COSA DAVVERO E’ L’AMORE

di Omraam Mikhaël Aïvanhov

“Voi capirete cosa sia veramente l’amore quando smetterete di considerarlo un sentimento.
Il sentimento è obbligatoriamente soggetto a variazioni a seconda che si rivolga all’una o all’altra persona, mentre il vero amore è uno stato di coscienza indipendente dagli esseri e dalle circostanze.
Amare, non significa nutrire un sentimento per qualcuno, bensì vivere nell’amore e fare ogni cosa con amore: parlare, camminare, mangiare, respirare, studiare con amore…
Amare significa aver accordato tutti i propri organi, tutte le proprie cellule e tutte le proprie facoltà, affinché vibrino all’unisono nella luce e nella pace.
L’amore è dunque uno stato di coscienza permanente.
Colui che ha raggiunto quello stato di coscienza sente che tutto il suo essere è impregnato di fluidi divini, e tutto ciò che fa è una melodia.”

COSA DAVVERO E' L'AMORE
COSA DAVVERO E’ L’AMORE

LA VERITÀ NON È PER TUTTI…

di Giada Aghi

L’essere umano ha un problema: non può sopportare tanta verità.

Di conseguenza, poiché non può sopportare tanta verità, il sistema mentale si pone in una zona di sicurezza.

Il profeta o il mistico ha un problema: vuole conoscere la verità.

Poiché vuole conoscere la verità, è totalmente dissociato dalla società, perché la società non vive nella verità, vive in un tenebroso sistema di sicurezza.

Pertanto, il mistico è come un pazzo nella società, non lo capisce nessuno, perché in realtà, poiché la società è pazza, devono classificare chi è davvero sano di mente come pazzo: ma è la società che è pazza e sposta la follia a chi vede la realtà.

Non so se mi spiego.

Se voi vedete profondamente la realtà, siete molto marginali nella società. Perché la società non può sopportare tanta realtà. Poiché le persone hanno bisogno di auto-ingannarsi per continuare a vivere.

Il problema della società è che non può rivelare così tanti auto-inganni.

Il mistico sì che ne ha bisogno se vuole contattare la divinità.

Il mistico ha bisogno di liberarsi dei sistemi di auto-inganno – almeno dei propri – può vedere gli inganni della società; ma i propri sono quelli che devono essere rimossi, altrimenti non c’è modo di connettersi.

Quindi il lavoro è liberarsi dagli auto-inganni.

Qual è la radice dell’auto-inganno?

La mente, perché la mente è progettata per il sistema dell’auto-inganno e per la sopravvivenza.

Di conseguenza, la mente umana fa in modo di partecipare a tutti gli auto-inganni per non essere escluso dal sistema.

Quindi il problema del mistico è che deve vivere una doppia vita.

È così connesso all’essenza che percepisce il mondo come se fosse tutta una menzogna, ed è tutta una menzogna, ma deve vivere come se fosse tutto vero.

Pertanto, la vita del mistico è complicatissima perché deve vivere consapevolmente una menzogna e deve vivere dentro di sé una verità che non può essere condivisa con nessuno.

Crediti all’autore

Sempre con amore ❤️

Dr.ssa Giada Aghi

Fonte: Medicina della Psiche

LA VERITÀ NON È PER TUTTI...
LA VERITÀ NON È PER TUTTI…

ORDINE E CAOS

Videoconferenza del canale YouTube IDEE&AZIONI intitolata “ORDINE E CAOS: dialoghi solstiziali alla luce del Sole di Mezzanotte”.

In occasione del Solstizio d’Inverno dell’anno 2022, Idee&Azioni celebrera questo momento di passaggio cosmico del 21 dicembre con una conferenza in cui esplorare Ordine e Caos alla luce del Sole di Mezzanotte. Saranno ospiti l’antropologa Valentina Ferranti, l’esperto di mitologia Giacomo Maria Prati e il filosofo Aleksandr Dugin, assieme a Lorenzo Maria Pacini.

