I vescovi italiani guidati da Zuppi: la Chiesa supporti i gay pride

a cura della Redazione

25 ottobre 2025

Zuppi, il Traditore Arcobaleno: Lo Spirito Santo lo sapeva

La stessa CEI che invita a farci invadere dai musulmani, ora vuole che i preti organizzino gay pride. Lo Spirito Santo sapeva chi è Zuppi, per questo non è Papa.

Qanto ancora tollereremo questa apostasia che si annida nei palazzi dei presunti vescovi italiani e nelle aule sinodali? Lo Spirito Santo, quel vento divino che ha guidato i Padri della Chiesa attraverso le tempeste dell’eresia, lo aveva capito prima di tutti noi poveri mortali. Matteo Zuppi, quel cardinale dal sorriso mellifluo e dal cuore di serpente, non è solo un pastore smarrito: è **la più grande minaccia alla Santa Chiesa Cattolica** dai tempi di Ariano! E oggi, 25 ottobre 2025, arriva la conferma agghiacciante, un pugno nello stomaco che fa rabbrividire l’anima: il Sinodo dei vescovi italiani, sotto la guida di questa CEI corrotta, ha approvato un documento che non è evangelico, ma diabolico. “La CEI supporti i Gay Pride”, tuonano le sue righe infami. E Zuppi, in un gesto di sfida aperta al Papa Leone XIV, osa proclamare: “Apriamo alle istanze LGBT!”.

Ma apriamo gli occhi, per l’amor di Dio! Questo non è un “cammino sinodale”, è un **marciume sinodale**, un tradimento che ribalta duemila anni di dottrina per inchinarsi all’idolo del mondo. Il documento, votato con una maggioranza bulgara – 781 “placet” su 809 votanti, come se la oligarchia elitaria di un branco di travestiti da vescovi potesse sostituire la verità eterna – invita le chiese locali a “superare l’atteggiamento discriminatorio” verso omosessuali e transgender. Discriminatorio? E da quando denunciare il peccato è discriminazione? La Scrittura è chiara: “Non vi conformate a questo mondo” (Rm 12,2), e Levitico 18,22 non lascia spazio a interpretazioni arcobaleno. Eppure, questi falsi profeti, con Zuppi in testa, vogliono che le nostre parrocchie diventino succursali dei cortei orgogliosi, dove invece di predicare la conversione si sventolano bandiere che inneggiano all’orgoglio del peccato mortale!

Ricordate? Lo Spirito Santo aveva già sussurrato il suo monito nei corridoi del Vaticano. Zuppi, artefice di questo disastro, non è nuovo a queste scorribande moderniste. Nominato da Francesco come presidente della CEI nel 2022, ha sempre cavalcato l’onda del “tutti, tutti, tutti”, quell’accoglienza pelosa che nasconde il rifiuto della croce. E ora, con Papa Leone XIV che cerca di rimettere in riga la barca di Pietro dopo il caos bergogliano, Zuppi osa sfidarlo apertamente: “Apriamo agli LGBT!”, grida, come se il Catechismo fosse un optional e non la roccia su cui è fondata la Chiesa. Il paragrafo 31 del documento – oh, quel veleno liquido! – riduce la sessualità a “dimensione affettiva” da analizzare con occhiali psicologici, spogliandola della sua “natura teologica e morale”. Traduzione: il peccato non esiste più, è solo un “sentire” da assecondare. E il paragrafo 30? Propone “percorsi di integrazione” per unioni irregolari, convivenze e seconde nozze, in palese contraddizione con il Magistero. È eresia pura, fratelli! È Lutero con la talare!

E la CEI? Quella Conferenza Episcopale Italiana che dovrebbe essere baluardo di ortodossia, si è trasformata in un covo di lupi travestiti da agnelli. Invitano a “promuovere una pastorale inclusiva” che superi le “discriminazioni” verso gay e trans, come se accogliere il peccatore significasse benedire il peccato. Basta con queste menzogne! La Chiesa ha sempre accolto i peccatori – adulteri, ladri, prostitute – ma li ha chiamati alla metanoia, non li ha invitati a sfilare con striscioni che deridono il matrimonio sacramentale e la famiglia voluta da Dio. “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1,28): ecco la Parola, non queste favole sinodali dal titolo “Lievito di pace e di speranza” – speranza per chi? Per i nemici della Croce?

Furia santa mi assale pensando ai fedeli traditi! Milioni di cattolici italiani, che hanno pregato e digiunato per un rinnovamento autentico, si vedono ora schiaffeggiati da questa follia. Ricordate aprile 2025? Il testo fu bocciato con 835 no su 854, i vescovi gridarono: “La Chiesa non è un Parlamento!”. Eppure, Zuppi e i suoi non si arrendono: hanno ritoccato il veleno quel tanto che basta per riproporlo oggi, ignorando il grido della base. È un colpo di mano, un’insubordinazione che Leone XIV non può tollerare. Basta con questi “emendamenti” furbeschi, questi “approfondimenti” che puzzano di compromesso col demonio! Z

Lo Spirito Santo, che ha previsto tutto, chiama alla resistenza. Pregate, digiunate, urlate nei social e nelle piazze: no ai Gay Pride in chiesa! No all’apertura che è solo voragine infernale! Che il Papa intervenga con mano ferma, che i vescovi fedeli si levino contro questo cancro. La Chiesa è di Cristo, non di Zuppi. E vincerà, come sempre, perché “le porte degli inferi non prevarranno” (Mt 16,18). Ma guai ai traditori: il giudizio di Dio è vicino, e brucerà come fuoco!

