La situazione economica e sociale sta ovviamente ponendo in seria difficoltà tutte le nazioni globali, in particolar modo quelle europee, alle prese con la carenza di gas ed idrocarburi ed una forte spinta inflazionistica. Il Fondo Monetario Internazionale ha diffuso le stime di crescita o, nel nostro caso, di recessione previste per il 2023, anno in cui il peso della crisi diventerà preponderante sull’economia, annotando una complessiva discesa dell’economia, della produzione e dell’occupazione nella larga parte degli stati occidentali. Stando agli annunci dell’FMI, tuttavia, l’unica nazione europea che sembrerebbe dover resistere è il Regno Unito, per cui è addirittura prevista una crescita produttiva ed economica nel prossimo anno.
Il Regno Unito resiste grazie alla Brexit La politica lungimirante approvata dal Regno Unito, che ha portato all’attuazione della Brexit, ha permesso delle garanzie che favoriscono la capacità e l’agilità di impresa ed investimenti. Chi ha spudoratamente attaccato figure come quella di Boris Johnson ieri ed oggi fa lo stesso con la premier Liz Truss, dovrà necessariamente ricredersi: al netto delle considerazioni positive o negative che si possono avanzare sui singoli governi UK, resta da riconoscere la bravura dei vertici di Downing Street di districarsi attraverso le difficoltà economiche e politiche principali nazionali, mantenendo dei caposaldi fermi che giovano a lungo termine.
Smentita la narrazione mainstream Nonostante la frattura politica relativa ai rapporti futuri tra Inghilterra e Scozia, così come il dossier del protocollo irlandese destinato nel prossimo futuro ad esplodere, l’UK riesce ad unirsi dinanzi a dei principi di gestione della società e della politica. Una qualità utile che i dati riconoscono ed attestano anche nei momenti maggiormente complessi di crisi, smentendo la narrazione mainstream eurolirica che presentava la Gran Bretagna come una nazione destinata a fallire dopo l’uscita dall’Unione Europea.
Roma, 15 ott – La siccità e la guerra in Ucraina hanno aumentato la possibilità che l’Africa possa essere colpita da una crisi alimentare senza precedenti e questo è dovuto al fatto che il continente nero importa gran parte del cibo che consuma. Anche se l’aumento dei prezzi delle derrate alimentari sta creando parecchi problemi, alcuni Paesi africani stanno agendo per risolvere questo problema e a tale proposito sono degni di nota gli sforzi fatti da Egitto e Zambia.
Così Egitto e Zambia provano a contrastare la crisi alimentare L’Egitto è uno dei più grossi importatori di cereali dell’Africa e l’aumento dei prezzi causato da siccità e guerra in Ucraina sta creando molti problemi alla nazione nordafricana, anche perché l’incremento dell’inflazione sta impoverendo gran parte della popolazione che non può permettersi l’acquisto di alimenti di base quali pane e riso. Per risolvere questa situazione drammatica il governo de Il Cairo ha aumentato le aree destinate a coltivazione di riso, così da garantire per l’anno in corso una produzione di 6 milioni di tonnellate (ben superiore ai 4,5 milioni del 2021) e nei prossimi anni punta a raggiungere l’autosufficienza nella produzione di riso. Gli interventi del governo egiziano però non si limitano alla coltivazione di riso, ma anche a quella di grano. Importanti al riguardo gli incentivi per gli agricoltori, volti ad aumentare la produzione di questo importante cereale.
L’Egitto però non è l’unico Paese che si sta impegnando ad affrontare questo problema, visto che anche lo Zambia sta prendendo iniziative in merito con l’aiuto del World Food Programme e della Germania. Nel caso dello Zambia il problema principale è la siccità e le agenzie di cooperazione tedesca stanno aiutando centomila contadini zambiani a ridurre le perdite dei raccolti. A tale proposito si sta incoraggiando i contadini a piantare colture più “resistenti”, quali mais, cassava, arachidi e fagioli. Viene poi incentivata l’introduzione di tecniche per ridurre il consumo di acqua, viene spiegato ai contadini locali qual è il momento migliore per la raccolta e si forniscono loro sacchi speciali per la conservazione del raccolto senza l’uso di pesticidi.