ORDINE E CAOS
ORDINE E CAOS
ORDINE E CAOS

Salute mentale, la liquidazione di Basaglia parte da Trieste?

di Veronica Rossi

Nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia, patria della rivoluzione psichiatrica che ha portato al superamento dei manicomi, diverse voci di medici, pazienti, familiari e cittadini si stanno alzando per denunciare un cambiamento nella presa in carico di chi ha disagi mentali, che starebbe tornando verso una visione più medicalizzante e meno aperta al territorio

Se c’è un simbolo della rivoluzione che Franco Basaglia ha portato nella psichiatria, è sicuramente Marco Cavallo, la grande statua blu che ha sfondato le mura del manicomio di San Giovanni a Trieste. Lo psichiatra Peppe dell’Acqua lo definisce «uno storico del presente», da cinquant’anni in prima linea nelle battaglie per i diritti e la democrazia. Oggi, Marco Cavallo è, per Paolo Polidori, il sindaco leghista di Muggia – la cittadina giuliana in cui aveva la sua “stalla” –, un ingombro da rimuovere. È così, questo illustre testimone del processo di deistituzionalizzazione è sotto sfratto. Ma, secondo cittadini e rappresentanti del mondo basagliano, a essere un ingombro di questi tempi è anche ciò che il cavallo rappresenta: un approccio democratico e aperto alla salute mentale, incentrato sull’attenzione e la cura dei bisogni – non solo medici – delle persone più fragili.

Il capoluogo del Friuli Venezia Giulia, infatti, è conosciuto in tutto il mondo per essere l’epicentro del grande scossone nella psichiatria che ha portato alla nascita della legge 180 e all’inizio del percorso di chiusura dei manicomi, continuato nel 1997 dall’allora ministra Rosy BindiIl Dipartimento di Salute mentale di Trieste è un’eccellenza riconosciuta anche dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che già nel 1975 lo indicava come esperienza pilota della deistituzionalizzazione e di cui è diventato nel 1987 Centro Collaboratore. Oggi, tuttavia, molti allievi di Basaglia denunciano il rischio di una brusca virata nelle modalità di presa in carico e di gestione dei disturbi psichiatrici nell’Azienda sanitaria universitaria giuliano – isontina (Asugi). «Fino al 2018 e all’arrivo della Giunta Fedriga il sistema triestino era ben organizzato e, a nostro parere, funzionava», afferma lo psichiatra Franco Rotelli, uno dei principali attori della deistituzionalizzazione, già direttore generale dell’Azienda sanitaria di Trieste. «C’erano quattro distretti ben funzionanti, con servizi di prossimità e di supporto alle fragilità e ai cittadini in generale. Tutto questo è stato attaccato fin da principio, per motivi ideologici». Del resto, non è un mistero che nel 2019, durante una conferenza sulla Salute mentale nei pressi di Udine, Riccardo Riccardi, vicegovernatore e assessore alla Sanità del Friuli Venezia Giulia, abbia detto che l’attualità e l’adeguatezza dell’organizzazione basagliana vadano verificate, nell’interesse dei pazienti e dei loro familiari.

