegger distingueva fra due concetti di OccidenteOccident Abend-Land. Il primo è l’Occidente che conosciamo, quello di marca platonico-cristiana, illuminista e americana, il modello che oggi definiremmo «globalista», sradicato e sradicante. Il secondo è qualcosa di completamente diverso, è in diretto collegamento con l’origine greca, ma allo stesso tempo ne rappresenta il superamento, è qualcosa che è davanti a noi, come un compito. In francese, la distinzione tra i due termini è stata resa traducendo un po’ creativamente, ma non abusivamente, il secondo termine con Esperia. Un concetto che è stato fatto proprio da Guillaume Faye, che scriveva: «L’esperiale è sia una ripartenza, un ritorno profondo all’alba, cioè alla concezione greca del mondo, sia una rottura con l’Occidente, che ha dimenticato la Grecia. Tornare a Esperia, per noi europei, consisterebbe allora nel realizzare la nostra volontà di potenza come europei, coscienti della nostra filiazione greca, e non più come occidentali che hanno dimenticato questa filiazione. L’esperiale è l’europeo che riprende coscienza di essere greco, e che quindi rifiuta l’Occidente come non greco, finisce per dimenticare se stesso, colui che avrà “meditato sul disordine del destino attuale del mondo” e che vorrà consapevolmente realizzare la visione del mondo greco».

Giorgio Locchi lo ha spiegato bene: il «male americano» che dà il titolo a un suo famoso libro non significa che l’America sia «il male» metafisico, nel senso del Grande Satana. Non significa neanche, ovviamente, che sia l’America a essere malata. È semmai l’Europa a essere ammalata, di un male che essa stessa ha generato e da cui essa stessa deve uscire, attraversando le tenebre del proprio oblio per rivedere il nuovo sole.

Concretamente, tutto questo implica innanzitutto una predisposizione mentale e spirituale. Di fronte a ogni crisi, il nostro dovere è innanzitutto quello di sforzarci per gettare uno «sguardo europeo» sul problema, rifiutando sia un falso «buon senso» – che è il riflesso del senso dominante – sia la contrapposizione binaria pura e semplice, ovvero il contrario speculare del senso dominante. Serve quindi uno sforzo supplementare, la creazione, sul «mercato delle idee», di un articolo non ancora in vendita, la formulazione di una posizione originale che acquista realtà per il solo fatto che la formuliamo. La capacità di imporsi nel reale di questo «sguardo europeo» dipenderà poi dalla capacità dei soggetti che se ne faranno carico. Tutto questo, in ogni caso, non è più «irrealistico» o «utopistico» di qualsiasi aspettativa salvifica nei confronti di qualsiasi soggetto esotico. Il «mito europeo» ha anzi grandissime potenzialità mobilitanti, qualora ci fosse qualcuno capace di incarnarlo. È, in ogni caso, la nostra buona battaglia. La nostra: e tanto basta.

Fuori dal labirinto degli specchi: come non essere occidentali
Fuori dal labirinto degli specchi: come non essere occidentali

DO UT DES

di Omraam Mikhaël Aïvanhov

Quando date, ricevete. È una legge: nell’universo non può esserci il vuoto, e non appena si forma un vuoto da qualche parte, immediatamente quel vuoto si riempie. Quando avete vuotato i vostri serbatoi interiori dando il vostro amore e i vostri buoni pensieri a tutte le creature, dall’alto arriva immediatamente qualcosa per riempirvi.
Amate e sarete amati. Date e riceverete.
Date anche ciò che vi manca, e l’otterrete. Voi desiderate essere illuminati e non sapete come attirare la luce. Ebbene, è molto semplice: sarete illuminati se voi stessi illuminerete chi lo è meno di voi, poiché un altro che possiede più luce di voi verrà a darvi un po’ della sua chiarezza.
Gesù ha detto: «Non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi», e in queste sue parole è anche sottinteso che dobbiamo fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi.
Aiutando gli altri, attiriamo a noi un essere che ci aiuterà.
Allora, fate degli sforzi per sostenere qualcuno e per incoraggiarlo, e constaterete che una potenza superiore verrà a rafforzarvi. Se avete bisogno di amore e di luce, cercate prima di darne a coloro che ne hanno ancora più bisogno di voi, e sarà Dio stesso che verrà ad amarvi e a illuminarvi.

DO UT DES
DO UT DES

Dalla delocalizzazione alla rilocalizzazione: quelle aziende americane che lasciano la Cina

di Giuseppe De Santis

Roma, 24 dic – La Barrington Gitfs è un’azienda a gestione familiare che produce beni di lusso e che 22 anni fa ha deciso di spostare la sua produzione in Cina al fine di trarre vantaggio dal basso costo dl lavoro del gigante asiatico. Una decisione affatto sorprendente visto che negli ultimi trent’anni molte imprese manifatturiere hanno seguito la stessa strada. La sorpresa sta nel fatto che adesso questa azienda americana vuole trasferire la sua produzione dalla Cina agli Usa, iniziando a produrre i suoi beni di lusso a Dallas. Un esempio importante di rilocalizzazione.

