Le credenze e le pratiche in Cina relative alla morte sono state influenzate dalle tre religioni dominanti del paese: confucianesimo, taoismo e buddismo. Sebbene la Rivoluzione Comunista del 1949 e la successiva Rivoluzione Culturale tra la metà degli anni ’60 e gli anni ’70 abbiano reso quasi impossibile praticare la religione in Cina, i valori e le usanze di tutte e tre di questi sistemi spirituali sono penetrati nella cultura cinese. Il confucianesimo e il taoismo hanno avuto il maggiore impatto sul pensiero e sulle pratiche cinesi a causa delle loro radici native. Entrambi esprimono una comprensione filosofica della vita e della morte, nonché un sistema di credenze religiose. Nella concezione confuciana una persona non dovrebbe aver paura della morte, se vive una vita morale secondo i dettami di Tien Ming, chiamato “paradiso”. Ma questo uso della parola “paradiso” non denota un posto nell’aldilà in cui l’anima va. Dovrebbe piuttosto essere inteso come il meccanismo sottostante che controlla la vita. Confucio non ha discusso esplicitamente di una vita nell’aldilà; della vita eterna, degli dei o degli spiriti. I taoisti vedono la morte come una parte naturale della vita che tutti dobbiamo accettare. Se una persona vive una vita morale e segue il sentiero del Tao, che prevede vari esercizi meditativi, raggiungerà l’immortalità dopo la morte. Per i taoisti, la vita è un’illusione e la morte è un risveglio. Nonostante vedano la morte come una parte naturale della vita, i cinesi pensano che parlare della morte sconvolgerà l’armonia interiore che è così importante da mantenere. Quindi, i cinesi cercano di evitare anche di pensare alla morte. La pietà filiale e il culto degli antenati sono principi importanti sia del confucianesimo che del taoismo e possono persino precedere quelle religioni nel pensiero cinese. Secondo questi principi, i bambini devono rispettare i loro genitori e antenati e prendersi cura di loro. I cinesi hanno un grande rispetto per i medici. Credono che ci si debba fidare e ascoltare in tutte le questioni che riguardano la cura dei malati. Quindi i medici non vengono interrogati e spesso prenderanno decisioni che in altre famiglie sarebbero state prese dal morente o dal parente più prossimo. Gli anziani possono anche ascoltare un medico sui consigli dei loro figli. L’obiettivo della medicina cinese è ripristinare l’equilibrio dell’energia vitale che scorre in tutto il corpo. Se la persona muore a casa, la famiglia dovrà ripulire l’energia vitale stagnante o negativa che potrebbe essere stata lasciata . Ciò può comportare l’apertura di tutte le finestre, la rimozione delle foto del defunto, lo spazzamento e quindi il lavaggio accurato del pavimento e delle pareti e persino la pittura della stanza. Il letto e il materasso verranno sostituiti e tutti gli indumenti del defunto verranno regalati. In una famiglia tradizionale i vestiti verranno bruciati. Nella casa di una persona morta tutte le statue degli dei saranno ricoperte di carta rossa. Il rosso è il colore della fortuna e della vitalità. Un panno bianco sarà appeso fuori dalla porta d’ingresso della casa per annunciare che la famiglia è in lutto. Il bianco è anche il colore dell’ignoto, della purezza, del coraggio e della forza. Le usanze cinesi impongono che prima che un corpo venga deposto in una bara, venga accuratamente lavato, spolverato di borotalco e quindi vestito con i migliori abiti del defunto. I vestiti non saranno rossi perché ciò porterà la persona a diventare un fantasma. Una donna cinese sarà spesso seppellita con gioielli, in particolare giada. Un cinese può essere sepolto con monete. Il volto del defunto può essere coperto da un panno giallo, che è il colore buddista e rappresenta la libertà dalle preoccupazioni mondane. Il corpo può essere coperto con un panno blu, che rappresenta l’armonia e l’immortalità. La carta moneta simbolica viene spesso bruciata a un funerale per assicurarsi che il defunto venga curato finanziariamente nella prossima vita. La cartamoneta viene anche lanciata ai funerali per tenere lontani i fantasmi affamati che potrebbero essere attratti dai morti e portare malattie e malizia ai vivi. Se si verifica una veglia nella casa del defunto, tutti gli specchi saranno coperti, perché vedere un riflesso della bara può causare presto la morte nella famiglia della persona che ha visto il riflesso. Corone, foto e regali saranno posti in testa allo scrigno; il cibo sarà posto davanti alla bara come offerta. Il pettine della persona è rotto, metà messo nella bara per essere seppellito con la persona e l’altra metà tenuta dalla famiglia. Il riso può essere sparso per la casa per condurre i fantasmi affamati fuori dalla famiglia. Tradizionalmente, tre giorni dopo la sepoltura, lo spirito del defunto visiterà la famiglia. Per prepararsi a questa visita, la famiglia prepara il cibo preferito della persona e lo espone con alcuni dei libri della persona affinché venga a salutarla dopo mezzanotte. Ogni anno la famiglia deve rendere omaggio al defunto facendo offerte e bruciando incenso. A volte si può preparare il maiale arrosto e parte di esso portato al cimitero come offerta all’antenato. Le persone in lutto non dovrebbero partecipare a nessuna forma di intrattenimento per 100 giorni. Il periodo del lutto dipende dalla relazione: tre anni per un figlio o un genitore, un anno per il coniuge.