Tratto da: Vox News

I vescovi italiani guidati da Zuppi: la Chiesa supporti i gay pride
I vescovi italiani guidati da Zuppi: la Chiesa supporti i gay pride

La Cina ribalta la guerra commerciale: gli Stati Uniti perdono terreno

di Zela Santi

24 Ottobre 2025

La Cina ha ribaltato la guerra commerciale con gli Stati Uniti, trasformando la pressione dei dazi in un’occasione di crescita tecnologica e geopolitica. Con le nuove “tigri asiatiche” e l’Europa divisa, Pechino ridefinisce il nuovo ordine economico mondiale.

La Cina ribalta i dazi: gli USA perdono nell’economica globale

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, nata come confronto economico, si è trasformata in una battaglia strategica per l’egemonia globale. The Economist avverte che un nuovo incontro tra Donald Trump e Xi Jinping potrebbe tenersi in Corea del Sud, ma la tensione resta altissima: Washington non controlla più i meccanismi del commercio mondiale come un tempo.

Dalla fine del 2018, la Casa Bianca ha imposto dazi, restrizioni tecnologiche e sanzioni mirate, convinta che la pressione economica avrebbe piegato Pechino. Ma la Cina ha risposto con un piano di lungo periodo, utilizzando proprio le armi dell’Occidente — sanzioni, innovazione tecnologica e propaganda economica — per ribaltare la situazione.

Mentre Washington accusava la Cina di “manipolare il mercato”, Pechino studiava meticolosamente le proprie debolezze. Il Ministero della Scienza e della Tecnologia pubblicò decine di articoli che individuavano settori vulnerabili: semiconduttori, microchip, aerospazio, farmaceutica. Da allora, la Cina ha fatto dell’autosufficienza la propria bandiera, trasformando ogni limite in una strategia industriale.

Il risultato è evidente: invece di indebolirla, la guerra commerciale ha accelerato la transizione cinese verso un’economia fondata sull’innovazione e sulla “circolazione duale”, cioè la riduzione della dipendenza dai mercati esterni a favore di un robusto mercato interno.

Le nuove rotte dell’Asia e l’Europa tra due fuochi

La risposta cinese è stata tanto silenziosa quanto efficace. Le esportazioni verso gli Stati Uniti, scese dal 19,2% del totale nel 2018 al 14,7% nel 2024, sono state compensate da una massiccia apertura verso l’Europa, l’Africa e il Sud-Est asiatico. In particolare, i paesi dell’ASEAN — come Vietnam, Indonesia, Malesia e Thailandia — si sono trasformati in nuove “tigri produttive”, integrandosi nelle catene di fornitura guidate da Pechino. Queste economie emergenti, favorite dagli investimenti cinesi in infrastrutture e tecnologia, stanno diventando il nuovo laboratorio manifatturiero dell’Asia orientale.

La Belt and Road Initiative (BRI) ha inoltre consolidato la presenza cinese nei corridoi commerciali euroasiatici, permettendo al Dragone di creare una rete di interdipendenze economiche che sfugge al controllo statunitense. Di fronte a questa evoluzione, l’Europa resta in bilico: da un lato, dipende dalle importazioni cinesi di tecnologia e materie prime; dall’altro, subisce la pressione politica e militare di Washington per ridurre i legami con Pechino.

I dazi voluti da Trump e poi confermati, seppure in forme diverse, dalle amministrazioni successive non hanno risolto gli squilibri commerciali: il deficit statunitense con la Cina rimane elevato, e l’aumento dei costi di produzione ha colpito le stesse imprese americane.

Mentre gli Stati Uniti tentano di rilocalizzare alcune filiere, Pechino consolida la propria supremazia nei settori strategici: intelligenza artificiale, batterie, robotica e telecomunicazioni.

Un nuovo equilibrio mondiale

Oggi la “vittoria” cinese non è totale, ma è inequivocabile: ha saputo resistere alla pressione americana, diversificare i mercati e consolidare la propria influenza geopolitica.

La guerra commerciale ha mostrato che la globalizzazione non è più un progetto unilaterale guidato da Washington, bensì un’arena multipolare dove Pechino detta sempre più spesso le regole.

Gli Stati Uniti si trovano intrappolati nella loro stessa strategia, costretti a fronteggiare un avversario che non si limita a reagire, ma che riformula i fondamenti dell’economia mondiale. La battaglia dei dazi si è trasformata in una sfida sistemica per la leadership globale — e, almeno per ora, la Cina sembra avere il vantaggio.