Dopo una breve pausa, sono ripresi i bombardamenti sulle infrastrutture dell’Ucraina, sviluppo che indica una svolta nella guerra. D’altronde fin dall’inizio delle ostilità Mosca aveva avvertito della possibilità di colpire l’Ucraina in profondità, cosa che aveva evitato fino al 10 ottobre (limitandosi a colpire obiettivi militari), avvertimenti soffocati dalla retorica sulla resistenza ucraina e sulla sua gloriosa controffensiva. Ad oggi i raid russi sono ancora di portata limitata, ma possono aumentare di intensità, con la possibilità che Kiev si svegli un giorno scoprendo di non avere più centrali elettriche, strade, ferrovie e ponti, insomma di non essere più una nazione, ma una terra in cui si combatte una guerra senza senso.
Lo scudo stellare ucraino L’unica reazione ai raid da parte dell’Occidente è stata quella di rifornire Kiev di difese aeree, come se davvero si potesse alzare uno scudo impenetrabile sulle città ucraine. Alla Nato sanno benissimo che ciò è praticamente impossibile, al massimo si possono intercettare parte dei missili in arrivo. Sembra ripetersi la boutade dello scudo stellare propugnato sotto l’era Reagan, mai realizzato perché irrealizzabile.
L’unico risultato di questo nuova illusoria risposta militare sarà quello di prolungare il conflitto alla stregua delle pregresse guerre infinite, mentre la parola diplomazia resta praticamente impronunciabile sia nei media che nel consesso internazionale.
E per evitare che si possa solo ipotizzare di poter parlare col nemico per tentare vie di compromesso ed evitare un ulteriore spargimento di sangue – a questo serve la diplomazia – si deve disumanizzare l’avversario, così da escludere qualsiasi possibilità di trattare con lo stesso.
Lo si è fatto con tutti i nemici individuati dai costruttori delle guerre infinite, da Saddam ad Assad passando per Gheddafi, come anche per Kim Jong-un, col quale però si è visto che, mutando approccio come ha fatto Trump, si poteva trattare eccome. Ora è il turno di Putin, descritto come un pazzo criminale.
Così ha destato scandalo il fatto che Biden lo abbia definito “razionale” nel corso di un’intervista nella quale ha detto che lo zar è un “attore razionale”, che ha “calcolato male” le sue azioni in ucraina.
Una dichiarazione che ha spiazzato, ovviamente, i narratori di questo conflitto e che indica un nuovo passo di Biden per accogliere eventualmente la proposta russa di un incontro con lo zar al G – 20 (vedi Piccolenote).
Cercheranno in tutti i modi di far deragliare tale possibilità, anzitutto attraverso la manipolazione delle informazioni sulla guerra, ad esempio criminalizzando al massimo le operazioni militari russe, che certo non lanciano fiori, ma neanche ne ricevono (le bombe straziano anche i civili che vivono nella zona controllata dai russi, ma sono bombe ucraine e non se ne deve parlare, tanto per fare un esempio).
Un altro modo per eludere possibilità di negoziato è affermare che l’Ucraina vincerà sicuramente la guerra, come ripetono tutti i media d’Occidente o come ha fatto Zelensky, in uno dei suoi innumerevoli messaggi al mondo, stavolta rivolto al G-7, nel quale ha detto che “non può esserci dialogo con Putin, che non ha futuro” perché è nella fase finale del suo regno.
Bizzarro che chi tira le fila di questa guerra per procura, e quindi sa meglio di Zelensky le reali potenzialità dei contendenti, la pensi in modo opposto. Così sul Washington Post: “In privato, i funzionari statunitensi affermano che né la Russia né l’Ucraina sono in grado di vincere la guerra in modo definitivo”.
Insomma, proseguire questa guerra è inutile ai fini di una vittoria sul campo, tanto varrebbe avviare subito un negoziato, prima che esso si imponga da sé tra dieci o venti anni, quando l’Ucraina sarà ridotta in cenere, per restare nello stretto ambito ucraino e non parlare delle conseguenze del conflitto sul mondo.
La resilienza della Russia e la recessione d’Occidente
Certo, la Russia in futuro ne risulterebbe indebolita, ma anche l’Occidente potrebbe non passarsela benissimo, al contrario di quanto afferma la narrativa corrente.
Riportiamo un articolo pubblicato sul Kyiv Post, media ufficiale dal governo di Kiev: “L’economia russa potrebbe dover affrontare molteplici sfide a lungo termine, ma per ora le esportazioni di energia sembrano aiutarla a superare le sanzioni occidentali imposte durante l’offensiva contro l’Ucraina”.
“Mosca afferma che l’inflazione si sta attenuando e l’occupazione è praticamente al completo, contraddicendo le previsioni di una catastrofe di molti esperti finanziari”.
