L’animosità rimane alta, con i funzionari di Serbia e Kosovo che intensificano il loro scambio di parole. Le tensioni sono aumentate nel nord del Kosovo dopo che ignoti aggressori hanno scambiato colpi di arma da fuoco con la polizia e hanno lanciato una granata stordente contro gli ufficiali dell’Unione Europea durante la notte.
Centinaia di serbi etnici, indignati per l’arresto di un ex agente di polizia, si sono radunati domenica presto ai posti di blocco eretti il giorno precedente, paralizzando il traffico a due valichi di frontiera dal Kosovo verso la Serbia.
I serbi nel nord del Kosovo hanno lasciato i lavori statali per protesta contro le tarhe auto imposte dal Kosovo nella zona serba. Sebbene il Kosovo abbia dichiarato l’indipendenza dalla Serbia nel 2008, Belgrado non la riconosce e incoraggia la comunità serba nel nord del Kosovo a sfidare l’autorità di Pristina. Ore dopo la costruzione delle barricate, la polizia ha dichiarato di aver subito tre attacchi consecutivi sabato notte su una delle strade che portano al confine. “Le unità di polizia, per legittima difesa, sono state costrette a rispondere con armi da fuoco alle persone e ai gruppi criminali che sono stati respinti e lasciati in una direzione sconosciuta”, ha detto la polizia in un comunicato.
La missione dell’Unione europea sullo stato di diritto in Kosovo ha affermato che anche loro sono stati presi di mira con una granata stordente, ma nessun agente è rimasto ferito. “Questo attacco, così come gli attacchi agli agenti di polizia del Kosovo, sono inaccettabili”, ha dichiarato EULEX in un comunicato stampa.
EULEX – che conta circa 134 poliziotti polacchi, italiani e lituani dispiegati nel nord – ha invitato “i responsabili ad astenersi da azioni più provocatorie”, e ha detto di aver esortato le istituzioni del Kosovo “a consegnare i colpevoli alla giustizia”.
L’animosità è aumentata dopo che il Kosovo ha programmato le elezioni locali in quattro comuni a maggioranza serba nel nord per il 18 dicembre, con il principale partito politico serbo che ha dichiarato che avrebbe organizzato un boicottaggio.
All’inizio di questa settimana si sono sentite esplosioni e sparatorie mentre le autorità elettorali cercavano di preparare il terreno per il voto, mentre un poliziotto di etnia albanese è rimasto ferito dopo che le forze dell’ordine erano state schierate nella regione. “Le barricate dei criminali mascherati nel nord devono essere rimosse immediatamente”, ha detto in una nota il primo ministro kosovaro Albin Kurti. Ha aggiunto che il suo governo era in contatto con la missione di mantenimento della pace della NATO, che ha più di 3.000 soldati sul campo. I sondaggi erano previsti a Mitrovica settentrionale, Zubin Potok, Zvecan e Leposavic dopo che i rappresentanti di etnia serba si sono dimessi dai loro incarichi a novembre per protestare contro la decisione del governo del Kosovo di vietare le targhe dei veicoli rilasciate dalla Serbia . Anche i legislatori, i pubblici ministeri e gli agenti di polizia serbi hanno abbandonato gli incarichi del governo locale.
Per disinnescare le tensioni, sabato il Kosovo ha deciso di rinviare le elezioni dopo che il presidente Vjosa Osmani ha incontrato i leader politici del suo paese e ha deciso di tenere il voto nei comuni del nord il 23 aprile 2023.
Le ambasciate di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti – insieme all’ufficio locale dell’UE – hanno accolto con favore il rinvio, definendolo una “decisione costruttiva” che “promuove gli sforzi per promuovere una situazione più sicura nel nord”. La presenza della polizia kosovara è stata recentemente incrementata in quelle aree, ed EULEX è stata presente anche con i suoi agenti di polizia.
Il presidente serbo Aleksandar Vucic terrà una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza nazionale domenica alle 19.00 in relazione all’aggravarsi della situazione nel nord del Kosovo, hanno riferito i media.
Come riportato dalla televisione nazionale serba RTS , il leader serbo ha preso una tale decisione a causa del fatto che il primo ministro del Kosovo non riconosciuto, Albin Kurti, ha annunciato un’operazione durante la quale le forze speciali della polizia del Kosovo useranno tutti i mezzi per eliminare le barricate erette, riferisce RIA Novosti .
Vučić sul dramma in Kosovo: chiederemo il ritorno del nostro esercito e della nostra polizia. Il presidente Aleksandar Vučić ha parlato della situazione in Kosovo e Metohija. Uno dei messaggi principali: la Serbia chiederà il ritorno delle nostre forze in Kosovo.
Guardiamo più da vicino ciò che costituisce un ordine mondiale unipolare occidentale-centrico. Non è solo il dominio politico-militare degli Stati Uniti e dei suoi stati vassalli, soprattutto della NATO. È anche l’attuazione di un progetto ideologico.
Questo progetto ideologico corrisponde alla democrazia progressista. Il significato della democrazia progressista è che ci dovrebbe essere sempre più democrazia e che il modello verticale della società debba essere sostituito da uno orizzontale – nel caso estremo, un modello rizomatico in rete.
Il fondatore delle scienze politiche occidentali, Thomas Hobbes, ha immaginato la storia della società come segue. Nella prima fase, le persone vivono in uno stato di natura. Qui ‘l’uomo è lupo per uomo’ (homo homini lupus est). È un caos sociale iniziale aggressivo, basato su egoismo, crudeltà e potere. Da qui il principio della guerra di tutti contro tutti.