Tratto da: Kultur Jam

La Cina ribalta la guerra commerciale: gli Stati Uniti perdono terreno
La Cina ribalta la guerra commerciale: gli Stati Uniti perdono terreno

L’Occidente allo specchio: la guerra in Ucraina e il crollo del dominio senza limiti

di Alexandro Sabetti

24 Ottobre 2025

Parlare di “anti-occidentalismo”, fuori e dentro i confini della nostra società, non ha alcun senso: la guerra in Ucraina è il sintomo di una crisi globale. L’Occidente, abituato a dominare senza limiti, non accetta il riequilibrio del potere mondiale. L’egemonia USA vacilla, e il mondo multipolare chiede il suo spazio storico.

L’Occidente e la crisi di un dominio senza limiti

L’accusa di “anti-occidentalismo” che circola ampiamente dentro e fuori l’Occidente, è alimentata da un sistema mediatico che, con la guerra in Ucraina – come anche nello sterminio inflitto ai palestinesi da Israele – ha polarizzato il dibattito incasellando le analisi scomode in categorie antitetiche all’accettabile (‘antioccidentali’, ‘antisemiti’ etc.)

Essa in realtà trova le sue radici in una critica del dominio politico, economico e culturale esercitato dall’Occidente stesso sul resto del mondo.

Tale atteggiamento non è un’automatica reazione irrazionale, ma piuttosto un’espressione razionale di “resistenza” da parte di società che si sono trovate a interagire con potenze occidentali in forme politiche ed economiche squilibrate.

Al tempo stesso, la stigmatizzazione dell’anti-occidentalismo come semplice “ostilità culturale” occulta il fatto che esso rifletta un conflitto reale sull’egemonia globale e sulla legittimità delle strutture internazionali dominanti.

Dichiarare che chi critica l’Occidente è “anti” significa ignorare che il rifiuto riguarda soprattutto un ordine diseguale, non necessariamente l’Occidente in sé.

Guerra in Ucraina e antioccidentalismo

Alla radice della guerra in Ucraina non c’è solo il conflitto tra due Stati o l’ambizione territoriale di Mosca: c’è una tensione sistemica che riguarda l’intero ordine mondiale.

L’espansione della NATO verso est, presentata come un processo “difensivo” o naturale, rappresenta in realtà la manifestazione concreta di una pretesa più profonda: quella degli ‘atlantisti’ di poter esercitare i propri interessi strategici e geopolitici senza accettare limiti o reazioni da parte degli altri attori globali.

Allo stesso modo, l’intensificarsi della presenza militare statunitense nei Caraibi rappresenta una tappa ulteriore della politica di dominio USA: sotto la parvenza della “lotta alla droga” si nasconde in realtà la corsa al controllo delle risorse strategiche latinoamericane, con il Venezuela al centro e il petrolio come obiettivo primario.

Dietro la retorica della “difesa della democrazia” si cela la convinzione – radicata da secoli – che il potere economico e militare occidentale sia legittimato a imporsi sul resto del mondo.

È una forma di arroganza di civiltà che ha accompagnato tanto il colonialismo quanto il liberalismo contemporaneo, entrambi fondati sull’idea che la superiorità del “nostro modello” giustifichi l’espansione e la dominazione.

L’impero militare guidato dagli Stati Uniti si estende oggi in ogni angolo del globo, con centinaia di basi operative che rappresentano l’eredità tangibile di un lungo processo di dominio sulle risorse e sui flussi economici mondiali.

Questo equilibrio artificiale ha permesso a una ristretta parte dell’umanità — meno di un quinto della popolazione mondiale, composta dalle élite economiche e politiche dell’Occidente — di vivere al di sopra delle proprie possibilità, alimentando la prosperità interna attraverso lo sfruttamento del resto del pianeta.

Ogni tentativo di rompere questa piramide di potere viene rapidamente soffocato: prima con sanzioni e isolamento diplomatico, poi con crisi indotte o, nei casi più estremi, con l’uso diretto della forza militare.

L’ordine internazionale basato sulla supremazia occidentale ha prodotto caos, disuguaglianze e guerre, mentre chi lo impone continua a presentarsi come difensore della libertà.

Ecco l’ironia tragica del presente: gli aggressori di ieri si proclamano vittime non appena qualcuno osa sfidarne il predominio.

Un riequilibrio inevitabile

Riconoscere che la Russia possieda pulsioni imperiali non significa negare la realtà di un contesto internazionale segnato da squilibri storici. Nella crisi ucraina, Mosca reagisce – per quanto in modo aggressivo – a un processo di accerchiamento politico e militare che ha progressivamente eroso la sua sfera di sicurezza.

È una risposta che, nel più ampio quadro geopolitico, riflette il malcontento di un mondo non occidentale sempre meno disposto a sottomettersi all’egemonia statunitense.

Ed è per questo che il ruolo dei BRICS – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – appare strategico: il blocco rappresenta un’alternativa concreta all’ordine occidentale, promuovendo cooperazione economica, politica e tecnologica tra paesi emergenti.

La crescente influenza dei BRICS sfida l’unilateralismo statunitense e rafforza la capacità dei paesi non occidentali di perseguire politiche autonome, riequilibrando gradualmente i rapporti di potere globali.

Il mito infranto

La “Terza guerra mondiale a pezzi”, come molti la definiscono, non è il frutto di fanatismi o di conflitti regionali isolati, ma l’espressione di una svolta storica: la fine dell’egemonia unipolare statunitense e l’ascesa di un ordine multipolare in cui Asia, Africa e America Latina rivendicano finalmente parità di ruolo e di voce nello scenario globale.