“Martedì 11 ottobre il Fondo monetario internazionale ha conferito un certo supporto alle opinioni russe, affermando che la recessione sarà meno grave del previsto a causa delle esportazioni di petrolio e della domanda interna relativamente stabile”.
“Il FMI prevede che l’economia russa si contrarrà solo del 3,4 per cento durante l’intero anno, dopo una contrazione del 21,8 per cento durante il secondo trimestre a un tasso trimestrale annualizzato. Nel giugno scorso il FMI prevedeva un calo annuo del sei per cento”…
“La contrazione dell’economia russa è meno grave di quanto previsto in precedenza, riflettendo la resilienza delle esportazioni di petrolio greggio e della domanda interna con un maggiore sostegno alla politica fiscale e monetaria e un ripristino della fiducia nel sistema finanziario”, afferma l’ultimo rapporto del World Economic Outlook del FMI”.
Riportiamo da The Economist: “In questo momento i russi non hanno molto di cui vantarsi, quindi si accontentano di ciò che possono. I troll dei social media stanno pubblicando video, destinati al pubblico europeo, che mostrano stufe a gas lasciate accese per giorni e giorni. Ciò che quest’inverno potrebbe costare centinaia di euro a Berlino o a Parigi, a Mosca costa pochi rubli”.
“L’immagine può essere infantile, ma suggerisce una verità più profonda: che la guerra economica tra Russia e Occidente si trova in un momento delicato. Mentre l’Europa vacilla sull’orlo di una profonda recessione, la situazione economica in Russia sta migliorando”.
Certo, gli analisti che registrano tale situazione indugiano su prospettive più consone alla narrativa, prospettando che alla lunga il futuro della Russia sarà tetro, nulla importando che a dirlo siano gli stessi che hanno clamorosamente sbagliato tutti i calcoli passati. E nulla importando che il futuro dell’Occidente potrebbe essere altrettanto tetro.
Per non parlare del futuro dell’Ucraina, che rischia di tornare all’età della pietra. Se oggi tutti gli spediscono armi per alimentare questa guerra per procura, le promesse di aiuti per la sua ricostruzione suonano vuote, perché i donatori dovranno fare i conti con i loro problemi interni.
Per capire il futuro è utile guardare il passato. Tutti i Paesi che hanno avuto l’onore di essere devastati dalle guerre infinite ne sono usciti prostrati, sia a livello economico che di stabilità: vedi alla voce Iraq, Siria, Libia, Yemen, Afghanistan etc (a proposito dell’ordine basato sulle regole brandito da Biden).
Ciò non è un accidente, ma, è una dinamica insita nelle guerre infinite, che non hanno obiettivi precisi e limitati, ma si basano sulla destabilizzazione continua secondo lo schema del “caos creativo” proprio dei neoconservatori.
La guerra infinita che si sta consumando in Ucraina interessa il mondo intero e il caos che ne consegue, se non si ferma, avrà portata globale.
Il portavoce del Dipartimento di Stato americano Ned Price ha dichiarato mercoledì che l’amministrazione del presidente Joe Biden non è concentrata in questo momento sugli sforzi per rilanciare l’accordo nucleare del 2015, ma si sta invece concentrando sul sostegno alle violente proteste che hanno avuto luogo nel paese persiano sotto il pretesto della morte, avvenuta il 16 settembre, della giovane iraniana Mahsa Amini. Price ha definito gli atti di violenza di strada compiuti dai rivoltosi, incitati e sostenuti dall’estero, come “proteste pacifiche” e ha ribadito che i manifestanti stavano esercitando “il loro diritto alla libertà di espressione e di riunione”.
In un nuovo tentativo di incolpare l’Iran dell’impasse nei negoziati sul nucleare per rilanciare il patto nucleare, JCPOA, Price l’ha giustificata con il fatto che un accordo non era “imminente”, “per le presunte “richieste irrealistiche” di Teheran al tavolo del dialogo.
Il diplomatico statunitense ha accusato la Repubblica islamica di avanzare richieste che “vadano oltre il JCPOA”. “Niente di ciò che abbiamo sentito nelle ultime settimane suggerisce che abbiano cambiato posizione”, ha aggiunto il portavoce, sostenendo che gli sforzi per ripristinare l’accordo nucleare avevano raggiunto un altro punto morto.
