Gli osservatori devono accettare questa conclusione oggettiva, indipendentemente dai loro sentimenti sulle esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti o sulla posizione nei confronti del conflitto del Kashmir, perché in caso contrario produrranno inevitabilmente valutazioni imprecise della grande strategia indiana, faticando così a prevedere i processi multipolari.
La scorsa settimana, durante una conferenza stampa, il ministro degli Esteri russo Lavrov ha elogiato l’India per aver rifiutato di unirsi alle alleanze degli Stati Uniti contro il suo Paese e la Cina. Secondo il ministro, “volevano attirare l’India nelle loro alleanze anti-Cina e anti-Russia, ma l’India si è rifiutata di aderire a qualsiasi alleanza formata come un blocco politico-militare. Nuova Delhi partecipa solo a progetti economici offerti nel contesto delle strategie indo-pacifiche”. Si tratta di una valutazione accurata che verrà ora analizzata brevemente.
Fino all’ultima fase del conflitto ucraino, scoppiata all’inizio di quest’anno, non era chiaro agli osservatori occasionali se l’India avesse la volontà politica di mantenere le sue decennali relazioni strategiche con la Russia sotto la massima pressione occidentale. Nell’ultimo mezzo decennio, questo Stato dell’Asia meridionale aveva instaurato con successo le proprie relazioni strategiche con gli Stati Uniti, spinti dal desiderio comune di gestire l’ascesa della Cina; ne consegue che esisteva una base credibile per imporre all’America una scelta a somma zero.
Ciò che alla fine si è verificato ha colto tutti di sorpresa, dopo che l’India non solo ha respinto le pressioni senza precedenti degli Stati Uniti per scaricare la Russia, ma ha ampliato in modo completo le loro relazioni strategiche in piena sfida alle richieste di quell’egemone unipolare in declino. Allo stesso tempo, i suoi strateghi hanno saputo bilanciare magistralmente tra il miliardo d’oro dell’Occidente guidato dagli Stati Uniti e la maggioranza globale guidata dai BRICS e dalla SCO, di cui il loro Paese è oggi la voce, per diventare il kingmaker della nuova guerra fredda.
Questo risultato geostrategico non sarebbe stato possibile se l’India avesse accettato di unirsi a una delle due alleanze statunitensi volte a ritardare indefinitamente la transizione sistemica globale verso il multipolarismo. Nonostante i suoi complicati legami con la Cina, l’India ha saggiamente evitato la trappola che gli Stati Uniti le stavano tendendo, secondo la quale Delhi sarebbe diventata il proxy di Washington contro Pechino fino all’ultimo indiano. Allo stesso modo, si è rifiutata di fare qualcosa che andasse a scapito degli interessi del suo partner strategico russo.
Gli ultimi nove mesi hanno indiscutibilmente dimostrato che l’India è davvero un attore indipendente nella transizione sistemica globale, esattamente come il Presidente Putin l’ha elogiata a fine ottobre. Gli osservatori devono accettare questa conclusione oggettiva, a prescindere dai loro sentimenti sulle esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti o sulla posizione nei confronti del conflitto del Kashmir, perché in caso contrario produrranno inevitabilmente valutazioni imprecise della grande strategia indiana, faticando così a prevedere i processi multipolari.
Pubblicato in partnership su One World – Korybko Substack
Sul New York Times Stephen Wertheim spiega come gli Stati Uniti, dopo la fine dell’Unione Sovietica, abbiano riscritto la storia della Seconda guerra mondiale per farne il fondamento delle guerre infinite e del loro dominio globale. Riportiamo ampi brani dell’articolo.
La vittoria della seconda e la paura della terza L’America, scrive Wertheim, uscì vittoriosa dalla Seconda guerra mondiale, ma si conservò “sobria” a motivo delle “ferite” subite; e anche se il trionfo gli consegnò la “leadership mondiale, i suoi leader e i cittadini conservarono la paura di una terza guerra mondiale, che ritenevano tanto probabile quanto oggi sembra impensabile. Ed è forse questa è una delle ragioni per cui è stata evitata la catastrofe”.
“Per quattro decenni, i presidenti americani del dopoguerra si sono resi conto che la guerra calda successiva sarebbe stata probabilmente peggiore della precedente”.
“[…] Lo spettro della guerra su vasta scala ha tenuto sotto controllo le superpotenze della Guerra Fredda. Nel 1950, Truman inviò le truppe le statunitensi a difendere la Corea del Sud dall’invasione del Nord comunista, ma la sua determinazione aveva dei limiti”.
“Quando il generale Douglas MacArthur implorò Truman di bombardare la Cina e la Corea del Nord con 34 bombe nucleari, il presidente lo licenziò. Evocando il ‘disastro della seconda guerra mondiale’, disse alla nazione: ‘Non intraprenderemo alcuna azione che possa gravarci della responsabilità di iniziare una guerra su ampia scala, una terza guerra mondiale’”.
“L’estrema violenza delle guerre mondiali e la previsione di come sarebbe stata la seguente hanno influenzato anche le decisioni del presidente John F. Kennedy durante la crisi dei missili cubani”.
Dalla memoria al trionfo morale, dalla guerra ai videogiochi Così durante la Guerra Fredda. Ma, prosegue Wertheim, “la memoria non è mai statica. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e con il passare delle generazioni, la Seconda guerra mondiale fu rimodellata e presentata come un trionfo morale e non più come memento”.
“Negli anni ’90, un’ondata di film, di saggi storici e di libri iniziò a celebrare la ‘generazione magnifica’, mentre il giornalista Tom Brokaw consacrava coloro che avevano portato alla vittoria l’America. Sotto la loro leadership, gli Stati Uniti avevano salvato il mondo e fermato l’Olocausto, che retrospettivamente era diventato lo scopo essenziale della guerra, anche se fermare l’assassinio di massa degli ebrei europei non fu il vero motivo per cui gli Stati Uniti entrarono in guerra”.
“Una nuova generazione, non toccata affatto dalla grande guerra tra potenze, rimodellò il passato, celebrando la generazione precedente, ma semplificando le esperienze spesso varie e dolorose” di chi l’aveva vissuta.
“In questo contesto, la doppia lezione delle guerre mondiali – la richiesta all’America a guidare il mondo, ma avvertirla di non esagerare – si è ridotta a un’esortazione risoluta a sostenere e persino a espandere il potere americano. I presidenti iniziarono a invocare la seconda guerra mondiale per glorificare i combattimenti e giustificare il dominio globale americano”.
