LE FENDITURE DELLA GRANDE MURAGLIA

a cura di Rigenerazione Evola

Dopo l’approfondimento sulle orde devastatrici di Gog e Magog connesso ad un articolo sul tema di Julius Evola, passiamo la parola a René Guénon, che ebbe modo di parlare di quest’argomento, tra l’altro, proprio trattando del simbolismo delle fenditure che si aprono sulla cd. “Grande Muraglia”, e che consentono il passaggio nel mondo in cui viviamo delle forze sottili di ordine inferiore. Da sottolineare le osservazioni di Guénon sulla progressiva pericolosità di tali “vie” di transito per le forze infere dagli inizi dell’Età Kali fino ad oggi: in un primo tempo facilmente “riparabili”, poi temporaneamente “socchiuse” per solidificazione (prima fase dell’epoca moderna), poi drammaticamente riapertesi e non ormai difficilmente richiudibili (dissoluzione della seconda fase dell’epoca moderna). Sulle schiere di  Gog e Magog in relazione, in particolare, al mondo anglosassone ed a Londra, quale centro contro-iniziatico, segnaliamo questo interessante approfondimento sul blog di Azione Tradizionale, pubblicato a seguito della scomparsa della regina Elisabetta II.

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di René Guénon

Tratto da “Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi” (§ 25)

Per quanto oltre abbia potuto spingersi, la «solidificazione» del mondo sensibile non ha mai potuto esser tale da fare di quest’ultimo un «sistema chiuso», come lo pensano i materialisti; essa ha d’altronde dei limiti imposti dalla natura stessa delle cose, e più si avvicina a tali limiti più lo stato che rappresenta è instabile. Di fatto, come abbiamo appena visto, il punto che corrisponde alla massima «solidità» è ormai oltrepassato, e le apparenze di «sistema chiuso» non possono che diventare sempre più illusorie e inadeguate alla realtà. Abbiamo anche parlato di «fenditure» attraverso le quali già s’introducono, e andranno in misura sempre maggiore introducendosi, certe forze distruttive; secondo il simbolismo tradizionale, queste «fenditure» si producono nella «Grande Muraglia» che circonda il nostro mondo e lo protegge contro l’intrusione delle influenze malefiche dell’ambito sottile inferiore (1).

Per capire questo simbolismo a fondo e sotto tutti gli aspetti, è opportuno osservare che una muraglia costituisce insieme una protezione ed una limitazione; in un certo qual senso si potrebbe perciò dire che essa ha dei vantaggi e degli inconvenienti; sennonché, se si tiene presente che essa è essenzialmente destinata ad assicurare la difesa contro gli attacchi provenienti dal basso, i vantaggi hanno di gran lunga il peso maggiore, e tutto sommato è molto meglio, per quel che si trova racchiuso nel recinto di cui si tratta, esser limitato dalla parte inferiore, che essere incessantemente esposto alle devastazioni del nemico, se non addirittura a una distruzione più o meno completa. Del resto, in realtà, una muraglia non è mai chiusa dall’alto, e di conseguenza non impedisce la comunicazione con i campi superiori, anche se questo corrisponde allo stato normale delle cose; è durante l’epoca moderna che il «guscio» senza vie d’uscita costruito dal materialismo ha chiuso questa comunicazione. Ora, secondo quanto da noi detto, a causa del fatto che la «discesa» non è ancora stata interamente compiuta, tale «guscio» può soltanto permanere intatto verso l’alto, vale a dire verso la parte da cui precisamente il mondo non ha bisogno di protezione, e da cui al contrario non può se non ricevere influenze benefiche; le «fenditure» si producono esclusivamente dal basso, perciò nella muraglia protettrice vera e propria, e le forze inferiori che si introducono attraverso di esse incontreranno tanto minor resistenza in quanto, nelle presenti condizioni, nessuna potenza di natura superiore può intervenire per opporvisi efficacemente; il mondo si trova dunque abbandonato senza nessuna difesa a tutti gli attacchi dei suoi nemici, e tanto più per il fatto che, a causa dello stato della mentalità attuale, ignora completamente i pericoli da cui è minacciato.