L’Occidente continua tuttavia ad aggrapparsi a un modello di dominio economico e militare ormai obsoleto, incapace di accettare che la centralità produttiva e tecnologica del pianeta si sia spostata altrove. Di fronte a questa perdita d’influenza, sceglie la via della coercizione: sanzioni, guerre indirette, manipolazione dell’informazione e una costante narrazione di superiorità morale.

Parallelamente, l’ASEAN e le nuove “tigri” dell’Estremo Oriente — Vietnam, Indonesia, Thailandia, Malesia e Filippine — stanno emergendo come poli produttivi e tecnologici autonomi, capaci di attrarre investimenti globali e rafforzare catene del valore indipendenti dall’Occidente.

Questi paesi dimostrano che lo sviluppo industriale e l’innovazione non sono più esclusiva delle potenze tradizionali, mettendo in luce un cambiamento strutturale che sfida la supremazia economica e strategica occidentale.

Il mito dell’Occidente “umanitario” si è infranto — emblematicamente a Gaza — rivelando l’abisso tra i suoi valori proclamati e le pratiche reali di potenza.

Il mito dell’Occidente “umanitario” si è infranto — emblematicamente a Gaza — rivelando l’abisso tra i suoi valori proclamati e le pratiche reali di potenza. La popolazione civile palestinese, confinata in uno spazio di soli 365 km², subisce bombardamenti mirati, distruzione sistematica delle infrastrutture essenziali e restrizioni quotidiane su cibo, acqua ed elettricità, in una condizione che l’ONU ha più volte definito “assedio de facto” e “tentato genocidio”.

La narrazione ufficiale minimizza questi attacchi o li giustifica presentandoli come “risposta difensiva”, “colpa di Hamas”, negando la portata del genocidio de facto e oscurando la responsabilità diretta di Israele e del sostegno politico e militaredi Europa e Stati Uniti.

L’ipocrisia emerge così evidente: l’Occidente proclama diritti e libertà mentre permette che un’intera popolazione venga sistematicamente annientata.

Essere accusati di “anti-occidentalismo” per aver riconosciuto tale ipocrisia equivale, piuttosto, a un atto di onestà intellettuale. Comprendere che il riequilibrio in atto non è un pericolo, ma una tappa inevitabile della storia.

Solo accettando di non detenere più il monopolio del potere, il vecchio mondo potrà riscattare la propria credibilità morale e salvare ciò che resta della sua autentica idea di civiltà.

Tratto da: Kultur Jam

L’Occidente allo specchio: la guerra in Ucraina e il crollo del dominio senza limiti
L’Occidente allo specchio: la guerra in Ucraina e il crollo del dominio senza limiti

Se Russia e America si uniscono

di Marcello Veneziani

25 Ottobre 2025

Che ne dite se si unificano gli Stati Uniti e la Russia? Basta un ponte, appena più lungo di quello sullo Stretto di Messina, o meglio un tunnel sommerso, come quello della Manica, e i due grandi imperi, considerati agli antipodi, possono trovare – in mezzo ai ghiacci- la loro inattesa, sorprendente unificazione; una gigantesca confederazione che non farebbe di Amerussia il paese più popoloso del mondo – sarebbero sempre gli indiani, poi i cinesi, e gli africani, i più numerosi – ma il paese di gran lunga più vasto del mondo, un’immensa calotta nell’emisfero nord del pianeta. La proposta di un ponte è partita dalla Russia di Putin, ed è rivolta a Trump e a Elon Musk, imprenditore visionario delle imprese impossibili. Trump è favorevole ma in questo momento di stallo delle trattative sull’Ucraina l’idea è congelata. L’Amerussia sarebbe la risposta fanta-geopolitica all’Eurasia prefigurata da Aleksandr Dugin (o all’Europa di De Gaulle estesa “dall’Atlantico agli Urali”). In effetti a vedere la cartina geografica ti accorgi che la Russia e l’America del nord sono più vicini perfino della nostra penisola rispetto alla Sardegna o alla Serbia. Li divide lo stretto di Bering, che è veramente stretto, nel punto più vicino sono solo ottantatré chilometri, una bazzecola. Certo, il paesaggio è glaciale, tra la penisola dei Ciukci in Siberia e la penisola di Seward in Alaska. Siberia e Alaska sono i freezer della Russia e dell’America. Nel mezzo, il sensale mitologico tra le due sponde è Diomede che dà il nome alle isole intermedie di ambo i versanti: tra la piccola Diomede statunitense e la grande Diomede russa ci sono solo 3,8 chilometri di distanza; una lunga nuotata, temperatura permettendo. Ma è come se esistesse una porticina di servizio che collega due mondi così remoti. Nessuno pensa davvero all’unificazione tra Russia e Stati Uniti, anche se l’immaginario globale potrebbe correre. La motivazione addotta per creare un memorabile tunnel Putin-Trump è naturalmente economica: solo gli interessi muovono ormai le grandi imprese, mai una visione ideale, spirituale, religiosa o di grande politica. Si tratterebbe di sfruttare al meglio le risorse naturali in un’impresa congiunta. Ma se è per questo pure l’Unione europea è nata come una comunità economica e in fondo non è mai diventata un’unione politico-culturale. Sarebbe comunque una bellissima impresa, carica di significati simbolici, perfino escatologici e messianici, comunque epocali e sarebbe un messaggio di pace.