Per l’Iran, l’indecisione e le pressioni di Washington da parte della lobby israeliana, strenua oppositore dell’accordo nucleare, hanno causato molteplici interruzioni nei negoziati della maratona – iniziati nell’aprile 2021 – e hanno reso impossibile il raggiungimento di un patto finale, per rilanciare il JCPOA ed eliminare le sanzioni reimposte dagli Stati Uniti all’Iran dopo l’uscita unilaterale di Washington dal patto nel 2018.
La Repubblica islamica chiede agli Stati Uniti di garantire con forza che qualsiasi nuovo inquilino alla Casa Bianca non prenderà una decisione unilaterale di ritirarsi dall’accordo nucleare.
Ormai è chiaro che Washington doveva creare solo un pretesto per non concludere alcun accordo con l’Iran, ovvero le proteste in corso da settimane, per mantenere uno stato di tensione che possa prima o poi sfociare in un conflitto armato.
Nello stato americano del Michigan, genitori musulmani e cristiani hanno preso d’assalto la riunione del consiglio della scuola pubblica di Dearborn e si sono opposti alla lettura di libri a tema LGBT ai bambini.
QUANDO LE LESSI, ORAMAI PIU’ DI 15 ANNI FA, LE SEGUENTI PAROLE DI “DAG TESSORE” SI IMPRESSERO COSI’ TANTO NELLA MIA MENTE CHE DA ALLORA LE RICORDO PRATICAMENTE A MEMORIA.
“Parallelamente nel mondo cristiano, mentre ci si dichiara tolleranti e rispettosi, è diffuso un radicato disprezzo per l’islam: lo si accusa di avere una concezione della donna e del rapporto tra religione e politica retriva e inconciliabile con quella cristiana, quando in realtà la posizione cristiana tradizionale (oggi certo inaccettabile per la maggioranza dei fedeli, però mai sostanzialmente rigettata dalla Chiesa) su questi temi è essenzialmente identica. L’islam sta oggi combattendo contro quei ‘valori’ (laicismo, liberalismo, permissivismo, consumismo…) contro cui per secoli ha combattuto ugualmente il cristianesimo. È quindi paradossale che quest’ultimo veda oggi nell’islam un nemico e non invece, come sarebbe logico, un prezioso alleato.” Dag Tessore, La mistica della guerra, Fazi Editore
“È molto singolare che tutta la natura, tutti i pianeti, debbano obbedire a leggi eterne e che possa esserci un piccolo animale, alto cinque piedi, che a dispetto di queste leggi possa agire a suo piacimento.”
Nel campo dei rapporti tra uomini e altre entità, il rapporto con i medici è molto difficoltoso perché per un innato orgoglio della loro professionalità, di solito non ammettono la possibilità che “entità invisibili” possano nuocere alla salute dell’uomo.
Non si rendono conto che le forze invisibili del male, se vogliamo così chiamarle, attaccano sempre sul punto debole del corpo e della psiche.
Con gli psichiatri poi c’è un muro di incomunicabilità e incompatibilità, perché abbiamo una opposta visione del mondo.
Videointervista ad Hanieh Tarkian a cura del canale youtube EURASIARIVISTA.
Nei violenti disordini che si sono verificati in diverse città dell’Iran dopo la morte di Mahsa Amini è stata registrata la presenza di attivisti affiliati a sette ed organizzazioni terroristiche che da anni agiscono contro la Repubblica Islamica col sostegno degli Stati Uniti e dei loro alleati. Sul fuoco dei disordini hanno soffiato famigerate “associazioni per i diritti umani” e canali mediatici impegnati da tempo nella propaganda antiraniana. Non è evidentemente un puro caso se questi tentativi di sovversione avvengono nello stesso momento in cui anche la Russia è oggetto di attentati terroristici e di attacchi mediatici da parte delle centrali sovversive occidentali.
Tradition ist nicht die Anbetung der Asche, sondern die Weitergabe des Feuers.
