a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS
L’inizio dell’universo, il cigno è stato nominato. L’universo iniziò con la tavoletta celeste che registrava il suo nome. Santuario buddista, Discendente Ovest. Il grande saggio religioso, nato nel regno occidentale. Santuario buddista, Discendente Ovest. Conferendo e ricevendo la scrittura celestiale in trenta parti, trasformando universalmente tutti gli esseri creati. Il buon senso non è un essere umano. Il Reverendo, la Santa Comunione. Maestro dei trilioni di governanti, leader dei diecimila saggi. Buona fortuna alla gente del paese. Assistito dal destino, protettore della comunità. Preghiera delle cinque, celebrare la pace. In ognuna delle cinque preghiere supplica silenziosamente il loro totale benessere. Fiducia in Allah e Khazhi. La sua intenzione è che Allah ricordi i bisognosi. Salvando le sofferenze, le lacrime. Liberali dalle tribolazioni alla sicurezza, conoscitore dell’invisibile. Ultra Anima, Crimine di Distacco. Esaltato al di sopra di ogni anima e spirito, libero da ogni azione degna di colpa. Sotto l’universo, Antica Corona del Dao. Una misericordia per tutti i mondi, il cui cammino è preminente per tutti i tempi. Sbarazzati del male e insegna il lecito Halal. Rinunciare all’ignoranza spirituale; ritornare all’Unico, cioè la religione chiamata Islam. Maometto, il Santissimo. Maometto è il saggio più nobile.
[ 朱元璋 Zhu Yuanzhang, Imperatore Hongwu, fondatore della Dinastia Ming; 百字讃 L’elogio delle cento parole]
Certo è che se uno legge con attenzione la storia degli USA si rende conto che questa nazione si è formata coi paria europei, i reietti di tutto il vecchio continente. Poi ha avuto una partenza a razzo con lo sterminio dei nativi e con la schiavitù nera nei campi di cotone del sud, mentre impazzava il Far West con tanto di possessori di pistole senza porto d’armi.
E questo paese, per bocca dell’ex rappresentante delle forze armate in Europa in pensione, oggi parla di estirpare il cancro dell’imperialismo russo… Gli USA acquistino uno specchio!
La fedeltà alla Tradizione, all’idea che quest’ultima incarna ed esprime nel suo archetipo, è tutto. Non ci sono mezze misure: o si custodisce nel proprio cuore o la si ripudia come da secoli sta facendo il Mondo moderno. Preservare la Tradizione nel proprio intimo equivale a dar vita alle nostre radici spirituali costantemente; è l’atto di percorrere e di agire correttamente nella Via verticale come un ‘Monaco guerriero’ che sfida le iniquità prodotte da agenti ottenebrati senza farsi mai condizionare o contaminare in alcun modo da queste. Partecipiamo tutti, chi pienamente cosciente e chi meno, a questa perenne battaglia.
Riprendiamo questa testimonianza, pubblicata su ComeDoChisciotte, sull’esperienza di una lettrice circa i sindacati.
Spett. Redazione di ComeDonChisciotte.org,
prima di raccontare la mia storia, voglio specificare che è stata una breve esperienza, ma credo abbastanza utile per scrivere un articolo. Sono una giovane ragazza che ha deciso volontariamente di dedicare alcuni mesi al servizio civile, ignara, prima di iniziare, di cosa sarei andata a fare.
Le prime volte che ho frequentato il sindacato era un ambiente per me totalmente nuovo. Ne avevo sentito parlare qualche volta, i commenti erano stati perlopiù negativi, ma poiché in quel periodo ero a digiuno dalle problematiche che a tutt’oggi affliggono la nostra società, non partii con troppi pregiudizi verso questi nostri “rappresentati dei lavoratori”.
In verità, però, non è passato molto tempo prima di capire in quale realtà marcia mi trovassi.
I primi scricchiolii arrivarono un lunedì mattina, quando durante il corso di formazione, un’impiegata – che lavorava da circa un anno nell’organizzazione – emise sentenza verso di noi, i suoi nuovi colleghi pro tempore: “Ragazzi miei, se oggi siete qui è perché siete tutti dei raccomandati!”
Questa affermazione fece scoppiare un boato di risate.. perché era vera!
Mesi prima, dopo aver fatto la domanda online per diventare un operatore volontario, fui selezionata attraverso un esame: la prassi prevede – come giusto che sia – che i vincitori vengano scelti in base ad una graduatoria di merito.
A quel tempo fui costretta a svolgere l’esame da casa perché c’erano le norme anti covid e il risultato arrivò via email: test superato.
Non voglio fare troppi giri di parole, sono sincera e ammetto che avevo anche io i miei agganci, quindi ero abbastanza sicura della promozione. D’altronde la possibilita’ di poter cogliere quella offerta di lavoro, mi entusiasmava molto perché così sarei riuscita a pagare le tasse universitarie.
Detto ciò, non immaginavo che, letteralmente, tutti i miei colleghi selezionati si trovassero lì grazie a conoscenze nell’ambiente.
Il servizio civile è ormai un’opportunità molto ambita: tantissimi giovani si candidano via via in tutta Italia per pochi mesi di “volontariato”. Come mai così tanta richiesta? Un ragazzo per avere una certezza economica deve elemosinare quei 400€ al mese? E per un solo anno?
La risposta probabilmente è si: il lavoro manca.
Forse per molti di voi sono stata fin troppo ingenua a non rendermi conto, fin dall’inizio, di come si fossero ormai ridotte le nostre istituzioni, ma fortunatamente la doccia fredda ha bagnato anche me e oggi posso definirmi un po’ più consapevole.
La diffidenza iniziò pian piano ad inasprirsi quando una mattina fece ingresso il segretario regionale, appioppandoci un sermone sull’importanza di farsi il vaccino; blaterando poi su quanto fosse da irresponsabili non prestarsi a questo trattamento sanitario per amore verso il prossimo.
Chiaramente questo aneddoto è stato il primo di una lunga serie, durante quei mesi molti sindacalisti non si sono fatti scrupolo di vessare psicologicamente chi ha “osato”, come me, scegliere diversamente.
Durante un corso su cosa significasse battersi per i diritti dei lavoratori (sic!) e sulle origini del sindacato, il relatore ebbe l’onore di raccontare questo orgoglio storico col volto quasi interamente coperto da una FFP2. Parlava con grande affanno affogando con sofferenza nella maschera. La cosa più raccapricciante fu quando chiese – prima dell’inizio – di alzare la mano a chi non si fosse ancora vaccinato: “Datevi una mossa!”. Non mancarono indagini sul perché, alcuni di noi, usciti ormai allo scoperto, avessero potuto fare quella scelta così scellerata.
Inoltre, per evidenziare la discriminazione permise ai vaccinati di sedersi vicini gli uni agli altri, mentre noi – gli untori – non solo dovevamo sedere lontano dalla sua scrivania, ma era importante che mantenessimo la distanza interpersonale.. non sia mai avessimo fatto scoppiare un focolaio!