“L’imam Khomeini aveva uno straordinario rispetto per sua moglie. Ad esempio, non mento se dico che nel periodo di 60 anni di convivenza non ha mai iniziato a mangiare il cibo (a tavola) prima della moglie, né da lei aveva la minima aspettativa. Posso anche dire che in 60 anni di vita insieme non ha mai chiesto nemmeno un bicchiere d’acqua, ma se lo procurava sempre lui stesso. Se si trovava in una posizione tale da non poterlo fare, diceva: “L’acqua non c’è?” Non diceva mai: “Alzati e portami dell’acqua”. Si comportava così non solo con la moglie ma anche con tutte noi che eravamo sue figlie.Se mai avesse voluto dell’acqua saremmo corse tutte entusiaste a prenderla, ma non ha mai voluto che gli portassimo e gli dessimo un bicchiere d’acqua in mano. Negli ultimi difficili giorni della sua vita, ogni volta che apriva gli occhi, se era in grado di parlare, chiedeva: ‘Come sta la mia Signora?’ Noi rispondevamo: ‘Lei sta bene. Le diciamo di venire da te?» Lui rispondeva: «No, le fa male la schiena. Lasciatela riposare.'” ~Siddiqa Mustafavi (memorie della figlia dell’Imam Khomeini)
BISOGNA COSTRUIRE UNA COMUNITÁ POLITICA FONDATA SUL GIUSNATURALISMO CHE SUPERI I “FALLIMENTARI LEADERISMI” MANIFESTO DEI GIUSNATURALISTI.
I 5 PUNTI: 1) Prima di ogni legge positiva esiste un diritto naturale, accessibile alla ragione umana, che risiede nell’essere, nelle sue strutture e nei suoi fini; 2) La legge positiva è giusta nella misura in cui, come insegna Platone nel “Minosse”, scopre l’essere, svolgendo una funzione ordinatrice di ció che è e mai creatrice; 3) La negazione dell’esistenza di un diritto naturale comporta l’indifferentismo per cui ogni ente puó essere qualunque cosa. Ora, non solo nessun ente è in grado di perseguire fini diversi da quelli propri della sua natura (un uomo non potrà mai strisciare come un serpente), ma credendo di essere “altro da sè”, immette il non-essere nell’essere. Come insegna, peró, Parmenide, il non essere non è e non si puó nè dire, nè pensare; 4) Il passaggio dall’essere al dover essere avviene sulla base dell’essenza di ciascun ente. Il neopositivismo sbaglia quando nega questo “ponte”, rimanendo ancorato ad una visione biologica, materialistica e meccanicistica del reale. Se l’essere è in movimento, se ogni ente persegue dei fini suoi propri, il dover essere è giá teleologicamente iscritto nell’essere; 5) Affermare l’esistenza di un ordine naturale non vuol dire cadere nel naturalismo o nel biologismo, ma ritenere che ció che è si adegua alle strutture della coscienza di ciascuna persona (Composta).
“Lascia che dicano centinaia di cose contro di te, tu non reagire dando una risposta amara”, Sai Baba di Śirdi.
The play of Universal Consciousness (citi-śakti-vilāsa). “Let anybody speak hundreds of things against you, do not react by giving any bitter reply”, Sai Baba of Śirdi.