A differenza dell’America che è un gigantesco isolone, la Russia ha un altro ingombrante vicino terrestre, la Cina; ma se dovesse buttarsi a destra con l’America (non ha senso dire “a ovest” in una sfera che relativizza l’est e l’ovest), si porrebbe quantomeno come equidistante o equivicino tra i due colossi.

Siamo nati e cresciuti vedendo contrapposti l’Est e l’Ovest, Oriente e Occidente. Sin da piccoli consideravamo l’Est il mondo ostile, il mondo del comunismo e noi dentro l’altro mondo, euroatlantico. Era stato il trattato di Jalta, in fondo, a spartire così il mondo e le aree di influenza e per noi quella differenza da storica e politica, come di fatto era, diventò geografica, naturale e spaziale. E alle spalle della Russia era cresciuta la Cina di Mao, aggravando la percezione minacciosa che avevamo dell’est.

In realtà, come dicevamo, in un globo Oriente e Occidente sono termini assai relativi, i loro estremi si toccano fino a coincidere e se vai in fondo all’occidente trovi l’oriente, e viceversa: l’estremo occidente diventa l’estremo oriente, la fine coincide con l’inizio, siamo tutti nella stessa palla terracquea. Collegare Russia e Stati Uniti non vuol dire naturalmente garantirsi la pace: il tunnel può anche diventare il cavallo di Troia di uno dei due coinquilini, il cordone ombelicale può strozzare la creatura o può essere spezzato, interrotto, boicottato al primo sentore di rottura tra i due paesi. Ma è un gigantesco passo avanti, e soprattutto cambierebbe la percezione di un’infinita distanza tra est e ovest, anche se resterebbe quella tra nord e sud del pianeta; ma l’idea stessa di Occidente, e quindi di Oriente, perderebbero il loro senso più forte e più antagonistico.

Certo, sorprende pensare che due modi di vivere, di pensare, di essere così agli antipodi, come quelli tra l’american way of life e il retaggio di Santa Madre Russia, siano così contigui e abbiano una prossimità così evidente: la vera demarcazione tra i due popoli l’ha fatta il freddo polare più che la distanza, che ha “congelato” le differenze, ibernato gli scambi e impedito la comunicazione. Naturalmente la vastità di entrambi i territori allontana ulteriormente i diversi Stati e popoli confederati degli Usa dai diversi popoli e regioni russe. Ma la definizione di indiani dei nativi americani prima della colonizzazione europea non nasce solo dal famoso qui pro quo di Colombo: risalta dai tratti etnici, somatici, culturali, religiosi e caratteriali delle popolazioni indigene. Erano facce “orientali”, e visioni del mondo orientali, altro che occidente. occidentalizzazione dell’America è nata in realtà dalla conquista europea, frutto di colonizzazione; e poi ha significato modernità. L’Occidente è alla fine il luogo della modernità, della velocità, dello sviluppo, della mobilità, della fretta, della tecnica oltre che della libertà, dei diritti individuali, della democrazia. L’Occidente più che un luogo geografico è un tempo ed un modus vivendi e ha coinciso con l’americanizzazione del mondo.

Ora, la proposta russa di congiungere l’America alla Russia ripartendo dalla loro estrema prossimità geografica, vanifica quella contrapposizione ideologica e dimostra che tra est e ovest non c’è solo l’Ucraina o la Polonia, ma c’è dall’altra parte un piccolo mare di ghiaccio, e due isole omonime, unite da un mito, quel Diomede eroe e ingannatore, re di Argo, ponte di civiltà e insieme consigliere fraudolento, secondo Dante Alighieri, che combatté in Asia minore la prima guerra favolosa tra occidente e oriente, quella di Troia. Omero così canta Diomede: “Una fiamma inestinguibile gli arse l’elmo e lo scudo, pareva l’astro d’autunno che splende di fulgida luce quando sorge dalle acque di Oceano”. Più che un Musk, occorre un Diomede, e un Omero, a Putin e Trump per coronare un sogno e compiere la storica e mitica impresa.

La Verità – 24 ottobre 2025

Tratto da: Marcello Veneziani BLOG

Se Russia e America si uniscono
Se Russia e America si uniscono

SANGYE MENLHA: IL BUDDHA DELLA MEDICINA

a cura di Buddhismo Ancona

Il Buddha della medicina (in tibetano Sangye Menlha) rappresenta il grande Buddha della guarigione, della salute e della lunga vita.

E’ di colore blu intenso assume anche il nome di “pura sorgente di lapislazzuli o dell’acqua marina” per indicare la sua natura pura come una sorgente inesauribile di luce.

In un lontano passato, quando il Buddha della Medicina era un Bodhisattva, si dice che abbia preso i dodici voti per consolidare la sua già grande compassione. Questi voti includevano il compito di risvegliare le menti delle persone verso la bodhicitta, ispirando coloro che entravano in contatto con la sua energia ad agire con saggezza compiendo azioni virtuose, oltre ad alleviare le persone da malattie e altre sofferenze fisiche e portare il sostentamento necessario per praticare.