Secondo Hobbes, questa è la natura dell’uomo, perché l’uomo è intrinsecamente cattivo. Cattivo, ma anche intelligente. L’intelligenza dell’uomo gli diceva che se avesse continuato a rimanere nel suo stato naturale, prima o poi le persone si sarebbero uccise tra di loro. Si decise quindi di creare un terribile idolo artificiale, il Leviatano, che avrebbe imposto regole e leggi e assicurato che tutti le rispettassero. In questo modo, l’umanità ha risolto il problema della convivenza dei lupi.
Leviatano è un super lupo, sicuramente più forte e crudele di qualsiasi uomo. Il leviatano è uno stato. La tradizione del realismo politico – prima di tutto nelle relazioni internazionali – si ferma qui. Esiste solo lo stato naturale e il leviatano. Se non ne vuoi uno, ottieni l’altro.
Chiunque abbia mai aperto un buon manuale di economia politica non può non aver notato come questa sia intrinsecamente legata alla scarsità delle risorse. L’economia politica è quella scienza umana che si occupa della produzione e della distribuzione della ricchezza, della formazione dei prezzi e, soprattutto in ambito neoclassico, della massimizzazione delle funzioni dell’utilità e del profitto. L’economia nasce come scienza atta a ottimizzare le risorse scarse. La scarsità è, dunque, il concetto chiave su cui poggia l’intera filosofia economica e che trova la sua giustificazione nella “legge dei rendimenti decrescenti” di Ricardo.
Questa “legge economica” nasce nel contesto agricolo inglese dell’Ottocento, dove la terra era la risorsa economica per eccellenza. La sua scarsità faceva sì che i rendimenti scaturiti da unità aggiuntive di lavoro fossero meno che proporzionali. Di qui la necessità di acquistare grano estero a minori costi. Si tratta della teoria dei vantaggi comparati, per cui un paese tenderà a specializzarsi nella produzione del bene che costi meno in termini di altri beni prodotti da altri paesi. Tale approccio si impose su quello autarchico e fece dell’Inghilterra la potenza del mare. A farne le spese furono i proprietari terrieri, che a fronte delle spese di miglioramento della fertilità dei campi a minore rendita, videro diminuire i prezzi del grano a causa delle importazioni. Il processo di miglioramento dei terreni meno fertili prevedeva investimenti di capitale che venivano compensati dagli alti prezzi del grano. L’importazione del grano dall’estero fece cadere i prezzi del grano e, quindi, limitò lo sviluppo agricolo inglese, rendendo l’Inghilterra dipendente da Paesi terzi, i quali andarono a costituire il Commonwealth britannico.
David Ricardo sapeva bene che gli alti prezzi del grano avrebbero schiacciato i profitti dei capitalisti, e fortemente influenzato dalle teorie di Malthus, propose una “legge” economica, che, ammantata di rigore scientifico, potesse influenzare la commissione e, quindi, indurre le Camere ad optare per l’importazione di grano estero. L’aumento dei prezzi del grano comportava una diminuzione dei salari reali e, dunque, una caduta dei profitti, essendo il salario di pura sussistenza, cioè, dovendo i capitalisti garantire al lavoratore e alla sua famiglia la stessa quantità di grano ma a prezzi più alti. Partendo dagli assunti malthusiani, Ricardo dimostrò che per mantenere l’equilibrio sociale era necessario liberalizzare il commercio del grano. Ricardo aveva ben capito che, a fronte della crescita della popolazione e dei salari, l’unico modo per garantire l’accumulo di capitale era l’internazionalizzazione dell’economia, processo che, oggi, ha assunto la forma della globalizzazione. Una volta, però, saturati anche i mercati degli altri, il saggio di profitto sarebbe stato positivo solo se la produttività del lavoro fosse stata superiore al salario. Questo spiega perché dopo la delocalizzazione nei Paesi con basso costo del lavoro, si sia assistito a politiche deflazioniste, volte a ridurre l’occupazione e i salari.
L’economia politica (da tempo ormai chiamata più spesso Economica) poggia sul pessimismo malthusiano. Tutti i suoi strumenti analitici sono intimamente condizionati da Ricardo e, quindi, dalle teorie malthusiane, ragion per cui questi modelli non possono più aiutarci a capire il mondo di oggi e, soprattutto, non sono adeguati a farci comprendere il nuovo ordine multipolare emergente e le politiche economiche necessarie a gestirlo. Anche le teorie keynesiane, per quanto siano state innovative, restano sempre ancorate alla Weltanschauung neoclassica. È per questo motivo che Hicks è riuscito a illudere molti per molto tempo con la sua sintesi neoclassica del modello keynesiano, mostrandolo come un caso particolare del pensiero liberista.
L’approccio epistemologico della scuola neoclassica è un approccio meccanicistico, riduzionista, che vede la società come una somma di individui volti, ognuno, – chi in un modo (consumatori), chi in un altro (imprese) – a massimizzare il proprio algoritmo. Tutta l’economia ruota intorno al concetto di ottimizzazione vincolata: dato il salario, il consumatore cercherà di massimizzare l’utilità (piacere) derivante dal maggior numero di beni acquistabili, mentre l’impresa, dati i costi (tra cui il salario), cercherà di massimizzare i profitti. I due processi di ottimizzazione vincolata vertono sul saggio di salario, da massimizzare per alcuni e minimizzare per altri. Davanti a questa contraddizione, qualcuno è ricorso al mito della mano invisibile, che conduce tutti al nirvana e al migliore dei mondi possibili. In realtà, però, il salario costituisce il cuore dello scontro.