Negli anni ’60 del secolo scorso l’Italia fu scossa da una grande rivoluzione economica, sociale e politica. Il “boom economico” innaugurò una nuova fase del Capitalismo cambiando la vita e le abitudini di milioni di italiani. Gli anni ’60 furono anche gli anni della Contestazione giovanile che trasformò radicalmente la società incentrata fino ad allora sui principi tradizionali della famiglia, della religione e dell’autorità. La “rivoluzione culturale”, guidata da ristrette élite intellettuali e attuata attraverso la mobilitazione dei giovani e dei lavoratori, nei decenni successivi avrebbe portato ad un progressivo livellamento verso il basso di una società sempre più caratterizzata dall’individualismo libertario, dalla mediocrità e dall’egoismo sociale. L’avvento dei governi di Centro-sinistra, permise alle élite economiche e politiche rappresentate dai partiti del cosiddetto ”arco costituzionale”, di ricondurre le iniziali e spesso giuste rivendicazioni sociali, su un binario istituzionale, trasformando lo Stato da istituzione etica rappresentativa di un popolo accomunato da stessi principi ed ideali, ad una struttura di potere fondata sui dis-valori dell’economia, del mercato e sul soddisfacimento dei diritti/desideri dei singoli individui la cui esistenza era votata unicamente alla produzione e al consumo. Le grandi personalità cattoliche – complice anche una interpretazione strumentale del Concilio Vaticano II – si arresero al corso degli eventi. Col passare del tempo non vi fu più alcuna traccia di un pensiero cattolico forte in grado di offrire un’alternativa al nuovo modello economico liberal-capitalista che vedeva nell’America il suo faro ideale. Quei cattolici che non vollero adattarsi al nuovo ordine si orientarono verso scelte di tipo radicale, di natura politica, sociale o religiosa. Alcuni si isolarono in circoli ristretti dedicandosi allo studio, alla preghiera e al lavoro interiore, senza avere alcuna incidenza sulla realtà. La cultura divenne appannaggio della intellighenzia di sinistra che occupò i posti chiavi dell’informazione e della formazione indirizzando le coscienze verso un rassicurante conformismo sociale. Ai giovani venne concessa l’illusione di essersi finalmente liberati dalle sovrastrutture imposte dalla vecchia società e di essere diventati unici artefici del proprio destino. Una volta cresciuti, quelli che non morirono ammazzati dalla droga o dal terrorismo, divennero cittadini-modello, consumatori perfettamente integrati in quel sistema capitalista che in gioventù avevano contestato, e che nel frattempo si era rafforzato e strutturato a livello globale. I radicali cambiamenti avvenuti a partire dai primi anni ’60, secondo molti rappresentarono una tappa importante verso il progresso umano e civile. Io penso invece che essi rappresentarono il “perfezionamento” di una società, quella occidentale, avviata inesorabilmente verso il tramonto, un tramonto che oggi, a giudicare dagli eventi tragici legati al conflitto ucraino, appare sempre più vicino. Poiché al tramonto segue sempre una nuova alba, possiamo stare tranquilli e sereni.
DA QUALCHE DECENNIO SERENAMENTE INCAMMINATI VERSO IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE
Nel 1970, negli States, vennero identificati i “radical-chic”: erano i ricchi borghesi che sostenevano il marxismo-leninismo. Questi “rivoluzionari da salotto”, animatori della “sinistra al caviale”, sono oggi la più influente lobby ideologica dell’Occidente: dominano i media, le Università, la Magistratura e i gangli dello Stato; orientano il linguaggio, emettono sentenze e stilano i pressanti speech codes del “politicamente corretto”. Il loro credo, verbo laico del globalismo, è fondato sulla narrazione sradicante e liberal della “società aperta”, tesa a distruggere ogni forma di identità: dal cosmopolitismo “no border” all’immigrazionismo multiculturale, dal progressismo individualista alle rivendicazioni LGBT, dalle teorie “gender fluid” alla destrutturazione della famiglia, passando per la furia iconoclasta della “cancel culture” e per la riconfigurazione green e digitale del “grande reset”. Un processo di sovversione che coinvolge le frange militanti della sinistra radicale e le grandi multinazionali. Ma chi sono realmente? Attingendo alla storia, all’attualità politica e alla psicologia, l’autore ne traccia un profilo inedito, capace di unire invettiva e studio scientifico.
Domenica 9 Ottobre 2022, in Russia ore 9 del mattino: una catena operativa di 9.000 sciamani siberiani degli Orchi di Vladivostok, Ekaterinburg, Kazan, Kemerovo, Krasnoyarsk, Pietroburgo, Sochia, Tuva e Khakassia ha celebrato un rito contro l’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale. “Sciamani della nostra grande nativa Russia, siete tutti grandi. Sono stati eseguiti rituali molto necessari, felicità e successo nel rafforzare ulteriormente la nostra patria e mantenere i nostri guerrieri in buona fortuna e prosperità, in modo che siano invulnerabili ai proiettili e al pericolo“, le parole di Kara-ool Dopchun-ool (ragazzo nero), Sciamano Supremo della Russia che ha ringraziato tutti gli sciamani per l’azione compiuta. Il rito è stato svolto a sostegno dei militari russi che partecipano all’operazione militare speciale (SVO) sull’Ucraina, la notizia viene riportata da RIA News, l’ex agenzia stampa di Stato sovietica ora assorbita dallo Stato Russo.