Rilocalizzazione Made in Usa: i motivi di un fenomeno in crescita

motivi di questa scelta sono tanti, ma i principali sono essenzialmente due: l’aumento del costo del lavoro in Cina e i dazi imposti dall’amministrazione Trump nel 2019 sulle merci cinesi. Se in passato i costi del lavoro nella nazione asiatica erano bassissimi, adesso i salari sono saliti enormemente e molti giovani cinesi sono restii a lavorare in fabbrica. Se a questo si aggiungono gli alti costi di trasporto, le chiusure causate dalla pandemia e i dazi del 25% sulle merci provenienti dal Paese asiatico volute da Trump, è chiaro che per i proprietari della Barrington produrre in Cina non appare più così conveniente.

Quella della Barrington non è peraltro un’eccezione, sono anzi diverse le grandi imprese manifatturiere – non solo americane – che stanno facendo ritorno negli Stati Uniti. Sempre nel campo del lusso, la Louis Vuitton ha aumentato il numero di lavoratori nella sua fabbrica di borse vicino a Dallas da 150 a 300. Proprio a Dallas, dove fino alla fine degli anni Ottanta esisteva un distretto del lusso, quasi sparito con la ratifica del Nafta. Adesso questo settore sta rinascendo grazie alle imprese che stanno lasciando la Cina per investire negli Stati Uniti. A ben vedere, è l’ennesima dimostrazione di una globalizzazione in crisi e che sta lasciando spazio alla rilocalizzazione.

Fonte: Il Primato Nazionale

Dalla delocalizzazione alla rilocalizzazione: quelle aziende americane che lasciano la Cina
Dalla delocalizzazione alla rilocalizzazione: quelle aziende americane che lasciano la Cina

CUPIO DISSOLVI

di Roberto Alvino
Una delle tappe fondamentali a cui l’uomo deve pervenire al fine di conseguire la vera conoscenza è rappresentata dalla dissoluzione degli aggregati e delle scorie mentali che lo incatenano all’illusione psichica.
Tale conseguimento non dipende in alcun modo da un atto della nostra volontà.
La ‘cupio dissolvi’, intesa come scioglimento dell’anima dal corpo e quindi dalla morte, potrebbe scaturire da esperienze (di vita) molto forti, molto intense, da esperienze delle quali, nell’istante in cui le viviamo, in prima battuta non veniamo a capo, per la semplice ragione che ci travolgono, ci surclassano, ci disorientano, ci fanno perdere il controllo (di noi stessi e degli altri, delle nostre abitudini, delle nostre credenze, dei nostri personali dogmi, della vita stessa…), ci mettono sotto scacco spazzandoci via.
Si tratta di esperienze che, a causa della loro incomprensibilità e durezza, sono in grado di procurare dolori intensi e immensi.
Dall’altra parte, è pure vero che nessun essere umano si dirige ‘sua sponte’ verso il dolore e l’esperienza dolorosa; nessun essere umano cerca di sua iniziativa il dolore come ad agognarlo, anzi, l’essere umano istintivamente evita, rifugge il dolore. Quindi, l’uomo consegue un certo qual grado di conoscenza sempre SUO MALGRADO, ben al di là sia dei suoi “buoni” propositi che delle sue “cattive” intenzioni, nella misura in cui essa – la conoscenza – è la vita che si intaglia nella propria carne, e un “precipitato” di quelle esperienze particolari, intensamente vissute, da cui siamo reduci e che fatalmente, come un’onda anomala, ci hanno travolti e dalle quali ci siamo fatti trasformare per generare in tal modo una superiore prospettiva: il nostro destino.
Dio gioca con te, si prende gioco di te, e tu non puoi che stare al suo giogo facendoti soggiogare.
Va da sé che la conoscenza vera è conseguita dall’uomo sempre a dispetto delle proprie torsioni psichiche, dei propri imbalsamati misticismi, delle proprie aspirazioni edificanti, insomma dei propri sforzi. Questa è – a me sembra – una delle due strade che possono portare a un certo grado di dissoluzione della personalità egoica.
L’altra strada è questa invece: essa è data dal ricongiungimento con quel sapere vero, genuino, che noi abbiamo sempre posseduto, tanto intimamente quanto inconsapevolmente, ‘ab initio’, e che si rinviene ed è fatto emergere allorquando riusciamo a entrare in relazione con il nostro intimo: questa è l’altra forma di saggezza che veramente ci appartiene: è data da quella “intimità emotiva” che siamo in grado di instaurare col nostro intimo, dal sapere essere in ascolto di ciò che è sempre stato in noi, dell’innato in noi, di ciò che costituisce il nucleo indistruttibile del nostro essere individuale.
Di contro, tutta la conoscenza che noi presumiamo di conseguire con sicumera da tutto ciò che si trova tra queste due strade, tra il nostro più profondo “di dentro” e il nostro più orticante “di fuori”, tra il nucleo indistruttibile e vero di noi stessi da una parte e l’esperienza della scissione da cui dobbiamo sempre imparare a ricomporci e ricostruirci ogni volta secondo una nuova traslocazione delle nostre parti, è in ultima analisi illusoria, fallace, ridondante, onanistica, feticistica, morbosa, patologica; e ancora: idealistica, ornamentale, consolatoria in quanto tautologica…
Ogni vera conoscenza è scepsi e scissione, nella misura in cui essa ci deriva da uno scacco, dallo scacco che periodicamente ci dà la vita (Krishnamurti: “raccogli la tua verità dalla cenere della tua esperienza”); ed è reminiscenza, perché sorge in noi grazie al ridestarsi di un sapere che è in realtà già presente nella nostra anima, ma che è stato dimenticato al momento della nascita.
“Conoscere senza presumere di conoscere è la cosa migliore.
Presumere di conoscere quello che non si sa, è una malattia” (Tao-Te Ching 71).