Henry Ford diceva che se il popolo comprendesse il funzionamento del sistema bancario e monetario, scoppierebbe una rivoluzione entro il mattino successivo. Capire cosa sia la moneta è fondamentale per ritrovare la strada della libertà e della democrazia. L’obiettivo principale di questo libro è quello di aiutare il lettore a capire come le élite finanziarie governano il mondo, influenzando le scelte di politica economica, ma anche di esporre in modo chiaro ed esaustivo tutti quei cambiamenti che si stanno verificando in questi ultimi tempi. Comprendere oggi la vera natura della moneta, il corretto funzionamento dell’economia, della politica monetaria e fiscale è più che mai fondamentale per decifrare gli eventi economico-finanziari che condizionano la nostra vita e il nostro futuro. Questa terza edizione contiene quattro nuovi capitoli su: Great Reset, supremazia quantistica e criptovalute, Quantum Financial System e Nuovo Ordine Multipolare, l’emergenza dei BRICS come sistema alternativo al globalismo liberista. È stato, inoltre, aggiornato e ampliato il capitolo sul Global Currency Reset alla luce dei nuovi avvenimenti e delle dichiarazioni dei leader internazionali. Che cosa succederà con l’implementazione del nuovo sistema finanziario? Chi emetterà moneta e come cambierà l’economia? Gli Stati europei si riapproprieranno della loro sovranità monetaria? Usciremo dalla più grande e lunga crisi economica degli ultimi cento anni? Quali ragioni economiche e politiche muovono il Great Reset? Il capitalismo globalista è forse giunto al collasso? Che importanza rivestono oggi i computer quantistici per l’economia e la finanza? Cosa sono il Global Currency Reset e il Quantum Financial System? Che ne sarà del predominio delle banche centrali? Che cosa è la supremazia quantistica? Ci sarà continuità o rottura con gli strumenti del vecchio sistema monetario? La piena occupazione sarà di nuovo possibile? Quali nuovi assetti geopolitici attendono l’umanità al crepuscolo dell’unipolarismo liberal-globalista? Che cosa è il Nuovo Ordine Multipolare e come cambierà la nostra vita?
Già Ricardo ricordava che qualora il salario avesse eguagliato la produttività, i profitti sarebbero caduti. Di qui la necessità del commercio internazionale e, una volta saturati tutti i mercati, della globalizzazione e di un governo unico mondiale guidato dalla potenza egemone. Ma il progresso dei mezzi di comunicazione, spinto dalle dinamiche del turbocapitalismo, ha reso il globo una grande rete neuronale, dove l’informazione corre alla velocità dei bit. Questo ha fatto sì che il sistema mondo fosse ancora più complesso, al punto da far saltare l’impianto capitalistico incentrato sulla sua visione meccanicistica. Di qui la necessità di un grande reset, nella speranza di decomplessificare il sistema mondo e renderlo controllabile al fine di garantire il processo (infinito) di accumulo di capitale e minimizzare le perdite. Stando alla legge della varietà necessaria di Ashby, il sistema planetario, composto da quasi circa otto miliardi di individui, si può controllare solo riducendone l’ampiezza (depopolamento), le relazioni sociali (distanziamento) e trasformando ogni persona in un consumatore tipo, attraverso un imponente apparato tecnologico che sfocia nel metaverso, «una rete espansiva di mondi e simulazioni 3D persistenti», e che i fratelli Wachowski hanno chiamato The Matrix. Non a caso, nell’11a edizione del Global Risks Report (2016) – a p. 39 e ss. – Schwab proponeva il (Dis)Empowerment dei cittadini, cioè, il (de)potenziamento frutto dell’incontro-scontro tra lo sviluppo della tecnologia dell’informazione e della comunicazione, e la contestuale alienazione dai rapporti tradizionali.
Il termine “cittadino (de)potenziato” descrive la dinamica che sta emergendo dall’interazione di due tendenze: una che dà e l’altra che toglie il potere. Gli individui si sentono potenziati dai cambiamenti tecnologici che rendono più facile per loro raccogliere informazioni, comunicare e organizzarsi. Allo stesso tempo, gli individui, i gruppi della società civile, i movimenti sociali e le comunità locali si sentono sempre più esclusi da una partecipazione significativa ai tradizionali processi di decision making e impotenti in termini di capacità di influenzare ed essere ascoltati dalle istituzioni e dai centri di potere.