Lo Sciamano Supremo russo, eletto nel congresso degli sciamani del 2018, per non perdere il contatto con la terra vive nella Yurta – tipica abitazione mobile dei nomadi d’Asia – ed è presidente dell’organizzazione sciamanica “Spirit of the Bear – Adyg-Eeren”, ha affermato di non sopportare “l’arroganza umana e l’ingiustizia, non sopporto quando i forti offendono i deboli“. Per lui è molto importante pregare gli spiriti degli antenati e della natura. Le forze e le energie primordiali, ancestrali. “Voglio che lo sciamanesimo sia ufficialmente riconosciuto in Russia come quinta religione. Nel prossimo futuro scriverò un appello rivolto al Presidente della Russia, nonché al Consiglio della Federazione, alla Duma di Stato e al Ministero della Giustizia della Federazione Russa. Da molti anni ci occupiamo della conservazione e della rinascita dello sciamanesimo. E in Russia ci sono molte nazionalità che hanno venerato gli spiriti della natura fin dai tempi antichi. C’è un detto tra gli sciamani: “Le persone che hanno dimenticato la loro storia sono illuse, le persone che hanno dimenticato lo sciamanesimo scompariranno”. Il rituale di protezione e potenza è stato eseguito al ritmo del tamburo, millenario strumento dell’estasi, uno stato di trance in grado di sconfinare nella visione ultraterrena, tra gli spiriti, dove tutto può succedere: il tamburo “è “il cavallo dello sciamano”, perché accompagna il suo volo tra Mondo di Sopra e di Sotto e, perché il suono del tamburo assomiglia a quello degli zoccoli di un cavallo“. In Siberia la cultura sciamanica mantiene vivi i rituali di guarigione. A Maggio l’emittente statale Channel One ha mostrato degli sciamani della Chakassia – repubblica della Federazione Russa situata in Siberia – rivolgersi agli «spiriti della terra» offrendo al fuoco teste di toro.
Già in precedenti scritti, accennando ad effluvi fotici, abbiamo fatto riferimento a correlate ierofanie, presenti nella letteratura dei Turchi e quella dei Mongoli[1].
Ziya Gökalp, poeta-filosofo e poligrafo d’inizio secolo scorso, un restauratore della cultura turca delle origini, in un componimento di genere epico e dal titolo evocativo: Ergenekon[2], versifica, attraverso toni prorompenti, questi motivi unitamente alla sua Weltanschauung dell’antica storia nazionale.
Posto che non analizzeremo per intero la poesia, le premesse su cui si fondano le formulazioni ivi contenute sono comunque suffragate da precedenti opere[3], così come da elementi mutuati dal tengrismo [4] e dallo sciamanesimo[5].
In Türk Töresi[6] (la Tradizione turca), una monografia sulla mitologia turca, egli, a dispetto di quanto si asserisce nel 黃帝內經 – Huángdì Nèijīng[7], il Canone di medicina interna dell’Imperatore Giallo, confuta la genesi cinese della dottrina dei cinque elementi o 五行– wǔxíng, che parrebbe risalire alla dinastia 周 -Zhǒu[8].
Gökalp sostiene che i Cinesi, ovvero il fondatore della dinastia 漢 – Hàn, 劉邦 – Liú Bāng, l’avesse assunta dalle concezioni sciamaniche dei turchi Tisin[9].
Riverberi di ciò, peraltro, si possono ancor oggi individuare in Mongolia, nelle aspersioni mattutine di latte, eseguite con il tradizionale цац-tzatz[10], verso le quattro direzioni dello spazio (дɵрɵв зүг – döröv züg) ove dimorano i corrispondenti spiriti o divinità[11].
A tale proposito Gökalp, ma non solo [12], ci riferisce di queste quattro divinità o signori (Khan), legati ai quattro punti cardinali: il Khan nero o Qara Khan a nord, il Khan rosso o Qïzïl Khan a sud, il Khan bianco o Aq Khan ad ovest e il Khan blù o Kök Khan ad est[13], oltre alle loro corrispondenze con i quattro animali araldici[14], i quattro mari, le quattro qualità cosmiche, i quattro elementi et alia.
Ovviamente, tutto ciò trova un perfetto parallelismo con i quattro imperatori o i quattro poli, 四极真人 sì jí zhēn rén, in rapporto con gli elementi e con gli organi interni [15], ampliamente sviluppatisi nel taoismo[16].