Nella tradizione islamica le «fenditure» di cui stiamo parlando sono quelle attraverso cui penetreranno, all’approssimarsi della fine del ciclo, le orde devastatrici di Gog e Magog (2), le quali d’altronde esercitano continui sforzi per invadere il nostro mondo; queste «entità», che raffigurano le influenze inferiori in questione, e che si ritiene conducano attualmente un’esistenza «sotterranea», vengono descritte in un duplice modo, sia come giganti sia come nani, il che, secondo quanto abbiamo visto precedentemente, le identifica, per lo meno sotto un certo profilo, ai «guardiani dei tesori nascosti» e ai fabbri del «fuoco sotterraneo», che hanno anche, rammentiamolo, un aspetto estremamente malefico; d’altronde, in tutte queste cose si tratta sempre, in definitiva, dello stesso genere d’influenze sottili «infracorporali»(3).

A dire il vero i tentativi fatti da queste «entità» per insinuarsi nel mondo corporeo e umano sono ben lontani dall’esser cosa nuova; anzi essi risalgono almeno ad un’epoca da situarsi verso gli inizi del Kali-Yuga, cioè ben oltre i tempi dell’antichità «classica» ai quali si limita l’orizzonte degli storici profani. A questo proposito, la tradizione cinese riporta, in termini simbolici, che «Niu-kua (sorella e sposa di Fo-hi e che si dice abbia regnato insieme a lui) fece fondere pietre dai cinque colori (4) per riparare uno strappo fatto nel cielo da un gigante» (apparentemente, benché ciò non sia chiaramente spiegato, in un punto situato al di sopra dell’orizzonte terrestre) (5); e questo episodio si riferisce ad un’epoca la quale è precisamente di qualche secolo soltanto posteriore all’inizio del Kali-Yuga. Soltanto che, quantunque il Kali-Yuga sia propriamente un periodo d’oscuramento, il che ha reso possibile fin dai suoi inizi tale genere di «fenditure», questo oscuramento è certamente lungi dall’aver raggiunto d’un sol colpo le proporzioni che si possono constatare nelle sue ultime fasi, e questa è la ragione per cui le «fenditure» potevano essere a quel tempo riparate con relativa facilità; ciò nondimeno occorreva anche allora che fosse esercitata una costante vigilanza, e questa incombenza rientrava naturalmente nei compiti attribuiti ai centri spirituali delle diverse tradizioni.

Seguì un’epoca nella quale, in seguito all’eccessiva «solidificazione» del mondo, le stesse «fenditure» furono molto meno da temere, almeno temporaneamente; quest’epoca corrispose alla prima parte dei Tempi moderni, vale a dire a quello che può esser definito il periodo specificamente meccanicistico e materialistico, periodo in cui il «sistema chiuso» del quale parlavamo era più prossimo ad essere attuato, per lo meno per quanto la cosa era possibile di fatto. Adesso, parlando cioè del periodo che può essere identificato nella seconda parte dei Tempi moderni e che è già incominciato, le condizioni sono certamente cambiate rispetto a quelle di tutte le epoche anteriori: non solamente le «fenditure» possono nuovamente prodursi sempre più abbondantemente, e presentare caratteri più gravi che mai in conseguenza del cammino discendente percorso nell’intervallo, ma inoltre le possibilità di riparazione non sono più le stesse di un tempo. In effetti, l’azione dei centri spirituali si è andata a mano a mano restringendo, perché le influenze superiori che essi, secondo la loro funzione normale, trasmettevano al nostro mondo non possono più manifestarsi all’esterno, arrestate come sono da quel «guscio» impenetrabile di cui dicevamo poco fa; dove mai si potrà dunque trovare, in un simile stato dell’insieme umano e cosmico, una difesa d’una certa efficacia contro le «orde di Gog e Magog»?

E non è tutto: ciò che abbiamo detto descrive soltanto quello che si può chiamare il lato negativo delle difficoltà crescenti che incontra qualsiasi opposizione all’intrusione delle influenze malefiche, e del resto si può aggiungere ad esso anche quella specie d’inerzia dovuta alla generale ignoranza di queste cose, e alle «sopravvivenze» della mentalità materialistica e dell’atteggiamento che le corrisponde, cose che possono durare tanto più a lungo in quanto tale atteggiamento è diventato per così dire istintivo nei moderni, essendosi quasi «incorporato» nella loro natura. È chiaro che un buon numero di «spiritualisti» e persino di «tradizionalisti», o di quelli che si autodefiniscono tali, sono di fatto almeno tanto materialisti quanto tutti gli altri sotto questo rispetto, giacché quel che rende la situazione ancor più irrimediabile è il fatto che coloro i quali vorrebbero, nella miglior buona fede, combattere lo spirito moderno, ne sono essi stessi affetti a propria insaputa, cosicché tutti i loro sforzi sono per ciò stesso condannati a restar privi d’ogni apprezzabile risultato; si tratta infatti di cose in cui la buona volontà è lungi dall’essere sufficiente, e nelle quali occorre invece, e diremmo prima di tutto, una conoscenza effettiva; ma è proprio questa conoscenza che è resa del tutto impossibile dall’influsso dello spirito moderno e delle sue limitazioni, e ciò anche per coloro che potrebbero avere sotto questo rapporto determinate capacità intellettuali solo che si trovassero in condizioni più normali.