“Dio prende i sapienti per mezzo della loro astuzia”.
“Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani”.

CUPIO DISSOLVI
CUPIO DISSOLVI

LA SEPARAZIONE APPARENTE

di Omraam Mikhaël Aïvanhov

“Nella natura, lo ripeto, la religione, la scienza e l’arte sono un tutt’uno. Sono gli uomini che le hanno separate; ma finché essi manterranno questa separazione, la verità sfuggirà loro.”

Tratto dal libro: LA FILOSOFIA DELL’ UNIVERSALITA coll. Izvor edizioni Prosveta.

LA SEPARAZIONE APPARENTE
LA SEPARAZIONE APPARENTE

Le cinque ragioni per cui l’occidente sarà sconfitto

Videoconferenza di Arnaldo Vitangeli sul suo canale YouTube LA FINANZA SUL WEB

“Quella a cui assistiamo non è, come ci dicono i media, una guerra tra la Russia e l’Ucraina, con i Paesi occidentali che sostengono il Paese aggredito, ma la terza guerra mondiale, che si combatte per procura, e che ha come fine ultimo il dominio globale. In questo video analizziamo le cinque ragioni per le quali l’occidente è destinato alla sconfitta.”

Le cinque ragioni per cui l’occidente sarà sconfitto
Le cinque ragioni per cui l'occidente sarà sconfitto
Le cinque ragioni per cui l’occidente sarà sconfitto

L’AMORE

di Khalil Gibran

“Allora Almitra domandò: parlaci dell’Amore.
Ed egli alzò la testa e scrutò il popolo, e su di loro cadde una vasta pace. E con gran voce disse:
Quando l’amore vi chiama, seguitelo,
Anche se ha vie ripide e dure.
E quando dalle ali ne sarete avvolti, abbandonatevi a lui,
Anche se, chiusa tra le penne, la lama vi potrà ferire.
E quando vi parla, credete in lui,
Anche se la sua voce può disperdervi i sogni come il vento del nord devasta il giardino. Poi che, come l’amore v’incorona, così vi crocefigge, e come vi matura, così vi poterà.
Come sale sulla vostra cima e accarezza i rami che fremono più teneri nel sole, Così discenderà alle vostre radici, e laggiù le scuoterà dove più forti aderiscono alla terra.
Vi accoglie in sé, covoni di grano.
Vi batte finché non sarete spogli.
Vi staccia per liberarvi dalle reste.
Vi macina per farvi neve.
Vi plasma finché non siate cedevoli alle mani.
E vi consegna al suo sacro fuoco, perché voi siate il pane sacro della mensa di Dio. In voi tutto ciò compie l’amore, affinché conosciate il segreto del vostro cuore, e possiate farvi frammenti del cuore della vita.
Ma se la vostra paura non cercherà nell’amore che la pace e il piacere, Allora meglio sarà per voi coprire le vostre nudità e passare oltre l’aia dell’amore,
Nel mondo orfano di climi, dove riderete, ahimé, non tutto il vostro riso, e piangerete non tutto il vostro pianto.
L’amore non dà nulla fuorché se stesso, e non coglie nulla se non da se stesso.
L’amore non possiede, né vorrebbe essere posseduto;
Poichè l’amore basta all’amore.”