«Il sistema triestino è, dopo tanti anni, ancora all’avanguardia», afferma Claudio Cossi, presidente dell’associazione A.Fa.So.P. NoiInsieme Onlus, che riunisce familiari di pazienti con problemi di salute mentale. «La persona che ricopriva prima di me il ruolo di presidente, per esempio, si era trasferita da Roma per curare il figlio. Ora ha dovuto tornare nella sua città, l’ho sentito da poco, mi ha detto che da loro non ci si può presentare al Centro di salute mentale (Csm) dicendo di star male, bisogna prenotare una visita, che di solito viene fissata dopo almeno 20 giorni e l’esito è spesso solamente la prescrizione di farmaci». Lo spettro di un modello medicalizzante, però, sembra aleggiare anche su Trieste. «Quando una quindicina di anni fa mio figlio è stato ricoverato in uno dei quattro Csm della città, quello di via Gambini, è stato trattato coi farmaci, ma dopo dieci giorni è iniziato un percorso di sostegno molto articolato. L’hanno persino aiutato a recuperare degli anni scolastici che aveva perso; si era creata un rapporto di fiducia», continua Cossi. «Oggi gli operatori sono sempre più stremati e meno disponibili. Qualche tempo fa siamo tornati a via Gambini per un appuntamento: c’era una lunga fila per il ritiro dei medicinali, all’esterno. Una volta, quando andavi a prendere i farmaci, ti potevi fermare a parlare, a prendere un caffè. Le relazioni erano una parte centrale della presa in carico». Sembra sia venuta a mancare parte della formazione specialistica per il personale, che si fa sempre più esiguo. Le sostituzioni dei dottori – non solo nell’ambito della salute mentale – non sempre sono tempestive e i concorsi a volte si fanno attendere a lungo. Per un preciso disegno politico, sostengono i basagliani. «Vengono bloccate le assunzioni, incoraggiate le pensioni e ridotto il personale», chiosa Rotelli, «Gli operatori sono demotivati, c’è una riduzione sostanziale dei servizi domiciliari e sanitari». Pierfranco Trincas, nuovo direttore del Dipartimento di Salute mentale e del Csm di Barcola, è di diverso avviso. «La carenza di medici è un problema che attanaglia tutta la Penisola: credo che il numero chiuso all’Università non sia stato utile», dice. «Le persone che si presentano ai concorsi sono poche. Non credo ci siano intenti di andare verso una privatizzazione, come dicono alcuni: semplicemente non c’è disponibilità di operatori». La sua opinione, però, non è condivisa da alcune persone vicine al mondo della deistituzionalizzazione, che hanno delle riserve anche sulla nomina dello psichiatra cagliaritano. L’orale del concorso – con cui il candidato è passato dalla terzultima alla prima posizione – sarebbe stato fatto a porte chiuse, sostengono. Il medico, ormai sessantasettenne, lavorava in precedenza nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura del SS. Trinità di Cagliari. «All’inizio ci sono state delle polemiche perché vengo da fuori Regione e sono stato additato come una persona lontana dal modello basagliano», dice il medico, «ma ora chi collabora con me a Barcola, i pazienti e i familiari hanno riconosciuto il mio impegno: l’esperienza triestina è bellissima e intendo continuarla. Avrei potuto andare in pensione lo scorso agosto, ma ho deciso di rimanere, perché credo fortemente nel mio lavoro».

A spaventare particolarmente le persone con malattie psichiatriche e i loro parenti sono le riduzioni negli orari e nella funzionalità dei quattro Centri di salute mentale, prima attivi 24 ore su 24. Con il Covid-19, infatti, due delle strutture, via Gambini e Barcola, hanno subito un dimezzamento dell’apertura, passata a 12 ore al giorno. «La riduzione dei servizi in due strutture su quattro ha causato non pochi problemi ai pazienti e ai familiari», commenta Cossi. «Ora Barcola ha ripreso la piena funzionalità, mentre via Gambini no». In quest’ultimo centro», spiega Trincas, «devono essere fatti dei lavori per la messa in sicurezza e quindi l’edificio non sarà fruibile per qualche mese e le attività saranno trasferite in una struttura vicina». A turno, i lavori toccheranno anche agli altri Csm. «Speriamo di poter trovare per tutti delle sedi temporanee», si augura il primario, «per continuare a garantire l’importante servizio territoriale dei centri». Per chi soffre di una malattia mentale, sicuramente queste chiusure sono preoccupanti. Ma a spaventare ancora di più è quanto si è appreso a fine 2021 dalla prima bozza del nuovo atto aziendale di Asugi, al momento bloccato, dopo le proteste che hanno attraversato la Venezia Giulia. I distretti sanitari di Trieste, che ora sono quattro, dovrebbero ridursi della metà. La stessa sorte avrebbe dovuto toccare ai Csm; quest’ultimo pericolo, tuttavia, sembra scampato. Una piccola vittoria, arrivata dopo una grande mobilitazione a difesa della salute mentale da parte della cittadinanza. Alla fine dell’anno scorso è stata anche consegnata al presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga una lettera sottoscritta da 2.433 persone, in cui viene rappresentata la situazione di grave indebolimento dei servizi territoriali per i disturbi psichiatrici in Regione. Sempre secondo il nuovo atto aziendale, i dipartimenti delle dipendenze e quello della salute mentale, verrebbero inglobati. «Si tratta di una decisione in linea con quello che succede nel resto d’Italia», commenta Trincas.