Prima del 15 ottobre, il giorno di entrata in vigore del Green Pass anche sui luoghi di lavoro, diversi impiegati non ci davano tregua: “Ma ne vale davvero la pena fare un tampone ogni due giorni? Ricordatevi che dovrete spendere di tasca vostra”
Ecco cosa sono diventati oggi i sindacalisti: dei funzionari del potere.
E soprattutto, poveri quei ragazzi che non hanno sopportato la loro pressione! Alla fine, sono stata l’unica – di trenta persone – che non ha ceduto alle loro provocazioni.
Il momento più spiacevole fu quando mi trasferirono nella nuova sede, il 6 ottobre 2021.
Poiché mi era stato detto che un certo M. era il sindacalista che mi avrebbe seguita fino al termine del servizio; la prima cosa che feci fu chiedere alla segretaria di accompagnarmi da questo signore per le presentazioni. Dopo essere entrata nel suo studio, mi fece accomodare e quasi subito mi chiese in tono perentorio: “Sei vaccinata?”
Non ci potevo credere, era questa la cosa che più gli premeva sapere. Un uomo col dovere di tutelare i diritti del lavoratore stava abusando del suo ruolo, senza coscienza né vergogna.
“No“, risposi seccamente. Il suo sguardo rimase fisso su di me, ebbi quasi l’impressione che cercasse di intimorirmi. Ricordate le etichette che ci addossarono perché non eravamo corsi all’hub per aiutare il prossimo? Dalla sua espressione incredula, immaginai che stesse pensando proprio questo. Provò addirittura a far leva sul mio possibile – secondo lui – senso di colpa nei riguardi dei miei genitori, persone anziane e quindi a rischio. “Non sono vaccinati, è una loro libera scelta”. Risposi così.
Il signor M. mi disse con aria di superiorità che non sarei potuta restare non avendo né il “vaccino” né il tampone. Quindi, se avevo ancora intenzione di lavorare avrei dovuto adempiere ad i miei obblighi.
Pura coercizione, una settimana prima dell’infame decreto! Un assoluto abuso di potere.
Ormai mi fu assolutamente chiaro che ero finita nella tana dei serpenti, non potevo fare nulla se non resistere. E così feci. Ricordo bene il sentimento che mi accompagnò durante tutta quella giornata: profondo disgusto.
Non ero stata così forte, così coraggiosa come avrei voluto, avrei dovuto chiamare i carabinieri ma, erroneamente, lasciai perdere. Non volli rischiare di trascinare il mio aggancio in questa storia, colui che mi aveva aiutata ad arrivare fin lì.
A questo punto fui riassegnata all’ufficio nella vecchia sede, i cui responsabili, a differenza del sig. M, non facevano pesare la mancata vaccinazione, non essendo ancora entrato in vigore l’obbligo del Green Pass. Dopo il 15 ottobre comunque fui rispedita nel settore governato da M. e ogni 48 ore ero costretta a farmi un tampone rapido.
Nei mesi successivi ebbi la possibilità di confrontarmi con molte persone che lavorano ancora adesso per il sindacato, una realtà che fino ad allora non avevo adeguatamente considerato: c’è molta ignoranza fra i dipendenti, parlo proprio della mancanza di cultura del lavoro; non capiscono praticamente nulla di politica e la cosa più incredibile, da ingranaggi del sistema quali sono, è che molti di loro sono addirittura insoddisfatti delle attuali condizioni del Paese.
Non parliamo certo dello stereotipo del sindacalista subdolo, crumiro e “arricchito”; sicuramente molti di loro percepiscono buone entrate senza troppo dedicarsi al lavoro, ma è anche vero, che come ho detto prima, parecchi soggetti sono delle teste di legno, degli ottimi esecutori.
Faceva davvero strano sentire i loro discorsi sconsolati: si chiedevano perché così tante famiglie si trovassero in difficoltà economiche, oppure perchè gli italiani mai riescano a ribellarsi a queste ingiustizie. Proprio loro! Che sono parte di un sistema rodato a vantaggio dei super ricchi. È stato aberrante osservare un’inettitudine così diffusa, proprio nel luogo che dovrebbe rappresentare il Lavoro, la coscienza politica e sociale; il saper organizzare la mobilitazione e la lotta per puntare a cambiare collettivamente lo status quo.
Capite perché questi storici sindacati sono ormai arrivati al capolinea?
Per come sono, non hanno più senso di esistere e molti dipendenti non sanno neanche cosa stanno facendo.
Proprio in quei mesi stavo sviluppando un maggior senso critico verso quell’ambiente così ostile grazie al mio attivismo politico iniziato ad ottobre 2021, quando conobbi il Coordinamento No Green Pass della mia città. Quante manifestazioni in quel periodo!
Ebbi inoltre la fortuna di incontrare il sindacato FISI, l’unico che oggi può definirsi tale e che si sta battendo davvero per i diritti di chi lavora.
Cercavo comunque di tenere nettamente separata la sfera politica da quella lavorativa.
Ormai il mio servizio civile era diventato muto, non chiacchieravo più con nessuno, ero troppo amareggiata. Decisi di non concedere opportunità a quelle persone, non ho voluto lasciare ricordi. Ho sbagliato? Forse si, ma una cosa è certa: credevano che, prima o poi, avrei ceduto al ricatto. Per loro è troppo comodo credere alla narrativa, altrimenti dovrebbero farsi un esame di coscienza e mettere in discussione tante cose, compreso il tipo di impiego che svolgono.
Più facevo attivita’ politica, più mi accorgevo della banalità dei loro discorsi. Ho capito che l’alienazione è la malattia del secolo. Non avere un senso critico su ciò che influenza le nostre esistenze è un atteggiamento diffusissimo.
Ripeto, nel sindacato se non sono inconsapevoli sono “ammanigliati”: da una parte chi dirige fa il gioco della politica e del governo, dall’altra il sindacalista burocrate che difficilmente lotterà per chi cerca buona e ben retribuita occupazione. Senza fare di tutta un’erba un fascio, ma per grandi linee le cose vanno così.
Febbraio 2022, lo scoppio della guerra in Ucraina, certo non migliorò le cose. Fino alla settimana prima gli impiegati discutevano ancora della pericolosità della Covid e dei casi positivi in crescita; oppure su quando convenisse fare la terza dose. Poi improvvisamente i loro argomenti cambiarono. Giorno dopo giorno il tema era sempre lo stesso: quanto fosse cattivo Putin.
E questi sono i signori che dovrebbero lottare per noi? Quelli che dovrebbero tutelarci? Quelli che dovrebbero fare a braccio di ferro con i datori quando vogliono sfruttarci o con i nostri governanti perchè fanno leggi contro il lavoro?