“Nell’anniversario di Pearl Harbor nel 1991, George HW Bush disse al paese che ‘l’isolazionismo favorì la creazione dei bombardieri che attaccarono i nostri uomini 50 anni fa’. Nel 1994, nel corso della commemorazione del 50° anniversario del D-Day, Bill Clinton ricordò come le truppe alleate si fossero unite ‘come le stelle di una maestosa galassia‘ e ‘hanno scatenato la loro furia democratica‘, una battaglia proseguita anche successivamente”.
“Nel 2004 fu eretto l’imponente World War II Memorial […] Inaugurando tale memoriale, a un anno dall’invasione dell’Iraq, George W. Bush, ebbe a dire: ‘Le scene dei campi di concentramento, i cumuli di corpi e gli spettrali sopravvissuti hanno confermato per sempre la chiamata dell’America a opporsi alle ideologie della morte’. Prevenire il ripetersi della seconda guerra mondiale non comportava più la necessaria prudenza; significava rovesciare i tiranni”.
Tutto ciò avveniva mentre la prospettiva del ripetersi di un conflitto su ampia scala andava svaporando. perché “la Russia post-sovietica vacillava e la Cina era ancora preda della povertà, “tanto che gli studiosi iniziarono a parlare dell’obsolescenza dell’idea stessa di una grande guerra”.
Costi e conseguenze di una guerra Insieme a tale prospettiva si perse anche quella “di dover pagare costi significativi per le decisioni riguardanti la politica estera. Da quando la guerra del Vietnam sconvolse la società americana, i nostri leader hanno preso provvedimenti che avevano lo scopo di isolare l’opinione pubblica americana dai danni dei conflitti, grandi o piccoli che fossero: la creazione di un’esercito di soli volontari ha eliminato la leva; la potenza aerea ha offerto la possibilità di bombardare gli obiettivi da altitudini sicure; l’avvento dei droni ha permesso di uccidere con il solo telecomando”.
“[…] Non doversi preoccupare degli effetti delle guerre – a meno che non ci si arruoli per combatterle – è quasi diventato un diritto di nascita degli americani”. Ma ora quel diritto “è finito” ed è arrivato il “tempo di pensare alle conseguenze”.
“[…] Da quando, negli ultimi anni, le relazioni internazionali si sono deteriorate, i critici del primato globale degli Stati Uniti hanno spesso avvertito dell’incombenza di una nuova guerra fredda. Sono stato tra questi”, ma tale prospettiva “in qualche modo sottovalutava il pericolo”.
Infatti, “le relazioni con Russia e Cina non danno alcuna garanzia su tale prospettiva ‘fredda’. Durante l’originale Guerra Fredda, i leader e i cittadini americani sapevano che la sopravvivenza della nazione non era inevitabile. La memoria della violenza che aveva straziato il mondo era stata conservata e come memento di un destino fin troppo possibile nel caso di uno scontro tra superpotenze, e ciò fino alla sua sorprendente fine del 1989”.
“Oggi gli Stati Uniti si sono assunti nuovamente l’onere di contrastare le ambizioni dei governi di Mosca e Pechino. Quando lo hanno fatto in precedenza, vivevano all’ombra della guerra mondiale e hanno agito conservando una genuina e sana paura dell’altro. Oggi, dovremo apprendere tali lezioni senza quell’esperienza”.
Non solo, si può aggiungere che la hubrys degli anni precedenti, nei quali gli Stati Uniti si sono mossi in maniera sconsiderata, nulla importando dei limiti e delle conseguenze delle loro azioni, aumenta i pericoli di questa nuova fase.
Giustamente, Wertheim ricorda come Biden più volte abbia frenato su certe forzature, evocando il rischio della terza guerra mondiale (imposizione di una no fly zone sull’Ucraina, invio di missili a lunga gittata). Ma Biden è debole e i falchi, negli Usa e nella Nato, sono forti.
E gli imprevisti, nel corso di una guerra, appartengono alla normalità, con pericoli aumentati dalle spericolate forzature dei falchi di cui sopra (si ricordi il recente caso dei missili russi, cioè ucraini, caduti in Polonia). Le conclusioni le lasciamo ai lettori.
Le armi che la Nato fornisce agli ucraini stanno confluendo attraverso canali segreti, ma non troppo, verso il Terrore internazionale. Una prospettiva sulla quale tanti avevano dato l’allarme, ma che ora si è fatta concreta.
Attacchi terroristici e armi NATO Ad avvertire del pericolo è stato il presidente della Nigeria Muhammadu Buhari nel corso del 16° vertice dei capi di Stato e di governo della Commissione per il bacino del lago Ciad (LCBC) che si è tenuto ad Abuja.
La regione del Lago Ciad è un’area economicamente e socialmente integrata dell’Africa occidentale e centrale, che si trova a cavallo tra Camerun, Ciad, Niger e Nigeria, Paesi che hanno creato una forza comune per far fronte al Terrore che vi imperversa.
Così Buhari nel suo intervento: “Nonostante i successi registrati dalle truppe della Multinational Joint Task Force (MNJTF) e le varie operazioni nazionali in corso nella regione, le minacce terroristiche incombono ancora sulla regione. Sfortunatamente, la situazione nel Sahel e la guerra che infuria in Ucraina sono le principali fonti di armi e di combattenti che stanno rafforzando le fila dei terroristi nella regione” (al Manar).
Non c’è nulla di imprevisto in tutto questo. Nessuno sa che fine facciano le armi che vengono spedite in Ucraina, di cui tante certo arrivano al fronte (quando non sono distrutte dai russi durante il trasporto), ma altre vengono vendute al mercato nero, disperdendosi così in rivoli che arrivano in tutto il mondo.
anto che i repubblicani Usa hanno chiesto un monitoraggio più stretto degli armamenti inviati a Kiev. Un disegno di legge del quale si è occupato un recente articolo del Washington post, che riferisce le preoccupazioni sul punto di alcuni esponenti politici americani, per concludere che, nonostante il Pentagono abbia inviato alcuni ispettori a monitorare le spedizioni, non si è fatto granché.