Invero, questa dottrina dei cinque elementi è stata anche parte di un rituale di corte ascrivibile alla dinastia degli 漢, 汉– Hàn:
“Si diceva che ciascuna dinastia dominasse in virtù di uno di questi elementi, e cadesse qualora l’elemento successivo avesse preso il posto di quello precedente” (…) “Sebbene tali innovazioni non siano mai state viste come modernizzazioni, bensì fossero attribuite ad antiche credenze, al tempo della dinastia Han, questa teoria fu integrata di un nuovo particolare. Ciascuno di questi elementi era controllato da un padrone celeste: Giallo, Verde, Bianco, Rosso e rispettivamente Nero”. “(…) Questi Quattro imperatori sono quello Bianco, quello Verde, quello Giallo e quello Rosso (…)” [17] Venendo al componimento da noi tradotto: Ergenekon, termine che, lo studioso Ögel glossa come “monte o passo impervio”[18]. Esso è un mito riportato dalla testimonianza dello storico persiano Rašiduddin nella sua opera, “Ğami-ut Tawarikh”, tramandato ai tempi della dinastia ilkhanide in Iran[19]. La leggenda in questione intreccia il destino dei Turchi con quello dei Mongoli, nel senso che entrambi se n’appropriano, sviluppandola poi nelle rispettive tradizioni letterarie. In essa sono contenuti due motivi simbolici di primaria importanza per l’etnogenesi mitica dei due popoli: il lupo e il fabbro.
Qui ne riportiamo i versi in cui essa viene a fondersi con la genealogia dei colori:
Biz Türk Han’ın beş oğluyuz. Noi siamo i cinque figli del Khan Turco [20]. Gök Tanrı’nın öz kuluyuz, Gli autentici servitori del Dio Cielo [21], Beşbin yıllık bir orduyuz, Un esercito siam’ di mille lustri, Turan yurdu durağımız! La patria Turan [22] è la nostra terra! Ak ordumuz sola gitti, L’orda [23] bianca marciò verso occidente Üç hakanlık te’sis etti, Di tre imperi pose le fondamenta Med, Sümer-Akad, Hit’ti, Medi, Sumero-Accadi e Ittiti Bu üç şanlı oymağımız! (…) Furono tre gloriose nostre stirpi [24]! Gök ordumuz sağa vardı, L’orda cerulea si spinse fino a oriente, Çin’i baştan başa sardı: La Cina da un capo all’altro avvolse: Hiyong-no’lar bu Hanlar’dı; Di schiatta Hsiung-nu furon questi Khan [25]; Sed olmadı tutağımız! La muraglia non fu la nostra tenaglia! Kara ordu gitti İskit L’orda nera avanzò, indi nella terra Ülkesinde yaptı bir çit; dello Scita [26] ove eresse un riparo; Attila ol, Şalon’a git, Attila sii, marcia fin a Chalan [27], Sözü oldu adağımız! Il suo verbo fu il nostro avvertimento! Kızıl ordu dağlar aştı, L’orda rossa valicò le montagne, Efganlar’la çok şavaştı, A lungo combatté contro gli Afgani, bir alayı Hind’e taştı, Un drappello si spinse fino in India. Sind oldu bir ırmağımız! Diventò l’Indo un nostro fiume [28]! Sarı ordu tekin durdu: L’orda gialla pacifica si mantenne: Şehir yaptı, çiflik kurdu, Eresse città e fondò colture, Uygurlar’ın bu iç yurdu Agli Uiguri questa patria interna Kaldı ana toprağımız! (…) rimase, la nostra terra madre [29]!
Questo testo, sobrio e terso, privo di manierismi letterari[30], per quanto lievemente arcaicizzante, non appare altresì scevro da una certa retorica autoreferenziale. D’altro canto, va evidenziato il ben più marcato rilievo culturale, che talvolta, anche arbitrariamente, viene attribuito alle fagocitanti controparti. Peraltro, nella letteratura turca non mancano prefigurazioni, sia poetiche che in prosa, della stessa[31].
Il contenuto di questi versi si connette al leitmotiv dell’opera omnia gökalpiana, caratterizzata dalla contrapposizione del mito fondante la civiltà turca, sussunta a quella turanica[32], con lo stereotipo classico della civiltà occidentale, di matrice ellenica ed eurocentrica.
Nelle cadenze metriche di questa narrazione storica, Gökalp riesce a trasfigurarne l’essenza che diviene il veicolo evocativo di una Stimmung esclusiva, dai toni epici e struggenti, in cui si riverberano gli echi delle credenze animistiche provenienti dai vasti orizzonti delle steppe asiatiche per fondersi con i topoi della cosmologia cinese.