E’ raffigurato seduto nella posizione del loto, il suo corpo di colore blu lapislazzuli, con indosso le vesti di un monaco buddista. Nella mano sinistra regge una ciotola di nettare medicinale, l’Amrita mentre la mano destra poggia sul ginocchio, tenendo il gambo del frutto della conoscenza.

Menlha Buddha della medicina, ci ricorda il nostro potere di auto-guarigione, del potenziale assoluto di diventare dei guaritori prima di tutto per noi stessi, una grandissima benedizione per tutti.

Il suo mantra è: Om Bekanze Bekanze, Maha Bekanze Bekanze, Ranza Samugate Soha

https://buddismoancona.weebly.com

SANGYE MENLHA: IL BUDDHA DELLA MEDICINA
SANGYE MENLHA: IL BUDDHA DELLA MEDICINA

Dalla Grecia al Venezuela il capitalismo felice che insegna a sorridere mentre ti sfrutta

di Ferdinando Pastore

25 Ottobre 2025

Dalle tredici ore di lavoro “per merito” alla guerra contro chi rifiuta il mercato: l’austerità europea e l’ideologia neoliberale educano i cittadini alla sottomissione. Grecia e Venezuela sono due volti della stessa trappola: la libertà raccontata dai padroni.

Dalla Grecia al Venezuela, un’unica tela

Come fossimo nella Londra vittoriana, quando i sobborghi ricoperti di fango distribuivano epidemie, degrado e disperazione, si torna a considerare possibile una giornata lavorativa di tredici ore.

Si torna a immaginare una vita scandita esclusivamente dal ritmo del cronometro senza possibilità di riposo, di intimità, di lotta politica e sindacale. Ne abbiamo avuti, in questi anni, di mentori, di grandi narratori che sono riusciti ad ammaliare il buon senso comune con inni alla laboriosità, alla dedizione, alla capacità di iniziativa personale che configurava il concetto di merito.

Quest’ideologia prestazionale è stata cavalcata dai manager aziendali. Sono loro che hanno raccolto le informazioni contenute nei manuali sulle mission competitive, sulla razionalizzazione di profitto e sulle suggestioni comportamentali, per farne filosofia di vita spicciola: “stare sempre sul pezzo”, “sono nato pronto”, “siamo tutti sulla stessa barca”, “non indicare un problema se non hai la soluzione”.

Questo entusiasmo acritico, chiamato, dagli amanti della letteratura che deve suscitare commozione e continua introspezione, resilienza, ha dichiarato l’azione collettiva contro lo sfruttamento e l’alienazione, passatempo fuori moda.

Tredici ore di lavoro per chi ha ambizione, spirito d’impresa, gioco di squadra, non sono nulla. È attraverso l’utilizzo di questo stratagemma discorsivo, che l’austerità dell’Unione Europea, dei colonelli del capitale à la Mario Monti così appassionati ai sacrifici dei poveri, ha potuto produrre una progressiva bonifica dei diritti senza disseminare guerre civili.

La Grecia si avvia alla nuova schiavitù con tutti gli indicatori economici in ripresa. Quelli, per intenderci, che definiscono i rating. Più macelleria sociale, più punti in classifica.
Ciò che separa dalla sinistra è proprio il nesso tra fascismo e politiche neoliberali. Per il progressismo espresso dalla società civile in questa relazione non c’è congruenza.

Esisterebbe una giustizia morale, umanitaristica e per forza di cose, interclassista. Quindi una giustizia intrisa di falsa coscienza. Le riforme, le controriforme liberali, non sono altro che tecnica spoliticizzata, apriorismi professionali determinati da persone competenti.

Non vi è alcuna educazione del lavoratore ad atteggiamenti remissivi, alla pedagogia del “saper essere”, all’accoglienza sottomessa di una prigionia capitalista.

L’Unione Europea continua a esistere assecondando questa sua doppia funzione: costituzionalizzare l’economia di mercato e svolgere una capillare attività pedagogica per l’individuo, educato a sopravvivere tra continue scelte di mercato.

La UE ha contribuito a far sviluppare, con le sue iniziative culturali, con la sua letteratura fantasmagorica sui padri fondatori, con i suoi Erasmus, una mentalità diffusa secondo cui la “giustizia di mercato”, ovvero l’interesse dell’investitore privato, prevale sulla giustizia sociale e sulla tutela dei beni pubblici.

Ma è proprio questa filosofia che sta conducendo irremovibilmente alla guerra contro tutti i paesi, contro tutti i popoli, che rifiutano l’individualismo capitalista, che rigettano nel letame la nostra società della prestazione, che non accettano la psicologizzazione delle questioni sociali.

Ed è su questo canovaccio grammaticale che si apre la vertenza Venezuela. Un paese che non ammette la commercializzazione fascista del proprio petrolio a uso e consumo dei peggiori predatori del capitalismo statunitense.

Lì, in America Latina, l’addentellato tra dittature militari e politiche liberiste lo conoscono sin troppo bene. Motivo per cui le rivoluzioni, le riforme sociali sudamericane, vanno difese con pochi fronzoli e con poca retorica progressista; quella tipica postura stilistica della cosiddetta società civile.