Due ispezioni per 22mila armi “All’inizio di novembre, – si legge sul Washington Post – gli osservatori statunitensi avevano fatto solo due ispezioni di persona da quando è iniziata la guerra nel febbraio scorso, e ciò rappresenta circa il 10% delle 22.000 armi fornite dagli Stati Uniti, compresi i missili terra-aria Stinger e i missili anticarro Javelin, che richiederebbero un controllo più accurato”.
Sulla violenza dispiegata dai terroristi che operano nel bacino del Ciad – Boko Haram e altri gruppi nati da tale matrice – poco si narra sui nostri media, se non quando le loro efferatezze arrivano al parossismo – come l’attacco al villaggio di Baga, in Nigeria, costato la vita a oltre duemila persone. E a volte si dice dell’efferatezze compiute contro i bambini, rapiti per farne bambini-soldato e attentatori kamikaze oppure delle “spose” nel caso delle bambine.
Potremmo elencare una serie di attentati a villaggi, città, chiese, scuole, ma ci limitiamo a riportare un cenno meno cruento e più recente, ripreso da un rapporto ripreso dal sito Amani.
“La violenza perpetrata dai gruppi terroristici che operano nel bacino del lago Ciad ha ulteriormente aggravato la situazione umanitaria nella regione, sfollando quasi tre milioni di persone, secondo le Nazioni Unite. A causa della terribile situazione della sicurezza alimentare, si dice che anche che circa 11 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria”.
Le armi ucraine non arrivano solo nel bacino del Ciad, si stanno disperdendo altrove nel mondo, in maniera minacciosa. E prima o poi saranno utilizzate anche contro chi le ha inviate, come insegna la storia dei mujaheddin afghani.
La lotta contro la tirannia, come tale è presentato il sostegno dell’Occidente a Kiev, ha i suoi lati oscuri.
La Russia non si sta “sganciando” dalla Cina, ma si sta attivamente diversificando da essa con l’intento di scongiurare in modo duraturo lo scenario di una dipendenza potenzialmente sproporzionata dalla Repubblica Popolare, prima compensata dal fatto che l’India funge da valvola alternativa della Russia rispetto alle pressioni occidentali. L’espansione completa della connettività economica con l’India attraverso il Corridoio di trasporto Nord-Sud completa gli sforzi della Russia con l’Iran per creare un nuovo asse eurasiatico che acceleri le tendenze multipolari.
Rapporto rivelatore della Reuters
All’inizio della settimana, la Reuters ha riferito che la Russia ha condiviso con l’India un elenco di 14 pagine di oltre 500 prodotti industriali e materie prime che spera che il suo partner dia priorità all’esportazione nel prossimo futuro. Le fonti non citate dell’agenzia hanno affermato che si tratta di “parti di automobili, aerei e treni” e di “materie prime per la produzione di carta, sacchetti di carta e imballaggi per i consumatori, nonché di materiali e attrezzature per la produzione di tessuti, compresi filati e tinture”.
Nessuna delle due parti ha reagito al rapporto, ma la Reuters ha condiviso i seguenti dati che suggeriscono l’interesse dell’India a soddisfare la richiesta: “Le importazioni indiane dalla Russia sono cresciute di quasi cinque volte, raggiungendo i 29 miliardi di dollari tra il 24 febbraio e il 20 novembre, rispetto ai 6 miliardi dello stesso periodo di un anno fa. Le esportazioni, invece, sono scese a 1,9 miliardi di dollari da 2,4 miliardi, ha dichiarato la fonte. Secondo la fonte governativa, l’India spera di aumentare le proprie esportazioni fino a quasi 10 miliardi di dollari nei prossimi mesi, grazie all’elenco di richieste della Russia”.
Questi dati dimostrano che la Russia sta sostanzialmente chiedendo all’India di aumentare le sue esportazioni di cinque volte, il che aiuterebbe a soddisfare le esigenze materiali di Mosca di fronte alle sanzioni occidentali, aiutando al contempo Delhi a far fronte al crescente deficit commerciale. Gli interessi economici, tuttavia, non sono gli unici che verrebbero serviti da questa situazione, poiché la lista dei desideri riportata è in realtà strategicamente significativa nel contesto più ampio della Nuova Guerra Fredda.
L’ascesa dell’India come grande potenza di rilevanza mondiale
La neutralità di principio dell’India nei confronti del conflitto ucraino, che in questo momento è la principale guerra per procura nella lotta mondiale tra il miliardo d’oro dell’Occidente guidato dagli Stati Uniti e il Sud globale guidato congiuntamente dai BRICS e dalla SCO nel corso della transizione sistemica globale, è stata responsabile dell’ascesa astronomica di questo Stato dell’Asia meridionale come Grande Potenza di rilevanza globale. I lettori che non se ne sono ancora resi conto dovrebbero rivedere le seguenti analisi per aggiornarsi:
“Tre articoli recenti dimostrano che il mondo sta finalmente apprezzando il ruolo di equilibratore dell’India”.
“Analizzare l’interazione tra Stati Uniti, Cina, Russia e India nella transizione sistemica globale”.
“Conviviale: La candida risposta dell’India alle critiche occidentali sulla sua politica russa”.
“L’Economist si sbaglia: l’India non è ‘inaffidabile’”.
“Korybko a Rajagopalan: la neutralità di principio dell’India garantisce effettivamente la sua sicurezza”.
L’ultimo pezzo comprende un elenco di quasi quattro dozzine di analisi correlate per quei lettori intrepidi che vogliono saperne di più su come la partnership strategica russo-indiana abbia letteralmente cambiato il corso degli affari globali. Tra le analisi più direttamente attinenti al presente articolo vi è quella su come “Russia, Iran e India stanno creando un terzo polo d’influenza nelle relazioni internazionali“, che assume un’importanza maggiore alla luce di una recente dichiarazione di un importante funzionario iraniano.
Il nuovo asse eurasiatico
Il capo dell’Organizzazione per la promozione del commercio del Paese, Alireza Peyman-Pak, ha dichiarato al Forum-Esposizione internazionale degli industriali russi che “abbiamo raggiunto accordi quadro sulle questioni relative a progetti congiunti di costruzione e progettazione, progettazione e produzione congiunta di turbine, costruzioni navali, materiale rotabile, costruzione di elicotteri e aerei, jet, nonché trattori e attrezzature per l’agricoltura”. Questa rivelazione completa l’elenco di richieste che la Russia avrebbe fatto all’India.