In Shaping theFourth Industrial Revolution (2018), Schwab, insieme al CEO di Microsoft Satya Nadella, parla esplicitamente di «alterare l’essere umano» attraverso il «potere prometeico della biotecnologia», dell’impiego della terapia mitocondriale sostitutiva, oltre a elogiare le neurotecnologie, che permettono di «influenzare meglio la coscienza e il pensiero», «estrarre informazioni [dal cervello umano], espandere i nostri sensi, alterare i comportamenti e interagire con il mondo». Tutto al solo fine di mantenere la stabilità sociale e garantire il successo del business, come già insegnava Malthus. Secondo il pastore anglicano, infatti, mantenere una bassa crescita demografica era il modo migliore per scongiurare carestie e, dunque, qualsiasi disordine sociale che potesse intaccare il diritto di godimento dei beni da parte delle classi aristocratiche. Ricardo, sapendo che dalla crescita economica sarebbe derivata anche una crescita dei salari e delle tensioni sociali, trovò una soluzione nel commercio internazionale e nel livellamento dei salari. Ma il mondo non è abbastanza e alla fine, nel suo insieme, potrebbe essere soggetto alle medesime leggi dei rendimenti decrescenti e siccome non si possono estendere i commerci su Marte, l’unica strada che possa garantire la sopravvivenza del turbocapitalismo è un ritorno alle teorie e alle pratiche malthusiane, attraverso una svolta totalitaria delle democrazie liberali, che mostrano così il loro volto di democrazie totalitarie. Questa ovvia verità è stata candidamente sdoganata nel libro “Il futuro di Homo Sapiens” di Giuliano Di Bernardo, il quale auspica un sistema mondiale guidato dall’Uno-dio per salvare proprio il capitalismo. Così scrive il Nostro:
I governanti cinesi hanno dimostrato che l’ideologia capitalistica della crescita economica può attecchire anche in un paese la cui forma di governo è dittatoriale. La conseguenza di ciò è che il trinomio <liberalismo-capitalismo-democrazia> viene infranto e la democrazia non appare più come l’unica forma di governo che lo sorregge. Il capitalismo è così svincolato dal trinomio e assurge a strumento che può essere usato in ogni forma di governo. Ciò significa che, anche se nel futuro il liberalismo e la democrazia cessassero di esistere, il capitalismo potrebbe sopravvivere loro. Si tratta di vedere, a quel punto, se il capitalismo sarà funzionale alla società globale. (p.15)
Da quanto esposto, emerge chiaramente l’esigenza di ripensare l’economia politica a livello epistemologico e geopolitico, cioè, alla luce della teoria della complessità e del nuovo ordine multipolare che si pone sempre più come alternativa al sistema unipolare a stelle e strisce, in cui sono nate e si sono sviluppate le maggiori teorie economiche. Vino nuovo in otri nuovi.
In questi giorni in cui il Natale si avvicina, si moltiplicano i messaggi di natura buonista super-positive che spesso risultato inutili e puerili e vi dico perché.
Da un’ punto di vista simbolico il Natale rappresenta la nascita del seme di luce Cristico nel cuore dell’umanità ed è per questo che si torna ad essere un po’ tutti bambini, perché ci viene data dall’universo l’ennesima occasione di crescita poiché è scritto:
“Se non diventerete come dei bambini non entrerete nel Regno dei Cieli”
che tradotto significa:
“dovete guarire le ferite emotive del vostro bambino interiore per poter accedere al Momento Presente che è la porta della comunione con il Divino”.
Quello che mi preme far arrivare al mio amato prossimo è che questo processo avviene totalmente all’interno di se, e che, se avvenisse realmente, sarebbe già un grandissimo successo.
Purtroppo quello che accade sempre è che ci si rivolge spesso soltanto all’esterno di se con una accoglienza verso il prossimo sterile, da un punto di vista energetico, perché privata dalla pacificazione che deriva dalla guarigione delle ferite.
I messaggi meccanici di auguri preconfezionati che riceviamo ogni anno sul telefono, rendono proprio l’idea.
Il mio augurio per tutti è che possa radicarsi in noi questa consapevolezza sempre di più e che magari possa proseguire anche nei mesi che seguono…. perché “o è Natale tutti i giorni o non è Natale mai”.
Il grande abbaglio è sempre più evidente. E la presunta superiorità sul resto del mondo si rivela autolesionista…
Nella «fine della storia», che contempla «il fine della storia», ma si conclude con «la storia della fine» c’è molto di più di un gioco di parole più o meno elegante o più o meno noioso. C’è il prendere atto di un abbaglio di fine secolo, il XX, e del brusco risveglio che il nuovo secolo, quello ancora relativamente giovane, ma già sottoposto a usura, ha comportato, e con esso la constatazione non solo che la storia non è finita e tanto meno che procede in progressione verso uno scopo ultimo quanto universale di pace democratica realizzata, ma anche che è proprio il canone occidentale interpretativo a non reggere più.
Come spiega bene Lucio Caracciolo nel suo La pace è finita (Feltrinelli, pagg. 140, euro 16), «l’ideologia che fissa un termine alla progressione della storia umana è smaccatamente occidentale. Proprio perché occidental-illuminista tale filosofia non può che pretendersi universale. Contraddizione che la rende inapplicabile, a meno di non postulare la progressiva identificazione del Resto del Mondo con l’Occidente. Operazione anche demograficamente improbabile oggi, quando noi occidentali (europei e nordamericani) siamo circa un miliardo contro i sette di non occidentali, mediamente più giovani e in aumento vertiginoso, specie in Africa. Sicché ogni buon missionario della fine della storia dovrebbe convertire sette non occidentali alla sua fede. E al suo impero».
Già, perché la fine della storia implicava di per sé il trionfo dell’impero americano che in essa si incarnava, sublimato in ordine ecumenico. La sua rimessa in discussione a livello egemonico non comporta, naturalmente, il suo venir meno quanto a rango di superpotenza o, se si vuole, di prima potenza mondiale, ma, e non è un paradosso, contribuisce, come scrive Caracciolo, a svelare «il bluff europeista, che ci aveva traslato nell’ipnotico universo della pace assicurata, non è chiaro da chi e cosa». Crolla insomma l’illusorio castello di carte in cui l’Europa si voleva vedere come potenza civile, con tanto di tonalità universalistica, che però si offriva al mondo «via Nato, come secondo braccio dell’Occidente a guida americana, equilibrato dalla saggezza dell’antica civiltà vetero-continentale. Oggi il principio europeistico di irrealtà stenta a mascherare la tragica condizione geopolitica in cui noi europei ci troviamo. Siamo fuori gioco. Oggetto di giochi altrui».