La Tradizione non è il Culto delle Ceneri, ma la Trasmissione del Fuoco. (Gustav Mahler)
Spirito della guerra, immutabilità della natura umana e Soggetto radicale
Il Soggetto Radicale – in cui risiedono il Sole, la luce e la Tradizione – è questa prova estrema, la fine della discesa ciclica e, forse il bagliore di un Nuovo Inizio. È una realtà che va creata, tramite una mente attiva, radicale, che appare solo nel momento più critico del ciclo cosmico. (Aleksandr Dugin)
Della guerra si è detto molto e molte diverse sensibilità hanno attraversato la sua storia. Dall’Iliade alle Crociate è prevalso il senso dell’onore con l’aspetto riparativo dalle ingiustizie subite. Dalle Crociate al Rinascimento l’ha fatta da leone la santità della guerra e l’aspetto espiatorio di morte finalizzato all’entrata vittoriosa nel Regno dei Cieli. Dal Rinascimento all’Era Moderna la guerra diventa una tecnologia sempre più raffinata e cruenta supportata da “il fine giustifica i mezzi” della nuova machiavellica amoralità. Dalla Modernità al post Moderno la guerra diventa ideologica: disgregazione degli Imperi, come massonica; igiene dei popoli, come nazionalista e futurista; giustizia sociale e vocazione imperiale, come fascista; imperialismo economico e sfruttamento dei popoli, come capitalista; lotta di classe e materialismo come socialcomunista; espansione territoriale bioetnica razziale, come nazionalsocialista. Nell’attualità del post Moderno, la guerra diventa infine necessità neomalthusiana propria del transumanesimo dei signori dell’oro di Davos, nonché arricchimento finanziario degli stessi con la fiorente industria delle armi soprattutto quella aerospaziale, ad alta tecnologizzazione.
Il quadro storicamente complesso qui sinteticamente esposto, sembra quindi rivelare una mutazione nella weltanschauung riguardo lo “spirito della guerra”, che dal XVI secolo perde l’omogeneità etico-sacrale propria della antichità greco-romano- barbarica e della cristianità romano-germanica sostanzialmente teocentriche, a favore di un antropocentrismo radicalmente rinascimentale, per continuare nella frammentazione ideologica moderna ed infine spegnersi nel nichilismo postmoderno contemporaneo della guerra intesa come realizzazione di un nuovo materialismo contemporaneamente eutanasico, finanziario, tecnocratico e transumano, dove la centralità dell’azione umana viene sostituita dall’Intelligenza Artificiale guidata da oscure lobby di potere sovranazionali, le cui intenzioni però oggi vengono da esse chiaramente esplicitate e non più occultate tramite il network multimediale.
Comunque, se lo spirito della guerra con le sue giustificazioni – dalle più spirituali alle più materiali – è mutato nel corso delle Ere storiche, la stessa cosa non pare realizzarsi riguardo la natura profonda dell’essere umano. La pretesa mutazione antropologica, sponsorizzata dall’identità di genere LGBT, sembra venire sconfessata in solido dalle neuroscienze a causa del profondo radicamento del DNA umano immune da manipolazioni e contaminazioni culturali, che conferma l’adagio scolastico natura non facit saltus, nonostante il legittimo allarme lanciato da decenni a riguardo dalla bioetica. Unica condizione per realizzare la mutazione antropologica, resta il transumanesimo dei signori dell’oro che a Davos progettano un futuro di morte per la specie umana: cyborg ossia esseri umani tecnologicamente impiantati, umanoidi animali, robot dotati di IA.
Questa mancata mutazione antropologica, questo tentativo prometeico mal risolto da parte degli strateghi satanici del nuovo ordine mondiale, realizza la verità metafisica e metapolitica delle parole che Aleksandr Dugin ha affermato a proposito del Soggetto radicale: “Il Soggetto Radicale è l’attore della nuova Metafisica, il suo polo. Il Soggetto Radicale appare quando è già troppo tardi, quando tutti gli altri e tutto il resto sono scomparsi.
Il Soggetto Radicale non può apparire prima, perché non è previsto. È risvegliato dalla Volontà post-sacrale. La Volontà post-sacrale è quel qualcosa che non coincide con il sacro, ma non coincide nemmeno con il nulla. Questo è l’attributo principale del Superuomo. Al di fuori del sacro, c’è solo il nulla. Ciò significa che non esiste una Volontà post-sacrale, eppure esiste. Solo in questa modalità può esistere”.
Se, dunque, c’è ancora l’essere umano con la sua natura profonda e inalienabile, se emerge come Soggetto radicale quando la Civiltà umana sembra definitivamente estinta o in via di estinzione, allora c’è ancora il guerriero, c’è ancora lo spirito della guerra – quello più vero – lo spirito della Guerra Santa per la Tradizione, con la sua realizzazione metapolitica di instaurazione della Civiltà planetaria multipolare.