Se si uniscono le due cose, appare chiaro che la Russia mira ad accelerare la nascente connettività economica globale tra sé, l’India e l’Iran, facendo esportare le proprie merci alle due Grandi Potenze partner lungo il Corridoio di Trasporto Nord-Sud (NSTC). Questa rotta è prevista come base fisica di un Nuovo Asse Eurasiatico che massimizzerà le capacità di bilanciamento della Russia nei confronti della Cina, scongiurando in modo sostenibile lo scenario di una potenziale dipendenza sproporzionata da questo Paese.
Questa possibilità è già stata compensata dal fatto che l’India è stata la valvola di sfogo della Russia dalla pressione delle sanzioni occidentali all’inizio della sua operazione speciale, eliminando così preventivamente questo scenario dall’equazione strategica, ma deve essere sostenuta in modo tangibile, ergo i piani di Mosca per accelerare la connettività economica completa con Delhi attraverso il NSTC, come guidato dalla sua lista di richieste. Per addolcire l’affare, c’è anche la possibilità di aggiungere un’allettante dimensione energetica a questo asse emergente.
Geopolitica energetica
La notizia dell’estate scorsa secondo cui Gazprom si sarebbe impegnata a investire 40 miliardi di dollari nel settore energetico iraniano ha aumentato notevolmente la probabilità di uno scambio di risorse tra i due Paesi per soddisfare in modo più efficiente il crescente fabbisogno dell’India. L’unione trilaterale del gas che il Presidente Putin ha proposto all’inizio di questa settimana durante un incontro con il suo omologo kazako tra i loro Paesi e l’Uzbekistan potrebbe integrare quanto sopra facilitando la costruzione di un gasdotto trans-afghano verso l’India attraverso il Pakistan.
Questa valutazione è stata condivisa da Alexey Grivach, vice capo del Fondo nazionale per la sicurezza energetica ed esperto del prestigioso Valdai Club, riconosciuto come il think tank più influente della Russia. Secondo Grivach, “per poter accedere (direttamente) al [mercato dell’Asia meridionale], dobbiamo coinvolgere il Turkmenistan nel progetto e risolvere il problema della sicurezza in Afghanistan. Il lavoro in questa direzione è già in corso, ma è ovvio che si tratta di un compito molto difficile.
Questa intuizione aggiunge un contesto più profondo ai legami amichevoli della Russia con i Talebani e al suo riavvicinamento con il Pakistan nell’ultimo mezzo decennio, il primo dei quali considera la Grande Potenza eurasiatica come il partner prioritario per il suo atto di bilanciamento geoeconomico, mentre il secondo ha mantenuto relazioni pragmatiche con Mosca nonostante il colpo di Stato post-moderno orchestrato dagli Stati Uniti in aprile e rimane interessato a concludere accordi energetici. Come ha detto Grivach, “si tratta di un compito molto difficile”, ma non impossibile e, se riuscisse, aiuterebbe l’India.
L’obiettivo di richiamare l’attenzione sulle suddette possibilità è quello di sottolineare che la Russia sta dando priorità alla connettività tra le metà settentrionale e meridionale dell’Eurasia, al fine di integrare i corridoi esistenti tra Est e Ovest, il che serve anche a bilanciare in modo più sostenibile la Cina. La geopolitica energetica della Russia con la Cina e l’India è reciprocamente vantaggiosa, ma la tendenza generale è che l’India sta rapidamente sostituendo la Cina come partner più affidabile della Russia nel mondo.
L’India è un partner più affidabile per la Russia di quanto lo sia la Cina
La tacita adesione della Cina alle sanzioni anti-russe e la sua riferita pausa delle importazioni di petrolio in vista dell’incombente tetto dei prezzi dell’Occidente (nonostante queste ultime siano solo minime rispetto alle importazioni dagli oleodotti) si verificano nel corso delle discussioni con gli Stati Uniti per una nuova distensione. Questi colloqui sono stati catalizzati dalle conseguenze sistemiche del conflitto ucraino, che si sono sommate a quelle precedenti della guerra commerciale e del COVID, rendendo la Repubblica Popolare strategicamente più vulnerabile che mai negli ultimi 50 anni.
Per essere assolutamente chiari, il risultato potenziale di un accordo tra queste due superpotenze per una serie di compromessi reciproci volti a ristabilire l’equilibrio degli interessi tra loro non dovrebbe avvenire a spese delle relazioni strategiche della Cina con la Russia. Tuttavia, Mosca è consapevole di queste dinamiche emergenti e cerca comprensibilmente di riequilibrare in modo proattivo i propri interessi di conseguenza, al fine di tutelarsi dai rischi latenti, da qui l’impazienza con cui prevede di intensificare i legami economici con l’India.
Questo Stato dell’Asia meridionale ha respinto tutte le pressioni degli Stati Uniti per prendere le distanze dalla Russia e ha invece raddoppiato il suo impegno per espandere in modo globale le relazioni strategiche con Mosca, nonostante la vicinanza di Delhi con il Miliardo d’oro. La Cina, invece, nonostante la vicinanza con la Russia, rispetta tacitamente le sanzioni anti-russe e sta discutendo con gli Stati Uniti per “normalizzare” le loro relazioni. Tuttavia, né l’India né la Cina stanno “tradendo” gli Stati Uniti o la Russia, poiché ciascuna di esse sta semplicemente riequilibrando le proprie strategie.
Screditare le speculazioni su un “disaccoppiamento” russo-cinese
La transizione sistemica globale verso il multipolarismo ha preceduto di gran lunga l’operazione speciale che la Russia è stata provocata dalla NATO ad avviare in Ucraina, ma è stata accelerata senza precedenti da quest’ultima, dopo la quale i processi caotici si sono moltiplicati in tutto il mondo e hanno portato a reazioni inaspettate da parte di attori chiave. Nessuno aveva previsto che l’India sarebbe intervenuta per scongiurare preventivamente la dipendenza potenzialmente sproporzionata della Russia dalla Cina, né aveva previsto che la Cina avrebbe poi cercato di ricucire i suoi legami con gli Stati Uniti.
Questi due sviluppi interconnessi possono essere descritti come tra i più significativi cigni neri emersi dall’ultima fase del conflitto ucraino, in quanto nessuno se li aspettava eppure hanno finito per avere un impatto importante sul corso delle relazioni internazionali. Tornando all’evento di cronaca che ha ispirato il presente pezzo, si tratta del grande contesto strategico in cui la Russia avrebbe chiesto all’India di quintuplicare le sue esportazioni.