Sennonché, oltre a tutti questi elementi negativi, le difficoltà di cui stiamo discorrendo hanno anche un lato che potrebbe esser detto positivo, rappresentato da tutto ciò che nel nostro stesso mondo favorisce attivamente l’intervento delle influenze sottili inferiori, sia coscientemente sia incoscientemente. A questo proposito bisogna tener conto prima di tutto della funzione in qualche modo «determinante» degli agenti veri e propri di tutta la deviazione moderna, poiché questo intervento costituisce propriamente una nuova fase, più «avanzata», di tale deviazione, e corrisponde esattamente al proseguimento del «piano» secondo cui essa si è effettuata; è perciò evidentemente da questo lato che occorrerebbe ricercare gli elementi ausiliari coscienti delle forze malefiche di cui stiamo parlando, quand’anche, qui come in molte altre occasioni, possano esistere di tale coscienza svariate gradazioni. Quanto agli altri elementi ausiliari delle forze malefiche, vale a dire quanto a coloro che agiscono in buona fede e che, ignorando la vera natura di queste forze (in grazia precisamente di quell’influsso dello spirito moderno a cui abbiamo appena accennato), svolgono tutto sommato soltanto la funzione di gabbati – il che però non gli impedisce di essere spesso tanto più attivi quanto più sono sinceri e incapaci di vedere –, questi sono ormai quasi innumerevoli, e possono essere catalogati in svariate categorie, dagli ingenui aderenti alle organizzazioni «neospiritualistiche» di tutti i generi fino ai filosofi «intuizionistici», passando attraverso gli scienziati cultori della «metapsichica» e agli psicologi delle scuole più recenti. Non insisteremo di più in questa sede, perché sarebbe come fare anticipazioni indebite su quel che dovremo dire un po’ più avanti. Prima bisogna però dare alcuni esempi del modo in cui certe «fenditure» possono prodursi di fatto, e dei «supporti» che le influenze sottili e psichiche d’ordine inferiore (poiché ambito sottile e campo psichico sono in fondo, per noi, sinonimi) possono trovare nell’ambiente cosmico per esercitare la loro azione e diffondersi nel mondo umano (*).

Note dell’autore

1) Nel simbolismo della tradizione indù, questa «Grande Muraglia» è la montagna circolare Lokâloka, che separa il «cosmo» (loka) dalle «tenebre esteriori»(aloka); naturalmente ciò è suscettibile di applicarsi analogicamente ad ambiti più o meno estesi nell’insieme della manifestazione cosmica, da cui l’applicazione particolare che ne è fatta qui, in quanto stiamo dicendo, in relazione al solo mondo corporeo.
2) Nella tradizione indù si parla dei demoni Koka e Vikoka, i cui nomi sono evidentemente simili.
3) Il simbolismo del «mondo sotterraneo» è anch’esso duplice, ed ha pure un senso superiore, com’è dimostrato in particolare dalle considerazioni da noi esposte in Le Roi du Monde; qui però si tratta ovviamente soltanto del suo significato inferiore, o addirittura letteralmente «infernale».
4) I cinque colori sono il bianco, il nero, l’azzurro, il rosso e il giallo, i quali corrispondono nella tradizione estremo-orientale ai cinque elementi, o anche ai quattro punti cardinali e al centro.
5) Si afferma anche che «Niu-kua tagliò le quattro zampe della tartaruga per deporvi sopra le quattro estremità del mondo», allo scopo di stabilizzare la terra; se si ricorda quanto dicemmo in precedenza riguardo alle corrispondenze analogiche rispettive di Fo-hi e di Niu-kua, ci si potrà render conto che conformemente ad esse la funzione di assicurare la stabilità e la «solidità» del mondo appartiene alla parte sostanziale della manifestazione, ciò che s’accorda esattamente con quanto abbiamo esposto qui a tale proposito.

(*) Guénon si riferisce ai fenomeni connessi a stregoneria e sciamanesimo, affrontati nel § 26 della sua opera (N.d.R.).