«Si va verso un accentramento, mentre la pandemia ci ha insegnato che la scelta migliore è territorializzare», afferma Dell’Acqua. «È in atto una disarticolazione della sanità pubblica, che a Trieste abbiamo costruito con 50 anni di attenzione al paziente, di personalizzazione e di contatto umano, che potrebbe andare in pasto ai privati». La nota di fondo del sistema basagliano è infatti legata a un rapporto con gli utenti che non si riduce alla mera prescrizione di farmaci; secondo il famoso medico doveva essere il sistema sanitario a raggiungere i cittadini più fragili, perché ci fosse una presa in carico collettiva del malessere. Ora, molti denunciano un ritorno a una visione più oggettivizzante. Tra loro, anche Alice Castagna, utente di uno dei Csm di Trieste, che ha voluto esprimere le sue preoccupazioni in una lettera aperta. «Sono una ragazza di 21 anni. Vado in terapia psicologica da otto. Ho fatto più di 100 accessi in pronto soccorso negli ultimi quattro anni. E ho ricevuto più di 50 sedazioni intramuscolari all’interno delle strutture ospedaliere psichiatriche», scrive. E qualche riga dopo, fa un appello agli operatori della Salute mentale. «Avete gli occhi. Allora osservate. Avete una bocca. Allora parlate. Avete delle mani. Allora utilizzatele per fare una carezza e non per bloccare. Avete delle braccia. Allora utilizzatele per abbracciare di più. Avete una pancia. Allora ascoltate le vostre emozioni senza far finta di essere apatici e freddi. Fate arrivare la vostra vicinanza a chi è più fragile di voi, a chi è di “cristallo”, a chi, semplicemente, vorrebbe non sentirsi più solo».

Fonte: Vita.it

Salute mentale, la liquidazione di Basaglia parte da Trieste?
Salute mentale, la liquidazione di Basaglia parte da Trieste?

La norma silente del PNRR

di Daniele Trabucco e Filippo Borelli

L’articolo 43 del Decreto legge 30 aprile 2022 n. 36 (Ulteriori misure urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza) convertito con modificazioni dalla Legge 29 giugno 2022 n. 79, ha istituito presso il Ministero delle Finanze il Fondo per il ristoro dei danni subiti dalle vittime di crimini di guerra e contro l’umanità per la lesione di diritti inviolabili della persona, compiuti sul territorio italiano o comunque in danno di cittadini italiani dalle forze del Terzo Reich nel periodo tra il 1° settembre 1939 e l’8 maggio 1945, per dare continuità all’Accordo tra la Repubblica italiana e la Repubblica Federale di Germania reso esecutivo con decreto del Presidente della Repubblica 14 aprile 1962, n. 1263

Si qui sembrerebbe tutto bene, ma in realtà, la norma, di dubbia costituzionalità;

  1. a) deroga all’articolo 282 del codice di procedura civile ossia al principio di immediata esecutività delle sentenze di primo grado, prevedendo, anche per i procedimenti in corso, che le sentenze determinate nei confronti della Repubblica Federale Tedesca acquisino efficacia esecutiva al momento del passaggio in giudicato e siano eseguite esclusivamente sul Fondo istituito presso il Ministero delle Finanze;
  2. b) sancisce l’estinzione dei giudizi di esecuzione già eventualmente intrapresi su beni siti nel territorio italiano e di proprietà della Repubblica Federale Tedesca, ed il divieto di incominciare nuove azioni esecutive, senza, peraltro, che sia intervenuto sollecitamente il decreto del Ministero delle Finanze attuativo delle norme previste e che avrebbe dovuto regolamentare la procedura di accesso al fondo, le modalità di erogazione degli importi agli aventi diritto;
  3. c) introdurre un termine decadenziale di 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto legge (termine modificato in sede di conversione perché inizialmente era previsto un termine decadenziale di trenta giorni) per le azioni di accertamento e di liquidazione dei danni non ancora incominciate alla data di entrata in vigore del presente decreto.

E’ di tutt’evidenza che lo Stato italiano si sostituisce, di fatto, quale soggetto obbligato alla Repubblica Federale Tedesca e ne sfuggono i motivi.

Non convince per nulla la giustificazione addotta per dare una continuità all’Accordo tra la Repubblica italiana e la Repubblica Federale di Germania del 02 giugno 1961 e reso esecutivo con decreto del Presidente della Repubblica 14 aprile 1962, n. 1263 .