Se dunque la pace è finita, come recita il titolo del saggio di Caracciolo, autore tanto più significativo se si pensa che si deve a lui, grazie alla sua rivista Limes, l’aver riportato al centro del dibattito scientifico-culturale quel concetto di «geopolitica» disinvoltamente silenziato nel nome e al tempo dell’astrattismo universale, ne consegue, come osserva un altro analista di vaglia, Alessandro Colombo, che quello che viene a configurarsi è proprio l’opposto di ciò che la fine della storia pretendeva di realizzare, ovvero una fine della storia di senso contrario, dove a essere universale non è la pace, ma l’emergenza. Il governo mondiale dell’emergenza (Raffaello Cortina, pagg. 221, euro 19) si intitola infatti il suo libro e «Dall’apoteosi della sicurezza all’epidemia dell’insicurezza» è il sottotitolo che l’accompagna, una frustrazione securitaria subentrata alla promessa liberale di pace, benessere e tranquillità a livello globale. La prima domanda che ragionevolmente viene da porsi è perché quell’ordine liberale che portava con sé la fine della storia sia entrato in crisi. Le risposte che ne rintracciano i motivi in qualche «tradimento» interno e/o esterno del progetto risultano parziali, allo stesso modo di come si imputata la crisi delle democrazie rappresentative ai «populismi» che le minacciano, come se questi fossero la causa e non l’effetto della crisi stessa. Come scrive Colombo, «ciò che non viene mai preso in considerazione è la possibilità che l’ordine liberale sia entrato in crisi per le sue stesse contraddizioni interne: di più, che la crisi del progetto liberale possa non essere altro che un prodotto del suo stesso successo». Colombo suggerisce al riguardo più di un indizio: per esempio, il ricorso «sempre più irresponsabile all’uso della forza», culminato nelle disastrose imprese militari in Iraq, Afghanistan e Libia; per esempio, «il rapporto storicamente ripetitivo tra finanziarizzazione dell’economia e aumento delle diseguaglianze»; per esempio, «le sospettose coincidenze tra il ritiro dei diritti sociali distribuiti nel corso del Novecento e il rifluire dello spettro della rivoluzione». Soprattutto però, e questo lega strettamente l’analisi di Colombo a quella di Caracciolo, tanto che i due libri possono essere letti come un unicum, quella crisi è insita proprio nell’idea di modernità occidentale che ne è il supporto, per certi versi «l’ultima (e, forse, la decisiva) manifestazione del ruolo occidentale di centro di irradiazione di istituzioni, linguaggi e relazioni di potere».
Detto in altri termini, la lettura di un possibile Nuovo ordine mondiale come la più completa manifestazione di un grande progetto di riordino della vita internazionale risalente alla metà del Novecento, se non addirittura al suo inizio, fa acqua proprio nei suoi presupposti. Il Novecento infatti è stato ben altro. Innanzitutto, è stato «il secolo della fine della centralità dell’Europa e più in generale del riflusso dell’impeto occidentale sul mondo», una «rivolta contro l’Occidente» approdata agli sconvolgimenti della decolonizzazione e di fatto non ancora esauriti nel loro intrecciarsi con le contraddizioni del potere su scala internazionale. Sicché viene da chiedersi se il XX secolo non segni proprio «la fine della fase occidentale della storia del mondo» e quindi in prospettiva dello scontro, di segno quasi perfettamente opposto, tra la marea montante dei grandi Paesi non occidentali in ascesa e «un Occidente sempre più rinchiuso nella postura strategica e persino nell’attitudine psicologica dell’assedio».
Che in questo Occidente in vena di esaurimento quanto a supremazia, l’Europa sia una semplice appendice, è la chiave di volta, ne abbiamo già accennato, dell’analisi di Caracciolo, che ne dà però una lettura controcorrente rispetto al mainstream dello stesso pensiero occidentale. «Non solo il soggetto Europa non esiste né appare alla vista, ma l’organizzazione dello spazio europeo è ispirato al principio di impedire che si formi. Perché è questo l’interesse degli Stati Uniti d’America: un continente stabile, ma non troppo, da loro strategicamente dipendente». L’Europa per come è venuta a identificarsi, è in fondo un prodotto dell’europeismo americano. In senso geopolitico, perché la incardina oltreoceano impedendole di essere un contropotere. In senso ideologico, in quanto sostiene un europeismo europeo «incapace di unire gli europei», ma «utile per pacificarli, adagiarli nel declassamento inevitabile dopo aver perso due guerre mondiali. Parcheggiandoli nella post-storia».
Tre generazioni dopo l’invenzione del «progetto europeo», è l’amara conclusione di Caracciolo, «quello che avrebbe dovuto evolvere la nostra potenza decaduta in un soggetto geopolitico unitario, constatiamo di essere oggetti di attori e di dinamiche che ci trascendono. E oppongono gli uni agli altri. Niente di straordinario. Storie ordinarie, anzi, che riempiono il vuoto dell’europeistica fine della storia, talmente eccezionale da non appartenere a questo mondo».