Fonte: Rigenerazionevola.it

LE FENDITURE DELLA GRANDE MURAGLIA

IL PENSIERO CREA COLORE

di Katia Rossetti

Ogni pensiero crea un colore,
e quel colore viene trasferito anche al corpo.
Quando la tua mente è felice, il tuo viso si illumina.
Non avvelenarti con pensieri cattivi.
Pensa bene, starai bene.
Pensa male, starai male.
Dipende tutto dai tuoi pensieri.
Più rimurgini un pensiero negativo,
tanto più esso viene rafforzato.
Se lo ignori, lo farai morire di fame.
Se i tuoi pensieri saranno impuri, il tuo corpo,
la tua mente, la tua vita, saranno impuri.
Diventi quello che pensi.
Allena i tuoi occhi a vedere sempre
il lato positivo di ogni cosa.
Coltiva il positivo

IL PENSIERO CREA COLORE

COSA SONO LE CRIPTOVALUTE

di Vincenzo Di Maio

I Confuciani ritenevano che il denaro fosse come il sangue del popolo che se non circola fa morire la società collassando, il virtualizzare il denaro non permette relazioni sociali concrete ma soltanto relazioni sociali presunte, lo aliena e quindi è già una forma di privazione dello scambio reale attraverso l’uso del contante.

Una questione molto analoga al problema del POS in Italia, perché la virtualizzazione del denaro provoca un deterioramento delle libertà.

Tutto questo senza citare il fatto che le criptovalute funzionano con l’acquisto di valuta mediante denaro reale, il che ne fa un elemento di speculazione finanziaria e un veicolo di investimenti in un capitalismo globale al collasso, in quanto privo di sbocchi di investimento e rimasti tutti a rischio di autofagocitazione dello stesso sistema economico globale, tanto che spinge il mondo a trovare forme di investimento rischiose come l’investimento in armi e in beni rifugio tipo i metalli preziosi, gioielli e mercato dell’arte in genere.

Vi sono inoltre altri fattori come il sistema organizzativo multilivello, tipicamente americano, che arricchisce realmente chi sta a capo di una scalata gerarchica e che sfrutta tutti coloro che sono alla base.

Discorso analogo riguarda certe nazioni come il Venezuela che hanno trovato difficoltà di gestione politica della società con l’introduzione della moneta virtuale e dell’utilizzo dei POS ovunque nel paese.

Con i propri soldi ognuno può fare ciò che vuole ma politicamente la questione diventa pressoché pressante, poiché si fa sempre più avanti l’avanzata di questo magma che è il dominio della virtualità presunta sulla realtà concreta.

Pertanto il Primordialismo Visionario prende una chiara posizione in merito dando valore alla numismatica della valuta monetaria concreta, quale sangue artistico e identitario di ogni popolo del nostro pianeta Urantia, ritenendo la virtualità, come ogni altra forma di tecnologia contemporanea, uno strumento utile ma non necessario all’invasione di essa in ogni ambito della società.

PRIMORDIALISMO VISIONARIO – movimento politico internazionale

COSA SONO LE CRIPTOVALUTE

Modello autoritario – La Cina non è vicina ma è già qui da un pezzo

di Gianni Vernetti

Pechino ha una strategia fondata su questo assunto: il successo economico cinese prova che la via verso lo sviluppo e il benessere non deve più passare per forza dalla democrazia.

Le immagini del ventesimo Congresso del Partito comunista cinese, che si è concluso con l’epurazione in diretta dell’ex premier Hu Jintao e la consacrazione di Xi Jinping a leader supremo per un terzo mandato, raccontano una svolta politica che sta mutando profondamente non soltanto la Cina, ma l’intero sistema delle relazioni internazionali su scala globale. Sul piano interno la svolta autoritaria è ormai definitivamente compiuta e la poca dialettica del passato è stata sostituita da una nuova leadership di uomini di assoluta fiducia del satrapo. Completano il quadro: la durissima repressione delle minoranze etniche, dal Tibet allo Xinjiang; la creazione del sistema più avanzato di controllo politico e sociale al mondo con un mix di tracciamento, riconoscimento facciale e crediti sociali rilasciati in base all’affidabilità nei confronti del regime; un aumento esponenziale delle spese militari.

La sfida lanciata da Xi Jinping non riguarda però soltanto il “Paese di mezzo” ma l’intero pianeta, nella consapevolezza che la Cina sia ormai in grado di competere direttamente con il modello politico ed economico delle democrazie liberali.