è incontestabile che tanti Tribunali italiani hanno condannato la Repubblica Federale Tedesca al risarcimento dei danni patiti dagli ex internati sul presupposto che la deportazione nei campi di concentramento rappresenta un crimine contro l’umanità che integra un fatto illecito ex art. 2043 cc, imprescrittibile, il cui diritto al risarcimento del danno non può essere considerato estinto per la rinuncia espressa dallo Stato italiano nell’art. 77 del trattato di pace del 1947 (reso amministrativo con dPR, 28 novembre 1947 n. 1430) e nell’art.

Si apprende, peraltro, che la Repubblica Federale Tedesca sia ricorsa (per la seconda volta) alla Corte di Giustizia internazionale dell’Aja ( http://www.schiavidihitler.org/ , centro studi schiavi di Hitler) contro l’Italia, proprio , guarda caso, a ridosso dell’emanazione del decreto legge, invocando nuovamente il difetto di giurisdizione dei giudici italiani, ritenendo che l’Italia non avrebbe ottemperato alla sentenza della Corte di Giustizia dell’Aja del 03 febbraio 2012 che aveva accolto sul punto un precedente ricorso sempre della Germania intimando all’Italia di adottare gli strumenti necessari perché tutte le pronunce dei propri tribunali che contravvenissero al principio consuetusionario di diritto internazionale dell’immunità degli Stati fossero dichiarate prive di effetto.

Occorre ricordare che con la legge n. 5 del 2013 l’Italia aderì alla convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, recependo all’articolo 3 anche il “dictat” della Corte internazionale dell’Aja senonchè con la storica sentenza della Corte Costituzionale del 22 ottobre 2014 n. 238 venne, però, dichiarata l’illegittimità costituzionale di tale norma.

La Corte Costituzionale affermò in quell’occasione l’illegittimità delle norme che impediscono l’accertamento giurisdizionale delle responsabilità civili di un altro Stato nel caso di crimini di guerra e contro l’umanità commessi nel territorio nazionale, lesivi dei diritti inviolabili della persona garantita dagli artt. 2 e 24 della Costituzione e che l’immunità degli Stati dalla giurisdizione civile degli altri Stati, generalmente riconosciuta nel diritto internazionale, non opera nel nostro ordinamento, qualora riguardi comportamenti illegittimi di uno Stato qualificabili come crimini di guerra e contro l’umanità, lesivi di diritti inviolabili della persona garantiti dalla Costituzione.

Ne seguirono numerose sentenze delle Sezioni Unite che affermarono la sussistenza della giurisdizione del giudice italiano a conoscere della questione.

La Repubblica Federale Tedesca ricorre all’Aja e l’Italia è prona e teme la decisione? Piangi che ben hai donde, Italia mia (Giacomo Leopardi).

Fonte: Idee&Azione

21 dicembre 2022

La norma silente del PNRR
La norma silente del PNRR

La restituzione alla Nigeria di oltre cento statue rubate nel periodo coloniale

di Dan Kitwood

L’ha annunciata l’Università di Cambridge: i manufatti erano stati portati nel Regno Unito come “bottino di guerra”

L’Università di Cambridge, una delle più prestigiose istituzioni universitarie del Regno Unito, ha annunciato che restituirà alla Nigeria 116 “bronzi del Benin”. Si tratta di una piccola parte delle migliaia di manufatti portati in Inghilterra come “bottino di guerra” dopo che nel 1897 le truppe inglesi assaltarono il palazzo reale di Benin City – nell’odierna Nigeria – nel contesto di una spedizione volta a consolidare il controllo coloniale dell’Impero britannico nella regione. I “bronzi” erano poi stati venduti per recuperare i costi della missione militare.

I bronzi del Benin – che in realtà sono fatti di vari metalli diversi – hanno un immenso valore culturale e storico, e rappresentano uno dei massimi esempi dello stile artistico sviluppato nel Regno del Benin, che è esistito per oltre settecento anni prima di essere trasformato in un protettorato dall’Impero britannico. La Nigeria, che si è resa indipendente dal Regno Unito nel 1960, chiede da decenni che varie istituzioni occidentali che posseggono tuttora la maggior parte dei bronzi li restituiscano al paese.

Qualcosa ha cominciato a muoversi soltanto negli ultimi due anni, nel contesto di una più ampia discussione a livello globale sulla restituzione degli oggetti rubati dagli europei durante il periodo coloniale.