Era ormai regolare che a fine giornata il mio viso assumesse un’espressione simile all’urlo di Munch; costantemente martellata da discorsi qualunquisti. A rendere il tutto più drammatico ci pensavano i segretari generali con la loro arroganza e ipocrisia.
Vi ricordate la foto di Landini quasi abbracciato a Draghi? Il comunista che sorride al banchiere: una contraddizione così surreale che ad alcuni fece perfino ridere.
Voglio però terminare il mio racconto con una nota comica, vi stupirò dicendovi che, nonostante tutto, questi signori hanno fatto davvero qualcosa per noi: hanno manifestato. La loro voce è scesa addirittura in piazza!
Le proteste che mi sono rimaste particolarmente impresse sono due. Le altre preferisco non descriverle perché hanno solo rasentato il ridicolo.
La prima di queste fu un corteo in ricordo delle vittime innocenti delle mafie in cui presenziarono un centinaio di ragazzini di 14-15 anni. Erano tantissimi, la fila era lunga un chilometro. “Un successone“, dissero.
Il paradosso, però, è che i giovani manifestanti erano ben contenti di saltare le lezioni per un giorno, invitati alla mobilitazione dagli stessi sindacati. Il gruppo dei rappresentanti e dei manifestanti di CGIL, CISL e UIL si trovavano in corteo assieme agli studenti, ma da lontano scomparivano del tutto: erano davvero pochi.. che figura!
E quando i sindacati si riunirono per protestare contro il carovita? Altra giornata imbarazzante.
Il luogo dell’appuntamento era sotto la prefettura e la protesta consisteva nello sbattere dei cucchiai su delle pentole vuote.
Gli stessi che avevano approvato le sanzioni contro la Russia ed il rifornimento di armi all’Ucraina, promovevano, per scopi puramente mediatici, un incontro marketing a portata di telecamera. Era disgustoso – pensai – che stessero tirando acqua al loro mulino facendo leva sulla paura dei cittadini. Inoltre, tutte le loro mobilitazioni contro la guerra hanno solo veicolato quello che la narrativa dominante impone. Noi studenti del servizio civile ci sentivamo fuori contesto e infatti ci distaccammo per marcare il nostro disappunto.
In piazza c’erano anche diverse televisioni e giornali (tra questi Fanpage); la cosa più sorprendente, però, fu che la leader della protesta alla fine venne accolta dal prefetto! Le venne proprio concesso di salire per esporgli le ragioni della piazza.
Quando lo hanno fatto i No Green Pass la risposta e’ sempre stata la stessa: un muro di poliziotti davanti l’ingresso della prefettura. La stessa sorte valse per gli Studenti No Green Pass.
E questo sarebbe un Paese democratico? Un Paese che può vantare la partecipazione del popolo? Un Paese che non fa discriminazioni? Siamo una democrazia alla deriva.
Alla fine del mio servizio civile, nonostante i momenti di amarezza e di sconforto, ho capito che non tutti i mali vengono per nuocere. Questo lavoro mi è servito anche per crescere, e sono arrivata alla conclusione che la vita è una continua esperienza.
Anche un ambiente così subdolo è stato in grado di lasciarmi qualcosa di buono: la sicurezza.
Nelle proteste, quelle organizzate spontaneamente dai cittadini, comprendevo le frustrazioni dei lavoratori e riuscivo ad avere un quadro molto più lucido del triste contesto in cui viviamo.
Siamo passati dal diritto al lavoro al diritto allo sfruttamento, grazie soprattutto alle continue riforme che, dagli anni ’90 ad oggi, non hanno mai smesso di depauperare il lavoratore sia in termini di diritti che di salario.
La disoccupazione è alla mercè delle multinazionali; di fatto, non esiste più una rappresentanza sindacale reale ma, al contrario, le maggiori organizzazioni in essere sono i cani da guardia più fedeli di un sistema economico e sociale basato sullo sfruttamento e che tende sempre più al pieno controllo sociale.
Oggi “i rappresentanti di chi lavora” scendono in piazza per un cessate il fuoco, visto il rischio di escalation bellica su scala mondiale, ben venga! Ma non dimentico ciò che ho visto, soprattutto perché non mi fido delle loro proteste.
L’ultimo giorno “da sindacalista” ho salutato i colleghi e le colleghe senza rancori, con cortesia, educazione e rispetto, augurando a tutti buona fortuna.
Uscita dalla sede ho sentito un inconfondibile profumo di libertà, misto a maturità. L’unica cosa che ho augurato a me stessa è di trovare la felicità in un mondo migliore da quello che conosco.
Il mio racconto finisce qui. Spero che questo articolo, se pur molto semplice, sia riuscito a trasmettere le emozioni che una giovane ragazza ha provato in questi lunghissimi mesi di ingiustizie.
Simona (*) – 13.10.2022
NOTE
(*)=Simona è un nome di fantasia: l’autrice preferisce mantenere l’anonimato.
A volte, solo a volte, ritirarsi non è arrendersi Cambiare non è ipocrisia, disfare non è distruggere. Essere soli non è allontanarsi, e il silenzio non è non avere niente da dire. Restare fermi non è pigrizia, né vigliaccheria, è sopravvivere. Immergersi non è annegare, retrocedere non è fuggire. A volte, solo a volte, occorre allontanarsi per vedere, abbandonarsi, lasciare che scorra, che il vento cambi, chiudere gli occhi e tacere. A volte bisogna ascoltarsi.
L’Arabia Saudita nei BRICS; una notizia che solo fino a pochissimo tempo fa sarebbe stata considerata pura fantascienza. Cosa comporta a livello geopolitico ed economico? Stellantis avverte l’Europa: “Il dogma del 2035 uccide l’auto”. Al Salone dell’auto di Parigi l’ad Carlo Tavares parla di “gravi danni sociali” per il passaggio all’elettrico, “Le normative Euro 7 vanno semplicemente cancellate”. La BMW sposta in Cina la produzione della Mini elettrica. Il premier belga Alexander De Croo dichiara al Financial Times “L’Europa rischia la deindustrializzazione e i disordini sociali… l’impennata dei prezzi dell’energia porterà a drastiche conseguenze a lungo termine sul continente”. Politica interna; un’analisi della situazione alla vigilia delle consultazioni dei partiti al Colle e dopo le affermazioni di Berlusconi su Putin e Zelensky. Terremoto a Londra: la premier Liz Truss prova a resistere al suo posto ma il destino sembra segnato.
La nostra intervista all’economista e scrittore ARMANDO SAVINI
Russia e Algeria fanno esercitazioni militari congiunte. Ricordiamo che l’Algeria è uno dei pochissimi paesi arabi e sunniti, ad avere buone relazioni con la Repubblica islamica dell’Iran. Le alleanze politico-militari dunque si delineano e consolidano in maniera sempre più chiara
Ben scavato, vecchia talpa! esclama Amleto alla vista del fantasma del padre, apparso al principe di Danimarca così lontano dal luogo della sepoltura. Ben scavato, vecchia talpa, ribadirà Karl Marx nel Diciotto Brumaio di Luigi Napoleone, confidando nello spirito della rivoluzione proletaria.