L’illusione del mondo occidentale di avere incluso la Cina in un sistema economico globale, confinandola al ruolo di “fabbrica del mondo” nella quale delocalizzare a piacimento le proprie produzioni a costi ridotti, si è rivelata per molti versi ingenua. In pochi anni, la Cina di Xi ha cambiato le regole della geopolitica mondiale, non soltanto affermandosi come un nuovo e importante attore, ma introducendo anche una forte dinamica competitiva e proponendosi come modello alternativo alle democrazie liberali dell’Occidente.

Il progetto del capitalismo senza democrazia di stampo orientale corre lungo i binari e le rotte marittime della nuova Via della seta fra Europa, Asia e Africa, facendo proseliti fra le componenti più deboli dell’Occidente: i Paesi dell’ex Europa sovietica tentati dal populismo di Viktor Orbán in Ungheria e dall’orgoglio neobalcanico di Aleksandar Vučić in Serbia, fino all’Italia, primo Paese del G7 e unico fra i fondatori dell’Unione europea ad avere aderito al progetto della Belt & Road Initiative durante il primo governo Conte.

La Cina di Xi, chiudendo a ogni forma possibile di democrazia in nome del rispetto assoluto della “sovranità nazionale”, rappresenta anche un modello di sviluppo alternativo al sistema di Bretton Woods. Un modello attrattivo per quei Paesi africani, mediorientali e asiatici che apprezzano quei finanziamenti allo sviluppo che sono incuranti della tutela dei diritti dei lavoratori o del rispetto degli standard ambientali.

La narrazione di regime propone la nuova Via della seta come un regalo della “saggezza cinese” allo sviluppo mondiale, in realtà si tratta di un disegno geopolitico con obiettivi precisi: ampliare il proprio spazio economico verso l’Africa e l’Europa; creare rapporti bilaterali rafforzati con i Paesi maggiormente “delusi” dall’Occidente; incrementare il soft power di Pechino nel mondo. In ultima istanza, esportare il proprio modello autoritario.

Il modello cinese ha affascinato diversi Paesi per il suo approccio pragmatico e soprattutto per l’assenza di tutti i vincoli normalmente posti dalle istituzioni occidentali: sostenibilità finanziaria, rispetto dei diritti umani, regole rigide in materia di corruzione, verificabilità dei progetti.

Quest’approccio senza vincoli ha portato diversi Paesi aderenti al progetto della nuova Via della seta ad accedere a ingenti finanziamenti cinesi per la realizzazione di infrastrutture, prevalentemente portuali e ferroviarie, che hanno determinato un indebitamento eccessivo e spesso insostenibile nei confronti di Pechino: si tratta della cosiddetta “trappola del debito”, che ha reso molti Paesi troppo vulnerabili e dipendenti dalla Cina.

Ma la nuova proiezione globale della Cina di Xi necessita, per potersi sviluppare in modo compiuto, di una piena normalizzazione dei suoi confini più prossimi. Da qui le scelte militari nel Mar Cinese Meridionale, il soffocamento di ogni residua libertà a Hong Kong, insieme al progetto di riunificazione alla madrepatria dell’isola ribelle di Taiwan.

L’occupazione militare delle centinaia di atolli del Mar Cinese Meridionale (le isole Spratly e Paracel), con la costruzione di grandi basi militari nell’arcipelago, ha rappresentato una violazione di decine di trattati internazionali e un’occupazione illegale di un immenso spazio marittimo, che ha aumentato le tensioni con tutti i Paesi del Sudest asiatico (Vietnam, Thailandia, Filippine e Malaysia), determinando una nuova corsa agli armamenti in tutta la regione.

Il pugno di ferro sulla ex città-Stato di Hong Kong ha definitivamente posto fine alle rivolte studentesche del 2019 e del 2020 e, con l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale, è stato definitivamente tradito l’impianto giuridico del patto sino-britannico che portò alla promulgazione della Basic Law, che fino al 2020 ha garantito lo status della città libera di Hong Kong.

L’isola democratica cinese di Taiwan è oggetto di una crescente minaccia militare da parte di Pechino che ha violato centinaia di volte il suo spazio aereo, realizzato imponenti manovre militari dopo la visita della delegazione del Congresso americano guidata da Nancy Pelosi, e dichiarando l’intenzione di voler giungere all’unificazione con ogni mezzo, per modificare con la forza l’attuale status quo. Ma la sfida è globale e Pechino ha messo in cantiere una strategia articolata per esportare il proprio modello autoritario.