A Cambridge la necessità di restituire alla Nigeria gli oggetti rubati dal palazzo reale di Benin City era già stata sollevata dagli studenti l’anno scorso, e a gennaio di quest’anno il governo nigeriano aveva formalmente chiesto al Museo di archeologia e antropologia di Cambridge e ai musei Pitt Rivers e Ashmolean di Oxford di restituire i bronzi in loro possesso, per un totale di oltre 200 opere. L’università aveva cominciato ad inviare nel paese africano i primi manufatti a febbraio.

La proprietà legale degli oggetti sarà trasferita alla Commissione nazionale nigeriana per i musei e i monumenti, ma un portavoce dell’università ha detto che alcuni dei manufatti rimarranno a Cambridge «in prestito prolungato, per assicurarsi che questa civiltà dell’Africa occidentale continui a essere rappresentata nelle esposizioni del museo e nell’insegnamento per i gruppi scolastici».

Il professor Nicholas Thomas, che dirige il Museo di archeologia e antropologia di Cambridge, ha detto che «in tutto il settore museale internazionale vi è un crescente riconoscimento del fatto che i manufatti acquisiti illegittimamente dovrebbero essere restituiti ai loro paesi di origine». Nel caso dei bronzi del Benin, sta cominciando ad accadere: il mese scorso, il museo Smithsonian di Washington D.C. ha riconsegnato alla Nigeria 29 bronzi, e a luglio la Germania aveva annunciato l’immediato trasferimento di proprietà di 1.100 manufatti precedentemente esposti in diversi musei tedeschi. Anche il museo Horniman di Londra e l’Università di Aberdeen hanno fatto lo stesso.

Recentemente, il ministro della cultura della Nigeria Lai Mohammed ha esortato il British Museum, dove sono custoditi gran parte dei bronzi, a seguire il loro esempio, dicendo che si tratta di «una questione di etica».

Ma ci sono diversi altri paesi che chiedono da tantissimo tempo di riavere le opere artistiche e archeologiche spesso rubate o acquistate per pochi soldi in epoca coloniale.

La Grecia vuole notoriamente indietro le sculture che decoravano l’Acropoli di Atene e il Partenone, prelevate all’inizio dell’Ottocento dal diplomatico inglese Lord Elgin. Ad ottobre una petizione presentata da un gruppo di archeologi egiziani ha chiesto al governo dell’Egitto di chiedere formalmente la restituzione della stele di Rosetta e altri manufatti ceduti da Napoleone agli inglesi con il Trattato di Alessandria del 1801, affermando che quegli oggetti sono parte integrante del patrimonio nazionale egiziano e la loro presenza nei musei europei è legata a una lunga storia di saccheggio e sfruttamento colonialista. E anche gli indigeni americani e australiani chiedono da tempo la restituzione dei loro manufatti, esposti spesso in musei di antropologia che non menzionano minimamente la storia di violenza subita da questi popoli.

La principale critica all’idea di restituire queste opere ai paesi da cui sono state rubate è che non si può essere sicuri che quei paesi – talvolta politicamente o economicamente instabili – siano capaci di prendersene cura a dovere una volta ottenuti. Parlando alla cerimonia di restituzione dei bronzi del Benin allo Smithsonian qualche settimana fa, però, il funzionario nigeriano Aghatise Erediauwa ha definito queste critiche «arcaiche».

«La verità è che nessun argomento può trasformare le opere saccheggiate in opere non saccheggiate o le opere rubate in opere non rubate. Semplicemente non esiste base morale o legale a sostegno della detenzione ostinata della proprietà culturale che è stata saccheggiata durante le spedizioni militari o in negoziati iniqui, se vogliamo dirla tutta. Questa richiesta da parte di alcuni storici dell’arte e curatori non ha altro scopo che l’interesse personale» ha detto. «Siamo grati a voi e ad altri che stanno dalla parte della verità, e riconoscono quale sia il vero posto di queste opere».