La talpa che ha meglio scavato in profondità è l’idea di progresso, nata nel XVIII secolo e diventata totem e tabù della modernità d’occidente. Apparve quando nacque il bisogno di attribuire all’uomo, svuotato di contenuto religioso, un destino con un significato materiale. L’invenzione del progresso è diventata un’ideologia, tanto che partiti e forze culturali si definiscono progressiste e chi non è dei loro avverte il bisogno di giustificarsi, di circoscrivere o negare la sua opposizione.
Come sottrarsi all’idea di progresso, alla sua inesorabile avanzata, opporsi alla quale significa contrastare il cammino dell’umanità, il movimento positivo verso gradi o stadi superiori, con implicito il concetto di perfezionamento, evoluzione, trasformazione continua verso il meglio.
L’ottimismo ottocentesco fece scrivere a Giuseppe Mazzini: oggi sappiamo che la Legge della Vita è il Progresso, con abuso di maiuscole. Il progresso è il senso della Storia (altra maiuscola; ma esiste un senso della storia?), il percorso definito, il Vangelo del Bene e del Giusto. Chi si mette di traverso può essere solo uno squilibrato, un disturbatore insensato a cui togliere la parola. Ascoltarlo equivarrebbe a camminare all’indietro, retrocedere in serie B: regresso. Progresso è luce, ogni obiezione è tenebra. Insomma, essere progressisti è un dovere, un’ovvietà, una laica fede materiale. Come la frase sull’amore incisa sugli anelli dei fidanzati: più di ieri, meno di domani.
Le sorti dell’umanità sono “magnifiche e progressive”. Chi non ci crede è un maledetto reazionario, un rottame del passato che non merita di essere confutato: il senso e la direzione positiva del progresso sono indiscutibili, simili a certi postulati matematici indimostrati la cui validità si ammette a priori, o agli assiomi, principi assunti come veri perché ritenuti evidenti o in quanto costituiscono il punto centrale di un quadro teorico di riferimento.
Invece no. E la confutazione non proviene da un incallito lodatore del tempo antico o da Unabomber, ma da uno dei più lucidi intellettuali “di sinistra”, Christopher Lasch, l’autore della Cultura del narcisismo e della Ribellione delle élite. Applichiamo allo storico e sociologo americano (1932-1994), per semplice comodità, la categorizzazione destra-sinistra da lui sempre rigettata. Lasch fu piuttosto un populista innamorato delle culture popolari, un socialista sui generis e innanzitutto un intellettuale libero. Ne Il paradiso in terra – titolo assai polemico – afferma che il punto di partenza della sua riflessione è il seguente interrogativo: “come mai tanta gente seria continua a credere nel progresso, mentre la mole di prove avrebbe dovuto indurli ad abbandonare una volta per tutte questa idea”?
Le idee ricevute e fatte proprie sono dure a morire, e il progresso è l’idea chiave della cultura di massa. Un notevole fraintendimento, addirittura un paraocchi per chi è cresciuto nelle idee marxiste, che non parlano affatto di progresso, bensì di liberazione dalle catene del capitalismo, la cui idea guida è il bisogno di rivoluzionare continuamente la società. Anche Proudhon mise in guardia dall’ottimismo sciocco di chi confonde il progresso materiale ed economico con il progresso morale.
Così scrivono Marx ed Engels nel Manifesto del 1848. “Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo “pagamento in contanti”. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. (…). La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l’uomo della scienza, in salariati ai suoi stipendi. La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro”.
L’invenzione del progresso è il più straordinario successo del capitalismo, il cui scopo è di abbattere ogni barriera, idea e principio per ricondurre tutto allo scambio misurabile in denaro. Deve svellere ogni radice per costruire l’homo consumens a taglia unica – a una dimensione, dice Herbert Marcuse – un vuoto da riempire con l’immaginario delle merci e con la retorica inappagata dei desideri; una macchina desiderante priva di bussola che corre senza posa alla ricerca del nuovo, programmaticamente migliore del passato, “più”, rispetto al “meno” di ieri, screditato, deriso, rimosso. Eppure, ancora Marx, espresse nei Manoscritti un concetto decisivo, che pare il contrario del progressismo: la radice è l’uomo.
Privato di radici, l’uomo si spoglia di se stesso in nome del progresso, accogliendo con gioia compiaciuta ogni novità, sinonimo di avanzamento. Con l’invenzione del progresso e la sua immissione nella cultura di massa, il gioco è fatto: diventa autoinganno, finta felicità che sventola la bandiera della sottomissione all’ordine capitalista. I progressisti di ascendenza socialista e comunista, rinfoderate le ansie rivoluzionarie, non colgono la disfatta, ma percepiscono come una vittoria il presente dominato dalla corsa illimitata (dromocrazia, per Paul Virilio, la maratona infinita scambiata per progresso): un gioco di specchi allucinatorio. Lo compresero i Francofortesi, sottolineando che la cultura di massa e l’idea di progresso non avevano liberato gli uomini, ma li hanno trasformati in vittime consenzienti della pubblicità e della propaganda. Forma merce e società dello spettacolo: l’alienazione al potere.
Ne è consapevole un irregolare del socialismo che non si rassegna a annegare nel minestrone progressista, Jean Paul Michéa. Per lui, l’idea di progresso, declinata come corsa forsennata senza traguardo, svela i due postulati nascosti della sensibilità liberal-libertaria, la Matrix del progressismo.
Il primo è l’adesione all’ idea che l’uomo sia solo una macchina desiderante costretta dalla sua natura a massimizzare la propria utilità. Quella riduzione, una volta introiettata come corollario obbligato del progresso, rende impossibile ogni obiezione. Il progresso si inchina alla mistica dei diritti, che diventano una sorta di pretesa di tutti su tutto. Questo finisce per giustificare ogni cosa, dallo sfruttamento più spietato ai nuovi diritti legati alla sfera sessuale e pulsionale.
Il progresso è l’ideologia dell’homo oeconomicus, parallelo all’uomo-macchina e all’individuo che si emancipa da ogni credenza o struttura tradizionale. Un processo senza fine – come illimitato è il filo del progresso – che produce un clamoroso rovescio, un’eterogenesi dei fini: la sottomissione a nuove forme di dominio e di autorità: “lo stato moderno e i suoi giuristi, il mercato autoregolato e i suoi economisti, e naturalmente, l’ideale della scienza come fondamento immaginario e simbolico di questo nuovo insieme storico”.