Il cromatismo delle orde s’avvicenda nella trama degli eventi che hanno scandito la storia universale, intrecciando i destini di varie civiltà, quasi conformandosi ai determinismi ciclici dei cinque elementi, 五行– wǔxíng, amalgamando cronaca, mito e etnogenesi in una sintesi che, sembra esulare dagli intenti dell’autore stesso, evidenziando quasi un inconsapevole ammiccamento apostatico a favore della cosmologia cinese.
Ed ancora, in un tristico della stessa antologia[33], Gökalp annota:
Kaşgar, Dehli, Pekin, İstanbul, Kazan, Kaşgar [34], Dehli, Pechino, Istanbul, Kazan [35] Bu beş yerde vardı beş büyük hakan: In tali cinque sedi cinque furon grandi Khan: Sarı, Kızıl, Gökhan, Akhan, Karahan Il Khan Giallo, Rosso, Celeste, Bianco e Nero Da questi versi traspare una sorta di parallelismo in cui il piano storico interseca quello metafisico in una sorta di macroscopico quanto inedito 風水 Feng Shui del tutto sui generis.
L’orda bianca avanzò verso occidente, l’azzurra ad oriente. Quindi l’orda nera a settentrione, quella rossa a meridione. Mentre, la fissità dell’orda gialla ne rappresenta l’epicentro. “La nostra terra madre”, come puntualizza Gökalp, che è anche il colore del corrispettivo elemento nella tradizione cinese.
Il dato storico che interseca il piano ontologico su cui sono situati i Khan dei quattro punti cardinali, si riferisce alle varie tendenze espansive contrapposte degli imperi delle steppe: da Maodun o Mete Khan [36] ai Turchi Celesti, estesisi dalla Corea fino al Mar Caspio [37], indi da Attila e dall’Orda d’Oro [38], che furono terre degli Sciti, fino alla dinastia Moghul [39] nel subcontinente indiano. Nella fattispecie, ci appare evidente la simmetria sia con il summenzionato rituale Hàn, di cui, peraltro si dice fosse ascrivibile ad antiche credenze, sia con gli assorbimenti fotici ed araldici propri delle tecniche meditative taoiste [40].
In una prospettiva più ampia potremmo postillare dicendo che, mentre i Turchi tradussero quest’ideale sul piano universalistico delle realizzazioni politiche, tant’è che sia loro che gli epigoni mongoli, si caratterizzarono per un certo eteroriferimento culturale, sovente assumendo l’eredità spirituale delle nazioni assoggettate. I Cinesi, si distinsero invece per un’opposta propensione all’omologazione, alla sinizzazione, concretizzando quest’ideale maggiormente su un piano filosofico o di politica interna da una parte, come parimenti su quello internazionale dall’altra, ma esclusivamente nel ambito dei commerci, la cui capillarità, oltre e ad essere una questione attuale, è menzionata fino nelle epigrafi dell’Orkhon [41].
Non scordiamo, inoltre, la simbiosi tra le due popolazioni, avvenuta al tempo della dinastie turco-cinesi 魏-Wei o Tabgač, 唐-Tang e delle varie dinastie altaiche (Kitan, mongole e mancesi) avvicendatisi nella millenaria storia del Celeste Impero.
Tale punto di vista non è, altresì, esente da risvolti attuali, considerando gli impulsi e i moti sinergici, volti alla creazione di una nuova “İpek Yolu o Via della Seta” in funzione antiatlantista, che stanno attraversando l’intero continente eurasiatico.
L’Asia Centrale sembrerebbe destinata a riassumere il ruolo di asse mediano, nonché di fulcro di un diagramma geostrategico espandentesi verso le quattro direzioni, evocato e preconizzato dall’epica gökalpiana.
Ovviamente la complessità delle tematiche sviscerate necessiterebbe uno spazio, che ci promettiamo di trovare in altra sede. (28 Gen, 2008)
Dott. Ermanno Visintainer Laureato in lingue e letterature orientali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Turcologo, ha seguito corsi d’approfondimento in loco, di varie lingue, fra cui mongolo e cinese. Collaboratore scientifico di lingua e letteratura ciagataica per riviste specializzate nazionali. Ha avuto recensioni all’estero. È stato membro co-fondatore del Centro Studi Vox Populi.
[2] Ziya Gökalp, Kızıl Elma (La mela rossa), Istanbul, 1995, pg. 94-100.
[3] Ziya Gökalp, Türk Töresi, Istanbul, 1990, 23-34.