La narrazione cinese si fonda su un assunto: il successo economico della Repubblica Popolare è la prova che la via dello sviluppo e del benessere non passa più attraverso il modello delle democrazie liberali e che, pertanto, il modello cinese può offrire una nuova opzione a quei Paesi che vogliono velocizzare il proprio sviluppo preservando le proprie caratteristiche e mantenendo quindi il diritto di scegliere se incamminarsi lungo un processo democratico o mantenere il proprio assetto autocratico.

Nei diversi Paesi africani che hanno aderito alla nuova Via della seta le progettazioni infrastrutturali e le concessioni minerarie sono state affiancate dalla condivisione di un’ampia gamma di tecniche per controllare la pubblica opinione e la società civile; per implementare la cybersicurezza in funzione della soppressione del dissenso; per promuovere il controllo dei media; per governare la rete Internet sul modello del Great Firewall cinese.

Il recente progetto lanciato da Pechino della Global Security Initiative, completa il quadro con la cosiddetta dottrina della “sicurezza indivisibile”, citata sia da Vladimir Putin prima della guerra sia da Xi durante il suo discorso di investitura nel Congresso del Partito comunista cinese, quando entrambi hanno attaccato l’allargamento della Nato, come motivo per legittimare sia l’invasione dell’Ucraina sia la propria “alleanza senza limiti”.

All’interno della cornice della Global Security Initiative sono nati gli accordi di sicurezza con le Isole Salomone, il “dual-use” commerciale e militare delle concessioni portuali nell’Oceano Indiano (da Hambantota in Sri Lanka fino a Gwadar in Pakistan), l’esportazione della tecnologia di sorveglianza e controllo in molti Paesi della nuova Via della Seta.

La guerra in Ucraina, mai condannata da Pechino, sta infine rafforzando ciò che appare essere sempre più un vera e propria Alleanza delle Autocrazie che è in diretta competizione politica e militare con l’Europa, l’Occidente e la comunità delle democrazie e che si articola sempre più lungo l’asse Mosca-Teheran-Pechino. Le forniture militari, di droni oggi e di missili domani, da Teheran a Mosca; lo sbocco energetico ed economico garantito dalla Cina a Iran e Russia, entrambe sotto ampie sanzioni occidentali; il sempre più stretto coordinamento delle autocrazie nelle organizzazioni internazionali, completano il quadro.

L’ex leader di Tienanmen, Wu-er Kaixi, in esilio da più di trent’anni a Taiwan, durante uno dei nostri ultimi incontri mi fece notare: «Spesso in Occidente ritenete che la Cina sia quasi giunta alla porta di casa, ma non è così: è già entrata nel vostro soggiorno e vi chiede di cambiare il vostro stile di vita per adottare il suo». L’Occidente è avvisato.

Fonte: Linkiesta.it

Modello autoritario – La Cina non è vicina ma è già qui da un pezzo

COLUI CHE E’ CARO A DIO

“Colui che è uguale con l’amico e col nemico, così come davanti all’onore e al disonore, al caldo e al freddo, alla gioia e al dolore, all’elogio e al rimprovero, ed è sempre libero da ogni impurità, silenzioso, soddisfatto di tutto, incurante della dimora, fisso nella conoscenza, mi è molto caro.”

(Bhagavad-Gita)

COLUI CHE E’ CARO A DIO

UNA NUOVA COSCIENZA

Quando l’anima e lo spirito si uniscono, mettono al mondo un germe che è il punto di partenza di una nuova coscienza. Questa coscienza si manifesta come una luce interiore che scaccia le tenebre, come un calore così intenso che, se anche tutti vi abbandonano, non vi sentite mai soli, e come una vita abbondante che fate scaturire ovunque vi portano i vostri passi. Questa coscienza si accompagna anche a un afflusso di energie pure che vi sprona a lavorare per l’edificazione del Regno di Dio, e anche a una gioia, la gioia straordinaria di sentirsi connessi a tutto l’universo, a tutte le anime evolute, e di far parte di quell’immensità… E infine alla certezza che niente e nessuno può togliervi quella gioia. In India, tale stato è chiamato “coscienza buddhica”, e fra i cristiani è chiamato “la nascita del Cristo”.
Omraam Mikhaël Aïvanhov