Incredibile è la mutazione, o la trasvalutazione dei valori che il progressismo liberal-libertario ha imposto ai suoi nemici di ieri. Marcuse denunciò per primo la “tolleranza repressiva” del potere nelle società politiche occidentali, la tendenza a far coincidere progresso tecnologico e emancipazione umana. Affermò l’impostura delle società democratiche che rendono impossibile ogni forma di opposizione. L’ incipit dell’Uomo a una dimensione è “una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico”. La soluzione è tuttavia parte del male: la liberazione attraverso l’Eros, la negazione del principio di autorità, i paradisi artificiali, la chiusura nella dimensione soggettiva. Esattamente ciò che serve al neo capitalismo globalista per perpetuare il suo dominio.
L’altro elemento che legittima l’ideologia del progresso, rendendola trasversale, è l’errore capitale della sinistra “moderna”, attardata nella convinzione che il liberal-liberismo sia una forza conservatrice o addirittura reazionaria. Sono numerosi, sospira Michéa, coloro che “insorgono ancora contro la famiglia autoritaria, il moralismo sessuofobo, la censura letteraria, l’etica del lavoro e altri pilastri dell’ordine borghese, mentre questi ultimi sono ormai stati distrutti o scalzati dal capitalismo avanzato.” Nulla di più insensato della pretesa – o dell’equivoco – progressista di rappresentare la giustizia e il bene: fin dal Settecento e dall’illuminismo, ragione, cambiamento e progresso sono state bandiere e conseguenze dell’ordine economico liberale, la cui stella polare è il mercato fornitore di armonia tra individui razionali mossi solo dall’interesse, privati di filiazione e legami, intollerabili ostacoli al progresso.
Che poi il progresso non conduca alla felicità, nonostante gli innegabili miglioramenti di molte condizioni materiali, non scoraggia i suoi fautori: basta spostare l’oggetto del desiderio, far balenare nuovi progressi e il gioco è fatto.
Un altro effetto della superstizione progressista è il curioso suprematismo del tempo presente, in nome del quale chi è vissuto prima di noi ci è inferiore; ha goduto di un numero più basso di mezzi e di diritti, quindi anche la sua umanità è inferiore alla nostra. Il “presentismo” progressista cerca di allontanare il futuro schiacciandolo sull’oggi, poiché altrimenti perderebbe molta della sua efficacia e del suo fascino. Il progresso di domani, infatti, sarà superiore al nostro, con la perdita di autostima e relativizzazione dell’oggi che ne consegue. I padroni del progresso lo sanno e agiscono di conseguenza. Provocano un’ansia costante, consustanziale al progresso – il processo che non può esaurirsi – un’inquietudine interiore che rende dipendenti dal nuovo, dal consumo, dai desideri.
Il progresso, anziché aumentare le nostre possibilità e aprire le menti, come pensavano positivisti e pragmatisti, genera tensione, competitività, paura, invidia sociale, a cui non è opposto altro rimedio se non somministrare dosi crescenti della medicina che ha provocato la malattia. In più, disprezzando ogni passato, rinuncia al confronto, pago della superiorità di mezzi del presente. Qui sta una delle contraddizioni progressiste: l’eccesso di mezzi oscura i fini sino a negarli.
Il progresso, nella forma in cui è vissuto nella cultura di massa, assomiglia sempre più alla vana corsa circolare del criceto nella ruota e dentro la gabbia. L’invenzione del progresso, la fede accecante che genera, sono le mura della prigione senza sbarre che rende frenetica e mai sazia la vita contemporanea.
Prima o poi anche il progresso tramonterà e gli uomini torneranno sui propri passi, accettando una vita più naturale, umana nel senso nobile del termine. La talpa si stancherà di scavare e osserverà i detriti del suo lungo lavoro. Forse accadrà quanto immaginato dalla geniale leggerezza di Ennio Flaiano: anche il progresso, diventato vecchio e saggio, votò contro.
Nel corso della settimana, la Casa Bianca ha reso note due nuove strategie nazionali. Il primo riguarda l’Artico e il secondo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Entrambi i documenti presentano alcune stranezze e, oggettivamente, sono difficili da attuare a causa delle contraddizioni in essi contenute.
Allo stesso tempo, le strategie hanno alcuni imperativi che si sovrappongono logicamente agli obiettivi della politica estera statunitense.
Esaminiamoli in ordine sparso.
Il testo sull’Artico afferma che “gli Stati Uniti cercano una regione artica pacifica, stabile, prospera e cooperativa. La Strategia nazionale per la regione artica articola un’agenda positiva degli Stati Uniti per i prossimi dieci anni, dal 2022 al 2032, per realizzare questa visione. Questa strategia, aggiornata nel 2013, affronta la crisi climatica con maggiore urgenza e indirizza nuovi investimenti nello sviluppo sostenibile per migliorare le condizioni di vita dei residenti nell’Artico, preservando al contempo l’ambiente. Riconosce inoltre l’accresciuta competizione strategica nell’Artico dal 2013, esacerbata dal conflitto russo in Ucraina, e dichiara il desiderio di posizionare gli Stati Uniti come attore credibile sia per una competizione efficace che per la gestione delle tensioni. La realizzazione della nostra visione in questo periodo dinamico e impegnativo richiederà la leadership degli Stati Uniti in patria e all’estero. Porteremo avanti gli interessi degli Stati Uniti su quattro fronti che si rafforzano a vicenda, coprendo sia le questioni interne che quelle internazionali”.
Cosa scelgono dunque gli Stati Uniti: la cooperazione o la concorrenza effettiva? In fondo, si tratta di azioni contraddittorie. Partiamo dal presupposto, sulla base dell’esperienza storica, che Washington intende gestire i processi per raggiungere uno stato che gli Stati Uniti possono definire una fase di cooperazione stabile. Tradotto nella nostra lingua, si tratta di un nuovo periodo neocoloniale, in cui sarà possibile saccheggiare le ricchezze nazionali di altri Stati, avere accesso illimitato alle risorse naturali di tutto il mondo, come è nell’interesse degli Stati Uniti.
A tal fine, Washington propone quattro componenti:
“Pilastro 1 – Sicurezza: dissuaderemo le minacce agli Stati Uniti e ai nostri alleati costruendo le capacità necessarie a proteggere i nostri interessi nell’Artico, coordinando al contempo approcci comuni con alleati e partner e riducendo i rischi di escalation involontaria. Implementeremo una presenza del governo statunitense nella regione artica, se necessario, per proteggere il popolo americano e il nostro territorio sovrano.
Pilastro 2 – Cambiamento climatico e protezione dell’ambiente: il governo degli Stati Uniti collaborerà con le comunità dell’Alaska e con lo Stato dell’Alaska per costruire la resilienza agli impatti del cambiamento climatico, lavorando per ridurre le emissioni dall’Artico come parte di un più ampio sforzo di mitigazione globale, per migliorare la comprensione scientifica e preservare l’ecosistema artico.
Pilastro 3 – Sviluppo economico sostenibile: ci impegneremo per uno sviluppo sostenibile e per migliorare le condizioni di vita in Alaska, anche per le comunità native dell’Alaska, investendo in infrastrutture, migliorando l’accesso ai servizi e sostenendo i settori economici in crescita. Lavoreremo inoltre con alleati e partner per espandere gli investimenti di alta qualità e lo sviluppo sostenibile in tutta la regione artica.