La Grande Potenza eurasiatica non si sta “sganciando” dalla Repubblica Popolare, ma si sta attivamente diversificando da essa con l’intento di scongiurare in modo duraturo lo scenario della sua dipendenza potenzialmente sproporzionata dalla Cina, prima compensata dall’India che funge da valvola di sfogo alternativa della Russia rispetto alle pressioni occidentali. L’espansione completa della connettività economica con l’India attraverso la NSTC completa gli sforzi della Russia con l’Iran per creare un nuovo asse eurasiatico che acceleri le tendenze multipolari.
Riflessioni conclusive
L’esito previsto è che questi tre partner formino collettivamente un terzo polo d’influenza nell’ordine mondiale emergente per infliggere un colpo mortale alla gestione finora de facto delle relazioni internazionali da parte del duopolio sino-americano attraverso il loro sistema di bi-multipolarità. Ognuno di loro ha interesse a che la transizione sistemica globale superi la suddetta impasse per continuare la sua evoluzione verso la tripolarità prima della sua forma finale di multipolarità più complessa (“multiplexity”).
Proprio come le discussioni in corso tra Cina e Stati Uniti su una nuova distensione non sono intese da Pechino a spese della Russia, dell’India o dell’Iran, né i movimenti coordinati di questi tre paesi verso la tripolarità/multipolarità sono intesi a spese della Cina. In virtù del fatto che la Cina è praticamente una superpotenza e che queste tre sono Grandi Potenze, hanno naturalmente interessi sistemici diversi a causa della loro diversa posizione nella gerarchia internazionale de facto.
Queste sono le grandi dinamiche strategiche che presumibilmente esistono, la cui analisi dettagliata nel corso del presente articolo dovrebbe, si spera, fornire agli osservatori una comprensione più profonda degli interessi correlati di ciascuna parte. Nessuno dei due dovrebbe essere giudicato o sospettato di “tradire” l’altro, poiché stanno semplicemente perseguendo i loro interessi così come li intendono. Tutti e quattro continuano a impegnarsi nello spirito del multipolarismo, ma lo fanno in modo diverso, il che dovrebbe essere riconosciuto e non negato.
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Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov afferma che la NATO ha violato tutti i suoi obblighi nel Trattato di Istanbul e si sta espandendo a est, e avverte dei suoi movimenti ostili al largo della costa cinese.
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha dichiarato oggi, giovedì, che la NATO si sta avvicinando ai confini della Federazione Russa e sta rafforzando le sue capacità offensive.
Lavrov ha spiegato, durante una conferenza stampa sulle questioni di sicurezza europea, che “la NATO sta causando distruzione e sofferenza”, osservando che “la NATO ha violato tutti i suoi obblighi del Trattato di Istanbul e si sta espandendo verso est”. Ha continuato, “I giochi della NATO con il fuoco al largo delle coste della Cina comportano rischi per la Russia. Pertanto, Mosca sta intensificando la sua cooperazione con Pechino. Guardando la retorica che esce da Washington, Bruxelles, Australia, Canada e Londra, il Mar Cinese Meridionale è ora una delle aree in cui la NATO non smette mai di aumentare le tensioni”. Lavrov ha aggiunto: “Sappiamo quanto sia seria la Cina nell’affrontare tali provocazioni, per non parlare di Taiwan e dello Stretto di Taiwan, e ci rendiamo conto che i giochi di fuoco della NATO da quelle parti rappresentano una minaccia e un rischio anche per la Russia, poiché è vicina alle nostre coste e mari, così come è vicino al territorio cinese, quindi stiamo lavorando allo sviluppo della cooperazione militare con la Cina. E il ministero della Difesa russo ha annunciato, mercoledì, che i bombardieri strategici delle forze aeree russa e cinese hanno condotto pattugliamenti congiunti durati circa 8 ore sul Mar del Giappone e sul Mar Cinese Orientale.
È interessante notare che più di 2.000 soldati cinesi si sono uniti alla Russia a settembre per partecipare alle esercitazioni “Vostok 2022”, che sono durate 7 giorni e si sono svolte nel distretto militare dell’Estremo Oriente in Siberia, al largo delle coste dei mari del Giappone e di Okhotsk.
Il ministro degli Esteri russo ha affermato che l’Occidente a guida USA “stava scommettendo sull’imposizione della sua egemonia nel mondo”, aggiungendo che “l’Occidente stava cercando di impedire alla Russia di mantenere la sua posizione, sia in Europa che nel mondo”.
Lavrov ha sottolineato che “l’Occidente ha seguito l’approccio di mantenere accordi e trattati come semplice inchiostro sulla carta”.
Pochi giorni fa, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha affermato che il comando militare della Nato potrebbe inviare forze aggiuntive nell’ala orientale, se necessario, rivelando che ci sono 40.000 soldati all’interno del comando Nato a est, sostenuti da grandi forze aeree e navali. Lavrov ha detto che le potenze nucleari devono evitare qualsiasi scontro militare, perché l’escalation potrebbe diventare “fuori controllo”.
Nel contesto, il ministro della Difesa bielorusso Viktor Khrenin ha annunciato, ieri, giovedì, che il suo Paese sta osservando un aumento senza precedenti della presenza delle forze USA e NATO nell’Europa orientale.
Fratria intervista Massimo Selis, i Tempi Ultimi e la chiamata alla “comunione”
Massimo Selis, articolista, attualmente capo redattore del quotidiano Idee&Azione, regista e produttore cinematografico.
I tumulti di questo tempo, come anche questo breve momento di “quiete apparente”, vanno letti come un Segno di natura soprannaturale. Chiamano le persone ad una scelta radicale, ad una metanoia.
“L’uomo nobile ha la sensazione di essere lui a stabilire i valori. Fede in se stessi, orgoglio in se stessi, ostilità di fondo e ironica a ogni “abnegazione”, tale è il fatto della morale aristocratica.”
Essere orgogliosi di essere europei? Sì, probabilmente, ma direi piuttosto felice, molto felice di esserlo. Puoi solo essere veramente orgoglioso di ciò che hai realizzato tu stesso. Di quello che abbiamo fatto, non di quello che siamo. Più in generale, viviamo in un’epoca di orgoglio malriposto. È una conseguenza dell’individualismo. Essere orgoglioso di te stesso alla fine significa che sei molto felice con te stesso, che ti apprezzi molto. L’attuale mania per l'”orgoglio” riflette l’appetito americano per l’orgoglio, che dice quello che è: mentre “fier” si dice essere orgoglioso, l’orgoglio significa solo “arresto”.