UNA NUOVA COSCIENZA

I MECCANISMI DUALI DELLA MATRIX

di Giorgio Freeflight

Divinizzare o demonizzare la sofferenza è uno dei tanti meccanismi duali della Matrix.
Sia nell’uno che nell’altro caso, la sofferenza ci accompagnerà per il resto della nostra esistenza.
Credere che la sofferenza sia il motore indispensabile per la nostra crescita ed evoluzione, vuol dire vivere da prigionieri.
La sofferenza, il dolore, sono sintomi atti a farci comprendere che qualcosa sta andando storto… che c’è uno squilibrio da mettere a posto.
Molti di coloro che affermano di dover evitare di guardare la sofferenza o di starci addirittura dentro vivendosela appieno, sono semplicemente inconsapevoli… altri sono strumenti utilizzati da chi si nutre energeticamente di questi squilibri.
Sia scappare che restarci dentro, toglie energia vitale…
La sofferenza non è uno stato naturale dell’Essere, ma un ostacolo ad esso.
La sofferenza va osservata e guarita contemporaneamente.
Più si è veloci in questo processo e meno forza vitale si disperde.
L’Occidente ci ha parlato di “peccato originale” per farcela accettare come elemento di purificazione…
L’Oriente, invece, di “karma negativo” di vite passate.
Ci hanno fatto sempre credere che solo con la sofferenza e il dolore possiamo redimerci dalla “monnezza” che siamo e con la quale veniamo al mondo.
Quando, invece, ad un certo punto, inizi un vero percorso di scoperta e amore verso te stesso, prendi consapevolezza che non c’è da realizzare nulla, se non reclamare ciò che ti è stato velatamente negato.
Più ci si spoglia di ciò che non si è e più ci si ricorda di ciò che si è realmente…
Le sofferenze umane sono cibo nutriente per “molti esseri”, di questo piano e non.

I MECCANISMI DUALI DELLA MATRIX

IL RE DEL MONDO – AUDIOLIBRO

Il Re del Mondo sarebbe, secondo alcune tradizioni dell’Asia centrale, il sovrano della città mitica di Agarthi «l’inaccessibile», il regno sotterraneo nascosto agli occhi degli uomini e popolato da esseri semidivini detti Arhat «gli illuminati», che si sarebbero rifugiati sottoterra per preservare dalla barbarie i loro poteri e le loro conoscenze.

Secondo l’esoterista René Guénon Melchisedec viene identificato come Re del Mondo, poiché «Il titolo di Re del Mondo è attribuito al Manu, ossia il Legislatore Primordiale e Universale. Questo nome è proprio dell’Intelligenza Cosmica e della Luce Spirituale. Nella tradizione giudeo-cristiana il significato del Re del Mondo si esprime attraverso il nome Melchisedech.»

Un appellativo divino a cui per antagonismo si contrappone l’oscuro «re di questo mondo».

Si ringrazia il Canale Youtube di Chiacchiere e Audiolibri di Rosanna Lia per il contributo pubblico svolto.
Buon Ascolto!

Il Re del Mondo

La riconquista di Gerusalemme, capolavoro dello Stupor Mundi

di Andrea Muratore

Nel 1229 Federico II riprese Gerusalemme grazie al negoziato. Mandando un messaggio profondo di civiltà nel dialogo col sultano al-Kamil

11 febbraio 1229, Acri: Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, incontra al-Malik al-Kamil, sultao ayyubide di etnia curda che governava Egitto e Siria. Due sovrani, due mondi, due civiltà in dialogo, dieci anni dopo che al-Kamil aveva avuto un’intensa discussione a Damietta, in Egitto, con San Francesco d’Assisi, l’altro grande personaggio dell’Europa del tempo. Scompare lo scontro di civiltà e nel quadro della Sesta Crociata indetta dai cristiani europei si trova un accordo di pace: Gerusalemme torna in mano cristiana, la diplomazia riesce laddove le armi avevano fallito nei decenni passati alla riconquista musulmana della Città Santa ad opera di Saladino (1187). Il Sultano concesse a Federico il titolo di Re di Gerusalemme che lo Stupor Mundi, sposato con Isabella, la figlia del re Giovanni di Brienne ed erede del Regno di Gerusalemme, da tempo chiedeva per sé.

L’avvicinamento diplomatico tra europei e musulmani, iniziato nel 1192 col trattato tra Riccardo Cuor di Leone e il Saladino che consentiva ai pellegrini cristiani disarmati di raggiungere una Gerusalemme sotto controllo dei sovrani mediorientali, giunse a compimento dopo che nei decenni successivi la Quarta Crociata finì deviata da Venezia contro Costantinopoli e la Quinta, quella di San Francesco, si arenò sulle spiagge d’Egitto. La sesta crociata, quella lanciata nel 1228 da Federico II, sarebbe stata una crociata di pace e diplomazia, il culmine di un lungo confronto epistolare tra lo Stupor Mundi e l’omologo d’Egitto e Siria.