Ciò che resta sullo sfondo è la mobilitazione delle frasi fatte, ovvero la chiamata alle armi, settant’anni dopo, come scrive Colombo, «non soltanto ovunque contro lo stesso nemico, ma addirittura contro lo stesso di sempre – il fanatismo, il fascismo (islamico o di Vladimir Putin), le autocrazie, espressione di una indifferenza senza limiti alle specificità storiche e culturali, oltre che di una vocazione narcisistica a interpretare qualunque vicenda storica e politica come proiezione della propria». Da una promessa irrealistica di sicurezza, la parabola dell’ascesa e declino dell’ordine liberale si è concretizzata in una percezione esagerata dell’insicurezza. Ma era proprio «la vacanza liberale dal pericolo», e dalla storia stessa sentita come pericolo, a essere un’anomalia. Ed è a questa anomalia che dobbiamo l’estremo paradosso del nuovo secolo, ovvero la trasformazione di una propensione dichiaratamente pacifica alla sicurezza in una bellicosa disponibilità alla mobilitazione permanente. Come aveva detto, prefigurando il futuro, Carl Schmitt, la guerra dietro l’apparenza della pace si trasforma in «un provvedimento pacifico accompagnato da battaglie di più o meno grande portata»…
Un rapporto dell’Ong Safeguard Defenders rivela che nel mondo ci sarebbero cento posti di polizia segreti per controllare cinesi. “Facciamo solo lavoro burocratico: passaporti e patenti” dicono da Pechino. Ma il sospetto è che cerchino, per arrestarli, i dissidenti scappati all’estero
Centodue “stazioni di polizia” in tutto il mondo. Undici in Italia tra Prato, Firenze, Milano, Roma, Bolzano, Venezia e la Sicilia. Un’indagine che va avanti, da circa un anno, della nostra intelligence per capire esattamente che lavoro svolgono: perché in tutti gli atti ufficiali è scritto che gli uffici che la Cina ha aperto in tutto il mondo, ma in Italia più che altrove, servono soltanto a velocizzare pratiche burocratiche (“facciamo patenti” hanno detto) ma il sospetto comune, anche ai nostri 007, è che quegli uffici servano anche ad altro. A spiare i cittadini cinesi all’estero. A controllare i flussi di denaro tra l’Asia e il nostro Paese. Ma in alcuni casi anche a convincere con metodi non legittimi i cittadini cinesi a ritornare in Patria, senza passare dai trattati di cooperazione. In almeno due casi, in Italia, due uomini che vivevano in Toscana sarebbero stati costretti a tornare in Cina perché erano pronti a prendere loro familiari. Da allora si sono perse le loro tracce. A far scoppiare il caso delle stazioni cinesi sparse nel mondo è stata la ong Safeguard Defenders che ha pubblicato nei giorni scorsi un rapporto – rimbalzato sulle pagine dell’Espresso in Italia e ieri del Guardian – per denunciare quello che da tempo era già esploso: soltanto nel nostro Paese due interpellanze parlamentari erano state presentate. “E aspettiamo ancora risposte” denuncia la parlamentare del Pd, Lia Quartapelle, che segnala come l’Italia sia il paese G7 maggiormente coinvolto in questa operazione. E come le nostre forze di Polizia abbiano firmato degli accordi ufficiali a differenza di quanto accade all’estero.
Una rete capillare Ma che fanno questi uffici? Ufficialmente, si diceva, sbrigano pratiche burocratiche. Passaporti, patenti. Secondo gli accordi firmati è possibile anche che lavorino parallelamente con la Polizia italiana anche se questo non accade da prima del lockdown. Repubblica è venuta a conoscenza, però, che la nostra intelligence sta compiendo dalla scorsa primavera alcuni accertamenti perché troppe cose non tornano, in Italia come all’estero.
Tutto è nato con la massiccia campagna di Pechino per combattere le frodi da parte di cittadini cinesi residenti all’estero – grazie alla quale già 210mila cinesi sono stati “convinti” a ritornare in patria lo scorso anno – l’ong ha rintracciato l’origine di queste stazioni. Nome in codice: “110 Oltreoceano”, dal numero delle emergenze della polizia in Cina. Una rete presente ora in 53 Paesi. La stragrande maggioranza degli uffici è stata istituita a partire dal 2016: ben prima, dunque, del Covid. Tutte fanno capo a quattro dipartimenti di sicurezza di altrettante città cinesi: Nantong, Qingtian, Wenzhou e Fuzhou. Tra le persone costrette a tornare a casa ci sarebbero anche gli obiettivi dell’Operazione caccia alla volpe, la campagna lanciata nel 2014 dal presidente Xi Jinping per andare a riacchiappare i funzionari di Partito corrotti fuggiti all’estero. Undicimila le operazioni in 120 Paesi dal 2014 ad oggi. La maggior parte attraverso metodi di persuasione illegali. Nel 2018, su 1.335 rimpatri, soltanto 17 persone sono rientrate in Cina attraverso canali di estradizione.