Fonte: Il Post

La restituzione alla Nigeria di oltre cento statue rubate nel periodo coloniale
La restituzione alla Nigeria di oltre cento statue rubate nel periodo coloniale

Il cuore di una Sacerdotessa

di Ness Bosh

Il cuore di una Sacerdotessa è un cuore puro,
che crede nel vero amore, spesso è solitario,
perchè in questo mondo il vero e puro amore
è sempre più raro.
Il cuore della Sacerdotessa è delicato ma non è fragile, è un diamante cristallino, in pochi possono spezzarlo.
Lei trova l’amore nel Tutto e il Tutto le dà amore, perchè lei è in connessione.
Falle del male e farai del male a te stesso.
Amala e amerai la divinità racchiusa in te.
Uomo, non avvicinarti ad una Sacerdotessa per amarla se non sai a cosa ti avvicini, corri il rischio di non riuscire a dimenticarla, di non capirla e non comprendere il suo mondo.
Preparati ad un amore di un altro mondo,
a carezze mortali, a sorrisi che sono incantesimi magici e ad una musica che non potrai non far entrare nel tuo cuore.
Preparati alla Luna Piena, le stelle, la Luna Nera, Solstizi, Equinozi e incensi fumanti.
Uomo, tieni a mente che ti stai avvicinando
ad un’anima selvaggia, lontana da tutto ciò che fin’ora hai conosciuto, è possibile che tu ti senta stordito, è possibile che tu debba correre al suo fianco per non perdere per sempre il suo abbraccio, vivi sempre come se percorressi un bosco magico.
Sappi che lei non è di questo mondo, che se ti lascia entrare è un dono, è una porta che non apre a nessuno e che si fida di te
Lei è difficilmente compresa, spesso è stata fraintesa e quasi nessuno conosce la grandezza della sua anima.
Non tradire la sua fiducia, saresti un assassino di Unicorni, perchè tale è la magia e la bellezza che nasconde l’anima di una Sacerdotessa.
Uomo, non avvicinarti ad una Sacerdotessa
se non vivi di curiosità,
se non hai mai inseguito farfalle e libellule,
se non ti sei mai inchinato alla Terra,
se non hai mai soffiato su un dente di leone.
Stai lontano da lei se non sei disposto a volare, a lasciare il quotidiano, ad abbandonare la paura.
Non avvicinarti ad una Sacerdotessa
se non sei disposto a vivere la tua vita come un’avventura, leggi le mie parole perchè non sono teorie, sono un vero e proprio avvertimento.
Se incontri una Sacerdotessa nella tua vita
e non sei disposto ad arrenderti ad essa, voltati e a testa alta vai via…
non entrare nel suo mondo per danneggiarlo.
Lei è un Essere in via d’estinzione!

Il cuore di una Sacerdotessa
Il cuore di una Sacerdotessa

Per la Cia “Mattei era fascista”: le possibili conseguenze culturali

di Stelio Fergola

Roma, 17 dic – Per le carte della Cia recentemente descretate, Enrico Mattei era fascista. La rivelazione emerge nel quadro dei documenti riguardanti il dossier sul presidente John F. Kennedy. Andando a leggere il testo, non è impossibile constatare la natura interpretativa di alcuni passaggi. Ma andiamo con ordine.

Cia: “Mattei fascista, pagò 5 milioni di lire per entrare nel Cnl”

Il dubbio sul passato “resistenziale” di Mattei viene espresso da ormai molto tempo, dunque da questo punto di vista ciò che citano le carte non è così sorprendente. Tuttavia, il passaggio fulcro del documento è un po’ ambiguo, pur presentando degli elementi di indubbio interesse. Per la Cia Mattei “era stato fascista fino al 1943 ed era entrato nella Resistenza dopo l’8 settembre di quell’anno, stando però attento a mantenere buoni rapporti con i tedeschi: quando divenne chiaro che la vittoria alleata era ormai certa pagò cinque milioni di lire a un comandante partigiano della Democrazia Cristiana per acquisire il rango di capo partigiano della Dc e generale della resistenza nel Cnl”.

Se il pagamento di somme consistenti per essere accreditato nella resistenza  rafforza la teoria del “Mattei fascista”, molto meno lo fa la sua permanenza nel fascismo fino all’8 settembre 1943 e il suo successivo “cambio di fronte”. Questo perché, come tutti sanno, il cambio di casacca fu valutato in modo utilitaristico da molti italiani dell’epoca, specialmente se vicini ad ambienti di potere. Dunque la rivelazione, per quanto senza dubbio interessante, non risponde ai dubbi sulle genuine convinzioni dello stesso Mattei, la cui storia mostra più che altro un certo pragmatismo, più che un’identificazione ideologica precisa. Lo statista – come in molti lo definiscono ormai già dagli anni Settanta – ragionava semplicemente di ciò che aveva a disposizione per poteva agire. E il “campo d’azione”, per i più scaltri, dopo il settembre 1943 difficilmente poteva risiedere ancora nel fascismo.