L’Atman come archetipo guerriero del Soggetto radicale
Il Soggetto Radicale è immortale, attraversa la morte e costituisce la radice del soggetto normale – è un Sole Nero situato nell’abisso più profondo e interiore. È un soggetto apofatico (termine che indica il non-ancora-manifestato) situato all’interno del soggetto positivo, di cui costituisce la radice immortale, invisibile e indistruttibile. (Aleksandr Dugin)
Nella liquefazione del mondo postmoderno, il Risveglio del Soggetto radicale è il risveglio di una coscienza guerriera caotica e insieme fortemente intuitiva, che emerge all’inizio della parte finale del Kali Yuga e all’inverarsi dell’Apocalisse. Lasciando ad altri il compito di addentrarsi nel sostrato profetico ed escatologico dei tempi del finis mundi, tentiamo qui un abbozzo sintetico esperienziale di ordine antropologico mistico, riguardo la manifestazione di risveglio del Soggetto radicale.
Nel suo esser-ci nel mondo, il risveglio del Soggetto radicale – appunto radice della persona – attraverso un criterio percettivo di riduzione fenomenologica, si rivela come una manifestazione improvvisa di chàos energetico prelogico e, contemporaneamente, di lucida intuizione sopralogica. Tale contemporaneità di natura esperienziale, scevra dalle sovrastrutture logiche dell’essere, da quelle emozionali dell’esser-ci e dalla conflittualità permanente emotiva/razionale di corpo/mente e cuore/cervello, viene percepita ab intus come un ritorno alla propria vera natura che viene sperimentata come la signoria dell’Atman/anima, il dominio dell’Atman sul corpo e sulla mente, nonché la manifestazione dello stesso Atman prima come luce/satori improvvisa e poi gradualmente come tenebre, luce ed infine fuoco interiori.
Il Soggetto radicale viene quindi a manifestare una costituzione antropologica a prevalenza animico-spirituale, dove nella triade corpo-mente-anima emerge la struttura stessa dell’anima come compresenza ontologica di energia vitale (chàos dinamico) ed essenza consapevole (presenza deiforme), che la filosofia induista indica appunto col nome di Atman.
La kenosis dell’Atman, la scelta esistenziale, il guerriero igneo
Noi non vogliamo restaurare alcunché, ma far ritorno all’Eterno, che è sempre fresco, sempre nuovo: questo ritorno è dunque un procedere in avanti, non a ritroso. Il Soggetto Radicale, inoltre, si manifesta tra un ciclo che finisce e uno che nasce. Questo spazio liminale è più importante di tutto ciò che sta prima e di tutto ciò che verrà dopo. (Aleksandr Dugin)
Il risveglio dell’Atman nel Soggetto radicale è un risveglio guerriero, in interiore homine, una caduta libera nelle profondità di sé stesso, nel fondamento senza fondamento (Urgrund), tramite una ferma volontà di potenza illuminata dal divino, che ha contemplato la tabula rasa del tessuto sociale, familiare ed individuale proprio e collettivo, scatenato dalla società liquida postmoderna dell’individuo atomizzato e consumatore.
Individuo con una personalità intransigente, dotato di un sano furor angelicus, bellicus et belluinus nella lotta contro il male, senza più legami col passato e con la Tradizione, che con uno sforzo sovrumano e catartico si getta nell’abisso, il Soggetto radicale ritrova in questa prima kenosis, in questo svuotamento la morte dell’ego e la luce del chàos primordiale, quello della propria energia vitale.
In questa “visione intuitiva della essenza della propria natura” (D. T. Suzuki) – il satori di luce, la visione della sua anima che è luce che dà senso compiuto alla sua esistenza – egli viene posto consapevolmente davanti a una scelta. La scelta di vivere il solipsismo dell’orgoglio luciferino, accontentandosi della propria luce riflessa che separata per sempre dalla sua fonte divina muta in tenebre e, così, diventare operatore d’iniquità nella liquidità postmoderna. Oppure la scelta di oltrepassare la propria luce, entrare nella grande tribolazione, la terribile Notte dei sensi e dello spirito, la seconda kenosis o nihilità assoluta, per essere infine instaurato nuovamente come Uomo della Tradizione, che giunge dinanzi al fuoco della Divina Presenza origine della Luce immortale e lì vi si immerge per diventare uno spirito guerriero del Chàos, che dall’essenza aperta del Chàos stesso va ad edificare il Kosmos, l’Ordine divino.