[4] Il Tengrismo fu, sebbene permanga ancora “sotto mentite spoglie”, l’antico credo essenzialmente monoteistico di tutti I popoli turchi e mongoli prima che la maggioranza di essi abbracciasse altre religioni universalistiche. Esso è ancora praticato in Yakuzia ed in Mongolia parallelamente con il buddhismo tibetano. Il tengrismo include lo sciamanesimo, l’animismo, il totemismo, il culto degli antenati e possiede elementi in comune con la cosmologia cinese. C.f.r Mönkh Tengeriin Nuutzaas, (Dei Segreti del Cielo Eterno), Ulaan Baatar e H.Tanyu, İslamlık’ktan önce Türklerde tek tanrı inancı, (La credenza presso i Turchi in un unico dio preislamico) Ankara 1980.
[5] İnan A., Tarihte ve bugün Şamanizm (Lo sciamanesimo nella storia e oggi), Ankara, 1995 e Darmaagiin Balžinnyam, Mongol ugsaatnï böö mörgöl, deg yoc, šivšlegtei yaruu nairag (Lo sciamanesimo nazionale mongolo, tradizione, letteratura oracolare), Ulaanbaatar 2005.
[6] Ziya Gökalp, Türk Töresi, Istanbul, 1990.
[7] Ilza Veith, Canone di medicina interna dell’Imperatore Giallo, Roma, 1976, dove a pg. 39, si asserisce che: “La teoria dei cinque elementi è senza dubbio di origine cinese (…)”.
[8] C.P.Fitzgerald, Istoria Culturalǎ a Chinei, 1998, Bucureşti, pg. 194.
[9] Ziya Gökalp, Türk Töresi, pg.23
[10] Una specie di cucchiaio di legno in cui vengono incise nove tacche, simboleggianti i nove mondi sciamanici, dove si versa il latte o la vodka per le aspersioni. Il termine sembra possedere un’etimologia sanscrita, vd. Sukhbaatar O., Mongol Khelnii Khar Ügiin Toli (Dizionario delle parole straniere nella lingua mongola), Ulaanbaatar 1997, pg.208.
[11] Sarangerel, I cavalli del vento, Vicenza 2000 e Darmaagiin Balžinnyam, op.cit.
[12] Un riferimento a ciò si trova anche nella credenza delle “Quattro Porte” propria della Bektašiyya e dell’Alavismo, vd. İsmet Zeki Eyuboğlu, Bütün Yönleriyle Bektaşilik,Istanbul, 1993, pg. 53-55
[13] Ziya Gökalp, Türk Töresi, pg. 30.
[14] Nella cosmologia turca gli animali appaiono meno esotici rispetto a quelli cinesi. Al posto della tartaruga, la fenice, la tigre e il dragone, abbiamo rispettivamente il maiale (per alcune popolazioni siberiane la capra, non essendo il maiale un animale tradizionale), l’uccello, il cane e la pecora, vd. Ziya Gökalp, Türk Töresi, pg. 29.
[16] E trattati dal sino-thailandese Mantak Chia, nella sua bibliografia Mantak Chia, Tao Yoga, der innere Alchimie 1, Interlaken, 1990.
[17] C.P.Fitzgerald, op.cit. pg. 194.
[18] Bahaeddin Ögel, Türk Mitolojisi, Ankara 1993, pg. 59.71. In realtà l’etimologia sembrerebbe più mongola da erge<girare, circumambulare e khöndii<valle. D.Tömörtogoo, A Modern Mongolian-English-Japanese Dictionary 现在蒙英日辞典 , Tokyo 1977.
[19] Bahaeddin Ögel, Türk Mitolojisi, Ankara 1993, pg. 59.71.
[20] Qui, Khan Turco, assume il significato di una sorta di macrantropo primigenio, di eponimo capostipite ideale, un poco sulla falsariga di Oghuz Khan.
[21] Riguardo a questa parola, Tanrı, già abbiamo scritto con dovizia in precedenti articoli; diciamo che qui è un riferimento al tengrismo quale prefigurazione del monoteismo.
[22] Il termine si riferisce al modo in cui nell’Avesta erano designati i popoli nomadi non appartenenti al mondo iranico. Esso designa peraltro l’atavica rivalità tra sedentarietà ed il nomadismo, mentre l’associazione con la cultura turca è basata sul testo dello Šah-nāma di Firdausī. Vd . Bausani A., La Letteratura persiana, Milano, 1968.
[23] Orda, data la sua connotazione negativa, è un termine un po’ improprio per tradurre il turco ordu che significa letteralmente: esercito, ovvero etimologicamente, palazzo. Tuttavia, noi qui lo utilizziamo per l’assonanza che la parola italiana presenta rispetto a quella turca, oltre che, parafrasando lo stesso Gökalp, per la trasmutazione di valori implicita che egli attribuirebbe al termine così impiegato.
[24] Quest’assembramento un po’ estremizzato di popolazioni eterogenee è conforme ad una storiografia turca che vede questo popolo insediato fin dall’antichità nelle sedi attuali.