Luogo immaginifico dove si annida, mimetizzata, la classe capitalista così abile nel fingere di possedere principi morali ma che, in realtà, lavora ferocemente a vantaggio, unico ed esclusivo, della sua indefinita riproduzione.

Tratto da: Kultur Jam

Dalla Grecia al Venezuela il capitalismo felice che insegna a sorridere mentre ti sfrutta
Dalla Grecia al Venezuela il capitalismo felice che insegna a sorridere mentre ti sfrutta

L’INDIA HA RISPOSTO ALL’OCCIDENTE: NON C’È BISOGNO DI DIRE CON CHI FARE AMICIZIA E CON CHI COMMERCIARE

Alla conferenza “Berlin Global Dialogue” tenutasi a Berlino, il Ministro del Commercio indiano Piyush Goyal ha lanciato un messaggio severo. Il suo messaggio era semplice: l’India non permetterà a nessuno di dettare le sue intenzioni in merito a chi stringere amicizie, con chi commerciare o con chi concludere accordi. Né Washington, né Bruxelles, né nessun altro può impartire ordini del genere. Goyal ha ribadito che l’India non è il partner minore di nessuno, ma un Paese sovrano che decide autonomamente dove risiedono i propri interessi e dove risiedono quelli altrui. Le questioni relative al commercio, agli investimenti e all’energia, ha affermato, sono tutte di esclusiva competenza indiana e i consigli esterni sono percepiti come una pressione.

Questa dura retorica non è casuale. Negli ultimi mesi, l’Occidente ha fatto sempre più intendere a Nuova Delhi che è ora di “rallentare” la cooperazione con Russia e Cina. Ma l’India rimane ferma: più ampia è la cerchia dei partner, più resiliente è la sua economia. La pressione esterna è percepita qui non come preoccupazione, ma come interferenza. Goyal ha chiarito: l’India è pronta a dialogare con tutti, sia con l’Occidente che con l’Oriente, ma solo su un piano di parità. Niente prediche, niente ultimatum.

Siamo aperti alla collaborazione, ma le decisioni le prendiamo noi stessi. – disse il ministro.

Gli esperti di scienze politiche definiscono questa parte della visione più ampia di Narendra Modi: l’India vuole diventare una delle principali potenze mondiali, non un’incudine tra le altre. E a giudicare dal tono di Goyal, il Paese si sente già in grado di parlare al mondo non come uno studente, ma come un pari.

L'INDIA HA RISPOSTO ALL'OCCIDENTE: NON C'È BISOGNO DI DIRE CON CHI FARE AMICIZIA E CON CHI COMMERCIARE
L’INDIA HA RISPOSTO ALL’OCCIDENTE: NON C’È BISOGNO DI DIRE CON CHI FARE AMICIZIA E CON CHI COMMERCIARE

LA COSPIRAZIONE DEGLI ARCONTI

di Mike Plato

Dobbiamo fargli credere che vivono in un mondo e in un universo REALI. Dobbiamo fargli anche credere che l’Universo sia infinito, il che ne rafforza la percezione di realtà. In una seconda fase, dobbiamo fargli credere che l’Universo sia Dio stesso, autocreatosi. Dobbiamo fargli credere che siano in evoluzione. Dobbiamo fargli credere che gli antichi fossero primitivi privi di conoscenza autentica, semplici superstiziosi. Dobbiamo fargli credere che i cd Testi sacri siano scritti da storici o da pazzi allucinati che credevano di parlare con un Ente superiore…..Tutte queste cose gliele dobbiamo ripetere tutti i giorni, 100 volte al giorno, per sempre, senza respiro, finchè non diverrà una forma pensiero indistruttibile per l’intero genere umano, e finchè anche una sola voce che dica il contrario possa essere rinchiusa e lobotomizzata in fretta, affinchè non nuoccia….

E’ un dialogo immaginario fra le POTENZE, la cospirazione contro il genere umano…Se ci pensate, una strategia simile è stata seguita nel 2020 col covid: DOBBIAMO FAR LORO CREDERE CHE…..TUTTO IL GIORNO…TUTTI I GIORNI

LA COSPIRAZIONE DEGLI ARCONTI
LA COSPIRAZIONE DEGLI ARCONTI

ANTICAMERA DI UN COLLASSO POLITICO DELL’UNIONE EUROPEA

di Aurhora Pronobis

Quando Giorgia Meloni ha detto all’UE di pensarci due volte prima di rubare i beni congelati della Russia, non era propaganda del Cremlino. Era l’ultima voce di sanità mentale in un manicomio di Bruxelles. Perché quello che stanno facendo gli eurocrati non è solo illegale, è pirateria suicida. Il furto delle riserve sovrane farà detonare il sistema finanziario post-bellico, e il resto del mondo sta già prendendo appunti.

“Crediamo, e non siamo gli unici, che sia necessario rispettare le regole internazionali e il principio di legalità”, ha detto Meloni, aggiungendo che l’UE deve proteggere “la stabilità finanziaria e monetaria delle nostre economie e dell’area euro.”