Alain de Benoist, “Esilio interno. Quaderni intimi”
l’uomo è, in GENERALE, nel suo insieme, superiore alla tigre…ma in un ipotetico scontro a livello corporeo, è probabile che possa avere la peggio, perché la tigre, in qualche aspetto PARTICOLARE, è superiore all’uomo
lo stesso con i demoni / jinn: l’uomo è superiore in generale, ma può soccombere in uno scontro a livello psichico, perché lì il demone / jinn gli è superiore
ecco perché la pratica spirituale e iniziatica deve riguardare tutti i domini dell’uomo: corporeo, psichico, spirituale
Conobbi Silvano Panunzio nell’autunno del 1987 in quel di Roma nella sua casa-biblioteca al quartiere Flaminio. Fu un incontro breve ma folgorante e di cui conservo ancora riconoscente memoria, sia per il calore e la simpatia con cui venni ricevuto, sia per il fatto di trovarmi finalmente a tu per tu con l’autore di quei magnifici saggi di sintesi universale e di scienza e sapienza «totale» che sono le sue due più importanti opere, Contemplazione e Simbolo, Summa iniziatica Orientale-Occidentale (Volpe, Roma 1976; II ed. Simmetria, Roma 2014) e Metapolitica, dalla Roma Eterna alla Nuova Gerusalemme (Il Babuino, Roma 1979; II ed. Iduna, Milano 2019). Avevo allora ventitré anni, e da oltre dieci mi dedicavo con giovanile entusiasmo allo studio del paranormale e dell’esoterismo. In verità, non avevo trascurato neppure la teologia e la filosofia di cui avevo letto più di qualche “classico” e naturalmente la storia delle religioni nelle esposizioni di Mircea Eliade e di Raffaele Petazzoni. Avevo insomma un bagaglio di conoscenze assai vario e genericamente vasto, anche se nel complesso – oggi posso riconoscerlo con sereno distacco – piuttosto superficiale. Sapevo molto, ma in realtà ero ancora, per dirla con san Paolo, «tra coloro che stanno sempre lì ad imparare, senza riuscire mai a giungere alla conoscenza della verità» (2 Tim. 3,7). Di questo mi resi subito conto quando cominciai a dialogare con Panunzio che era uomo dalla cultura enciclopedica, quasi biblioteca vivente, sottoponendolo ad un vero e proprio fuoco di fila di domande. In un’ora e mezza circa, tanto durò il nostro primo incontro, imparai più cose di quante non ne avessi apprese nei miei dieci anni di studi più o meno frettolosi. Quel breve incontro fu per me una vera rivelazione: a partire da quel momento ogni cosa, da me stesso, alla mia vita, alle mie idee e ai miei ideali mi sembrava finalmente più chiara. Non saprei dire cosa pensasse di me Panunzio in quel momento, certo è che io di lui mi feci subito l’idea dell’esperto pedagogo, del maestro di vita, del grande educatore. Gli volli subito bene, come si può voler bene ad un padre e ad un maestro. Di lui mi piacquero immediatamente il fare cavalleresco, l’umorismo garbato e benevolo – il solo capace di spezzare la pesante gravità degli innumerevoli dottrinari -, la natura unisona di persona, per dirla con Eckhart, «a suo agio nei propri cardini». Le indicazioni e il programma di vita che il Panunzio-educatore mi invitava ad adottare posso riassumerle brevemente in tre punti. Il primo: rafforzare i legami famigliari praticando la confuciana, ma anche cristianissima ed evangelica «pietà filiale»; il secondo: dedicarsi almeno a una attività fisica o sportiva prendendo a modello il tipo del cavaliere o del guerriero o, a piacimento, tenendo ben presente l’indicazione paolina dell’ «uomo di Dio» al tempo stesso «atleta» e «milite»; il terzo: tornare a studiare all’Università – all’epoca avevo abbandonato, sulla scia di un Evola di cui ero appassionato lettore e ammiratore, il modello accademico in favore di quello autodidatta – per consolidare la preparazione culturale e dare maggiore rigore agli intrapresi «studi tradizionali». Tutte queste indicazioni o per meglio dire esortazioni, dovevano servire da una parte a fare di me un uomo e dall’altra a tirarmi fuori dalle nebbie e dai veleni dell’immaginario fantastico. A questo proposito ricordo che Panunzio mi suggerì di smettere, almeno per un periodo di tempo, la lettura di libri «esoterici» per sgombrare la mente, mi diceva, “da ubbie, fisime e fantasmi di ogni genere, esiziali, per non dir peggio, per la stessa salute mentale”. Nello stesso tempo il Professore – così lo chiamavano amabilmente gli amici – mi spingeva verso l’approfondimento della tradizione cristiana e cattolica. Ed era su quest’ultimo punto che il Panunzio-educatore cedeva il posto al Panunzio pneumatophoros, al Panunzio teodidatta che sulla scorta di un’esperienza spirituale intima e personalissima, era capace di indicare la strada, certo impervia e quasi tutta da percorrere, verso la conoscenza (gnosi). Questa sua straordinaria capacità di trasmettere la conoscenza, non potrei definirla che «arte mistagogica», il mystagogos essendo quegli che è già idoneo a «condurre» altri per essere «iniziati». E «catechesi mistagogica», affatto soggettiva e ultrapersonale, è pure tutta l’opera scritta di Panunzio che comprende oltre i due su citati i seguenti volumi: Cristianesimo giovanneo, Luci di Ierosofia (Cantagalli, Siena 1989, Arkeios, Roma 2022); Cielo e Terra, Poesia, Simbolismo, Sapienza nel Poema Sacro (Metapolitica, Roma 1989; II ed. Simmetria, Roma 2019); La Conservazione Rivoluzionaria, dal dramma politico del Novecento alla svolta Metapolitica del Duemila (Il Cinabro, Catania 1996); Terra e Cielo, dal nostro Mondo ai Piani Superiori (Cantagalli, Siena 2002); Vicinissimi a Dio, Summa Sanctitatis (Cantagalli, Siena 2004); Metafisica del Vangelo Eterno (Metapolitica, Roma 2007; Simmetria, Roma 2019); La Coralità Celeste Superdivina (Metapolitica, Roma 2010).