L'AMORE
L’AMORE

Quel patto segreto con Hitler che Stalin ha sempre negato e che ora imbarazza Putin

di Maurizio Stefanini

L’accordo Molotov-Ribbentrop, quello di non aggressione necessario nel 1939, è accompagnato da un protocollo aggiuntivo: così i due regimi decidevano come spartirsi l’Europa orientale

Il 21 febbraio scorso, nel discorso con cui annunciò l’attacco all’Ucraina, Putin citò il precedente dell’invasione di Hitler. “Dalla storia è arrivata una lezione. Era il 1941 e l’Urss cercava di prevenire o almeno ritardare l’inizio della guerra, non provocando il potenziale aggressore. Non servì a nulla e il 22 giugno la Germania nazista, senza dichiarare guerra, ci invase”. Da cui la decisione di “condurre un’operazione militare speciale” per ottenere “la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina”. Però Putin ha anche ricordato che “Stalin incorporò nell’Urss e trasferì all’Ucraina alcune terre che prima appartenevano a Polonia, Romania e Ungheria”. Un riferimento che da una parte evoca la spartizione della Cecoslovacchia, voluta da Hitler, e solo dopo la quale la Rutenia subcarpatica divenne ungherese. Dall’altra evoca l’accordo diretto tra Stalin e Hitler, grazie al quale l’Urss si prese un pezzo di Polonia ed ebbe il via libera per mettere le mani anche su pezzi di Romania e di Finlandia, oltre che su Estonia, Lettonia e Lituania.

Evoca, attenzione: non menziona. È esattamente il tipo di rimozione la cui cronistoria è ricostruita in “Il protocollo segreto – Il patto Molotov-Ribbentrop e la falsificazione della storia” (Il Mulino, 280 pp., 22 euro). Autrice Antonella Salomoni, docente di Storia contemporanea all’Università della Calabria e di Storia della Shoa e dei genocidi all’Università di Bologna, autrice di testi sia sulla storia dell’Urss che della Shoah. Come ricorda la storica, il 21 agosto 1939, qualche minuto prima della mezzanotte tedesca, la radio di Berlino interruppe un programma musicale per diffondere il comunicato in cui si annunciava: “Il governo del Reich e il governo sovietico hanno stretto un accordo per stringere un patto di non aggressione. Il ministro degli Esteri arriverà mercoledì 23 agosto a Mosca per la conclusione dei negoziati”. Fu quello che passò alla storia come patto Molotov-Ribbentrop. Anche Putin, in modo indiretto, evoca il modo in cui quell’intesa fu spiegata dall’Urss dopo che la Germania nazista fu diventata nemico. Un modo per guadagnare tempo, “non provocando il potenziale aggressore”, reso necessario dalle esitazioni dei governi di Londra e Parigi a concludere una alleanza seria con Mosca dopo aver ceduto a Hitler a Monaco, e anche dal rifiuto della Polonia di far passare sul suo territorio l’Armata Rossa.

Soltanto che, in realtà, assieme al patto c’era anche un “protocollo aggiuntivo”, tenuto segreto, in cui i due regimi si accordavano per spartirsi l’Europa orientale. Insomma, Stalin in realtà aveva contribuito con Hitler allo scoppio della guerra. A Norimberga, alcuni gerarchi nazisti processati si appellarono a quel documento, chiamando per lo meno uno dei vincitori che li processavano a correi. L’Urss ovviamente impose che non venisse utilizzato, ma con l’inizio della Guerra fredda negli Stati Uniti il testo fu pubblicato lo stesso. Si era però usata una copia microfilmata ceduta da uno stretto collaboratore di Ribbentrop in cambio della libertà, visto che gli originali tedeschi erano stati distrutti in un bombardamento. Ciò diede spunto all’Urss di ribattere nel 1948 con un opuscolo scritto in gran parte dallo stesso Stalin e dal titolo significativo: “I falsificatori della storia”.

Insomma, per l’occidente il protocollo segreto era la prova della contiguità tra regime nazista e regime staliniano. Per l’Urss era una calunnia. In epoca gorbacioviana sul riconoscimento dell’autenticità del protocollo segreto diedero battaglia innanzitutto i baltici ma anche riformatori russi. A fine 1992 il ritrovamento di due plichi che contenevano l’originale permise infine di acclarare che il protocollo segreto era esistito davvero. Ma a quel punto la dissoluzione dell’Urss iniziò a generare nella nuova Russia sentimenti revanscisti, da cui un tipo di storiografia che è tornata indietro rispetto alle acquisizioni degli anni ’80. In capo a trent’anni, non solo la storiografia ma anche il comportamento del Cremlino è tornato al 1939.

Fonte: Il Foglio

Quel patto segreto con Hitler che Stalin ha sempre negato e che ora imbarazza Putin
Quel patto segreto con Hitler che Stalin ha sempre negato e che ora imbarazza Putin