Penetrando quindi il Chàos primordiale di luce dell’energia vitale, e accettando anche il limite di una vita raminga e impersonale per il bene della causa, il Soggetto radicale va oltre. Sprofondando nel nihilismo di sé, fino all’annientamento dello spirito, fino a giungere nell’essenza della propria anima che è piena coscienza di sé e che si manifesta come fuoco, ardente fuoco partecipe del fuoco divino, al di là del bene e del male, il Soggetto radicale ora meglio identificabile come Sé radicale, diviene così un nuovo archetipo di guerriero: non più il guerriero della luce come lo furono i guerrieri antichi, ma il guerriero igneo, custode del fuoco della Tradizione, avvolto dallo Spirito Santo che è fuoco, per trasmettere come un arciere i dardi di fuoco della Tradizione che riedificano il Kosmos. E in quel momento a lui, dall’Alto le verrà consegnata una spada, segno – a lui visibile e interiore – della sua nuova Anima.
“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa”. (Vangelo di Matteo 10,34-36)
Un problema serio nella politica russa è ancora il divario tra le aspirazioni dei dirigenti, le promesse degli alti dirigenti e la realtà di tutti i giorni, che rappresenta l’inerzia degli anni ’90 con le sue manifestazioni corrispondentiabilità – corruzione, irrespons, pigrizia, clientelismo, burocrazia e autocelebrazione. Questi peccati si manifestano in modo diverso a seconda delle strutture di potere, ma sono presenti in misura maggiore o minore ovunque. Gli eventi recenti hanno dimostrato che queste caratteristiche sono proprie anche del blocco di potere, che un tempo era un modello di patriottismo. È emerso che le figure liberali sono profonde anche lì, non solo nel blocco finanziario ed economico. Tutto questo può essere descritto con una nota: “Lo zar è buono ei boiardi sono cattivi”.
L’esperienza della Cina, soprattutto nella lotta alla corruzione, viene spesso invocata in Russia per risolvere problemi simili. Ovvero, modificando il codice penale e introducendo la pena di morte. Ma nel caso della Cina puoi anche notare come Xi Jinping, in qualità di leader, sia riuscito a colmare il divario tra reto politica e realtà politica.
Considera questo aspetto in modo più dettagliato. Durante il governo del suo predecessore Hu Jintao, questo divario era così grande da diventare una costante barzelletta: le varie promesse di riforma del governo erano seguite da azioni scarse o nulle. Le importanti decisioni di politica economica sembrano essere state guidate meno da priorità dichiarate e più da convenienze e negoziare tra gruppi di interesse. Forse in risposta a tali azioni del suo predecessore, Xi si è concentrato sul rendere l’apparato di governo cinese più disciplinato, più efficiente e meno corrotto. Ha modificato la struttura amministrativa per garantire una maggiore coerenza tra le sue dichiarazioni ai vertici e le azioni dei funzionari di livello inferiore.
Ad esempio, dopo che Xi ha annunciato una “battaglia” contro il rischio finanziario nel 2017, la crescita annuale degli asset del sistema bancario è rallentata bruscamente al 7-10% durante il suo secondo mandato, dal 15-17% del primo. Questo cambiamento è in netto contrasto con i ripetuti fallimenti dell’amministrazione Hu Jintao nel frenare il boom del credito scatenato nella risposta alla crisi finanziaria globale del 2008. Nelle prime fasi della campagna di Xi per combattere i rischi finanziari, c’era molto scetticismo sul fatto che i regolatori cinesi devono mai stati in grado di controllare realmente la crescita del debito. Ora la lotta all’indebitamento si è spinto fino a gravi problemi finanziari per gli sviluppatori immobiliari, con un impatto enorme negativo sull’economia reale. In ogni caso,
Pertanto, l’entità del divario tra retorica e attuazione è un importante indicatore del potere di Xi Jinping, sul quale egli si concentra personale (egli stesso ha pronunciato molti funzionari discorsi critici i per la responsabilità o l’inazione). In vista del congresso del partito di ottobre, che quasi certamente garantirà a Xi Jinping un terzo mandato come capo del partito e leader supremo dello Stato, si è speculato molto sugli scenari in cui il suo potere sarebbe più limitato. Si va dall’essere rovesciato in un colpo di Stato al dover condividere il potere con presi “riformatori”. Nessuna di queste ipotesi è realistica: nonostante l’abbondanza di malcontento, non ci sono prove di un’opposizione politica interna organizzata o efficace.
“È chiaro che Xi Jinping non va da nessuna parte e, nonostante tutti gli evidenti passi indietro che la Cina sta attualmente affrontando – molti dei quali possono essere direttamente attribuiti alle azioni intraprese da Pechino negli ultimi anni – lo scollamento tra la frustrazione dell’opinione pubblica e la sfida alla leadership organizzata rimanente”.