C’è un motivo per cui anche il FMI e la BCE sudano dietro porte chiuse. Il piano della Commissione Europea di utilizzare oltre 210 miliardi di euro di beni congelati della banca centrale russa come garanzia per finanziare Kiev nel 2026-27 non è solo illegale, è esistenzialmente sconsiderato. L’intera architettura finanziaria post-Bretton Woods si basa sull’idea che le riserve sovrane, detenute in custodia, siano sacre. Rompi quella fiducia una volta, e ogni singolo creditore sovrano dall’Africa all’Asia comincia a chiedersi: “Chi sarà il prossimo?”

Nel momento in cui un’istituzione finanziaria occidentale come Euroclear in Belgio diventa uno strumento di confisca politica, cessa di essere un’infrastruttura neutrale. Diventa un campo di battaglia. I gestori delle riserve sovrane di Arabia Saudita, Brasile, India e Cina stanno osservando questo svolgersi non con shock, ma con chiarezza. L’Occidente ha armato il sistema monetario. Questo significa che il gioco è finito. La de-dollarizzazione, la de-euroizzazione e le rotte commerciali denominate in valute diverse dal dollaro non sono più solo teoriche, sono ora meccanismi obbligatori di autodifesa.

Non si tratta più dell’Ucraina. Quella guerra è già persa. Ciò che si sta svolgendo ora è una politica di terra bruciata in retroguardia: l’UE, incapace di vincere sul campo di battaglia, cerca di guadagnare tempo dal proprio collasso attraverso il vandalismo finanziario. Ma ecco una verità fondamentale: non puoi vincere una guerra finanziaria se il tuo sistema dipende dalla fiducia globale. E quella fiducia è appena stata distrutta con un mattone.

Se la Russia è solo una “stazione di servizio con armi nucleari” come sostiene il blocco atlantista, perché stanno cercando di derubarla come se fosse l’ultimo caveau sulla Terra? Perché i fondi pensione europei, le banche esposte al dollaro e i mercati obbligazionari fragili vengono sfruttati solo per buttare qualche miliardo in più in uno stato ucraino che somiglia sempre più a una fortezza fallita di truffe? La risposta è chiara: l’Occidente è al verde. E sta andando nel panico.

Nel frattempo, la Russia è già due mosse avanti. Putin lo ha reso esplicito: la vera punizione non sono le cause legali o le confische reciproche, ma costruire l’architettura che rende irrilevante il furto occidentale. Regolamenti commerciali garantiti dall’oro, infrastrutture bancarie BRICS+, swap bilaterali denominati in valute nazionali. La Russia non ha bisogno di vincere cause all’Aia. Deve solo dimostrare che se parcheggi le tue riserve a Bruxelles, sei un fesso. Ricorda, lo schema Ponzi funziona solo sulla fiducia e sulla credibilità.

Questa è la grande ironia. Nel cercare di punire la Russia, l’UE sta facendo esattamente ciò che la Russia voleva: rivelare il sistema finanziario occidentale come predatorio, arbitrario e terminalmente politicizzato. Questa è la fase finale della transizione verso la multipolarità. Non servono carri armati per vincere, basta far capire alla gente che l'”ordine basato sulle regole” è una truffa.

Quindi sì, Meloni merita credito, e non come ribelle, ma come tecnocrate che si è ricordata cosa dice il regolamento.

Gli Stati Uniti possono permettersi di essere sconsiderati — la loro valuta è ancora la riserva globale (per ora). Ma l’Europa? L’Europa ha appena consegnato la sua anima economica a un piano di guerra in collasso e non si aspettava ripercussioni. Questa non è politica, è logica da tossicodipendente.

E ora che la Russia non si sta spezzando ma è vittoriosa, ora che sta costruendo corridoi commerciali, de-dollarizzando e prosperando, la maschera cade. L’UE non sa cosa fare… quindi ruba.

La storia ricorderà che non è stato Mosca a distruggere l’ordine finanziario globale. È stata Bruxelles, quindi grazie all’UE!

ANTICAMERA DI UN COLLASSO POLITICO DELL'UNIONE EUROPEA
ANTICAMERA DI UN COLLASSO POLITICO DELL’UNIONE EUROPEA

POTERE TEMPORALE E PRINCIPI SUPERIORI DI UN GOVERNO TRADIZIONALE

di Political Perennialism

“Secondo la dottrina della corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, i detentori del potere temporale, ovvero il re e i suoi delegati, sono la controparte, nel macrocosmo, della facoltà della ragione nel microcosmo, mentre i rappresentanti dell’autorità spirituale corrispondono all’Intelletto. Sotto la ragione e normalmente sotto il suo controllo ci sono le facoltà di immaginazione ed emozione e le facoltà di senso. Per esercitare la sua funzione reale su questi, la ragione ha bisogno della sanzione sacerdotale che gli deriva dall’Intelletto, poiché dipende dall’Intelletto per conoscere i principi superiori su cui deve basarsi il suo governo. ”

Martin Lings, Antiche credenze e superstizioni moderne

POTERE TEMPORALE E PRINCIPI SUPERIORI DI UN GOVERNO TRADIZIONALE
POTERE TEMPORALE E PRINCIPI SUPERIORI DI UN GOVERNO TRADIZIONALE