Pilastro 4 – Cooperazione internazionale e governance: nonostante le sfide alla cooperazione artica poste dall’aggressione russa in Ucraina, gli Stati Uniti si adopereranno per sostenere le istituzioni di cooperazione artica, compreso il Consiglio artico, e per posizionare queste istituzioni in modo da gestire l’impatto di una maggiore attività nella regione. Cerchiamo inoltre di sostenere il diritto, le regole, le norme e gli standard internazionali nell’Artico.
Anche in questo caso vediamo le famose “regole” stabilite dagli stessi Stati Uniti.
Se analizziamo il documento più in dettaglio, scopriamo che le questioni degli interessi economici e della deterrenza strategica sono interconnesse.
Si sottolinea che “un Artico più accessibile creerebbe anche nuove opportunità economiche”. La bassa densità di popolazione in un’area vasta, l’alto costo delle attività commerciali e la mancanza di risorse finanziarie hanno contribuito a creare problemi di lunga data, tra cui le infrastrutture limitate e la dipendenza dal settore del petrolio e del gas e dalla pesca commerciale. Questi vincoli, a loro volta, hanno mantenuto alto il costo della vita e limitato le opportunità di sviluppo di altre industrie. La diminuzione dei ghiacci marini sta gradualmente aprendo nuove rotte di navigazione e può favorire lo sviluppo economico. I depositi significativi di minerali artici ricercati, essenziali per le catene di fornitura di tecnologie chiave, hanno suscitato l’interesse di governi e imprese di tutto il mondo. Con la riduzione della copertura di ghiaccio nell’Oceano Artico e il cambiamento dei modelli di migrazione dei pesci, la pesca commerciale potrebbe spostarsi in nuove aree. Questi cambiamenti potrebbero portare benefici economici ai residenti dell’Artico se gestiti in modo appropriato in consultazione con queste popolazioni. Le nuove opportunità comporteranno anche ulteriori problemi, dal potenziale emergere di nuove attività di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata e di un maggiore degrado ambientale, ai rischi per la navigazione marittima, alla maggiore probabilità di incidenti e ai cambiamenti negli stili di vita tradizionali.
La crescente importanza strategica dell’Artico ha intensificato la competizione per plasmare il suo futuro, in quanto i Paesi perseguono nuovi interessi economici e si preparano a intensificare le loro attività”.
In effetti, le opportunità sono in crescita, ma la Russia controlla gran parte dell’Artico grazie ai suoi lunghi confini e la Northern Sea Route passa attraverso le acque russe sovrane. La produzione di petrolio e gas è attiva anche nella zona artica della Russia. Per questo motivo, la questione è a posto e lo sviluppo dell’Artico è in pieno svolgimento. Si costruiscono nuove rompighiaccio e navi scientifiche, si rafforzano le infrastrutture militari. A quanto pare è questo che preoccupa gli Stati Uniti.
La strategia dice quanto segue:
“Negli ultimi dieci anni, la Russia ha aumentato in modo significativo la sua presenza militare nell’Artico. Sta modernizzando le sue basi militari e i suoi campi d’aviazione; sta dispiegando nuovi sistemi di difesa aerea e missilistica costiera e sottomarini modernizzati; sta intensificando le esercitazioni militari e le operazioni di addestramento con un nuovo comando di battaglia. La Russia sta inoltre sviluppando nuove infrastrutture economiche nei suoi territori artici per lo sfruttamento degli idrocarburi, dei minerali e della pesca e sta cercando di limitare la libertà di navigazione attraverso le sue eccessive rivendicazioni marittime lungo la Rotta del Mare del Nord.
Il conflitto russo in Ucraina ha acuito le tensioni geopolitiche nell’Artico, come in altre parti del mondo, creando nuovi rischi di conflitto non intenzionale e ostacolando la cooperazione…
Il conflitto ha rafforzato l’unità e la determinazione della NATO e ha stimolato gli sforzi per espandere le risorse della NATO. Ha inoltre rafforzato l’unità con i nostri partner artici, come dimostra la proposta di adesione alla NATO di Finlandia e Svezia”.
Si dice anche della Cina:
“La Repubblica Popolare Cinese cerca di rafforzare la propria influenza nell’Artico attraverso un elenco esteso di attività economiche, diplomatiche, scientifiche e militari. La Cina ha anche sottolineato la sua intenzione di svolgere un ruolo più attivo nella definizione della governance regionale. Nell’ultimo decennio, la RPC ha raddoppiato i suoi investimenti concentrandosi sull’estrazione di minerali critici, espandendo le sue attività scientifiche e utilizzando questi impegni scientifici per condurre ricerche a doppio uso con applicazioni militari o di intelligence nell’Artico. La RPC ha ampliato la sua flotta di rompighiaccio e ha dispiegato per la prima volta navi militari nell’Artico. Anche altri Paesi non artici hanno aumentato la loro presenza, gli investimenti e le attività nell’Artico.
È significativo che gli Stati Uniti tacciano i problemi esistenti con i loro partner della NATO. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno diverse dispute territoriali con il Canada sulla proprietà degli stretti, che hanno già portato a conflitti. Sono inoltre in corso dispute tra questi Paesi sulle zone di pesca.
L’obiettivo strategico 4.2: Proteggere la libertà di navigazione e i limiti della piattaforma continentale è altrettanto interessante.
Nel documento si legge che “gli Stati Uniti proteggeranno i diritti e le libertà di navigazione e di sorvolo sull’Artico e delineeranno i limiti esterni della piattaforma continentale statunitense in conformità con il diritto internazionale, come risulta dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare”. Continueremo inoltre a sostenere l’adesione alla Convenzione e a difendere con forza gli interessi degli Stati Uniti, che sono meglio serviti dal rispetto universale dello Stato di diritto internazionale.”
Anche l’obiettivo strategico 4.2: Proteggere la libertà di navigazione e i limiti della piattaforma continentale è interessante.
Gli Stati Uniti proteggeranno i diritti e le libertà di navigazione e di sorvolo sull’Artico e delineeranno i limiti esterni della piattaforma continentale statunitense in conformità con il diritto internazionale, come risulta dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Continueremo inoltre a sostenere l’adesione alla Convenzione e a difendere con forza gli interessi degli Stati Uniti, che sono meglio serviti dal rispetto universale dello Stato di diritto internazionale.”
Il paradosso è che, in base a questa Convenzione, la Northern Sea Route è interamente sotto la giurisdizione russa. È intesa come una via di trasporto nazionale storicamente unificata della Federazione Russa. La navigazione viene effettuata in conformità alle norme speciali stabilite dalla Russia ai sensi dell’articolo 234 della Convenzione. Naturalmente, le navi straniere possono attraversare le acque territoriali della Russia, ma devono essere pacifiche. E poiché gli Stati Uniti e l’intero blocco della NATO sono ufficialmente considerati Stati ostili, qualsiasi passaggio è fuori questione. Questo è il motivo delle reazioni isteriche dell’establishment statunitense.