Da Pechino è impossibile avere una risposta. I telefoni squillano a vuoto, per ore. Dall’altra parte della cornetta si resta in attesa a farsi tartassare le orecchie con quel suono che ricorda i vecchi modem 56k. Repubblica ha contattato quattro numeri del Ministero della Pubblica Sicurezza cinese chiedendo spiegazioni: in due settimane nessuna risposta ai nostri messaggi lasciati in segreteria. L’unica, sempre la stessa, l’hanno fornita i vari portavoce del ministero degli Esteri di Pechino in alcune conferenze stampa: “Quelle che sono state definite ‘stazioni di polizia’ sono in realtà centri per i servizi per i cinesi all’estero. A causa del Covid, un gran numero di cittadini cinesi non è in grado di tornare in Cina in tempo per servizi come il rinnovo della patente di guida. Così le autorità competenti hanno aperto una piattaforma online per il loro rilascio: i centri hanno lo scopo di aiutare i cinesi in queste questioni burocratiche. Le persone che lavorano in queste sedi sono volontari delle comunità locali. Non poliziotti”. Non si capisce però perché questo lavoro non possa essere svolto dalle ambasciate o dai consolati. Questo vale per l’Italia come per il resto del mondo.
Rimpatri forzati Tra i casi riportati dall’Ong c’è, per esempio, quello di un cittadino cinese costretto a tornare da agenti che lavoravano sotto copertura in una stazione in un sobborgo di Parigi. E altri due esuli, rimpatriati con la forza dall’Europa: uno in Serbia, l’altro in Spagna. Indagini sono partite in almeno 13 Paesi. In Olanda due strutture, ad Amsterdam e a Rotterdam, sono state dichiarate illegali e chiuse. Wang Jingyu, un dissidente che vive nei Paesi Bassi, ha dichiarato di essere stato chiamato centinaia di volte nel febbraio di quest’anno da un numero che combacia con quello di una stazione istituita dalla polizia di Fuzhou. “Mi hanno detto di andare alla stazione di polizia di Rotterdam per consegnarmi e di pensare ai miei genitori in Cina”.
Nel Regno Unito di stazioni sospette ce ne sono tre: due a Londra, nei quartieri di Hendon e Croydon, e una a Glasgow. La prima è registrata come un’agenzia immobiliare, l’altra come un ufficio. Quella scozzese è invece ufficialmente un ristorante. Se ci si reca in quella di Hendon, l’agenzia immobiliare Hunter Realty condivide l’edificio con uno studio legale di nome “New World Law Associates”. Il responsabile di entrambe le agenzie, se si consulta il registro delle imprese britannico e se lo si incrocia con i curriculum su LinkedIn, è sempre lo stesso: Richard Huang, alias Shao Zhong Huang. Gli impiegati che vi lavorano confermano che Huang è il loro capo, ma allo stesso tempo negano ogni coinvolgimento in attività illecite. Non ci sono prove che si siano verificati episodi illeciti in questi siti sospetti, ma la polizia britannica è al lavoro. Anche dagli Stati Uniti c’è preoccupazione: il mese scorso il direttore dell’Fbi Christopher Wray ha dichiarato: “È scandaloso pensare che la polizia cinese tenti di insediarsi, per esempio, a New York, senza un adeguato coordinamento. Questo viola la sovranità e aggira i processi standard di cooperazione giudiziaria e di applicazione della legge”.
“Se conoscessi il potere del sesso, non avresti bisogno di terapisti, né di sostanze con cui eccitarti alla gioia. Non apriresti a chiunque le porte della tua vita, alla ricerca di quel qualcuno che vorrebbe amarti. Se conoscessi il potere del sesso, sapresti che il tuo corpo è un tempio, e non lasceresti che niente e nessuno lo profani. Il cibo sarebbe di energia pura, i sentimenti puri e d’amore per tutti. Non lasceresti l’ingresso a tossicità né nelle relazioni malsane né ad altri veleni (come molti di quelli che tu chiami medicine o alimenti). Se conoscessi il potere del sesso sapresti che il corpo guarisce se stesso. Ancora di più, non saresti mai stato malato. Perché? Perché il corpo si nutre di amore, si nutre di piacere, di gioia… e questo è il vero sesso. Un portale all’amore più grande che ci possiamo dare, un’emulazione dell’estasi primordiale. Un’evocazione all’origine dell’essere stellare, un frattale della creazione in cui ricrearci. Puoi ri-crearti attraverso il sesso. La sessualità repressa, la sessualità risentita, ci ha portato a oscuri estremi. Ha riempito il sesso di mente e non di Spirito, ha profanato il più sacro trasformandolo in fonte di dolore, di tortura, di distorsione, di autopunizione. Chi consegna il suo corpo senza desiderio, senza amore, si condanna. Chi cerca palliativi per il suo ego, per la sua solitudine o il suo dolore, attira solo più mancanze che arrivano immancabilmente dopo l’atto sessuale, e ciò che rimane è il vuoto. È così che degenera la materia. È così che appare la malattia, la depressione, la dipendenza, la stanchezza, l’apatia. Ecco come si perde il potere personale specie con le finte coppie. Così è come l’essere sacro, l’essere spirituale rimane sprofondato nell’oblio. Il sesso è bellezza. È purezza. È la forza che ti dà la vita, che percorre il tuo corpo in questo momento. Quando neghi il sesso stai negando la tua stessa energia vitale, la tua connessione con il tutto, con la vita stessa. Quando esalti il sesso fisico, stai negando una parte (la più importante) di te stesso, e con questo ferisci la tua energia e il corpo fisico stesso. Quindi, se desideri riprendere il buon uso della tua energia sessuale, devi ricordare che sei Spirito. Che chi condivide con te ti sta consegnando il proprio essere, il suo stesso tempio sacro. Entra pieno di umiltà e di rispetto, onora l’immenso atto d’amore di quel momento, di quel contatto. Il sesso per essere “buono” deve iniziare nel cuore, né più in alto né più in basso. Deve essere impregnato di sacralità, non di lussuria. Può essere morbido oppure selvaggio, finché segue il ritmo che i corpi e i cuori chiedono. Ricorda anche che c’è sesso nel respirare, nel guardarsi e anche in una carezza. Che il tuo modo di onorare la tua espressione sessuale e il tuo modo di onorare la vita sia pieno d’amore…! Goditela, osa, ama…! Porta il tuo partner sempre più su… Senti, cerca, esplora, prova e non darti limiti. Togli la mente e mettici il cuore ma sopratutto divertiti! Si un bambino che gioca eternamente… con responsabilità e amore.”