Quale giovamento io abbia tratto dalla lettura delle suddette opere non mi è possibile dire in queste necessariamente brevi e disarticolate considerazioni. Ciò che invece mi sento di affermare, senza enfasi né intenzioni adulatorie, è che Panunzio in tutte queste opere dimostra di essere un vero sapiente. E ciò non può essere che in forza di un carisma di cui la sua vita è stata prova e i suoi scritti testimonianza. Sull’opera scritta di Panunzio occorrerà a questo punto che io spenda qualche parola, limitandomi qui a poche ed essenziali linee interpretative in grado di fornire a chi legge un’idea generale e al tempo stesso sintetica di ciò di cui si tratta, anche e soprattutto alla luce di quel che il medesimo Panunzio ha confermato, suggerito o detto nei nostri numerosi incontri e colloqui.
Dunque, l’elemento centrale che emerge da tutti gli scritti di Panunzio è l’interesse preminente per la totalità del Mistero, centro nevralgico di tutta la sua indagine metafisica e speculativa. E nel far questo egli ha chiamato a raccolta, e non sembri un’iperbole, l’intera umanità. Infatti, non v’è quasi autore, pensatore, filosofo, sapiente, mistico, religioso, poeta, artista, scienziato dei più noti e anche dei meno noti e comunque dei più rappresentativi della varietà e vastità del genere umano e dell’umano pensiero che egli non abbia citato o di cui non abbia parlato cercando di vedere le cose da una molteplicità di angoli prospettici. Epperò qui, fuor da ogni tentazione relativista o riduzionista, ogni sua visione o discorso è come messo al servizio di quel Gesù, maestro incomparabile, di cui egli si è sempre professato «innamorato». Ammesso e non concesso che le formule possano servire a indicare un’idea o la vastità di un pensiero, allora quello di Panunzio potrebbe definirsi come un «universalismo cristocentrico», un universalismo cioè fondato sul mistero di Gesù Cristo “uomo cosmico”. Posizione questa che potremmo definire analoga, non identica, a quella di due poderosi pensatori e scrittori cristiani, molto lontani nel tempo l’uno dall’altro, ma speculativamente prossimi: l’italiano San Bonaventura da Bagnoregio e il russo Vladimir Serghievic Soloviev, entrambi rappresentativi di un cristianesimo più cosmico-metafisico che filosofico o teologico in senso stretto. L’orientamento dottrinario di Panunzio si è dunque fondato metafisicamente sul Mistero della persona cosmica di Cristo, ovvero sul Verbo-Messia eterno annunciato nel Prologo del Quarto Vangelo attribuito a San Giovanni, il più «gnostico» degli evangelisti. Ed è proprio sulle orme dell’Apostolo e Presbitero Giovanni e sul di lui magistero, che Panunzio ha scandagliato il mistero dell’Identità Divina, gettando nuova luce sul dogma dell’Incarnazione. Su questo punto è forse appena il caso di far notare che il discorso di Panunzio, pur nell’arditezza di tesi che si sono spinte fino alla teorizzazione dionisiana di un YperChristos sovrareligioso e sovraconfessionale, resta sempre e comunque rigorosamente cattolico e mai si discosta dal Magistero tradizionale della Chiesa. Fermo restando che per lui la «vera ortodossia» non si irrigidisce negli interdetti, né si limita al rispetto e all’osservanza della retta dòxa cristiana, ma si estende alla stessa «imitatione Christi» o conformità al mistero della Sua divina Persona e ancor di più alla sua «nascita eterna» (Eckhart) in ciascuno di noi, mercé la deificazione o Identità «teandrica». Tale misteriosa identificazione, vertice della scala paradisi, per Panunzio non è certo l’Identità Suprema, ontica, postulata dall’India metafisica, ma l’infinito avvicinamento per gradi al supremo Spirito di Dio. Inoltre, Panunzio nei suoi scritti lascia chiaramente intendere che tale «identificazione» non è il risultato di un impossibile sforzo individuale (ascesi), ma la conseguenza di un eccezionale carisma personale aperto alla dimensione escatologica e alla misteriosa presenza del Verbo in ogni uomo.
Quella che Panunzio ci presenta è dunque una dottrina cristiana esotericamente e metafisicamente completa sia dal punto di vista teorico che da quello della realizzazione spirituale, dove trovano posto la teologia negativa o «apofatica» della Chiesa Latina, dallo Pseudo Dionigi ai mistici renani, e la teologia mistica della Chiesa d’Oriente, da San Gregorio Nazianzeno a Soloviev. Massimalismo spirituale, metafisico e religioso quello di Panunzio dunque, ma anche e soprattutto massimalismo escatologico e profetico. E proprio su quest’ultimo aspetto emerge la caratteristica più importante della personalità e dell’opera di Panunzio: la sua vocazione escatologica. Alla maniera delle grandi anime russe anch’egli ha avuto una disposizione d’animo apocalittica unitamente ad una straordinaria sensibilità escatologica e tensione verso il futuro. Tuttavia questo suo spirito apocalittico è sempre stato accompagnato dalla certezza di una realtà trasfigurata e trasfigurante che verrà a scalzare definitivamente tribolazione e sofferenza allorquando (Ap. XXI-4) «tutte le lacrime saranno asciugate» in terra e nei cieli. Il telos dell’uomo è per Panunzio la resurrezione e una coerente antropologia cristiana a suo giudizio non può che fondarsi sul mistero del «corpo glorioso» o «corpo di resurrezione» di Cristo, unico vero essere vivente del Cosmo. Oltre la tragi-commedia della storia profana destinata a scomparire nella polvere (“polvere siete e polvere ritornerete”), per Panunzio è possibile scorgere il Regno di Dio che è al di sopra di tutto. E su questo punto, egli, ha limpidamente descritto – e prima di lui i cosiddetti «profeti della crisi»: da Nietzsche a Spengler, da Guénon a Evola – genesi e forme della decadenza moderna, così come ha tratteggiato e lumeggiato il carattere catastrofico della nostra epoca. Riportare in occidente il sentimento escatologico della storia e professare un cristianesimo escatologico è stata la sua missione in terra, la sua vocazione e il suo carismatico ufficio. Ma si badi bene: con ciò egli non ha mai voluto fare del «terrorismo psicologico» né tarchianamente della «mitologia incapacitante»; non ha predicato né la «diserzione mentale», né il «disimpegno morale e civile». Semmai, tutto l’opposto. Per lui infatti non si trattava di subire passivamente gli eventi o di farsi sottomettere a schiavitù dal Grande Inquisitore o dal Grande Fratello. Per Panunzio la “consapevolezza escatologica” implica un atteggiamento ben diverso, ben più combattivo di quanto non si immagini e presuppone altresì una profonda trasformazione della coscienza umana. Altrimenti la battaglia culturale e la battaglia delle idee non avrebbero alcun senso e non sortirebbero alcun effetto. Piuttosto è necessario – così mi ha sempre insegnato e ricordato – che dietro alle belle parole e ai bei discorsi, ci siano uomini interi, disinteressati, impegnati «anima e corpo» ad affermare quella verità a cui sentono intimamente di appartenere oltre le menzogne mondane. Alle parole devono dunque seguire i fatti; e i fatti che contano, i soli fatti che hanno un significato che non tramonta e che resta oltre il tempo e la storia, sono la coerenza e l’impegno personale su tutti i fronti nei quali il destino ci abbiano messo. Anche questo impegno diuturno e coinvolgente rappresenta a ben vedere una forma di trascendimento del limite individuale e un superamento di sé, al pari della contemplazione. Pertanto, professare, come ha fatto Lui, un certo pessimismo sui fatti della storia presenti e futuri, non ha mai voluto dire «gettare la spugna» o disimpegnarsi moralmente e civilmente, ma al contrario ha voluto dire che non è mai il caso di farsi illusioni sulla capacità dell’uomo di costruirsi il proprio futuro da solo senza ricorso alla forze trascendenti. «Oggi e domani», egli ha scritto, «una via generale d’uscita effettuata dalle mani dell’uomo è senz’altro impossibile». Pessimismo metodico dunque, ma accompagnato da un apocalittico, finale e trascendente, come lui lo definiva, «ottimismo redentivo». E mentre il cristianesimo storico e istituzionale tende a socializzarsi e inaridirsi sempre più e le potenze del nulla sembrano inghiottire ogni cosa, eventi epocali si annunciano. Su questo punto Panunzio è stato chiarissimo: il nostro tempo, il tempo che stiamo vivendo sarà anche il tempo dei grandi prodigi. Eventi dirompenti scuoteranno le coscienze addormentate o assopite o pigramente accomodate in una serena indifferenza. Sarà solo l’inizio di una trasformazione radicale e totale che Lui ha sempre sentita come imminente. Naturalmente, si può non credere e continuare a vivere come se niente fosse, cercando il modo migliore «per ammazzare il tempo» e sperando pigramente in un mondo migliore. Paradossalmente si può anche credere ciecamente e avere fede, ma poi restare come paralizzati dalle grandi paure del nuovo millennio: paura dei cambiamenti climatici, della crisi economica, della povertà, dei migranti, del terrorismo, delle guerre, delle malattie infettive. Oppure si può credere fortemente come Panunzio e, per usare una bella metafora, restare tranquilli “ai piedi del cannone”, pronti alla battaglia, accettando le avversità della sorte con la certezza che “cose nuove seguiranno” per noi e per tutti.
Silvano Panunzio, d’educazione e di temperamento, era un vero aristocratico e un cavaliere d’altri tempi. La sua mente prodigiosa ha spaziato in ogni campo, anche nei più perigliosi e impervi, dalle “Scienze Sacre” alle dottrine esoteriche d’Oriente e d’Occidente. Nulla lo ha fermato nella sua ricerca perché sincera, perché disinteressata, perché pura. Agli esoteristi egli ha ricordato che non c’è vera distinzione tra esoterismo ed essoterismo, che l’uno è complementare all’altro, che l’uno è persino sovrapponibile all’altro, che l’uno, l’esoterismo, deve realizzarsi e attuarsi nell’altro, nell’essoterismo religioso; ai tradizionalisti e ai vari «Messieurs de la Tradition», che non si dà Tradizione senza religione né religione senza Dio; ai cristiani e ai cattolici senza aggettivi, che non c’è pienezza di fede senza gnosi e che ciò che vi è di più importante nel cristianesimo non si spiega storicamente o soggettivamente, ma secondo criteri che trascendono la storia e la stessa persona umana; ai cattolici di destra, integristi o tradizionalisti, che il conservatorismo religioso «secondo la lettera» non è migliore del progressismo modernista che «riscrive la lettera» adeguandola surrettiziamente alla mentalità corrente, e che l’uno e l’altro, ridotti a partito, infrangono e tradiscono l’unica e indivisa verità evangelica; alla «destra» politica e culturale, che la «conservazione» dei principi trascendenti e la difesa dei più alti valori etico-civili che la storia umana sia riuscita a rappresentare, è azione metapolitica, e in quanto tale più efficace di qualsiasi «lotta politica»; alla «sinistra», che le radici storiche dell’ideale comunista sono profondamente cristiane e che non si dà comunismo senza «comunione» e non si dà giustizia sociale senza Giustizia divina. Ai suoi amici e a chi scrive Panunzio ha insegnato che la storia ha senso proprio perché ha un termine, che una storia che non avesse termine sarebbe priva di senso. Che «la fine del mondo» è solo «la fine di un mondo», di questo mondo e di questa umanità alle sue ultime battute; che la grande trasformazione ci sarà al di qua e al di là del tempo, in una dimensione rinnovata e trasfigurata; che la luce taborica ha anticipato la luce parusiaca e ha prefigurato l’avvento del Sanctum Regnum, l’ingresso nel tempo escatologico; che l’interrogativo ultimo su Dio e sull’uomo avrà una risposta.
Una volta Panunzio, che fra le altre sue qualità fu anche spirito allegro e giocoso, si divertì a trovare un posto per ciascuno dei suoi amici più intimi, me compreso, nella geografia dei tre mondi percorsi da Dante. Bontà sua, ci aveva collocati tutti in Paradiso. Per pudore e per modestia non incluse mai se stesso in questo gioco. Personalmente sono giunto alla conclusione che il posto d’onore che più gli compete sia quello del quarto Cielo governato dal Sole. Da lì, ne sono certo, nella calda e intensa luce dell’astro, assieme agli spiriti sapienti che egli tanto ammirò e amò in vita e che cercò di imitare in “virtute e canoscenza”, egli continua ad indicarci la strada maestra dello Spirito.