Allo stesso tempo, va aggiunto che la NATO sta attualmente affinando la sua strategia nei confronti del Grande Nord.
L’Alleanza Atlantica del Nord vede la regione come un emergente hub informativo globale, dato che vi passano anche i cavi di comunicazione.
Anche a livello concettuale, vediamo che l’Occidente sta cercando di assicurarsi maggiori diritti sulla regione artica. Ad esempio, con l’emergere del termine “EuroArctic”.
A proposito della nuova strategia nazionale statunitense, Joe Biden scrive nella prefazione che “gli Stati Uniti continueranno a difendere la democrazia nel mondo, anche se continueremo a lavorare in patria per adattarci meglio all’idea di America sancita dai nostri documenti fondativi”. Continueremo a investire per rendere l’America più competitiva nel mondo, attirando sognatori e combattenti da tutto il mondo. Lavoreremo con qualsiasi Paese che condivida la nostra convinzione di fondo che un ordine basato sulle regole debba rimanere il fondamento della pace e della prosperità globale. E continueremo a dimostrare come la leadership sostenuta dell’America per affrontare le sfide di oggi e di domani, con visione e chiarezza, sia il modo migliore per raggiungere gli obiettivi del popolo americano.
Si tratta di una strategia completa basata sulla realtà del mondo di oggi, che definisce il futuro che cerchiamo e fornisce una tabella di marcia per raggiungerlo. Niente di tutto questo sarà facile o privo di ostacoli. Ma sono più che mai fiducioso che gli Stati Uniti abbiano le carte in regola per vincere la competizione nel ventunesimo secolo. Usciamo da ogni crisi più forti. Non c’è nulla che vada oltre quello che possiamo fare. Possiamo farcela, per il nostro futuro e per il mondo”.
Ma questo è un preambolo e le fantasie personali di Joe Biden. Nel documento stesso, si ritrovano le rivendicazioni, già note da tempo, dell’eccezionalismo e della supremazia globale degli Stati Uniti:
“La necessità di un ruolo americano forte e risoluto nel mondo non è mai stata così forte. Il mondo sta diventando sempre più diviso e instabile. L’aumento globale dell’inflazione dopo la pandemia COVID-19 ha reso la vita difficile a molti. Le leggi e i principi fondamentali che regolano le relazioni tra le nazioni, compresa la Carta delle Nazioni Unite e la protezione che essa offre a tutti gli Stati contro l’invasione dei loro vicini o la modifica violenta dei loro confini, sono sotto attacco. Il rischio di conflitto tra le grandi potenze è in aumento. Le democrazie e le autocrazie sono impegnate in una competizione per dimostrare quale sistema di governo può essere più vantaggioso per i loro popoli e per il mondo. La competizione per lo sviluppo e l’implementazione di tecnologie fondamentali che cambieranno la nostra sicurezza e la nostra economia è in aumento. La cooperazione globale basata su interessi comuni ha vacillato, anche se la necessità di tale cooperazione sta diventando esistenzialmente importante. La portata di questi cambiamenti cresce di anno in anno, così come i rischi dell’inazione.
Sebbene il contesto internazionale sia diventato più teso, gli Stati Uniti rimangono una potenza globale di primo piano. La nostra economia, la nostra popolazione, la nostra innovazione e la nostra forza militare continuano a crescere, spesso superando le prestazioni di altri grandi Paesi. I nostri punti di forza nazionali – l’ingegnosità, la creatività, la resilienza e la determinazione del popolo americano; i nostri valori, la diversità e le istituzioni democratiche; la nostra leadership tecnologica e il dinamismo economico; il nostro corpo diplomatico, i professionisti dello sviluppo, la comunità dell’intelligence e le nostre forze armate – rimangono insuperabili. Abbiamo competenze nell’uso e nell’applicazione del nostro potere, in combinazione con i nostri alleati e partner, che rafforzano notevolmente i nostri punti di forza.
Abbiamo imparato lezioni sia dai nostri fallimenti che dai nostri successi. L’idea che dobbiamo competere con le principali potenze autocratiche per plasmare l’ordine internazionale gode di un ampio sostegno bipartisan in patria e si sta rafforzando all’estero”.
Tutto sommato, ancora una volta, richieste di dominio mondiale e giustificazioni teoriche per esso, descritte nei termini che “gli Stati Uniti hanno il meglio e il più potente”. E, naturalmente, nessun accenno a quante volte gli Stati Uniti hanno violato la Carta delle Nazioni Unite e commesso interventi militari con pretesti inverosimili.
L’amministrazione della Casa Bianca dice che lo farà:
“1) investire in fonti e strumenti chiave del potere e dell’influenza americani;
2) costruire una coalizione di nazioni il più forte possibile per rafforzare la nostra influenza collettiva nel plasmare l’ambiente strategico globale e affrontare le sfide comuni;
3) modernizzare e rafforzare le nostre forze armate in modo che siano equipaggiate per un’epoca di competizione strategica con le grandi potenze, mantenendo al contempo la capacità di sventare la minaccia terroristica in patria”.
A giudicare dall’analisi del New York Times sulla strategia, il documento è chiaramente grezzo, pieno di contraddizioni e ambiguità. In particolare, si afferma che ci sarà un’importante modernizzazione delle forze armate. Ma a spese di chi? Si nota che il bilancio militare non riflette affatto gli obiettivi della strategia.
Ma oltre agli obiettivi militari, la sicurezza nazionale comprende anche la diffusione della sodomia!
Si legge che “investiremo nelle donne e nelle ragazze, ascolteremo le voci e ci concentreremo sulle esigenze dei gruppi più emarginati, compresa la comunità LGBTQ+, e promuoveremo lo sviluppo inclusivo in generale”.
Naturalmente, le minacce principali restano la Russia e la Cina. L’Iran e la Repubblica Democratica Popolare di Corea non sono più una priorità. L’Iran è citato sette volte e la RPDC solo due. Se i test missilistici della Corea del Nord fossero avvenuti qualche settimana prima, probabilmente avremmo visto molte più menzioni della Corea del Nord anche in questo documento. La Russia è citata 71 volte e la Cina 55 volte.
Marcus Stanley del Quincy Institute ha definito la nuova strategia una manifestazione di schizofrenia.
Stanley scrive che “il presidente Biden è entrato in carica promettendo di riorientare la politica estera nazionale sulle esigenze della classe media americana, di guidare la cooperazione globale sulla crisi climatica e di attuare piani per ridurre i conflitti nei punti caldi del pianeta”. Ha previsto di rivedere l’accordo nucleare con l’Iran per ridurre le tensioni in quel paese e intende mantenere la cooperazione con la Cina in alcuni settori chiave, anche se l’amministrazione Trump ha aderito in larga misura a un orientamento verso una dura “competizione strategica” con la Cina.