Definito “Anticristo” da Papa Gregorio IX, scomunicato dal pontefice e osteggiato dai guelfi in Italia per il lungo temporeggiamento nel prendere la Croce, tra il 1225 e il 1227 Federico II aveva in realtà tessuto un fine lavoro di diplomazia, promuovendo una corrispondenza epistolare con al-Kamil, uomo che conscio della pressione esercitata sui suoi domini dai nemici di Oriente, dai Turchi ai Mongoli, intendeva raffreddare le tensioni con i sovrani europei, consolidare i ricchi traffici con le Repubbliche Marinare italiane, ridare ordine al Mediterraneo orientale. Obiettivo convergente con quello dello Stupor Mundi, che da Palermo cercava di unire identità europea e proiezione mediterranea per il suo impero, circondandosi di una corte multiculturale in cui guardie e intellettuali arabi avevano un ruolo di primo piano. Federico e al-Kamil, in quel giorno del febbraio 1229, poterono conversare in arabo, lingua conosciuta dal sovrano europeo meglio del nativo tedesco, e il Sultano scoprì nel sovrano europeo un uomo erudito e di cultura, lontano dai rozzi baroni guerrieri con cui i musulmani erano abituati a trattare.

Berardo di Castagna, arcivescovo di Palermo e Tommaso I d’Aquino, conte di Acerra, entrambi figli del dominio normanno di Ruggero II come Federico in cui l’imperatore era cresciuto promuovendo pace e multiculturalismo, nel 1227 andarono in visita diplomatica in Egitto come rappresentanti personali del sovrano per iniziare a preparare lo storico incontro dell’11 febbraio 1229.

Al termine della giornata, complice l’atteggiamento conciliatorio di Federico che i cristiani avrebbero riavuto Betlemme, Nazaret, Lidda, Sidone e Toron (oggi Tibnin), oltre a Gerusalemme, ad eccezione della spianata del Tempio e della moschea al-Aqsà. Ai musulmani era però permesso di accedervi in quanto considerato luogo santo anche da essi. Gerusalemme inoltre veniva ceduta smantellata e indifendibile, come “città aperta”. In cambio, Federico garantì al sultano una tregua decennale e notevoli favori commerciali, che non tardarono a manifestarsi anche attraverso le piazzeforti del Vicino Oriente e di Cipro.

“Nei mesi precedenti la partenza per l’Oriente”, ha sottolineato lo storico Wolfgang Sturner, “Federico aveva presentato la sua impresa molto chiaramente come crociata, come Cristi negotium o Christi servitium. Proprio in conformità a questa linea, dopo il suo ingresso nella città di Gerusalemme, festeggiò il successo come atto miracoloso di grazia divina verso il devoto popolo cristiano e verso il suo umile capo”, sognando addirittura di governare l’impero dalla città ritenuta il cuore del mondo. L’ingresso di Federico a Gerusalemme e i pochi mesi lì trascorsi prima di tornare a sbrigare le grane italiane contro principi e vassalli in fermento e contro la scomunica papale furono costellati dalla grande utopia dello Stupor Mundi. Ovvero l’idea di unire in dialogo i “Popoli del Libro” sotto l’egida dell’impero universale e di portare sul Mediterraneo, cuore del mondo medievale, il baricentro dei domini della casa di Svevia. Plasmando inoltre l’incontro di civiltà come contrappasso al mito del confronto irriducibile con i musulmani. Un sogno che sarebbe durato poco.

Alla morte di al-Kamil, nel 1238, la tregua morì con lui e il dominio cristiano di Gerusalemme finì con la riconquista ayyubide del 1244. Federico II e la sua utopia uscirono sconfitti alla prova della storia, ma hanno contribuito a plasmare il mondo d’oggi e l’idea di un Mediterraneo terreno d’incontro e convivenza. Un faro contro l’idea di un irriducibile confronto tra mondi, accesosi in quel giorno in cui lo Stupor Mundi scoprì nel Sultano che aveva dialogato con San Francesco un interlocutore credibile. Riuscendo, senza spargere una goccia di sangue, a arrivare laddove quattro crociate dopo quella vittoriosa del 1099 avevano fallito.

Fonte: Il Giornale

La riconquista di Gerusalemme, capolavoro dello Stupor Mundi
La riconquista di Gerusalemme, capolavoro dello Stupor Mundi