Vedrete come finirà questa guerra: la Russia, attraverso le trattative di pace, strapperà almeno una parte di territorio all’Ucraina; gli USA, in compenso, si assicureranno in un sol boccone l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO.
Dunque, un conflitto che all’apparenza sembra porre allo scontro due potenze nucleari, in definitiva si risolve nel rafforzamento e nell’espansione di entrambe: ma guarda un po’ che combinazione!
Questa non è una guerra contro la Russia o contro l’Ucraina, ma è una guerra contro l’Europa.
Se vogliamo capire il testo biblico, la prima cosa da fare è
DISTRUGGERE 1900 ANNI DI COSTRUTTO CATTOLICO, PROTESTANTE E ORTODOSSO.
Questo costrutto dogmatico si è incistato nelle menti nel corso dei secoli, ma l’unico modo per uscirne è iniziare a leggere quel testo puliti da ogni altra costruzione clericale.
Il cristianesimo primitivo, ad es., è un processo che molto deve a QUMRAN come molto deve anche ad Heliopolis. Non è possibile leggere i sinottici con la mentalità cattolica – protestante – ortodossa. Occorrono tutt’altri criteri per capire. Ad esempio, noto che manca del tutto L’INCROCIO DEI DATI tra un capitolo e l’altro, tra un libro e l’altro, tra AT e NT. la bibbia è in buona parte un libro AUTOSUFFICIENTE, ovvero porta in sé la spiegazione di se stessa.
Vi faccio un semplice esempio. Il termine SACRAMENTO è ben incistato nelle vostre menti di potenziali credenti. Il sacramento della comunione, il sacramento della cresima. Eppure in tutto il testo biblico NON ESISTE il termine SACRAMENTO. e non esiste perché ad esempio quella di Cristo era una attività fortemente iniziatica fatta eventualmente di riti e non di sacramenti.
Un altro esempio è tutta la metanarrazione in Luca della nascita di Cristo da una vergine. Non presente negli altri tre vangeli canonici. Quella metanarrazione può essere chiara solo a chi la vive sulla propria persona avendo in rapporto con l’uomo interiore. Estetiorizzata, invece, mostra solo un donna umana che partorisce un prodigio… Una donna umana deve per forza mettere al mondo una grande anima. Ma Luca ha narrato soprattutto in codice la SECONDA NASCITA DALLO SPIRITO di cui Cristo parlò a Nicodemo. Non si nasce in stato messianico, nessuno può. Lo stesso Cristo dovette attraversare tappe prima di giungerci…
DISTRUGGERE 1900 ANNI DI COSTRUTTO CATTOLICO, PROTESTANTE E ORTODOSSO?
“Tra gli uomini e tra i popoli, sono sempre esistite due tendenze contrapposte, perché ambedue fanno parte della natura umana. La direzione delle prima è verso I’alto, e cioè verso la realizzazione piena della persona stessa nei suoi attributi superiori, che la rendono aperta al mondo del soprasensibile e del sovrarazionale e la portano a integrarsi scientemente nella legge suprema che regola il cosmo. La seconda trae invece in basso, e cioè all’abbandono passivo agli impulsi – che per l’Uomo non sono neppure quelli naturali (istinti) ma sono deformati dalla mente (vizi o appetiti) – e alla rinunzia a qualsiasi sforzo di interiore miglioramento (dogma dell’eguaglianza), e rende quindi la persona vittima indifesa di qualunque condizionamento esterno. La forza traente verso I’alto è stata ovunque e in ogni tempo personificata in un Dio creatore e giudice, e anche quella degradante in varie entità sataniche, dalle cui lusinghe ed inganni è necessario difendersi. Sul piano politico, possono parimenti concepirsi e realizzarsi autorità ed ordinamenti che si pongano come scopo precipuo il miglioramento qualitativo dei cittadini, sia come singoli che come comunità, non solo attraverso una determinata educazione, ma soprattutto attraverso un meccanismo sociale, giuridico ed economico che di per sé esalti e sviluppi la responsabilità, la solidarietà, l’autodisciplina, lo spirito di sacrificio, la fiducia in se stessi e nelle proprie risorse, insomma tutte le virtù che portano un popolo a primeggiare e a conquistare la serenità. Si incontrano però anche sistemi che si propongono il dominio sui popoli, realizzato facendo leva sulle Ioro debolezze e amputandoli di ogni forza interiore e di ogni autonomia mentale e pratica, affinché divengano del tutto dipendenti da beni materiali esterni, e quindi da chi può a loro, a suo arbitrio, concederli o negarli. La prima impostazione, che ci è trasmessa da una saggezza millenaria, denominiamo appunto TRADIZIONE, la seconda SOVVERSIONE”