[25] Gli Hsiung-nu,匈奴– Xiōngnú; furono un popolo nomade dell’Asia centrale, che si ritiene fosse stanziato fra le odierne Mongolia e Cina. A partire dal III secolo controllavano un vasto impero delle steppe, esteso verso ovest sino al Caucaso.
[26] Gli Sciti furono una popolazione iranica, menzionata da Erodoto, che dominò gli orizzonti delle steppe fino all’ascesa dei popoli altaici.
[27] È la piana di Chalon-sur-Saone, in Francia, fin dove giunsero le incursioni di Attila.
[28] Il riferimento è alla dinastia moghul, fondata da Babur, quindi di stirpe turca.
[29] Perché gli Uiguri furono una schiatta turca che rimase insediata nei territori d’origine e non migrò verso paesi lontani, come quei turchi Oghuz, di cui lo stesso Gökalp ne è un discendente. Interessante qui è l’accostamento con il colore giallo che i cinesi attribuiscono al centro.
[30] In Türkçülüğün esasları, İstanbul 1990, pg 28. Gökalp scrive: “Il contadino turco quando legge questa poesia, fantasticando, rievoca davanti agli occhi gli antichi khan turchi. In realtà l’ideale turanico non è un sogno appartenente al passato, esso è una realtà. Nel 210 a.C. quando i sovrani unni (Hsiung-Nu) unificarono tutti i Turchi sotto il nome di Maodun, realizzarono l’ideale turanico. Dopo di loro gli Avari, e dopo i Turchi Celesti, gli Oghuzi, i Kirgizi-Kazacchi, Kur Khan, Gengiz Khan e Tamerlano realizzarono quest’ideale”.
[31] Bombaci A., La Letteratura Turca, Milano, 1969.
[32] Panturanismo o panturanesimo, sono una dottrina politica che mirava all’unità dei popoli turanici, o uralo-altaici.
[33] Altun Destan,, Ziya Gökalp, Kızıl Elma (La mela rossa), pg. 90.
[34] È la città storicamente più importante dello 新疆– Xīnjiāng, regione cinese degli Uiguri.
[35] Il riferimento è al Khanato dell’Orda d’Oro.
[36] Sovrano degli Hsiung-Nu, 匈奴– Xiōngnú, in Ziya Gökalp, Hars ve Medeniyet, op.cit., pg. 27 e Gumilëv L., Gli Unni,Torino, 1972.
[37] Andrea Csillaghy, Elementi di Filologia Uralica e Altaica, Ed. Cafoscarina.
[38] Il riferimento è al Khanato dell’Orda d’Oro, nei territori dell’attuale Russia, che fu uno dei quattro regni, in cui venne diviso l’Impero Mongolo dopo la morte di Genghis Khan.
[39] La dinastia Moghul, 1526 al 1707, il cui fondatore fu Babur. Egli era un discendente del conquistatore turco–mongolo, Tamerlano
È impossibile sconfiggere quello che stiamo combattendo oggi senza l’aiuto di Dio. Affermare questa dimensione verticale, spirituale, celeste, cristiana, profonda, angelica dell’essere, senza questa non possiamo vincere. Ci sembra di contrapporre la normalità alla patologia – ma non vinceremo mai se non ci schieriamo per la Verità, per la pienezza dell’insegnamento cristiano, per gli insegnamenti religiosi delle altre fedi tradizionali, se non ci schieriamo per la verticale divina. Questa è la cosa più importante. Di conseguenza, la scienza, la politica, la Costituzione e l’ideologia devono basarsi su questa verticale. La scienza, se non è basata su Cristo, sulla Verità, sulla morale, è già diabolica. Non esiste nulla di neutrale. C’è una battaglia tra il Paradiso e l’Inferno.
Applicando geopoliticamente il Feng Shui anche a civiltà millenarie come quella sinica, il Kongfuzistan diventa un aggregato dei cinque elementi agenti del Wu Xing, in cui abbiamo l’intera Cina come cultura del campo dell’Acqua, la Mongolia come cultura del campo del Fuoco, l’intera Corea come cultura del campo del Legno, il Giappone come cultura del campo del Metallo, il Vietnam con tutto il Siam indonesiano come cultura del campo della Terra.
In questo modo la cooperazione internazionale si stabilizza e ognuno assume il proprio ruolo precipuo associato al proprio elemento agente, il quale dispone un allineamento dinamico delle relazioni interne in funzione delle relazioni esterne al cardine continentale e nei confronti di intrusi estranei al continente, sgraditi per gli squilibri che potrebbero apportare, innescando altre dinamiche più complesse di interazione geopolitica…