Certamente, qualcosa spiegherebbe

Il “Mattei fascista” spiegherebbe certamente le sue inclinazioni da incaricato liquidatore dell’Agip prima e da fondatore dell’Eni successivamente. Spiegherebbe la sua ostilità alla liquidazione della compagnia petrolifera fondata in epoca fascista, spiegherebbe la sua politica energetica proiettata al Mediterraneo, così come l’aperta ostilità al dominio statunitense nel campo degli idrocarburi.

Le possibili conseguenze culturali

Un aspetto forse non troppo considerato riguarda le possibili conseguenze culturali che una rivelazione del genere potrebbe comportare, soprattutto nel modo di raccontare la storia di Mattei sui media di massa, peraltro già non sempre strenui difensori dell’opera del dirigente marchigiano. Ma qui occorre andare dritti al punto: un “Mattei fascista” potrebbe ben aggiungersi alla lista dei demonizzati dal pensiero unico dominante. Potrebbe dunque venire infangata tutta la sua opera, la stessa che permise la fondazione dell’Eni e l’inizio di un percorso di autonomia energetica che consentì all’Italia di sviluppare una certa indipendenza almeno fino alla fine degli anni Ottanta.

Potrebbe, insomma, significare l’ennesimo trionfo psicologico di quel cancro culturale rispondente alla definizione di antifascismo. Un concetto puramente contestuale finito per diventare una sottospecie di “ideologia del nulla” e capace, con le sue metastasi, di bloccare mentalmente ogni proposito costruttivo e ambizioso della Nazione verso il futuro. Perché di buoni propositi e di obiettivi ambiziosi, Enrico Mattei, ne serbava tanti. Per qualcuno, insomma, i documenti della Cia potrebbero essere un buonissimo pretesto per criminalizzarli e stigmatizzarli. Tutto ciò agli occhi di cittadini italiani già formati da decenni all’auto-colpevolizzazione, alla mediocrità e soprattutto all’idea di non avere diritto a niente, neanche a sognare e a pensare in grande. Come al solito, violando l’unico interesse che conta: quello della Nazione.

Fonte: Il Primato Nazionale

Per la Cia “Mattei era fascista”: le possibili conseguenze culturali
Per la Cia “Mattei era fascista”: le possibili conseguenze culturali

Caos alle origini della cosmogonia

di Alexander Dugin

La cosmogonia e talvolta la teogonia della religione greco-romana iniziano con questo caso, con il caos. Dio crea ordine dal caos. Il caos è primordiale, ma Dio è più primordiale, costruendo l’universo da sé e dal non-sè. Dopo tutto, se Dio è un’affermazione eterna, si può avere anche una negazione eterna. Il rapporto tra i due può essere di due tipi: caos o ordine. La sequenza può essere l’una o l’altra: se ora c’è il caos, ci sarà ordine in futuro. Se ora c’è ordine, probabilmente si deteriorerà in futuro e il mondo caos, e allora Dio ristabilirà l’ordine e così via in un periodo; da qui la teoria dei cicli cosmici, chiaramente dichiarata nella ‘Politica’ di Platone, ma più pienamente de velopato nell’induismo e nel buddismo; da qui la continua alternanza di Empedocle di epoche di guerra/amore.

In Esiodo, la cosmogonia inizia con il caos. A Terakide con ordine (Zas, Zeus). Il tempo si conta dal mattino, come gli iraniani, o dalla sera, come i semiti. Il caos non si oppone a Dio, si oppone al mondo di Dio.

Finché non c’è ordine, la Terra non sa di essere la Terra. Perché non è stata stabilita alcuna distanza. E così si fonde con il caos. La terra diventa terra quando il cielo le chiede di sposarlo e le dà un velo nuziale. È il cosmo, la decorazione dietro la quale si nasconde il caos. Così è per Ferekid – nel suo affascinante mito filosofico patriarcale.

Caos alle origini della cosmogonia
Caos alle origini della cosmogonia