La Casa Bianca di Biden ha persino cercato una relazione “stabile e prevedibile” con la Russia. La sua prima decisione importante in politica estera è stata quella di ritirare gli Stati Uniti dall’Afghanistan, ponendo fine a due decenni di occupazione militare.
Due anni dopo, il mondo sembra barcollare sull’orlo di una nuova guerra fredda, con tutti i pericoli e i costi che ciò comporta. La cooperazione tra Cina e Stati Uniti è in una fase di profondo congelamento a causa di una serie apparentemente infinita di provocazioni “tit-for-tat”, in particolare su Taiwan, e lo stesso partito del presidente sta facendo pressioni per essere ancora più aggressivo.
Nel frattempo, i colloqui per il ripristino dell’accordo nucleare iraniano si sono arenati e, durante un viaggio in Medio Oriente quest’estate, Biden è sembrato minacciare la guerra. In Ucraina, dopo che Washington ha contribuito in modo decisivo a sventare il tentativo iniziale di Putin di sottomettere il Paese, egli sembrava accontentarsi di un conflitto lungo e violento senza fare alcuno sforzo per trovare una via d’uscita diplomatica.
Mentre i nostri principali alleati in Europa e Giappone sostengono gli Stati Uniti sia contro la Russia che contro la Cina, molti Paesi critici del Sud globale, tra cui alcune delle più grandi democrazie del mondo, India e Brasile, non si sono uniti agli Stati Uniti nel condannare inequivocabilmente l’aggressione russa. Inoltre, la retorica dell’amministrazione Biden si è spostata dalla ‘politica estera della classe media’ agli appelli per un confronto potenzialmente apocalittico tra ‘democrazie e autocrazie’”.
Come negli ultimi due anni sotto il governo democratico, i principali documenti di politica estera mostrano un degrado del pensiero politico, anche se sono ancora presenti i vecchi giri retorici sul dominio americano. È probabile che i prossimi due anni curino finalmente l’establishment americano dalle sue manie di eccezionalità e superiorità, riportandolo alla realtà.
“Non guardate quello che fa il nostro uomo. Guardate cosa si sforza di fare”. FM Dostoevskij
Una caratteristica della filosofia russa, secondo alcuni storici della filosofia russa, è l’ontologismo del pensiero. La posizione dell’ontologismo in filosofia, a differenza di quella opposta dello gnoseologismo, implica la considerazione primaria non del processo di pensiero, ma dell’oggetto della comprensione. Essendo dalla parte dell’ontologico, cerchiamo innanzitutto di individuare e rispondere alla domanda: COSA è, COSA è l’oggetto della nostra conoscenza, A COSA si rivolge lo sguardo della nostra intuizione intellettuale. Gli aderenti al modello ontologico cercano, innanzitutto, di trovare tra tutto ciò che “scorre e cambia” un certo punto fondamentale, un punto fisso, come un grosso sasso in un fiume di montagna che scorre veloce. E solo dopo aver trovato e afferrato questo fulcro, l’istanza dell’essere, possiamo considerare il nostro processo di ricerca intenzionale di questa cosa. Pertanto, non iniziamo a pensare al pensiero finché non abbiamo definito ciò che è e ciò che possiamo comprendere. Aderenti a questo metodo sono Parmenide (idea dell’identità di essere e pensiero), Platone (ricerca delle idee come istanze realmente esistenti) – che rivolgevano il loro ragionamento alla ricerca di una base immobile, portatrice dell’essere.
A differenza dell’ontologia, l’epistemologia cerca di comprendere il corso stesso del nostro pensiero fin dall’inizio. Gli aderenti a questa posizione (e la posizione ha iniziato a svilupparsi dopo I. Kant) rivolgono la riflessione alla loro attenzione alla stessa del processo di pensiero. In questo modello viene messa in discussione la possibilità di individuare un punto di riferimento che abbia un proprio statuto ontologico e che diventi una “cosa in sé”, incomprensibile per la cognizione. L’unica cosa che ci resta da fare è studiare il processo di cognizione stesso. In questo metodo il soggetto è estremamente importante, è lui che diventa il centro, il suo ruolo è estremamente grande.
I filosofi russi sono lontani dalla posizione dello gnoseologismo. Ciò è condizionato dal fatto che l’idea stessa di Soggetto e di istanza cognitiva nella mente russa è estremamente vaga e oscura. Sia la cultura russa, sia la storia russa, sia la religione russa non accettano il concetto di “individuo”, che è un concetto occidentale esclusivamente, freddo e distaccato. Il collettivismo del popolo russo, visibile anche nei più piccoli dettagli del discorso scritto (per esempio, nella “I” minuscola rispetto alla “I” maiuscola in inglese), ha una nozione di soggetto completamente diversa. E questo argomento è nadinindividuale, comune e unico per una moltitudine di persone. È uno spirito nazionale, che non è mai diviso in parti e che pensa, crede, capisce, ascolta e comprende in modo del tutto peculiare.
Il soggetto russo è assolutamente povero. È quasi inesistente, è così grande che comincia a sembrare troppo piccolo. Si tratta di una povertà non nel senso classico della mancanza o del bisogno, ma di una povertà che supera la ricchezza e gli smeraldi, come la povertà di un monaco che supera tutti i tesori e gli accumuli con la sua essenza interiore. E il soggetto è così povero che è quasi assenti, che la sua volontà, le sue intenzioni penetrano a malapena attraverso la nebbia dell’indistinzione. Non è solo che non c’è un orientamento verso qualcosa, ma che non c’è un punto iniziale di origine, l’iniziatore di questo orientamento.
Il nostro povero soggetto russo è, infatti, la cosa più segreta e magica che esiste. È un essere sottile. È il vero essere. È una speranza che non si converte, ma è in atto.
Il popolo russo è povero. È un sofferente, vieni Giobbe. Il popolo porta lo stendardo di Cristo, la verità fedele, a cui cede pienamente la sua pretesa di riflessione, e lo porta eroicamente, attraverso le tenebre delle epoche e delle minacce, del dolore e della sofferenza… Senza tradire l’essere autentico.
L’uomo russo è troppo ampio per essere un soggetto. E sembra povero. Ma questa povertà è la più grande ricchezza – e questa ampiezza – che dà al mondo la sua inconfondibile spina dorsale.
E questa povertà, proprio questa povertà, mite, umile, non diretta, a volte confusa ea malapena compresa, è la vera ricchezza russa. Uno che è già, inconsapevolmente, al centro dell’essere.
Al centro, dove ricchezza e povertà sono solo categorie verbali. Al centro della verità assoluta. Al centro della luce eterna del bene, in quell’angolo dell’anima dove le parole sono troppo esaurite per esprimere l’infinità ei superlativi di Dio…