Questo offre a Xi Jinping una via tra il dominio (che potrebbe perdere se i continuassero ad aumentare) e incontrastato un problema completo cambio di leadership (che terza un affronterà la Cina): Xi come un leader in meno potenza come meno potente , anche globale. In questo scenario, Xi è in grado di mantenere il suo potere, ma senza l’assertività e l’autorità che lo hanno accompagnato al XVIII e al XIX Congresso del Partito. Le sue dichiarazioni politiche di base ricevevano un sostegno educato, ma poi sono state semplicemente ignorate o (volutamente) male interpretate. La paralisi politica e la disorganizzazione politica definita l’esecuzione delle sue istruzioni. Oppure il governo non adotterebbe alcun provvedimento normativo”.
Questo estratto è tratto da CPC Futures, una pubblicazione dell’East Asia Institute di Singapore, che raccoglie diversi articoli che spiegano le tendenze politiche ed economiche sotto Xi Jinping.
Al momento, il miglior candidato per la dichiarazione politica di Xi Jinping che non si traduce in realtà è lo slogan “prosperità condivisa”, che riassume il desiderio di ridurre la disuguaglianza di reddito e ricchezza. Xi Jinping ha lanciato lo slogan in pompa magna nel 2021, inserendolo in un piano quinquennale e dedicandovi una riunione di alto livello in agosto. All’epoca, il termine era associato a un giro di vite sulle piattaforme internet e sugli immobiliaristi, i settori responsabili dell’emergere della maggior parte dei miliardari cinesi. Ma all’inizio del 2022, lo slogan sembrava essere diventato meno prioritario nella propaganda, con il premier Li Keqiang che lo ha citato solo una volta nel suo rapporto annuale del governo a marzo.
Una rapida ricerca sull’indice Baidu, l’equivalente cinese di Google Trends, conferma quantitativamente queste impressioni.
Le statistiche sono un indicatore della frequenza con cui il termine “prosperità condivisa” compare nei notiziari: c’è un picco enorme intorno alla riunione di Xi dell’agosto 2021, piuttosto che poi torna ai livelli precedenti rapidamente.
Comprensibilmente, una similitudine ambizione a lungo termine sarebbe meno rilevante al momento, viste le gravi sfide a breve termine che il governo cinese ha dovuto affrontare quest’anno. Tuttavia, si nota quanto poco sia progredito l’apparato di lavoro del governo su questo tema: non c’è traccia del promesso “piano d’azione” per la prosperità condivisa, ad esempio. Lo slogan non è certo scomparso dal discorso ufficiale e, dato il controllo di Xi Jinping sull’apparato propagandistico e ideologico, è altamente probabile che ci sia un ritiro formale dal perseguimento della “prosperità condivisa”. Nel corso della riunione del Politburo di agosto è stato organizzato menzionando che il Congresso del Partito discuterà su come raggiungere questo obiettivo,
La domanda è cosa succederà in pratica a seguito di questa priorità annunciata. Si potrebbe immaginare, ad esempio, uno scenario in cui funzionari e accademici cinesi passino mesi o anni a discutere su come garantire una prosperità condiviso in linea con le indicazioni di Xi Jinping e poi, al termine di un esame esaustivo delle opzioni, decidano che la strada migliore è quella di apportare alcuni modi di aggiustamento alle politiche esistenti (ad esempio, aumentando i finanziamenti per le iniziative di sviluppo regionale nelle aree in ritardo). Qualsiasi indicazione all’utilità di lentezza da parte dei funzionari nell’effetto le priorità di Xi Jinping o nel ridurrele utilità, sarebbe in un cambiamento significativo rispetto all’attuale spinta a una partecipazione attiva alle sue campagne.
Quindi, come possiamo vedere, anche la Cina ha qualche problema nell’attuazione degli obiettivi statali sul campo. E questa è solo una visione esterna. Potrebbero esserci molte altre asperità interne, sabotaggi e fallimenti gestionali.
La Russia non ha un sistema di governo unificato come la Cina. Prestiamo maggiore attenzione al presidenziale annuale e, più recentemente, al discorso Decisione del Consiglio di sicurezza. Ma quando i funzionari continueranno ad uscire dalle loro bocche con dichiarazioni incoraggianti che non vengono messe in pratica o sono smentite dalla realtà, tale retorica acquisirà più una connotazione negativa nella politica interna.
Con la nomina del generale Surovikin a responsabile dell’attuazione della SSR in Ucraina, sembra che la retorica su questo fronte abbia a essere confermata da azioni concrete. Vorremmo vedere decisioni simili in altri settori.